Bisignani, solo un lobbysta o un nuovo Gelli?

Faccendiere è lo spregiativo per lobbista, che già di per sé non suona onorevole in un clima di ipocrisia perbenista. Sta di fatto che il potere italiano, per funzionare, sta da sempre con un piede nelle regole e con un piede fuori. E la società italiana, sempre per poter funzionare, fa lo stesso. Luigi Bisignani è da molti anni un lobbista di rango. Ha una robusta rete di relazioni in ogni ambiente sociale e politico e imprenditoriale.Combina rapporti d’affari, maneggia le informazioni economiche e politiche riservate, è un esperto conoscitore delle burocrazie e del management pubblico, briga per le nomine dei potenti di stato, garantisce tutti con la sua riservatezza (o almeno garantiva un tempo i suoi interlocutori con quell’azione sottotraccia che è la specifica competenza di chi fa il suo mestieraccio).Sono legioni quelli come lui, Prodi ha i suoi informatori riservati, i suoi amici di banchieri e di manager pubblici, i suoi ometti per la politica estera, e per mille relazioni speciali sottopelle, e così li hanno i D’Alema e i Casini e i Fini e i Bersani e tutti gli altri politici di peso, per non parlare degli imprenditori.Qualcosina di simile succede anche in Europa, nelle democrazie nordiche, in America. Qualche volta quel tipo di lobbista molto avventuroso e trasversale che è Bisignani ha lavorato per facilitare i contatti e la conoscenza di causa (riservata) di alcuni di loro, i puri di cuore.L’accusa di associazione per delinquere elevata contro di lui da un Henry John Woodcock, la solita P seguita da un numero progressivo, è caduta alla prima verifica di un giudice terzo, è rimasto il “favoreggiamento personale” che lo ha portato, evidente esagerazione, ai domiciliari. Bisignani ha asserito di aver informato alcuni suoi amici politici, tra i quali Gianni Letta, di intrighi giudiziari a carico loro e di loro colleghi, tra questi il nostro Denis Verdini.Siccome ho cercato di capire come stanno le cose nel caso di Letta e Verdini, quello relativo agli appalti post terremoto, posso dire che, se sia stato compiuto, il reato consiste nell’avvisare una persona corretta come Letta che magistrati disinvolti stanno cercando di incastrarlo nel quadro del solito attacco mediatico-giudiziario a un politico influente del giro di Berlusconi, oltre che a un vecchio protagonista del potere romano dalla Prima Repubblica ad oggi, ciò che in effetti è avvenuto.Mi pare un comportamento benemerito, nell’Italia di oggi, così com’è. E se lo condannassero per favoreggiamento personale (ma il processo è il fango sui giornali, quello giudiziario finisce quasi sempre in burla), a Bisignani porterò le arance. Il lobbista arrestato era nelle liste della P2 prima di avere compiuto trent’anni, il che non è segno di abominio sebbene denoti una certa disinvoltura, che a quel bel tipo spiccio, intelligente, veloce, non è d’altra parte mai mancata.Fu un mio eroe quando in televisione negò spavaldamente davanti a un furbo procuratore in crociata, Antonio Di Pietro, di aver fatto quello che poi fu condannato in giudizio per aver fatto, la messa in sicurezza nelle casse del Vaticano di una parte della tangente Enimont destinata ai partiti politici di governo.Ai miei occhi il sostituto procuratore e futuro capo partito che lo interrogava stava scassando con mezzi abnormi una vecchia democrazia marcita che doveva essere rinnovata nella e dalla politica, non da una campagna forcaiola, tendenziosa, a senso unico; e il suo imputato era uno dei tanti brasseur d’affaires o power broker che nel sottobosco delle istituzioni e dell’economia italiana (da Agnelli a Gardini) si erano resi utili al funzionamento materiale di un paese semilegale, e ora con la sua impudenza difendeva una certa dignità del suo lavoro (dicono gli americani: è un lavoro sporco, a dirty job, ma qualcuno dovrà pur farlo).Avevo conosciuto Bisignani una decina d’anni prima di quello spettacolo processuale fantastico, che fu poi replicato con la stessa spavalderia da un altro mio vecchio amico, Primo Greganti, il compagno G. Lavorava all’Ansa e Lino Jannuzzi mi diede il suo numero di telefono per avere informazioni politiche riservate, da raccontare ai lettori di un giornale radical-socialista di breve vita che si chiamava Reporter, dove feci come notista politico una parte del mio praticantato giornalistico, e allora le informazioni