Siamo i soli a ridere – parla Roger Scruton

Ludwig Wittgenstein il 19 settembre 1916 scriveva nel suo diario: «L’umanità ha sempre mirato a una scienza nella quale simplex è sigillum veri». L’aspirazione alla semplificazione è una delle energie intellettuali che hanno fatto progredire la scienza. Ma il tentativo di trovare simmetria e semplicità nel tessuto vivente ha anche prodotto una minaccia dirompente quanto l’islamismo: il biologismo. La realtà serve a confermare previsioni e, se non è in grado di farlo, viene sostituita da una nuova realtà. Si parla di «informazione biologica», maestosa ipostasi di biologi diventati meccanici delle cellule. La biologia si accontenta di essere «una nota in calce alla teoria dell’evoluzione», come vorrebbe il fanatico Richard Dawkins, restando muta sull’«inaudito e inspiegabile miracolo della bellezza» di cui parlava nel 1967 il cardinale Joseph Ratzinger. Ciò che in materia si considera profondo ci conduce sempre più all’odio verso ciò che è vivente. E la nostra epoca finisce per aderire a un celebre motto faustiano: «Eritis sicut diaboli, scientes bonum, facientes malum».

Il nuovo libro di Roger Scruton, A political philosophy. Arguments for Conservatism (Continuum), è una ripresa del cuore del conservatorismo inglese attraverso un pamphlet delle questioni non negoziabili. Il seduttore di Wiltshire, l’elegante visitatore di lazzaretti che si è inventato un genere letterario, il lamento, torna su molti temi che mettono in discussione la categoria del "vivente", al centro delle sue opere più significative, a cominciare da Sexual Desire. Si va dalla scienza del sesso (e dell’uomo) al darwinismo alla legalità biologica, dal matrimonio all’aborto, dall’islamismo all’idea di persona, attraverso le suggestioni di uno stilista della morale che rimpiange il tempo in cui la filosofia si sforzava ancora di indicare delle "stelle di senso".

Docente di Estetica all’Università di Londra, visiting professor a Princeton e Stanford, raffinato critico della cultura e della modernità tecnica, thatcheriano per vocazione, Scruton ci racconta le tracce di questa ricerca su l’homme de l’homme e l’homme de la nature. Il premio Nobel James Watson ha detto che la scoperta del Dna ha posto fine a un dibattito vecchio quanto la specie umana: «La vita ha qualcosa di magico, un’essenza mistica, o è come qualunque altra reazione chimica? C’è qualcosa di divino al cuore della cellula? La doppia elica risponde alla domanda con un no definitivo». «Tutte le forme di riduzionismo infettano – spiega Scruton al Foglio – E’ vero che il feto è un collage di elementi chimici, ma solo nel senso che la Quinta sinfonia di Beethoven è solo una collezione di suoni, la Monna Lisa di colori e i Promessi Sposi di parole. Creazione significa invece creare un "significato". Se gli esseri umani cominciano a scomporre il tutto nelle parti, si ritroveranno in un mondo senza significato di atomi disconnessi in cui niente sembra prendere parte al presente». La parete cellulare e le membrane, il citoplasma con i mitocondri, il nucleo cellulare con i cromosomi… E poi? «L’animale è il materiale grezzo su cui è costruita la "persona". La nostra vita e la nostra morte sono processi biologici. Abbiamo bisogni biologici, tra cui quello di riprodursi, che si manifesta nella nostra vita emotiva in modo tale che ci ricorda il potere che il corpo ha su di noi. Siamo creature territoriali, come gli scimpanzé. Rivendichiamo il territorio e lottiamo per esso. Ma lo facciamo in nome di alti ideali: giustizia, liberazione, sovranità nazionale, Dio. Forse creiamo Dio a nostra immagine, ma è un’immagine che ci redime, lavorando all’immagine ricreiamo noi stessi. Non conosciamo Dio in sé, sebbene la fede per alcuni ne assicuri l’esistenza. Arriviamo a Dio attraverso le immagini che idealizzano l’uomo stesso. L’auto-sacrificio che spinge una donna a mettere tutto da parte per il figlio, il coraggio che rende un uomo in grado di far fronte a pericoli per un bene che egli ritiene tale; virtù come la temperanza, che ci chiedono di agire contro i nostri appetiti, tutto questo sembra avere controparte negli animali». Ma non la tristezza, così come «l’ho incontrata nelle parole di Rilke, nei folli dipinti di Van Gogh e negli spazi infiniti di Beethoven. La civiltà occidentale ha fatto della perdita il tema dominante dell’arte e della letteratura. La perdita ci insegue per tutta la vita: la perdita dell’infanzia, degli amori, dell’innocenza, la perdita della sicurezza.

