Archivio per la categoria ‘cultura’

E’ tempo di occuparci meno dell’Uomo e più degli uomini (Leozappa)

Domenica, 15 Dicembre 2013

“L’unica emergenza è l’Euro?”. Dopo l’ultima tragedia di Lampedusa, la vignetta di Giannelli inchioda l’”Europa Unita” alle sue responsabilità: affondato nel mare si erge un corpo in croce, con al posto della scritta INRI un biglietto da cento euro.  La vignetta è stata pubblicata sul Corriere della Sera sabato 5 ottobre. Lo stesso giorno, su Il Foglio, Camillo Langone contesta, provocatoriamente (forse), gli “immigrazionisti malvagi” lamentando che “non ve ne frega assolutamente niente, per le vecchie signore con 495 euri di pensione minima che se hanno bisogno del dentista, degli occhiali nuovi o di riparare la caldaia non trovano nemmeno qualcuno che le compianga”. Quella di Lampedusa è una tragedia che ha avuto un grande impatto emotivo anche perché si è consumata sotto gli occhi delle telecamere. Quella delle vecchie signore è silente ma non per questo meno dolorosa. Sempre più spesso in strada si assiste al triste spettacolo di persone, non più solo emarginati, che rovistano nei cassonetti delle immondizie alla ricerca di scarti che valgono la sopravvivenza. Il J’accuse di Langone richiama l’attenzione su una emergenza tanto grande quanto quella dei disperati che sfidano il mare alla ricerca di un futuro. E’ evidente che la scelta non è tra migranti e vecchie signore. Ma è altrettanto evidente che i vincoli di bilancio condizionano pesantemente l’azione di governo. L’Euro non è l’unica emergenza; ma l’Euro determina emergenze.  Quello che più sorprende è l’incapacità del Sistema (con la maiuscola) di ridefinire l’agenda delle priorità. Migranti e vecchie signore, così come tutti i bisognosi di qualunque nazione e condizione, devono essere al centro delle politiche sociali. E queste ultime devono essere efficaci e risolutive. Dinanzi alla difficoltà di reperire risorse adeguate, mi chiedo che senso abbia continuare a investire mezzi ed energie in attività, indubbiamente preziose ma pur sempre secondarie, come la protezione di animali (non passa giorno senza eclatanti interventi per restituire al mare o al cielo bestiole che, senza l’intervento umano, sarebbero condannate dalla natura), come le ricerche avveniristiche (in questi giorni una decina di scienziati sono in una grotta per testare le capacità umane di sopravvivenza), come gli interventi di abbellimento degli edifici pubblici (vedi il bando per una opera d’arte destinata all’esterno dell’aeroporto di Alghero con compenso di euro 150.000). La lista è infinita perché tante, tantissime sono le attività nelle quali, meritoriamente, si impegnano gli uomini e le istituzioni che si dedicano alla salvaguardia del passato, alla valorizzazione del presente e alla costruzione del futuro. Dinanzi alla rilevanza della crisi che stiamo vivendo è, però, arrivato il tempo delle scelte. E la priorità non può che essere l’uomo: non quello dei filosofi, ma quello fatto di carne e sangue, che vive e muore oggi! Che senso ha attivare i pompieri per salvare un gatto sull’albero quando poi manca il denaro per le autobotti? Possiamo continuare ad investire per restaurare i paesini abbandonati quando non si è più in grado di mantenere i presidi ospedalieri nelle piccole città? Negli ultimi decenni si è affermato un concetto di cultura che ha portato a valorizzare costumi e testimonianze della vita quotidiana. Sono così sorti musei sulle carrozze e sui vasi; si aprono cantieri per recuperare strade romane di campagna; si finanziano ricerche statistiche sui cani randagi. Non ho nulla contro queste attività, anzi: dimostrano il livello di raffinatezza cui è pervenuta la nostra civiltà. Ma dinanzi ad una emergenza sociale come quella che stiamo vivendo l’agenda politica e sociale va ridefinita. Voglio essere chiaro. Non sto sostenendo che occorra tagliare i fondi sulla ricerca per le malattie umane o che non si debba restaurare Pompei. Ma, visto che mancano le risorse per assicurare una pensione rispettosa della dignità umana o per tenere aperti gli ospedali, è difficile accettare le agevolazioni alle imprese organizzatrici di spettacoli di musica dal vivo (vedi decreto Cultura) o per le sagre della polenta.  Primum vivere, deinde philosophari, insegnano i filosofi. Ed è, purtroppo, arrivato il momento di occuparci meno dell’Uomo e più degli uomini.  a.m.leozappa formiche

