Mughini: ve lo racconto io il vero Moggi!

Moggi l’avevo incontrato per la prima volta una quindicina d’anni fa, al tempo in cui Aldo Biscardi di tanto in tanto mi chiedeva di andar ospite del suo "Processo del lunedì". Con Biscardi eravamo stati colleghi al Paese Sera, il quotidiano dove lui s’era inventato la formula del "processo" e Biscardi s’era rammentato che il calcio mi piaceva e me ne intendevo. E a dieci anni dal suo debutto televisivo, mi invitò. Alla sua trasmissione ci andai di corsa, felice di sedermi accanto a Gianni Brera, che sul tavolo teneva un piccolo bicchiere di carta con dentro del whisky che ogni tanto sorseggiava.

Tanto tutto questo era ai miei occhi un gioco e soltanto un gioco, da rimanere sorpreso che alla fine della puntata mi si presentasse una segretaria di Biscardi con un contratto da firmare e su cui era scritto che mi avrebbero pagato 500mila lire. 500mila lire per essermi seduto accanto a Brera a dire questo e quello di uno sport che amavo così tanto? E meno male che nel frattempo quelle 500mila lire sono aumentate di parecchio.

Moggi a quel tempo lavorava per il Napoli, e la sua leggenda era già conclamata. Biscardi lo trattava come un reuccio, o forse sarebbe meglio dire come un boss e Lucianone faceva di tutto per darsi l’aria del boss. Io che non conoscevo e non conosco nulla dell’ambiente professionale del calcio, lo trovavo umanamente divertentissimo e subito gli scoccai un paio di battute cui lui si divertiva e controbatteva, probabilmente non sapendo neppure vagamente chi ero e perché stavo lì.

Negli anni della mia frequentazione dei set televisivi dedicati al calcio l’ho poi incontrato molte volte, non tantissime. Quando entrava in scena, tutti erano stesi ai suoi piedi a modo di zerbino. Tanto i giornalisti che gli spettatori in studio che i professionisti del calcio. Ai suoi piedi. Mi divertivano allo spasimo quelle sue pose da boss e da gran bugiardo che si vantava di esser tale, quell’aria sorniona di chi conosceva tutti i segreti e tutti i meandri, quel suo fingere di stare a domande giornalistiche alle quali mai e poi mai avrebbe risposto («Lei mi chiede se sto trattando quel determinato giocatore. Ma lei pensa che se lo stessi trattando verrei a dirlo qui in trasmissione?»).

Mai e poi mai lui mi ha chiesto una solta volta di dire per iscritto o per orale una parola di favore per quel che lui era e faceva. Tante volte mi ha invitato ad andare a Torino a vedere le partite della Juve in tribuna, ma io ho sempre pensato che era meglio di no: che era meglio non accettare atti di gentilezza anche i più innocenti che avrebbero attenuato la mia indipendenza dalla dirigenza Juve. Con un’eccezione.

La volta che il mio vecchio compagno di redazione all’ Europeo e a Panorama, Tino Oldani (uno dei due o tre colleghi che mi hanno telefonato quando dopo 18 anni mi sono dimesso da Panorama), mi ha chiesto se riuscivo a procurare a sua figlia e a suo genero due biglietti della finale di Champions tra il Milan e la Juve, quella che i rossoneri avrebbero vinto all’ultimo rigore. Telefonai alla Juve e li ebbi. E un’altra cortesia ancora ho avuto dalla dirigenza Juve, adesso che la ricordo. Dal carcere di Pisa Adriano Sofri mi chiese se riuscivo a fargli avere delle maglie bianconere che i detenuti del carcere potessero indossare quando giocavano in un loro torneo interno. Telefonai alla Juve e gliele feci avere.

Il libro edito dalla Kaos nel 1998, Lucky Luciano, quello in cui si dice peste e corna di Moggi e delle sue presunte malefatte, il libro firmato con due pseudonimi e al quale hanno lavorato in realtà una decina di giornalisti, l’avevo letto nel 2002. Quando stavo lavorando a quel mio atto d’amore per la Juventus e per la sua storia che ho poi pubblicato da Mondadori. Che impressione mi fece? Non modificò di un ette l’idea che mi ero fatto di Lucianone, e cioè che non fosse esattamente un santo alla maniera di Teresa di Calcutta. Che fosse anzi un peccatore, e chi di noi laici è senza peccato scagli la prima pietra. Solo che tra la figura del peccatore e la figura del farabutto nudo e crudo cara al giornalismo accusatorio di cui quel libro è un esempio non eccelso, ce ne passano di anni luce.

