Maria Elena Boschi, le piccole Carfagna crescono

7 Gennaio 2014 by temis

Pur avendoci incantato per garbo e delicatezza di tratti, Maria Elena Boschi non ci convince del tutto.

Intanto, la trentaduenne deputata del Pd e neo responsabile delle Riforme della segreteria di Matteo Renzi è un tantino invadente per le troppe volte che ci entra in casa su ogni possibile canale tv, dando l’impressione che null’altro faccia che promuovere se stessa.

Inoltre, pare parli essenzialmente per tenere in esercizio la bocca e non per dire cose. A meno che non consideriamo cose il suo continuo cinguettio, «Matteo qua, Matteo là», la calcata buona volontà espressa con i vari «noi ce la metteremo tutta» e sinonimi, l’ottimistica visione del nostro domani propinata con sperticate lodi sui benefici del renzismo.

Fin qui, la Boschi televisiva. Poi, c’è Twitter di cui, come il suo capo Renzi, è idolatra. Ecco un saggio di pensieri e umori di Maria Elena. Per le festività: «O è Natale tutti i giorni o non è Natale mai! Un felice Natale a tutti». Per la Leopolda (il festival fiorentino d’autunno di Renzi): «Pronti per dare un nome al futuro?». Per le primarie della segreteria Pd (vinte da Renzi): «È la nostra occasione! Questa è la volta buona!».

In un giorno a caso: «Con Matteo cambia verso all’Italia! Si riparte!». Per riassumere: una marea di esclamativi ed entusiasmo alle stelle, a conferma definitiva di una personalità giulivamente estroversa. Anche il suo profilo parlamentare è coerente. L’onorevole Boschi è molto presente in Aula, come in tv e su Twitter, ma se c’è da fare cose concrete marca visita: in dieci mesi non ha prodotto proposte di legge, limitandosi a firmarne alcune presentate da colleghi.

Classe 1981, dunque quasi giovanetta, Maria Elena merita già solo per questo la massima apertura di credito. Quel che ne ho detto finora, frutto di semplici osservazioni a distanza, non pregiudicano nulla. Renzi, per dire, la considera un fenomeno, se non alla sua stregua, degna almeno di stargli a fianco.

Se poi si pensa che in un anno, il 2013, Boschi è diventata deputato, è entrata nella segreteria del Pd (composta di dodici prediletti di Renzi, come gli apostoli), è stata acclamata Miss Montecitorio e se la batte per notorietà tv con una veterana come Mara Carfagna, si può affermare che è partita col piede giusto. Perfino il Cav ne è abbagliato. Un giorno le ha detto: «Lei è troppo bella per essere comunista». E lei, anziché lasciarsi lusingare, ha replicato seria e severa: «I comunisti non esistono più».

Ha già pure un soprannome: la Giaguara. Segno che ha acceso la fantasia dei cronisti. Tutto è nato alla Leopolda di due mesi fa – kermesse da lei brillantemente organizzata – quando giunse in scarpe leopardate, tacco dodici (che alterna con il dieci, ma è sempre in supertacco). I giornalisti, che nelle associazioni sono impagabili, hanno subito collegato il leopardo di Maria Elena al giaguaro di Bersani (quello che l’ex segretario pd si era fissato di volere smacchiare, alludendo al Cav).

Di qui il soprannome, quasi un omaggio alla grinta dimostrata dalla ragazza nell’infrangere il tabù che aveva portato iella a Bersani e al Pd. Parlando di scarpe, aggiungo quel che Maria Elena ha voluto farci sapere in un’intervista. Ora che passa a Roma cinque giorni la settimana (trascorre il week end nella natia Toscana), indossa sempre scarpe con ultratacchi a Montecitorio, ma ha con sé delle ballerine che calza invece per affrontare gli infidi sanpietrini romani tornando a casa. Un accorgimento che denota equilibrio tra vanità e testa sulle spalle.

Che sia ragazza quadrata, non ci piove, e neppure che sia ambiziosissima. Nata a Montevarchi, ma solo perché lì c’era Ostetricia, Maria Elena è di cospicua famiglia di Laterina, borgo aretino di qualche migliaio d’anime. Papà Pierluigi è dirigente della Coldiretti, direttore di un consorzio vinicolo e nel cda di BancaEtruria.

In sostanza, un ex democristiano traslocato nel Pd, via Margherita (stesso partito dei Renzi). Idem la mamma, Stefania Agresti, preside e vicesindaco pd del borgo. Pare che i Boschi e i Renzi – del Valdarno aretino gli uni, del fiorentino gli altri – siano vaghi conoscenti da prima che i rispettivi rampolli intrecciassero i destini, cosa che tra sparuti bianchi nella marea rossa locale, è del tutto verosimile.

Dopo una superlativa laurea in Legge, Maria Elena si specializzò in Diritto societario, iniziando la pratica legale. A studio con lei, c’era Francesco Bonifazi, di cinque anni maggiore, avvocato piddino col pallino della politica. I due diventarono amici – c’è chi dice qualcosa di più – e insieme sostennero nel 2009 la candidatura a sindaco di Firenze del dalemiano, Michele Ventura, contro Renzi.

Matteo però prevalse e Bonifazi, eletto unico consigliere comunale venturiano, il giorno successivo passò armi a bagagli con il vincitore diventandone, come tutti quelli che si allineano con Matteo, reggicoda. Ne è stato lautamente ricompensato: oggi è deputato e tesoriere del Pd. Fu lui a presentare al neo sindaco Maria Elena che, a sua volta, si mise a disposizione ricevendone altrettanti benefici. Per riassumere: la Nostra fanciulla, che non doveva all’inizio avere le idee chiare, debuttò in politica con un prodigioso salto della quaglia dall’universo togliattiano di D’Alema a quello indefinito di Renzi, suo rottamatore.

In quattro anni dall’entrata in scena, ecco quel che è accaduto. Il rapporto tra Matteo e Maria Elena è diventato più stretto, alimentando illazioni. È seguita la nomina dell’avvocata nel cda di Publiacqua (la maggiore azienda idrica toscana), l’attribuzione di un compito importante (la «tenuta dell’agenda» di Renzi!) nelle primarie 2012 in cui Matteo fu battuto da Bersani e un apprezzato contributo professionale di Maria Elena nella privatizzazione dell’Atef, l’azienda filotranvaria fiorentina. Operazione osteggiata con scioperi dalla Cgil, tra il pittoresco sacramentare degli utenti fiorentini. Per tali meriti, la ragazza è stata catapultata a Montecitorio con le ultime elezioni. Una carriera lampo, ricalcata su quella delle vituperate donne berlusconiane. Lei che di continuo esalta la via maestra delle primarie per selezionare i migliori, al dunque ha preso la scorciatoia del posto sicuro in lista sotto l’ala del protettore. «È una miracolata. Senza Renzi, non esiste», si mormora a Firenze. Veleni toschi, bella Boschi. Non ci badi. Dimostri a quelli che oggi hanno ragione che presto avranno torto. Giancarlo Perna per “il Giornale

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Lo spread del sospetto

7 Gennaio 2014 by temis

Tutto ha inizio il 27 dicembre. Mercati rarefatti, pochi scambi, e nelle sale operative delle principali banche incollati ai terminali un manipolo di giovanotti annoiati che non vedono l’ora di imbarcarsi con il primo volo per Aspen, Gstaad, Dubai.

Improvvisamente avvengono due fatti inconsueti. Un operatore (chissà da dove) sbaglia un ordine sul computer ed i tassi sui titoli pubblici tedeschi hanno un’impennata improvvisa.

Secondo alcuni grafici, quelli sui Bund decennali arrivano a sfiorare il 4%. Di riflesso, per qualche minuto, lo spread con i titoli italiani si riduce a 5 punti-base; per poi salire subito a 53 punti-base e poi stazionare intorno ai 200; fino a scendere, l’altro ieri, sotto la quota «simbolo».

