Alla ricerca del comunitarismo italiano

I COMMUNITARIANS AMERICANI – Le origini dei communitarians- Il comunitarismo americano è un fenomeno complesso, nasce tra la metà degli anni Settanta e gli inizi degli anni Ottanta del Novecento e si presenta all’inizio nella forma di una corrente filosofica. Il nucleo originario del pensiero dei communitarians si trova nelle elaborazioni di R.M Unger (che scrive Knowledge and Politics nel 1975), Alasdair MacIntyre (autore del fondamentale After Virtue del 1981), Michael Sandel (che nel 1982 pubblica l’altrettanto importante Liberalism and the Limits of Justice), Charles Taylor (di cui va ricordata, per questa fase di esordio, la raccolta di saggi intitolata Philosophy and Human Sciences. Philosophical Papers del 1985). Ad essi fa seguito una seconda generazione, che ha i suoi nomi di spicco in Philip Selznick, Robert Bellah, Amitai Etzioni, più esplicitamente impegnata sul piano dell’attualità politica. Si tratta sempre, comunque, di docenti di filosofia o di sociologia, che esercitano il loro insegnamento nelle più prestigiose università americane e canadesi. Essi si collocano nell’ambito del «progressismo» (Taylor ha un passato nell’ambito dell’estrema sinistra; Etzioni è fra i consiglieri di Carter e Clinton e più recentemente assume posizioni critiche nei confronti del «Patriot Act» e della politica «imperiale» della presidenza Bush; Sandel appoggia la campagna elettorale del candidato democratico Dukakis nel 1988), con la parziale eccezione di MacIntyre, che appare come un conservatore di ispirazione aristotelico-tomista. Non è che siano mancati in Italia studi ed interventi accurati sui communitarians. Essi sono comparsi soprattutto nel corso degli anni Novanta, ma si sono subito notate forti riserve derivanti dal fatto che il concetto di «comunità» proposto dagli intellettuali americani è stato immediatamente assimilato alla vecchia elaborazione di Tonnies (per la quale si rimanda al saggio comparso sul numero di gennaio-aprile 2002 di questa rivista) con la connessa aspirazione a ricreare a livello macrosociale le condizioni di vita delle comunità tradizionali. Benché una certa «aria di famiglia» sia fuori discussione (polemica contro l’atomismo, la ragione astratta, la freddezza e l’impersonalità delle relazioni sociali), in questa sede cercheremo di dimostrare l’infondatezza di tale critica. Gli obiettivi dei communitarians – La nuova dicotomia che si affaccia sulla scena filosofica angloamericana agli inizi degli anni Ottanta del Novecento è dunque tra comunitarismo e liberalismo. Non a caso il primo bersaglio delle critiche dei communitarians è quel John Rawls protagonista della rinascita del contrattualismo politico e non a caso il già citato Liberalism and the Limits of Justice di Sandel si presenta come un’articolata e precisa confutazione delle tesi sostenute da Rawls stesso in A Theory of Justice. L’idea fondamentale di Rawls è che, data per scontata l’inevitabile compresenza nelle società moderne di una pluralità di interessi, culture e visioni del mondo, l’unico punto di incontro che è ancora possibile trovare si colloca sul piano della «Giustizia», rigorosamente distinto da quello del «Bene». Alla base della vita collettiva non può stare, in altre parole, un’etica condivisa, ma solo un insieme di regole che garantiscano a ciascun soggetto pari possibilità di seguire il proprio personale «piano di vita». Il primo principio sarà allora quello di garantire l’eguale diritto di ognuno al più ampio insieme delle libertà fondamentali. Il secondo principio, detto di «differenza», sarà quello per cui la diseguaglianza si traduce comunque in un maggior beneficio per i membri più svantaggiati rispetto a quei sistemi economico-politici che impongono (o tendenzialmente intendono imporre) una situazione di egualitarismo puro. Insomma, per Rawls come per qualsiasi altro liberale coerente, la questione non è se la società moderna debba includere aspetti comunitari come il senso di appartenenza e la fedeltà da parte dei suoi membri, ma studiare in che misura individui cui capiti di allacciare rapporti al suo interno, possano intrattenerli sulla base di