“Tra poche parole” (N.Gomez Davila)

Il segreto di ogni reazionario è nel non essere un contemporaneo della propria epoca. Il reazionario deve anzi attraversarla col garbo dell’ospite inatteso, con smagatezza stagionata, scetticismo, sensualità. Ma non può fare come se nulla fosse: se non vuole fingere che la verità della storia sia la storia in se stessa, non può neppure negarsi alla disputa con la realtà. E se non è disonesto, il reazionario ammetterà d’avere soltanto un’arma a disposizione per il corpo a corpo con l’età nella quale gli è toccato in sorte precipitare. Quest’arma è il pugnale dello spirito ed è invincibile come il raggio di luce che fende una nebbia altrimenti incomprensibile. Nicolás Gómez Dávila è il principe

d’una reazione speciale fiorita ai margini dell’America latina novecentesca (1913-1994). Animo aristocratico incarnato in famiglia borghese di Bogotà, dunque levatura alta ma pur sempre di terza casta, di Gómez Dávila restano una biblioteca monumentale nella sua casa-cittadella impermeabile alla cultura della Colombia, perché alimentata con la Kulturkritik che l’autore aveva introiettato durante la propria formazione parigina. La sua opera? Chiedere a Dioniso, dio del ditirambo, maestro della danza corale che rappresenta il cosmo nel verso cantato, signore del destino rarefatto implicito nella scelta letteraria dell’aforisma. Dunque chiedere a Nietzsche. E non per caso a scoprire Gómez Dávila fra noi italiani è stato Franco Volpi, filosofo, erudito di cose germaniche e bibliofilo fortunato (lo Schopenhauer in piccole gemme degli ultimi Adelphi lo si deve a Volpi e a un misterioso armadio d’inediti da lui scoperto in tempi non troppo lontani). Quasi dodici anni fa, sempre per Adelphi, Volpi suonò il primo rintocco colombiano curando la pubblicazione di "In margine a un testo implicito". Fu la prima pioggia di "Escolios" che Gómez Dávila riversava, a due anni dalla morte, in Italia. Adesso è il momento di aggirarsi "Tra poche parole", titolo attivista con il quale l’editore di Milano avvolge

altri escolios (e altri ne verranno) in una breve tessitura: "Il vantaggio dell’aforisma sul sistema è la facilità con cui si dimostra la sua insufficienza. Tra poche parole è difficile nascondersi come tra pochi alberi". Gómez Dávila sceglie la radura per mostrarsi e non barare, attacca forte la contemporaneità per non sembrare neghittoso; il disprezzo del nobile antidemocratico, del demaistriano colto e inattuale, dell’antico homo religiosus infastidito dagli spettri novecenteschi, quello ce lo serve da subito e con sontuosa maîtrise du style. Rapitore di se stesso, prigioniero d’un bosco di libri dal quale non è uscito

nemmeno davanti alla lusinga del grande incarico in politica o in diplomazia, il solitario di Bogotà sentenzia dalle feritoie del suo fortilizio intellettuale in stile Tudor. Se Nietzsche filosofava col martello di Zarathustra, Gómez Dávila folgora con esiziali saette. Le sue sono vampe serpentine e incolori come lo zaffiro, ma solo come lo zaffiro capaci di liberare il prigioniero dai ceppi dell’illusione. A cominciare dall’illusione del progresso. Dice lui: "C’è una viltà indelebile nei partigiani del nuovo. Nei ferventi complici del tempo che uccide ogni cosa". Ma come si uccide ogni cosa? Forse credendo di trovare la propria immortalità nel dirsi moderni, edificando il nulla nella convinzione di poter ricrearsi

dal nulla, disdegnando il passato, svalutandolo come fosse un presente bambino e immaturo. E’ il vizio moderno di erigere cose nuove che sono cenotafi permanenti, tombe monumentali e vuote tirate su per esorcizzare la morte in omaggio a un’idea folle di durata e di accumulazione. Ecco allora Gómez Dávila: "Il progressismo invecchia male. Ogni generazione porta con sé un nuovo modello di progressismo che accantona con disprezzo il modello precedente. Nulla di più grottesco del progressista alla moda di ieri". Opera buffa e illusione tragica, per il nostro illuminista retrogrado "la tragedia moderna non è la tragedia della ragione sconfitta, ma della ragione trionfante". Parodia del

