Boldrini – ritratto al vetriolo di Perna

Non è accattivante ma neanche antipatica la presidente della Camera, Laura Boldrini. Solo che, avendo l’aria di chi si carica di tutti i mali della terra, comunica una tristezza infinita. Mai un sorriso sul bel volto di cinquantaduenne giovanile. Sempre imbronciata e superciliosa, con la voce esasperata di chi ha la ricetta per un mondo migliore ma è inchiodata a questa valle di lacrime dai trogloditi che non la pensano come lei.

Fieramente consapevole di appartenere a un’élite come borghese benestante e militante della sinistra mondialista, Laura ha tuttavia degli sbalzi umorali che manifesta nel cambio continuo del look. Un giorno ha i capelli sciolti, l’altro a coda di cavallo, a volte ha occhiali, altre è senza, alterna abiti da clausura a maliziosi decolleté, vesti arcobaleno a cupe tenute da esistenzialista. Metamorfosi che, come in un uomo il quale passi da glabro a barbuto, dalla barba al pizzetto, dalla mosca ai baffi, denotano un carattere malfermo aldilà delle apparenze.

Deputato debuttante in marzo con Sel, il partito di Nichi Vendola, e subito eletta presidente di Montecitorio dalla sinistra, Boldrini ha un’idea dell’Italia tutta sua, derivata da una visione globalista della ripartizione dei compiti. Della Penisola ha una considerazione, per così dire, solo «geografica» come di piattaforma galleggiante adagiata nel Mediterraneo per servire da attracco ai barconi provenienti dall’Africa.

Altri elementi, storiografici, culturali, eccetera, le paiono accessori. Quando, alcuni anni fa, Maroni strinse accordi con Gheddafi per frenare i flussi dalla Libia, Laura – allora funzionario Onu – li bollò come contrari al diritto di asilo. Osservò che l’Italia aveva meno rifugiati di altri Paesi Ue e le intimò di accoglierne in massa, facendosi più europea. Avrà, perciò, salutato con gioia l’avvento della primavera araba che, sgozzato il Colonnello, ha ripristinato il viavai, favorendo il nostro incivilimento.

Alcuni episodi come terza carica dello Stato ci daranno un’idea più precisa di Boldrini. È molto sensibile ai diritti delle persone. Ma non quelli cui aspira la maggioranza degli italiani: meno soprusi, più libertà, più merito e altre banalità. I diritti che a Laura premono sono quelli delle minoranze. Così, in giugno, è andata al Gay Pride di Palermo a caldeggiare matrimoni, adozioni, fecondazioni e altri diritti del Duemila.

Si è però rifiutata, sembrandole forse ottocentesco, di andare in luglio all’inaugurazione di uno stabilimento Fiat in Val di Sangro dove era stata invitata da Marchionne. Invito che il manager le aveva rivolto dopo il suo affettuoso incontro a Montecitorio con i capi della Fiom in rotta con Fiat, con l’intenzione di mostrarle che anche l’azienda faceva la sua parte.

Lei, però, per schierarsi con il sindacato contro il padrone, ha puntato i piedini, restando a casa. Una posizione talmente ideologica che fu addirittura un piddino, il vicepresidente della Camera, Roberto Giachetti, a rimediare, andandoci lui.

Molto gauchiste anche il giudizio boldriniano sull’attentato di aprile del disoccupato Luigi Preiti contro due carabinieri (uno tuttora paralizzato) davanti a Palazzo Chigi: «È il disagio sociale che trasforma le vittime in carnefici». Una sorta di assoluzione che fa pensare a una Laura che guarda con simpatia ai povericristi.

Ma quando è toccato a lei subire un torto, si è invece infuriata come un’Erinni, ordinando una rappresaglia militare. È successo appena sul web è circolata una sua foto (falsa) che la ritraeva in costume adamitico. Indignata, ha aizzato contro il colpevole la polizia Postale che ha fatto irruzione in casa, sequestrato computer, fatto denunce.

Qui, non le è passato per le meningi che anche costui fosse un disagiato o un banale buontempone da trattare con indulgenza. Così come, lei sempre pronta a difendere le donne, si è fatta pizzicare dal Giornale per avere ignorato che le squadracce di Sel, al corteo Pdl di Brescia (maggio), avevano aggredito delle manifestanti. «Dov’era Boldrini?» chiedemmo di fronte al suo silenzio. «Non sapevo – si è giustificata lei – Ma esprimo tutta la mia solidarietà a quelle donne che hanno ricevuto insulti in quanto donne». In quanto berlusconiane – sottinteso – ben gli sta.

Prima di cinque figli (oltre a lei, tre fratelli e una sorella), Laura appartiene a una cospicua famiglia, molto cattolica, dell’anconetano. Il ceppo è di Matelica, il borgo di Enrico Mattei e dell’amico Massimo Boldrini, pezzo grosso dell’Eni e lontano parente di Laura. Dopo le prime scuole in campagna, la ragazza si trasferì a Jesi – città natale di Federico II – per il liceo.

Era uno spirito ribelle, un simil maschiaccio che non stava mai con le ragazze. Col padre, austero avvocato conservatore, che le aveva insegnato le preghiere in latino, rompe i ponti quando, dopo la licenza, decide di partire per il Venezuela a fare la campesina tra le risaie, tirando poi a lungo con un giro in Centro America prima di approdare a New York.

Tornata in Italia, traslocò a Roma per frequentare Legge alla Sapienza, mentre l’idea di occuparsi dei drammi del mondo si faceva sempre più strada. Fino alla laurea, prese l’abitudine di trascorrere sei mesi l’anno nei Paesi a rischio, con il babbo sempre più arrabbiato e la mamma, antiquaria, a tenerle teneramente bordone.

Dopo il diploma, abbracciò il giornalismo (oggi ha rubriche nei giornali di De Benedetti). Iniziò come precaria Rai, poi fu portavoce all’Onu. In questa veste, si occupò prima di fame alla Fao, poi di emigrazione all’Alto commissariato, viaggiando in tutti i posti che la Farnesina sconsiglia ai turisti: Irak, Afghanistan, Kossovo, Sudan, eccetera. Tra i giornalisti prese il marito, Luca Nicosia, da cui ebbe Anastasia, oggi di vent’anni. Presto divorziata e amareggiata si tuffò nel lavoro.

C’è chi la ricorda, anni fa, invitata a un matrimonio, fare un discorsetto bilingue alla coppia di amici italo-inglese in cui, agli auguri, aggiungeva ammonimenti sui tranelli della vita in comune. Una petulante proiezione della propria esperienza fallita e indizio della sua incapacità di vedere il lato lieto dell’esistenza. Che è, per chi scrive, l’esatta immagine negativa che la presidente Boldrini rimanda ogni volta che appare in tv.

Va detto però che Laura è reduce da una tragedia che ha dell’incredibile. Nel giro di un anno – due anni fa – ha perso il padre, la madre, l’unica sorella e una zia, cui era legatissima, per un’identica, crudele malattia. Si resta basiti e verrebbe di abbracciarla. A starle accanto, per fortuna, c’è il catanese Vittorio Longhi, altro giornalista, suo compagno da anni e anima gemella: patito anche lui dei temi dell’emigrazione e collaboratore del gruppo De Benedetti. Accomiatandoci da lei, la lasciamo dunque in buone mani. g. perna giornale

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