Contemporaneamente, le principali piattaforme sulle quali vengono scambiati i titoli pubblici di mezzo mondo, sempre il 27 dicembre, si accordano per modificare il titolo tedesco preso a riferimento (in termine tecnico, Benchmark).

Di colpo, a livello globale viene adottato come un Bund con scadenza il 15 agosto 2023. Rende il 2% e viene scambiato ad 1,95.

Piccolo particolare. Il nuovo titolo tedesco adottato come punto di riferimento ha tassi di 20 centesimi più alti di quello precedente. Il precedente titolo pubblico tedesco preso a riferimento quotava 1,71. L’unica piattaforma che il 27 dicembre non fa il passaggio è proprio quella italiana, il Mercato telematico dei titoli di Stato (Mts), che si adegua qualche giorno più tardi.

I grafici dicono che da quel giorno, proprio perché è cambiato il Bund sul quale calcolarlo, lo spread con i Btp decennali italiani ha iniziato a scendere; e con loro quelli spagnoli. Solo che lo spread con i titoli emessi da Madrid è sceso più rapidamente.

Il motivo di questo calo è chiaro. Lo spread è la differenza tra i tassi d’interesse tra i titoli tedeschi e quelli del resto del mondo. E se il titolo preso come punto di riferimento ha tassi più alti, lo spread si riduce se i tassi degli altri titoli restano fermi.

Ed è quel che è successo e che ha favorito il calo degli ultimi giorni. Con un particolare. Il nuovo titolo tedesco ha tassi superiori del 10% rispetto al vecchio. Ma lo spread italiano non è diminuito del 10%; non ancora, almeno.

A favorire la discesa, poi, è anche la forte liquidità sul mercato, innescata dalla politica monetaria delle principali banche centrali, a partire da quella europea. Non a caso, Matteo Renzi attribuisce a Mario Draghi il merito principale del calo dello spread.

Ma il merito, il presidente della Bce, lo dovrebbe anche dividere con quell’oscuro operatore che ha sbagliato l’ordine sul computer il 27 dicembre; e la contemporanea decisione delle piattaforme telematiche di cambiare il titolo tedesco preso come punto di riferimento.

I tecnici del ministero dell’Economia e della Banca d’Italia escludono che le tre cause alla base della riduzione dello spread (errore di un operatore, cambio del Benchmark, liquidità nel sistema) possano aver avuto un’unica regia. «Sarebbe argomento da intrigo internazionale», dicono. «Ma la Spectre non esiste: non su un mercato interconnesso come l’attuale». Ed aggiungono. «Noi fotografiamo gli andamenti. E gli andamenti ci dicono che questi elementi tecnici sono alla base della riduzione dello spread». Chi parla è gente abituata a veder scambiare, in una giornata di «fiacca», 8,5 miliardi di euro di titoli pubblici sui mercati telematici.

E, con la prudenza che è loro propria, stanno segnalando da qualche giorno una tendenza al rialzo dei tassi sia tedeschi sia americani. Un fenomeno, al momento, appena percepibile; ma in atto. Mentre, al momento, restano fermi quelli italiani.

Insomma, nonostante i legittimi commenti soddisfatti del presidente del Consiglio e del ministro dell’Economia sulla riduzione dello spread, il calo del differenziale fra i tassi d’interesse sui titoli pubblici è stato determinato più da componenti tecniche che da componenti politiche. f. ravoni il giornale

TEMIS: tre coincidenze sono una prova

E’ tempo di occuparci meno dell’Uomo e più degli uomini (Leozappa)

15 Dicembre 2013 by temis

“L’unica emergenza è l’Euro?”. Dopo l’ultima tragedia di Lampedusa, la vignetta di Giannelli inchioda l’”Europa Unita” alle sue responsabilità: affondato nel mare si erge un corpo in croce, con al posto della scritta INRI un biglietto da cento euro.  La vignetta è stata pubblicata sul Corriere della Sera sabato 5 ottobre. Lo stesso giorno, su Il Foglio, Camillo Langone contesta, provocatoriamente (forse), gli “immigrazionisti malvagi” lamentando che “non ve ne frega assolutamente niente, per le vecchie signore con 495 euri di pensione minima che se hanno bisogno del dentista, degli occhiali nuovi o di riparare la caldaia non trovano nemmeno qualcuno che le compianga”. Quella di Lampedusa è una tragedia che ha avuto un grande impatto emotivo anche perché si è consumata sotto gli occhi delle telecamere. Quella delle vecchie signore è silente ma non per questo meno dolorosa. Sempre più spesso in strada si assiste al triste spettacolo di persone, non più solo emarginati, che rovistano nei cassonetti delle immondizie alla ricerca di scarti che valgono la sopravvivenza. Il J’accuse di Langone richiama l’attenzione su una emergenza tanto grande quanto quella dei disperati che sfidano il mare alla ricerca di un futuro. E’ evidente che la scelta non è tra migranti e vecchie signore. Ma è altrettanto evidente che i vincoli di bilancio condizionano pesantemente l’azione di governo. L’Euro non è l’unica emergenza; ma l’Euro determina emergenze.  Quello che più sorprende è l’incapacità del Sistema (con la maiuscola) di ridefinire l’agenda delle priorità. Migranti e vecchie signore, così come tutti i bisognosi di qualunque nazione e condizione, devono essere al centro delle politiche sociali. E queste ultime devono essere efficaci e risolutive. Dinanzi alla difficoltà di reperire risorse adeguate, mi chiedo che senso abbia continuare a investire mezzi ed energie in attività, indubbiamente preziose ma pur sempre secondarie, come la protezione di animali (non passa giorno senza eclatanti interventi per restituire al mare o al cielo bestiole che, senza l’intervento umano, sarebbero condannate dalla natura), come le ricerche avveniristiche (in questi giorni una decina di scienziati sono in una grotta per testare le capacità umane di sopravvivenza), come gli interventi di abbellimento degli edifici pubblici (vedi il bando per una opera d’arte destinata all’esterno dell’aeroporto di Alghero con compenso di euro 150.000). La lista è infinita perché tante, tantissime sono le attività nelle quali, meritoriamente, si impegnano gli uomini e le istituzioni che si dedicano alla salvaguardia del passato, alla valorizzazione del presente e alla costruzione del futuro. Dinanzi alla rilevanza della crisi che stiamo vivendo è, però, arrivato il tempo delle scelte. E la priorità non può che essere l’uomo: non quello dei filosofi, ma quello fatto di carne e sangue, che vive e muore oggi! Che senso ha attivare i pompieri per salvare un gatto sull’albero quando poi manca il denaro per le autobotti? Possiamo continuare ad investire per restaurare i paesini abbandonati quando non si è più in grado di mantenere i presidi ospedalieri nelle piccole città? Negli ultimi decenni si è affermato un concetto di cultura che ha portato a valorizzare costumi e testimonianze della vita quotidiana. Sono così sorti musei sulle carrozze e sui vasi; si aprono cantieri per recuperare strade romane di campagna; si finanziano ricerche statistiche sui cani randagi. Non ho nulla contro queste attività, anzi: dimostrano il livello di raffinatezza cui è pervenuta la nostra civiltà. Ma dinanzi ad una emergenza sociale come quella che stiamo vivendo l’agenda politica e sociale va ridefinita. Voglio essere chiaro. Non sto sostenendo che occorra tagliare i fondi sulla ricerca per le malattie umane o che non si debba restaurare Pompei. Ma, visto che mancano le risorse per assicurare una pensione rispettosa della dignità umana o per tenere aperti gli ospedali, è difficile accettare le agevolazioni alle imprese organizzatrici di spettacoli di musica dal vivo (vedi decreto Cultura) o per le sagre della polenta.  Primum vivere, deinde philosophari, insegnano i filosofi. Ed è, purtroppo, arrivato il momento di occuparci meno dell’Uomo e più degli uomini.  a.m.leozappa formiche

