L’esercito contro i terroristi, perchè?

14 Maggio 2012 by temis

E’ tornato il terrorismo. Il governo annuncia l’intervento dell’esercito. Sicuramente Monti & C. dispongono di notizie riservate. Ma il ricorso all’esercizio ci sembra un pò prematuro. Non ci piace. Perchè l’Italia ha affrontato senza esercito ben altri disordini. Perchè il ministro della difesa è un ammiraglio e quello dell’interno un prefetto…TEMIS (di seguito riportiamo un vecchio post)

Scatenare la piazza con le liberalizzazioni, perchè?

L’obiettivo è rilanciare la crescita del paese. lo strumento sono le liberalizzazioni. c’è allora da chiedersi come mai il governo Monti abbia deciso di partire proprio con i taxi. è difficile immaginare che la liberalizzazione dei taxi possa rilanciare l’economia. ma tutti sanno che la liberalizzazione dei taxi blocca ed infiamma le piazze. se si vuole partire scatenando il conflitto sociale i taxi sono un ottimo punto di partenza. ma allora perchè intestardirsi? perchè fomentare la piazza, quando quasi ogni giorno ci sono minacce o attentati ad equitalia? in un governo nel quale il ministro della difesa è un ammiraglio e un prefetto è ministro dell’interno, fossimo complottisti, ci chiederemmo: miopia o calcolo politico? temis

Il capitalismo di Stato sostituirà quello del libero mercato (by Hobsbawm)

12 Maggio 2012 by temis

La notizia della morte del capitalismo è per lo meno prematura, il sistema economico sociale che da alcune centinaia di anni regge il mondo non è neanche malato, e basta guardare la Cina per convincersene e per leggere il futuro. In Oriente masse di contadini entrano nell’universo del lavoro salariato, lasciano il mondo rurale e diventano proletari. È nato un fenomeno nuovo, inedito nella storia: il capitalismo di Stato, dove alla vecchia borghesia illuminata, creativa, anche se rapace – come la descriveva Marx nel “Manifesto comunista” – sono subentrate istituzioni pubbliche. Insomma, non siamo all’apocalisse e nessuna rivoluzione è dietro la porta, semplicemente il capitalismo sta cambiando pelle. Eric Hobsbawm scende con una specie di montacarichi dalla ripida scala della sua casa di Highgate a Londra, non lontano dal luogo in cui riposa il suo grande maestro e ispiratore Karl Marx, appunto. Ha subito un’operazione per cui cammina male. Ha 95 anni, ma mentre il corpo mostra i segni dell’età, la testa di questo signore considerato il massimo storico contemporaneo, è quella di un giovane. Sta scrivendo un saggio su Tony Judt, un intellettuale britannico morto prematuramente, due anni fa. Parla alla Bbc, è attivo più che mai. E non ha mai smesso di essere marxista.E se per questa intervista con “l’Espresso”, una delle rarissime che rilascia, si è fatto mandare le domande via mail, e se comincia seguendo il canovaccio concordato, dopo pochi minuti passa a un serrato e spontaneo dialogo con l’interlocutore. “Mi ha chiesto se sia possibile il capitalismo senza le crisi”, inizia: “No. A partire da Marx sappiamo che il capitalismo opera attraverso crisi appunto, e ristrutturazioni. Il problema è che non possiamo sapere quanto sia grave quella attuale, perché ci siamo ancora in mezzo”.La crisi in corso è differente da quelle precedenti?
“Sì. Perché è legata a uno spostamento del centro di gravità del Pianeta: dai vecchi Paesi capitalisti verso nazioni emergenti. Dall’Atlantico verso l’Oceano Indiano e il Pacifico. Se negli anni Trenta tutto il mondo era in crisi, ad eccezione dell’Urss, oggi la situazione è diversa. L’impatto è differente in Europa rispetto ai Paesi del Bric: Brasile, Russia, Cina, India. Altra differenza, rispetto al passato: nonostante la gravità della crisi, l’economia mondiale continua a crescere. Però solo nelle aree fuori dall’Occidente”.Cambieranno i rapporti di forza, anche militari e politici?
“Intanto stanno cambiando quelli economici. Le grandi accumulazioni dei capitali da investire sono oggi quelle dello Stato e delle imprese pubbliche in Cina. E così mentre nei Paesi del vecchio capitalismo la sfida è mantenere gli standard del benessere esistenti – ma io credo che queste nazioni siano in un rapido declino – per i nuovi Paesi, quelli emergenti, il problema è come mantenere il ritmo di crescita senza creare problemi sociali giganteschi. È chiaro, ad esempio, che la Cina si è data a una specie di capitalismo in cui l’insistenza di stampo occidentale sul Welfare è completamente assente: sostituita invece dall’ingresso velocissimo di masse di contadini nel mondo del lavoro salariato. È un fenomeno che ha avuto effetti positivi. Rimane la questione, se questo sia un meccanismo che possa operare a lungo”.Quello che sta dicendo porta alla questione del capitalismo di Stato. Il capitalismo come l’abbiamo conosciuto significava scommessa personale, creatività, individualismo, capacità di invenzione da parte dei borghesi. Può lo Stato essere altrettanto creativo?
“L’”Economist” alcune settimane fa si è occupato del capitalismo di Stato. La loro tesi è che potrebbe essere ottimo nella creazione delle infrastrutture e per quanto riguarda gli investimenti massicci, ma meno buono nella sfera della creatività. Ma c’è dell’altro: non è scontato che il capitalismo possa funzionare senza istituzioni come il Welfare. E il Welfare è di regola gestito dallo Stato. Penso quindi che il capitalismo di Stato ha un grande futuro”.E l’innovazione?
“L’innovazione è orientata verso il consumatore. Ma il capitalismo del Ventunesimo secolo non deve pensare necessariamente al consumatore. E poi: lo Stato funziona bene quando si tratta dell’innovazione nell’ambito militare. Infine: il capitalismo di Stato non è legato al dovere di una crescita senza limiti, e questo è un vantaggio. Detto questo, il capitalismo di Stato significa la fine dell’economia liberale come l’abbiamo conosciuta negli ultimi quattro decenni. Ma è la conseguenza della sconfitta storica di quello che io chiamo “la teologia del libero mercato”, la credenza, davvero religiosa, per cui il mercato appunto si regola da sé e non ha bisogno di alcun intervento esterno”.Per generazioni la parola capitalismo faceva rima con libertà, democrazia, con l’idea che le persone forgiano il proprio destino.
“Ne siamo sicuri? Secondo me non è affatto evidente associare i valori che lei ha menzionato con determinate politiche. Il capitalismo di mercato puro non è obbligatoriamente legato alla democrazia. Il mercato non funziona nel modo in cui lo teorizzavano i liberisti: da Hayek a Friedmann. Abbiamo semplificato troppo”.Cosa vuol dire?
“Ho scritto tempo fa che abbiamo vissuto con l’idea di due vie alternative: il capitalismo di qua il socialismo di là. Ma è un’idea stramba. Marx non l’ha mai avuta. Spiegava invece che questo sistema, il capitalismo, un giorno sarebbe stato superato. Se guardiamo la realtà: gli Usa, l’Olanda, la Gran Bretagna, la Svizzera, il Giappone, possiamo arrivare alla conclusione che non si tratta di un sistema unico e coerente. Ci sono tante varianti del capitalismo”.Intanto la finanza prevale. C’è chi dice che il capitalismo potrebbe fare a meno della borghesia. È un’intuizione giusta?
“È emersa con forza un’élite globale composta di persone che decidono tutto nel campo dell’economia, e che si conoscono tra di loro e lavorano insieme. Ma la borghesia non è scomparsa: esiste in Germania, forse in Italia, meno negli Usa e in Gran Bretagna. È cambiato invece il modo in cui si accede a farne parte”.Vale a dire?
“L’informazione è oggi un fattore di produzione”.Non è una novità. Già i Rothschild diventarono ricchi perché per primi seppero della sconfitta di Napoleone a Waterloo, cosa che ha permesso loro di sbancare la Borsa…
“Intendo una cosa diversa. Oggi fai soldi perché controlli l’informazione. E questo è un argomento forte nelle mani dei reazionari che dicono di combattere le élites colte. Sono le persone che leggono i libri e che hanno vari gradi di istruzone universitaria, a trovare gli impieghi redditizi. Gli istruiti sono identificati ormai con i ricchi, con gli sfruttatori, e questo è un problema politico vero”.Oggi si fanno soldi senza produrre beni materiali, con derivati, con speculazioni in Borsa.
“Però si continua a fare denaro anche, e soprattutto, producendo beni materiali. È cambiato solo il modo con cui viene prodotto quello che Marx chiamava il valore aggiunto (la parte del lavoro dell’operaio di cui si appropria il padrone, ndr.) Oggi lo producono non più gli operai ma i consumatori. Quando lei compra un biglietto aereo on line, lei con il suo lavoro gratuito paga per l’automazione del servizio. È quindi lei a creare il plusvalore che fa il profitto dei padroni. È uno sviluppo caratteristico della società digitalizzata”.Chi è oggi il padrone? Una volta c’era la lotta di classe.
“Il vecchio proletariato ha subito un processo di outsourcing; dagli antichi Paesi verso i nuovi. È là che dovrebbe esserci la lotta di classe. Però i cinesi non sanno cosa sia. Seriamente: forse invece ce l’hanno la lotta di classe, ma non la vediamo ancora. Aggiungo: la finanza è una condizione necessaria perché il capitalismo vada avanti, ma non è indispensabile. Non si può dire che il motore che muove la Cina sia solo la voglia di profitto”.È una tesi sorprendente, la può spiegare?
“Il meccanismo che sta dietro all’economia cinese è il desiderio di restaurare l’importanza di una cultura e di una civiltà. È l’opposto di ciò che succede in Francia. Il più grande successo francese degli ultimi decenni è stato Asterix. E non è un caso. Asterix è il ritorno al villaggio celtico isolato che resiste all’urto del resto del mondo, un villaggio che perde ma sopravvive. I francesi stanno perdendo, e lo sanno”.Intanto in Occidente abbiamo i banchieri centrali che ci dicono cosa fare. Si parla di conti, numeri, ma non dei desideri degli umani e del loro futuro. Si può andare avanti così?
“A lungo termine, no. Ma sono convinto che il vero problema sia un altro: l’asimmetria della globalizzazione. Certe cose sono globalizzate, altre super-globalizzate, altre non sono state globalizzate. E una delle cose che non lo sono state è la politica. Le istituzioni che decidono di politica sono gli Stati territoriali. Rimane quindi aperta la questione come trattare problemi globali, senza uno Stato globale, senza un’unità globale. E questo riguarda non solo l’economia, ma anche la più grande sfida dell’esistente, quella ambientale. Uno degli aspetti della nostra vita che Marx non ha visto è l’esaurimento delle risorse naturali. E non intendo l’oro o il petrolio. Prendiamo l’acqua. Se i cinesi dovessero usare la metà dell’acqua pro capite utilizzata dagli americani non ce ne sarebbe abbastanza nel mondo. Sono sfide dove le soluzioni locali sono inutili, se non a livello simbolico”.C’è un rimedio?
“Sì, a patto che si capisca che l’economia non è fine a se stessa, ma riguarda gli esseri umani. Lo si vede osservando l’andamento della crisi in atto. Secondo le antiquate credenze della sinistra la crisi dovrebbe produrre rivoluzioni. Che non si vedono (se non qualche protesta degli indignati). E siccome non sappiamo neanche quali sono i problemi che stanno per sorgere, non possiamo nemmeno sapere quali saranno le soluzioni”.Può fare qualche previsione comunque?
“È estremamente poco probabile che la Cina diventi una democrazia parlamentare. È poco probabile che i militari perdano tutto il loro potere nella maggior parte degli Stati islamici”.Lei ha sostenuto la necessità di arrivare a una specie di economia mista, tra pubblico e privato.
“Guardi la storia. L’Urss ha tentato di eliminare il settore privato: ed è stata una sonora sconfitta. Dall’altro lato, il tentativo ultraliberista è pure miseramente fallito. La questione non è quindi come sarà il mix del pubblico con il privato, ma quale è l’oggetto di questo mix. O meglio qual è lo scopo di tutto ciò. E lo scopo non può essere la crescita dell’economia e basta. Non è vero che il benessere è legato all’aumento del prodotto totale mondiale”.Lo scopo dell’economia è la felicità?
“Certo”.Intanto crescono le diseguaglianze.
“E sono destinate ad aumentare ancora: sicuramente all’interno dei singoli Stati, probabilmente tra alcuni Paesi e altri. Noi abbiamo un obbligo morale nel cercare di costruire una società con più uguaglianza. Un Paese dove c’è più equità è probabilmente un Paese migliore, ma quale sia il grado di uguaglianza che una nazione può reggere non è affatto chiaro”.Cosa rimane di Marx? Lei, in tutta questa conversazione non ha mai parlato né di socialismo né di comunismo…
“Il fatto è che neanche Marx ha parlato molto né di socialismo né di comunismo, ma neanche di capitalismo. Scriveva della società borghese. Rimane la visione, la sua analisi della società. Resta la comprensione del fatto che il capitalismo opera generando le crisi. E poi, Marx ha fatto alcune previsioni giuste a medio termine. La principale: che i lavoratori devono organizzarsi in quanto partito di classe”.In Occidente si parla sempre meno di politica e sempre più di tecnica. Perché?
“Perché la sinistra non ha più niente da dire, non ha un programma da proporre. Quel che ne rimane rappresenta gli interessi della classe media istruita, e non sono certo centrali nella società”. colloquio con Eric Hobsbawm di Wlodek Goldkorn, da L’Espresso via micromega

