Ferrara perde l’appoggio economico di Berlusconi – ritratto al vetriolo dell’Elefantino

ritratto al vetriolo di Giuliano Ferrara Da "LA CHIESA DEL NO - Indagine sugli italiani e la libertà di coscienza" di Marco Politi, editorialista e vaticanista di Repubblica. Prefazione di Emma Bonino - Editore Mondadori – In libreria domani.

Nell’Anno del Signore 2007 Giuliano Ferrara lancia la crociata per la moratoria sull’aborto. E’ il 19 dicembre. Il giorno prima l’assemblea delle Nazioni Unite ha votato la moratoria sulle esecuzioni capitali con l’appoggio di 104 stati (contrari 54, astenuti 26). Una soddisfazione per il governo italiano, che si è fortemente impegnato al Palazzo di Vetro. Soprattutto una vittoria di quell’arco di forze, dalla Comunità di Sant’Egidio all’associazione Nessuno tocchi Caino, mobilitate da anni per l’eliminazione della pena di morte.

Ferrara si appella alle «buone coscienze che gioiscono» e propone una moratoria mondiale degli aborti. Il tono che imprime alla campagna è sin dalle prime battute truculento, ideologico, demonizzante. «Per ogni pena di morte comminata a un essere umano vivente ci sono mille, diecimila, centomila, milioni di aborti comminati a esseri umani viventi, concepiti nell’amore o nel piacere e poi destinati, in nome di una schizofrenica e grottesca ideologia della salute della Donna, che con la donna in carne e ossa e con la sua speranza di salute e di salvezza non ha niente a che vedere, alla mannaia dell’asportazione chirurgica o a quella del veleno farmacologico via pillola Ru-486».

Giuliano Ferrara è una maschera brillante del teatro politico italiano. Con leggerezza dannunziana è passato dalla militanza comunista all’esaltazione del Psi di Craxi, approdando infine all’icona  del Cavalier Berlusconi salvatore d’Italia. Con sberleffi confessa nel 2003 di aver passato tra il 1985 e il 1986 delucidazioni sulla politica italiana ai servizi segreti statunitensi. Provando il brivido, racconta, di palpare la busta con i dollari. «Informatore prezzolato della Cia», si autodefinisce, spinto all’ammissione da sferzanti dichiarazioni dell’ex vicesegretario del Psi Claudio Martelli. Prodezze, che in America – agli occhi di neocon o di liberal, democratici o repubblicani – gli costerebbero l’irrilevanza perpetua.

Col piglio del direttore geniale d’orchestra F. ha fondato e dirige Il Foglio. Cocktail stimolante in cui la cultura è trattata con la stessa spasmodica attenzione dedicata alla politica, l’economia raccontata come un’avventura, la religione descritta con la palpitazione di una partita di calcio, i fatti esteri rievocati con il vibrato di una novella. Un giornale dove moda, sport, libri, pettegolezzi, tendenze, film, filosofia, trash e cronaca nera diventano arabeschi eleganti per una lettura intessuta di gioiosa faziosità. Un foglio di poche migliaia di lettori, consumato in dosi di ecstasy quotidiana nei palazzi dei mandarini politici, economici, ecclesiastici.

Sull’onda del revival religioso e di un neo-integralismo confessionale, apparentemente vincente negli Stati Uniti e montante in Europa, il momento scelto per proclamare la crociata sembra perfetto. Occasione favorevole per passare dalla catastrofica invasione dell’Iraq – di cui F. è stato lirico araldo nel nome di un Occidente seminatore di paradisi democratici sotto il commander in chief George W. Bush - ad un’altra nobile missione di maggior fortuna.

