Baget Bozzo “il Bastardo” – il ritratto di Ferrara

A rileggerla oggi che è scappato via nel sonno, in cammino verso una vita nuova drammatica e beata, è emozionante la grande avventura donchisciottesca di Gianni Baget Bozzo, mezzo catalano (Baget) e mezzo genovese (Bozzo), bastardo mediterraneo di purissimo candore e di inaudita intelligenza. Quando chiesi a quel prete nerissimo, di cui ero diventato amico e gemello, una autobiografia per Panorama la scrisse in un tempo fulminante, rivivendo con intensità metaletteraria la sua intera vocazione vitale: contraddire e contraddirsi nel segno della Voce provvidenziale che lo guidava nella tortuosità della storia, e si spera gli terrà compagnia nell’eterno.

Una madre importante e tiranna gli aveva impedito per amor suo di farsi prete da ragazzo. La madre "morì nel 1967, nello stesso giorno in cui gli ebrei entrarono in Gerusalemme, fatto che sentii come un evento escatologico". A dicembre di quell’anno, alla presenza del pioniere democristiano e monaco conciliare Giuseppe Dossetti e del "sindaco santo" di Firenze Giorgio La Pira, Gianni diventò don Gianni. C’era anche Gelasio Adamoli, sindaco comunista della città di Genova, "e da quel momento cessò la mia definizione di tambroniano e di fascista". La vocazione era tardiva (43 anni) ma il patriottismo ecclesiale era la sua radice originaria: don Gianni appartenne inestricabilmente fin da ragazzo alla chiesa cattolica, al primato petrino, alla sua diocesi genovese guidata dalla immensa personalità del cardinale Giuseppe Siri.

Litigò con la chiesa per la politica, fu sospeso a divinis con divieto conseguente di dire messa, e la diceva nel loculo moquettato del Parlamento di Strasburgo, a pochi passi dal mio ufficetto, e una volta mi invitò ad assistere. Un sacerdote non può dire messa da solo, il prete ha sempre bisogno di amici, che credano oppure no. La sua era una liturgia della consuetudine, frettolosa sapiente e carismatica, la scrivania provvisorio altare, apparecchiato con calici e altri ornamenti per la Santa Cena tratti da un kit racchiuso in una valigetta da commesso viaggiatore. Don Gianni è stato uno degli intellettuali e pensatori teologico-politici più interessanti del secolo scorso. Era convinto che ci fosse un legame provvidenziale, dunque per lui essenziale e determinante, tra gli arabeschi della politica italiana e i disegni imperscrutabili del cielo per la sopravvivenza e la vitalità della chiesa del Signore. L’apertura a sinistra e il Concilio Vaticano II, per quel giovane ex dossettiano e neodegasperiano che don Gianni era pian piano divenuto, erano le due grandi congiunture intorno a cui girava il secolo, e forse qualcosa di più del solo secolo, della mera storia.

Ragioni forti lo spinsero all’anticomunismo senza complessi delle personalità coraggiose della seconda metà del Novecento e insieme alla battaglia contro i teologi che Romano Amerio chiamava neoterici, insomma i progressisti versati a pratiche il cui esito non poteva che essere "l’autodistruzione della chiesa". Fu interprete brillante del craxismo e del berlusconismo, un nemico di storia e identità della Democrazia cristiana, un combattente politico intrepido ma sempre fertile di idee, di scarti, di meravigliose indiscipline e bizzarrie. Non amava il modernismo in nessuna delle sue vesti, tantomeno quella postmoderna combattuta con vero genio religioso, ma era una bella anima nel mondo, se non del mondo, come dimostrano le sue passioni e il suo pensiero sofferente.

g.ferrara ilfoglio.it

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