La vera storia della crisi greca

5 Maggio 2012 by temis

Durante la recente discussione svoltasi nei Parlamenti di numerosi stati-membri dell’area dell’Euro circa l’approvazione del nuovo piano di aiuti di 130 miliardi di Euro alla Grecia, alcuni deputati si sono chiesti se la Grecia fosse pronta a partecipare al progetto della moneta unica, l’euro. Dalla metà degli anni Novanta, la Grecia ha fatto degli sforzi formidabili per riuscire a soddisfare i criteri della convergenza. Ha utilizzato tutti i mezzi disponibili: politica fiscale, politica monetaria, politica dei redditi, vaste privatizzazioni di banche ed imprese pubbliche. Qualunque sia il modo con cui si misura la performance fiscale (a livello del saldo di cassa o della contabilità nazionale), il deficit pubblico è calato di dieci punti percentuali, dal 12,5% del Pil nel 1993, al 2,5% nel 1999, l’anno dei dati economici con i quali si è decisa l’ammissione della Grecia nella zona dell’Euro, in occasione del Consiglio Europeo di Santa Maria da Feira, tenutosi nel mese di giugno del 2000. Simili sviluppi positivi, si sono osservati anche per gli altri criteri di convergenza nominale richiesti (inflazione, tassi di interesse a lungo termine, debito pubblico, tasso di cambio). È opportuno ricordare a questo punto, che la decisione di ammissione è stata presa in seguito ad un accuratissimo controllo delle performances dell’economia greca da parte della Commissione Europea, della Banca Centrale Europea e del Comitato Economico e Finanziario, con i loro relativi pareri. Anzi, è degno di nota il fatto che, malgrado la restrittiva politica fiscale e monetaria di quel periodo, indispensabili per ridurre il disavanzo pubblico e l’inflazione, il ritmo di crescita del Pil era iniziato a migliorare. Da negativo nel 1993, era salito al 4%, alla fine degli anni Novanta, per mantenersi a questi livelli fino al 2007. Si è osservato un aumento degli investimenti privati e del flusso di capitali dall’estero verso la Grecia, grazie al calo dell’inflazione e degli interessi, che avevano raggiunto percentuali al di sotto del 10%, dopo venti anni in cui superavano questa cifra.Due sono i motivi addotti da quanti sostengono che la Grecia non doveva far parte dell’Unione Economica e Monetaria d’Europa. Il primo motivo, che è anche quello maggiormente noto, è che la Grecia ha contraffatto i dati economici per riuscire ad accedere all’Uem.Il governo neo-eletto di Nuova Democrazia nelle elezioni del 2004, quattro anni dopo l’approvazione dei dati relativi all’adesione della Grecia, ha avuto un’ispirazione politica estremamente infelice, cambiando il modo con cui venivano iscritte le spese per la difesa, allo scopo di alleggerire il loro peso nel bilancio, durante il suo mandato. Tuttavia, il cambiamento ha avuto l’effetto di aumentare i deficit pubblici negli anni precedenti al 2004, con un conseguente periodo di intensa contestazione e diffamazione della Grecia. L’asserzione che la Grecia fosse entrata a far parte dell’area dell’Euro con dati falsificati, si leggeva sulle prime pagine di numerose testate giornalistiche in tutto il mondo. Purtroppo, questa asserzione è stata adottata anche da molti uomini politici dell’area dell’euro ed è ripetuta ancora oggi. Questa accusa, tuttavia, dimostra quanta disinformazione ed eventualmente quanta ipocrisia ci sia in queste dichiarazioni. Anche con il cambiamento della metodologia, e secondo i dati revisionati, il disavanzo pubblico in quell’anno cruciale (1999), aveva raggiunto il 3.1% del Pil, contro il precedente 2.5%. Più precisamente, aveva raggiunto il 3.07%, secondo Eurostat.Questo deficit resta inferiore al corrispondente deficit revisionato di altri stati membri, la cui valutazione è stata effettuata con i dati statistici relativi all’anno 1997, affinché costituissero la «prima ondata» degli stati-membri, creatori dell’Euro nel 1999. Dal sito web di Eurostat, risulta che molti altri stati-membri erano stati ammessi nell’area dell’euro con un deficit pubblico superiore al 3.1% del Pil, senza che ciò fosse oggetto di continui riferimenti, anche se questi paesi presentano oggi problemi simili a quelli della Grecia.La responsabilità di quanto su esposto, certamente pesa sul governo dell’epoca in Grecia, di Nuova Democrazia. Tuttavia, è una responsabilità che pesa anche sull’amministrazione di Eurostat e sulla Commissione Europea, che hanno adottato i dati fiscali inviati dall’allora governo greco e non hanno convocato ufficialmente la Banca di Grecia e neanche il governo precedente per esprimere il loro parere. Anzi, è del tutto incoerente quanto avvenuto successivamente, il 2006: Eurostat ha ritenuto che il metodo corretto di iscrizione delle spese sulla difesa fosse quello di iscriverle in base alla consegna del materiale, cioè quello applicato dalla Grecia prima del 2004. Tuttavia, Eurostat, pur dovendo, non ha provveduto alla correzione retrospettiva di questi dati: il 3,07% del Pil quale disavanzo pubblico per la Grecia nel 1999 si è mantenuto, mentre invece si sarebbe dovuta applicare la nuova decisione. Questa irrilevante discrepanza di 0.07% del Pil, rispetto ai limiti posti dal Trattato, adottato senza molta riflessione dalle amministrazioni dell’area dell’Euro, non consente di apprezzare l’enorme sforzo di adeguamento economico.Ricordiamo a questo proposito che anche recentemente si è diffusa una campagna di diffamazione contro la Grecia, per un’abituale operazione di swap valutario avvenuta tra il Ministero greco delle Finanze e la banca Goldman Sachs, alla fine del 2001, di quelle che in quel periodo erano fatte a centinaia da tutti gli stati-membri, come semplici operazioni di gestione del disavanzo pubblico. Ancora una volta, si è detto che la Grecia aveva contraffatto i dati per accedere all’euro: il nuovo titolo a caratteri cubitali sulla prima pagina dei giornali, adottato però anche da numerosi politici. Ma hanno tutti dimenticato che questa operazione finanziaria ha avuto luogo ben due anni dopo il 1999, anno i cui dati sono stati valutati per decidere l’adesione della Grecia all’Euro, e un anno intero dopo l’ammissione della Grecia nell’Euro, approvata dal Consiglio Europeo di Santa Maria da Feira!Il secondo motivo addotto a giustificazione dell’errore commesso di aver accettato il paese nell’Unione economica e monetaria europea, è costituito dagli sprechi statali ed i suoi eccessivi deficit. Le performances economiche della Grecia dopo il 2003, in particolare durante la seconda metà del decennio del 2000, purtroppo non hanno seguito quelle degli otto anni precedenti. Nel 2006, il governo dell’epoca ha iniziato a perdere il controllo delle spese e delle entrate pubbliche, per raggiungere il culmine, negli anni 2008 e 2009, quando il deficit pubblico è salito vertiginosamente, superando il 10% del Pil.Il crollo della Lehman Brothers e la rivalutazione dei rischi finanziari da parte dei mercati, ha comportato l’aumento degli interessi sui prestiti della Grecia, che costituiva l’anello debole dell’area Euro. Così è scoppiata la crisi greca del deficit pubblico. La mancata adozione di misure urgenti e severe di stabilizzazione da parte di due governi greci consecutivi e l’esitazione della zona Euro ad intervenire, hanno provocato la chiusura dei mercati finanziari per la Grecia, per poi arrivare al suo salvataggio, dopo numerosi tentennamenti, con l’intervento della “troika” (Fmi, Ue, Bce), un salvataggio soggetto ad una severa applicazione delle misure di risanamento dell’equilibrio finanziario e della competitività.Gli effettivi sprechi rappresentano il motivo esclusivo di questi sviluppi? La principale causa della crisi, in Grecia come negli altri stati-membri periferici dell’area dell’Euro, è stata principalmente provocata dagli enormi disavanzi in continua crescita delle partite correnti di questi paesi, dalla perdita di competitività e, soprattutto, dai differenti livelli di sviluppo tra Nord e Sud, e non tanto dall’incapacità gestionale dei loro leaders. Il Sud acquista dal Nord prodotti industriali di alta qualità ed elevato livello tecnologico. Il Nord, invece, acquista dal Sud una quantità molto minore di prodotti. In media, nel periodo tra il 2000 ed il 2007, il disavanzo delle partite correnti della Grecia era pari al 8,4% del Pil, e del Portogallo del 9,4%, mentre le eccedenze della Germania erano del 3,2% del Pil, e dell’Olanda 5,4%. Per coprire questi disavanzi delle partite correnti in continua crescita, i Paesi periferici sono stati costretti ad indebitarsi sempre più. Il risultato è stato l’aumento del loro debito.Il ritardo nel funzionamento dell’amministrazione statale e delle istituzioni ancora una volta ha costituito il pretesto, per ribadire che la Grecia, e forse anche altri stati-membri periferici, non avrebbero dovuto diventare membri dell’Unione economica e monetaria. Questa Uem, tuttavia, non è un club di Paesi evoluti con interessi comuni, contrapposti a quelli dei Paesi in ritardo. Si tratta di una fase evolutiva dell’Unione, per facilitare la cooperazione economica tra i suoi membri, per creare rapporti che possano rafforzare gli sforzi comuni volti allo sviluppo, per ottenere la graduale convergenza delle loro economie e per sfruttare nel modo migliore le opportunità fornite dall’abolizione dei confini e dagli obiettivi condivisi. È un piano comune per raggiungere il progresso che quindi, deve includere nella sua pianificazione, i più potenti con le loro capacità, ma anche i più deboli, con le loro debolezze; deve prendere in considerazione gli squilibri e valutare il fatto che i paesi evoluti non sono solo soggetti ad oneri, anzi, ne traggono notevoli benefici, grazie ai loro servizi finanziari e le loro esportazioni.L’implementazione delle misure di stabilizzazione in Grecia, a maggio del 2010, ha comportato un miglioramento significativo dei risultati finanziari e della competitività, ma ha contribuito anche a creare una recessione economica profonda e di lunga durata, ad aumentare vertiginosamente la disoccupazione che ha raggiunto il 20%, incrementando la povertà e la miseria di parte del popolo greco. Non è solo la Grecia responsabile di questo risultato. La combinazione della politica economica imposta dal primo piano di aiuti non era la più adeguata e quindi le performances attese non sono realistiche, finanche per quei paesi dotati di economie molto più potenti di quella greca. Si ha la sensazione che le condizioni imposte dovessero costituire un esempio da evitare per gli altri Paesi, punendo in modo esemplare la Grecia. La recessione, inizialmente prevista dal Fme per il periodo 2009-2012 al -7,5%, attualmente si calcola sia a -18%, fatto questo che non consente il raggiungimento degli altri obiettivi, generando anche intense agitazioni sociali.La Grecia ha costituito il pretesto della crisi dell’Euro, non ne è stata, tuttavia, la causa. La sua causa va ricercata nel fatto che la zona dell’euro è un’unione monetaria a tutti gli effetti, ma non è una vera e propria unione economica e fiscale di stati-membri con differenti caratteristiche strutturali: quelle dei Paesi maturi dell’Europa del Nord, e quelle delle economie meno mature del Sud europeo. La crisi attuale è solo in parte crisi di debito pubblico, e ciò interessa principalmente la Grecia ed il Portogallo. Per il resto, si tratta di crisi del settore privato e del sistema bancario di numerosi stati-membri, e anche crisi del controllo e della sorveglianza da parte delle autorità monetarie dell’area euro. L’Unione europea non ha ancora ideato un contesto complessivo di governance economica, un nuovo modo per affrontare gli squilibri tra il nucleo centrale sviluppato e la sua periferia meno evoluta; non si è occupata sistematicamente di promuovere realmente la crescita economica. Se ciò non avrà luogo, allora ci saranno nuove crisi in futuro.Il fiscal compact che, secondo le leaderships dei paesi dell’euro, sarà in grado di assicurare la stabilità delle loro economie, non riuscirà a raggiungere questo risultato, senza altre misure che favoriscano la crescita e la convergenza effettiva e per finire, senza un progresso adeguato verso l’integrazione economica e politica dell’Unione.
di Kostas Simitis e Yannis Stournaras*, da il Sole 24 ore * Kostas Simitis è stato primo ministro greco e leader del partito socialista (Pasok) dal 1996 al 2004, Yannis Stournaras è direttore della Fondazione per la ricerca economica e industriale di Atene via micromega (2 maggio 2012)