riservate non erano reato. Fu abbastanza utile, e qualche tempo dopo presentai volentieri un suo libro al teatro Eliseo con Giulio Andreotti.Era un libro di spionaggio, un romanzo, gradevole ma niente di speciale. Non definii Bisignani “il Ken Follet italiano”, come ha scritto Alberto Statera ieri su Repubblica, quella dizione era la fascetta editoriale del libro, non una mia banalità. Dice Statera che Bisignani mi avrebbe introdotto in Vaticano, come una tangente qualsiasi, per darmi arie da ateo devoto, ma anche questo è falso: ho più entrature nei bordelli di Macao che nella Santa Sede, e le mie guerre culturali me le sono sempre fatte in proprio e con pochi amici.Comunque le amicizie o le frequentazioni amichevoli, per natura disinteressate, non si rinnegano nella grazia e nella disgrazia. Il lobbista che lavora sui gruppi di interesse non è un modello etico, ma censurarlo con argomenti virtuisti su un giornale edito da un rispettabile raider con la residenza in Svizzera mi sembra il colmo.Quel che impressiona i moralisti veri, che guardano le cose con malinconico attaccamento alla loro infinitamente triste verità, è che i giullari del perbenismo, gli uomini che si dicono liberi e inconcussi, integerrimi datori di lezioni, non hanno alcun interesse a correggere questo andazzo.Diffidano delle libertà politiche e di mercato che sono la cura, insieme con un vero stato di diritto, dei mali che denunciano. Osannano il carisma rigeneratore di una casta giudiziaria che li tutela finché può e prende parte alla lotta politica negando la giustizia. Si fingono un mondo ideale inesistente e così impediscono al mondo reale di esprimere la sua vera eticità, che è sempre ambivalente, precaria, reversibile, storta, ma ha la sua radice nel demone personale di ciascuno e nelle scelte pubbliche e politiche di tutti, non nella morale delle lobby pro tempore vincenti. g. ferrara foglio 

BSIGNANI. IL NUOVO GELLI? Che odore stantio di deja vu. Sembra di tornare indietro di quasi un terzo di secolo spizzicando le nuove gesta di Gigi Bisignani, il furetto scattante che allora reclutava per conto di Licio Gelli e oggi ha federato tutte le “P” massonico-affaristiche della seconda Repubblica. Ultima conosciuta, per ora, la P4. Ma non è detto che la tabellina sia esaurita. Nulla si crea e nulla si distrugge quando si tratta di potere e di denaro, l´incrocio magico del malaffare oggi soltanto più esplicitamente condito di sesso, ai tempi del bunga bunga.Tanto che il metodo Bisignani-Letta è in fondo null´altro che il clone del metodo Gelli-Andreotti adattato al terzo millennio. E´ come se l´Andreotti per decenni collezionista di ministeri si fosse reincarnato nel Gianni Letta cerimoniere dei riti del potere delegato dal berlusconismo e il materassaio di Arezzo Licio Gelli in Gigi Bisignani. Mazziere di carriere, nomine, promozioni, incroci di ambizioni e di affari.”Cari miei – sussurrava Andreotti con la vocina che ancora usa quando è convinto di dispensare una delle sua pillole di saggezza – i ministri passano, ma i dirigenti restano”. Restano i magistrati, restano i manager, restano i colonnelli e i generali dell´esercito, ma soprattutto della Guardia di Finanza e dei Servizi segreti, restano i capi della polizia, i capi delle imprese pubbliche, gli imprenditori sempre a caccia di appalti e di favori. E questa è l´acqua in cui nel quindicennio berlusconiano ha nuotato poco sotto il pelo la coppia Bisignani-Letta con una corte di beneficiati sempre pronti alla bisogna.A fornire notizie segrete, bloccare quelle sgradite, compilare dossier, aggiustare processi, programmare carriere, imbastire appalti furbastri per grassare centinaia di milioni alle casse dello Stato.Prendete Angelo Balducci, grande fiduciario della cricca degli appalti. Quando nel gennaio 2010 questo giornale pubblicò un articolo dal titolo “Protezione Civile Spa”, anticipando la sostanza dello scandalo che sarebbe esploso nei mesi successivi e il ruolo di Guido Bertolaso, fu preso dal terrore.E chi chiamò subito, come risulta dalle carte processuali, al centralino di palazzo Chigi? Il “Bisi”, che, sniffata l´aria, si fece rincorrere un po´, ma poi operò per sopire, placare, capire le dimensioni dell´inchiesta, cercare di bloccare le notizie sui giornali e i libri usciti e che stavano per uscire.Si chiama Alfonso Papa l´ex magistrato napoletano di cui è stato