Logos, luce nera non scaldata dalla pietas di un altare, la ragione sconsacrata è lo stemma della civiltà decaduta nell’abbaglio del fare. "Il moderno distrugge più quando costruisce che quando distrugge. La vita, come la libertà, ha solo il valore dell’occupazione che ci consente, del dio per il quale ci lascia morire". E allora noi potremmo chiedere come si possa decidere dell’esistenza della libertà, se la libertà più autentica che ci è data coincide con il dio per il quale ci lascia morire. Ma anche questa è una domanda moderna alla quale Gómez Dávila ha già risposto: "La libertà è stata l’assillo dell’èra moderna, perché la salute ossessiona solo l’ammalato". Il grande solitario colombiano conosceva la malattia, soffriva ai polmoni, aveva confidenza con il fiacco e il macilento. Intuiva per esperienza, e perché conosceva i classici latini e greci, il rapporto simpatico che annoda la carne di un uomo al suo destino. "Il corpo è il racconto dell’anima", ammette, assegnando alla natura del soffio vitale la responsabilità di modellare l’aspetto e il portamento. Gli Elleni riassumevano con la parola Kalokaghathia, il bello inscindibile dal virtuoso. In effetti l’anima, come la virtù, non è un regalo altrui.

Bisogna guadagnarsela: "L’anima è il compito dell’uomo". E’ una consegna universale, ma non da tutti e qui è lo scandalo ulteriore del reazionario. Qui è la certezza empirica dell’ineguaglianza, sicché il colombiano autorizzava a farsi chiamare uomo, mortale, perfino fratello (e senza complimenti poiché

era cristiano). Ma uguale, mai. Perché "il democratico ritiene che per salvaguardare la propria dignità convenga non rispettare la grandezza altrui"; mentre "La vita è officina di gerarchie. Solo la morte è democratica". Quanta forza controrivoluzionaria serve per girare il proprio trono interiore nel verso

contrario alla corrente storica? Gómez Dávila non lo chiede nemmeno, lui alla storia umana ha opposto l’irresistibile verità della natura: "Il democratico che cerca uguaglianza passa la rasiera sull’umanità

per tagliare quello che sporge: la testa. Decapitare è il rito centrale della messa democratica". In sottofondo si ode il clangore giacobino, il rotolare di teste blasonate (a volte sacrosanto anche se l’autore non lo concederebbe mai), la melodia dei madrigali composti da nobildonne nelle carceri

parigine di fine Settecento che hanno estasiato l’aneddotica della restaurazione fino a spirare sciroccosi

nei salotti della Parigi novecentesca abitata dal giovane colombiano. Lui il Settecento lo adorava maledicendolo e lo maledì come l’ultimo mondo abitabile: "Il Settecento fu il secolo dell’occasione

mancata. C’era allora una natura civilizzata ma non vinta, una tecnica ingegnosa ma non opprimente, una società ordinata che non oscillava ancora tra solitudine individuale e asfissia collettiva. Tuttavia il Settecento non seppe mantenere il proprio equilibrio e preferì progredire". Si allontanò la cura per gli uomini fisici, sembra pensare l’autore, e sopraggiunsero i diritti del suo modello astratto. Non è detto fosse un male, ma la severità delle forme risentì del danno morale – "Nella società ugualitaria non c’è posto né per i magnanimi né per gli umili, ma solo per le virtù pacchiane" – e si accompagnò alla

dissoluzione nell’armonia delle linee e nel senso del tragico: "Come non c’è tragedia se non tra principi o dèi, così non c’è architettura se non per dèi o principi. L’architettura moderna è un melodramma borghese". Morta la sezione aurea di Pitagora e di Leonardo, "la pittura non figurativa" diventa "il realismo del nostro tempo". Agli occhi di un’anima vetusta la borghesia è nata così, come una colata di pittura divisionista sopra l’ultimo bagliore di un quadro dai contorni ancora leggibili. "La classe sociale alta è quella per cui l’attività economica è un mezzo, la classe media quella per cui è un fine. Il borghese non aspira a essere ricco, ma più ricco". E "noi mediocri non inventiamo neppure un nostro modo di esserlo". Si potrà scartare un poco, ma indietro non si torna e andando avanti non ci sarà più nulla da conservare. Rimane forse l’estremo eroismo di un io giudicante che racconta in forma ellittica il proprio disgusto. Ormai "la civiltà è un accampamento mal recintato in mezzo a tribù ribelli" e quindi tanto vale issare intorno a sé le mura ciclopiche dell’isolamento. Tuttavia la solitudine non sfugge all’impersonalità della gerarchia. "Quando la verità muore, l’uomo anestetizza la propria angoscia col fetore della massa", mentre l’aristocrate si misura con l’abisso: può cadere nel titanismo disperato oppure rimettersi attivamente a una legge superiore: "La solitudine è insopportabile se il solitario non aderisce a evidenze trascendenti". Ecco il quesito dei quesiti che soggiornano nel foro dei reazionari: cosa può salvare al tempo stesso dall’uguaglianza e dalla disperazione? Forse l’estetica, la letteratura,

