Ponzellini, il banchiere piglia-tutto

«Zitto, sennò capiscono» . Roberto Calderoli aveva stoppato Umberto Bossi con il sorriso sulle labbra. Il leader della Lega era assediato dai giornalisti che volevano sapere quale fosse il suo candidato per la poltrona di sindaco di Bologna, e pian piano cedeva. «Io un’idea ce l’ho ma col cavolo che ve la dico» , aveva ribattuto subito. Per poi seminare indizi. «È un prodiano?» , chiese uno. E lui: «Non siete così lontani» . Senza omettere un altro particolare: «Piace alle donne» . Inevitabile che qualcuno pensasse al bolognese Massimo Ponzellini, ritenuto ai tempi dell’Iri di Romano Prodi un pupillo del Professore. Che a scanso di equivoci smentì: «È una boutade» . Inevitabile non tanto per la questione del presunto fascino sul genere femminile, o per il fatto che negli anni l’uomo sia stato candidato praticamente a tutto: anche al timone del San Paolo di Torino e perfino di Mediobanca. Quanto per ciò che Bossi aveva detto appena tre giorni prima a proposito delle dichiarate mire leghiste sulle banche. «Qualche amico la Lega lo ha alla Banca popolare di Milano. Massimo Ponzellini lo abbiamo nominato noi. Ha una bella testa» . Uscita sorprendente, che avrebbe forse dovuto mettere sul chi vive il diretto interessato, visto com’è finita la precedente esperienza leghista nel mondo bancario (il crac della Credieuronord). Ma che invece suscitò soltanto le prevedibili reazioni della sinistra. Tali e quali a quelle che alla vigilia della Befana hanno accompagnato una scoperta: la presenza di Ponzellini fra i commensali della tradizionale Cena degli Ossi di Giulio Tremonti e Bossi a Calalzo di Cadore. «L’economia italiana e lombarda per crescere hanno bisogno di banche autonome e forti e non certo di banchieri che partecipano a cene politiche di parte» , ha ringhiato il democratico Emanuele Fiano. Comprensibile, tanto più guardando indietro al passato. Anche se va detto che non era la prima volta: Ponzellini era stato già a cena con Tremonti e Bossi al Senato il 3 novembre scorso. E quel passato è morto e sepolto. Massimo Ponzellini ha sessant’anni e viene da una famiglia bolognese molto agiata. Per dirne una, sono azionisti di maggioranza della fabbrica di mobili Castelli. Insieme ai fratelli controlla la holding di partecipazioni Penta che ha in portafoglio la casa editrice del mensile di design Ottagono, una ditta di materie plastiche (Wegaplast), una compagnia di brokeraggio assicurativo (Bologna broker), società immobiliari… Lui, poi, si è sposato bene. Anzi, benissimo: la moglie (di cui, ha ricordato Sergio Bocconi sul Corriere «ha il nome tatuato sul braccio sinistro» ) è «la signora del caffè» Maria Segafredo. Alla fine degli anni Settanta il giovane e vulcanico Ponzellini ha un debole per Romano Prodi. È assistente del Professore al ministero dell’Industria, poi direttore di Nomisma, quindi dirigente delle strategie dell’Iri, timoniere della Sofin, consigliere dell’Alitalia, di Finmeccanica… Un decennio alla grande, fino alla prima uscita di scena di Prodi e il trasferimento alla Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo, organismo internazionale che finanzia lo sviluppo dei Paesi dell’Est, allora presieduto da Jacques Attali. Sembra che quel marchio di «prodiano» gli debba rimanere appiccicato per sempre alla pelle. Nonostante nel 1994 sbarchi alla vicepresidenza della Bei, l’istituto di Bruxelles che finanzia progetti di investimento dei Paesi membri dell’Unione europea come le grandi infrastrutture, su indicazione del primo governo di Silvio Berlusconi. E c’è da dire che Ponzellini ci si mette pure d’impegno per alimentare le voci circa sue simpatie sinistrorse. Un contributo elettorale di 50 milioni di lire alla campagna elettorale di Francesco Rutelli, nel 2001, gli sbarra la strada per il ministero dell’Economia, dove Tremonti lo vorrebbe come direttore dello Sviluppo. È una bazzecola, ma tanto basta perché Gianfranco Fini metta il veto e non se ne faccia nulla. Tuttavia Tremonti, che alle etichette non ha mai badato troppo, non demorde e un anno dopo lo propone insieme al banchiere Luigi Fausti, già timoniere della Comit, alla guida di Patrimonio spa, una società pubblica creata con l’obiettivo di valorizzare le immense proprietà immobiliari statali. Ponzellini accetta senza farselo ripetere due volte. L’avventura si rivela per vari motivi un flop colossale. Patrimonio spa finisce come scatola vuota nella pancia di Fintecna senza aver combinato praticamente nulla, tranne spendere un po’ di quattrini. Alla fine del 2009 aveva ancora 24 dipendenti. Nel 2006 eccolo invece amministratore delegato del Poligrafico dello Stato, nominato ancora da Tremonti. E lì lo trova Prodi quando ritorna a palazzo Chigi. Ma il feeling, evidentemente, non è più quello di una volta. La prova? Qualche mese prima il Corriere ha pubblicato la notizia che il suo ex pupillo si è messo in società in un service editoriale con Gianni Pecci, l’uomo che aveva gestito nel 1996 il tour elettorale del leader dell’Ulivo, con il quale aveva in seguito rotto. Ma quel passaggio, «uomo vicino a Prodi» , con cui Ponzellini viene definito, provoca la tagliente precisazione del portavoce del Professore, Silvio Sircana: «Mi sembra opportuno, ad evitare che si perseveri nell’uso di tale definizione anche in futuro, precisare che, da oltre 10 anni, terminati i rapporti di collaborazione professionale, il rapporto di vicinanza tutt’ora esistente tra Ponzellini e il professor Prodi riguarda le rispettive abitazioni bolognesi, in effetti non molto distanti l’una dall’altra. Sarebbe quindi più opportuno parlare di vicinato piuttosto che di vicinanza» . I due, dunque, non avrebbero quasi più niente da spartire da almeno un decennio. Quasi scontata, allora, la partenza dal Poligrafico dopo appena un anno di permanenza. Anche perché nel frattempo arriva la nomina alla presidenza di Impregilo. Che il premier Silvio Berlusconi, quando nel 2009 si tratta di inaugurare l’inceneritore di Acerra, impianto realizzato da quella impresa al quale il suo governo affida le speranze di vincere la guerra contro i rifiuti della Campania, non esita ad arruolare fra «i nostri eroi» . Mentre Ponzellini non sa trattenere l’entusiasmo: «Con lei al fianco vinceremo le sfide del Ponte sullo Stretto e della Salerno-Reggio Calabria» , dice al premier quel giorno. Ma lo sapeva Berlusconi che il suo «eroe» era (ed è ancora secondo quanto risulta alla Camera di commercio) proprietario di un pacchetto di azioni dell’Unità, il giornale diretto da Concita De Gregorio che lo martella tutti i giorni?  Sergio Rizzo per il “Corriere della Sera

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