principi di giustizia. Era necessario riassumere, seppur per sommi capi, la teoria di Rawls, perché proprio la distinzione tra sfera del «Giusto» e sfera del «Bene» è il punto di partenza della polemica innescata dai communitarians, per i quali ogni concezione della Giustizia presuppone particolari vedute etiche, a loro volta espressione di particolari comunità storiche. Con una costruzione ampia, che si confronta con classici come Hobbes, Locke, Kant, Stuart Mill e che comporta una sorta di reinterpretazione complessiva della storia del pensiero filosofico, MacIntyre e Taylor hanno contrapposto al liberalismo una visione ispirata all’idea di comunità, accentuando il primo – sulle orme di Aristotele e di San Tommaso – la dimensione etica del vivere associato, il secondo quella culturale. In questa battaglia contro il razionalismo astratto si è ad essi associato un’ulteriore figura destinata ad avere un ruolo di spicco nell’ambito della corrente, Michael Walzer. Per tutti loro, il liberalismo presuppone una concezione «atomistica» della condizione umana, una sorta di autosufficienza morale dell’individuo, di contro all’idea aristotelica dell’uomo come «animale sociale». Ma l’anti-individualismo dei communitarians non sfocia nell’universalismo morale e nell’artificialismo politico, perché – al contrario di quanto accadde ad esempio nelle visioni di matrice marxista – contro la prospettiva cosmopolita i comunitaristi sono strenui sostenitori della legittimità delle nazioni, delle patrie, delle culture; contro il costruttivismo politico di impronta contrattualistica, rivendicano il peso e il valore di istituzioni e comportamenti plasmati da lunghi secoli di storia. In proposito sostiene MacIntyre: «La particolarità non può mai essere semplicemente lasciata alle spalle o cancellata – L’idea di sfuggirle rifugiandosi in un regno di massime totalmente universali che appartengono all’uomo in quanto tale, sia nella sua versione kantiana del diciottesimo secolo sia in quella rappresentata da certe filosofie morali analitiche contemporanee, è un’illusione che produce spiacevoli conseguenze». L’altro gruppo di pensatori di formazione sociologica in precedenza citato è approdato invece al comunitarismo rifacendosi ecletticamente alla tradizione del repubblicanesimo americano e concependo, appunto, una «repubblica» in termini comunitari, ossia come un collettivo unificato da valori etici condivisi. Selznick, Bellah, Etzioni si sono confrontati con i problemi avvertiti come le emergenze sociali del nostro tempo: dalla caduta dello spirito civico all’incremento dei divorzi, dalla diffusione dell’AIDS alla droga, tentando di individuare possibili soluzioni in grado di conciliare libertà individuale e solidarietà sociale. Hanno, cioè, cercato di svelare alcune implicazioni pratiche delle tesi di Sandel, MacIntyre o Taylor, piuttosto restii a tradurre in azione concreta la propria forte critica al liberalismo. Eppure, se il comunitarismo ha varcato i confini accademici ed è divenuto un vocabolo della vita pubblica in America e in Europa è proprio grazie alla versione divulgativa che ne è stata data dalla «seconda generazione» e specialmente da Etzioni. Quest’ultimo è riuscito anzi dal 1993 in poi a coagulare intorno all’appello alla ricostruzione della comunità un vero e proprio movimento politico  (Communitarian Movement) con tanto di rivista, sito-web e manifesto programmatico, che si apre con l’affermazione dell’importanza di «rafforzare i legami che uniscono le persone l’una all’altra, rendendo loro possibile superare l’isolamento e l’alienazione». Al primo posto nell’agenda del Communitarian Movement troviamo così il sostegno a famiglie, scuole, associazioni di ogni genere, comprese le istituzioni religiose, che prende esplicitamente come punto di riferimento il modello di welfare europeo.