L’impresa è organizzata con la metodicità delle macchine propagandistiche leniniste. Di giorno in giorno l’appello per la moratoria viene pubblicato in lingue diverse per dare il senso dell’universalità. Arrivano entusiastici messaggi di solidarietà dai paesi più lontani. Due pagine, tre pagine, quattro pagine del Foglio vengono dedicate all’evento. Adesioni istituzionali si mescolano agli evviva dell’uomo della strada. E per sovrappiù si esibiscono solenni appelli di deputati e senatori. Il tutto viene shakerato in un instant-book, diffuso rapidamente in edicole e librerie.

Nelle settimane che seguono F. sosterrà di non puntare a cambiare la legge 194 né di voler limitare il diritto di scelta delle donne e men che mai di auspicare la loro colpevolizzazione. Ma dalle lettere esibite a paginate sul giornale zampilla un ossessivo rancore per la legge sull’aborto e  l’autodeterminazione delle donne. Una pulsione aggressiva contro la cultura laica, l’Illuminismo, il femminismo rei di aver frantumato l’idea del corpo femminile come vaso immobile in cui si impianta un seme obbligato a crescere.

F. confonde apocalitticamente le leggi sull’aborto nel mondo con la politica del figlio unico imposto nelle decadi passate al popolo cinese. «Il miliardo e più di aborti praticati da quando le legislazioni permettono la famosa interruzione volontaria della gravidanza riguarda persone legalmente innocenti».

Sui messaggi pubblicati dal Foglio si scatena la caccia alle streghe, alle criminali che sostengono la libera scelta. «Nessuno tocchi Caino, ma si infilzi pure il bambino… Libertà di commettere un crimine tanto più vergognoso in quanto ha per vittime creature innocenti e incapaci di difendersi… Basta con la fandonia della liberazione della donna: negare la maternità equivale a uccidere la natura femminile». Nello zigote – questo il filo rosso del martellamento – c’è già tutto. Le cellule del processo di gravidanza sono già persona umana. Chi la pensa diversamente è bollato di barbarie.

Chi sostiene che la legge 194 abbia funzionato bene è tutt’al più un ingenuo complice di crimine. Le lettere, ripubblicate in un  libro, sono una requisitoria fanatica. «La vita umana è sacra o non c’è alcuna differenza con gli scarafaggi e le mosche?… Sono convinto della necessità di una revisione della legge in senso più restrittivo e responsabilizzante, che veda nel feto qualcosa di più di un fungo selvatico, peraltro più tutelato», incalzano i fan della crociata.

E’ il festival dell’invettiva contro «razionalisti, illuministi, fautori dei diritti, libertari a oltranza e a senso unico, contro gli apologeti del femminismo e del connubio unico fra donna e vita, senza Dio, senza Natura, senza il Dubbio». Un sabba di colpevolizzazione. «Aborto, pena di morte senza processo… La legalizzazione dell’aborto è tout court la legalizzazione dell’omicidio… M’illumina sempre di immenso piacere la ferma e inequivocabile denuncia del quotidiano genocidio provocato dalla pratica dell’aborto». Con sussulti di puntigliosa ragioneria. «Che dire dei contribuenti obbligati a finanziare questo sterminio, rendendoli in qualche modo complici?».  

Sprazzi di culto della personalità tributato a Ferrara. «Lei non ha solo il peso corporeo di San Tommaso ma anche l’impronta spirituale… Ora so che hai un grandissimo cuore». Il tutto nutrito da un’implacabile avversione per l’atteggiamento pro choice. «Anime ipocritamente candide, che si sdegnano per la pena di morte comminata a criminali conclamati, non si turbano minimamente per l’uccisione vile, sistematica e legale di esseri umani innocenti che hanno la sola colpa di non essere graditi».

In un mondo così cattivo Ferrara è trasfigurato – via mail – nel personaggio del Centurione Romano, che sul Golgota è l’unico a intuire la Verità e riconoscere il Figlio di Dio. «Mentre tutti irridono il Cristo, lo sbeffeggiano… lui, il ruvido soldato romano, a un certo punto capisce tutto e rende testimonianza: "Vere homo hic Filius Dei erat"».