la bellezza che non sopporta alcuna tessitura plebea, la nudità che è il vestito degli dèi. Ma basta e non basta. Della pittura si è detto, dell’arte di costruire pure. Oltretutto "la letteratura contemporanea, in qualsiasi epoca, è il peggior nemico della cultura. Il tempo limitato del lettore si consuma leggendo

mille libri mediocri che ottundono il suo senso critico e feriscono la sua sensibilità letteraria". E se i "i tre nemici della letteratura sono: il giornalismo, la sociologia, l’etica", perché Gómez Dávila scrive, e a quale stella guarda quando lo fa? Coerente, scriveva per gli amici e pretendeva che i suoi aforismi non

fossero che un regalo. Senza nulla in cambio, senza aspirazioni pubbliche, senza l’onta di una recensione o il vilipendio di un premio letterario. "Lo scrittore indifferente alla popolarità non aspira a essere contemporaneo degli scrittori del suo tempo, ma degli scrittori che ammira". E’ sufficiente.

Ma ancora non ristora l’anima. Nel cuore di ogni reazionario risuona un ghigno schizzato sul mondo -

"L’ironia risulta sempre reazionaria, anche in bocca a ferventi democratici. La società comunista si crepa quando un militante sorride" – e si sposa con la levità dell’ingegno che non si compra nel mercato dei diplomi perché ha nella vita la propria unità di misura: "Civiltà è tutto ciò che l’università non può insegnare", dice Gómez Dávila ed è una frase bellissima che sarebbe piaciuta a Julius Evola, barone anticrociano non laureato come Benedetto Croce, affezionato alla massima di un vecchio nobile piemontese che divideva l’umanità in persone intelligenti e persone laureate. Ecco perché, di nuovo

nel nostro aforista, "la volgarità consiste, fondamentalmente, nel dare del tu a Platone o a Goethe", la "scienza è ciò che solo un uomo intelligente inventa, ma che qualsiasi imbecille pratica", mentre "uomo colto è colui per il quale nulla è privo di interesse e quasi tutto di importanza". Ma questo ghigno antimondano deve per forza convivere con il dovere di salvare il mondo, anche se non servirebbero dieci incarnazioni: "La civiltà è un sorriso che mescola con discrezione ironia e rispetto". Il reazionario condivide con gli antichi la consapevolezza che "la «torre d’avorio» ha una cattiva fama tra gli abitanti di tuguri intellettuali", ma poi lui da questa torre si affaccia e mentre osserva l’orizzonte bigio pensa: io sono tutto questo; io mi sacrifico per questo tutto. "L’idea stessa di sacrificio sembra

assurda a chi ignori l’esistenza di una gerarchia di beni", dice il colombiano alla ricerca della ragion pratica. Eccola: "La perfezione morale consiste nel sentire che non possiamo fare quello che non dobbiamo fare". Afferrata a contrario, subìta nel suo calco negativo, la morale interiore diventa imperativo aristocratico condiviso: "L’etica culmina là dove la regola sembra espressione della persona". Mansuefatto o rabbioso, il plebeo si sottomette alla regola come a una costrizione superiore

e perciò estranea: come ogni barbaro, il senza casta "o deride senza riserve o venera senza riserve". Il patrizio fa invece dell’obbedienza alla norma un’epica vitale, un onore intangibile, uno stile omerico che si può tramandare non a tutti ma a beneficio di ognuno. E’ la tradizione, "non un presunto catalogo di virtù che si oppone a un catalogo di errori, ma uno stile nel risolvere problemi. La tradizione non

