Amedeo Guillet (ci sono anche questi Italiani)

62564“Il coraggio è un atteggiamento spirituale
che può essere acquisito o naturale.
Perché il coraggio esista è necessario
possedere la volontà di essere
all’altezza delle aspettative”.
(amedeo guillet)

D’accordo, definirlo “il Lawrence d’Arabia italiano” forse suonerà come una pigrizia giornalistica, una formula a effetto. Però… State a sentire come un redattore della rivista “L’azione coloniale” descrisse nell’inverno 1940-’41 Amedeo Guillet, detto ‘Cummundar-as-Sheitan’, ovvero il Comandante Diavolo, tenente di cavalleria alla testa del Gruppo Bande Amhara contro gli inglesi, sul fronte dell’Africa orientale italiana. “Sembra un corsaro del deserto, magro, bruciato dal sole, con un viso che degli arabi, con cui ha vissuto a lungo e di cui conosce le lingue, ha preso l’espressione un po’ assorta, enigmatica”. Nella sua tenda da campo era stesa una pelle di bue, stuoie e burnus arrotolati facevano da giaciglio; una lampada ad olio di terracotta serviva per fare luce e leggere l’edizione vaticana della “Germania” di Tacito in latino dalla quale non si separava mai; il fucile d’ordinanza e la scimitarra, in piedi in un angolo, completavano l’arredamento spartano. Amedeo Guillet, barone piacentino, classe 1909, è morto venerdì pomeriggio all’età venerabile di 101 anni. Il suo nome dirà probabilmente poco ai giovani, e non solo ad essi, purtroppo; ma questo signore magro ed elegante fu soldato valoroso e diplomatico capace, a suo modo un italiano atipico e insieme un italiano vero. Anche da cinema. Qualche anno fa Edoardo Winspeare, il giovane regista salentino del “Miracolo”, si mise a scrivere con Pierpaolo Pirone un film sulle gesta africane del comandante, doveva essere prodotto dalla Cattleya di Riccardo Tozzi, la stessa di “El Alamein”, con Luigi Lo Cascio nel ruolo del protagonista. Alla fine non se ne fece nulla. Peccato. A fare da traccia per il copione il denso libro di Vittorio Dan Segre “La guerra privata del tenente Guillet” (1993, Corbaccio), senza il quale lo studioso inglese Sebastian O’Kelly difficilmente avrebbe vergato la biografia “Amedeo”, pubblicata nel 2002 da Rizzoli. Fino alla fine Guillet, centenario pimpante nonostante qualche guaio alla vista, è rimasto tra i suoi cavalli a Co Meath, vicino Dublino. Lo status di eroe, certificato dalla Gran Croce dell’Ordine militare d’Italia conferitogli il 2 novembre 2000 da Ciampi, non gli ha mai dato alla testa. Nella sua lunga esistenza, prima di soldato e poi di ambasciatore, ne ha viste di tutti i colori: ferite, cancrene, sete, prigionia, torture, teste mozzate, imboscate… Raccontò Winspeare, quando faceva su e giù tra Lecce e Dublino per conoscere l’uomo: “Ogni mattina, appena sveglio, il comandante beve mezzo litro d’acqua, si prende cura dei suoi quattro cavalli, che ogni tanto monta, legge, dipinge, suona Verdi e Mascagni al piano, incurante di un polpastrello staccato dal morso di un puledro, riceve dignitari e militari senza indulgere in nostalgie”. Disse di lui Segre: “Nel 1941, quando lavoravo per l’Intelligence britannica in Africa, ho cercato di ucciderlo. Tre anni dopo, nel febbraio del ’44 a Napoli, l’ho conosciuto e siamo diventati amici. Amedeo è una persona straordinaria. Se per tanti anni nessuno ha scritto su di lui la ragione è semplice: sembrava impossibile, nell’Italia democristiana e social-comunista, parlare bene di un signore che rappresentò il regime monarchico con dignità e coraggio”. In effetti è così. Guerriero e gentiluomo, carismatico e colto, savoiardo e mai fascista, Guillet veniva da una nobile famiglia piemontese-campana di tradizioni militari. Ma non ne faceva un motivo di particolare vanto. Insomma non se la tirava. Teorizzava: “Un bravo comandante deve avere il senso del limite, conoscere ciò che può fare e non può fare. Ma soprattutto deve rappresentare un esempio per i suoi uomini, essere un buon conoscitore della spirito dell’uomo”. Già. La sua leggenda, presto dimenticata, nacque nel 1941, quando, “per il re e per la patria”, oltre che per il Duca d’Aosta, il trentunenne ufficiale del Regio esercito comincia a dare filo da torcere ai britannici negli aspri territori dell’Africa orientale. Al comando del Gruppo Bande Amhara (dal nome di una regione), trasforma quel reparto indigeno composto da eritrei, etiopi, tigrini, yemeniti e arabi in una micidiale macchina da guerra, capace prima di rallentare a colpi di azioni clamorose l’avanzata del nemico, in modo da dare a diecimila soldati italiani la possibilità di ritirarsi sulle montagne, e poi, caduta Asmara, di ingaggiare un’insinuante guerriglia “privata” prendendo di mira linee telegrafiche, rotaie, ponti, autocarri. Esattamente alla maniera di Lawrence d’Arabia contro i turchi.