Putin e il Papa (by Buttafuoco)

Lunedì, 9 Dicembre 2013

La scena di Vladimir Putin che consegna l’icona santissima al vescovo di Roma racconta al meglio cosa è diventata la religione nelle mani degli occidentali, pure quelli venuti dalla fine del mondo. Il leader russo – un vero patriota, un fervente credente, formatosi nello stalinismo – consegna il Beato Volto della Vergine al pontefice. Ne mira dunque la perfezione, ne scruta i riflessi, ne avverte tutta la potente vibrazione celeste e perciò non si capacita di come quell’uomo accanto a sé – il capo della chiesa di Roma – passi quasi in cavalleria cotanta consegna e così, come in un istinto di salvaguardia dell’icona, prima di staccarsene, Putin – che, quasi incredulo domanda: “Ma l’è piaciuta?” – s’inabissa in un solenne inchino segnandosi col triplice segno ortodosso e il momento diventa così concitato (per dirla diplomaticamente) che il Papa torna indietro di un passo e ripete inchino e segno di croce. Quell’icona, infine, è la copia di quella che Giuseppe Stalin, al tempo del conflitto con la Germania, fece trasportare in volo sulla città di Mosca per poi restituirla all’altare affinché col suo manto di grazia e misericordia la Madonna potesse confortare i soldati, la popolazione radunata in baracche dai grossi catenacci e la Santa Madre Russia nel momento terribile della guerra patriottica. In quell’icona, accarezzata da raffiche di mitragliatrice, si specchiano i sacrifici, i fuochi, le tragedie e la Resurrezione di una schiatta resa forte dalla millenaria fedeltà al proprio speciale spirito, quello dell’eroica misericordia forgiata nella pietas. Certo, ci vuole un’aquila bicipite sulla bandiera per attraversare l’inferno del materialismo e svegliare così il bianco delle nevi alla vita rinnovata nella luce. Ci vuole lo spirito russo. E ci vuole un comunista – non uno di sinistra ma un co-mu-ni-sta! – per insegnare al Papa che cosa deve fare un Papa.

Pietrangelo Buttafuoco ilfoglio

Quagliariello, il trasformismo al potere (by Pardo)

Lunedì, 7 Ottobre 2013

Da Marco Pannella a Giorgio Napolitano, il salto è notevole per non parlare dell’altezza del rango raggiunto. Sarà forse quest’ultima vetta, l’ombra benevola e intoccabile del Colle più alto, ad aver fatto la differenza. E ad aver dato l’ardire a Gaetano Quagliariello, uomo che ardito non è, professore berlusconiano così abile da aver quasi smacchiato le tracce del berlusconismo, di fare i primi voli per quella che sarà la sua nuova terza o quarta via, in certe storie si finisce per perdere il conto.

Ministro per le Riforme costituzionali, in tasca le dimissioni, secondo i diktat del Cavaliere in crisi di governo, servizi sociali e incandidabilità, ma anche la dissidenza, Quagliariello, incoronato saggio il 30 marzo dal Capo dello Stato nella ristretta Commissione per le Riforme, un mese prima di conquistarsi un dicastero del governo Letta di larghe intese, l’ha detta grossa per i suoi parametri classici.

Ha paragonato Forza Italia in mano agli odiati falchi a una possibile riedizione dell’estremista Lotta Continua del centro destra («se così sarà mi dedicherò a creare il Napoli Club Salario»). Ora, è vero che in politica tout casse, tout lasse come dicono i francesi di cui è devoto e studioso, ma certo è stato il segno che da colomba acclarata è pronta a librarsi verso altri lidi. Stavolta un volo più nobile rispetto a quelli che nel Palazzo venivano chiamati con l’affetto fraterno tipico dell’ambientino i salti del Quagliariello.