- Face to face – «Fratellanza», «benevolenza», «amicizia» sono i termini che, nella prospettiva dei comunitaristi americani, ricorrono spesso per designare i rapporti tra coloro che si riconoscono membri della stessa comunità. Il richiamo ad una socialità diretta di gruppi «face to face» (per usare un’altra espressione tipica del linguaggio di questi pensatori) nasce dalla denuncia dei risvolti patologici della regolazione giuridico-burocratica e conduce ad un progetto di «costruzione di forme locali di comunità», attraverso la promozione e la valorizzazione di realtà intermedie. Lo Stato, in questo contesto, viene ripensato come una vera e propria «comunità politica»  tenuta insieme da «significati comuni e valori condivisi» e non semplicemente dalle regole procedurali. I confini dello Stato moderno sono apparsi troppo estesi, le sue istituzioni troppo «fredde» per farne l’ambito privilegiato della sintesi comunitaria e l’attenzione si è spostata quindi su unità più piccole ed omogenee. Sandel in Liberalism and the Limits of Justice delinea, in tal senso, una sorta di «repubblicanesimo pluralista» che si realizza nelle molteplici «appartenenze» di ciascun individuo alla propria famiglia, al quartiere, alla chiesa, ai sindacati, alle tradizioni etniche e culturali. La strada da seguire è quella di  puntare alla promozione di «comunità più particolari», che fungano da raccordo tra l’individuo e lo Stato. Anche Robert Bellah in The Good Society (1992) sottolinea il ruolo che le famiglie, le associazioni, i movimenti possono svolgere per contrastare l’ atomizzazione sociale. Sul piano più strettamente filosofico, Charles Taylor in Cross-Purposes: the Liberal-Communitarian Debat, edito nel 1989, pone il confronto tra liberali e comunitaristi sul piano di un’alternativa ontologica, quella tra individualismo metodologico e olismo, facendo corrispondere a ciascuna di queste opzioni una particolare concezione del Bene. Nella prospettiva atomistica adottata dal «liberalismo procedurale» non c’è spazio, infatti, per una nozione di Bene Comune, che rappresenta un valore non «per te e per me» presi separatamente, ma «per noi». C’è spazio soltanto per «beni convergenti», cioè per alleanze tra singoli che si formano con il fine del raggiungimento di un obiettivo limitato, in genere di ordine economico. «In una repubblica che funziona – sostiene invece Taylor – il legame sociale assomiglia al legame dell’amicizia come vide Aristotele», i cittadini sono stretti da un vincolo di solidarietà «basato sul senso di un comune destino, dove il condividere stesso ha valore». Il regime repubblicano classicamente inteso richiede quindi «un’ontologia differente dall’atomismo, un’ontologia che superi il senso banale, infestato dall’atomismo».- Patriottismo repubblicano – L’altro aspetto problematico del liberalismo, per i communitarians, è quello dell’ adozione di un modello di razionalità fondato su un universalismo generalizzante ed acontestuale. Lungo questa linea di pensiero, MacIntyre in Is Patriotism a Virtue?, saggio scritto nel 1984, aveva già individuato nella fedeltà incondizionata nei confronti della propria Patria un valore in sé, non suscettibile di essere criticato in base a principi universalistici, in quanto esso stesso prerequisito indispensabile all’acquisizione di una coscienza morale. La sua costruzione passa attraverso la fedeltà incondizionata alla Patria intesa come comunità morale, con una storia e un progetto comuni. Se è possibile e lecito opporsi a specifici governi traditori di tali storia e progetto , ciò avverrà non in nome di una concezione universalistica, ma dalla moralità che ciascuno apprende solo «in quanto membro della comunità». MacIntyre insiste sulla rivendicazione del peso della storia comune nella costruzione dell’identità, individuale e collettiva, completata dalla negazione che sia possibile distanziarsi razionalisticamente dalle proprie radici. Taylor corregge, tuttavia, in parte le posizioni di MacIntyre, sostenendo che non è l’identificazione con una Patria qualsiasi a rappresentare un bene «immediatamente comune», ma la fedeltà nei confronti della storia e della cultura di un paese libero e democratico ed istituendo perciò un legame privilegiato tra patriottismo e democrazia. – Comunità – democrazia – repubblica - Il nesso tra partecipazione democratica e identità patriottica repubblicana, mobilitazione politica  e sentimenti di appartenenza ad una collettività concepita in termini storici, etici e