Adriana Poli Bortone – ritratti al vetriolo by Perna

Insinuandosi nell’animo esacerbato di Adriana Poli Bortone, quella serpe tentatrice di Casini l’ha spinta a candidarsi alla guida della Puglia per l’Udc. Sarà il terzo incomodo tra il governatore comunista Nichi Vendola che punta al bis, e Rocco Palese del Pdl. Per quali circostanze Adriana, una vita nel Msi-An, si sia indotta a salire sulla zattera alla deriva di Pierferdy merita il racconto e giustifica il tono letterario dell’incipit.

Diventare governatore della Puglia è da tempo l’idea fissa della leccese Poli Bortone. Gianfranco Fini in persona, il suo ex leader, le aveva dato il via libera di giocarsi la carta nominandola nel 2006 coordinatrice di An in Puglia. In questa veste, e col piglio che le ha dato madre natura, Adriana ha braccato Vendola.

Convinta che inguaierà la Puglia come Bassolino la Campania, la signora ha denunciato le magagne della sanità precedendo i magistrati. Ha puntato il dito sui rifiuti che si accumulano a ritmi napoletani dopo il blocco dei termovalorizzatori voluto da Nichi per fisime ecologiste di tipo pecoraroscaniesco.

Il clou dell’offensiva è stato un maestoso corteo antivendoliano che nel gennaio 2008 ha sfilato per Bari guidato dalla guerresca signora. Il successo dell’iniziativa è stato premiato da Fini facendola capolista del Pdl per il Senato nelle politiche 2008. Eletta trionfalmente, la neosenatrice si aspettava un ministero per lenire l’attesa della poltrona pugliese.

L’accordo era per le Politiche comunitarie, dicastero che le andava a pennello essendo eurodeputata da dieci anni. In extremis, c’è stato però il voltafaccia di Fini che le ha preferito l’aggraziato Andrea Ronchi, il beniamino del principe.

Intervistata dopo la delusione, Adriana non le mandò a dire. Fini, che è piuttosto pavone, se la prese e la cancellò. La senatrice andò sulle furie. Cominciò col disertare l’aula di Strasburgo segnalandosi per le basse presenze. Si giustificò accampando un’otite non conciliabile con la pressurizzazione aerea. Poi, avvilita dall’emarginazione, abbandonò il gruppo del Pdl a Palazzo Madama, si trasferì in quello dell’Udc e fondò un suo partito «Io Sud» che, già dal nome, più autoreferenziale non si può.

Tutto questo spiega perché Adriana, per le regionali di marzo, ha dato retta alle sirene dell’Udc. A Pierferdy, che se l’è accaparrata approfittando del suo disagio, spetta però di diritto – spero siate d’accordo – l’appellativo di serpe che gli ho affibbiato all’inizio. L’obiettivo della serpe è meschino: danneggiare il Pdl che lo snobba.

Infatti, a votare Adriana – data la sua storia tutta nel centrodestra – saranno i suoi tradizionale elettori di An, più che i quattro gatti dell’Udc. Voti dispersi a danno del Pdl. Vendola gongola e il Cav piange, tanto è vero che se ne è uscito con un appello: Adriana si ritiri e altrettanto faccia Palese, il candidato Pdl, ne troveremo un altro che ci piaccia a tutti (il magistrato Stefano Dambruoso).

Perché la pecetta attacchi, bisognerà che la signora ammansisca i suoi rancori. È offesa con gli ex di An che, per ripicca verso i suoi recenti capricci, l’hanno isolata per mesi. Lo è ancora di più con Raffaele Fitto, l’ex governatore pugliese di centrodestra. Il giovanotto ha lavorato a lungo per impedirle di essere la candidata del centrodestra.

Affetto da napoleonismo, Fitto non tollera concorrenza locale di personaggi popolari. E Adriana lo è. Per bloccarla ha sostenuto Rocco Palese, già suo braccio destro ed eccellente assessore al Bilancio della Regione (lasciò le casse pingui). Ma spirito di vendetta a parte, se desse retta al Cav, Poli Bortone dovrebbe rinunciare perfino al tentativo di sedere sulla sospirata poltrona. Farà il sacrificio? Insomma, un pasticcio.

Mi sembra si sia capito che Adriana è un tipo peperino. Se la tocchi, reagisce. Ha un’eccellente opinione di sé e tende all’egocentrismo. Anzi, al poli-centrismo come dicono i suoi fan giocando sul cognome. È anche, come si è visto, un tipo irrequieto.

Adriana Poli, oggi sessantaseienne, discende da una nota famiglia leccese. Laureata in Lettere ha insegnato prima latino e greco al liceo classico, poi latino all’università cittadina. Ha sposato, e ne ha due figli, un gentiluomo salentino, l’avvocato Giorgio Bortone, di una decina d’anni più anziano. Fu lui, storico consigliere regionale del Msi, a introdurla in politica. Ha subito dimostrato di averne il bernoccolo. È di parlantina sciolta e comiziante nata, perfetto contraltare, in questo, del fantasioso e pindarico Vendola. Per cui nelle prossime settimane, i pugliesi ne vedranno delle belle.

Spinta dal marito, Adriana ha fatto carriera nel Msi anche se andava d’accordo a fasi alterne con Pinuccio Tatarella, allora ras delle Puglie. Nel 1983, a quarant’anni, è approdata alla Camera. Ci è rimasta ininterrottamente per cinque legislature fino al 1999, prima di diventare eurodeputato e sindaco di Lecce.

Bella donna, alta, capigliosa e viso etrusco, Adriana era vezzeggiatissima dai colleghi della Camera. Libera nei comportamenti, al pari del consorte, e larga di idee sul piano ideologico, aveva simpatizzato con un fascinoso deputato comunista, Franco Ferri, vent’anni di più. L’inclinazione era sbocciata in commissione Istruzione di cui erano membri. Stavano insieme alla buvette sgranocchiando panini o in Transatlantico sui divani finché, per un’improvvisa lite, uno dei due si alzava di scatto e l’altro gli/le correva dietro.

Poi si riappacificavano. Se ne accorsero i cronisti, divertiti per un duetto tra una missina e un comunista, che negli anni ’80 erano cani e gatti. Lo notò però anche il segretario Almirante e non gradì. Tanto più che Ferri era un Pci a 24 carati, direttore dell’Istituto Gramsci e medaglia d’argento della Resistenza. Ci fu – si disse – un richiamo. Poi Ferri, già malato, morì e la cosa venne archiviata.

Qualche chiacchiera ci fu anche quando Poli Bortone, ministro dell’Agricoltura del Berlusconi primo, mostrò un debole per un alto burocrate che ebbe carta bianca. La cosa suscitò il malumore dei colleghi e il malcapitato pagò poi lo scotto con il ministro successivo. Pettegolezzi a parte, all’Agricoltura Poli Bortone se la cavò con onore. Mise sotto esame la Federconsorzi, feudo Dc, e tempo dopo promosse una Commissione d’inchiesta sull’elefantiaco carrozzone.

All’irrequietezza umana di Adriana corrispondeva quella politica. Tra le correnti missine, aderì a quella di Servello. Né carne, né pesce. Così, una volta votò Fini segretario. Un’altra, gli preferì Pino Rauti. Il volto migliore l’ha però mostrato di recente come sindaco di Lecce. Lo è stata per dieci anni con soddisfazione dei cittadini e qualche strascico giudiziario. Due finiti nel nulla. Uno che – pare – stia per scoppiare.

Ma c’è un tempo per ogni cosa. Se resterà nella lizza, dove Adriana dà il meglio di sé, sarà un godimento.

g.perna giornale

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