Perché ogni bimbo esige un papà e una mamma
28 Gennaio 2012 by temis
Perché oggi parlare di madri e padri rappresenta un argomento sfidante? L’essere genitori parrebbe di primo acchito una delle esperienze esistenziali più note e condivise, una sorta di “universale” indiscusso e indiscutibile dell’umano. Eppure, attualmente, in un clima di individualismo e di relativismo, anche tale tema è ampiamente messo in questione. L’incremento dell’instabilità coniugale con la diffusione di famiglie monogenitoriali, l’esperienza della genitorialità sempre più vissuta come una scelta e un diritto individuale, la diffusione di forme familiari alternative e il dibattito sui diritti delle coppie omosessuali mettono in discussione l’affermazione da sempre condivisa secondo la quale «un bambino per crescere ha bisogno di un papà e di una mamma». Potremmo riassumere la sfida a cui maternità e paternità sono attualmente sottoposti in un paio di domande che paiono serpeggiare nel dibattito culturale odierno. Perché due genitori? E perché diversi? In prima battuta sarebbe già possibile rispondere a queste domande semplicemente osservando, dal punto di vista fenomenologico, come tutta la letteratura psicologica metta da sempre in evidenza il ruolo differenziale delle due figure genitoriali, mostrando come madri e padri giochino ruoli e funzioni diversi e complementari nell’educazione dei figli e nella trasmissione di competenze e valori. Se è vero – come è vero – che, per crescere, un individuo ha bisogno di fare esperienza della differenza, ossia di essere in grado di mettersi in rapporto, confrontarsi e imparare dall’altro, la non omologabilità delle funzioni del maschile e del femminile appare decisiva. Molte ricerche di psicologia dimostrano come, lungo il percorso di crescita dei figli, la compresenza di un “codice affettivo materno”, improntato alla cura, alla protezione e all’accoglienza incondizionata e di un “codice etico paterno”, espresso dalla responsabilità, dalla norma, dalla spinta emancipativa, siano fondamentali per garantire un’equilibrata evoluzione dell’identità personale. In particolare, è stata da sempre ampiamente sottolineata l’importanza di instaurare un buon legame di attaccamento con la madre, così come, soprattutto negli studi più recenti, è stata enfatizzata la centralità della funzione paterna man mano che il figlio cresce, a motivo della necessità di regole e di orientamento verso l’autonomia che, specie dall’adolescenza in poi, divengono fondamentali. Numerosi studi, inoltre, hanno mostrato in più occasioni come, in situazioni familiari peculiari caratterizzate dall’assenza di un genitore, o dalla carenza di una delle due funzioni genitoriali (specie con l’impallidimento della figura paterna, tipico del nostro contesto fondamentalmente “matrifocale”) si possano riscontrare non poche difficoltà, anche a lungo termine, per i figli. Eppure, qualcuno potrebbe obiettare, è possibile crescere senza un genitore: l’esperienza positiva di numerose famiglie in cui anche non per scelta, ma per un’avversità del destino, una figura genitoriale è venuta a mancare, testimonia che, pur nella fatica della perdita e dell’assenza, i figli possono crescere sani e sereni anche con la sola madre o il solo padre. La funzione “differenziante” può essere assunta anche da altre figure di riferimento, nonni, amici, reti di sostegno esterne, così come l’esercizio delle funzioni educative può essere condiviso con altri che non siano l’altro genitore. Le funzioni materna e paterna sono inoltre per alcuni aspetti interscambiabili: sempre più frequentemente si incontrano madri che esercitano alcuni aspetti della funzione paterna e viceversa padri che svolgono parte della funzione materna (per esempio aspetti legati all’accudimento), soprattutto oggi dove il rifiuto dei modelli normativi del passato conduce i padri ad allinearsi maggiormente alle modalità di relazione tipicamente femminili-materne (si parla a tal proposito di new nurturant fathers). LA CENTRALITA’ DELL’ORIGINE La questione va dunque posta a un altro livello. Il tema della “necessità” per l’umano di un paterno e di un materno, o meglio proprio di “quel padre” e di “quella madre”, implica uno spostamento di attenzione dal piano materiale-fenomenologico a un piano simbolico-antropologico e soprattutto impone un capovolgimento della prospettiva dal punto di vista dei genitori a quello del figlio. Se c’è un dato indiscutibile, su cui non si può obiettare, è che per nascere “quel figlio” ha bisogno di “quel padre” e di “quella madre”. Le differenze di genere e di generazione sono inscritte nella procreazione e sono metafora della vita psichica: è importante dunque partire non dalla coppia, ma dal figlio. Il figlio è sempre generato da due, e da due “diversi”, da un maschile e da un femminile, da due stirpi familiari, da due storie intergenerazionali e sociali. La differenza (di genere, di stirpe, di storia) non solo consente la procreazione, ma permette anche che nel tempo il figlio diventi a propria volta generativo da più punti di vista. L’incontro con l’altro da sé evidenzia il limite (tu sei quello che io non sono) e al tempo stesso la potenzialità dell’umano (solo insieme a te posso andare oltre me stesso), quindi aiuta a riconoscere ciò che si è e l’obiettivo per cui si è nati. Centrali diventano dunque i temi dell’origine, dell’identità e della generatività. Il figlio, per strutturare la propria identità personale, ha bisogno di riconoscersi nel suo punto di origine che è sempre frutto di uno scambio tra quel materno e quel paterno che lo hanno generato e che consentirà di inserirsi in una storia intergenerazionale e sociale, che lo renderà a propria volta generativo a livello biologico, psicologico e simbolico-culturale, ossia gli permetterà di realizzare pienamente se stesso e la sua umanità. Senza un’origine non c’è identità. Alla domanda «chi sono io?» non riusciamo a rispondere esaurientemente senza far riferimento alla nostra origine. Solo il semplice fatto di pronunciare il nostro nome e cognome ci fa risalire a chi il nome l’ha scelto per noi e ci ha inserito in un’appartenenza familiare. Ripartendo dal tema dell’origine, si capisce così che questo processo non può che riguardare sia una madre sia un padre. Se il parto è affidato interamente alle donne (per questo mater semper certa est), la nascita è rappresentata dal riconoscimento del padre, dalla nominazione (in nomine patris), dall’ingresso del nuovo nato nella famiglia come persona unica e irripetibile proprio perche “distinta”, “separata” e per questo “nominata”. Françoise Dolto afferma che è il padre a infondere a un atto biologico come la nascita un carattere propriamente “umano”; attraverso l’adozione simbolica del nuovo nato, il padre riconosce e umanizza la nuova vita nascente. La donna, dunque, mette al mondo, ma non genera da sola. Perché il processo della nascita sia compiuto occorre spostarsi da un piano puramente biologico a uno simbolico-sociale che il riconoscimento paterno e l’assegnazione del “nome del padre” consente di introdurre. È la madre che ospita la funzione paterna e ne consente l’esercizio. È fondamentale che nella relazione madre-figlio/a ci sia il riferimento a un terzo, il padre appunto. È il padre che istituisce la differenza/ differenziazione dall’originaria simbiosi con la madre (come ha sempre affermato la psicoanalisi) e, nominandolo, “taglia”, “separa” “de-finisce” il figlio sottraendolo dallo stato di onnipotenza e introducendo il senso del limite e contemporaneamente il senso e la direzione della sua crescita, favorendo così la sua piena umanizzazione. PROVOCAZIONI DELLA CULTURA CONTEMPORANEA In questa prospettiva concettuale e considerando le dimensioni essenziali della paternità e della maternità, la sfida e gli interrogativi che la società e la cultura contemporanea pongono alla genitorialità assumono un aspetto più radicale e complesso. A ben vedere, infatti, la messa in questione del senso della genitorialità non riguarda soltanto le nuove forme di vita familiare. Queste ultime rappresentano piuttosto la condizione empirico-fenomenologica che rende esplicito il tema, ma l’interrogativo circa la necessità per un figlio di accedere e di trattare mentalmente il rapporto con le proprie origini riguarda allo stesso modo le situazioni familiari più comuni o tradizionali. E anche all’interno di queste situazioni familiari ordinarie, dove cioè un figlio sperimenta in modo del tutto aproblematico la presenza di un padre e di una madre, diventa necessario riflettere su quanto le forme contemporanee della paternità e della maternità possano essere sfidate circa la loro funzione essenziale e messe alla prova dai modelli socioculturali emergenti. La riflessione e le ricerche sociologiche e psicosociali hanno da tempo, a questo proposito, messo in evidenza alcuni caratteri tipici della genitorialità contemporanea. Essi si inscrivono in un più complessivo e generalizzato processo di trasformazione sociale e culturale che ha prodotto un significativo cambiamento del modo stesso con cui sembra strutturarsi la mente e l’identità personale, segnata da un’accresciuta e ormai prevalente centratura sulla ricerca dell’affermazione individualistica del Sé e sulla prevalenza di istanze narcisistiche che inducono a una ricerca immediata e superficiale della soddisfazione personale. Tale assetto ha, ovviamente, delle ripercussioni sulle forme della genitorialità, principalmente in due sensi. In primo luogo, e questo è un cambiamento assai rilevante, l’accesso alla genitorialità risulta essere percepito come l’esito di uno specifico e deliberato atto di volontà, contrassegnato da tratti di intensa idealizzazione e da elevatissime aspettative di conferma del proprio valore personale, tanto da rendere poco tollerabile e riconoscibile l’irriducibile scarto che l’unicità della realtà personale del figlio porta con sé. Nell’esperienza genitoriale appare, in altre parole, sempre più diffuso il bisogno che il figlio sia conforme non solo all’immagine del “figlio desiderato”, ma che esso sostenga e confermi il senso che il diventare genitori assume nell’economia psichica del padre e della madre. Da qui, del resto, deriva la crescente legittimazione del “diritto alla genitorialità”, inteso non più come possibilità o disponibilità dell’adulto ad accogliere un figlio, ma come opzione del tutto incondizionata e soggetta unicamente alla libera scelta dell’adulto. Tale assetto psichico e culturale che, a prima vista, sembrerebbe produrre un rafforzamento della posizione del genitore rispetto al figlio, comporta in realtà anche un suo indebolimento, nel senso che amplifica gli aspetti di dipendenza del genitore nei confronti del figlio e riduce la sua capacità di porsi come guida autorevole, capace di tollerare le inevitabili frustrazioni e i conflitti che l’emergere dell’autentica e originaria realtà del figlio produce. Un secondo carattere dei processi più complessivi di trasformazione sociale e culturale che pare essere strettamente connesso alle forme contemporanee della genitorialità riguarda la difficoltà a riconoscere e tener conto del rilievo, tutt’affatto che semplice e lineare, ma piuttosto contrastato se non addirittura contraddittorio, che gli elementi di legame (e di vincolo) assumono nel determinare l’identità personale. Essi sono assai ricercati nella loro valenza funzionale e strumentale, sia sul piano interpersonale, sia sul piano sociale, ma assai meno riconosciuti nella loro valenza di significazione e di vincolo, poiché ciò è avvertito come un ostacolo o un limite all’affermazione delle proprie istanze individuali. In tal modo, però, si rischia di misconoscere l’essenza stessa della realtà genitoriale, che al contrario non può essere che strutturalmente relazionale, cioè fatta – come allude la sua etimologia – di vincolo (re-ligo) e di senso (re-fero). A questo proposito anche il pensiero psicologico, nonostante da molto tempo siano disponibili evidenze empiriche più che ragionevoli, contribuisce in molti casi a legittimare e rafforzare una visione sostanzialmente riduzionistica della realtà genitoriale, laddove continua ad attribuire un rilievo pressoché esclusivo al determinismo intrapsichico o, al più, al “modellamento” determinatosi nell’originaria interazione diadica con le figure di attaccamento. Al contrario, il fondamento dell’identità personale, a partire dal suo substrato genetico-biologico, non può che essere ricondotto a una struttura triadico-relazionale che, a sua volta, si inscrive in una più ampia concatenazione transgenerazionale. La genitorialità, in altre parole, non può che dispiegarsi in un “gioco a tre” e il fondamento dell’identità del figlio, in quanto figlio, non può che risolversi in un’unica e specifica collocazione spazio-temporale, cioè in un posto specifico