Destra e sinistra tra teologia e politica

  Come per primo intuì Spinoza, la teologia è molto più politica, e la politica è molto più teologica, di quanto normalmente si pensi. La dimensione teologico-politica concerne qualcosa di molto più profondo delle cosiddette ingerenze della chiesa, dell’unità politica dei cattolici e cose del genere. Concerne le idee che governano la mente occidentale e la sua visione del mondo.

In questo articolo sostengo che la lacerazione che attraversa la politica italiana dipende da una crisi culturale dovuta essenzialmente a due motivi: 1) il non riconoscimento della legittimità etica e culturale della posizione avversa; 2) l’incapacità sia della destra sia della sinistra contemporanee di fondare la propria idea-guida.

L’idea-guida di ogni concezione politica degna di questo nome è la giustizia.

La vera politica è passione della giustizia e impegno concreto per realizzarla. Chiunque faccia della politica non un affare, ma la reale vocazione della vita, è mosso dal desiderio di giustizia. In questo destra e sinistra sono perfettamente uguali: entrambe, quando sono veramente fedeli a se stesse, vogliono la giustizia. E’ segno di immaturità civile ritenere che gli avversari politici siano a priori ingiusti ed eticamente riprovevoli, come purtroppo avviene spesso in Italia dove domina una concezione moralistica dell’azione politica. La vera differenza sta nelle idee, non nell’ispirazione etica, che va concessa a priori a ogni soggetto dell’azione politica. La partita si decide sulle idee, ed è essenziale sapere che senza comprendere onestamente l’idea dell’avversario non si comprenderà mai compiutamente la propria, perché ognuno è definito anche dalla sua alterità, ognuno capisce chi è quando sa chi non è e chi non vuole essere. L’antitesi è sempre determinante per chiarire la tesi. Sapere ciò è essenziale per giungere a ciò che manca in modo spaventoso alla politica del nostro paese, cioè il rispetto degli avversari politici, rispetto che può nascere solo dall’aver compreso l’idea che muove l’azione politica altrui. Tutto ciò naturalmente non implica in nessun modo la cessazione della lotta politica e della competizione, ma solo fa sì che si tratti davvero di lotta politica, e non di liti condominiali o di qualcosa di ancora più volgare.

Se entrambe vogliono la giustizia, ovviamente destra e sinistra si dividono subito non appena si tratti di indicare il volto concreto della giustizia perseguita. L’idea-guida della destra è la giustizia in quanto ordine gerarchico: una giustizia verticale. L’idea-guida della sinistra è la giustizia in quanto uguaglianza: una giustizia orizzontale.

La destra basa la propria idea di giustizia sull’autorità e la differenza; la sinistra sulla solidarietà e la cancellazione di ogni differenza.

Se non esclusivamente, di certo in ampia proporzione, tutto ciò ha delle precise radici nella tradizione ebraicocristiana.

La mia tesi consiste nel sostenere che le due contrapposte prospettive politiche della destra e della sinistra che strutturano le società occidentali, derivano dalla secolarizzazione delle due opposte visioni del mondo presenti nella Bibbia. Nella Bibbia ebraica vi sono pagine che danno un giudizio positivo dell’autorità monarchica e ve ne sono altre diametralmente opposte; vi sono pagine con una visione positiva dell’ordine del mondo (il libro dei Proverbi) e ve ne sono altre diametralmente opposte (il libro di Qoelet).

Nel Nuovo Testamento l’apostolo Paolo scrive che "non c’è autorità se non da Dio, quelle che esistono sono stabilite da Dio" (Romani 13, 1-2); l’apostolo Giovanni invece parla dell’Impero Romano come "covo di demoni, carcere di ogni bestia immonda e aborrita" (Apocalisse 18, 2). Da qui per i due apostoli consegue un modo di relazionarsi all’autorità imperiale diametralmente opposto: san Paolo dice che "chi si oppone all’autorità, si oppone all’ordine stabilito da Dio" (Romani 13, 2), san Giovanni invece esorta a relazionarsi all’autorità in questi termini: "Pagatela con la stessa moneta, retribuitele il doppio dei suoi misfatti" (Apocalisse 18, 6).

Per questo il cristianesimo (come anche l’ebraismo, anche se con minore influsso a causa del suo statuto particolare) ha potuto generare sia perfette ideologie al servizio del potere costituito sia i più intransigenti rivoluzionari, ed è stato ed è tuttora religione tanto dei generali quanto dei guerrieri. Ed è ancora per questo che esso è da sempre diviso al suo interno tra conservatori e progressisti. Di solito si ritiene che sia la politica a provocare questa divisione interna al cristianesimo.