è soluzione pietrificata, ma metodo flessibile". Non è il buon senso comune, non è la legge del numero, "obbedire alla legge che dipende dalla volontà maggioritaria è obbedire al capriccio, obbedire a un uomo che riconosce norme oggettive è obbedire alla legge". Chi sa ascoltare comprenderà che soltanto

la saggezza empirica ereditata dai primi mortali, i migliori, può attingere all’oggettività. Da qui deriva la scelta platonica di svolgere attraverso il dialogo le idee immutabili ed eterne: "Il reazionario ha inventato il dialogo osservando la dissomiglianza degli uomini e la varietà delle loro aspirazioni. Il democratico pratica il monologo perché per bocca sua si esprime l’umanità". Da qui deriva l’inafferrabilità apparente della parola oracolare: "L’oscurità di un testo non è un difetto quando quello che dice può essere detto solo in modo oscuro". Su questa cresta l’argomentare di Gómez Dávila tocca la vertigine e ha bisogno di sostegno per non sondare nel superomismo. Il paradosso del reazionario

di Bogotà è nel credere d’aver diritto a tutto ciò che abbia ammesso di non saper conquistare. "Gli dèi non puniscono la ricerca della felicità, ma l’ambizione di forgiarla con le nostre mani. Ciò che è gratuito, ciò che non dipende in nessun modo da noi ci è lecito soltanto desiderarlo. Semplice impronta

di un angelo che si posa per un istante sulla polvere del nostro cuore". A pochi sospiri dalla vetta Gómez Dávila cerca la rincorsa nella severità delfica, "nessuno che conosca se stesso si può assolvere"; prepara il salto lungo retrocedendo lungo la soglia del requisito minimo, "Il pensiero reazionario non assicura alcun successo ai suoi adepti, garantisce soltanto che non dicano sciocchezze". Infine, ma in verità fin dall’inizio e durante l’intera ascesa, deve confessarsi uomo di fede e riconoscere al dio cristiano l’esclusiva della propria quiete interiore. A differenza del gemello tedesco Nietzsche, ellenizzante stupefatto, Gómez Dávila è sicuro che "la morte di Dio è un’opinione interessante, che però non riguarda Dio". E che "l’Anticristo, probabilmente, è l’uomo". Ma è uno strano tipo di cattolico, Gómez Dávila. Di certo preconciliare e questo non stupisce, visto che "il Concilio Vaticano Secondo più che un’assemblea episcopale sembra un conciliabolo di manifatturieri spaventati per aver perso la clientela". Visto che "la chiesa un tempo assolveva i peccatori, oggi ha deciso di assolvere i peccati". Visto che "la civiltà dell’occidente è il risultato di un’alleanza tra latifondisti e vescovi". Ma in Gómez Dávila c’è anche dell’altro, come una screziatura gnostica ("In una catastrofe il cristiano

non ha nulla da perdere") che si combina con l’orgia cerimoniale dei sensi: "L’unico universo degno del creatore è quello del panteismo. Quello della sensibilità panteista". Nemmeno un cristianesimo senza simpatia per la setta paleocristiana può però ribaltarsi nel suo contrario. Anche se un aforista geniale scopre che "il cattolicesimo langue quando rifiuta di nutrirsi di sostanza pagana". Anche quando il cattolico tradizionalista dubita di sé, l’anabasi personale si ferma qui. La sua materia umana, un io labirintico votato all’esistenza insulare, ha combinato al meriggio latinoamericano la coltissima faiblesse francese. La sua virtù è sedentaria. E’ il pensiero estremo di un corpo offeso nei polmoni in età giovanile, lì dove lo pneuma si fa sangue, e vittima d’una zoppia che è il segno dell’imperfezione

nel fuoco vitale terrestre. "Più che cristiano, sono forse un pagano che crede in Cristo", medita Gómez Dávila e sembra scolpirlo sulla propria urna funeraria. Nulla di meno. Nulla di più.

(Alessandro Giuli Il Foglio 1 dicembre 2007)

http://www.ilfoglio.it/pdfdwl/11643600_5.pdf

 

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One Response to ““Tra poche parole” (N.Gomez Davila)”

  1.   gius Scrive:

    parafrasando uno degli aforismi di Gomez Davila, varrebbe la pena di chiedersi (onestamente e senza pregiudizi) per quale ragione, se è vero che la salute ossessiona l’ammalato, l’era moderna è ossessionata dalla libertà.