all’interno della storia e della geografia familiare. E non si tratta, ovviamente, di una questione puramente materiale, ma prima di tutto mentale, dal momento che ogni posizione all’interno del “corpo familiare” è unica e raccoglie l’insieme dei significati, delle aspettative e dei desideri che, anche inconsapevolmente, si trasmettono e depositano attraverso le generazioni. Potersi misurare mentalmente con due genitori, nella loro essenziale unicità, e soprattutto potersi identificare e riconoscere nel legame, come elemento “terzo”, eccedente gli individui, è una condizione necessaria per parametrarsi in modo congruo e realistico con le proprie coordinate di origine o, detto diversamente, per dare un fondamento reale e non immaginario alla propria identità. A fronte di una cultura spesso spaventata dai limiti e dalla differenza – se non addirittura violenta – nei confronti di essi, avversa ai legami, centrata su valori individualistici e poco interessata a dare senso e a indicare obiettivi alle esperienze di vita delle persone, la famiglia, con le sue categorie di paternità, maternità, filiazione, propone dunque la sua sfida presentandosi – come affermano Eugenia Scabini e Vittorio Cigoli nei loro numerosi scritti sull’approccio relazionale simbolico – come il luogo per eccellenza dell’incontro-relazione tra le differenze fondative dell’umano (quelle tra genere, generazione e stirpi) e dunque orientato a un fine generativo, com’è propria dell’incontro tra differenze, sia sul piano biologico, sia su quello culturale. Per questola necessità di riconoscersi in un padre e in una madre è un’istanza originaria dell’umano e, al di là della presenza/assenza fisica delle due figure, il diritto inalienabile di chi è figlio, ciò che non può essere censurato e che pretende di essere rispettato è l’accessibilità almeno simbolica alla propria origine, il potersi riconoscere in un’appartenenza che da sempre e per sempre lo definirà come persona pienamente umana. di R. Iafrate e G. Tamanza «Vita e Pensiero» via bussolaquotidiana
Islam e piani di Dio (cristiano
28 Gennaio 2012 by temisVaticano corrotto
27 Gennaio 2012 by temisFurti nelle ville pontificie coperti dal direttore dei Musei Vaticani, monsignor Paolo Nicolini. E poi fatture contraffatte all’Università Lateranense a conoscenza addirittura dell’arcivescovo Rino Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio per l’evangelizzazione. E ancora: interessi del monsignore in una società che fa affari con il Vaticano ed è inadempiente per 2,2 milioni di euro.Ammanchi per centinaia di migliaia di euro all’Apsa – rivelati dal suo stesso presidente – e frodi all’Osservatore, rivelate da don Elio Torregiani, ex direttore generale del giornale. C’è tutto questo nella lettera che Il Fatto pubblica oggi. I toni e i contenuti sono sconvolgenti per i credenti che hanno apprezzato gli appelli del Papa. “Maria ci dia il coraggio di dire no alla corruzione, ai guadagni disonesti e all’egoismo” aveva detto nel giorno dell’Immacolata del 2006 Ratzinger.Eppure il Papa non ha esitato a sacrificare l’uomo che aveva preso alla lettera quelle parole: Carlo Maria Viganò, l’arcivescovo ingenuo ma onesto, approdato alla guida dell’ente che controlla le gare e gli appalti del Vaticano. La lettera di Viganò è diretta a “Sua Eminenza Reverendissima il cardinale Tarcisio Bertone, Segretario di Stato della Città del Vaticano”, praticamente al primo ministro del Vaticano. Quando scrive a Bertone l’8 maggio del 2011, Viganò è ancora il segretario generale del Governatorato.Ed è proprio dopo questa lettera inedita, e non dopo quella del 27 marzo già mostrata in tv da ‘’Gli intoccabili”, che Viganò viene fatto fuori. La7 si è occupata mercoledì scorso della lotta di potere che ha portato alla promozione-rimozione di Viganò a Nunzio apostolico negli Usa. L’arcivescovo-rinnovatore aveva trovato nel 2009 una perdita di 8 milioni di euro e aveva lasciato al Governatorato nel 2010 un guadagno di 22 milioni (34 milioni secondo altri calcoli).Nonostante ciò è stato fatto fuori da Bertone grazie all’appoggio del Papa e del Giornale di Berlusconi. A questa faida vaticana è stata dedicata buona parte della trasmissione condotta da Gianluigi Nuzzi che, nonostante lo scoop, si è fermata al 3,4% di ascolto. In due ore sono sfilati anche il direttore del Giornale Alessandro Sallusti, un uomo del Vaticano in Rai, Marco Simeon e il vice di Viganò al Governatorato, monsignor Corbellini. Sono state poste molte domande sulle lettere scritte prima e dopo ma non su quella dell’8 maggio che è sfuggita agli Intoccabili.Peccato perché proprio in questa lettera si trovano storie inedite che coinvolgono nella parte di testimoni o vittime di accuse anche diffamanti, gli ospiti di Nuzzi.E peccato anche perché nella lettera ci sono molte risposte (di Viganò ovviamente) ai quesiti posti da Nuzzi. Tipo: chi è la fonte del Giornale che ha scatenato la polemica tra Viganò e i suoi detrattori? Oppure: perché Viganò è stato cacciato? Probabilmente dopo la lettera che pubblichiamo sotto era impossibile per il Papa mantenere Viganò al suo posto.Il segretario del Governatorato non scriveva solo di false fatture e ammanchi milionari. Non lanciava solo accuse diffamatorie sulle tendenze sessuali dei suoi nemici ma soprattutto metteva nero su bianco i risultati di una vera e propria inchiesta di controspionaggio dentro le mura leonine. E non solo spiattellava i risultati, (tipo: la fonte del Giornale è monsignore Nicolini che vuole prendere il mio posto. O peggio: Monsignor Nicolini ha contraffatto fatture e defraudato il Vaticano) ma sosteneva che le sue fonti erano personaggi di primissimo livello come don Torregiani, monsignor Fisichella e monsignor Calcagno.Infine minacciava: “I comportamenti di Nicolini oltre a rappresentare una grave violazione della giustizia e della carità sono perseguibili come reati, sia nell’ordinamento canonico che civile, qualora nei suoi confronti non si dovesse procedere per via amministrativa, riterrò mio dovere procedere per via giudiziale”. Una minaccia ancora valida nonostante l’oceano separi l’arcivescovo dalla Procura. Anche perché il telefonino di Viganò continua a squillare a vuoto. m.lillo fattoquotidiao
CARTE DI CREDITO FATTURE FALSE TRAFFICI E COMPLOTTI
Da “il Fatto quotidiano”
Domenica, 8 maggio 2011 Sua Eminenza Reverendissima Il Sig. Card. Tarcisio Bertone, Segretario di Stato Città del Vaticano.