Il minotauro finanziario

3 Maggio 2012 by temis

Il Minotauro era un essere mostruoso, metà toro e metà uomo che si celava minaccioso in un enorme labirinto costruito dagli uomini dove divorava giovani vittime sacrificali offerte per placare il suo istinto bestiale.Il mito greco racconta il terrore dell’incognito contrapposto alla sete di conoscenza, la bestialità contro l’intelligenza, il sacrificio di vittime umane contro l’anelito di libertà dai servaggi.
Anche la finanza moderna è di costruzione umana come il labirinto di Creta realizzato da Dedalo. Essa ha preso le sembianze del labirinto in cui circolano numerosi Minotauri mostruosi. Si celano e si proteggono all’interno di quella vasta ed impenetrabile costruzione umana che è l’economia finanziaria. Branca che, invece, fu inizialmente creata come strumento per favorire lo sviluppo economico.
La finanza moderna da ancella è diventata tiranna.L’originale costruzione si è rinchiusa in un labirinto di parole, di prassi, norme e oscuri rituali officiati dai soggetti – nuovi sacerdoti del labirinto – che costituiscono i moderni mercati finanziari, con il loro linguaggio, le loro regole, la loro organizzazione.Le banche MinotauroQuesta finanza trasformatasi in Minotauro si è sviluppata grandemente sul solco del processo di sviluppo del sistema bancario che man mano ha teso a tradire o a latitare alla sua funzione originaria di propulsore dell’economia.Il sistema bancario è un istituto prezioso per lo sviluppo economico e sociale, tanto da meritare una speciale tutela pubblica. Raccoglie il risparmio e fornisce credito, tutela e dà fiducia ai risparmiatori, incentiva e finanzia lo sviluppo delle imprese.
Ma il mondo delle banche è bicefalo, vi è la testa della banca vera – quella detta commerciale – e quella della banca falsa, la banca d’affari.Le banche commerciali raccolgono il risparmio e concedono prestiti oltre tutta una serie di servizi utili, mentre le banche di affari sono società che fanno affari finanziari, creano prodotti finanziari e speculano.La visione liberistica ha spazzato via le regole che separavano questi due diversi mestieri, la banca vera e quella d’affari, dunque consentendo la creazione di conglomerati che facendo insieme sia il mestiere della banca commerciale che quella d’affari, hanno creato un permanete conflitto di interesse in seno a queste nuove banche tuttofare.
Questo conflitto non risolto ha innescato una degenerazione inarrestabile e pericolosa di cui sopportiamo tutt’ora le conseguenze, ad esempio, con il proliferare inarrestabile della finanza derivata.
Con una mano le banche emettono titoli derivati, che poi collocano tra gli investitori con l’altra mano. Titoli che spesso si sono rivelati di dubbia qualità.Occorre oggi un serio e generale dibattito se esiste o meno di una commistione, incestuosa e parassitaria del sistema bancario e come poterla risolvere.
E’ importante considerare ciò per comprendere razionalmente l’urlo del “Minotauro finanziario-bancario”, come mai ha prodotto molte vittime, come mai gli è stata data la possibilità mostruosa, favorita e supportata dalla normativa, di creare cartolarizzazioni e prodotti finanziari derivati à gogo.
Cartolarizzazioni costruite su un debito alimentato e concesso dapprima senza alcun ritegno né raziocinio di prudenza.Ed occorre anche domandarsi perché si son lasciate non sorvegliate o si sono eliminate le regole, tanto da poter collocare questi prodotti finanziari con bei voti di rating nei portafogli dei risparmiatori di tutto il mondo.
Allora, il Minotauro, l’uomo-toro, la bestia umanoide della banca e della finanza moderna, viene o no di fatto protetta e fatta crescere in un crescente labirinto normativo che, lungi dal disinnescarne le sue pretese ed i suoi danni sociali, lo protegge e ne consente e favorisce la perpetuazione del rito di immolazione di vittime?
Le urla del Minotauro suonano anche con le parole e le frasi “spread”, “i mercati apprezzano, penalizzano, pretendono, vogliono, sanzionano”, “contagio”.La finanza derivataE’ percezione diffusa che gli argini tra l’economia reale e la finanza si sono rotti, poiché la nuova finanza derivata ha potuto infestare come una gramigna il campo di grano del mercato reale, di chi lavora, suda e produce beni e servizi, la vera ricchezza.
Ma se questa è cosa se non compresa almeno sentita dai più, se dunque il killer dell’economia è stato identificato, perché si continua a stare alla finestra lasciandolo operare sostanzialmente indisturbato?
Perchè, sotto la spinta della “deregolamentazione” che ha annullato le barriere che salvaguardavano la finanza buona da quella cattiva ed infestante, è man mano cresciuta una pseudo-regolamentazione assai più complessa, leguleia e palesemente inefficace a controllare e sanzionare i fenomeni degenerativi ma presentata come salvifica?
E’ come se le norme che sono state realizzate con lo scopo apparente di porre rimedi alla crisi in realtà stiano di fatto favorendo la stessa logica che ha sospinto alla deregolamentazione del sistema finanziario, ovvero la complessità protegge i minotauri quasi alla stessa stregua della deregulation.Così, alternando la “tabula rasa” della deregolamentazione con una successiva voluminosa e farraginosa costruzione di norme complesse che dovrebbero, ma non sono affatto efficaci a rimediare ai guasti finanziari, si continua ancora comunque a fertilizzare il terreno della finanza spregiudicata.Solo a titolo di esempio, la legge di riforma dei mercati finanziari americana fatta approvare dal Presidente Obama è di “sole”, si fa per dire, 2300 pagine, la dimensione di una sorta di enciclopedia che solo descrive la strada di futuro cambiamento, tutta ancora da realizzare, in uno scenario di molti anni. Quando invece si è trattato di soccorrere le banche, con appena tre paginette si sono messi sul piatto delle banche 700 miliardi di dollari di soldi pubblici, quelli del piano di salvataggio straordinario di Bush junior denominato Tarp – Troubled asset relief program, ovvero un miliardo a parola. Nuove norme e nuove autorità ed organizzazioni anch’esse intrecciate labirinticamente lasciano ancora quasi onnipotenti alcuni oligopoli privati come quelli delle agenzie di rating, come pure lasciano che si sviluppino i nuovi oligopoli delle Borse Valori come nuove società marcato, e lasciano anche svilupparsi nuovi soggetti speculatori tendenzialmente oligopolisti che operano sui mercati con le tecniche del trading ad alta frequenza (HFT).
Gli HFT sono pochi operatori borsistici al mondo che possiedono e sviluppano tecnologie che consentono di inondare il mercato di ordini di acquisto e di vendita con i loro computer e software super-potenti, alla velocità del millisecondo (il tempo di click di un mouse di computer è in media di 80 millisecondi). Tali operatori movimentano fin’oltre la metà delle operazioni di borsa (oltre il 70’% negli USA) suscitando preoccupazioni circa il buon ordine dei mercati in numerosi analisti.
Eppur si muovono sostanzialmente indisturbati.E che dire quando, durante una crisi finanziaria ma soprattutto economica di attuali ed epocali dimensioni, lo “spread” fra titoli di debito sovrano viene declinato come la temperatura altalenante, ma sempre elevatissima, che rappresenterebbe lo stato di febbre del paese oggetto delle attenzioni della finanza speculativa, come quasi fosse un moribondo?
Non è anche questo un urlo del Minotauro bancario-finanziario moderno? Il riecheggiare e l’amplificarsi dell’urlo “spread” in formato pillola mass-mediatica, può rendere una intera società ansiogena ed atterrita.
Oppure l’urlo del “credit crunch”, la rarefazione del credito che costringe recentemente la Banca Centrale Europea – BCE a foraggiare le banche di ben 1 trilione di euro al tasso assai basso dell’1% di interesse e che di questa gran massa di soldi pochissimo arrivi all’economia reale delle imprese e delle famiglie Comunicazione parziale e analfabetismo finanziario diffuso Gravissimo è l’analfabetismo finanziario oggi diffuso, ma ancor più grave è lasciare che questo analfabetismo si perpetui. Come una volta l’analfabeta era chi non sapeva né leggere né scrivere ed era un cittadino debole, manipolabile e sfruttabile, oggi è altrettanto debole, manipolabile e sfruttabile chi è un analfabeta finanziario.
L’analfabetismo finanziario consente ai guru, alla moderna casta sacerdotale dei banchieri e professoroni che veglia e vaticina sui mercati finanziari moderni, di lanciare affermazioni che suonano apodittiche e che rimbalzano e si esaltano e si moltiplicano sui media.
L’alimentazione della paura del deficit e dello “spread” alla stregua delle mitiche urla furiose del Minotauro, rendono la più parte della società che rimane analfabeta di economia e finanza, atterrita ed allucinata, ed in un certo senso anche disponibile al tributo umano di lacrime e sangue ed anche alla insensibile rinuncia di pezzi di quelli che una volta erano diritti inviolabili della democrazia, pena l’altro tradimento verso lo Stato. I CDS I mercati dei CDS sono una sorta di mercato di derivati finanziario pseudo-assicurativi e sono prodotti tutt’altro che trasparenti. Chi sta indagando analiticamente quale effetto provocano i Credit default-swap, i CDS, sui titoli che dovrebbero assicurare?
Perché un mercato così importante rimane oscuro e non regolamentato, dominato da pochi soggetti, dove le contrattazioni sono Out The Counter – OTC?
I mercati OTC sono, appunto, mercati non regolamentati dove gli operatori si scambiano direttamente e bilateralmente tra loro molteplici tipologie di strumenti finanziari senza che operi un controllore che sovraintenda. Oltre al mercato dei CDS, un altro mercato OTC di primaria importanza è il mercato interbancario che è una sorta di iper-mercato della liquidità, dove le banche si prestano vicendevolmente denaro. Proprio il mercato interbancario fu al centro della crisi della liquidità delle banche e della loro reputazione di solvibilità nell’agosto 2007, data di inizio della crisi finanziaria ed economica nella quale ancora siamo immersi.  Un prodotto pseudo-assicurativo particolare il CDS, perché – esemplificando – è come se un vicino di casa potesse – acquistando un CDS-casa-incendio – assicurare la vostra casa contro il rischio di incendio e beneficiare del rimborso nel caso la casa andasse a fuoco. Ma non viene il sospetto che, di fatto, si crea – in assenza di regolamentazione – il rischio di proliferazione di vicini di casa piromani?
Un mercato, quello dei CDS, ad alta volatilità e ad alta leva speculativa. Nel caso della Grecia perfino gli speculatori hanno mostrato preoccupazione per l’enorme dimensione dei contratti CDS costruiti sul debito.
L’innesco mediatico rinforzato dalla leva speculativa dei CDS sulla crisi di altri debito sovrani non viene affatto risolta con il semplice annuncio di una loro possibile regolamentazione. Ovvero, nel concreto, la dinamite finanziaria dei CDS non viene disinnescata se non da normative cogenti e non da fumosi annunci di regole che ancora non trovano concretizzazione.
Chi ignora cosa sia un CDS come può valutare la situazione della moderna finanza che pur ha impatto sociale generalizzato, impattando sui bilanci degli Stati?  Come accettare questo analfabetismo finanziario dato che l’influenza della finanza è arrivata ad esigere anche i suoi tributi di pezzi di democrazia. L’incidenza sulle basi democratiche diventa sfacciata osservando il caso di sviluppo della crisi in Grecia, dove Stato Greco e la società civile greca viene impattata da regole e vincoli direttamente dettati dall’Europa. Ed anche l’Italia ha ricevuto i suoi “compitini” da svolgere a casa, quando si è vista destinataria di una lettera di raccomandazioni europee da osservare. Lascia anche perplessi l’imposizione subitanea e sotto l’incudine della grande paura dello “spread” con il varo del Governo tecnico di emergenza presieduto da Monti. Mifid
 La Mifid – Markets in Financial Instruments Directive – è una normativa europea di regolamentazione finanziaria e viene presentata come una utile risposta all’esigenza di creare un terreno competitivo uniforme tra tutti gli intermediari finanziari europei, e che tuteli gli investitori.
La realtà è, invece, che in base a questa normativa fortemente promossa dal sistema bancario, le banche stesse è come se si fossero costrette da sole a misurare secondo scale di propensione al rischio, qualunque risparmiatore-investitore loro cliente. Ciascun cliente-investitore deve avere – secondo Mifid – un associato profilo di rischio. Basta che un prodotto finanziario sia qualificato come rischioso ad un certo livello – e tale livello viene calcolato dal giudizio di rating – che allora possa essere consigliato dalle banche e dunque acquistato da chi viene misurato adatto a quel rischio. Nella logica maggior rischio maggior rendimento associato. Ma non è affatto detto! Non viene neppure il dubbio che le misure sono opinabili o solo delle stime – il rating è un giudizio che non ha valore se non quella di una opinione – che può creare le condizioni di nuovi inciampi. Lo ricordano dolorosamente coloro che hanno investito in Parmalat, Cirio, Argentina e che erano tutti titoli che avevano avuto valutazioni di rating a basso rischio. Non fu certo sufficiente la tutela che ci fosse supposto “il bollino blu” di un rating di investment grade, ovvero di una valutazione a basso rischio. Oggi la banca è legittimata dalla Mifid a consigliare prodotti pur che abbiano rating compatibili al profilo di rischio degli investitori.
Ma il rating è un indicatore sufficiente? Pare di no, per quanto accaduto ed allora quel sistema basato sul rating eppur rimane. Via di uscita Per affrontare il Minotauro del sistema bancario e finanziario moderno ed il suo labirinto di parole e concetti non intuitivi, occorre procedere alla identificazione del loro linguaggio e delle logiche che seguono. Sarebbe necessaria un’opera vasta di confronto dialettico e di individuazione e trasmissione dell’esperienza, predisponendo nuovo fili rossi di Arianna, stesi per dare soluzione ragionevole e razionale all’involucro labirintico dove ci cela, e viene protetto, i novelli Minotauri bancari e finanziari.
Un indice di questo percorso deve dare innanzitutto e presto trovare soluzioni:

