Economia sociale di mercato – riscopriamo gli ordoliberali

1. Introduzione – quadro storico

Con riferimento alla teoria economica e sociale denominata "economia sociale di mercato",

essa andrebbe inquadrata nel travagliato destino che ha interessato la lunga marcia del

liberalismo moderno continentale. A tal proposito, a dimostrazione di quanto quella marcia

sia tutt’altro che giunta al capolinea, è di pochi giorni la pubblicazione in Italia del

Rapporto Atttali, la Commissione voluta dal Presidente della Repubblica francese Nicolas

Sarkozy, per il rilancio della politica economica francese. Nella Prefazione all’edizione

italiana, due autorevoli membri di quella commissione: i professori Franco Bassanini e

Mario Monti hanno scritto: "Il rapporto della commissione è stato apprezzato, nel suo

complesso, dagli innovatori, dai liberali, dai riformisti del centrodestra e della sinistra

francese, ed è stato parimenti criticato, com’era prevedibile, dai conservatori di destra e di

sinistra, e dai difensori di rendite, privilegi, interessi corporativi o localistici. Confermando

che gran parte delle riforme e delle innovazioni necessarie per far fronte alle sfide di questo

secolo non sono etichettabili a priori come di destra o di sinistra. Anche se, forse, possono

essere definite a seconda della loro coerenza con alcune scelte di fondo, nella prospettiva di

un’economia sociale di mercato, che valorizza il merito, i talenti, la capacità di tutti, a partire

dal diritto all’istruzione, alla sicurezza, alla salute e alla qualità ambientale". Le parole di

Bassanini e di Monti sono la dimostrazione dell’attualità di tale filone di pensiero che,

paradossalmente, sembra assumere sempre maggior importanza con il passare del tempo e

via via che il processo di deideologizzazione, culminato con la fine dei sistemi di socialismo

reale, interessa un numero sempre maggiore di persone, di classi dirigenti e di stati.

Sotto il profilo storico, Croce riconosce che proprio in Germania, dove la teoria della

libertà era stata oggetto di "grandiosi sistemi filosofici", il liberalismo non era riuscito ad

imporsi come prassi politica, al punto che non mancano studiosi che hanno fatto notare

come il liberalismo tedesco sia stato caricato dalla storiografia francese, anglosassone ed

anche da quella tedesca di tutti i mali della storia patria. Scrive a tal proposito Croce "la

scarsa e dubbia tradizione di libertà nella vita germanica, la poca vivezza nel sentimento di

essa e la disposizione alla sudditanza la lasciavano schiacciare sotto l’idea dello Stato, una

sorta di astrazione personificata con attributi e atteggiamenti da nome giudaico".

In questo contesto si colloca il tentativo di Ludwig von Mises di scardinare il blocco

politico, economico, sociale e culturale del liberalismo germanico, quando nel 1919

pubblica Nation, Staat und Witschaft. Un notevole contributo scientifico all’elaborazione di

una teoria del liberalismo che lo allontanasse dalle tentazioni nazional-socialiste.

L’insuccesso del libro di Mises si inserisce nel clima culturale dell’epoca, "l’accentuato

pluralismo culturale, sociale e politico della repubblica di Weimar". In quel clima le forze

liberali si mostrarono estremamente deboli rispetto alle tentazioni dello statalismo

autoritario e di altri movimenti popolari ancora in embrione.