Putin e il Papa (by Buttafuoco)

9 Dicembre 2013 by temis

La scena di Vladimir Putin che consegna l’icona santissima al vescovo di Roma racconta al meglio cosa è diventata la religione nelle mani degli occidentali, pure quelli venuti dalla fine del mondo. Il leader russo – un vero patriota, un fervente credente, formatosi nello stalinismo – consegna il Beato Volto della Vergine al pontefice. Ne mira dunque la perfezione, ne scruta i riflessi, ne avverte tutta la potente vibrazione celeste e perciò non si capacita di come quell’uomo accanto a sé – il capo della chiesa di Roma – passi quasi in cavalleria cotanta consegna e così, come in un istinto di salvaguardia dell’icona, prima di staccarsene, Putin – che, quasi incredulo domanda: “Ma l’è piaciuta?” – s’inabissa in un solenne inchino segnandosi col triplice segno ortodosso e il momento diventa così concitato (per dirla diplomaticamente) che il Papa torna indietro di un passo e ripete inchino e segno di croce. Quell’icona, infine, è la copia di quella che Giuseppe Stalin, al tempo del conflitto con la Germania, fece trasportare in volo sulla città di Mosca per poi restituirla all’altare affinché col suo manto di grazia e misericordia la Madonna potesse confortare i soldati, la popolazione radunata in baracche dai grossi catenacci e la Santa Madre Russia nel momento terribile della guerra patriottica. In quell’icona, accarezzata da raffiche di mitragliatrice, si specchiano i sacrifici, i fuochi, le tragedie e la Resurrezione di una schiatta resa forte dalla millenaria fedeltà al proprio speciale spirito, quello dell’eroica misericordia forgiata nella pietas. Certo, ci vuole un’aquila bicipite sulla bandiera per attraversare l’inferno del materialismo e svegliare così il bianco delle nevi alla vita rinnovata nella luce. Ci vuole lo spirito russo. E ci vuole un comunista – non uno di sinistra ma un co-mu-ni-sta! – per insegnare al Papa che cosa deve fare un Papa.

Pietrangelo Buttafuoco ilfoglio

Boccia, un perdente di successo (i ritratti al vetriolo di Perna)

4 Dicembre 2013 by temis

Sebbene sia noto soprattutto per il matrimonio con Nunzia De Girolamo, Francesco Boccia ha una sua storia dignitosa. Certo, la scelta di impalmare la bellezza sannita è stato l’atto più spavaldo della sua vita. A colpire, fu il fatto di due politici di sponde opposte che mettevano le vite in comune. All’epoca, Nunzia era così nelle grazie del Cav che si favoleggiava di un «fidanzamento».

Francesco invece (oggi a capo della commissione Bilancio della Camera) era già l’alto esponente del Pd che è tuttora e da anni fiduciario di Enrico Letta. La liaison agli esordi fece scalpore, specie a destra, dove l’ostilità per quell’ibrido raggiunse toni parossistici. «O tu passi al Pd o lui con noi», avrebbe ingiunto il Cav alla sua pupilla temendo che, tra un sospiro amoroso e l’altro, i segreti del Pdl finissero all’orecchio del nemico. Ma la cosa si appianò e nel dicembre 2011 Nunzia, che già aspettava la piccola Gea, impalmò Francesco.

Come in ogni cosa di Boccia, anche nella storia con De Girolamo c’era l’ombra di Letta junior. Nunzia, come molti altri del centrodestra, faceva parte come Boccia e tanti del centrosinistra di VeDrò, il club fondato da Letta per amalgamare le giovani leve politiche aldilà degli schieramenti.

L’accolita si riunisce una volta l’anno alla centrale elettrica di Drò, presso Trento, per discutere e conoscersi. E qui, a quanto si dice, Cupido fece scoccare il dardo che avvinse la beneventana Nunzia e il biscegliese Francesco. Quando accadde, Boccia aveva da poco chiuso una precedente relazione anch’essa all’insegna del lettismo con l’affascinante Benedetta Rizzo, organizzatrice di VeDrò, dalla quale erano nati Edoardo e Ludovica.

Boccia dunque, che a vederlo così, nonostante i 45 anni, pare un fanciullone di primo pelo, è già bigamo e padre di tre figli. È anche meno cauto di quanto sembri nelle, in genere, calibrate apparizioni tv. Il meglio della sua latente aggressività, la esprime su Twitter di cui è patito. Se gli interlocutori lo criticano, li sferza con un «se non sei d’accordo con me, fatti eleggere poi ne riparliamo», che alterna a «fai ridere… vai, vai a lavorare» e all’epiteto «coniglio».

Nella foga twittesca , talvolta straparla. In giugno, quando si discuteva l’acquisto degli F35, che Boccia caldeggia, cercò di rintuzzare i pareri opposti dei pacifisti della Rete scrivendo che gli apparecchi erano «elicotteri per il soccorso alle popolazioni». In realtà, sono micidiali cacciabombardieri. La cantonata, che ancora oggi lo perseguita, fu sommersa di ironie internettiane.

Gli fa più giustizia l’uscita,sacrosanta ma azzardata dato il clima, di alcuni giorni fa: «In un Paese normale, prima di fare decadere Berlusconi, si sarebbe aspettata la delibera della Corte sull’interpretazione della legge Severino».

Con l’aggiunta: «Se ci sono nuove carte sul processo Mediaset, mi aspetto una revisione come per qualsiasi altro cittadino». Un destro-sinistro al giustizialismo del suo partito che ha mandato sulle furie l’intero Pd. Inondato di improperi, Francesco ha fatto marcia indietro ma, dimostrando carattere, non più di tanto.Il punto è che Boccia c’entra col Pd come un cavolo a merenda. Lo diceva già Nunzia ai tempi in cui la mettevano in croce perché coccolava «uno di sinistra »: «Ma quale sinistra e sinistra? Francesco è un moderato, un popolare centrista, sono molto più di sinistra io». Lui però non lo ammette, essendo talmente in carriera nel Pd da rinnegare il passato.

«Mai stato democristiano », ha osato dichiarare tempo fa. Una frottola:fine anni ‘ 80, ancora prima di laurearsi in Scienze politiche a Bari, militava già nella Dc. Era una giovane speranza della corrente di Beniamino Andreatta, la stessa di Letta jrdi due anni più anziano cui si legò proprio in quel tempo.

I Boccia sono una cospicua famiglia di Bisceglie, graziosa marina fra Trani e Bari. I genitori guidavano una fiorente azienda tessile. Il ragazzo crebbe in una villa immensa diverse decine di stanze con cappella privata e campi da tennis. Si divideva tra l’università e il gioco delle carte di cui era maestro.

Aveva una ragazza fascinosa (su questo non ha mai transatto) che, lustri dopo, divenne first lady di Trani, ossia moglie di un sindaco. In quei primi anni ’90, Francesco debuttò nella politica con la nomina, in conto Dc, nel Cda della locale casa di riposo Principessa Iolanda.

Tutto sembrava destinarlo al ruolo di ottimate locale, quando l’impresa familiare fallì. Fu un trauma con pesanti code economiche e giudiziarie. Francesco, lasciò Bisceglie e cominciò a girare il mondo quattordici residenze diverse in un pugno d’anni! – per perfezionare gli studi economici: master alla Bocconi, quadriennio alla London School, soggiorno negli Usa.