E’ vero il contrario: è stato il cristianesimo a generare la divisione fondamentale della politica occidentale tra destra e sinistra. Dal primo filone teologico infatti, quello sostanzialmente positivo nel suo giudizio sul mondo, è scaturita la destra, e dal secondo filone, quello sostanzialmente negativo e critico verso lo stato del mondo, è scaturita la sinistra.

Ma c’è qualcosa di più: mentre l’ideologia politica della destra è ben rintracciabile anche al di fuori del contesto occidentale plasmato dal cristianesimo, l’ideologia politica della sinistra è un prodotto intrinsecamente cristiano, nasce esclusivamente in occidente, non esiste nessuna grande religione mondiale che l’abbia generato oltre l’ebraismo e il cristianesimo.

Senza l’ebraismo e il cristianesimo, senza la loro carica contestatrice nei confronti dei "dominatori di questo mondo" (vedi 1 Corinzi 2, 8), mai la sinistra avrebbe potuto ottenere la legittimità spirituale e culturale di cui gode agli occhi dei popoli.

La destra nasce da un rapporto positivo nei confronti del mondo e della sua storia, che per questo essa intende conservare. La sinistra nasce da un rapporto negativo nei confronti del mondo e della sua storia, che per questo essa intende riformare. Per questo la destra assegna alla politica un ruolo molto meno preponderante, perché il mondo già di per sé è in grado di produrre ordine e giustizia; e per questo al contrario la sinistra assegna alla politica un ruolo ben più significativo, perché essa ha il compito di correggere le ingiustizie di cui il mondo è colmo.

Vengo ora alla seconda tesi di questo articolo, e cioè all’incapacità della destra e della sinistra contemporanee di fondare la propria idea-guida. Inizio dalla sinistra. Essa, ancor più della destra, è lacerata da una grave crisi culturale di cui la continua mutazione partitica è l’epifenomeno. Tale crisi si può definire come incapacità di dare un fondamento alla propria idea-guida della giustizia in quanto uguaglianza.

Dopo la caduta del comunismo e la definitiva smentita della filosofia di Marx, la sinistra è oggi concettualmente dominata dal darwinismo, il quale non sa che cosa sia l’uguaglianza e meno che mai la solidarietà. L’esito naturale del darwinismo è la politica della destra, anzi della destra più dura, quella che scaturisce dalla filosofia di Spencer e di Nietzsche, entrambi attenti lettori di Darwin. La convinzione che la lotta per la sopravvivenza sia la logica dominante del mondo naturale, e quindi anche di noi uomini perché anche noi siamo natura, genera necessariamente a livello politico ciò che Nietzsche chiama "volontà di potenza", e non certo la giustizia e la solidarietà che sono l’idea-guida della sinistra.

L’idea della giustizia come uguaglianza che pervade l’anima della sinistra, la sinistra non la sa fondare a causa del matrimonio speculativo col darwinismo. Dall’idea della natura come teatro sanguinoso del predominio del più adatto si può argomentare a favore della giustizia quale uguaglianza e solidarietà solo a patto di sradicare completamente l’uomo dalla natura e dal mondo, generando in lui un perenne stato di conflitto con la realtà.

Gli appelli al sentimento di solidarietà molto presenti nella sinistra riformista, su che basi si fondano visto che anche noi siamo natura? Si risponde che noi siamo esseri culturali. Ma il nostro essere cultura su che cosa è fondato, se non sul nostro essere natura? In base a che cosa si istituisce tale consueta soluzione di continuità tra la logica della natura (che si ritiene egoista) e la logica della cultura (che dovrebbe essere non egoista)? La teologia tradizionale potrebbe rispondere indicando la grazia, ma che cosa può indicare la sinistra, che si rifà al darwinismo? E poi, siamo davvero sicuri che la logica che informa la cultura sia non egoista? Non è forse l’umanità ancora più forte e più furba della natura, che a suo modo è, tutto sommato, innocente?

Questa incapacità di conciliare l’idea guida con la logica del mondo produce nella sinistra radicale un perenne risentimento nei riguardi del mondo e della sua logica. Di essa si può dire ciò che Hegel diceva del cristianesimo medievale, che è una "coscienza infelice": una coscienza che sa solo dire no, protestare, negare, in permanente conflitto con lo stato naturale del mondo e della storia, senza conciliazione con il principio di realtà. Il dilemma che attanaglia la sinistra e la rende frammentata e instabile è la mancanza di una base teoretica stabile in grado di fondare l’idea della giustizia come uguaglianza.

Dove sta invece il limite culturale della destra? Sta nell’incapacità di fondare su qualcosa di oggettivo la sua idea-guida di giustizia come ordine.

Un tempo questa oggettività era lo stato. Penso si possa sostenere che lo stato moderno sia una creazione della destra liberale, la quale giunse a dare un tale valore etico allo stato da ritenerlo persino superiore alla religione.