Aspetto crepuscolare e ragionevole e quindi capace di esplosioni di fanatismo, l’aria di un gran borghese della Magna Grecia, formazione e sarto, curriculum e scarpe, nato 53 anni fa a Napoli come il presidente, cresciuto e laureato a Bari, famiglia d’origine usa al potere, un padre rettore e presidente del Cnr, nonni zii e vari parenti notabili democristiani, Quagliariello è uomo senza truppe e senza scheletri. Solo qualche cadavere politico qua e là.

Barone della Luiss, l’università di Confindustria, cattedra di Storia dei partiti politici, carriera accademica avviata come assistente del famoso professore Paolo Ungari che era ufficialmente Maestro Venerabile del Grande Oriente d’Italia, è ormai da un pezzo più organico al cortile di Palazzo Chigi che alla corte di Palazzo Grazioli.

«Sono un liberale, un moderato», andava ripetendo di larga intesa in larga intesa, allontanando sempre più gli anni in cui faceva notte nell’anticamera dell’ufficio di Denis Verdini, con cui da tempo a malapena parla. Un rapporto accantonato da quando l’accesso al Cavaliere non ha avuto più bisogno di intermediari pur potenti pur amichevoli.

Gli va dato atto che è stato forse il primo a segnalare un filo di mal di pancia nei confronti della deriva ultrà del Pdl priva di affinità per lui, alfiere di un liberalismo da democrazia avanzata, che ama definirsi più un fine intellettuale che un politico puro e che se ai convegni non gli vengono riservati almeno quaranta minuti per quei tre quattro concetti che deve esprimere scatena tuoni e fulmini. Le sue biografie grondano elenchi di pubblicazioni, titoli, ponderose analisi storiche oltre che una notevole esibizione di opere su Charles de Gaulle e sul gollismo, persino tradotte da case editrici parigine.

È il suo cavallo di battaglia preferito, il significativo indizio del suo percorso politico alla ricerca del generale Charles perduto, la speranza, evidentemente, di diventare prima o poi anche lui, Gaetano, un Georges Pompidou.

In gioventù, ad attirarlo è il partito Repubblicano ma è l’innamoramento di un momento. Poi ecco, l’abbraccio totale al Partito radicale sotto la fascinazione irresistibile del Marco Pannella dei tempi migliori. Le piazze e le manifestazioni, perfino l’arresto per qualche ora, insieme a Francesco Rutelli anche lui vice segretario nazionale: qualcosa di impensabile da immaginare vedendolo oggi, il doppiopetto gessato da circolo Italia di Napoli, l’eloquio consapevole da aula, universitaria e parlamentare. E invece Quagliariello era uno da prima linea, anti clericale spinto, pronto a battersi per la liberalizzazione delle droghe e per il diritto all’aborto.

Proprio lui che più di vent’anni dopo da ideologo della caotica corrente dei teo-con, composta da Magdi Allam, Giuliano Ferrara, Eugenia Roccella, Maurizio Sacconi, in quello che viene definito “scontro di civiltà”su temi etici, combatterà con violenza sorprendente la battaglia per la vita di Eluana Englaro. Il viso è deformato mentre urla «È stata ammazzata» e intende il Colle perché il capo dello Stato non si era speso, secondo lui, per il decreto legge. Al contrario, è gelido quando al tempo della crocifissione del “traditore” Gianfranco Fini sibila :«Non conta che la pensi come noi al 95 per cento, conta il 5 che rimane scoperto». È diventato un ateo devoto oltre che un berlusconiano assai flambé.

Tecniche che quagliano negli anni. Specialmente con Marcello Pera «la svolta della vita, prima di lui ero un tranquillo professore». Oddio proprio tranquillo forse no, piuttosto in attesa dell’occasione giusta. Fatto sta, prima diventa il suo consigliere culturale, poi fondano insieme Magna Carta, il think tank dove il simpatico corsivo “L’uovo di giornata” cattivissime invettive contro i nemici della Causa del cavaliere, secondo molti sono frutto della sua ispirazione.