Lui, il centurione con la penna, prende intanto di mira il cattolicesimo democratico, bestia nera delle gerarchie ecclesiastiche e dell’Avvenire, il giornale dei vescovi italiani. E’ la scuola di pensiero di quei cattolici, che nel corso del Novecento hanno maturato l’accettazione della laicità dello stato comprendendo l’impossibilità di istituzioni confessionali nella società moderna. Sono i cattolici convinti dell’esigenza di una mediazione tra principi di fede e leggi di un Paese pluralista. I cattolici consapevoli del primato della testimonianza cristiana nella vita di ogni giorno, perché una dottrina etica non si può più imporre per legge.

F. li strapazza ruvidamente. «Vorrei anche sapere… perché Prodi e la sua simpatica banda cattolica ami sedersi alla tavola di un rom a Natale e non a quella dei talassemici che non sono scontenti di essere stati generati in un loro qualche Natale, Flamigni permettendo, o dei bambini Down e variamente disabili e dei loro genitori, anche quelli contenti della loro esistenza e decisi a difenderla».

I credenti non integralisti, i cattolici adulti come amano chiamarsi, sono tacciati dal Foglio di essere «tiepidi e diffidenti» sull’iniziativa della moratoria. D’altronde, divenuto cattedra universale, il Foglio strapazza anche il leader dei Popolari spagnoli, Mariano Rajoy, tacciandolo di quasi zapaterista perché nelle elezioni politiche della primavera 2008 non ingaggia con Zapatero quella «battaglia culturale» che Ferrara vorrebbe dedicata al «dibattito sulla vita, la morte».

L’inquietudine sull’atteggiamento profondo della galassia cattolica traspare dall’irritata replica di F. al cardinale Carlo Maria Martini, reo di aver sollevato qualche dubbio sull’effettiva sostanza etica di quanti riscoprono la religione per puntellare la loro visione occidentalista. «Certamente è positivo che si parli di religione – ha risposto il cardinale in un’intervista televisiva – però bisogna che questo interesse sia portato da una vera fede, da un vero amore al Vangelo e non soltanto dal desiderio di contarsi e di contare».

Commenta piccato il direttore del Foglio. «Lui comprenderà la mia sorpresa, che non arriva a pareggiare la sua astiosa diffidenza verso chi non crede, ma rispetta e ama la fede degli altri e la considera la risorsa preziosa per un mondo disperato… ».

C’è anche la carta ad effetto, che Ferrara gioca nello sviluppo della campagna. L’ammissione di essere stato per ben tre volte un «mascalzone», complice dell’aborto delle proprie compagne. Anticipato sul Foglio, l’autodafé direttamente dagli schermi televisivi è ottimale per stupire e commuovere. «Io sono stato per tre volte nella mia vita un peccatore e un mascalzone – dichiara alla trasmissione "in 1⁄2 ora" di Lucia Annunziata - perchè la cultura del mio tempo, ma quella anche di mio padre, di mia madre, dei miei amici, della società in cui vivevo, borghese, romano, tronfio… e non si fa il militare… e si prende la laurea in filosofia e comunque un posto di lavoro si troverà… e scriverai sui giornali e avrai successo… e però tre bambini non sono nati perché le loro madri hanno rifiutato la maternità e io ho fatto così: mi sono voltato dall’altra parte. Questo è indegno».

Esaltato dalle reazioni entusiaste di chi dipinge l’interruzione di gravidanza come una strage erodiana degli innocenti, F. vagheggia adunate oceaniche. Furbescamente ha mescolato l’invito alla crociata con un logo più mite di picassiana e hyppesca memoria. Una colomba con ramoscello d’ulivo, racchiusa nello slogan Fate l’amore non l’aborto. «Bisognerà organizzare in primavera – proclama – una riunione europea di cinque milioni di persone a Roma, in cui si manchi di rispetto all’aborto di massa e si denunci la vergogna dell’eugenetica».