La pietà è l’attitudine attraverso cui richiamiamo in vita ciò che abbiamo perso, come tesoro interiore. La pietà è la garanzia offerta ai non nati». La tristezza del genere umano deriva dal pensiero che «saremmo potuti non esistere». L’affezione personale è spiegata biologicamente, a cominciare dalla «screditata teoria di Freud sulla libido, capace di abbandonarci in un regno di eccitamento nichilistico. Le più importanti questioni legate al sesso non sono scientifiche, ma morali». Anche l’altruismo, che a differenza della carità per Scruton ha esiti sadici, viene ridefinito su base genetica. «Non solo, virtù e moralità sono state "spiegate" come conseguenza della competizione per scarse risorse. Richard Dawkins, come il filosofo Ludwig Feuerbach, sostiene che la verità della condizione umana è la sua verità biologica. Nelle mani di questi divulgatori la scienza cerca di farci credere che tutte le peculiarità della nostra condizione hanno la loro origine nel make up genetico».

Si inserisce qui uno dei temi centrali del lavoro di Scruton. «La verità degli esseri umani è che siamo i soli a ridere. Solo un essere con ideali può ridere. Il riso è espressione di una "comprensione". Omero ci parla del "riso degli dei" e John Milton del "riso degli angeli". Qui è l’inizio di un profondo problema metafisico. Il riso esprime la capacità di accettare ogni inadeguatezza umana. Ci sono comunità in cui il riso è percepito come una minaccia, pensiamo all’islam, al quale manca il beneficio dell’idea di "creature come noi"». Alla paura islamica del riso è legata la fobia islamica per il vino. «Quando l’ayatollah Khomeini prese il potere, tutte le cantine delle ambasciate iraniane furono rovesciate nei fiumi vicini. Nei primi giorni della civiltà islamica il vino aveva un ruolo decisivo. Ma quei giorni sono lontani e abbiamo a che fare con una mullahcrazia che ha fallito e il cui intento è esportare il proprio fallimento. La trattativa potrà avere inizio solo quando la rigida faccia dei mullah puritani si aprirà in un perplesso sorriso. Il puritanesimo, come dice Henry Mencken, è "la paura che qualcuno possa essere felice".

Il giudaismo e il cristianesimo devono molto alla bottiglia, il primo riconoscendo nel vino il simbolo della vita, il secondo trasformando i doni greci del pane e del vino nel corpo e nel sangue dell’agnello sacrificale. Uno o due bicchieri di vino sono un buon rimedio per l’orgoglio». Apparteniamo a un genere naturale che è sì una specie biologica, «ma la nostra essenza trasparente, o "cristallina" come la chiama Shakespeare, si rifiuta di essere contemplata come parte della vita della specie. Non gettiamo alcuna luce sulla coscienza umana descrivendola come la coscienza di un qualche omuncolo». La biologia non sa spiegare l’esistenza della responsabilità morale. «Il nostro mondo, a differenza dell’ambiente di un animale, contiene diritti e doveri, è un mondo di soggetti auto-coscienti, in cui gli eventi sono divisi fra liberi e non liberi. Il Vecchio Testamento ci presenta un insieme di proibizioni; il Nuovo Testamento un insieme di doveri e la legge naturale un insieme di diritti. Questa progressione, dalla proibizione attraverso il dovere fino al diritto, è la dinamica della cristianità, che una volta rielaborata da Kant, assume la forma a noi più familiare della legge morale universale basata sulla santità dell’individuo. Giustamente la contempliamo come parte fondamentale della tradizione europea, ma non è un’invenzione dell’illuminismo, è contenuta in una rivelazione fatta duemila anni fa in una provincia dell’impero romano. Le antiche virtù del coraggio, della prudenza, della speranza, della temperanza e della giustizia, amplificate dalla carità cristiana e dalla lealtà pagana, sono ancora il cuore dell’eccellenza umana».