Il suo mentore è Pera, al tempo mandarino di fulgido potere, futuro presidente del Senato, papabile persino, si ipotizzava allora, per il Quirinale. Quagliariello diventa un Pera à-penser, il capo della sua pugnace milizia, non lo molla un attimo e, grazie ai suoi auspici, ammette sincero nella sua biografia, nel 2006 guadagna il primo seggio al Senato. La scalata è misurata ma inesorabile avvolta in una nuvola di zucchero filato culturale d’alto bordo. Quagliariello istruisce, spiega, insegna: «Non siamo nella Seconda Repubblica, ma al secondo tempo della Prima. Siamo come la Francia alle soglie della Quinta».

I professori si attraggono l’un l’altro, si sa. Dopo Pera, stella cadente abbandonata piano piano, diventa il deus ex machina di Magna Carta. Ma poi arriva il tempo del seduttore tecnico Mario Monti, neo salvatore della patria che oltrepassa anche i confini della suddetta. È un flirt non vera adorazione, dura più o meno un mesetto, il tempo di capire che il Cavaliere sta per mettere in scena l’ennesima resurrezione. E parte la ritirata. Un farfallone politico, lo accusano in quei giorni i falchi Pdl. Ma il giro o meglio la giravolta montiana lo avvicina al Colle.

Lui è preparato, studioso, ma sa anche essere piacione e mostrare un inaspettato senso dell’umorismo, Napoli docet e chi se lo può dimenticare.
Nel pantheon di Quagliariello, il via vai è da Grand hotel. Le porte girevoli accompagnano l’entrata e l’uscita prima di Sandro Bondi, poi quella di Denis Verdini, l’uomo forte della macchina Pdl, creatore di un codice che sostituisce il manuale Cencelli. Diventerà il suo antagonista insieme a Raffaele Fitto che non apprezza affatto le incursioni nella sua terra di Puglia. Poco male, da vice capo gruppo vive in simbiosi con Maurizio Gasparri, Italo Bocchino, il Cavaliere lo apprezza e lui si è trasformato in un berlusconiano Magno.Ma alla Gianni Letta. La sua second life da professore gli porta finalmente in dote l’evangelizzazione dell’istituzionalità, la nomina quirinalizia che lo consacra saggio seguita dalla poltrona da ministro. Istituzionalmente testato può permettersi di ringhiare protettivo verso il Cavaliere «che la giunta per le elezioni non sia un plotone d’esecuzione». Poche settimane prima di essere firmatario del documento dei senatori che costituiscono il gruppo autonomo pronto a sostenere il governo Letta. «Il potere non si prende», diceva il generale de Gaulle, «si raccatta». Quagliariello, fine gollistologo, lo sa bene. Denise Pardo per “L’Espresso

 

Ragazzi, mettetevi in gioco (Leozappa)