- alla deregolamentazione bancaria, che ha portato all’odierno sistema delle banche polipo-morfe tuttofare;
al sistema delle cartolarizzazioni, che ha costruito le montagne di prodotti finanziari derivati, inquinatori di tutti i portafogli del mondo;
- alla privatizzazione delle borse in aziende mercato, che hanno logiche e funzionamenti privatistici di massimizzazione dei profitti e che invece storicamente sono state meri luoghi di scambio sotto una tutela paritaria di tutti i partecipanti e non luogo di oligopolio tecnologico di pochissimi attraverso le tecniche del trading HFT;
- a Basilea 2 e Basilea 3, normative nata nel più blasonato e privatissimo salotto della più antica organizzazione bancaria mondiale, la Banca dei regolamenti internazionali – BIS che ha, appunto, sede a Basilea – e successivamente recepita dal sistema bancario mondiale e quindi penetrato nelle normative dei vari paesi;
- alla Mifid, normativa europea che viene presentata al “popolo bruto” come sistema di protezione dei consumatori di prodotti finanziari, ma che si viene manifestando come importante sistema di protezione della responsabilità delle stesse banche rispetto alle responsabilità di una consulenza agli investitori;
- al sistema oligopolistico del rating, un sistema di valutazione del merito creditizio da parte di un oligopolio di tre agenzie private – standard and Poor’s, Moody’s, Fitch che valutano ed assegnano rating su tutto quanto possa essere compra/venduto sui mercati finanziari;
- al sistema degli strumenti finanziari OTC e ai mercati non regolamentati dove questi strumenti vengono scambiati, vista la loro scarsissima trasparenza e il loro dinamitardo effetto leva;
- ai credit default swap – CDS che vengono creati e compravenduti su mercati OTC fuori da opportune regole e controlli e che influenzano fortissimamente la percezione di rischio dei titoli che assicurano.

Vi sono numerosi altri punti che rendono il labirinto moderno della finanza una trappola. Ma se il labirinto è stata una costruzione umana, c’è da sperare ora che si moltiplichino ed emergano, come nel mito greco, nuovi Tesei concordi nel debellare l’analfabetismo finanziario, l’ignoranza ed il servaggio che ne deriva.
E’ buona e sana responsabilità dei singoli, di ogni uomo pensante e raziocinante, non lasciarsi andare allo sbigottimento, ma che ciascuno possa credere nelle proprie capacità di imparare il nuovo linguaggio e di riconoscere in se stesso l’anelito di libertà e coraggio che furono le qualità del mitico Teseo. Superando le proprie paure, ma anche aiutato da un filo di Arianna che consenta di entrare e poi uscire dal labirinto complicato dei tecnicismi e della cultura e del gergo bancario-finanziario per costruirsi una idea personale, razionale ed indipendente dell’effettivo pericolo sociale del mostro bancario-finanziario, che pur camminando da umano ha testa e ferocia di un toro impazzito.  Ed il toro è effettivamente nella simbologia borsistica quello di un listino di titoli in crescita, mentre a contrario l’orso che si accolla l’iconografia dei titoli che calano di valore. Comunque, entrambi animali noti per la loro forza bestiale e distruttiva non per la loro intelligenza creatrice. Son sempre più numerosi i cittadini che osservano che il sistema attuale che sopporta il gran peso della finaziarizzazione bancaria, stia scontando tutti i vizi di una precedente crescita drogata e di uno scenario infausto di sacrifici lacrime e sangue che comunque non risolvono gli appetiti finanziari. La missione del cittadino, uomo razionale e moderno, è quella di sconfiggere le sue ignoranze e paure, e nel contempo quella di comprendere verità sgradevoli: ciò fa la differenza tra moderni uomini liberi e moderni schiavi. a. scarano micromega

Giavazzi, scelto da Monti per eliminare le critiche

3 Maggio 2012 by temis

Giavazzi è un importante docente universitario e un brillante opinista. Sino ad oggi, è stato anche uno dei critici più accesi della politica del governo Monti. La sua cooptazione tra gli esperti per studiare i tagli dei sussidi alle imprese consente il non secondario risultato di eliminare una delle rare voci dissonanti sulla politica del governo tecnico. Bravo Monti!  TEMIS

Amato, scelto da Monti per il Quirinale

2 Maggio 2012 by temis

Monti a che titolo ha scelto Amato per studiare i tagli a partiti e sindacati? è un politico, è stato vice segretario di un partito, il PSI, e di un segretario, Craxi, che sono stati travolti da Tangentopoli; è stato professore universitario ma la sua stella ha brillato in politica e non negli studi. Per TEMIS Monti ha scelto Amato non solo e non tanto per rendere più digeribili a politici e sindacati i tagli ma per aprire la corsa al Quirinale. Con questo incarico, Amato acquista visibilità, si pone fuori dalla Casta ed acquista un potere di condizionamento nei confronti dei grandi elettori. Andreotti diceva che a pensare male si fa peccato, ma spesso ci si azzeccha. TEMIS

L’esercito tecnocratico dell’UE sta divorando la cultura europea (by Israel)