Il Nuovo Testamento contiene tre innovazioni rispetto alla legge degli ebrei: «Il sistema di proibizioni viene ridotto a due doveri di amore proclamati nel Deuteronomio; i doveri sono spostati dall’arena legale a quella morale; terzo, l’arena legale viene circondata di poteri secolari. L’idea di santità dell’individuo, con i suoi inalienabili diritti, è diventata l’americano Bill of Rights o, più pericolosamente, la Dichiarazione dei diritti dell’uomo annunciata dai rivoluzionari francesi. Il desiderio di incorporare i diritti in una formula universalmente valida persiste ai nostri giorni, con la dichiarazione dell’Onu sui diritti umani e la Carta europea. Terroristi e criminali acquisiscono privilegi che garantiscono loro di violare i diritti degli altri». Si spalanca il problema se l’islamismo abbia diritto di domicilio in mezzo a noi. «I tentativi terroristici inglesi ad agosto sono solo l’inizio. Il problema è il rapporto fra governo secolare e sharia. L’Europa si confronta con lo stesso problema di Ataturk al collasso dell’impero ottomano. Ataturk pensava che la Turchia potesse sopravvivere solo se si fosse riorganizzata come stato nazione sul modello europeo: la poligamia venne messa fuori legge, così come l’abbigliamento islamico, e gli ulema vennero privati del loro potere. Il metodo di Ataturk verso i religiosi radicali era semplice: state zitti e andata a casa. Questi islamisti vivono nella negazione del nostro mondo e hanno molto in comune con i terroristi di Dostoevskij e Joseph Conrad. Mentre sir William Jones collezionava e traduceva tutto ciò che trovava della poesia persiana e araba, ‘Abd al-Wahhab fondava la sua ossessiva forma di islam, bruciando libri e decapitando gli "infedeli". L’islam è nato nel desiderio di rovesciare il compromesso dottrinale e istituzionale del cristianesimo e rompere finalmente con il mondo pagano. L’islam è incompatibile con il mondo moderno, è un sistema di comandi divini che l’essere umano può solo interpretare, mai emendare. Non c’è futuro per il governo secolare se non genera lealtà nazionale nella minoranza musulmana. Ataturk ci è riuscito, non abbiamo alternative realistiche, non certo quella dell’Unione europea, una burocrazia transnazionale che non conosce alcuna fedeltà. La secolarizzazione lascia un vuoto nel cuore della società, riempito da ideologie totalitarie e da una forma radicale di islam».

Scruton torna a denunciare ogni filosofia utilitaristica. «Indignazione, risentimento e invidia; ammirazione, devozione e fedeltà coinvolgono il pensiero dell’altro con diritti e doveri e una visione cosciente del futuro e del passato. Solo esseri responsabili possono provare queste emozioni, in modo tale che eluda l’ordine naturale. Al posto di un ordine naturale creato a immagine dell’umanità, troviamo oggi un’umanità descritta come parte del mondo naturale. Hannah Arendt parla di banalizzazione del male. Ma sarebbe meglio "depersonalizzazione". Il sistema totalitario, di cui il campo di sterminio è l’espressione sublime animata da un antispirito, incarna la convinzione che niente è sacro. Lenin, Stalin e Hitler giustificarono le loro azioni in termini utilitaristici. Una società sinceramente utilitaristica non commette mai qualcosa di "ingiusto", ma solo "errori". E l’uomo presume di essere in vendita. E’ facile allora distruggere gli esseri umani, perché la vita umana entra nel mondo pubblico già distrutta». Rudolf Hess, delfino di Hitler, diceva che «il nazionalsocialismo non è altro che biologia applicata».

Un filosofo del moderno, Robert Spaemann, ci ha spiegato il ritorno dello «sguardo del medico di Auschwitz» nella manipolazione genetica. «Lo scopo della filosofia contemporanea è la resurrezione del concetto di persona – prosegue Scruton – E sostituire il sarcasmo per cui siamo solo animali con l’ironia che non siamo solo questo. Alcuni filosofi, come Tommaso, Kant e Locke, sostengono che "persona" e non "essere umano" è il vero nome da dare al nostro genere. Uno dei fattori storici che ha giocato un ruolo nello sviluppo della giurisdizione secolare è l’emergere della "persona" come idea morale. La parola "persona" significava "maschera", venne inglobata dalla legge romana per indicare il soggetto litigante, definito da diritti e doveri. Definita da Boezio come «sostanza individuale della natura razionale», la persona venne in seguito identificata da san Tommaso come l’essenza umana. Il concetto kantiano di libertà, presentato come creazione illuministica, era presente già in san Tommaso. Le società umane non sono gruppi di primati che cooperano, ma comunità di persone che organizzano il mondo in concetti morali assenti dai pensieri degli scimpanzé. Siamo certamente animali, ma siamo anche persone "incarnate"».