Sabato, 7 Settembre 2013

“C’era chi non voleva lavorare nei weekend, chi non voleva sacrificare il ferragosto, chi l’uscita del sabato sera con la fidanzata”. Così ben quaranta dei cinquanta giovani selezionati da Miragica per lavorare sino a settembre hanno rinunciato all’offerta di impiego. La denuncia di Stefano Cigarini, amministratore di due dei più grandi parchi divertimenti in Italia, avrebbe meritato la prima pagina ma è stata confinata nelle cronache dal Corriere della Sera del 12 luglio (pagina 12, taglio basso), forse perché ripresa dalla Gazzetta del Mezzogiorno. Eppure, viste le reazioni che ha suscitato sul web, c’erano i presupposti per aprire un dibattito anche sulla stampa nazionale. Il sito della Gazzetta è andato in tilt. Leggo che l’intervista è stata commentata in modo contrastante sui social network. C’è chi si è detto vergognato (“in Italia non c’è lavoro e c’è chi lo rifiuta”), ma c’è anche chi ha lamentato che “ti propongono il contratto a voucher, che non ti dà diritto a un bel niente! Perché noi giovani dobbiamo sempre accontentarci?”. Emblematico il titolo del pezzo di Fabrizio Caccia: “Quei no dei ragazzi a impieghi da 800 euro al mese”. La notizia non mi sorprende. Mi è stato raccontato dal direttore di un albergo di Portofino che un giovane aveva rinunciato ad un impegno da bagnino perché, stante la paga, non si sarebbe potuto permettere, nei giorni di riposo, di ritornare a Bari dalla fidanzata. Di recente, ho dovuto prendere atto che un mio conoscente, ormai trentenne, ha rifiutato il rinnovo di un contratto triennale con una società RAI perché, considerata la (indubbiamente) modesta retribuzione, preferiva cercare un lavoro più confacente alle sue attitudini e (invero, confuse) ambizioni. Il ministro del lavoro, Elsa Fornero, aveva parlato di una gioventù choosy, subendo un linciaggio mediatico. E’ trascorso un anno e sono sempre più convinto che il giudizio sia stato ingeneroso. Ingeneroso perché parziale. E’ sotto gli occhi di tutti che esistono diversi settori del mercato del lavoro, con salari pari agli 800 euro mensili di Miragica, che risultano ormai riserva, pressoché esclusiva, degli stranieri. Penso all’edilizia dove ormai sono pochi gli addetti che parlano in italiano. Così è alta la domanda di artigiani, le cui prestazioni sono ben remunerate. Epperò i giovani sembrano preferire la disoccupazione a questi mestieri. Sono incontentabili? Sì, certamente perché i loro desideri si scontrano con il principio di realtà. Ed oggi la realtà è data da una crisi economica, che continua, però, ad essere affrontata senza mettere in discussione il contesto ideologico nel quale è maturata. E’ questo secondo me il problema. Si crede di poter continuare a ragionare secondo il paradigma socio-culturale degli ultimi decenni che antepone i diritti ai doveri.  E’ ingiusto attribuire ai giovani la responsabilità di essere stati allevati secondo il mainstream del diritto di avere diritti. La loro incontentabilità è la conseguenza di un sistema che ha fatto loro credere che è nell’ordine delle cose avere un lavoro a tempo indeterminato, poter soddisfare nella vita le proprie ambizioni, confidare su un futuro migliore. Le lotterie, il Grande fratello e la cieca fede degli italiani nello Stellone hanno, poi, fatto il resto. Ecco perché ritengo che il giudizio di Fornero sia ingeneroso. Non si può recriminare che i giovani siano incontentabili quando a destra come a sinistra, seppur con le differenti parole d’ordine delle rispettive tradizioni culturali, è stato per anni propagandato e garantito il diritto alla felicità.  Nella sua intervista, Cigarini ammette che il lavoro offerto da Miragica è “duro, faticoso, intermittente e non può essere il contratto della vita” ma, poi, osserva che “un giovane con un progetto di futuro davanti a sé non dovrebbe pensare all’indennità di disoccupazione, piuttosto a 22 anni dovrebbe pensare a comprarsela la mia azienda. Questa però mi sembra la generazione del tutto e subito: si è persa la cultura della fatica, del lavoro e della gavetta”. Come dargli torto? La considerazione finale è sempre di Cigarini: “anch’io pagherei di più i ragazzi, ma ci sono le regole di mercato. Nella vita, però, bisogna mettersi in gioco”. La sottoscrivo perché solo iniziando a giocare si può aspirare alla felicità.  a.m.leozappa, formiche

L’Anvur dà i numeri

Lunedì, 5 Agosto 2013

È recente l’uscita della prima classifica delle università italiane redatta da Anvur, l’agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca; l’ente pubblico, vigilato dal Ministero dell’istruzione, che ha il compito di valutare gli atenei statati e privati destinatari di finanziamenti pubblici. Peccato che quella classifica sia piena di buchi e priva di un fondamento scientifico degno di questo nome. Come ha scoperto e dimostrato la rivista Roars c’è più di qualcosa che non va, a cominciare appunto dalle cifre. Andiamo per ordine. I dati sulle pagelle degli atenei che Anvur ha diffuso alla stampa sono diversi da quelle desumibili dal rapporto finale.
La duplicazione delle classifiche sembra essere un tratto distintivo di questa prima graduatoria: infatti, anche le classifiche dei dipartimenti diffuse alla stampa non trovano riscontro nelle relazioni finali degli esperti della valutazione. Anomalie che trovano conferma in un comunicato dell’Anvur che annuncia aggiornamenti, motivati dalla necessità di sanare le incongruenze tra le diverse classifiche dei dipartimenti attualmente in circolazione. Un vero e proprio pasticcio accademico a cui il direttore dell’agenzia, Roberto Torrini, cerca di metterci una toppa: “In maniera erronea, si è creata confusione. Era di più facile comprensione per la stampa. Si tratta di una preassegnazione dei fondi ministeriali tra le 14 aree disciplinari che hanno partecipato alla valutazione della ricerca. Essere primo, secondo o terzo in queste classifiche non conta nulla a meno che il ministro decida di dare tutti i fondi ai primi cinque atenei” (forse non conterà nulla, ma allora perché spendere centinaia di milioni di euro – 300 secondo alcune stime – per uno studio se alla fine non conta nulla chi vince?)