Nella lettera riservata che Le avevo indirizzato il 27 marzo 2011, che affidai personalmente al Santo Padre attesa la delicatezza del suo contenuto, affermavo di ritenere che il cambiamento cosi radicale di giudizio sulla mia persona che Vostra Eminenza mi aveva mostrato nell’Udienza del 22 marzo scorso non poteva essere frutto se non di gravi calunnie contro di me ed il mio operato (….)ed ora, dopo le informazioni di cui sono venuto in possesso, anche in sincero e fedele sostegno all’opera di Vostra Eminenza, a Cui è affidato un incarico così oneroso ed esposto a pressioni di persone non necessariamente ben intenzionate (….) con tale spirito di lealtà e fedeltà che reputo mio dovere riferire a Vostra Eminenza fatti e iniziative di cui sono totalmente certo, emerse in queste ultime settimane, ordite espressamente al fine di indurre Vostra Eminenza a cambiare radicalmente giudizio sul mio conto, con l’intento di impedire che il sottoscritto subentrasse al Card. Lajolo come Presidente del Governatorato, cosa in Curia da tempo a tutti ben nota. Persone degne di fede hanno infatti spontaneamente offerto a me e S.E. Mons. Corbellini, Vice Segretario Generale del Governatorato, prove e testimonianze dei fatti seguenti:
1 - Con l’avvicinarsi della scadenza di detto passaggio di incarichi al Governatorato, nella strategia messa in atto per distruggermi agli occhi di Vostra Eminenza, vi è stata anche la pubblicazione di alcuni articoli, pubblicati su Il Giornale, contenenti calunniosi giudizi e malevole insinuazioni contro di me. Già nel marzo scorso, fonti indipendenti , tutte particolarmente qualificate – il Dott. Giani (Domenico Giani, ex finanziere ed ex agente dei servizi segreti italiani nel Sisde poi nominato direttore dei servizi di sicurezza e Ispettore Capo della Gendarmeria del Vaticano Ndr) il Prof. Gotti Tedeschi (Ettore Gotti Tedeschi, presidente dello IOR, l’istituto finanziario del Vaticano, Ndr) il Prof. Vian (Gian Maria Vian, direttore dell’Osservatore Romano Ndr) e il Dott. Andrea Tornielli, all’epoca Vaticanista di Il Giornale, – avevano accertato con evidenza uno stretto rapporto della pubblicazione di detti articoli con il Dott. Marco Simeon, almeno come tramite di veline provenienti dall’interno del Vaticano.A conferma, ma soprattutto a complemento di tale notizia, è giunta a S.E. Mons. Corbellini e a me la testimonianza, verbale e scritta, del Dott. Egidio Maggioni (ex presidente della società pubblicitaria SRI, Socially Responsible Italia Spa in rapporti di affari con il Vaticano Ndr), persona ben introdotta nel mondo dei media, ben conosciuta e stimata in Curia, fra gli altri, dal Dott. Gasbarri (direttore amministrativo di Radio Vaticana, Ndr), da S.E. Mons. Corbellini e da Mons. Zagnoli, già responsabile del Museo Etnologico-Missionario dei Musei Vaticani.Il Dott. Maggioni ha testimoniato che autore delle veline provenienti dall’interno del Vaticano è Mons. Paolo Nicolini, Delegato per i Settori amministrativo-gestionali dei Musei Vaticani. La testimonianza del Dott. Maggioni assume un valore determinante in quanto egli ha ricevuto detta informazione dallo stesso Direttore de Il Giornale, Sig. Alessandro Sallusti, con il quale il Maggioni ha una stretta amicizia da lunga data.
2 - L’implicazione di Mons. Nicolini, particolarmente deplorevole in quanto sacerdote e dipendente dei Musei Vaticani, è confermata dal fatto che il medesimo Monsignore, il 31 marzo scorso, in occasione di un pranzo, ha confidato al Dott. Sabatino Napolitano, Direttore dei Servizi Economici del Governatorato, nel contesto di una conversazione fra appassionati di calcio, che prossimamente oltre che per la vittoria del campionato da parte dell’lnter (previsione errata purtroppo, Ndr), si sarebbe festeggiata una cosa ben più importante, cioè la mia rimozione dal Governatorato. (…)
3 - Sul medesimo Mons. Nicolini sono poi emersi comportamenti gravemente riprovevoli per quanto si riferisce alla correttezza della sua amministrazione, a partire dal periodo presso la Pontificia Università Lateranense, dove, a testimonianza di S.E. Mons. Rino Fisichella (presidente del Pontificio consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione Ndr) furono riscontrate a suo carico: contraffazioni di fatture e un ammanco di almeno settantamila euro.Cosi pure risulta una partecipazione di interessi del medesimo Monsignore nella Società SRI Group, del Dott. Giulio Gallazzi, società questa attualmente inadempiente verso il Governatorato per almeno due milioni duecentomila euro e che, antecedentemente aveva già defraudato L’Osservatore Romano, come confermatomi da Don Elio Torreggiani (direttore generale della Tipografia Vaticana Ndr) per oltre novantasettemila Euro e I’A.P.S.A., per altri ottantacinquemila, come assicuratomi da S.E. Mons. Calcagno (presidente dell’Apsa, l’Amministrazione del Patrimonio della Santa Sede, Ndr). Tabulati e documenti in mio possesso dimostrano tali affermazioni e il fatto che Mons. Nicolini è risultato titolare di una carta di credito a carico della suddetta SRI Group, per un massimale di duemila e cinquecento euro al mese.
4 - Altro capitolo che riguarderebbe sempre Mons. Nicolini concerne la sua gestione ai Musei Vaticani. (…) volgarità di comportamenti e di linguaggio, arroganza e prepotenza nei confronti dei collaboratori che non mostrano servilismo assoluto nei suoi confronti, preferenze, promozioni e assunzioni arbitrarie fatte a fini personali; innumerevoli sono le lamentele pervenute ai Superiori del Governatorato da parte dei dipendenti dei Musei (…).
5 - Poiché i comportamenti sopra descritti di Mons. Nicolini, oltre a rappresentare una grave violazione della giustizia e della carità, sono perseguibili come reati, sia nell’ordinamento canonico che civile, qualora nei suoi confronti non si dovesse procedere per via amministrativa, riterrò mio dovere procedere per via giudiziale.
6 - Per quanto riguarda il Dott. Simeon, pur essendo per me più delicato parlarne atteso che dai media risulta essere persona particolarmente vicina a Vostra Eminenza, non posso tuttavia esimermi dal testimoniare che, da quanto personalmente sono venuto a conoscenza in qualità di Delegato per le Rappresentanze Pontificie, il Dott. Simeon risulta essere un calunniatore (nel caso a mia precisa conoscenza, di un sacerdote) e che lui stesso è OMISSIS Ndr. Tale sua OMISSIS, Ndr mi è stata confermata da Prelati di Curia e del Servizio Diplomatico. Su questa grave affermazione che faccio nei confronti del Dott. Simeon sono in grado di fornire i nomi di chi è a conoscenza di questo fatto, compresi Vescovi e sacerdoti.