Allo scadere dell’anno, il 31 dicembre dai microfoni del Tg5, giunge il soccorso del cardinal Vicario di Roma, Camillo Ruini, ex presidente della Cei, vero cervello politico dell’episcopato italiano. Il cardinale battezza la moratoria. La trova un modo per risvegliare le coscienze, uno stimolo a rendersi conto che il bambino in seno alla madre è un essere umano e la sua «soppressione è inevitabilmente la soppressione di un essere umano». Più in là, durante il programma televisivo "Otto e mezzo", condotto dallo stesso Ferrara e da Ritanna Armeni, Ruini rincara la dose. La 194, dice, è una legge «intrinsecamente cattiva, che autorizza l’uccisione di un essere umano innocente».

L’appoggio di Ruini detta la linea. Dinanzi al corpo diplomatico in Vaticano papa Ratzinger esclama l’8 gennaio «Io faccio voti che tale iniziativa stimoli il dibattito pubblico sul carattere sacro della vita umana». A cascata l’Osservatore Romano esulta. «Una scossa salutare». L’Avvenire accoglie l’idea come un «regalo». Il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza episcopale italiana, ne tesse l’elogio. «Come non essere grati a chi per primo, da parte laica, ha dato evidenza pubblica alla contraddizione tra la moratoria (sulla pena di morte) che c’è e quella (sugli aborti) che fatichiamo tanto a riconoscere?».

Sulla spinta dell’ebbrezza Ferrara decide di creare una lista anti-aborto per le elezioni politiche. E’ certo di farcela alla Camera e di avere qualche possibilità al Senato in un paio di regioni. Cerca l’apparentamento con il Pdl, la nuova formazione di Berlusconi. Ma il Cavaliere rifiuta. Ferrara va avanti lo stesso. Lo confortano i sondaggi di Nando Pagnoncelli. Riferiscono che il 14 per cento degli intervistati ritiene «essenziale» introdurre nella piattaforma dei partiti temi di carattere etico.

Il 25 per cento è disposto a «sottoscrivere questa campagna sul diritto alla vita in ogni sua forma». Il 17 per cento considera «molto» o «abbastanza utile» la presentazione di una lista in difesa della vita, capitanata da Roberto Formigoni governatore della Lombardia (Pdl) e appoggiata da Giuliano Ferrara. Il 3,5 per cento assicura infine di votare «certamente sì» una simile lista e un altro 6,1 per cento annuisce con un «probabilmente». F. conclude esaltato. Chi vuole scendere dai vertici della disumanizzazione, «può avere in aprile una lista da votare».

E tuttavia la campagna elettorale parte sotto cattivi auspici. Invitato da Unomattina, il 15 febbraio 2008, Ferrara si sottrae al confronto diretto con Marco Pannella, il leader che negli anni Settanta ha portato all’approvazione della legge sull’aborto. Ferrara è abituato a picchiare duro in polemica. Pannella più duro ancora. Il leader radicale finge di cercarlo nei corridoi della Rai urlando. «Giuliano dove sei? Vergogna…».

Ferrara, domatore televisivo da sempre, scopre improvvisamente che la piazza televisiva non va bene. «Non discuterò di vita umana né con Marco né con altri come se fosse un’opinione in Tv – dichiara nel pomeriggio – perché la Tv è antiveritativa». Antiveritativa?
Lo sanno gli etologi. L’animale predatore dinanzi a un predatore più forte rizza il pelo e arretra.
Alle elezioni politiche dell’aprile 2008 la lista Ferrara prese lo 0,3 per cento di voti.

via dagospia

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One Response to “Ferrara perde l’appoggio economico di Berlusconi – ritratto al vetriolo dell’Elefantino”

  1.   Il censurato di turno Scrive:

    Come è possibile fare un commento su Ferrara?

    Andava abortito a suo tempo!

    Anche se a sopprimerlo ora sarebbe un reato …. ne varrebbe la pena!

    Un gioioso vaffanculo al censore!