Le contraddizioni
Sta di fatto che le due classiche, quella fornita ai giornalisti e quella ufficiale pubblicata sul sito, ha prodotto una confusione megagalattica. Alla stampa è stata consegnata una graduatoria con tanto di bollini verdi per gli atenei «virtuosi» e bollini rossi per quelli “non virtuosi”. Nel rapporto ufficiale invece emerge un altro scenario, dove dodici atenei si scambiano il posto. Per alcuni giorni si è creduto che atenei come quelli di Pisa, Modena e Reggio Emilia, Parma e Camerino fossero finiti dietro la lavagna, mentre in realtà meritano la sufficienza piena. Viceversa, Roma Tre e Tor Vergata, Macerata e Napoli Orientale, Bergamo, l’università per stranieri di Siena e quella di Castellanza che la stampa ha creduto “virtuose”, nella relazione finale sono da bollino rosso. Nella categoria piccoli atenei il sant’Anna di Pisa, diretto sino a poco tempo fa dall’attuale ministro Maria Chiara Carrozza ha ottenuto sui giornali la prima posizione per scienze agrarie e scienze politiche, seconda per ingegneria e per area economica e statistica. Nella relazione Anvur, quella pubblicata sul sito, però è solo quinta.

Cosa succede all’estero
L’agenzia di valutazione inglese, che può vantare una consolidata esperienza nel settore, si rifiuta categoricamente di fornire classifiche di atenei e di dipartimenti. Esistono, infatti, basilari ragioni tecniche che sconsigliano di avventurarsi su questo terreno, prima fra tutte la difficoltà, se non l’impossibilità di confrontare istituzioni di dimensioni diverse. Ed è proprio su questo punto che l’anvur è inciampata, dal momento in cui le classifiche in contraddizione tra loro nascono proprio dall’uso di diverse definizioni dei segmenti dimensionali che contraddistinguono atenei o dipartimenti piccoli-medi-grandi.
La produzione maldestra di classifiche che si smentiscono a vicenda mostra la fragilità di questo strumento, poco o per nulla scientifico, e mette a nudo le carenze scientifiche e culturali del consiglio direttivo dell’agenzia. Sarebbe sufficiente questo per mettere una pietra sopra la volontà di stilare classifiche. La cosa certà è che quelle elaborate da Anvur sono poco significative perché dipendono dalle dimensioni degli atenei e da molti fattori che misurano la capacità di attrarre risorse esterne o di istituire collegamenti internazionali ad esempio. Aldilà delle pagelle, dei promossi e dei bocciati chi davvero decide a chi distribuire le poco risorse disponibili è solo la politica. La stessa che ha creato l’Anvur e la stessa che ne ha nominato i componenti. a. koveos lanotizia.it

Ma la Madonna non è ecumenica

Giovedì, 18 Luglio 2013

Gaude Maria Virgo, cunctas hæreses sola interemisti in universo mundo. Rallegrati, Vergine Maria: tu solo hai distrutto tutte le eresie nel mondo intero. Questo si leggeva, sino al Concilio Vaticano II, nelBreviarium Romanum. La Madonna era celebrata come debellatrice di ogni errore dottrinale, come custode e garante indiscussa della Fede cattolica.