Prendiamo il caso dell’arte. «Quando osserviamo la superficie di una pittura, vediamo aree e linee di colorazione e di disegno. Ma non è tutto quello che vediamo, c’è anche una faccia che ci guarda e ci sorride. Così possiamo scoprire le strutture del cervello e il sistema nervoso, ma non illumineranno il mistero della coscienza più di quanto il retro della Monna Lisa di Leonardo mi possa spiegare il mistero del suo sorriso. Comprendiamo un sorriso come spirito liberamente rivelato. La "scienza dell’uomo", da Marx a Freud alla sociobiologia, ci priva della nostra consolazione. La filosofia deve "salvare le apparenze", perché come ha detto Oscar Wilde, solo una persona vuota non giudica dalle apparenze. L’opera del male è tentare le persone a identificarsi completamente con la propria condizione biologica. L’effetto combinante dell’oggettivismo scientifico e del riduzionismo biologico è presentarci una visione demoralizzata dell’essere umano». La gelosia sessuale umana non è come quella dei primati. «La monogamia umana, a differenza di quella del gibbone, porta con sé il voto di fedeltà concepito in termini sacramentali. Il biologismo degrada l’essere umano arricchendo la condizione dell’animale. Il problema è sempre nel linguaggio dei "diritti". Se trattiamo gli animali come nostri eguali, garantiamo loro privilegi che non possono comprendere. Hitler sentimentalizzava gli animali e viveva fra i cani. L’uomo che comandò lo sterminio di sei milioni di ebrei fu il primo leader europeo a mettere fuori legge la caccia».

Nel 1970 Richard Ryder coniò il termine "specismo" per denunciare la distinzione fra la specie umana e le altre animali. «Noi giudichiamo l’uccisione di un idiota alla stregua di quella di una persona normale, estendiamo il dovere di prenderci cura e di proteggere i ritardati, i cerebralmente invalidi e chi versa in stato vegetativo. Questa reazione è parte della pietà, qualcosa di difficile da giustificare nei termini freddi, duri e utilitaristici di Peter Singer». Dalla pietà nasce il comportamento di fronte ai cadaveri e dunque alla vita nella forma embrionale nelle mani dei vivisezionatori. «Il cadavere non deve essere toccato né abusato, è un’esperienza descrivibile nei termini della reverenza e dell’ansia. Tutto questo è evocato nella scena fra Achille e Priamo dell’Iliade, il vecchio re e il corpo di Ettore. E’ il nimbo che circonda il corpo umano e che Michelangelo ci presenta nella sua versione della Pietà. La forma umana è il simbolo della vita morale, il corpo umano accoglie, in ogni stadio della vita embrionale, una persona. Un’aura di sacra proibizione circonda l’umanità. Questa reazione è parte della pietà. Definiamo la natura umana nei termini del normale sviluppo lungo la traiettoria della vita personale. Questo è ciò che siamo e questo è il genere a cui appartengono gli esseri umani tragicamente anormali e da cui sono esclusi gli animali».

Gli utilitaristi continueranno a giudicare la pietà come mero residuo del pensiero morale. «La pietà è il riconoscimento della nostra fragilità, la disposizione a ringraziare per la nostra vita e il senso del mistero che circonda la nostra venuta e partenza. La pietà è razionale, è la fonte delle nostre emozioni sociali. E’ la pietà, non la ragione, che ci conduce al rispetto del passato e del futuro. Again, è la pietà che esalta la forma umana nella vita e nell’arte e intensifica il potenziale riproduttivo della società, facilitando i sacrifici che ogni generazione deve fare per la successiva». Il biologismo rappresenta la forma contemporanea più suggestiva e micidiale di iconoclastia. «L’iconoclastia è una perenne tentazione dello spirito umano. Ha le sue origini nella paura legittima degli idoli, ma coinvolge un sentimento malizioso per il senso del sacro presente nei nostri simili. Oggi la principale forma di iconoclastia è l’assalto all’idea di purezza sessuale, il desiderio di desacralizzare il corpo umano e la sua natura riproduttiva. E’ la nozione, comune a femministe come Judith Butler e Andrea Dworkin, che "genere" e "sessualità" sono costruzioni sociali. L’idea dell’Io come omuncolo interiore ha gettato la sua ombra sulla nostra visione della persona umana. L’unica risposta al problema posto dalla sessualità umana, così pensano, è riconoscere che non c’è alcun problema. In queste circostanze possiamo tutti aderire, dal momento che stiamo aderendo al Niente».