2 Maggio 2012 by temis

Europa, forza gentile” è il titolo di un libro di Tommaso Padoa-Schioppa pubblicato una decina di anni fa in concomitanza con il debutto dell’euro. Sulla copertina era rappresentata la ninfa che, secondo il mito, domava la violenza del toro; a simboleggiare il ruolo dell’Europa che, limitando i poteri degli stati opponeva ai miti nazionalisti la parte migliore della sua civiltà: la forza “gentile” del diritto e della cultura. Secondo Padoa-Schioppa molto restava da fare, ma con l’ingresso in scena dell’euro buona parte della costruzione era già realizzata. Oggi, la formula della “forza gentile” potrebbe suscitare ilarità – se non fosse da stolti ridere – pensando alla commissaria europea per la pesca Maria Damanaki che ha scritto ad Andrea Camilleri intimandogli di «non permettere» al commissario Montalbano di indulgere all’abitudine «inaccettabile nel Mediterraneo» di «mangiare novellame», i pescetti neonati. Se siamo a questo punto è da attendersi che la proposta di epurare la Divina Commedia venga accolta. Altro che Dante: bisognerà fare i conti con le intollerabili scorrettezze dei personaggi di Boccaccio, Ariosto e persino Manzoni. E questo per restare entro i confini italiani: su Shakespeare, Goethe o Rabelais stendiamo un velo pietoso. Dunque, la “forza gentile”, la parte migliore della civiltà europea, ha preso le forme di un “politicamente corretto” simile a quello in voga negli ambienti statunitensi dominati dal più scatenato sinistrismo “liberal”. Certo, nell’anno in cui uscì il libro di Padoa-Schioppa si potevano ancora nutrire illusioni. Quel periodo mi ricorda un pranzo in un ristorante parigino con un amico, noto fisico e filosofo della scienza francese. Erano i primi giorni in cui circolava l’euro. Il mio amico dispose sul tavolo una moneta da un euro coniata in Italia e una coniata in Francia: sulla prima, l’uomo vitruviano di Leonardo da Vinci, l’uomo “misura di tutte le cose”; sulla seconda, l’albero della vita racchiuso nell’esagono, simbolo dei confini della Francia. Egli sottolineò la differenza di stile tra la moneta “italiana”, impregnata di spirito umanistico e quella “francese” intrisa di nazionalismo, e francamente brutta. Una situazione analoga era proposta dal confronto tra la moneta da 2 euro di conio italiano, con il volto di Dante, poeta universale, e quella di conio tedesco che proponeva la solita aquila. La chiacchierata conviviale non stimolava solo considerazioni ovvie – la persistente vitalità del senso artistico italiano, una propensione umanistica favorita da un nazionalismo debole a fronte di quello forte francese e tedesco – ma anche riflessioni circa gli ostacoli da superare per costruire una vera unificazione, di cui la moneta unica poteva essere soltanto un “gancio”, ma che doveva poggiare su un’unificazione culturale, senza la quale l’unificazione politica era impensabile. Non si trattava in fondo di inventare nulla. Gli scambi culturali sono stati sempre una caratteristica della civiltà europea, nonostante gli interminabili conflitti e anche nei periodi di massimo oscurantismo. Quando esplose la rivoluzione scientifica l’Europa era dominata dal fondamentalismo religioso e dall’intolleranza, eppure le opere di Galileo, Cartesio, Newton, Leibniz circolavano come un patrimonio di tutto il continente. E così fu nei secoli successivi. Indubbiamente, questa comunanza culturale, al di sopra di nazioni e lingue, era un fenomeno di élites, mentre oggi la sfida di un’unificazione che investa i popoli è ben più complessa e difficile. La posta in gioco era stata compresa ben prima dell’ingresso in scena dell’euro, già nel 1987, quando si mise in piedi il “programma Erasmus” volto a favorire la circolazione di migliaia di studenti da un paese all’altro, per avvicinarli alle altre culture nazionali, apprendere loro ad amarle come la propria, anzi a considerarle come “la propria” cultura, anche imparando alcune delle lingue principali del continente. Il mio amico francese enunciava un principio generale: non ha senso identificare una sola lingua (l’inglese) come mezzo di comunicazione, perché questo servirebbe solo a garantire gli scambi minimi e non risolverebbe il problema della progressiva acquisizione reciproca delle culture nazionali, che si sono consolidate attraverso tradizioni letterarie secolari e lingue raffinatissime. Occorre essere realisti. Una sola lingua può bastare per il turismo o per le comunicazioni tecniche. D’altra parte, il livello di comunicazione sofisticato delle élites dei secoli passati non può essere esteso a strati più ampi. Ma è pensabile educare nuove generazioni di laureati europei (milioni di persone, molto di più di una élite) che conoscano bene un paio di lingue oltre la propria, e abbiano la capacità di intenderne passivamente almeno un’altra. Ma perché questo funzioni occorre accettare un principio “politicamente scorretto”: prendere realisticamente atto del fatto che non tutte le culture europee sono parimenti importanti (per quanto tutte, compresi i dialetti, siano rispettabili e degne di essere preservate). Non tutte le lingue hanno lo stesso grado di importanza. È inevitabile accettare che quel paio di lingue da conoscere bene, ed anche le altre da conoscere discretamente siano le lingue delle culture europee “portanti”. Nei fatti, la tendenza è stata ed è questa: la stragrande maggioranza degli studenti Erasmus si è concentrata in Spagna, Francia, Italia, Germania e Regno Unito e nelle scuole si studiano soltanto alcune lingue “fondamentali”. Ma il realismo non è stato, e sempre meno è, l’anima della costruzione europea che ha scelto come ideologia il “politicamente corretto”, il quale si situa agli antipodi del realismo. In fondo, nella chiacchierata conviviale con l’amico francese sarebbe bastato poco per capire cosa ci attendeva. Sarebbe bastato mettere sul tavolo accanto alle monete metalliche i biglietti della carta moneta europea. In essi era condensata l’immagine dell’equivoco di fondo, della detestabile ipocrisia di cui oggi vediamo la manifestazione quando, come i famosi polli di Renzo dei Promessi Sposi, i paesi europei si beccano secondo inveterati tic nazionalisti – l’Italia che incolpa la Spagna di essere una fonte d’infezione e la Spagna che rimprovera all’Italia una cattiva riforma del lavoro – ma con le zampe legate dalle regole comunitarie. Basta guardarli quei biglietti: non una sola immagine dei grandi monumenti di un continente che raccoglie gran parte dei beni artistici del mondo, non una sola effigie dei grandi letterati, scienziati o musicisti europei. Il perché è chiaro. L’Italia avrebbe avuto l’imbarazzo della scelta nel proporre monumenti o effigie di pittori: ma ciascuno di essi doveva essere controbilanciato da un pari numero di maltesi o finlandesi. La Germania avrebbe potuto proporre stuoli di musicisti: da controbilanciare con musicisti ciprioti o bulgari. Fin dall’inizio non è stato accolto il principio che mettere il volto di Cervantes, di Newton o di Cartesio su un biglietto da 10 euro significava rendere omaggio non a uno spagnolo, a un inglese o a un francese, ma a un grand’uomo “europeo”. L’inizio del superamento delle divisioni nazionalistiche doveva manifestarsi nell’accettazione piena che le culture nazionali erano da considerare come un patrimonio comune e che, senza offesa, qualcuna ha da offrire di più. Ma non è andata così. I biglietti di carta che ci scorrono tra le dita da più di un decennio – con l’assenza di figure concrete sostituite da assurde immagini di elementi architettonici astratti – sono l’immagine della miseria morale e culturale su cui si è costruita l’unificazione e del mancato superamento delle contrapposizioni e degli egoismi nazionali. Altro che “forza gentile”… Sono ben noti gli effetti grotteschi di tale egualitarismo: per esempio, le esorbitanti spese di traduzione nelle