2. L’Ordoliberalismo" – la Scuola di Friburgo"

Ad ogni modo, il fallimento editoriale di Mises, la crisi della repubblica di Weimar e l’ascesa

del nazionalsocialismo non impedirono la ricerca di una via tedesca al liberalismo da parte

di un gruppo di studiosi, i quali, già durante gli anni del regime nazista, si raccolsero intorno

alla guida del professor Walter Eucken. Detto gruppo assunse il nome di Scuola di

Friburgo e la filosofia che la ispirava venne chiamata "ordoliberalismo", dal titolo della

rivista "Ordo", fondata da Eucken nel 1940. Decisamente più critici di Adam Smith rispetto

alla fede in una spontanea armonia che sarebbe dovuta scaturire dall’opera della "mano

invisibile", gli ordoliberali, anche noti come i fautori della economia sociale di mercato

(Soziale Marktwirtschaft), hanno contribuito in modo sostanziale all’evoluzione della teoria

economica, ed in particolar modo a quella branca dell’economia che incontra il diritto, e del

diritto che incontra l’analisi economica, avendo sostenuto l’idea che il sistema economico

per esprimere al meglio le proprie funzioni produttive-allocative dovrebbe operare in

conformità con una "costituzione economica" che lo Stato stesso pone in essere. Si tratta

di una visione politico-economica che non ha nulla a che vedere con la pianificazione

economica centralizzata o con una politica statale interventista. Per il semplice motivo che

il ruolo dello Stato nell’economa sociale di mercato non è semplicemente quello di

"guardiano notturno", tipico del liberalismo del laisser-faire, bensì è quello di uno "Stato

forte" che si preoccupa di contrastare l’assalto contro il funzionamento del mercato da

parte dei monopoli e dei cacciatori di rendite.

Tra gli studiosi che contribuirono all’elaborazione e alla diffusione dell’ordoliberalismo

possiamo annoverare economisti come Alexander Rüstov e Wilhelm Röpke e giuristi come

Hans Grossman-Dörth e Franz Böhm; questi ultimi condirettori insieme ad Eucken della

rivista "Ordo".

Potremmo sintetizzare il contenuto della teoria politico-economica ordoliberale

nell’affermazione che gli autori della Scuola di Friburgo riconoscevano il ruolo e la funzione dello stato

e nel contempo erano strenui avversari di ogni forma di dirigismo. Intendiamo dire che per la teoria

ordoliberale il mercato è un sistema di relazioni che necessita di essere organizzato

giuridicamente dallo stato e che lo stato non dovrebbe in alcun modo modificare i risultati

che provengono dai processi di mercato. In questa prospettiva, gli ordoliberali, nell’ambito

delle politiche economiche internazionali, si espressero a favore delle liberalizzazioni degli

scambi e, di conseguenza, avversarono tutte quelle politiche creditizie e fiscali che a loro

avviso avrebbero potuto incentivare le concentrazioni di capitale. Riguardo alla politica

economica interna, si mostrarono estremamente scettici nei confronti dell’interventismo di

stato nel campo sociale ed evidenziarono gli effetti deresponsabilizzanti sulla condotta

individuale di un atteggiamento paternalistico da parte dello stato.

La Scuola di Friburgo parte dall’ipotesi che "l’ordine di mercato è un ordine costituzionale,

cioè un ordine caratterizzato da un quadro istituzionale che, come tale, è questione di scelte

costituzionali (esplicite o implicite). È una Scuola i cui rappresentanti suppongono che i

processi di mercato funzioneranno bene o male in ragione della natura del quadro giuridico

e istituzionale all’interno del quale essi si situano, e che la questione di sapere quali regole

debbano o non debbano figurare in questo quadro è un affare di scelte istituzionali tenendo

conto dei vantaggi rispettivi di ciascuna delle scelte possibili".

Il contributo più originale dell’"ordoliberalismo" è stato di aver aggredito le problematiche

del mercato concorrenziale a partire da un approccio istituzionale. Gli "ordoliberali" hanno

colto l’idea che l’ordine concorrenziale è di per sé un "bene pubblico" e in quanto tale

andrebbe tutelato. La scuola di Friburgo ci aiuta a comprendere che esiste una dimensione

istituzionale nel paradigma liberale, dimensione negata o, quanto meno, assente in gran parte

della letteratura liberale di matrice libertaria, accecata dall’idea che possa esistere un

"mercato non intralciato". Il programma di ricerca degli "ordoliberali" ha incentrato

l’attenzione sul fatto che l’idea liberale di una società libera è un’idea costituzionale, che

necessita di una formalizzazione costituzionale.