Il desiderio sessuale è desiderio per una persona. «Il desiderio di Giacobbe per Rachele viene soddisfatto da una notte con Leah, ma solo se Giacobbe immagina di essere stato con Rachele. Il desiderio è un tipo di supplica che richiede reciprocità e resa condivisa, compromesso e minaccia. La morale non esiste per prevenire il piacere sessuale, ma per assistere la crescita del desiderio. Jane Austen sapeva che il desiderio sessuale è una forza creativa solo se viene integrato nella vita morale. Se la nostra società perde il senso della vergogna, dobbiamo temere per i nostri figli. La filosofia contemporanea ha ridotto il problema della morale sessuale a quello dei diritti. Viviamo in un tempo esposto alla causa del Nulla e ciò è dimostrato dalla mancanza di volontà di avere figli, cioè creare qualcosa che abbia un significato al di là del momento». Vale anche per il linguaggio. «Nella moderna vita accademica incontriamo parole, come quelle di Jacques Derrida, che stabiliscono un contatto solo con altre parole. Si innesca un delirio di mancanza di significato in cui appaiono solo i fantasmi delle cose. L’annuncio di Nietzsche che non ci sono verità ma solo interpretazioni è riaffermato in migliaia di modi. La cultura diventa una mera affermazione di "valori" da accettare. E l’adulazione modernistica del futuro un’espressione di disperazione, non di speranza. La verità viene prima della rilevanza».

Per Scruton c’è bisogno di un ritorno alla legalità biologica. «Non è stato fatto alcun tentativo per raggiungere una comprensione consensuale dei nostri doveri verso il figlio nell’utero, nessun tentativo per calcolare l’impatto dell’aborto legalizzato e nessun tentativo per stimare i cambiamenti a lungo termine nell’attitudine delle persone verso i figli che comporta la pratica di disporre della loro vita prima che abbiano la possibilità di guardarci negli occhi. Il conflitto sull’aborto riguarda la natura e il significato della vita; quello sull’eutanasia sulla natura e il significato della morte. Ma tutte le questioni dure e importanti sono messe a lato, negli interessi di coloro le cui ambizioni sono ostruite dalla legge esistente. Ma la legge esiste proprio per ostruire certe ambizioni. La coscienza pubblica si è addormentata sulla realtà dell’aborto di massa. Lo scopo della politica è resistere alle forze entropiche che ci erodono e lasciare il passo alle future generazioni». La morte entra in gioco anche nel matrimonio. «Nessun onesto antropologo può mentire sull’importanza del matrimonio. Il matrimonio non serve soltanto a proteggere i figli. E’ uno scudo contro la gelosia sessuale, una forma unica di cooperazione sociale ed economica. Il matrimonio è un rito di passaggio, la cerimonia non riguarda solo la coppia, ma l’intera comunità di cui fa parte. La società ha quindi un interesse profondo nel matrimonio e che non sia ridotto a una caricatura da Disneyland. I suoi cambiamenti non alterano solo le relazioni fra i vivi, ma le aspettative dei non nati e la legalità di coloro che ci hanno preceduto. Il matrimonio è la legittimazione del desiderio potenzialmente sovversivo fra i partner. Come al momento della nascita e della morte, l’uomo è assediato dalla paura. La società benedice questa unione a un solo prezzo: la fedeltà sessuale "fino alla morte". Certi momenti della vita umana, nascita morte e riproduzione, ci presentano la santità della vita con una percezione immediata e vivida».