A ridargli un destino italiano fu il solito Letta che, diventato ministro dei governi D’Alema e Amato (1998-2001) lo chiamò come consulente all’Industria, inducendolo anche a iscriversi nella Margherita. Entrò poi nelle grazie del sindaco ds di Bari, Michele Emiliano, che lo nominò assessore comunale al Bilancio (2004) e lo montò al punto da imporlo come candidato ufficiale della sinistra per la presidenza della Puglia contro il berlusconiano Raffaele Fitto (2005).

Quando già Boccia era certo di essere lui il campione dei Ds aveva dalla sua Max D’Alema, Romano Prodi, ecc il semisconosciuto Nichi Vendola lo sfidò alle primarie e vinse di un soffio. Ci fu la quasi certezza di brogli a danno di Boccia che infatti raccontò: «Sono stato tentato di non riconoscere il verdetto, ma Prodi mi disse di lasciare perdere».

Romano, infatti, si era accordato con il rifondazionista Fausto Bertinotti, di cui Nichi era pupillo, per averne, di lì a poco, l’appoggio per il suo secondo governo (2006-2008). L’imprevista sconfitta nei confronti di Vendola, mentre tutto l’apparato era con lui, chiarì per sempre che Boccia non incanta folle, né porta voti. Più che un valore aggiunto è una sottrazione, come spesso i bravi ragazzi un po’ secchioni. Venne così incasellato come tecnico e relegato in quel recinto.Dal 2008, Boccia è deputato. Da allora, a parte il lieto matrimonio, gli va tutto storto, ma non ne fa un dramma. Nel 2010, ha risfidato Vendola alle primarie per la guida della Puglia ed è stato stracciato: 73 per cento dei voti contro il 27. In aprile, era dato per certo come ministro di Letta, lo è diventato invece sua moglie. In maggio, si è fatto eleggere consigliere comunale di Bisceglie ma ha creato un tale pasticcio che per poco non lo garrottavano: ha spaccato il Pd, dando la vittoria al centrodestra. La storia di un numero due. g. perna ilgiornale.it

Il presidente Napolitano, massone?

29 Novembre 2013 by temis

«Il presidente Napolitano è stato sempre garante dei poteri forti a livello nazionale e degli equilibri internazionali sull’asse inclinato dal peso degli Stati Uniti» scrivono i giornalisti di inchiesta Ferruccio Pinotti (del Corriere della sera) e Stefano Santachiara (Il Fatto) in I panni sporchi della sinistra (ed. Chiarelettere).

Il primo ritratto, di 60 pagine, è dedicato proprio al presidente della Repubblica («I segreti di Napolitano»), «l’ex ministro degli esteri del Pci» come lo definì Bettino Craxi interrogato dal pm Di Pietro nel processo Enimont. I rapporti con Mosca, quelli controversi con Berlusconi (il mensile della corrente migliorista del Pci, Il Moderno, finanziato da Fininvest, ma anche dai costruttori Ligresti e Gavio), e le relazioni oltreoceano, con Washington.

Una storia complessa, dalla diffidenza iniziale del Dipartimento di Stato Usa e dell’intelligence americana («nel 1975 a Napolitano gli fu negato il visto, come avveniva per tutti i dirigenti comunisti»), alle aperture dell’ambasciata Usa a Roma, al «misterioso viaggio» di Napolitano negli Stati uniti nel ’78, nei giorni del sequestro Moro, l’altro viaggio insieme a Occhetto nel 1989, fino «all’incontro festoso, molti anni dopo, nel 2001, a Cernobbio, con Henry Kissinger, ex braccio destro di Nixon, che lo saluta calorosamente: “My favourite communist”, il mio comunista preferito. Ma Napolitano lo corregge ridendo: “Il mio ex comunista preferito!”».

Il credito di Napolitano presso il mondo anglosassone si dipana nel libro-inchiesta anche su un fronte diverso, che Pinotti segue da anni, la massoneria, e che si intreccia con la storia più recente, in particolare con le dimissioni forzate di Berlusconi nel 2011, a colpi di spread e pressioni delle diplomazie internazionali. Su questo terreno gli autori fanno parlare diverse fonti, tra cui una, di cui non rivela il nome ma l’identikit: «Avvocato di altissimo livello, cassazionista, consulente delle più alte cariche istituzionali, massone con solidissimi agganci internazionali in Israele e negli Stati Uniti, figlio di un dirigente del Pci, massone, e lui stesso molto vicino al Pd».

Il quale racconta: «Già il padre di Giorgio Napolitano è stato un importante massone, una delle figure più in vista della massoneria partenopea» (proprio nei giorni successivi all’uscita del libro sarebbe spuntata, dagli archivi di un’associazione massonica di primo piano, la tessera numerata del padre di Napolitano, ndr). Tutta la storia familiare di Napolitano è riconducibile all’esperienza massonica partenopea, che ha radici antiche e si inquadra nell’alveo di quella francese…».

Avvocato liberale, poeta e saggista, Giovanni Napolitano avrebbe trasmesso al figlio Giorgio (legatissimo al padre) non solo l’amore per i codici «ma anche quello per la “fratellanza”» si legge. E poi: «Per quanto riguarda l’attuale presidente, negli ambienti massonici si sussurra da tempo di simpatie della massoneria internazionale nei confronti dell’unico dirigente comunista che a metà anni Settanta, all’epoca della Guerra fredda, sia stato invitato negli Stati Uniti a tenere un ciclo di lectures presso prestigiosi atenei. Napolitano sarebbe stato iniziato, in tempi lontani, direttamente alla «fratellanza» anglosassone (inglese o statunitense)».

Da lì il passo ad accreditare la tesi, molto battuta in ambienti complottisti, di un assist guidato a Mario Monti, è breve, e viene illustrata da un’altra fonte, l’ex Gran maestro Giuliano Di Bernardo («criteri massonici nella scelta di Mario Monti») e da uno 007 italiano.

L’asse di Berlusconi con Putin – specie sul dossier energia – poco gradito in certi ambienti, entra in questo quadro (fantapolitica?). Con un giallo finale nelle pagine del libro, raccontato dalla autorevole fonte (senza nome): Putin avrebbe dato a Berlusconi delle carte su Napolitano. Se queste carte esistono, riguardano più i rapporti americani di Napolitano che quelli con i russi». Materiale per una avvicente spy story su Berlusconi, Napolitano, Monti, Putin, la Cia, il Bilderberg… Paolo Bracalini per “Il Giornale

 

I guai di Marino

10 Ottobre 2013 by temis

Il sindaco ciclista cammina già in salita. Sono passati quattro mesi dall’elezione di Ignazio Marino, ma la «luna di miele» del chirurgo dem – che il 10 giugno sconfisse al ballottaggio Gianni Alemanno e riconquistò per il centrosinistra il Campidoglio – è finita. O meglio, non è mai cominciata. Problemi con la sua maggioranza, isolamento rispetto ai vertici del Pd, «gaffe» a ripetizione, immobilismo nell’azione politica, pasticci amministrativi, come quello sulla nomina del nuovo capo della Polizia Municipale. Vicenda «opaca», che espone sindaco e Comune ad una clamorosa figuraccia, tra selezioni poco chiare, titoli mancanti e dietrofront.

Marino, appena insediato, ha «silurato» il precedente comandante Carlo Buttarelli, lanciando poi un avviso pubblico per individuare il successore. Dopo oltre due mesi, la scelta di Oreste Liporace, colonnello dei carabinieri: presentazione ufficiale, foto di rito, stretta di mano. A distanza di poche ore, la marcia indietro: Liporace non ha i requisiti – cinque anni da dirigente – richiesti dal Comune. Nomina «congelata» e, di fatto, decaduta. Problema risolto? Nemmeno per sogno. Perché Marino vuole comunque nominare un comandante «esterno» al corpo, scatenando la rivolta dei vigili, pronti allo sciopero. Il sindaco tira dritto: «Vogliono la guerra? La avranno».