7 - A tale azione di denigrazione e di calunnie nei miei confronti ha contribuito anche il Dott. Saverio Petrillo, che si è sentito ferito nel suo orgoglio per un’inchiesta condotta dalla Gendarmeria Pontificia – atto questo dovuto a seguito di un furto avvenuto l’anno scorso nelle Ville Pontificie di cui il medesimo Dott. Petrillo non aveva informato né i Superiori del Governatorato né la Gendarmeria.
A provocare poi una sua ulteriore reazione contro di me, è stata la decisione presa dal Presidente Cardinale Lajolo (e non da me), di affidare la gestione delle serre delle Ville al Sig. Luciano Cecchetti, Responsabile dei Giardini Vaticani, con l’intento di creare una sinergia fra le esigenze di questi ultimi e le risorse disponibili nelle Ville Pontificie, il cui debito di gestione annuale raggiunge i 3 milioni e mezzo di euro.
8 - Non stupirebbe poi nessuno se anche qualche altro Direttore del Governatorato avesse voluto formulare delle critiche nei miei confronti, attesa l’azione incisiva di ristrutturazione, di contenimento degli sprechi e delle spese, da me operata secondo i criteri di una buona amministrazione, le indicazioni datemi dal Cardinale Presidente e i consigli gestionali della società consulente McKinsey.
Non ho tuttavia prove in tale senso (…) Ritengo quanto sopra esposto sufficiente per dissipare le menzogne di quanti hanno inteso capovolgere il giudizio di Vostra Eminenza sulla mia persona, sull’idoneità a che abbia a continuare la mia opera al Governatorato (….) Ho ritenuto mio dovere farlo, animato dallo stesso sentimento di fedeltà che nutro verso il Santo Padre.
Ale-danno inaugura i lavori in corso di piazza Cavour
26 Gennaio 2012 by temisennesimo bluff della giumnta capitolina. alemanno ha inagurato il parcheggio a piazza cavour. solo che sarà pronto fra due mesi…ale-danno, come lo chiama dagospia, ne ha fatta un’altra delle sue. temis
Tu difendi il mondo che ami… sic
26 Gennaio 2012 by temisgli avvocati difendono i tuoi diritti. tu difendi il mondo che ami – quella che avete letto è la pubblicità a pagamento con la quale il consiglio nazionale forense protesta sui giornali per le misure che il governo ha o intende intraprendere per la riforma della professione. il mondo che ami: e poi si chiedono come mai le professioni siano nell’occhio del ciclone…. temis
Sull’Ungheria è in gioco la sovranità popolare
25 Gennaio 2012 by temisUn milione o, sicuramente, diverse centinaia di migliaia di Ungheresi (la popolazione è di 10 milioni) il 21 gennaio è sceso in piazza a sostegno di Orban. I medi occidentali però hanno ignorato la notizia, mentre avevano dato grande spazio alla protesta della opposizione che, dopo le modifiche della costituzione, aveva portato in piazza alcune decine di migliaia di cittadini. Un clamoro caso di censura o di autocensura. Occorre seguire attentamente quando sta accadendo in Ungheria. Le riforme di Orban sono osteggiate dagli USA e dalla UE, ma resta il fatto che sono state approvate da un parlamento democraticamente eletto dal 52 per cento degli aventi diritto. Aventi diritto che scendendo il 21 gennaio in piazza hanno dimostrato di condividere l’operato del Parlamento. Anche Hitler è stato eletto democraticamente, non lo dimentichiamo. Ma non possiamo non rilevare che il popolo è sovrano e ha il diritto di scegliere la propria costituzione. Paradossalmente. anche una svolta autoritaria (attenzione: autoritaria, non dittatoriale, il discrimen è sottile, ma c’è), se assunta secondo le regole di diritto, è ammissibile. Democrazia è consentire al popolo di decidere di optare anzitutto per il regime che vuole. In Inghilterra c’è la monarchia, uno scandalo per la Francia. Perchè non dovrebbe accettarsi l’idea di uno stato autoritario? l’importante è che al popolo venga garantito di cambiare idea e tornare, con le votazioni, a forme più democratiche. In altri termini, a nostro avviso, la democrazia non trova espressione nel regime, ma nel diritto del popolo di scegliere e, se del caso, cambiare il regime che lo ordina. Temis.
Ma l’Islanda ha vinto!