Non c’è bisogno di essere religiosi per capire questo: «Basta vedere i genitori che benedicono l’arrivo di un bambino e lo chiamano "figlio". Gli antropologi ci spiegano perché la promessa d’amore è utile e perché è stata selezionata dalla nostra evoluzione. Ma non sono in grado di tracciarne le origini nell’esperienza umana o di capire cosa accade alla vita morale quando la promessa scompare e l’impegno erotico è sostituito dalla sveltina sessuale». E’ ancora una volta l’arte a ricordarci perché. «Lo straordinario legalismo del Roman de la Rose, gli omaggi d’amore descritti da Andreas Capellanus, le opere di Bellini, Verdi e Wagner e l’eroica passione esplorata da Racine ci scuotono dal nostro vano tentativo di negare un’ovvia verità: il desiderio sessuale non è una scelta o un giudizio, ma una passione». Il problema non è che il matrimonio sia sottoposto alla legge secolare, «è sempre stato così fin dall’antichità. Il problema è nella legge costantemente emendata non al fine di perpetuare l’idea di legame esistenziale, ma al contrario per rendere possibile ai committenti evaderlo e riscriverlo nei termini di un contratto. Il matrimonio cessa di essere quello che Hegel chiamava il "vincolo sostanziale" e diventa una serie di strette di mano. Quando Kant descriveva il matrimonio come "un contratto per l’uso degli organi sessuali" non lo sapeva ancora, ma erano parole profetiche». La passione continua a esistere nella letteratura in modo da simulare il potere e l’autorità della legge morale. «Le più potenti invocazioni dell’eros nella letteratura moderna si basano sull’incesto, da Wagner a Musil; l’amore per una ninfetta in Lolita e l’amore proibito fra uomini in Proust e Genet. Il matrimonio crea le oggettive condizioni per il desiderio: la relazione erotica combatte per il suo territorio esclusivo, per il diritto di chiudere la porta. L’immagine della sessualità propagata dai media cerca sia di non tenere conto delle differenza fra noi e gli animali sia di rimuovere ogni traccia di ciò che è proibito, pericoloso e sacro. L’iniziazione sessuale significherebbe imparare a rovesciare il pudore e godere di quello che descrivono come il "sesso sicuro". Gli organi sessuali diventano sostituibili. Ma il sentimento sessuale non è una sensazione che può essere accesa e spenta a volontà, è un tributo a un altro e la rivelazione incandescente di ciò che siamo».

L’amore erotico non è mai politicamente innocente o neutrale. «E’ l’errore fatto dai comunisti nella loro esigenza di una società senza relazioni esclusive, questa danza della morte. Il matrimonio non è un contratto o una coabitazione, è un’istituzione normale e sublime che ha fondamento erotico. Il matrimonio è la drammatizzazione della differenza sessuale. E’ un momento di transizione, che, come la morte, non consente ritorno, ma che, a differenza della morte, stabilisce una nuova vita in questo mondo. Il matrimonio, dice T.S. Eliot, è un "sacramento solenne". Ammettere il matrimonio omosessuale significa privarlo del suo significato sociale e della benedizione conferita ai vivi dal non nato. Alla National Gallery di Washington c’è un dipinto di Poussin del piccolo Giove, rappresenta la tirannia della nuova vita sulla vita esistente, il bene del futuro sul presente umano. Giudicare il matrimonio omosessuale come un’altra opzione significa ignorare il fatto che una istituzione è conforme al motivo che ci spinge ad abbracciarla». La pressione per il matrimonio omosessuale è però autodeludente. «Ricorda l’appoggio di Enrico VIII al divorzio; per questo il re fece di se stesso il capo della chiesa. La chiesa che ha sostenuto il suo divorzio ha cessato di essere la chiesa il cui sostegno Enrico VIII stava cercando. "Cristiano fondamentalista" e "omofobo" sono le accuse per chi dissente dall’ortodossia della nuova ummah dei disaffezionati, la teologia del relativismo di Foucault, Rorty e Derrida con il loro gioco psicotico in cui non c’è più realtà».