Sempre a proposito di Moggi e della sua rispettabilità, mi aveva colpito quello che aveva dichiarato una volta Beniamino Placido. Per anni titolare della rubrica di critica televisiva su Repubblica, Placido è un intellettuale raffinato che ama il calcio e che sta per la Juve. In una sua intervista non ricordo a chi e dove, confessò che da quando c’era Moggi a lui pesava molto tifare per la Juve, che Moggi faceva da barriera tra lui e il suo amore per la Juve. Conoscevo bene Placido. Per un tempo eravamo stati amici. Poi lui si mise a insultarmi periodicamente sulla sua rubrica. Ho detto insulti, non critiche.

Che replicare a chi ti insulta? Una volta che incontrai la sua ex moglie, una mia cara amica, le dissi che se avessi avuto di fronte Beniamino gli avrei fatto fare il tour di piazza Navona a forza di calci in quel posto. Erano soltanto innocue parole in libertà. A me Beniamino stava intellettualmente molto simpatico e stavo per dire affine, ma non vorrei che si offendesse e mi querelasse. Quando nella primavera del 2003 è uscito il mio libro sulla Juve, gliel’ho mandato con una dedica in cui scrivevo più o meno "malgrado il nostro diverso giudizio su Moggi". Non mi ha mai risposto.

Detto con rispetto per l’intelligenza di Placido, ma il suo giudizio sprezzante su Moggi mi sembrava alla maniera di quelli che erano correnti nel salotto chic italiano, nel salotto di quelli che si ritengono depositari del Gusto, della Virtù, delle Buone Maniere, delle Belle Letture e delle Vacanze intelligenti. Insomma il mondo di quelli che leggono Repubblica e la tengono a memoria. E che vorrebbero insegnare al mondo quel che si deve essere e fare e votare.

(Ai tempi di Calciopoli Repubblica sarebbe stata stata la punta di diamante dello schieramento massmediatico che aveva condannato Moggi alla pubblica esecuzione a piazzale Loreto, e questo già 24 ore dopo la pubblicazione delle prime e talvolta farsesche intercettazioni. Da vero e proprio giornale bolscevico, da giornale che riga per riga e pagina per pagina conferma il suo granitico assunto di fondo, non c’è volta che su Repubblica appaia il nome di Moggi e che quel nome non sia accompagnato da un insulto. E a parte gli articoli di Gianni Mura, che hanno un rango e una tonalità a sé.

Se Lucianone va a farsi intervistare in una trasmissione televisiva, immancabilmente il giornalista che su Repubblica si occupa di quella trasmissione scrive che la presenza di Moggi era tutt’altro che necessaria. Anzi che era meglio che non ci fosse proprio, molto meglio che non avesse ammorbato il piccolo schermo con la sua sola presenza. Ora, è vero che in più di una occasione televisiva Moggi non aveva un interlocutore che lo contraddicesse e che gli impedisse di giostrare a ruota libera.

Ma è vero anche che talvolta il presunto contraddittore era al di sotto di ogni sospetto, com’è stato nell’inenarrabile "intervista barbarica" che a Moggi ha fatto Daria Bignardi, una che palesemente non sapeva neppure di che cosa si stesse parlando e salvo tenere il suo nasino ben su per tutta la durata dell’intervista, a manifestare quanto sprezzasse il suo interlocutore e quanto le costasse avere di fronte un tale puzzone, lei che aveva nientemeno condotto la prima serie del "Grande Fratello". E scusate se è un curriculum da poco.

Possibile che uno solo dei giornalisti di Repubblica che amano il calcio e che scrivono di calcio non abbia di Moggi un’opinione un po’ più sfumata, uno solo che ammetta il suo diritto a difendersi e a controbattere accuse infamanti? La prossima volta che lo vedo lo chiederò al mio amico Edmondo Berselli, un intellettuale e uno scrittore prelibato che le canta a mezzo mondo a quella sua maniera pastosa, ironica e colta, e che è uno dei bastioni del quotidiano romano. Il modenese Berselli è uno "juventino sfegatato", lui sì, al punto da tifare per le squadre straniere che andavano contro i prodi della Grande Inter, come ha raccontato nel suo ultimo libro, l’ Adulti con riserva pubblicato da Mondadori nell’ottobre 2007.

Che ne pensa Berselli di Moggi, perché non ci si mette lui a scrivere un’apoteosi di Lucianone e proprio sulle pagine di Repubblica? Quello sì che sarebbe un gesto da bastian contrario che le canta al mondo e che ne paga il prezzo, non il fare strame di un Sessantotto morto e sepolto e di cui più nessuno sa nulla. Fossi in lui non me la perderei un’occasione così ghiotta di mettere in tensione e scompigliare i propri lettori abituali e il proprio mondo intellettuale.)
g. mughini da "juve"su dagospia

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