chiesto l´arresto, reclutato in cambio di un posto in Parlamento per spifferare le mosse della magistratura partenopea sulle gesta del coordinatore locale berlusconiano Nicola Cosentino e sulle tante altre inchieste lì incardinate. Non è naturalmente il solo della paranza, che per anni ha fatto affidamento, tra gli altri, anche sul procuratore aggiunto di Roma Achille Toro e su suo figlio Camillo.A chi non è più giovanissimo non può non ritornare in mente Claudio Vitalone, il magistrato “di riferimento” del duo di allora Gelli-Andreotti, anche lui infine portato in Parlamento dalla diccì per i servigi resi. Del resto, il controllo dei magistrati, che non sono poi tutti “rossi” come mente Berlusconi dal momento che lui ne ha molte decine al suo servizio, fu materia di scontro all´epoca della P2, quando Gelli espulse dalla loggia Giancarlo Elia Valori che cercava di organizzare una sorta di sotto-lobby di cosiddetti pretori d´assalto, tra cui quelli che indagavano sullo scandalo dei petroli.Semplici poliziotti, finanzieri, sottufficiali dei carabinieri, come Enrico La Monica, che i magistrati napoletani vorrebbero arrestare ma è latitante in Africa: il duo Bisi-Eminenza Azzurrina, come hanno soprannominato Letta per l´affettazione dei modi, non si formalizza. Dall´appuntato al generale in comando tutto fa brodo per carpire materiale prezioso per il potere e gli affari.Sulle nomine e le promozioni, Bisi ha le mani d´oro, molto più del materassaio di Arezzo, non foss´altro che per il profilo meno pecoreccio. Magari con qualche caduta, come quella che lo ha visto portare alla direzione generale della Rai il povero Mauro Masi, al cui solo nome il suo antico predecessore Ettore Bernabei pare si cali le mani sul volto per manifestare la sua vegliarda disperazione. Ma quando addenta un osso come l´Eni per Paolo Scaroni, Bisi lo contorna con un´aiuola di omini e donnine suoi: attaché, segretarie, addetti alla sicurezza, commessi.Possono sempre tornare utili se il beneficiato reclamasse troppa autonomia. Molti non possono neanche tentare. Per esempio, quel Mazzei portato per mano alla presidenza del Poligrafico dello Stato perché deve dare commesse all´Ilte, la società tipografica di cui Bisi si dichiara manager. A proposito di carta stampata, la Rizzoli non manca mai. Quando la banda Gelli-Tassan Din ne prese di fatto il controllo con Eugenio Cefis e il Vaticano, sottraendolo ad Angelo Rizzoli, Umberto Ortolani, piduista di stampo sudamericano, riceveva nel suo ufficio di via Condotti a Roma, a pochi passi dalla scalinata di Trinità dei Monti, i candidati alla direzione del “Mondo”, storica testata di Mario Pannunzio, da lui selezionati con Gelli, cui offriva il caffè in tazzine simil-oro.Oggi quel giornale è in vendita, insieme ad altri periodici della Rizzoli. Indovinate chi è pronto all´acquisto? Proprio quel Vittorio Farina titolare dell´Ilte, di cui Bisi è pars magna, anche se più negli affari immobiliari che in quelli editoriali, da quando ha allentato i rapporti con Daniela Santanché a favore del direttore del “Giornale” di casa con il quale la pasionaria di sera sferruzza maglie per i nipotini, secondo il quadretto fornito dallo stesso Sallusti.Se poi vogliamo parlare di immobili, entriamo proprio nel core business del Gelli-andreottismo e del Bisi-lettismo dei nipotini. Ricordate Gaetano Caltagirone, il palazzinaro che chiedeva al sottosegretario di Andreotti, Evangelisti, “´A ‘Fra, che te serve? “. Gaetano era al servizio, come tutti i palazzinari romani. Oggi ci sono gli immobiliaristi e i grattacielari milanesi che non sfuggono alle attenzioni della coppia che del “sottogoverno” ai tempi della prima Repubblica ha fatto la nuova scienza del “sottoberlusconismo”, ormai un´era geologica.Più che per la fede, gli interessi del Gentiluomo di Sua Santità Letta e del suo boss-vice (?) si saldano sull´immenso patrimonio immobiliare di Propaganda Fide (la P di P2, del resto, stava proprio per Propaganda), che il buon pastore di Napoli Crescenzio Sepe ha trattato come una casetta lascito di famiglia, per favorire gli amici e gli amici degli amici della coppia di palazzo Chigi e del suo dante causa. Piccoli cenni per descrivere il mondo e il metodo Bisi-Letta. Ma, se a qualcuno interessa, c´è materia per l´Enciclopedia Britannica.Alberto Statera per “la Repubblica

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