Ogni ummah si basa sul consenso. «La umma islamica era e rimane il più vasto consenso di opinione che il mondo abbia mai conosciuto. Riconosce esplicitamente il consenso (ijma‘) come criterio e sostituto della verità, punendo l’apostasia come crimine. I kafirs, gli infedeli, che la pensano diversamente, saltano in aria». Nella umma relativista abbiamo solo intersoggettività, consenso e «disprezzo della verità». «La verità e i significati sono visti come negoziabili. E’ curioso che questo soggettivismo vada a braccetto con una censura vigorosa, attraverso il sabotaggio morale di Foucault e il multiculturalismo di Edward Said. La distruzione della verità impone la correttezza politica e il relativismo culturale». Quando lo stato lo usurpa completamente, il matrimonio diventa un «timbro burocratico». «Ci dicono che la visione del matrimonio come sacramento e l’esperienza dell’amore erotico come vincolo esistenziale sono parte dell’ideologia del matrimonio. L’educazione sessuale è funzionale alla nuova forma di riproduzione sociale, dove le parti in causa sono le madri single e lo stato, in cui lo stato controlla il processo riproduttivo. E’ una sorta di confisca dei diritti ereditari. Per lo stato il matrimonio non rappresenta l’Eterno, non ha a che fare con le future generazioni ma con i capricci dei soli viventi. Le società hanno un futuro solo quando restano devote alle future generazioni, mentre collassano, come l’impero romano, quando le voglie dei vivi consumano lo stock del capitale sociale».

L’idealizzazione è naturale all’essere umano. «Diventiamo pienamente umani quando aspiriamo ad essere più che umani, è vivendo nella luce dell’ideale che viviamo le nostre imperfezioni. Questa è la profonda ragione per cui una promessa non può essere ridotta in un contratto. I tuoi ideali, come i figli, sono ciò che ti definiscono: fra di loro, c’è tutto ciò che hai». Un approccio scientista verso la morte l’ha resa innominabile. «La visione scientifica vede la morte come estinzione dell’organismo. Ma sono le idee astratte e teologiche ad essere connesse con esperienze umane più concrete, cioè la sacralità della vita umana. Il pensiero secondo cui uccidere è sbagliato non è scientifico. E’ parte della virtù umana riconoscere che la vita è sacra. Le disabilità hanno infatti conseguenze morali. L’utilitarismo è costretto a sostituire l’antico fine della moralità con un surrogato misurabile, la scala del piacere e del dolore. Ma se la sola nostra preoccupazione è la bilancia del piacere e del dolore, l’ingiustizia cessa di essere un ostacolo. Se la causa del piacere viene servita dall’esecuzione di un essere umano innocente, questa è la cosa giusta da fare. Un utilitarista può giustificare qualsiasi sofferenza se consente di raggiungere una grande felicità. Nel pragmatismo "vero" significa "utile". Secondo la visione della scienza, la morte dell’essere umano è un evento biologico non diverso da quella di un cane o di un vecchio abete. Svilendo la vita umana, è più facile accettarne la perdita. Il problema non è il progresso della conoscenza scientifica, ma la perdita della conoscenza morale che ci insegna a limitarne gli usi. L’uomo precipitò dalla grazia, secondo il Libro della Genesi, quando acquisì la conoscenza morale. Ma cadde ancora più in basso quando la perse».

La visione scientifica del mondo contiene una tentazione fatale: «Invitarci a vedere il soggetto come mito e il mondo sotto un unico aspetto, mondo di oggetti. Ma un mondo disincantato è un mondo alienato. Non dobbiamo dimenticare che il tentativo di ricreare l’uomo attraverso la scienza è stato già fatto. Il nazionalsocialismo è uscito da simili visioni, prevalenti nel pensiero tedesco del Novecento. Si vedeva l’umanità come "specie" nel suo imperativo biologico. Nazismo e comunismo sono state modalità per cancellare dal corpo la faccia umana. Per questo dobbiamo preservare il fondo di reverenza, solitudine e non negoziabilità della vita umana individuale. Se perdiamo questo terreno, perdiamo tutto ciò su cui la Legge è costruita». L’attitudine verso i morti cambia il comportamento verso il non nato. «La mia morte non è semplicemente la morte di RS, che puoi leggere in un annuncio mortuario. Niente ci distingue più chiaramente dagli animali dal pensiero che "questa è la mia morte". Il dolore che precede la nascita è l’immagine della nostra agonia finale, la lotta fra la vita e la morte in cui l’organismo sta sul ciglio del collasso. San Paolo ci ricorda che nel mezzo della vita siamo nella morte. Una società in fuga dalla morte è una società in fuga dalla vita. E’ stato perso il "senso tragico dell’esistenza", come lo chiama Miguel de Unamuno. Per far posto a un nuovo consenso scientifico in cui "postmoderno" è un modo carino per dire "distrutto". Abbiamo tutti interesse alla salute, ma dire che ho un "diritto" alla salute significa elevare la mia salute al livello del tuo dovere. Non dobbiamo consentire alla legge di cacciarci dalla nostra mortalità, ma di proteggere la vita umana contro l’erosione medica. Non tutti i problemi morali sono dunque risolvibili, è la natura irrisolvibile del problema a riflettere ciò che di più caro e profondo la vita ci ha dato. Ci sono casi in cui interesse e morale entrano in conflitto e sono pieni di casuismo».