Ma non ci sono solo i vigili. Marino, in 120 giorni, un braccio di ferro dopo l’altro, è riuscito nell’impresa di mettersi tutti (o quasi) contro: il centrosinistra, i sindacati, commercianti, imprenditori. Prima la pedonalizzazione dei Fori Imperiali, l’unico progetto finora portato avanti dalla giunta capitolina, che ha scatenato le proteste di abitanti e negozianti delle zone limitrofe. Poi la nuova discarica a Falcognana, vicino al Divino Amore. E infine sui cantieri della metro C, ingaggiando una querelle con colossi del settore: Astaldi, Ansaldo di Finmeccanica, le coop ma, soprattutto, col «nemico» Francesco Gaetano Caltagirone, editore del Messaggero, proprietario della Vianini.

Estate complicata, e autunno «caldo». A settembre, con la ripresa dell’attività amministrativa, sono iniziati i problemi con la maggioranza. Il Pd, in questa fase, è decisamente «di traverso». Marino viene accusato di «non ascoltare nessuno», di essersi chiuso «nel suo cerchio magico», con uno staff che – in gran parte – non è di Roma e che conosce poco la città. La giunta non produce delibere, e il consiglio comunale – di conseguenza – è fermo.

Alcuni assessori (come Daniela Morgante, responsabile del Bilancio) sono già nel «mirino» dei partiti: possibile, già a gennaio, un rimpasto a tempi di record. Coi leader del partito, da diverse settimane, è calato «il gelo». Anche con chi – come Goffredo Bettini e Nicola Zingaretti – è stato il principale sponsor per la candidatura di Marino alle primarie del centrosinistra. Adesso, la definizione che circola con maggiore insistenza è «inaffidabile» e c’è chi ipotizza la necessità di una «musata» per il sindaco: «Prima la da, e prima corregge la rotta», il commento di un autorevole esponente pd.

Bettini, dopo averlo «guidato» e consigliato in campagna elettorale, lo ha mollato. Marino non lo cerca da mesi, e lo «stratega» si è messo alla finestra, dedicandosi al suo Campo democratico. Anche con Zingaretti, sotto traccia, ci sono state delle incomprensioni. Il governatore del Lazio, infatti, ha mal digerito la titubanza di Marino su Falcognana, un certo presenzialismo sulla Sanità (settore di competenza regionale) e la continua richiesti di fondi.

Ma la «goccia» è stato l’invito fatto da Marino a Matteo Renzi, per una «passeggiata» sui Fori Imperiali in bicicletta: la visita poi c’è stata, la pedalata no, a causa della ressa che si era creata. Tanto che lo stesso sindaco di Firenze è andato via infastidito e piuttosto perplesso. ?Come se non bastasse, ecco le grane col Bilancio, la vera montagna da scalare per il sindaco ciclista.

Per far quadrare i conti, entro il 30 novembre, mancano 867 milioni. Marino, per scongiurare il commissariamento e il default, ha chiesto aiuto al governo. E, alla fine, il ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni ha dato la disponibilità ad una norma «salva Roma», per inserire parte di quei debiti nella gestione commissariale pre-2008. Ma nel 2014 i problemi si ripresentano, con un altro miliardo da recuperare. E, in questo senso, il no di ieri del Senato all’emendamento per il pre-pensionamento dei dipendenti comunali è solo l’ennesima tegola per un sindaco già col fiato corto.

Ernesto Menicucci per il “Corriere della Sera

2. LO SCIVOLONE DI MARINO SUL NUOVO CAPO DEI VIGILI
Francesco Merlo per “La Repubblica”

Aveva scelto come nuovo capo dei vigili di Roma un ufficiale dei carabinieri che ha tre lauree ed è dunque ideale per un ufficio studi ma, come ha stabilito l’Avvocatura costringendolo poi a dimettersi, non ha sufficienti titoli di comando. E con questo suo ultimo pasticcio Ignazio Marino ha esaurito il credito che gli era dovuto perché è di sinistra e perché ha sconfitto Alemanno.

In un solo colpo infatti il sindaco ha ridicolizzato l’arma dei carabinieri, il corpo dei vigili urbani, il diritto amministrativo, la sapienza giuridica del capo di gabinetto, e per finire anche la parola curriculum sulla quale pedala più che sulla sua stucchevole bicicletta.
Venerdì scorso Marino ha dunque presentato alla stampa il colonnello dei carabinieri Oreste Liporace, scelto «tra 99 curricula» per «la straordinaria preparazione scolastica».

E si capisce che a un amante dell’America come il sindaco ex chirurgo, che ha operato a Pittsburgh e a Filadelfia, un capo dei vigili urbani con tre lauree, un master, un diploma di consgliere giuridico e un’abilitazione come commercialista, deve essere sembrato una specie di Clint Eastwood colto, uno sceriffo di pensiero e un professore di azione.

Convinti dunque di avere trovato l’incrocio tra Norberto Bobbio e il generale Dalla Chiesa, il sindaco e i suoi uffici (tutti plurilaureati?) non si sono accorti che Liporace è colonnello dal gennaio scorso e dunque è dirigente solo da nove mesi e non dai cinque anni richiesti dal regolamento e specificati dallo stesso Marino nel suo avviso pubblico, nella sua richiesta di curricula, che sono l’ossessione sua e dei grillini.

Ebbene, nonostante tutto, il nostro primo pensiero è stato: non impicchiamo il sindaco ai dettagli e agli eccessi della burocrazia. Tanto più che un ufficiale dei carabinieri poteva davvero essere una buona scelta per mettere ordine nel corpo dei 6.300 pizzardoni romani che non sono solo la faccia bonaria di Roma, l’autorità comprensiva che non fa mai paura, ma sono anche considerati, e magari a torto, come i campioni della piccola corruzione e del ricatto al mondo del commercio e dell’edilizia, sicuramente inefficienti nella gestione del traffico, spesso sbracati…

E si capisce che c’è molto pregiudizio, ma certo è duro immaginare il pizzardone come il piccolo eroe urbano che calma le risse, come la divisa sempre amica, anche se tutto è possibile dopo averli visti arrancare in bicicletta dietro la bici del sindaco, fisicamente costretti nel ruolo ancillare di ciclo-moschettieri per la foto sui giornali. E vale la pena ricordare che la Panda rossa del sindaco, che abita in centro, è stata fotografata nel parcheggio del Senato, dove non doveva più stare.

Comunque è davvero bizzarro pensare a un carabiniere nella pelle di un vigile romano. E basta notare che nel cinema italiano, nonostante le barzellette, il carabiniere è stato reso famoso dall’eleganza di Vittorio De Sica mentre il vigile romano deve tutto alla goffaggine di Alberto Sordi.

E infatti nel film Pane amore e gelosia quando il sindaco di Sorrento annunzia alla cittadinanza che «il maresciallo dei carabinieri in congedo Carotenuto cavaliere Antonio è il nuovo comandante delle guardie municipali», Vittorio De Sica si tormenta per avere abbandonato la sua bella divisa carica di storia e avere indossato quella ben più modesta del vigile. E si vergogna al punto da farsi alla fine disegnare una uniforme tutta per lui. E quando la sua perpetua in armi Tina Pica, “carabiniera” per affinità elettiva, gli dà del «vigile! », si mette a caccia di eufemismi e la corregge: «Metropolitano, prego». Certo, Vittorio De Sica non passava, come legittimamente accadrebbe a Liporace, da un stipendio lordo annuo di circa 70mila euro a uno di 190mila.