Tale prospettiva costituzionalista relativa al mercato – insiste Vanberg – "avvicina la

tradizione di ricerca della Scuola di Friburgo al programma di ricerca in economia politica

istituzionale di recente elaborato da James Buchanan". Il premio Nobel per l’Economia ha

universalizzato l’ideale liberale di cooperazione volontaria, trasferendolo dall’ambito delle

scelte di mercato a quello delle scelte istituzionali, mostrando "come il paradigma liberale

classico, tradizionalmente applicato alla libertà di scelta sui mercati possa venir esteso alla

libertà di scelta delle istituzioni, Così facendo, Buchanan ha completato su un punto

capitale i suoi predecessori della Scuola di Friburgo".

3. L’umanesimo liberale – Wilhelm Röpke

È opinione diffusa presso gli storici che alla base del cosiddetto "miracolo economico"

tedesco ci sia la scelta di Erhard di promuovere, contro il volere delle truppe di

occupazione angloamericane, la liberalizzazione dei prezzi.

Tra gli autori che hanno maggiormente contribuito all’elaborazione teorica dell’economia

sociale di mercato, troviamo indubbiamente Wilhelm Röpke. Con Röpke, secondo la

terminologia che fu di Oppenheimer ed in parte di Erhard, la dottrina economico-sociale

della Scuola di Friburgo assunse la collocazione di "terza via", tra un liberalismo nella

versione del laissez faire e il collettivismo socialista. La "terza via" di Röpke condurrebbe ad

un’economia imprenditoriale basata sul "libero mercato" e non sul "mero capitalismo",

che, per il nostro autore, si distingue dal libero mercato per la sua tendenza – no necessità -

a risolversi in meccanismi anticoncorrenziali, favorendo la nascita di monopoli, di cartelli e

l’abuso di posizione dominante. Per questa ragione, il liberalismo di Röpke ammette

l’intervento pubblico, a condizione che sia "conforme" alle leggi di mercato, non

sopprimendone l’autonomia. Prevede, altresì, una "politica strutturale", in grado di

assicurare la conformità del sistema economico con i fini dell’organizzazione sociale e

politica.

Con particolare riferimento alla riflessione socio-economica, lo specifico apporto di

Wilhelm Röpke è consistito nel tentativo di elaborare una nuova teoria dell’ordinamento

sociale, il cui sistema prese il nome di Ordotheorie o Ordoliberalismus, e più tardi venne

chiamato "economia sociale di mercato". Primogeniture a parte, "Con l’espressione

‘economia sociale di mercato’ si vuole caratterizzare una economia di mercato che soddisfi

anche le esigenze di giustizia. In definitiva, Röpke considerava l’economia di mercato una

condizione necessaria per lo sviluppo di una società che fosse degna dell’uomo, che in

forza della libera iniziativa sviluppasse le attitudini proprie di ciascuna persona, che

rendesse possibile lo sviluppo economico integrale, di un uomo a tutto tondo. U breve, un

sistema economico che necessariamente deve fare i conti con alcuni "indispensabili

meccanismi", che rappresentano nel contempo gli "attributi" e le "ragioni" dell’"economia

di mercato". Si tratta della personale aspirazione al profitto; del perseguimento dei propri

fini, un’attitudine che richiede la promozione della libertà; della concorrenza tra differenti

ed alternative idee e strategie imprenditoriali; del diritto alla proprietà privata; della

funzione imprenditoriale come processo creativo; del reddito derivante dall’uso

imprenditoriale dei capitali; della speculazione, intesa come processo di scoperta esposto al

rischio di un futuro incerto. Per Röpke, chi opera per una società libera non può non

sostenere l’economia di mercato e, di conseguenza, non può non accettare tali strumenti.