istituzioni comunitarie. Chiunque può esercitarsi nel calcolo delle combinazioni a due a due tra più di venti lingue e dell’esercito di traduttori che richiedono. Ma non è di questi effetti kafkiani che vogliamo parlare quanto delle loro cause che sono date dalla sintesi tra il politicamente corretto e il suo inevitabile compagno: la tecnocrazia e la sua pretesa di ridurre i problemi culturali a problemi tecnici. L’eurocrazia ha coltivato l’illusione che si possa creare una cultura come sintesi di una scelta “educata” e paritaria di parti selezionate delle culture nazionali o addirittura definendo a tavolino i principi di una nuova cultura europea. Nel migliore dei casi, si è consentita quella limitata scelta che evocano le immagini delle monete metalliche; nel peggiore dei casi si è inventato un ectoplasma di cultura europea ben rappresentato dal vuoto squallido della carta moneta, metafora del metodologismo puro. Inoltre, la tecnocrazia giustifica il suo vuoto con la pretesa di procedere “scientificamente”. Perciò essa deve affermare la pretesa che le regole che essa impone producano effetti verificabili, quantitativamente misurabili. Quindi, nella valutazione di un progetto culturale quel che conta non sono i contenuti, ma i parametri quantitativi che lo caratterizzano. Prendiamo il caso del programma Erasmus, che era nato con un intento di creare un effettiva conoscenza reciproca delle culture nazionali. Non è esagerato dire che i suoi aspetti positivi sono stati progressivamente erosi e vanificati dall’imporsi della dittatura dei parametri e del politicamente corretto. Se il successo del programma si misura con i numeri, ogni paese si affannerà a salire nelle classifiche di chi accoglie più studenti, senza preoccuparsi di quel che fanno, di cosa apprendono e se imparano la lingua. Ricordo bene gli studenti Erasmus di parecchi anni fa, che seguivano con scrupolo i corsi e facevano ogni sforzo per apprendere l’italiano. Ricordo bene l’intemerata che feci ai miei studenti quando risultò che la prova scritta meglio redatta in italiano era quella di uno studente olandese. Gli studenti Erasmus di ora chiedono di fare l’esame nella loro lingua, non hanno tempo e voglia di studiare l’italiano, si irritano se non ottengono un buon voto anche se non sanno nulla. «Lei mi mette in difficoltà con la mia università», protestava uno studente francese bocciato perché aveva ritenuto fosse sufficiente per superare un esame di storia della matematica leggere l’articolo relativo su Wikipedia… Del resto, per capire a cosa è ridotto l’Erasmus basta navigare in rete. Un sito che fornisce consigli in materia indica la Spagna come meta ideale «soprattutto per la bellezza del paese e la voglia di divertirsi della gente». «Amante dello sci? Granada. Soffri il caldo? Evita la meravigliosa ma afosa Siviglia. Ti piace il surf? Cadice è perfetta». Uno studente italiano, alla mia proposta di seguire un corso a Parigi replicava: «A Parigi sono già stato. Mi trovi qualcosa a Barcellona o a Berlino». Inutile dire che i giovani europei non sono sciocchi e corrotti, ma percepiscono al volo che cosa si chiede loro, e cioè un insieme di procedure che rivestono il nulla. L’Erasmus è soltanto un esempio e tanti altri se ne potrebbero fare. Senza affannarsi troppo a sviluppare analisi, v’è qualcosa che rappresenta in modo perfetto il fallimento del progetto di unificazione culturale del continente: le famose otto “competenze chiave di Lisbona” raccomandate dal Parlamento europeo nel 2006. Lo abbiamo detto: la via maestra per promuovere l’unificazione culturale del continente era di assumere come base le sue culture nazionali nella loro pienezza, ricchezza e integrità, e formare nuove generazioni che le vivessero come elemento della propria identità. Sarebbe stata un’impresa titanica e certamente molto lunga che avrebbe richiesto la valorizzazione piena delle istituzioni educative e culturali di tutti i paesi, ma che era l’unica via realistica e concreta. L’alternativa era il corto circuito tecnocratico dettato dalle esigenze economiche: infischiarsene della cultura e stabilire le condizioni minime per realizzare la mobilità del “capitale umano” e la sua “integrazione nel mercato del lavoro”. Questa è stata la soluzione falsamente concreta, di fatto irrealistica e distruttiva, scelta dall’eurocrazia. Le condizioni minime di cui sopra sono le otto competenze chiave di Lisbona, quella «combinazione di conoscenze, abilità e attitudini» necessarie alle “persone-risorse” del continente per la «cittadinanza attiva, l’inclusione sociale e l’occupazione». Inoltre, siccome occorre essere “scientifici”, queste competenze debbono essere “misurabili”, in conformità con i “parametri di riferimento” stabiliti dal Consiglio d’Europa. Ricordiamone rapidamente l’elenco: 1) comunicazione nella madrelingua; 2) comunicazione nelle lingue straniere; 3) competenza matematica e di base in scienza e tecnologia; 4) competenza digitale; 5) imparare a imparare; 6) competenze sociali e civiche; 7) spirito di iniziativa e imprenditorialità; 8) consapevolezza ed espressione culturale. Chiunque può leggere i documenti ufficiali e rendersi conto come dietro queste sigle non ci sia nulla: parole vuote di qualsiasi contenuto, vuote come la carta-moneta dell’euro. Per esempio, la competenza matematica è l’abilità di applicare il pensiero matematico per risolvere problemi quotidiani, nella sfera domestica e sul lavoro. Imparare a imparare è l’abilità di perseverare nell’apprendimento. Le competenze sociali e civiche debbono servire a partecipare in modo efficace e costruttivo alla vita civile e a risolvere i conflitti. L’ottava competenza – l’unica in cui si cercherebbe una parvenza di contenuti culturali – si riduce alla «consapevolezza dell’importanza dell’espressione creativa di idee, esperienze ed emozioni» e alla «consapevolezza del retaggio culturale locale, nazionale ed europeo»: basta esserne consapevoli, quanto a conoscerlo è faccenda che non interessa. Non c’è un riferimento a una tradizione culturale, scientifica o artistica, a qualcosa di specifico che sia indicato come fondante dell’identità europea. Nulla di nulla. Come accade sempre, il vuoto concettuale mobilita chi non ha nulla da pensare e sguazza nella metodologia. È proliferato così un esercito di specialisti del niente, che si sono adoperati e si adoperano con determinazione implacabile ad applicare vuote formule, a costruire le reti burocratiche e amministrative necessarie tale applicazione e a costruire la “scienza” della misurazione delle competenze. Questo esercito eurocratico, con la solita parola d’ordine «l’Europa lo vuole», è riuscito a mobilitare divisioni nazionali di soldati delle competenze che si applicano indefessamente a sostituire le conoscenze con la metodologia, il sapere con il “saper fare”, i contenuti con le regole, mediante un diluvio di prescrizioni e di formulari degni dei più soffocanti regimi dirigisti. Si è così prodotto un fenomeno straordinario e paradossale. L’intento dell’unificazione culturale si è trasformato in un progetto immenso e metodico di distruzione della cultura europea per quel che è stata realmente, il quale, passo dopo passo, divora persino il ricordo dei letterati, degli scienziati, dei musicisti, degli artisti che hanno disseminato il continente di opere artistiche e architettoniche. Questa è la “forza gentile” che come un esercito di termiti tecnocratiche sta sgretolando pezzo a pezzo le culture nazionali che dovevano essere i mattoni costitutivi dell’identità culturale del continente. Siamo certi che anche un europeista, ma colto e intellettualmente onesto quale era Tommaso Padoa-Schioppa, resterebbe inorridito di fronte a questa mutazione della “forza gentile” in un Moloch buro-tecnocratico che divora la “parte migliore” della civiltà europea. (Tratto da Il Foglio) via loccidentale