Per la verità ci aspettavamo che il sindaco chiedesse scusa e ritirasse la candidatura di Liporace invece di sfidare i vigili urbani e legittimare le loro proteste sindacali, sino alla lettera giustamente indignata che gli hanno indirizzato ben 25 dirigenti. E certo l’Arma dei carabinieri non c’entra nulla, ma è sicuro che hanno fatto un richiamino ufficioso al colonnello che rimane un carabiniere, anche se aveva chiesto e non ancora ottenuto l’aspettativa dal ministero della difesa. E non si tratta qui di disciplina ma di opportunità e di eleganza militari. Si possono dare infatti le dimissioni anche da cariche non ancora ricoperte, basta dire «ringrazio, ma non mi presto».

E invece per troppo tempo Liporace si è intestardito: «Non mi ritiro, ognuno si prenda le sue responsabilità ». E mettendo a frutto i suoi blasonati diplomi si è applicato

nel distinguere tra avviso e bando, ha spiegato che nessuno è parte offesa perché non c’è un secondo classificato visto che non c’è graduatoria, e che non si sarebbe dimesso visto che non lo avevano ancora nominato, anche se per la verità aveva già ordinato la tinteggiatura dell’ufficio dove aveva fatto scaricare gli scatoloni del trasloco con le carte, le foto di famiglia e le sue cose più care. Solo ieri, alle nove e venti di sera, si è arreso all’evidenza: «Tolgo la mia disponibilità a ricoprire l’incarico».

Di sicuro hanno ragione i carabinieri che, a differenza di Marino, sanno leggere i curricula e pensano che l’abbondanza di dottrina, che è una rara magnificenza se la si sa impiegare, in genere corrisponda ad una mancanza operativa. Liporace ha comandato una compagnia impegnativa a Castellamare di Stabia e poi ha maturato i suoi meriti a Castelgandolfo e negli uffici del ministero della Difesa e del comando generale dell’arma. Marino, che davvero non lo conosceva prima, lo aveva scelto tra 99 candidati tra i quali comandanti ed ex comandanti dei vigili urbani di Firenze, Torino, Forlì, il vicequestore Raffaele Clemente, l’ex pubblico ministero Carlo Lasperanza…

È dunque tempo di mettere in fila tutti i pasticci di demagogia di Marino, comprese le 75 assunzioni nello staff e nell’ufficio stampa e proprio mentre Rosario Crocetta in Sicilia licenziava i suoi 86 giornalisti. Marino giri pure in bicicletta se gli piace, ma sia meno goffo nella battaglia contro la minaccia del fallimento economico, cominci a fare qualcosa contro la sporcizia e il degrado del centro storico sempre più pittoresco terzo mondo, contro i finti centurioni e la mafia della cartellonistica abusiva che di nuovo ha invaso Roma come dimostrano ogni giorno le immagini messe in rete da www.romafaschifo.it.

E si ricordi della manutenzione ordinaria e della povera gente che sempre più dorme per strada dentro i cartoni. L’inverno sta arrivando anche per lui: dopo aver svelato il sindaco macchietta sullo spalaneve potrebbe innevare di ridicolo anche il sindaco che pedala sui curricula.

 

 

Quagliariello, il trasformismo al potere (by Pardo)

7 Ottobre 2013 by temis

Da Marco Pannella a Giorgio Napolitano, il salto è notevole per non parlare dell’altezza del rango raggiunto. Sarà forse quest’ultima vetta, l’ombra benevola e intoccabile del Colle più alto, ad aver fatto la differenza. E ad aver dato l’ardire a Gaetano Quagliariello, uomo che ardito non è, professore berlusconiano così abile da aver quasi smacchiato le tracce del berlusconismo, di fare i primi voli per quella che sarà la sua nuova terza o quarta via, in certe storie si finisce per perdere il conto.

Ministro per le Riforme costituzionali, in tasca le dimissioni, secondo i diktat del Cavaliere in crisi di governo, servizi sociali e incandidabilità, ma anche la dissidenza, Quagliariello, incoronato saggio il 30 marzo dal Capo dello Stato nella ristretta Commissione per le Riforme, un mese prima di conquistarsi un dicastero del governo Letta di larghe intese, l’ha detta grossa per i suoi parametri classici.

Ha paragonato Forza Italia in mano agli odiati falchi a una possibile riedizione dell’estremista Lotta Continua del centro destra («se così sarà mi dedicherò a creare il Napoli Club Salario»). Ora, è vero che in politica tout casse, tout lasse come dicono i francesi di cui è devoto e studioso, ma certo è stato il segno che da colomba acclarata è pronta a librarsi verso altri lidi. Stavolta un volo più nobile rispetto a quelli che nel Palazzo venivano chiamati con l’affetto fraterno tipico dell’ambientino i salti del Quagliariello.

Aspetto crepuscolare e ragionevole e quindi capace di esplosioni di fanatismo, l’aria di un gran borghese della Magna Grecia, formazione e sarto, curriculum e scarpe, nato 53 anni fa a Napoli come il presidente, cresciuto e laureato a Bari, famiglia d’origine usa al potere, un padre rettore e presidente del Cnr, nonni zii e vari parenti notabili democristiani, Quagliariello è uomo senza truppe e senza scheletri. Solo qualche cadavere politico qua e là.

Barone della Luiss, l’università di Confindustria, cattedra di Storia dei partiti politici, carriera accademica avviata come assistente del famoso professore Paolo Ungari che era ufficialmente Maestro Venerabile del Grande Oriente d’Italia, è ormai da un pezzo più organico al cortile di Palazzo Chigi che alla corte di Palazzo Grazioli.

«Sono un liberale, un moderato», andava ripetendo di larga intesa in larga intesa, allontanando sempre più gli anni in cui faceva notte nell’anticamera dell’ufficio di Denis Verdini, con cui da tempo a malapena parla. Un rapporto accantonato da quando l’accesso al Cavaliere non ha avuto più bisogno di intermediari pur potenti pur amichevoli.

Gli va dato atto che è stato forse il primo a segnalare un filo di mal di pancia nei confronti della deriva ultrà del Pdl priva di affinità per lui, alfiere di un liberalismo da democrazia avanzata, che ama definirsi più un fine intellettuale che un politico puro e che se ai convegni non gli vengono riservati almeno quaranta minuti per quei tre quattro concetti che deve esprimere scatena tuoni e fulmini. Le sue biografie grondano elenchi di pubblicazioni, titoli, ponderose analisi storiche oltre che una notevole esibizione di opere su Charles de Gaulle e sul gollismo, persino tradotte da case editrici parigine.

È il suo cavallo di battaglia preferito, il significativo indizio del suo percorso politico alla ricerca del generale Charles perduto, la speranza, evidentemente, di diventare prima o poi anche lui, Gaetano, un Georges Pompidou.

In gioventù, ad attirarlo è il partito Repubblicano ma è l’innamoramento di un momento. Poi ecco, l’abbraccio totale al Partito radicale sotto la fascinazione irresistibile del Marco Pannella dei tempi migliori. Le piazze e le manifestazioni, perfino l’arresto per qualche ora, insieme a Francesco Rutelli anche lui vice segretario nazionale: qualcosa di impensabile da immaginare vedendolo oggi, il doppiopetto gessato da circolo Italia di Napoli, l’eloquio consapevole da aula, universitaria e parlamentare. E invece Quagliariello era uno da prima linea, anti clericale spinto, pronto a battersi per la liberalizzazione delle droghe e per il diritto all’aborto.

Proprio lui che più di vent’anni dopo da ideologo della caotica corrente dei teo-con, composta da Magdi Allam, Giuliano Ferrara, Eugenia Roccella, Maurizio Sacconi, in quello che viene definito “scontro di civiltà”su temi etici, combatterà con violenza sorprendente la battaglia per la vita di Eluana Englaro. Il viso è deformato mentre urla «È stata ammazzata» e intende il Colle perché il capo dello Stato non si era speso, secondo lui, per il decreto legge. Al contrario, è gelido quando al tempo della crocifissione del “traditore” Gianfranco Fini sibila :«Non conta che la pensi come noi al 95 per cento, conta il 5 che rimane scoperto». È diventato un ateo devoto oltre che un berlusconiano assai flambé.

