Veltroni: un perdente di successo – ritratto al vetriolo di Pansa (L’Espresso)


“Candidato naturale alla guida del Pidì o scelta obbligata di una Quercia in agonia? Uomo nuovo o ‘vecchio arnese’ (Berlusconi dixit)? Io vedo Walter Veltroni come un esempio luminoso del Perdente di successo. Un politico con alle spalle più sconfitte che vittorie. Eppure capace di rialzarsi dalla polvere per risalire sull’altare. Restando sempre uguale a se stesso: un piacione che ama piacere, un favolatore che illude la gente, un conciliatore degli inconciliabili. E dunque un leader inadatto a un’Italia in declino che ha bisogno di capi severi, dalla parola aspra e dalle scelte crudeli.

Ho visto giusto? Non lo so. Su Walter ho scritto migliaia di righe e ne ho lette qualche milione. E il troppo inganna. Le mie cronache su di lui iniziano nella primavera del 1994. Achille Occhetto ha perso le elezioni contro il Cavaliere e deve lasciare le Botteghe Oscure. Baffo di Ferro non vuole cedere lo scettro a D’Alema. Così decide di gettargli tra le gambe un candidato a sorpresa: Veltroni. In quel momento, Walter non ha ancora 39 anni ed è soltanto il direttore dell”Unità’. Tre messi occhettiani (Piero Fassino, Claudio Petruccioli e Fabio Mussi) cominciano a costruire la sua candidatura. Sembrano farlo a dispetto del candidato. Che giura di non aspirare al Bottegone: “Il mio lavoro è, e resterà, quello di dirigere il nostro giornale”.

In realtà, Walter si vede già alla guida del partito. Il 22 giugno spiega a Barbara Palombelli di ‘Repubblica’: “Il mio sogno? Un milione di persone in piazza. E non per salutare qualcuno che se ne va, ma per festeggiare qualcosa che comincia. Sogno una sinistra unita, che ritrova le ragioni della speranza, riaccende un fuoco, riscopre ideali”. I due candidati non potrebbero essere più diversi. D’Alema è superbo, brusco, dentuto con i giornali. Quando un cronista gli chiede se ha stretto un patto di non aggressione con Veltroni, replica gelido: “Sono cazzi nostri”. Veltroni è il buonista gaudioso. E fa spallucce quando un amico lo grattugia così: “Walter, se vuoi essere un numero uno, devi smetterla di dar ragione a tutti”.

Il sogno si dissolve il 1 luglio 1994, alla Fiera di Roma. Il Consiglio nazionale elegge segretario D’Alema. Walter incassa con il sorriso sulle labbra. Dice ad Alberto Statera della ‘Stampa’: “Mi vede pallido, ma è colpa della dieta. Ho perso tredici chili in un mese e mezzo”. Poi telefona alla figlia Martina: “Allegra, zio Massimo ci ha salvato le ferie!”. Walter rimane a guidare ‘l’Unità’. Fa un bel giornale che non ha nulla del foglio di battaglia. Mai ruvido con gli avversari. Niente campagne-carogna. Articoli intelligenti e spesso inutili. Il Museo dei bidoni. Dalla trota pelosa allo yeti. L’artigiano che fabbrica alabarde per il cinema. Professione sub, un sessantottino sotto il mare. E via cazzeggiando, per la rubrica ‘Chi se ne frega’ del maledetto ‘Cuore’.

Ma il Perdente cerca la rivincita. Ne ottiene una nell’estate del 1995. Vittoria d’immagine, con il libro ‘La bella politica’. Trionfo di pubblico e di critica. Persino Romano Prodi non si sottrae all’obbligo del santino. Geloso, D’Alema scrive anche lui un libro: sessanta pagine sull’Italia normale. E i due testi diventano la canzone dell’estate in tutte le feste dell’Unità.

A quella nazionale gareggiano le coppie D’Alema-Maurizio Costanzo e Veltroni-Giovanni Minoli. Una kermesse di luci della ribalta, selve di telecamere, recensioni lecchine. Ma è in agguato la destra, nella persona di Vittorio Feltri, direttore del ‘Giornale’. Che in agosto attacca su un fronte imprevisto: Affittopoli.

Walter, sia pure non da solo, perde un’altra volta. Anche lui è tra gli inquilini delle case offerte ai vip dagli enti previdenziali. E va fuori dai fogli. Ricordo una telefonata furibonda all”Espresso’: “Pure voi ci avete preso a calci in faccia!”. Gli dico: perché non replichi sull”Unità’? La risposta mi lascia secco: “Non posso, perché noi siamo un giornale d’informazione”.

È una fine estate violenta. Walter ha lo sguardo smarrito del tacchino inseguito dal cuoco. Ma si riprende presto, convinto della sua buona stella. Siamo alla primavera del 1996. Prodi lo fa correre con lui. Walter vorrebbe candidarsi nel collegio sicuro di Suzzara. Poi D’Alema, dal Bottegone, lo strattona. E Walter affronta la battaglia a Roma 1, contro il magistrato Filippo Mancuso.