Poi certi termini sono caduti in disuso, ritenuti ormai superati e poco adatti al mondo contemporaneo. E negli ultimi decenni la Madonna è diventata semplicemente Maria, l’umile ragazza di Nazareth, più o meno illibata, servizievole, buona moglie e madre di famiglia e niente più. È il mito della “ferialità” della Vergine Santissima. Sia chiaro, la Madonna è stata anche tutto questo, ma non può assolutamente essere ridotta a ciò. Secoli e secoli di Teologia cristiana hanno fatto sì che davvero de Maria numquam satis, con buona pace dei modernisti. Di Maria Santissima non diremo mai abbastanza. Di qui i dogmi e i privilegi mariani riconosciuti dalla Chiesa nel corso della storia: la Verginità perpetua, la Maternità divina, l’Immacolata concezione, l’Assunzione, senza dimenticare la proclamazione della sua Regalità e in attesa del riconoscimento dogmatico di Maria come Mediatrice di tutte le grazie e Corredentrice.
La Madonna, già nel protovangelo (cf. Gen 3,15) ha visto delineata la missione affidatagli da Dio. Ipsa conteret caput tuum: è Maria Santissima che, cooperando all’opera della Redenzione in maniera tutta speciale, schiaccia il capo dell’infernale nemico. Proprio Lei assicura la vittoria sul demonio ad ogni singolo cristiano che le è devoto e alla Chiesa, di cui è Madre. La storia lo dimostra in modo inequivocabile. E testimonia pure come gli interventi della Madonna siano stati tutt’altro che feriali e dimessi. Anzi, potremmo dire, forse banalizzando un po’, che Nostra Signora è stata, è e sarà sempre tutt’altro che politicamente corretta. Basti prendere ad esempio alcuni episodi.
Chi ha assicurato la vittoria della Cristianità sul nemico islamico che minacciava di invadere l’Europa e persino la Basilica di San Pietro? A Lepanto (1571), così come a Vienna (1683), è stata proprio la Madonna a proteggere e guidare l’esercito cristiano. I Papi delle due battaglie hanno visto il suo materno intervento nelle vittorie conseguite. Infatti, dopo Lepanto san Pio V istituì la festa della Madonna del Rosario (la vittoria era stata ottenuta con questa potentissima ed efficacissima preghiera) e inserì nelle litanie lauretane l’invocazione Auxilium christianorum, ora pro nobis; dopo Vienna, invece, il beato Innocenzo XI riconobbe l’intervento della Madonna e istituì la festa del Santissimo Nome di Maria, che tanto era stato invocato dai buoni soldati cristiani. A quanto pare, dunque, la Vergine Maria non gradisce l’islamizzazione europea e non si è mai mostrata favorevole, ovviamente facendo la volontà del Figlio suo, verso il dialogo interreligioso così come lo si intende oggi. Che debba essere accusata di islamofobia e intolleranza?
Poi vi sono altri eventi. Forse non tutti conoscono uno splendido intervento mariano nella Guerra dei Trent’anni, che vide opporsi cattolici e protestanti. Nel 1620, l’esercito cattolico ottenne una vittoria epocale nella battaglia della Montagna Bianca. In questo modo, il dilagare della rivoluzione protestante venne frenato. Il successo si ebbe grazie ad una tavoletta raffigurante la Madonna e trovata in Boemia da un padre carmelitano scalzo. Dopo essere stata portata in trionfo in tutta Europa, oggi questa immaginetta si trova a Roma, nella chiesa di Santa Maria della Vittoria. Anche questo fatto, che i modernisti evitano di ricordare, sta con ogni evidenza a sottolineare che la Madonna non è ecumenica. E forse proprio per questo oggi verrebbe scomunicata. Così come verrebbe seriamente redarguita da certe autorità ecclesiastiche per quel che si è permessa di fare con Alfonso Ratisbonne, il 20 gennaio 1842. Mentre visitava la chiesa di Sant’Andrea delle Fratte, a Roma, il Ratisbonne, che era ebreo, ebbe la visione della Madonna, che in pratica lo portò a convertirsi al Cattolicesimo e addirittura a farsi sacerdote. La Madre di Dio ha quindi confermato che solo in Cristo c’è Salvezza e che pertanto anche gli ebrei devono convertirsi a Lui. La comunità ebraica di oggi griderebbe allo scandalo, purtroppo insieme a molti cattolici, e sosterrebbe che la Vergine Maria è antigiudaica e, forse, persino un po’ antisemita.