Minuto, i baffi sottili, le fotografie d’epoca lo ritraggono in groppa al suo cavallo bianco, Sandor, mentre guida in battaglia il suo agile esercito di 800 cavalieri, ma anche col turbante e a torso nudo nei panni del venditore d’acqua Ahmed Abdullah al Redai, lo “straniero” finito nella prigione di Hodeida, Yemen, per sottrarsi alla cattura degli inglesi; o ancora tra le braccia della moglie Beatrice Gandolfo, la donna che sposò dopo aver amato nei giorni delle sue scorribande africane la stupenda Kadija, o mentre, a Nuova Delhi nel ’71, tiene tra le mani un cobra vivo. Sui gagliardetti del suo Gruppo Bande non mise i simboli del fascismo, bensì la croce cristiana e la mezzaluna islamica, il motto “Semper Ulterios”, lo stemma sabaudo e quattro code di cavallo. Basterebbe questo dettaglio a farne un personaggio da cinema, un avventuriero romantico e tosto. Ma Guillet fu soprattutto un lucido stratega, deciso a sfiancare gli inglesi, al grido di “Resistere, resistere, resistere”, attaccando la fanteria nemica in modo da creare scompiglio ed evitare così il fuoco dei cannoni e delle mitragliatrici. Sapeva che la guerra era persa, ma così facendo sperava di poter patteggiare un’onorevole resa. Non a caso l’”Observer”, quando uscì in Inghilterra la biografia di O’Kelly, cucinò un titolo che diceva: “The italians’ last action hero”; e in più di un’occasione esperti militari britannici hanno riconosciuto – quanto gli sarà costato? – che Guillet ha smentito quel robusto e inveterato luogo comune in base al quale gli italiani sarebbero “useless in combat”, inetti al combattimento. Per la cronaca: Guillet tornò in Italia, dopo i due bollenti anni africani, il 2 settembre 1943, pochi giorni prima dell’armistizio, a bordo di una nave della Croce Rossa. E quasi subito rientrò in azione preparando missioni speciali contro i tedeschi, che continuò a combattere per tutto l’ultimo anno e mezzo di guerra. Del resto, anche quando erano alleati dell’Italia, non li aveva mai digeriti granché. Durante la guerra di Spagna, a Saragozza, difese una ragazza importunata da un ufficiale nazista, e per lei non esitò a fare a pugni, dopo aver apostrofato così il crucco violento: “Mi piacciono Beethoven e Goethe, ma un maiale come te mi lascia indifferente”. Insomma, avete capito l’uomo. Dopo il referendum del 2 giugno 1946, raggiunto il grado di colonnello, si dimise dall’Esercito, fedele al giuramento che lo legava al re. Ma non fu un gesto di rifiuto nei confronti della nuova Italia repubblicana. Semplicemente l’inizio di una nuova carriera. Un anno dopo, infatti, vinse il concorso diplomatico e cominciò a servire l’Italia con ruoli di crescente importanza: al Cairo, nello Yemen, infine ambasciatore ad Amman, Marocco e India. “Certo Amedeo Guillet meriterebbe di stare in un ideale Pantheon italiano. Coraggioso e generoso, come accade per molti nostri connazionali, lo trovate oggi più celebrato sui giornali stranieri e sui siti inglesi che non da noi”, ha ribadito ieri il ministro degli Esteri, Franco Frattini, plaudendo “a quell’anima italiana capace di servire la pace, la riconciliazione, la reciprocità tra popoli e culture diverse che ancora oggi molti nostri connazionali interpretano in tanti teatri di crisi”. Guillet viveva in Irlanda dal 1975, dove s’era trasferito per dedicarsi ai cavalli, alla pittura e alla musica. Lì si sentiva a casa. Anche se gli piaceva, di tanto in tanto, tornare in Italia: per ricevere la cittadinanza onoraria di Capua, per salire al Quirinale invitato dal presidente Ciampi, per tenere conferenze presso Accademie militari. Però confessava: “Ci sono molte cose che non comprendo quando vado in Italia, trovo sui giornali parole e concetti per me non sempre chiari, ma sono preparato al cambiamento: oltre che un soldato sono stato un diplomatico e so ancora adattarmi bene alle diverse situazioni”. Sarà stato ironico? Michele Anselmi per “Il Riformista

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3 Commenti to “Amedeo Guillet (ci sono anche questi Italiani)”

  1.   lucilla Scrive:

    Onore ad Amedeo Guillet, un uomo la cui storia tutti dovrebbero conoscere.
    Buon riposo, Comandante Diavolo, mi piace immaginarla in un luogo pieno di pace, circondato dai suoi cavalli.
    Lucilla

  2.   Jessica Scrive:

    Ho avuto l’onore di conoscerlo, mi ha ospitato a casa sua in Irlanda e mi ha insegnato a non temere i cavalli. Un uomo gentile. Un grande uomo che meriterebbe di essere più ricordato da questa Italia che amava tantissimo.
    Ci mancherai tantissimo. Ciao Amedeo…

  3.   Andrea Scrive:

    Ho visto una conferenza sulla sua vita a Bologna; presenti il figlio e l’ambasciatore dell’Etiopia dove lo ricordano come padre della patria.
    Purtroppo il valore viene spesso dimenticato perchè seguire certi esempi
    in un’Italia come la nostra , potrebbe creare ostacoli e emulazione. Ho paura che l’Italia che amava stia sparendo poco a poco. Ciao Andrea.