È un match da film dell’orrore. Il più perfido del Polo contro il più buono dell’Ulivo. A vincere è Walter. Il compagno di banco che ti fa copiare il compito. Il vicino di casa che accorre quando il tuo lavandino perde. Uno dei suoi slogan, dedicato all’ambiente, sembra fabbricato per lui: ‘Chi lo ama è riamato’. Ma dovrà sopportare il ritratto al curaro che Mancuso affida a Francesco Merlo, del ‘Corriere’: “Veltroni è un elencatore di luoghi comuni, parla di cose che non sa, cita libri che non legge, è un anglista che non conosce l’inglese, un buonista senza bontà, un americano senza America, un professionista senza professione”.

Prodi lo porta con sé a Palazzo Chigi. Ci staranno per poco. Il 9 ottobre 1998 il governo cade. Al Professore subentra D’Alema. E Walter, sconfitto come vice-premier, trova una via d’uscita grazie a Max che lo designa a succedergli come segretario dei Ds. Ancora una volta perdente di successo, Walter viene eletto da una maggioranza bulgara: l’89,1 per cento.

Quattro giorni prima, Walter visita in carcere Adriano Sofri, con Pietrostefani e Bompressi. E auspica la revisione del processo per l’assassinio del commissario Calabresi. Poi va a raccogliersi sulla tomba di don Giuseppe Dossetti, l’icona della sinistra dicì. Carcerati, morti ammazzati, sepolcri di sant’uomini. La spalla di Walter, Pietro Folena (oggi rifondarolo) s’affanna a spiegare: la nostra è attenzione alle problematiche della sofferenza e contaminazione di culture. Ma c’è chi si chiede: l’epoca di Walter al Bottegone sarà di sangue versato e di lacrime a gogò?

L’anno successivo il sangue comincia a versarlo il partito. Elezioni europee del 13 giugno 1999: rispetto alle politiche del 1996, i Ds perdono per strada due milioni e mezzo di elettori. Al Nord sono ridotti al 13,1 per cento. Forza Italia svetta. In tivù compare un Veltroni disfatto, i capelli ritti, il famoso neo quasi a ciondoloni. Come non capirlo? Eccolo descrivere il suo partito, nel luglio di quell’anno: “Gracile, arrogante, ha sostituito il centralismo democratico con il casino. Siamo pieni di intrighi, di correnti, di lotte. Sono spaventato da una Quercia ricca non di opinioni diverse, ma di guerre intestine”. Quindici giorni prima, i Ds hanno perso il Comune di Bologna, la roccaforte rossa.

Passano sei mesi e, il 15 gennaio 2000, Walter è rieletto segretario dei Ds al congresso di Torino. Ma la Quercia è in pieno marasma da clan. Ulivisti puri. Miglioristi superstiti. Veltroniani. Dalemisti. Pontieri. Sinistra tenera. Sinistra dura. Laburisti. Cristianosociali. Sinistra repubblicana. Comunisti unitari. E riformatori per l’Europa. Morale: il 16 giugno di quell’anno una nuova batosta per Ds e alleati. Sconfitti in otto regioni su quindici. Il giorno dopo D’Alema si dimette da premier, lasciando la poltrona a Giuliano Amato. Walter è sotto accusa, anche se quel disastro non può essere addebitato soltanto a lui. Ma è in quell’estate, forse, che il Perdente di successo medita la sua exit strategy: uscire dall’agone nazionale e rintanarsi a Roma.

L’occasione si presenta all’inizio del gennaio 2001. Il sindaco della capitale, Francesco Rutelli, si dimette per guidare il nuovo scontro con Berlusconi, previsto per maggio. Walter si candida subito a succedergli. Come è possibile? Il leader dei Ds che si rifugia in un municipio? In realtà, Veltroni ha annusato un’altra catastrofe. E non vuole perire sul campo. La catastrofe arriva alle politiche del 13 maggio. Vittoria schiacciante di Forza Italia. I Ds sono al minimo storico: 16,6 per cento. Lo stesso giorno, Walter si batte contro Antonio Tajani. Ma diventa sindaco di Roma soltanto due settimane dopo, al ballottaggio. Il Perdente di successo l’ha scampata bella. Ha vinto in casa, però ha vinto. E bisserà la vittoria nel 2006, con un margine molto ampio.

Roma capoccia e ladrona è ormai sua. L’astuto Walter ne farà la rampa di lancio per nuove avventure. Al partito ci pensi quel piemontardo faticone di Fassino. Piero verrà eletto segretario a Pesaro, il 16 novembre 2001. E troverà all’opposizione proprio Walter, capo ombra del Correntone di sinistra.

Adesso, come nel gioco dell’oca, si ritorna alla casella di partenza. I due avversari storici di Walter lo candidano alla guida del Pidì. È l’auspicato rinnovamento? Direi di no. Siamo ai soliti tre attori di tanti spettacoli nel Teatro della Quercia. Dunque ci vorrebbero altri competitor nelle primarie. Difficile, ma non impossibile, che emergano. Comunque, smettiamola con i requiem anticipati per Prodi. Non è elegante. E disturba molto anche gli scettici come me”.

(Giampaolo Pansa ?L?Espresso?)
Riferimenti: Ubriaco a Trastevere: la foto ripresa da tutto il mondo

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