24 Gennaio 2012 by temisLuogo dell’anima, sogno di molte infanzie, una sorta di terra sacra. Esploratori, monaci, viaggiatori solitari, artisti e poeti, in tantissimi hanno sognato prima o poi di mettere piede su questa landa piena di fiordi e steppe, elfi e pietre runiche, dove risuonano antiche saghe e una millenaria geometria naturale ogni cosa stratifica. Guardando l’Islanda dall’alto, un’isola sola nell’Atlantico, sfigurata da fessure da cui sono eruttate immense colate laviche, viene da chiedersi com’è possibile che la crisi economica mondiale sia partita da qui, da questa frazione di territorio grande un terzo dell’Italia, abitata da sole 320mila anime, un luogo che sembrerebbe lontano da ogni presenza umana, innocente, incontaminato, quasi inaccessibile a parole come spread, crack, rating.Eppure, il rischio-default che in questi mesi spaventa l’Europa intera ha avuto inizio proprio qui, con l’indebitamento delle banche islandesi verso i paesi esteri, Inghilterra e Olanda, soprattutto. Tre anni fa la situazione era estremamente delicata ed è stata necessaria una “rivoluzione silenziosa” per evitare un disastro sociale. Opponendosi all’ipotesi di un salvataggio da parte della Bce e dell’Fmi, o a cessioni della propria sovranità a nazioni straniere, gli islandesi sono riusciti a convincere le istituzioni che il debito non è un’entità sovrana in nome della quale è legittimo sacrificare un’intera nazione e che i cittadini non dovevano pagare per gli errori di un manipolo di finanzieri. Questo ha portato alle dimissioni del governo e alla nazionalizzazione della maggioranza degli istituti bancari, oltre all’arresto dei banchieri che avevano spinto il paese alla bancarotta.Atterrati al piccolo aeroporto Keflavik, a pochi chilometri dalla capitale Reykjavik, noleggiamo un fuoristrada per muoverci sulle strade sterrate dell’isola. Il paesaggio è lunare: pietre laviche ovunque e fumi di gas che salgono da terra; non c’è un solo albero, solo linee essenziali con geometrie senza angoli che salgono e scendono dolcemente. Il metro di misura è l’infinito. Siamo sulla Ring Road, la strada principale dell’Islanda, l’unica interamente asfaltata, che percorre ad anello l’intera isola e sembra attraversare un paesaggio preistorico.Lungo la strada, tuttavia, in mezzo ad ammassi di rocce scure, appaiono grandi tubi metallici che viaggiano paralleli a noi sputando vapore acqueo. Sono le condutture di una delle tante centrali geotermiche islandesi, precisamente quella di Svartsengi, una delle più importanti, vicino al complesso termale Blue Lagoon: una piscina naturale all’aperto, contornata da nere rocce laviche, frequentata ogni anno da migliaia di visitatori convinti di uscire ringiovaniti da quelle acque minerali dense di silice scivoloso. Incontreremo spesso queste centrali, con quei tubi lucidissimi che sembrano eliminatori di scorie radioattive, ma che in realtà producono solo energia naturale.Colpisce il contrasto tra la dimensione primordiale della natura e l’avanzatissima tecnologia di cui dispone l’Islanda, che da decenni è riuscita a sfruttare al meglio le risorse della propria terra, senza per questo compromettere l’equilibrio ambientale. L’energia geotermica è una risorsa fondamentale, grazie alla quale quest’isola minuscola, che confina con il circolo polare artico, è diventata uno dei Paesi più ricchi al mondo: dopo lo spaventoso default finanziario, l’indipendenza energetica ha contribuito ad avviare quella rapida ripresa economica che sta diventando un modello per tutto l’Occidente.Un altro aspetto che colpisce è il legame sottile e profondo che unisce la natura di questo luogo con lo spirito di chi lo abita. Thomas Mann scriveva che la patria ideale del sentimento era “nordica”, ritrosa interiorità sensibile capace di raccogliersi nel minimo e nel vicino, nell’intimità della casa sperduta in un paesaggio solitario. E l’Islanda è proprio questo: una terra che insegna a svuotare la vita di ogni superfluo, a toglierle ogni oncia di grasso sentimentale.Un luogo, in particolare, sembra riassumere questo spirito, uno dei più misteriosi dell’Islanda: il lago glaciale dello Jökulsárlón, dove gli iceberg si staccano ripetutamente dal fronte del Vatnajökull, il più grande ghiacciaio d’Europa. Ci arriviamo percorrendo la Ring Road, a sud dell’isola, poco distante dalla cittadina di Höfn. Massi di ghiaccio si schiantano in acqua spostandosi inesorabilmente verso il mare. La vista lascia senza fiato: una specie di laguna fredda, scura, senza vegetazione. È come se un pezzo di Polo Nord si fosse staccato e avesse deciso di stabilirsi qui. Architetture poliformi abitano questo luogo, il ghiaccio si colora di azzurro quando la luce lo attraversa con una certa angolazione e si annerisce quando la lava entra negli interstizi. Gli iceberg, sospinti dal vento fortissimo, si muovono in continuazione. Si ammassano insieme, collidendo e assestandosi, oppure si sparpagliano all’interno dello Jökulsárlón. È uno spettacolo che rivela tutta la forza misteriosa della natura: un’immensità che sembra volerci risucchiare dentro le sue fauci. Non a caso Leopardi, nel suo famoso “Dialogo”, fa incontrare la Natura al suo islandese, raffigurandola come una figura femminile di enormi proporzioni “di volto mezzo tra bello e terribile”, indifferente all’inerme viaggiatore.Ai piedi del Vatnajökull la temperatura è polare. Saliamo su una specie di anfibio, ovvero un grosso camion che, a contatto con l’acqua, non usa più le ruote ma pinne retrattili. L’aria è tersa, i colori incredibili. L’acqua vira al turchese, dà un’impressione di assoluta trasparenza. Il camion diventato barca sfiora gli iceberg, alcuni raccolti l’uno accanto all’altro come per proteggersi. Questi massi di ghiaccio, visti da vicino, assumono i colori e le forme più diversi: un bianco folgorante, con profili che ricordano le montagne himalaiane, frastagliati, tozzi, appuntiti e grandiosi. Dall’acqua ogni tanto fanno capolino testoline scure di foche che riposano sulla costa vicina.Benché possa sembrare un prodotto dell’ultima glaciazione, la laguna si è formata soltanto 75 anni fa e cresce a ritmi consistenti a causa del repentino ritirarsi del ghiacciaio. La laguna è piena di turisti, segno che la ripresa economica è in atto, dopo la grande crisi. È come se gli abitanti avessero deciso di uscire dalle difficoltà economiche con il bene più prezioso di cui dispongono, la natura.Non a caso, qualche mese fa la popolazione è insorta contro un magnate immobiliare cinese che aveva offerto l’equivalente di circa 70 milioni di euro per acquistare 300 chilometri quadrati di deserto islandese: il suo obiettivo era la costruzione di un gigantesco resort fatto di ville, alberghi e campo da golf. Il progetto non è andato in porto.Ma l’Islanda sa che deve tenere sempre la guardia alta: la sua è una posizione strategica, soprattutto a causa dello scioglimento dei ghiacciai, che aprono nuove vie marittime e rendono le risorse minerarie della regione più accessibili. Molti Paesi, in particolare la Cina, vedono nell’Islanda un potenziale hub per il commercio globale delle merci, soprattutto asiatiche. Questo è un altro dei possibili rischi del disastro economico che ha investito l’Islanda: la svendita del patrimonio naturale “per fare cassa”. Ma questo è un Paese abituato alle bufere e ai terremoti e i discendenti degli esploratori vichinghi hanno temprato il loro coraggio e la loro saldezza aggrappandosi a questa terra rude, superando con tenacia colonizzazioni, carestie ed eruzioni.Di recente qualcuno ha definito l’Islanda la “nuova Atene” (paragonandola alla capitale della grande civiltà antica, non certo alla Grecia di oggi), per la straordinaria rivoluzione democratica e pacifica che ha intrapreso, un Paese in cui la nuova carta costituzionale è stata scritta con il coinvolgimento di tutti gli abitanti, usando come mezzo anche i social network: su Facebook, il lavoro della Commissione Costituzionale è stato vagliato, discusso e modificato grazie alla partecipazione attiva dei cittadini che potevano esprimere la loro opinione liberamente.“Ho capito per la prima volta cosa davvero significa la parola democrazia. Avere contribuito a scrivere la Carta, oltre a riempirmi di orgoglio, mi fa sentire molto responsabile verso il mio Paese e verso la libertà della mia gente”, dice una ragazza, dal nome impronunciabile, incontrata in uno dei tanti locali della capitale Reykjavik.Gli investitori internazionali sono tornati ad avere fiducia in questo Paese, a dimostrazione che le linee economiche dettate da Fmi e le analisi delle società di rating non sono dogmi. In fondo quest’isola, squassata da terremoti e scolpita dalle eruzioni è la terra più giovane del mondo e non ha cessato di ingrandirsi in balia della tettonica e dell’espansione dei fondi oceanici. E i suoi abitanti sono consapevoli di appartenere a un mondo imperfetto, tanto che sono loro stessi i primi a dire di essere solo al quinto giorno della creazione, geologica quanto civile, di quest’isola incompiuta. c. benigni Fonte: http://www.nazioneindiana.com/2012/01/23/la-rivoluzione-silenziosa-che-ha-salvato-lislanda/ via megachip NOTA DI MEGACHIP L’articolo descrive bene la solida dignità che ha impedito all’Islanda di precipitare nella spirale insensata da cui sono attratti e travolti altri paesi, in primis la Grecia. Tuttavia va precisato che a Reykjavík non sono riusciti ad evitare l’abbraccio del Fondo Monetario Internazionale, che invece è intervenuto con un ruolo non secondario. Potremmo dire che la “rivoluzione islandese” è attraente perchè si è dimostrata una concreta alternativa al “pensiero unico”, ma che non va mitizzata.