L’Europa, la civilità prima dei sacrifici (by Cardini)

30 Aprile 2012 by temis

Che cos’è, insomma, l’Europa?  Lontano da qui, disseminata tra Bruxelles e Strasburgo, c’è una selva di  edifici in acciaio e cristallo, di uffici lussuosi, di sale da riunione e da conferenza; una pletora di dirigenti, di parlamentari, di funzionari, d’interpreti e di consulenti ben pagati, qualcuno strapagato; una Commissione Europea, un Consiglio d’Europa, un parlamento Europeo, ma nessun leader nel quale la gente possa identificarsi o col quale possa prendersela  se e quando le cose vanno male. C’è una Banca Centrale Europea che non è pubblica, quindi è in mano ai suoi anonimi o semianonimi azionisti: stampa euri e detta legge sui nostri bilanci e sulle nostre tasche. C’è una bandiera azzurra e stellata, bella ma àlgida, sulla quale non ha mai pianto nessuno, che non ha mai avvolto al bara di un ragazzo morto per difenderla, che quando sventola fa un bell’effetto ma non commuove. C’è un inno preso in prestito da Beethoven, bellissimo, ma le parole di Schiller che lo accompagnano quasi nessuno le conosce e comunque sarebbero inadatte a esser cantate: e nessuno ha mai pensato sul serio a scrivere un testo che potrebbe rappresentare i sentimenti collettivi di tutti i ventisette stati membri ed esser tradotto in tutte le loro lingue. Non c’è un esercito europeo, perché l’organizzazione militare comunitaria è in realtà quella della NATO, egemonizzata da una potenza che sarà anche amica ed alleata, ma ch’è pur sempre straniera: un’organizzazione che ad esempio impone (la notizie è di metà aprile) l’organizzazione di un costoso “scudo” antimissilistico non si capisce né chiesto da chi né utile a chi né indirizzato a difenderci dalle minacce di chi.  I paesi europei hanno rinunziato alla sovranità economico-monetaria, a quella diplomatica, a quella difensiva, ma tali forme di sovranità non sono gestite da nessun vero e proprio governo sovranazionale. L’Unione Europea non ha ancora deciso nemmeno se organizzarsi in Federazione all’americana o alla tedesca o in Confederazione alla svizzera.
Eppure, questa larva semisconosciuta e non amata dai suoi cittadini chiede continui sacrifici, impone tagli e balzelli. E dappertutto sorgono ormai, contro di essa, gruppi e movimenti che da “euroscettici” si stanno trasformando sempre più in veri e propri antieuropeisti: nostalgici delle piccole patrie che c’erano prima o utopisti che rivendicano la fondazione o la resurrezione di patrie mai esistite oppure defunte da secoli. Partiti ostili all’Europa stanno sorgendo dappertutto, e in molte nazioni assumendo il potere, com’è accaduto in Ungheria. In Francia, sembra che l’ago della bilancia per l’elezione del nuovo presidente sia costituito dagli antieuropeisti del Front National, oggi corteggiato sia da Sarkhozy, sia da Hollande.   
Eppure, l’”Unione non unita” ha avuto una primavera, è stata una speranza e addirittura un ideale. Ne so qualcosa io, che me ne innamorai ventenne, nel 1960, dopo aver ascoltato alla  TV una breve, commossa allocuzione del cancelliere Konrad Adenauer dove si parlava  di quest’Europa ch’era una patria da amare per tutto quel che aveva e che significava: per le cicogne sui tetti di Norimberga, per i vigneti della Borgogna, per la pianura infinita della Meseta, per il mare di Capri; ma soprattutto per la sua storia tormentata eppure tanto “profondamente nostra”,  per le guerre fratricide che avevamo combattuto e che non dovevano più dividerci, per le comuni radici cristiane testimoniate dalle nostre cattedrali, per i nostri popoli che attraverso errori e sofferenza avevano imparato ad amarsi tra loro e a ritenersi reciprocamente complementari, per i nostri ragazzi di domani che avrebbero abbattuto le frontiere e bruciato gli inutili passaporti.  Molti paesi europei avevano sognato nei secoli passati di dominare il mondo con la forza, e non c’erano riusciti: insieme, saremmo stati invincibili e saremmo riusciti a imporre al mondo non la legge della  guerra, bensì quella dell’amore e della fratellanza tra i popoli.  
Che cosa è andato storto, da allora? Che cosa non ha funzionato, di quel bellissimo sogno?  La verità è che, nell’edificare  la “casa comune europea”, abbiamo sbagliato l’ordine costruttivo. Una realtà civile e sociale si costruisce dalle fondamenta: cioè dalla riflessione storica,  dalle istituzioni  politiche e amministrative, dall’educazione dei giovani (quindi dalla scuola), dalla difesa. Infine il tetto: la moneta e i meccanismi finanziari.  Ma noi non abbiamo avuto fino dagli Anni Cinquanta il coraggio d’innovare quel che andava innovato e di fondare quel che doveva essere fondato. Avremmo dovuto costruire l’Europa dei popoli e delle loro tradizioni: abbiamo costruito l’Europa dei governi e l’Eurolandia delle banche. Dalla Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio, del ’51, passammo alla Comunità Economica Europea nel ’52 per trasformarla a Maastricht, nel ’92, in Comunità Europea: solo allora si assunse la denominazione di “Unione Europea”, in realtà un guscio istituzionale vuoto.
Avremmo avuto bisogno di edificare giorno per giorno una coscienza civica europea, diciamo pure un “patriottismo europeo”, cominciando con il conferire uno spirito nuovo a tutte le scuole. Si sarebbe dovuto studiare una storia comune europea in grado di accompagnare le nostre storie nazionali e di conferir a ciascuno di esse il senso di una convergenza e di una complementarità nuova. Oggi la bandiera azzurro-stellata sventola su tutti gli edifici scolastici, ma non si riflette in nessun programma concreto d’apprendimento. Tornano le piccole patrie e i micronazionalismi isterici, da stadio; oppure trionfa l’individualismo sterile ed egoistico, incapace di creare valori civili.
E allora? Abbandonare tutto e dire che ci siamo sbagliati, rinunziare  per tornar a un pulviscolo di stati senza forza e senza autorevolezza, vasi di coccio minacciati dai colossi internazionali e dalla potenza occulta ma formidabile delle lobbies?  Adattarci a far parte di un generico “Occidente” atlantico nel quale doversi rassegnare a una funzione definitivamente subalterna? O ricominciare da capo, da ora, da subito, reinsegnando ai ragazzi del secondo decennio del XXI secolo quel che avremmo dovuto insegnar a quelli di mezzo secolo fa e imponendo nuove forme di rappresentanza politica diretta scelte dagli europei nel loro complesso, che non proiettino più sull’Unione i condizionamenti delle singole politiche nazionali? Quanto tempo perduto, quante occasioni sprecate, quante speranze gettate al vento…Eppure, non è mai troppo tardi. francocardini.it