culturali viene approfondito da Taylor in The Ethics of Authenticity (1992), dove sono individuati i tre mali che affliggono le società occidentali moderne. In primo luogo l’individualismo, che provoca lo sganciarsi dei destini dei singoli dall’inserimento nell’Essere con  la «privatizzazione» delle passioni e degli interessi. In secondo luogo l’eclissarsi di ogni interrogativo sui fini, dinanzi al trionfo della «ragione strumentale», che tende a ridefinire tutti i problemi in termini tecnici, affidandone la soluzione ai meccanismi del mercato. In terzo luogo la fuga della politica, conseguenza delle altre patologie sopra delineate, che si manifesta con il declino della militanza in partiti, associazioni, movimenti e sfocia nella flessione dei partecipanti alle competizioni elettorali. Taylor vede nascere, perciò, nelle società occidentali moderne un dispotismo di tipo nuovo, mite, flessibile, paternalistico, che si impone senza incontrare resistenza ad individui isolati, egocentrici, narcisisti, pronti a rinunciare alla libertà politica in cambio delle comodità offerte dal consumismo. Due preoccupanti sintomi di questa tendenza sono da un lato la crescente giuridicizzazione della vita pubblica, dall’altro le mobilitazioni specifiche e trasversali. I conflitti politici sono sempre più interpretati come controversie destinate ad essere decise dalle corti giudiziarie con un perdente e un vincente, a fronte di una sfera pubblica sempre meno in grado di produrre dibattito e mediazione. Le aggregazioni, quando avvengono, si organizzano attorno a tematiche circoscritte (aborto, pena di morte, problemi ecologici), generando schieramenti volatili e parziali. Ciò che insomma sembra diventare molto difficile è il coagularsi di un consenso stabile intorno a progetti politici alternativi di ampio respiro, in grado di diventare programmi di governo. Alla «libertà negativa» prodotta dal liberalismo (facoltà di vendere, di comprare, condurre la vita privata a proprio capriccio senza subire alcuna interferenza), Taylor contrappone un repubblicanesimo classico che annoveri tra i propri elementi costitutivi non solo i diritti individuali ed alcuni principi di equità, ma il bene dell’autogoverno democratico. In base ad esso la cittadinanza politica va interpretata come attiva partecipazione dei cittadini alle sorti della repubblica. L’unico modo per arginare le spinte disgregatrici e atomizzanti del mercato è appunto quello di puntare sulle comunità intermedie ricordate in precedenza (famiglie, scuole, sindacati, movimenti sociali, vicinati) ed è Sandel che sviluppa particolarmente questo motivo nel suo Democracy’s Discontent. America in the Search of a Public Philosophy (1996), in cui, proseguendo nella sua polemica contro il liberalismo, afferma che esso prevale proprio nell’epoca storica in cui massima è la sua ineffettività sul piano pratico, perché oggi gli individui occidentali «liberi sceglitori dei loro fini» hanno ben poco da scegliere, dal momento che il potere reale sfugge ormai al controllo democratico. Con Sandel la critica si estende dal liberalismo dei diritti al liberalismo economico, in quanto egli auspica la limitazione delle sfere della vita in cui conta il denaro per colmare il fossato tra le classi provocato dal processo di privatizzazione dei servizi sociali. La valutazione largamente positiva data da Sandel alle scuole pubbliche, alle associazioni di consumatori che si battono contro le grandi catene commerciali, alle Community Development Corporations che negli Stati Uniti promuovono progetti di solidarietà e di risanamento urbano nei quartieri degradati delle metropoli coinvolgendone gli abitanti, ricollegano questo pensatore americano al filone comunitarista «di sinistra» europeo del quale ci ripromettiamo di parlare in un prossimo intervento sulla nostra rivista. Nel quadro della critica alla società di mercato, egli auspica inoltre una «pedagogia della virtù» che ricollochi al centro della vita collettiva i valori della famiglia e della morale tradizionale. Quest’ultimo aspetto si connette all’assunto presente in tutti i comunitaristi americani, cioè l’idea che la democrazia presupponga