Oggi tutto ciò nella cultura della destra è sepolto, lontanissimo dal poter incidere sulle coscienze di coloro che si riconoscono in quest’area politica. Un tempo lo stato liberale e costituzionale era percepito come sinonimo di libertà di fronte allo stato assolutistico e alla chiesa, avversari dei diritti dell’uomo e delle libertà democratiche. Oggi, in un’epoca di pance piene in fatto di libertà civili, nessuno si ricorda più quale garanzia di libertà lo stato costituzionale garantisca ai cittadini. Oggi il cittadino sente lo stato come nemico. E la destra, che dovrebbe difendere e sostenere l’idea di stato che è una sua creatura, è al contrario la prima a massacrarlo sotto la retorica del populismo.

Oggi è quasi solo la sinistra a coltivare un senso di appartenenza e dedizione verso la cosa pubblica, come appare per esempio dalla politica sulla fiscalità, senza la quale, com’è ovvio, non c’è alcuna possibilità di istituzione statale, oppure dalla politica verso la scuola pubblica, gli ospedali pubblici e in genere tutto ciò che è di pertinenza della res publica (con l’unica eccezione, mi sembra, delle forze dell’ordine). La destra conosce solo la res privata, e per questo appare alle coscienze eticamente più sensibili come intrinsecamente egoista e senza slanci ideali.

Una mancanza del fondamento caratterizza quindi sia la destra sia la sinistra, uno stato di cose necessariamente destinato a produrre politica di basso profilo, perché senza le idee che le guidano le azioni non sanno dove andare, non ci sono propriamente azioni ma solo reazioni. Io penso che il rimedio consista nel ritrovare una realtà oggettiva su cui fondare la propria visione del mondo, e che l’unica realtà oggettiva oggi realmente tale sia la natura, da pensarsi primariamente non tanto come natura naturata, come ambiente, quanto più profondamente come natura naturans.

Infine una postilla sul centro. Il centro, filosoficamente e teologicamente, non esiste. La sua esistenza come fenomeno politico suppone due fattori: 1) una società nella quale il concetto o di sinistra o di destra non è proponibile, come nel dopoguerra era il caso dell’Italia e della Germania, non a caso i soli due paesi occidentali dove il centro ha avuto un ruolo decisivo; 2) il peso politico della chiesa cattolica, di cui il centro è diretta espressione. In una società matura però l’area politica centro non ha, a mio avviso, ragione di esistere. Quando in Italia la sinistra e la destra avranno pienamente assimilato la moderazione e il buon senso, che sono le armi migliori del centro, di esso si potrà serenamente fare a meno, e saremo finalmente anche noi un paese normale.

* Con questo articolo il teologo Vito Mancuso, docente di Teologia moderna e contemporanea presso l’Università San Raffaele di Milano e autore di "L’anima e il suo destino" (ed. Raffaello Cortina), inizia la sua collaborazione con il Foglio

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One Response to “Destra e sinistra tra teologia e politica”

  1.   johnny doe Scrive:

    Articolo interessante,ma occorrerebbe andar oltre.Il fondamento oggettivo che manca sia alla destra che alla sinistra,è un caso specifico di uno più generale: la mancanza di fondamento dell’occidente.Ripudiata l’eredità cristiana e la ragione critica agli sgoccioli,l’unico fondamento traballante che l’occidente ha saputo trovare è una sorta di economicismo dai contorni incerti.Nessuna nuova dichiarazione sui diritti dell’uomo et similia,solo dichiarazioni monetarie,di mercato e altre amenità filosofiche del genere.Nessuna identità,forti idee guida,fondamenti su cui basare le azioni.Un piccolo cabotaggio rinunciatario.Il discorso destra-sinistra risulta quindi riduttivo,se non privo di senso in generale, e comunque non più in sintonia con vecchi criteri classificatori.Si vede la sinistra prendere posizioni di destra e viceversa.Sintomo di confusione intellettuale,specchio di crisi più profonde.La crisi di identità è palpabile e diventa conseguente sostituire un lieder,una figura carismatica ai fondamenti che mancano e che molto difficilmente si ricostituiranno.Il quadro è più vasto del ns piccolo cortile.Anzi se devo dirla tutta, e considerando i complessi problemi che il mondo contemporaneo pone,spessi irrisolvibili,temo che la mediazione democratica lasci via via il posto alla figura,mutatis mutandis,del conducator,stante appunto la mancanza di netti criteri e di fondamenti guida e la necessità oggettiva di decisioni immediate.

    Per finire,una piccola annotazione di Nietzsche-Darwin.Veramente il tedesco vedeva un darwinismo al contrario,nel senso che l’opera di selezione era inversa.Erano i deboli che sopravvivevano,non i forti.Darwinismo culturle e non naturale.