I punti programmatici fondamentali dell’economia sociale di mercato che, almeno nella

versione dei suoi padri fondatori, intende essere un’economia di mercato che si attiene a

"condizioni quadro", si possono sintetizzare nel seguenti argomenti: un severo

ordinamento monetario; un credito conforme alle norme di concorrenza; la

regolamentazione della concorrenza per scongiurare la formazione di monopoli; una

politica tributaria neutrale rispetto alla concorrenza; una politica che eviti sovvenzioni che

alterino la concorrenza; la protezione dell’ambiente, l’ordinamento territoriale; la protezione

dei consumatori da truffe negli atti d’acquisto. In definitiva, i sostenitori dell’economia

sociale di mercato furono strenui critici tanto della concentrazione del potere economico e

politico, quanto dello sfrenato antagonismo e l’esasperata frammentazione degli interessi.

La lotta di Röpke si giocò su due fronti: "contro il collettivismo" e "contro il liberalismo

bisognoso di una fondamentale revisione".

Sulla base di quanto affermato, ne deduciamo che per i fautori dell’economia sociale di

mercato, ed in particolare per Röpke, esisterebbe intervento statale ed intervento statale ,

un intervento coerente con la "soluzione hobbesiana" che sfocia in forme più o meno

burocratiche di "paternalismo di stato" ed un intervento, coerente con il principio di

sussidiarietà orizzontale, oltre che verticale, che chiama in causa il dinamismo spontaneo

dei corpi intermedi, i quali danno forma e sostanza alla società civile. Ne consegue che per

Röpke non tutti i programmi statali sono identici. Il modello di welfare society ispirato al

principio di sussidiarietà incontra l’analisi compiuta dagli autori dell’economia sociale di

mercato sul terreno dei cosiddetti "interventi conformi". È stato A. Röstow a coniare la

formula apparentemente ossimorica di "interventismo liberale", in quanto orientato da due

criteri definiti "decisivi" dalla stesso Röpke: la distinzione tra "interventi conservativi" e

"interventi di adeguamento". Il secondo criterio – propriamente röpkiano – riguarda il

grado di conformità dell’intervento alla natura dell’ordine economico. L’ordine economico

al quale Röpke pensava era stato delineato dallo stesso autore in Civitas humana nei seguenti

punti: 1. Costituzione di un vero ordine di concorrenza (politica antimonopolistica); 2.

politica economica positiva (contro il laissez faire), così declinata: a. politica di cornice; b.

politica di mercato (interventismo liberale); c. interventi di adeguamento contro interventi

di conservazione; d. interventi conformi contro interventi non conformi; 3. politica di

struttura economico-sociale (adeguamento, decentramento, "umanesimo economico"); 4.

politica sociale.

Rileviamo che per Röpke, "conforme" non è sinonimo di "raccomandabile". Egli intende

per "conforme" quegli interventi dello stato che non sopprimono la "meccanica dei

prezzi", e "l’autogoverno del mercato", ma che al contrario si inseriscono in esso,

offrendosi come "nuovi dati", e che possono essere assimilati dallo stesso mercato. Non

conformi saranno quegli interventi che distruggono la meccanica dei prezzi, sostituendola

con "un ordine economico programmatico cioè collettivo". La distinzione di Röpke tra

interventi conformi e interventi non conformi sposta l’attenzione da un criterio meramente

quantitativo ad uno di tipo qualitativo, ciò significa che in linea di principio non si pone alcun

limite quantitativo all’intervento dello stato, ma che si escludono in modo assoluto alcuni

tipi: "Noi sentiamo vivo il bisogno di superare il puro criterio quantitativo e ricercare una

linea divisoria nella ‘qualità’ dell’intervento stesso". Il carattere conforme di un intervento

non è ancora sufficiente a renderlo raccomandabile. Secondo Röpke, questi interventi

dovrebbero essere "ben dosati e studiati". Resta l’importanza della distinzione

conforme/non conforme in quanto evidenzia quali interventi sono per loro natura

distruttivi dell’economia di mercato e quali, se ben dosati e studiati, possono essere

assorbiti dal mercato e migliorarne il funzionamento dello stesso. Esempi di interventi

conformi sono la svalutazione monetaria e la politica dei dazi protettivi, mentre esempi di

interventi non conformi sono la calmierazione dei fitti, il controllo dei cambi e il

contingentamento delle importazioni. Questi ultimi distruggerebbero il meccanismo che

regola la formazione dei prezzi.