omogeneità (etica, culturale, nazionale) e che richieda l’esistenza di una «comunità politica» unificata da una storia e da valori condivisi. Alla luce di tale idea si comprende allora come Michael Walzer in Spheres of Justice: a Defense of Pluralism and Equality (1983) arrivi alla conclusione secondo cui una comunità politica ha il diritto di regolare l’immigrazione in modo da preservare la particolarità della propria cultura, esposta a seri rischi in assenza di qualche protezione, mentre non potrà impedire a nessuno di abbandonarla. Unica deroga è rappresentata dal caso in cui gli aspiranti immigrati siano affini dal punto di vista etnico o nazionale alla comunità cui si rivolgono. Ciò fa scattare in quest’ultima un obbligo morale all’accoglienza, analogo a quello che impone agli appartenenti dello stesso gruppo familiare di soccorrersi a vicenda nei momenti di difficoltà.- Il problema dell’identità –  Malgrado i critici abbiano spesso insistito sulle differenti definizioni del concetto di comunità date dai vari esponenti del comunitarismo americano, a noi pare che in essi convivano senza contraddizioni una tendenza «integrativa» che si rifà alla tradizione antimoderna ed un’altra partecipativa e democratica,. Così se da Sandel e Unger la comunità è intesa come la sfera concreta della socialità immediata contrapposta allo Stato, per MacInyre, Selznick, Walzer è lo Stato stesso ad essere pensato come comunità (Patria, comunità politica), mentre in Taylor queste due dimensioni si affiancano, sotto forma di rivalutazione del pluralismo culturale incentrato su «comunità parziali» e di nazionalismo repubblicano. Ma ciò che veramente è importante e che collega tutti questi autori, costituendo l’elemento fondamentale della loro riflessione, è il rifiuto della concezione atomistica, astratta dell’uomo implicita nella teoria liberale. Sicché l’enfasi con cui viene posto l’accento, da alcuni detrattori, sulle aporie dei communitarians non riesce – a nostro avviso – ad inficiare il fatto essenziale per cui alla base dell’idea di comunità, nelle sue multiformi versioni, sta sempre una certa concezione della natura umana. In tal senso diventa più comprensibile il profondo richiamarsi, da parte di questi filosofi, all’aristotelismo, con la sua visione dell’uomo quale «animale sociale» e la duratura polemica nei confronti dell’individuo egoista del liberalismo, preconizzato alle soglie dell’età moderna da Machiavelli ed Hobbes. La riscoperta dell’encumbered self, del «sè pieno di legami», contrapposto all’unencumbered self (nella versione di Sandel), al sé emotivista (nella versione di MacIntyre), al sé atomista (nella versione di Taylor), tipico dell’Occidente contemporaneo ed implicito nella concezione liberale, è l’apporto originale che i communitarians hanno dato alla filosofia della fine del Novecento. Il sé glorificato dal liberalismo è un sé, che concepisce l’azione sociale collettiva solo come difesa nazionale, ordine pubblico. È un sé estraniato, inconsapevole del fatto che la personalità si costruisce attraverso il coinvolgimento, fin dalla nascita e dai processi di socializzazione primaria, in nessi di azione collettiva orientati al perseguimento di beni immediatamente comuni. È un sé che non si rende conto di quanto, anche nella società moderna, questo tipo di azione collettiva rimanga indispensabile per il mantenimento della democrazia e dello stato di diritto. Dalla crisi del mondo tradizionale in dissoluzione, il liberalismo ha tratto l’idea di un’autonomia completa del sé da ogni criterio ascrittogli in virtù del suo emergere da una comunità storica. Dice MacIntyre riferendosi al sé emotivista: «Questo io, che non ha alcun contenuto sociale necessario e alcuna identità sociale necessaria può dunque essere qualsiasi cosa, assumere qualsiasi ruolo o punto di vista, perché in sé e per sé non è nulla». In questo ripensamento profondo del cammino dell’Occidente, è da notare come l’ispirazione universalistica combinata ad una radicale decontestualizzazione, che conduceva a quell’universalismo astratto peculiarmente moderno, fosse stata già oggetto della critica di Hegel all’Illuminismo e a Kant. La nostra