Santanchè, la zarina del Pdl

Nel bel mezzo della battaglia campale-editoriale contro Gianfranco Fini e i suoi cari, mentre il presidente della Camera chiedeva il silenziatore per Vittorio Feltri e Maurizio Belpietro, Daniela Santanchè ha fatto rullare il suo tamburo. In uno dei colloqui riservati con il premier ha posto la questione: Fini, in ogni caso, è fuori, non hanno senso tre coordinatori, ne basterebbe uno solo. E non ci vuole Nostradamus per intuire chi potrebbe essere la candidata perfetta.  Solo lei, naturalmente, sottosegretario all’Attuazione del programma – ufficialmente quello del governo, ufficiosamente più interessata al suo – poltroncina certo di passaggio per una che aspira a vette ben più alte, indiziata numero uno della campagna mediatica del “Giornale” e di “Libero” ai danni di Fini, decisa a raccogliere l’eredità di quel che resta della destra-destra dal balcone di piazza Venezia (“Italianiii, italianeee”, esordisce come avesse la nazione dietro).  Piaccia o non piaccia, e non piace a buona parte del partito, per non parlare dei sentimenti poco misericordiosi delle ministre, ma la suddetta, 48 anni, convinta prima di tutto della metafisica del potere di chiome cotonate, spacchi chilometrici, stacchi di gambe (notevoli, va detto), ex moglie di un chirurgo plastico ed ex pr molto salottiera, è diventata la donna più potente del Pdl. Nella repubblica berlusconiana agonizzante, nella tragicommedia di bestemmie e barzellette, nel vuoto della politica riempito dalla politica degli interessi, e chi se ne importa dei conflitti, Santanchè è il capo dei falchi. La condottiera di quelli che furono i colonnelli di Fini. La teorica della rupture con Futuro e Libertà e dell’andare al voto, “scarichiamo tutti e governiamo da soli”. L’interprete orgogliosa della politica degli attributi, dei neo con, anche nel senso francese del termine visto che, una volta, ne fece una specie di rating (chi ce l’aveva di velluto, chi di lino e via così). La fustigatrice di Fini e Italo Bocchino gens mollacciona tentata da temi perditempo come democrazia, integrazione, giustizia e legalità.  Un combinato vincente per il Cavaliere che di Santanchè approva gesta, grinta e anche l’anestesia etica, e certo nella storia della casa di Montecarlo e dintorni, lei azionista di Visibilia, concessionaria di pubblicità del “Giornale”, compagna del neo direttore Alessandro Sallusti, e quindi nella stanza di comando dei siluri, il talento nel ramo lo ha appena dimostrato. E non si ferma lì. Partecipa al lancio del nuovo settimanale free press (di cui vende gli spazi), “Io spio”, nome inquietante, messaggio minaccioso, furbescamente ammiccante al king of the Web Dagospia. Cosa può volere di più un tipo come Berlusconi di fronte a tali qualità politiche, un nazionalpopulismo simil lepenista frullato a una militanza da Billionaire e a una profonda fede e ideologia della trousse? Nessun dubbio, infatti, ma la sicurezza di trovarsi di fronte al format italiano di Sarah Palin, idolo dei Tea party Usa. In fondo, ci siamo quasi. Le manca solo il Tea. Del resto Santanchè non è mai stata seconda a nessuno come idolo dei party tout court.  C’è poco da scherzare. Intanto, il sottosegretario ha chiuso con le feste. In ballo, così per rimanere in tema, c’è ben altro. Soprattutto ora che si sta finalmente realizzando l’anatema originario. Far fuori il presidente della Camera o comunque metterlo da parte, dopo che lui, a sua volta, aveva fatto lo stesso, sollevandola di colpo circa tre anni fa dall’incarico di responsabile Pari oppurtunità An. E raccogliere lei l’eredità morale, soprattutto elettorale del glorioso partito, certo non Maurizio Gasparri e Ignazio La Russa, i due ex colonnelli, cari camerati con i quali si è riavvicinata ma che, come osserverebbe donna Assunta, non hanno la statura, per non dire la solita caratteristica maschile molto gettonata da quelle parti. Il raggiungimento della fatwa lanciata su Fini è stato complesso. Prima, Santanchè si è unita alla Destra di Francesco Storace, diventando portavoce, candidata premier e megafono di violenti accuse al Cavaliere. A quanto pare, invece, aveva pure il suo placet oltre alla missione di erodere voti ad An. Non si sa se per femminile goduria o perché la sua cifra leggiadra sia solo quella, fatto sta che ci andava giù pesante sul gusto del gran capo per le donne messe orizzontali e, infatti lui, goduriosamente inerme, protestava, eccome. Poi, dopo