 

Come Monti sta rovinando l’Italia (by Report)

23 Aprile 2012 by temis

MILENA GABANELLI STUDIO  L’Italia è il primo Paese che ha messo in Costituzione il pareggio di bilancio. Cosa vuol dire nella pratica? Che tu non potrai mai forzare la spesa per rivedere le tue politiche di investimento pubblico. E’ come se, una famiglia, con un reddito basso, ma decide di indebitarsi per far studiare i figli e una legge gli dice “tu non puoi affrontare questa spesa”. Moltiplicato per milioni di famiglie cosa si viene a perdere? Perché alla fine i conti saranno anche a posto, ma è una gran brutta vita.E non è vero che sei virtuoso solo se non spendi, dipende da come spendi. E’ urgentissimo avviare delle politiche di riduzione del debito, ma metterlo in costituzione potrebbe creare le basi per lo smantellamento la funzione pubblica dello Stato e lasciare che ad occuparsene siano i privati. E il privato di fronte alla linea dell’autobus che va in periferia per far viaggiare 10 persone, cosa fa la taglia perché non gli conviene. La politica quando non funziona, e non funziona quando si eleggono le persone sbagliate, diventa tecnica. Una parola che non abbiamo inventato noi ma è comparsa al mondo una 40ina di anni fa. MICHELE BUONO FUORI CAMPO
Sono gli anni ’70 e un gruppo di uomini potenti – americani, europei giapponesi – pronunciava
questa parola: tecnocrazia. E’ la Commissione Trilaterale – Stati Uniti, Europa, Giappone – voluta da David Rockefeller nel 1973 per disegnare il futuro del mondo, o meglio per dargli una raddrizzata. PATRICK WOOD – SAGGISTA-EDITOR THE AUGUST FORECAST E’ la filosofia che ha guidato la Commissione trilaterale fin dal primo giorno, quella della tecnocrazia e che è a tutti gli effetti una filosofia politica. MICHELE BUONO FUORI CAMPO La Commissione Trilaterale ha la struttura di un parlamento globale ma i membri non sono eletti, sono invitati. Banchieri, politici, industriali, rappresentanti di multinazionali, accademici, giornalisti, editori non hanno mai smesso di riunirsi in seduta plenaria una volta l’anno. E già a metà degli anni ’70 , l’analisi della Commissione Trilaterale sulla crisi mondiale – salari alti e crescita non più ai ritmi del dopoguerra – era “eccesso del sistema decisionale”. Troppa democrazia. Soluzione? Più potere ai governi e meno ai parlamenti. Patrick Wood statunitense ha seguito i lavori della Trilaterale fin dall’origine. Lo intervistiamo via skype. PATRICK WOOD – SAGGISTA-EDITOR THE AUGUST FORECAST
Sin dall’inizio il loro intento specifico fu quello di creare un nuovo ordine economico internazionale
ed elaborarono due concetti per realizzare i loro piani: interdipendenza tra i soggetti e tecnocrazia, come mezzo per controllare la società.MICHELE BUONO Più tecnocrazia e meno politica: era questo il piano?
PATRICK WOOD – SAGGISTA-EDITOR THE AUGUST FORECAST Fu questo il piano fin dall’inizio. Tant’è che la Commissione trilaterale riuscì a prendere il controllo dell’esecutivo americano dominandolo negli ultimi 30 anni. MICHELE BUONO Che genere di mondo volevano disegnare e stanno disegnando?
PATRICK WOOD – SAGGISTA-EDITOR THE AUGUST FORECAST
Sono convinti che non ci sia più bisogno dello stato così come lo si è inteso per centinaia di anni e quindi agiscono per poter eliminare il concetto di sovranità nazionale e di autodeterminazione. In quei giorni nessuno aveva previsto che il sistema che stavano creando avrebbe portato il mondo è quello che è oggi: talmente connesso a livello finanziario che se una nazione singhiozza, l’intero pianeta cade in ginocchio.
MICHELE BUONO FUORI CAMPO C’era una volta una legge bancaria, il Glass Steagall Act che dopo la crisi del ’29 regolamentava l’attività: da una parte le banche commerciali con attività tradizionali e garantite dallo Stato, dall’altra le banche d’affari con attività speculative. L’industria bancaria poi fece pressione per abolire questa distinzione. Troppi lacci e lacciuoli – si diceva – sarà solo il mercato a regolare tutto.
Tant’è che sotto l’amministrazione Clinton (ex membro della Commissione trilaterale – era il 1999 -) il Glass Steagal Act fu abolito. Rotti gli argini, le banche di tutto il mondo si sono messe a fare tutto: raccolta del risparmio, speculazione, costruzione e vendita di titoli di debito.PATRICK WOOD – SAGGISTA-EDITOR THE AUGUST FORECAST Vorrei far notare che per la prima volta nella storia due membri della Commissione trilaterale sono diventati i primi ministri di due nazioni in Europa: la Grecia e l’Italia.
MICHELE BUONO Qual è stato il ruolo del signor Mario Monti nella Commissione trilaterale? PATRICK WOOD – SAGGISTA-EDITOR THE AUGUST FORECAST Monti è stato il presidente europeo della Commissione trilaterale. Quindi la sua responsabilità era quella di portare avanti le operazioni europee. Ora io posso parlare di come gli uomini della trilaterale si comportano negli Stati Uniti una volta che si ritrovano ad occupare posizioni di potere: hanno la possibilità di eseguire qualsiasi strategia politica della trilaterale con o senza il consenso del popolo.MICHELE BUONO FUORI CAMPO Non è un complotto perché la stessa storia potrebbe essere raccontata partendo da altre premesse. Diciamo che ognuno, anche da sponde diverse, ci ha messo un pezzo. Interessi, buona fede, incapacità, errori, si sono intrecciati e hanno disegnato un modello. MICHAEL HUDSON – PRESIDENTE ISTITUTO STUDI TENDENZE ECONOMICHE
LUNGO PERIODO Se si traccia una mappa del Giappone e Fukushima viene inondata, non diciamo che la mappa è stata allagata ma che è il Giappone a essere stato sconvolto. Il modello è solo una falsa mappa per poter convincere le persone a seguire un sentiero suicida facendo credere alle famiglie e alle industrie che sarebbero diventate più ricche solo se avessero contratto debiti senza lavorare e produrre. Il problema è che è stata seguita una falsa mappa che descriveva la realtà. MICHELE BUONO FUORI CAMPO
Seguendo una mappa diversa vediamo come cambia la realtà. report rai3 via dagospia

L’Italia laboratorio della tecnocrazia che guiderà l’Europa

20 Aprile 2012 by temis
Si è parlato per vent’anni di un presunto “laboratorio italiano” intorno all’esperimento di Berlusconi. Una tesi piuttosto assurda. Il berlusconismo non è stato il laboratorio politico di nulla, semmai una specie di riedizione comica, pasticciata e terminale della destra autoritaria del Novecento, da Mussolini al maccartismo e al neoliberismo, un’espressione politica della nostalgia di un Paese in declino. Nostalgia dominante anche fra gli oppositori di Berlusconi, divisi fra il postcomunismo estenuato di Pds, Ds e ora del vertice del Pd, e il qualunquismo vecchio stile di Di Pietro e Grillo. Per non parlare del centro cattolico, che da un ventennio cerca di far risorgere la Democrazia cristiana.
Nella Seconda repubblica, l’unica vera novità era rappresentata da Romano Prodi, un tecnocrate riformista consapevole, a differenza dei nostri provinciali politici, delle conseguenze della globalizzazione. Le due brevi stagioni di Prodi sono state l’unico laboratorio politico italiano e infatti hanno preparato il terreno a Mario Monti. Con il governo Monti l’Italia è diventata davvero un laboratorio del futuro.
Quello che accadrà nei prossimi anni è la progressiva sostituzione dei governi politici con governi tecnici. Governi tecnici per modo di dire, dal momento che è chiaro a tutti come il governo Monti stia in realtà facendo molta più politica dei predecessori. Tecnici nel senso della provenienza professionale dalla scuola dei grandi burocrati internazionali, in particolare europei.
Una polemica alla moda sostiene che la burocrazia di Bruxelles abbia fallito nel progetto di unificazione dell’Europa, fermandosi allo stadio dell’unità monetaria. È una tesi molto superficiale. In realtà, Bruxelles è servita a formare una classe dirigente che la politica non è più in grado di produrre ed è ora pronta a prendere il potere in tutti i governi nazionali europei. È accaduto per ora in Italia e Grecia, ma avrebbe potuto già realizzarsi da tempo in Francia, se prima Jacques Delors non avesse rifiutato la candidatura all’Eliseo e poi Dominique Strauss-Kahn non fosse stato travolto dal noto scandalo. Domani potrebbe toccare alla Germania e alla Spagna.
Per quanto riguarda l’Italia, dovrebbe essere evidente a tutti che, dopo Monti, non ci sarà un altro governo politico vecchio stile, con Bersani o l’improbabile Alfano premier, ma un altro gabinetto “tecnico”, il cui teorico presidente del Consiglio dovrà in ogni caso fare i conti con l’autentico premier, il governatore Mario Draghi. Questa sarà la politica nei prossimi anni, il resto sono slogan.
di Curzio Maltese Tratto dal “Venerdi di repubblica” 13.4.2012