Il secondo pilastro sul quale poggia la teoria economica di Röpke è la distinzione tra

interventi di conservazione e interventi di adeguamento ovvero di assestamento. Come nel caso della

distinzione tra interventi conformi e non conformi, anche in merito a questa seconda

distinzione, Röpke intende andare oltre i dogmi del laissez-faire e del tradizionale

interventismo, tesi a mantenere inalterati gli assetti economici. Contro coloro che

pretendono l’assoluta astensione dello stato di fronte alle crisi di assestamento del mercato

e contro coloro che considerano l’intervento dello stato uno strumento per proteggere

dall’estinzione aziende improduttive, Röpke propone la sua "terza via": "non nel ‘laissezfaire’

e non nell’‘intervento conservativo’ [...]. In luogo di controbattere la tendenza verso

un nuovo equilibrio, ricorrendo a sovvenzioni e simili, come nel caso dell’‘intervento

conservativo’, l’‘intervento di assestamento’ vuole accelerare e facilitare il raggiungimento di

questo equilibrio, allo scopo di evitare perdite e difficoltà o di limitare al minimo possibile.

Un tale intervento [...] ha in comune col principio del laissez-faire la meta finale, ma questa

deve essere conseguita con la collaborazione di tutti coloro che non sono colpiti [...].

Anziché lasciare al ramo di produzione costretto a trasformarsi – come faceva il vecchio

liberalismo – la ricerca di nuove strade, l’interventismo mirante all’assestamento vuole

occuparsene con piani di trasformazione, crediti, cambiamenti di indirizzo e altri mezzi

congrui". Tenendo ferma l’idea che l’economia liberista è quella nella quale ciò che conta è

la forza economica dei privati e l’economia collettivista è quella ove conta la forza

dell’economia collettiva, l’economia sociale di mercato le esclude entrambe ed intravede

nella forza equilibratrice delle regole, ossia, della costituzione economica, lo strumento per

garantire che il principio di concorrenza non ceda alla brama dei privati ovvero alla brama

onnivora del pubblico.

4. Il personalismo liberale di Röpke

I sostenitori della Soziale Marktwirtschaft tedesca impararono presto l’amara lezione impartita

dalla veloce salita al potere di Hitler, e fecero propri un principio fondamentale dell’allora

dottrina sociale della Chiesa, e più precisamente la nozione di giustizia sociale: prevenire il

formarsi di monopoli e garantire l’esigenza di un ampio numero di aziende di medie

dimensioni. Ben prima che la seconda guerra mondiale finisse, un gruppo di economisti,

giuristi, sociologi e filosofi tedeschi cominciarono a pensare concretamente ad un possibile

novus ordo; un ordine che avrebbe dovuto rimpiazzare il nazismo. Compresero con lucidità

teorica che per ricostruire una società umana avrebbero dovuto pensare alla ragioni di un

nuovo ordine politico, un nuovo ordine economico e un nuovo ordine morale-culturale.

"Che cos’è il liberalismo?", si domanda il nostro autore. "Esso è umanistico. Ciò significa:

esso parte dalla premessa che la natura dell’uomo è capace di bene e che si compie soltanto

nella comunità, che la sua destinazione tende al di sopra della sua esistenza materiale e che

siamo debitori di rispetto ad ogni singolo, in quanto uomo nella sua unicità, che ci vieta di

abbassarlo a semplice mezzo. Esso è perciò individualistico oppure, se si preferisce,

personalistico". Dalla definizione di Röpke emerge una nozione di liberalismo che lo

sgancia da un’idea dogmatica e rigida dello stesso, evidenziando i connotati di un pensiero

umanistico, in quanto non condivide né l’idea pessimistica hobbesiana di un uomo per natura

egoista, né quella ottimistica di Rousseau. Il liberalismo di Röpke fa proprio il principio

caro alla tradizione dell’antiperfettismo e del realismo cristiano, di Agostino, di Pascal, di