poco, l’approdo nel Pdl con il posto-premio nel governo e nella X-factor dei Palazzi berlusconiani. Ora, la svolta. La partecipazione ai vertici: c’era, unico sottosegretario, a quello dei plenipotenziari d’estate. Il rapporto con il Cavaliere da pari a pari, racconta chi li sente parlare a tu per tu. Il continuo sussurrarsi all’orecchio davanti a tutti. Il ruolo riconosciuto di consigliera politica, mai mediatrice, sempre di affondo militare, sconfinante persino nell’intimità dell’estetica: un’intera seduta in Sardegna per una questione più delicata della riduzione del debito pubblico, il cambio di fondo tinta di lui, secondo lei “troppo mattone”, conversazioni sul campo che legano per sempre. A Milano, alla chiusura della Festa Pdl, dove la nostra avrebbe gestito 2 milioni di euro di budget, ha detto al premier, scherzando ma non siamo sicuri, che alla fine sarà lei a spianargli la strada per il Colle, e a restare unica regina (regina? ma perché torna la monarchia?). Se non ci fosse Daniela, sospira il Cavaliere, leader stanco quando si tratta del comizio finale della festa Pdl (il 3 ottobre non aveva davvero voglia di andarci, hanno dovuto convincerlo e in tanti), ma capace di galvanizzarsi davanti al progetto di una discoteca nella casa di Arcore (l’ha appena finita) e certo anche su questo chi meglio di lei, ex socia di Flavio Briatore? Ma non sarebbe bastato l’epico excursus a farla volare in cima alla piramide Pdl, se non ci fosse stata la discesa nel terreno preferito dal premier, a parte scudi, lodi, impedimenti (e altre cosette più hard note, si suppone, anche nelle scuole elementari del Kazakistan), quello della pubblicità, del marketing, dell’uso e controllo dei media.  Santanchè irrompe nel 2007 fondando Visibilia, a metà con la famiglia Angelucci, editrice di “Libero” e “Riformista”. In due anni, sostenuta da Luigi Bisignani che le presenta i fratelli Farina, si accaparra anche le free press “DNews” e “Metro”. E quando Feltri torna alla direzione del “Giornale”, la concessionaria rientra nel pacchetto delle condizioni. Lui, Daniela e Sallusti ( subentrato a Feltri, neo direttore editoriale) sono inseparabili nella campagna anti Fini. Quando Raffaele Lombardo, presidente della Regione Sicilia e leader Mpa, osserva che non si sarebbe dovuto usare il “Giornale” come una clava, il Cavaliere fa la sua faccetta da “vorrei ma non posso”, è impossibilitato, dice, a qualunque pressione visto che i tre, in tal caso, sarebbero pronti per una nuova testata, perfino già registrata e, soprattutto, giura, non parla mai con Feltri. In effetti, l’interlocutore e il trait d’union è proprio lei, Daniela. Anche se ha perso la raccolta di pubblicità di “Libero” (tornato sotto l’ombrello Publikompass), Santanchè ha preso gusto al gioco dei giornali, alla linea editoriale all’olio di ricino, al ritmo da trampoli chiodati. Molti la segnalano nel mezzo di una trattativa, anche avanzata, per la fusione dei due quotidiani di destra. Si parla di un business plan, soli dieci giornalisti a “Libero”, una pioggia di pre pensionamenti al “Giornale”.  Voci infondate secondo altri che abbracciano la tesi di un’offerta per il quotidiano della famiglia Berlusconi con una cordata guidata dagli Angelucci (interrogati, smentiscono). Santanchè, come si può intuire, non pratica lo zen. Preferisce la corrente di pensiero “marketing non olet”. Tempo fa, la paradossale offerta di raccogliere pubblicità per il famigerato “Il Fatto quotidiano”. Alla risposta, tra l’incredulo e l’esilarato, lei commentò: “Perché no? Voi continuate a scrivere che sono una… poco di buono, io a dire che siete il partito dell’odio, viva la libertà, ma ci portiamo a casa tutti e due un sacco di soldi”. Ma per fare futuro, il suo, ha bisogno di un sacco di voti e di poltrone pesanti. Con il can can anti Fini, chissà che stellette, che gradi! Santanchè aspetta e spera, pronta a caricare e a decapitare dialetticamente chi di dovere con le narici in fibrillazione. Nessuna impersona più di lei l’antropologia culturale vincente del momento. Così se ci saranno le elezioni, rientrerà in Parlamento. Se la legislatura andrà avanti, punterà al partito, e magari come primo passo, il riconquistato La Russa, pressato dal Cavaliere, potrebbe convincersi e cedere, ma solo per lei, il posto da coordinatore. In attesa di un grande D-Day, proprio come Sarah Palin, in fondo. d. pardo espresso

Tags: , ,



I commenti sono chiusi