Il movimento dei forconi è il riscatto del Sud
19 Gennaio 2012 by temisLi ho incontrati alla scuola di politica di Filaga sui monti Sicani. Mi dissero: siamo alla disperazione, pronti alle armi, ci manca solo un leader.Ed io risposi: guardate che non ho fatto neanche il militare!Non rivogliono il Regno delle due Sicilie ma sono stanchi di essere depredati e di recitare il ruolo di “Bancomat d’Italia”.In Sicilia il Movimento dei Forconi blocca la regione. I giornali ignorano il fatto. E c’è chi ipotizza strani legami politici dietro queste proteste. Lei cosa ne pensa?Ogni volta che il Sud protesta, e vi assicuro che ha tonnellate di ragioni per farlo, si trova sempre qualche motivo per infamare le ragioni della protesta. Io a questo movimento ho dedicato un capitolo del mio ultimo libro “Giù al sud”, quando non ne parlava nessuno. Li avevo incontrati alla scuola di politica di Filaga sui monti Sicani, creata da padre Ennio Pintacuda, e avevo scoperto un mondo di cui l’Italia non sa nulla, perché se il Sud non è mafia, non è camorra, non è notizia.Mi raccontarono che in 3 anni, su 200 mila aziende agricole, 50 mila erano state sequestrate, messe all’asta; mi raccontarono di gente che da generazioni coltivava quelle terre, che era scomparsa dall’oggi al domani in silenzio per pudore…tragedie vissute nel silenzio, all’interno delle famiglie. Qualcuno mi si avvicinò e mi disse: noi siamo alla disperazione, pronti alle armi, ci manca solo un leader e io risposi: guardate che non ho fatto neanche il militare!
Questo è emblematico del grado di disperazione di questa gente. Il Regno delle due Sicilie era ricchissimo. Poi l’impoverimento, la fuga del Sud. Un’emigrazione che continua anche oggi. Perché?
Ci sono almeno tre argomenti enormi nella sua domanda. Il primo, è l’impoverimento del Sud, un territorio che è esistito per oltre 700 anni con quei confini, con quella gente, e che il Regno delle due Sicilie ereditò e poi gestì per 127 anni. Per chi voglia fare dei paragoni, 127 anni è più di quanto è durato il Regno d’Italia, 85 per i Savoia, è più di quanto è durata la Repubblica italiana, è quasi quanto sono durati il Regno d’Italia e la Repubblica italiana messi insieme. Quella era una dinastia divenuta autoctona, perché creò le prime aree industriali in Italia: basta andarsi a leggere i documenti de “L’ Invenzione del mezzogiorno” scritto da Nicola Zitara, e anche tanti altri libri. L’invasione del sud con annessione comportò la distruzione dell’economia del Sud, la chiusura dei più grandi stabilimenti siderurgici d’Italia che erano in Calabria, l’eccidio, con sparatorie, delle maestranze che volevano impedirlo, la devastazione delle più grandi e efficienti officine meccaniche d’Italia che erano nel napoletano, l’asportazione dei lingotti d’oro, della ricchezza del Regno delle due Sicilie. Tutto questo comportò una ventina d’anni dopo, oltre alla reazione armata di quelli che furono chiamati briganti, che agivano per difendere il proprio paese, l’abbandono della propria terra da parte dei meridionali, un fatto questo che non era mai accaduto in decine di millenni. L’emigrazione dal sud, secondo varie stime, ha portato via 20/25 milioni di meridionali in 90 anni. Rispetto al passato oggi è cambiato poco o nulla. Un esempio? Il Comitato interministeriale di programmazione economica divide le quote da sbloccare, che spesso sono soldi destinati al sud, per 200 quote e destina 199 quote al nord e una al sud. Con Monti le quote, anche perché i soldi sono diminuiti, sono state circa 40, di cui 39 al nord e una al sud e in tutto il programma di Monti non c’è una parola per il sud. E poi ci si meraviglia delle proteste? I cittadini del Sud vogliono solo rispetto, attenzione ed essere considerati alla pari degli altri cittadini di questo paese. Del movimento dei forconi fanno parte anche i pastori sardi, guidati da Felice Floris. Ricordo che quando ci furono 100 mila forme di parmigiano invendute, l’allora governo a trazione leghista le fece acquistare con i soldi destinati al mezzogiorno; quando ci fu il pecorino invenduto per i sardi, l’allora governo mandò la polizia a spaccare le teste dei sardi a randellate in Sardegna, e quando i sardi presero il traghetto per andare a Roma, li aspettarono sul molo a Civitavecchia a spaccargli le teste preventivamente, prima ancora che arrivassero nella Capitale a manifestare. I soldi che hanno usano per il parmigiano erano stati stanziati per il sud! Poi ci si meraviglia se la gente si organizza…In Sicilia il movimento dei forconi ha cominciato a protestare dopo l’ennesimo suicidio di un signore che si è lanciato dalla sua terrazza con una corda legata al collo. E’ ipotizzabile che la crisi economia spazzi via l’Italia e riporti ad assetti pre-unitari?Queste sono sciocchezze che tendono a nascondere la serietà e la profondità delle argomentazioni per cui il sud protesta.