Rosmini, di Sturzo, fino ad arrivare a Giovanni Palo II, per il quale l’uomo, benché tenda

verso il bene è pur sempre capace di male. Esso è personalistico, poiché "in conformità alla

dottrina cristiana, per cui ogni anima umana è immediatamente dinanzi a Dio e rientra in lui

come un tutto, la realtà ultima è la singola persona umana non già la società, per quanto

l’uomo possa trovare il proprio adempimento soltanto nella comunità". Esso, inoltre, è

antiautoritario, rendendo a Cesare quello che è di Cesare, ma riservando a Dio ciò che

qualifica il suo rapporto con l’Assoluto: per il cristianesimo è la coscienza individuale che

giudica il potere e non viceversa; esso, dunque, rifugge da ogni forma di nazionalismo,

razzismo e imperialismo; in breve, è universale. Allora, il liberale per Röpke è "l’avvocato

della divisione dei poteri, del federalismo, della libertà comunale, delle sfere indipendenti

dello Stato, dei ‘corps intermédiaires’ (Montesquieu), della libertà spirituale, della proprietà

come forma normale dell’esistenza economica dell’uomo, della decentralizzazione

economica e sociale, del piccolo e del medio, della gara economica e spirituale, dei piccoli

stati, della famiglia, dell’universalità della Chiesa e dell’articolazione".

Per queste ragioni Röpke non condivide l’idea che si possa distinguere tra liberalismo, che

disegna l’ambito politico e culturale, e liberismo, che delinea i confini dell’economico. Né

tanto meno condivide l’idea che possa resistere a lungo un sistema che non coniughi la

libera economia di mercato con istituzioni politiche liberali. In un testo che riecheggia tanto

l’influenza di economisti quali Luigi Einaudi e F.A.v. Hayek, quanto quella di uno

scienziato politico come Luigi Sturzo, per il quale la "libertà è integrale individuale e

indivisibile", il nostro scrive "venendo meno la libertà economica – la quale si sostanzia

non solo nella libertà dei mercati, ma anche nella proprietà privata – la libertà spirituale e

politica perde le sue vere basi".

In questa prospettiva andrebbe considerato anche il suo profondo convincimento in ordine

alla contiguità ideale tra liberalismo e cristianesimo. In uno dei suoi scritti più celebri

afferma: "il liberalismo non è [...] nella sua essenza abbandono del Cristianesimo, bensì il

suo legittimo figlio spirituale, e soltanto una straordinaria riduzione delle prospettive

storiche può indurre a scambiare il liberalismo con il libertinismo. Esso incarna piuttosto

nel campo della filosofia sociale quanto di meglio ci hanno potuto tramandare tre millenni

del pensiero occidentale, l’idea di umanità, il diritto di natura, la cultura della persona e il

senso dell’universalità". Per Röpke, l’eredità spirituale che il cristianesimo ha tramandato al

liberalismo è rappresentata dalla difesa della dignità di ogni singola persona umana contro

tutte le forme di statalismo. Il fatto che esistano correnti di pensiero che mettono in

discussione tale eredità spirituale, sostenendo, sul versante religioso, l’incompatibilità del

cristianesimo con il liberalismo e, sul versante laico, l’incompatibilità delle istituzioni liberali

con la fede cristiana, sarebbe il frutto, rispettivamente, di un "moralismo ignorante" e di un

"economismo ottuso": "Un moralismo dilettantistico nell’economia nazionale è altrettanto

scoraggiante quanto un economicismo moralmente indifferente, e purtroppo il primo è

diffuso quanto il secondo".

di FLAVIO FELICE

Presidente Centro Studi Tocqueville-Acton

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