convinzione è che l’idea di comunità come rete di rapporti ereditati, «trovati» e non «scelti», nei quali è indispensabile riconoscersi per costruire la propria identità individuale, l’idea della comunità come costitutiva della persona e non viceversa, sia un’idea forte, destinata a fare ancora molta strada nel nuovo secolo: «Io mi pongo di fronte al mondo come membro di questa famiglia, di questa casa, di questo clan, di questa tribù, di questa città, di questa nazione, di questo regno. Non esiste alcun “Io” separato da queste cose» – afferma MacIntyre in After Virtue, sintetizzando in modo semplice ed inequivocabile l’intuizione decisiva dei communitarians. Anche secondo Taylor le capacità specificamente umane si sviluppano in società (social thesis) ed egli ne deduce l’attribuzione agli individui di un obbligo di appartenenza (obligation to belong) che sorge contestualmente ai diritti fondamentali. L’attaccamento nei confronti della comunità d’origine, intesa come insieme di memorie, cultura, tradizioni, o l’adesione ad una comunità elettiva che comprende coloro che si sentono spiritualmente affini e si alimenta di un dialogo ideale in grado di scavalcare le barriere del tempo e dello spazio, risultano così indispensabili per la strutturazione della singola personalità. La modernità all’ opposto – e lo si evince soprattutto nell’interpretazione di Taylor – è l’epoca della crisi dei quadri di riferimento tradizionali, che cessano di costituire  l’orizzonte di significato di intere società e lasciano il posto ad una pluralità di criteri assiologici rielaborati sotto forma di gusti e preferenze personali. L’etica delle regole sostituisce l’etica della virtù e il problema del comportamento giusto prende il posto di quello della vita buona.- La critica alla priorità dei diritti-  Strettamente connesse alla dimensione dell’unencumbered self /sé emotivista/sé atomista sono le teorie liberali della centralità dei diritti, che si incardinano su due perni: primo, si postula un principio che assegna tali diritti agli individui in quanto tali, incondizionatamente; secondo, si nega un eguale ed omologo dovere di appartenenza e di contribuzione dell’individuo nei confronti della società. I diritti, in questa situazione, sono sempre diritti di un individuo «nei confronti dello Stato». I comunitaristi, (ancora una volta soprattutto Taylor sviluppa la sua riflessione rispetto a questa tematica) hanno contestato la supremazia dei diritti, sostenendo la tesi di un collegamento organico tra il godimento dei diritti stessi e il dovere, da parte del singolo, di contribuire al mantenimento della forma di vita sociale all’interno della quale essi sono goduti. Afferma Taylor: «Dal momento che l’individuo libero può preservare la sua identità soltanto all’interno di una società/cultura di un certo tipo questi deve interessarsi allo stato complessivo di questa società/cultura. L’individuo non può interessarsi soltanto delle proprie scelte individuali e delle associazioni generate da tali scelte trascurando la matrice all’interno della quale queste opzioni possono essere aperte o chiuse, abbondanti o carenti». La critica comunitarista tocca inoltre l’indifferenza nei confronti dell’altro che è sottesa alla prescrizione liberale della tolleranza, indifferenza implicita nella nozione di «posizione originaria» secondo cui «le parti non hanno interesse per gli affari degli altri». Anche la tolleranza è vista come una pratica che porta con sé l’indebolimento di confini dell’identità collettiva, poiché le culture politiche marcate da detta pratica sono tendenzialmente inclini a dar poca importanza a quelle concezioni e a quegli orientamenti morali condivisi sul cui vigore si basa la capacità di una collettività di indurre identificazione. Sia chiaro: per i communitarians l’alternativa alla tolleranza liberale non è certo un ritorno all’intolleranza integralista, del resto già conosciuta e sperimentata ampiamente con tutte le sue nefaste conseguenze, bensì una richiesta di maggiore attenzione e di «prendere sul serio» l’integrità di quei sistemi di credenze che caratterizzano una comunità. Se la diversità non è sicuramente