Tecniche che quagliano negli anni. Specialmente con Marcello Pera «la svolta della vita, prima di lui ero un tranquillo professore». Oddio proprio tranquillo forse no, piuttosto in attesa dell’occasione giusta. Fatto sta, prima diventa il suo consigliere culturale, poi fondano insieme Magna Carta, il think tank dove il simpatico corsivo “L’uovo di giornata” cattivissime invettive contro i nemici della Causa del cavaliere, secondo molti sono frutto della sua ispirazione.

Il suo mentore è Pera, al tempo mandarino di fulgido potere, futuro presidente del Senato, papabile persino, si ipotizzava allora, per il Quirinale. Quagliariello diventa un Pera à-penser, il capo della sua pugnace milizia, non lo molla un attimo e, grazie ai suoi auspici, ammette sincero nella sua biografia, nel 2006 guadagna il primo seggio al Senato. La scalata è misurata ma inesorabile avvolta in una nuvola di zucchero filato culturale d’alto bordo. Quagliariello istruisce, spiega, insegna: «Non siamo nella Seconda Repubblica, ma al secondo tempo della Prima. Siamo come la Francia alle soglie della Quinta».

I professori si attraggono l’un l’altro, si sa. Dopo Pera, stella cadente abbandonata piano piano, diventa il deus ex machina di Magna Carta. Ma poi arriva il tempo del seduttore tecnico Mario Monti, neo salvatore della patria che oltrepassa anche i confini della suddetta. È un flirt non vera adorazione, dura più o meno un mesetto, il tempo di capire che il Cavaliere sta per mettere in scena l’ennesima resurrezione. E parte la ritirata. Un farfallone politico, lo accusano in quei giorni i falchi Pdl. Ma il giro o meglio la giravolta montiana lo avvicina al Colle.

Lui è preparato, studioso, ma sa anche essere piacione e mostrare un inaspettato senso dell’umorismo, Napoli docet e chi se lo può dimenticare.
Nel pantheon di Quagliariello, il via vai è da Grand hotel. Le porte girevoli accompagnano l’entrata e l’uscita prima di Sandro Bondi, poi quella di Denis Verdini, l’uomo forte della macchina Pdl, creatore di un codice che sostituisce il manuale Cencelli. Diventerà il suo antagonista insieme a Raffaele Fitto che non apprezza affatto le incursioni nella sua terra di Puglia. Poco male, da vice capo gruppo vive in simbiosi con Maurizio Gasparri, Italo Bocchino, il Cavaliere lo apprezza e lui si è trasformato in un berlusconiano Magno.Ma alla Gianni Letta. La sua second life da professore gli porta finalmente in dote l’evangelizzazione dell’istituzionalità, la nomina quirinalizia che lo consacra saggio seguita dalla poltrona da ministro. Istituzionalmente testato può permettersi di ringhiare protettivo verso il Cavaliere «che la giunta per le elezioni non sia un plotone d’esecuzione». Poche settimane prima di essere firmatario del documento dei senatori che costituiscono il gruppo autonomo pronto a sostenere il governo Letta. «Il potere non si prende», diceva il generale de Gaulle, «si raccatta». Quagliariello, fine gollistologo, lo sa bene. Denise Pardo per “L’Espresso

 

Ragazzi, mettetevi in gioco (Leozappa)

7 Settembre 2013 by temis

“C’era chi non voleva lavorare nei weekend, chi non voleva sacrificare il ferragosto, chi l’uscita del sabato sera con la fidanzata”. Così ben quaranta dei cinquanta giovani selezionati da Miragica per lavorare sino a settembre hanno rinunciato all’offerta di impiego. La denuncia di Stefano Cigarini, amministratore di due dei più grandi parchi divertimenti in Italia, avrebbe meritato la prima pagina ma è stata confinata nelle cronache dal Corriere della Sera del 12 luglio (pagina 12, taglio basso), forse perché ripresa dalla Gazzetta del Mezzogiorno. Eppure, viste le reazioni che ha suscitato sul web, c’erano i presupposti per aprire un dibattito anche sulla stampa nazionale. Il sito della Gazzetta è andato in tilt. Leggo che l’intervista è stata commentata in modo contrastante sui social network. C’è chi si è detto vergognato (“in Italia non c’è lavoro e c’è chi lo rifiuta”), ma c’è anche chi ha lamentato che “ti propongono il contratto a voucher, che non ti dà diritto a un bel niente! Perché noi giovani dobbiamo sempre accontentarci?”. Emblematico il titolo del pezzo di Fabrizio Caccia: “Quei no dei ragazzi a impieghi da 800 euro al mese”. La notizia non mi sorprende. Mi è stato raccontato dal direttore di un albergo di Portofino che un giovane aveva rinunciato ad un impegno da bagnino perché, stante la paga, non si sarebbe potuto permettere, nei giorni di riposo, di ritornare a Bari dalla fidanzata. Di recente, ho dovuto prendere atto che un mio conoscente, ormai trentenne, ha rifiutato il rinnovo di un contratto triennale con una società RAI perché, considerata la (indubbiamente) modesta retribuzione, preferiva cercare un lavoro più confacente alle sue attitudini e (invero, confuse) ambizioni. Il ministro del lavoro, Elsa Fornero, aveva parlato di una gioventù choosy, subendo un linciaggio mediatico. E’ trascorso un anno e sono sempre più convinto che il giudizio sia stato ingeneroso. Ingeneroso perché parziale. E’ sotto gli occhi di tutti che esistono diversi settori del mercato del lavoro, con salari pari agli 800 euro mensili di Miragica, che risultano ormai riserva, pressoché esclusiva, degli stranieri. Penso all’edilizia dove ormai sono pochi gli addetti che parlano in italiano. Così è alta la domanda di artigiani, le cui prestazioni sono ben remunerate. Epperò i giovani sembrano preferire la disoccupazione a questi mestieri. Sono incontentabili? Sì, certamente perché i loro desideri si scontrano con il principio di realtà. Ed oggi la realtà è data da una crisi economica, che continua, però, ad essere affrontata senza mettere in discussione il contesto ideologico nel quale è maturata. E’ questo secondo me il problema. Si crede di poter continuare a ragionare secondo il paradigma socio-culturale degli ultimi decenni che antepone i diritti ai doveri.  E’ ingiusto attribuire ai giovani la responsabilità di essere stati allevati secondo il mainstream del diritto di avere diritti. La loro incontentabilità è la conseguenza di un sistema che ha fatto loro credere che è nell’ordine delle cose avere un lavoro a tempo indeterminato, poter soddisfare nella vita le proprie ambizioni, confidare su un futuro migliore. Le lotterie, il Grande fratello e la cieca fede degli italiani nello Stellone hanno, poi, fatto il resto. Ecco perché ritengo che il giudizio di Fornero sia ingeneroso. Non si può recriminare che i giovani siano incontentabili quando a destra come a sinistra, seppur con le differenti parole d’ordine delle rispettive tradizioni culturali, è stato per anni propagandato e garantito il diritto alla felicità.  Nella sua intervista, Cigarini ammette che il lavoro offerto da Miragica è “duro, faticoso, intermittente e non può essere il contratto della vita” ma, poi, osserva che “un giovane con un progetto di futuro davanti a sé non dovrebbe pensare all’indennità di disoccupazione, piuttosto a 22 anni dovrebbe pensare a comprarsela la mia azienda. Questa però mi sembra la generazione del tutto e subito: si è persa la cultura della fatica, del lavoro e della gavetta”. Come dargli torto? La considerazione finale è sempre di Cigarini: “anch’io pagherei di più i ragazzi, ma ci sono le regole di mercato. Nella vita, però, bisogna mettersi in gioco”. La sottoscrivo perché solo iniziando a giocare si può aspirare alla felicità.  a.m.leozappa, formiche

Boldrini – ritratto al vetriolo di Perna

5 Agosto 2013 by temis

Non è accattivante ma neanche antipatica la presidente della Camera, Laura Boldrini. Solo che, avendo l’aria di chi si carica di tutti i mali della terra, comunica una tristezza infinita. Mai un sorriso sul bel volto di cinquantaduenne giovanile. Sempre imbronciata e superciliosa, con la voce esasperata di chi ha la ricetta per un mondo migliore ma è inchiodata a questa valle di lacrime dai trogloditi che non la pensano come lei.