Un grande scrittore americano, Cormac McCarthy, scrive che i morti hanno un potere immenso sui vivi. «McCarthy ha ragione, siamo nati in costumi, istituzioni e leggi che ci definiscono e sono tutte cose che dobbiamo a loro, ai morti. I morti sono fra i vivi, le loro tombe sono dispiegate, i loro consigli sono ricercati e la loro memoria santificata. La civiltà può essere definita il tentativo di dare alla morte un significato. Riti funerari, fede nell’aldilà, invocazione degli antenati, dichiarazioni di solidarietà per i morti e i non nati… Per questo la cremazione produce un vacuum, niente luogo per i resti consacrati e nessuna traccia della persona. La sepoltura è la migliore risposta alla solitudine e all’agnosticismo della vita moderna. Vivere in una condizione di ingratitudine verso i morti e gli assenti significa esporci a un genere di nichilismo che anima gran parte del pensiero progressista». La verità secondo cui l’homme de l’homme non è una categoria biologica ci è offerta dalle storie e immagini con cui John Milton evoca la verità della nostra condizione attraverso il materiale della Genesi. «L’allegoria di Milton ci mostra cosa siamo e per che cosa dobbiamo vivere. L’immortalità non è una prospettiva cui tendere, ma una luce sotto cui già ci troviamo. Portategli via la religione e priverete l’uomo ordinario del modo che ha di rappresentare la propria solitudine. La natura umana diventerà qualcosa da vivere in basso. Il riduzionismo biologico nutre questo "vivere in basso", rende il cinismo rispettabile e la degenerazione chic. Abolisce il nostro genere e con esso anche la nostra gentilezza».

g.meotti

ilfoglio.it

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2 Commenti to “Siamo i soli a ridere – parla Roger Scruton”

  1.   Babbai Scrive:

    Articolo interessante. Non siamo apparati elettro-bio-chimici. C’è un Enlil da qualche parte.

    Salurus, babbai.

  2.   johnny doe Scrive:

    Senza entrare nei singoli punti del lavoro di Scruton,una sintesi generale non può che essere il declino,il decadimento della civiltà occidentale.Quando una società diventa troppo tollerante è spacciata.Questo è l’insegnamento storico da Roma,a Venezia a l’ancien regime che si allevava in seno le serpi illuministiche che l’avrebbero distrutto.Ma almeno questi ultimi ne erano consapevoli e avevano pure la leggerezza e il gusto di scerzarci sopra.L’Occidente (almeno l’europeo) è ormai una società imbelle,paurosa,senza idee guida e così pure la Chiesa che verrà fagocitata dall’Islam,la serpe colonizzatrice dell’europa.Ma questi imbelli continuano a parlare di tolleranza a 360 gradi su tutto,mentre gli altri non lo sono affatto.Non capiscono che stan parlando della loro fine.Cioran ha scritto pagine illuminanti in merito.Il cedimento è su tutti i fronti e la ragione,un vanto dell’ascesa occidentale,ha portato alle estreme conseguenze il suo processo critico disgregatorio destinato a distruggerla.I casi di Scruton sono più che lampanti.Forse è un percorso inevitabile,ma nessuno sembra abbia la voglia di reagire.Le civiltà in ascesa sono sempre intolleranti,leggi Cina,un’intolleranza che deriva dall’orgoglio e non dalla paura.Potrà non piacere ma è così.L’occidente,oltre ad una tolleranza disgregatoria di se stesso,ci mette anche qualcosa in più:la BETISE,che è l’unica cosa che è in costante aumento.Auguri a queli che verranno.