qualcosa che va represso, rappresenta comunque qualcosa cui «va posto rimedio». A tale proposito scrive Selznick: «Una cosa è dire che lo Stato dovrebbe essere neutrale rispetto ad un’ampia gamma di preferenze personali e di gruppo. È ben altro trasformare questa visione morale in una dottrina disarmante – una dottrina che priva la comunità della sua esperienza accumulata o dei suoi nuovi convincimenti riguardo ai fini e ai mezzi appropriati». Assistiamo dunque nella elaborazione comunitarista ad una sorte di capovolgimento di prospettiva rispetto al liberalismo: quest’ultimo dà per scontata la possibilità del sé di essere forgiato dalla comunità e considera ciò negativamente, per cui va sostenuta attivamente la capacità del sé di differenziarsi, di criticare gli ordinamenti all’interno dei quali si è formato e di affermare così la propria autonomia ed autenticità. I comunitaristi, invece, rovesciano il quadro. Essi danno per scontata la capacità di ogni sé moderno di rivolgere uno sguardo critico verso gli ordinamenti in cui è inserito, la capacità autoriflessiva. Ciò che non è scontato e necessita sempre più di sostegno è la capacità del sé moderno di appartenere, di riconoscere, di accettare anche da un punto di vista affettivo i legami che lo hanno posto in essere. La qualità ormai a rischio di estinzione non è quella di pensare autonomamente per criticare, quanto quella di aderire ad una comunità e sentirsene parte, l’interessarsi ad un bene collettivo che trascenda il proprio tornaconto. -Conclusione- Il dibattito suscitato dai communitarians ha inciso notevolmente sugli sviluppi delle teorie politiche contemporanee ed i suoi effetti sono ancora in corso, nonostante qualche studioso tenda già ad archiviare l’intera vicenda parlando di avvenuta ricomposizione con il liberalismo . In realtà i communitarians si sono proposti l’obiettivo di correggere l’unilateralismo dell’antropologia liberale, portatore di semplificazioni astratte e di un atomismo che esclude dalla propria visuale ogni forma di razionalità che non sia strettamente finalizzata al conseguimento dell’utile individuale. Ma nessuno di loro rimette in discussione l’esistenza dei diritti individuali o il pluralismo dei poteri. Ciò che viene sollecitato è un ripensamento di questi elementi in un quadro depurato dall’atomismo, è un’azione riformatrice intorno agli effetti anomici degli ordinamenti e delle dinamiche politico-economiche indotti dal liberalismo. Ciò che viene rivendicato è l’integrazione del pluralismo con l’appartenenza, l’identificazione, la dedizione al Bene. Tra i grotteschi equivoci provocati dall’informazione PC (Politicamente Corretta) in Italia, vi è stato quello di considerare lo sforzo per la creazione di un movimento comunitarista nel nostro Paese, come un tentativo di infiltrazione neonazista caratterizzato dal più virulento antiamericanismo all’interno dello schieramento di opposizione di sinistra. Riguardo alla prima diffamazione, crediamo di aver dimostrato, nel saggio apparso sul numero del luglio 2005 della rivista, che di connessione con concezioni di stampo nazionalsocialista, declinate nel comunitarismo thiriartiano, non si possa parlare. Quanto all’accusa di «antiamericanismo», essa è ancora più paradossale perché proprio nella filosofia dei communitarians statunitensi il comunitarismo italiano affonda le sue radici. FILIPPO RONCHI comunitarismo.it

  

 BIBLIOGRAFIA Per un primo approccio alle tematiche dei communitarians americani indichiamo alcuni volumi di carattere generale di recente pubblicazione e facilmente reperibili. Ad essi si rimanda per le dettagliate bibliografie specifiche da cui sono corredati, tenendo presente che libri e saggi di o su filosofi communitarians comparsi a partire dagli anni Ottanta non si contano più nell’ordine delle decine, ma delle centinaia. A. Etzioni, Nuovi comunitari. Persone, virtù e bene comune, 1998; A. Ferrara, Comunitarismo e liberalismo, 2000 (2^ ed. ); V. Pazè, Il concetto di comunità nella filosofia politica contemporanea, 2002; V. Pazè, Il comunitarismo, 2004; C. Senigaglia, La comunità a più voci, 2005

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