Fieramente consapevole di appartenere a un’élite come borghese benestante e militante della sinistra mondialista, Laura ha tuttavia degli sbalzi umorali che manifesta nel cambio continuo del look. Un giorno ha i capelli sciolti, l’altro a coda di cavallo, a volte ha occhiali, altre è senza, alterna abiti da clausura a maliziosi decolleté, vesti arcobaleno a cupe tenute da esistenzialista. Metamorfosi che, come in un uomo il quale passi da glabro a barbuto, dalla barba al pizzetto, dalla mosca ai baffi, denotano un carattere malfermo aldilà delle apparenze.

Deputato debuttante in marzo con Sel, il partito di Nichi Vendola, e subito eletta presidente di Montecitorio dalla sinistra, Boldrini ha un’idea dell’Italia tutta sua, derivata da una visione globalista della ripartizione dei compiti. Della Penisola ha una considerazione, per così dire, solo «geografica» come di piattaforma galleggiante adagiata nel Mediterraneo per servire da attracco ai barconi provenienti dall’Africa.

Altri elementi, storiografici, culturali, eccetera, le paiono accessori. Quando, alcuni anni fa, Maroni strinse accordi con Gheddafi per frenare i flussi dalla Libia, Laura – allora funzionario Onu – li bollò come contrari al diritto di asilo. Osservò che l’Italia aveva meno rifugiati di altri Paesi Ue e le intimò di accoglierne in massa, facendosi più europea. Avrà, perciò, salutato con gioia l’avvento della primavera araba che, sgozzato il Colonnello, ha ripristinato il viavai, favorendo il nostro incivilimento.

Alcuni episodi come terza carica dello Stato ci daranno un’idea più precisa di Boldrini. È molto sensibile ai diritti delle persone. Ma non quelli cui aspira la maggioranza degli italiani: meno soprusi, più libertà, più merito e altre banalità. I diritti che a Laura premono sono quelli delle minoranze. Così, in giugno, è andata al Gay Pride di Palermo a caldeggiare matrimoni, adozioni, fecondazioni e altri diritti del Duemila.

Si è però rifiutata, sembrandole forse ottocentesco, di andare in luglio all’inaugurazione di uno stabilimento Fiat in Val di Sangro dove era stata invitata da Marchionne. Invito che il manager le aveva rivolto dopo il suo affettuoso incontro a Montecitorio con i capi della Fiom in rotta con Fiat, con l’intenzione di mostrarle che anche l’azienda faceva la sua parte.

Lei, però, per schierarsi con il sindacato contro il padrone, ha puntato i piedini, restando a casa. Una posizione talmente ideologica che fu addirittura un piddino, il vicepresidente della Camera, Roberto Giachetti, a rimediare, andandoci lui.

Molto gauchiste anche il giudizio boldriniano sull’attentato di aprile del disoccupato Luigi Preiti contro due carabinieri (uno tuttora paralizzato) davanti a Palazzo Chigi: «È il disagio sociale che trasforma le vittime in carnefici». Una sorta di assoluzione che fa pensare a una Laura che guarda con simpatia ai povericristi.

Ma quando è toccato a lei subire un torto, si è invece infuriata come un’Erinni, ordinando una rappresaglia militare. È successo appena sul web è circolata una sua foto (falsa) che la ritraeva in costume adamitico. Indignata, ha aizzato contro il colpevole la polizia Postale che ha fatto irruzione in casa, sequestrato computer, fatto denunce.

Qui, non le è passato per le meningi che anche costui fosse un disagiato o un banale buontempone da trattare con indulgenza. Così come, lei sempre pronta a difendere le donne, si è fatta pizzicare dal Giornale per avere ignorato che le squadracce di Sel, al corteo Pdl di Brescia (maggio), avevano aggredito delle manifestanti. «Dov’era Boldrini?» chiedemmo di fronte al suo silenzio. «Non sapevo – si è giustificata lei – Ma esprimo tutta la mia solidarietà a quelle donne che hanno ricevuto insulti in quanto donne». In quanto berlusconiane – sottinteso – ben gli sta.

Prima di cinque figli (oltre a lei, tre fratelli e una sorella), Laura appartiene a una cospicua famiglia, molto cattolica, dell’anconetano. Il ceppo è di Matelica, il borgo di Enrico Mattei e dell’amico Massimo Boldrini, pezzo grosso dell’Eni e lontano parente di Laura. Dopo le prime scuole in campagna, la ragazza si trasferì a Jesi – città natale di Federico II – per il liceo.

Era uno spirito ribelle, un simil maschiaccio che non stava mai con le ragazze. Col padre, austero avvocato conservatore, che le aveva insegnato le preghiere in latino, rompe i ponti quando, dopo la licenza, decide di partire per il Venezuela a fare la campesina tra le risaie, tirando poi a lungo con un giro in Centro America prima di approdare a New York.

Tornata in Italia, traslocò a Roma per frequentare Legge alla Sapienza, mentre l’idea di occuparsi dei drammi del mondo si faceva sempre più strada. Fino alla laurea, prese l’abitudine di trascorrere sei mesi l’anno nei Paesi a rischio, con il babbo sempre più arrabbiato e la mamma, antiquaria, a tenerle teneramente bordone.

Dopo il diploma, abbracciò il giornalismo (oggi ha rubriche nei giornali di De Benedetti). Iniziò come precaria Rai, poi fu portavoce all’Onu. In questa veste, si occupò prima di fame alla Fao, poi di emigrazione all’Alto commissariato, viaggiando in tutti i posti che la Farnesina sconsiglia ai turisti: Irak, Afghanistan, Kossovo, Sudan, eccetera. Tra i giornalisti prese il marito, Luca Nicosia, da cui ebbe Anastasia, oggi di vent’anni. Presto divorziata e amareggiata si tuffò nel lavoro.

C’è chi la ricorda, anni fa, invitata a un matrimonio, fare un discorsetto bilingue alla coppia di amici italo-inglese in cui, agli auguri, aggiungeva ammonimenti sui tranelli della vita in comune. Una petulante proiezione della propria esperienza fallita e indizio della sua incapacità di vedere il lato lieto dell’esistenza. Che è, per chi scrive, l’esatta immagine negativa che la presidente Boldrini rimanda ogni volta che appare in tv.

Va detto però che Laura è reduce da una tragedia che ha dell’incredibile. Nel giro di un anno – due anni fa – ha perso il padre, la madre, l’unica sorella e una zia, cui era legatissima, per un’identica, crudele malattia. Si resta basiti e verrebbe di abbracciarla. A starle accanto, per fortuna, c’è il catanese Vittorio Longhi, altro giornalista, suo compagno da anni e anima gemella: patito anche lui dei temi dell’emigrazione e collaboratore del gruppo De Benedetti. Accomiatandoci da lei, la lasciamo dunque in buone mani. g. perna giornale


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