Dal Meridione sono andati via negli ultimi 10 anni 700 mila giovani laureati. In qualsiasi paese qualunque governo di destra o di sinistra si sarebbe occupato di questo problema. La verità è che nessuno lo vuole risolvere, perché questo è un affare per una parte del paese. Solo per far studiare i suoi figli e poi regalarli al nord, il sud spende circa 3 miliardi di Euro all’anno. Come dimostrano gli studi fatti sull’argomento, formare un laureato costa dalle scuole materne alla laurea 300 mila Euro, ma per quelli fuori sede la cifra aumenta di circa 100 mila. 23 mila studenti meridionali ogni anno si spostano al nord, fate voi i conti. Una laurea dura in genere, sono calcoli de “Il Sole 24 ore” circa 7 anni, moltiplicate per 7 e avrete il salasso del sud a favore del nord per regalargli una classe dirigente a proprie spese. Questo solo per l’istruzione. Poi pensiamo ai trasporti: sono stati cancellati da un improponibile, impresentabile amministratore delegato delle Ferrovie dello Stato tutti, ma proprio tutti, i treni diretti sud – nord, il paese è stato spezzato in due nell’anno del 150° anniversario della cosiddetta unità. E ancora, il 90% degli aerei che partono dal sud deve pagare pedaggio a Malpensa, solo per far vivere un aeroporto che non doveva esistere. Per andare da Palermo a Tunisi bisogna prendere l’aereo per Malpensa e poi da Malpensa andare a Tunisi. Dovrà finire questa porcheria!
Un ultimo aneddoto, che ho raccontato nel mio libro “Terroni”: alcuni miei amici di Bari per andare a Milano si vedevano costretti a pagare all’Alitalia un biglietto più costoso del Bari -New York. Allora, per risparmiare, compravano il biglietto per New York, arrivavano a Malpensa, scendevano, strappavano il biglietto e andavano a Milano! Il sud è il Bancomat d’Italia, continuamente insultato con l’epiteto di “ladro”. In realtà, è l’unico caso al mondo nella storia dell’umanità di un ladro che più ruba e più si impoverisce, di un derubato che più viene derubato e più si arricchisce. Ci sarà qualcosa di strano? p. aprile cadoinpiedi
Il Crocifisso al centro dell’altare
19 Gennaio 2012 by temisIl Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica, al n. 218, pone la domanda: «Che cos’è la liturgia?»; e risponde:«La liturgia è la celebrazione del Mistero di Cristo e in particolare del suo Mistero pasquale. In essa, mediante l’esercizio dell’ufficio sacerdotale di Gesù Cristo, con segni si manifesta e si realizza la santificazione degli uomini e viene esercitato dal Corpo mistico di Cristo, cioè dal Capo e dalle membra, il culto pubblico dovuto a Dio».Da questa definizione, si comprende che al centro dell’azione liturgica della Chiesa c’è Cristo, Sommo ed Eterno Sacerdote, ed il suo Mistero pasquale di Passione, Morte e Risurrezione. La celebrazione liturgica deve essere trasparenza celebrativa di questa verità teologica. Da molti secoli, il segno scelto dalla Chiesa per l’orientamento del cuore e del corpo durante la liturgia è la raffigurazione di Gesù crocifisso.La centralità del crocifisso nella celebrazione del culto divino risaltava maggiormente in passato, quando vigeva la consuetudine che sia il sacerdote che i fedeli si rivolgessero durante la celebrazione eucaristica verso il crocifisso, posto al centro, al di sopra dell’altare, che di norma era addossato alla parete. Per l’attuale consuetudine di celebrare «verso il popolo», spesso il crocifisso viene oggi collocato al lato dell’altare, perdendo così la posizione centrale.L’allora teologo e cardinale Joseph Ratzinger aveva più volte sottolineato che, anche durante la celebrazione «verso il popolo», il crocifisso dovrebbe mantenere la sua posizione centrale, essendo peraltro impossibile pensare che la raffigurazione del Signore crocifisso – che esprime il suo sacrificio e quindi il significato più importante dell’Eucaristia – possa in qualche maniera essere di disturbo. Divenuto Papa, Benedetto XVI, nella prefazione al primo volume delle sue Gesammelte Schriften, si è detto felice del fatto che si stia facendo sempre più strada la proposta che egli aveva avanzato nel suo celebre saggio “Introduzione allo spirito della liturgia”. Tale proposta consisteva nel suggerimento di «non procedere a nuove trasformazioni, ma porre semplicemente la croce al centro dell’altare, verso la quale possano guardare insieme sacerdote e fedeli, per lasciarsi guidare in tal modo verso il Signore, che tutti insieme preghiamo».Il crocifisso al centro dell’altare richiama tanti splendidi significati della sacra liturgia, che si possono riassumere riportando il n. 618 del Catechismo della Chiesa Cattolica, un brano che si conclude con una bella citazione di santa Rosa da Lima: «La croce è l’unico sacrificio di Cristo, che è il solo “mediatore tra Dio e gli uomini” (1 Tm 2,5). Ma, poiché nella sua Persona divina incarnata, “si è unito in certo modo ad ogni uomo” (Conc. Ecum. Vat. II, Gaudium et spes, 22) egli offre “a tutti la possibilità di venire in contatto, nel modo che Dio conosce, con il mistero pasquale” (ibid.). Egli chiama i suoi discepoli a prendere la loro croce e a seguirlo (cf. Mt 16,24), poiché patì per noi, lasciandoci un esempio, perché ne seguiamo le orme (cf. 1 Pt 2,21). Infatti egli vuole associare al suo sacrificio redentore quelli stessi che ne sono i primi beneficiari (cf. Mc 10,39; Gv 21,18-19; Col 1,24). Ciò si compie in maniera eminente per sua Madre, associata più intimamente di qualsiasi altro al mistero della sua sofferenza redentrice (cf. Lc 2,35). “Al di fuori della croce non vi è altra scala per salire al cielo” (santa Rosa da Lima; cf. P. Hansen, Vita mirabilis, Louvain 1668)».Fonte: Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del PapaPubblicato su BASTABUGIE n.228