Non bisogna poi dimenticare i miracoli mariani avvenuti durante l’invasione giacobina dell’Italia alla fine del Settecento. Numerosi dipinti della Madonna, anche davanti allo stesso Napoleone, girarono gli occhi e piansero. La Vergine dunque non era contenta della Rivoluzione francese, né degli ideali da essa scaturiti. Una Madonna rivelatasi antimoderna, quindi, e contro quei presunti “diritti” dell’uomo voluti dalla massoneria…
Prima di queste vicende, ce n’è anche un’altra che merita di essere menzionata: l’apparizione della Madonna di Guadalupe, in Messico, nel 1531, quindi nell’epoca dei conquistadores spagnoli. La Vergine apparve ad un azteco convertito al Cristianesimo, san Juan Diego. Anche qui non si può non intravedere la benedizione che la Madonna diede all’opera di evangelizzazione delle Americhe portata avanti soprattutto dalla Spagna. Eppure oggi c’è chi ancora parla di imposizione della Fede con la forza, di colonialismo becero e quant’altro. Come in tutte le opere umane, ci sono luci e ombre. Ma l’aver condotto a Cristo un intero Continente è stato davvero un capolavoro della grazia divina, confermato, per l’appunto, dall’apparizione mariana tanto cara ai messicani e non solo.
Infine, ma l’elenco sarebbe ancora molto lungo, non si può non parlare di Fatima. Innanzi tutto perché a Fatima, nel 1917, la Madonna ha messo in guardia l’umanità dal comunismo, con buona pace di quei tanti cattolici che, ieri come oggi, cercano un dialogo con le forze di sinistra. In secondo luogo perché proprio a Fatima la Vergine, oltre a esortare alla penitenza per la conversione dei peccatori (altro concetto risibile per i modernisti), ha profetizzato la crisi di fede che sarebbe avvenuta nella Chiesa e di cui siamo oggi testimoni diretti. Accanto a questo ha promesso il Trionfo del suo Cuore Immacolato. Un Trionfo che, si deve pensare, non sarà solo nei cuori dei suoi devoti, ma anche su tutta la società. Un Trionfo che porterà finalmente al cosiddetto Regno di Maria, un regno in cui la regalità sociale di Cristo sarà pienamente attuata, sempre con buona pace di chi ora straparla di laicità positiva e di libertà religiosa.
D’altronde, alcuni prodromi li si è visti, per un po’, nelle vicende politiche del Portogallo. Nel 1931, dopo un periodo di grande caos e anticlericalismo diffuso, l’episcopato portoghese, rispondendo all’invito della Vergine, consacrò la Nazione al suo Cuore Immacolato. E il Portogallo non solo fu preservato dalle guerre, ma nel 1933 vide diventare capo del governo il prof. Antonio de Oliveira Salazar, fervente cattolico e amico di suor Lucia, la veggente superstite di Fatima. Con Salazar si ebbe un ritorno all’ordine sociale cattolico, aumentò il numero di matrimoni in chiesa e crebbero le vocazioni religiose. Tra l’altro, fatto che farà storcere il naso a molti, la stessa suor Lucia ebbe da Dio l’incarico di esortare i vescovi portoghesi a sostenere Salazar alle elezioni del 1945. Pur rilevando alcuni limiti, la Veggente fece sapere che «Salazar è la persona che Dio ha scelto per continuare a governare la nostra patria, è a lui che saranno accordate la luce e la grazia per condurre il nostro popolo per le strade della pace e della prosperità». Dal che si evince l’approvazione dall’Alto, almeno relativa, di un governo di destra corporativa, certo non corrispondente ai canoni democratici prevalenti. E Salazar si recava a visitare suor Lucia, le telefonava e implorava le sue preghiere quando si trovava schiacciato da pesanti preoccupazioni.
Che aggiungere dopo questo breve excursus? Come scriveva Plinio Corrêa de Oliveira, Maria è «la patrona di quanti lottano contro la Rivoluzione. La mediazione universale e onnipotente della Madre di Dio è la più grande ragione di speranza dei contro-rivoluzionari. E a Fatima Ella ha già dato loro la certezza della vittoria». Dovremo passare attraverso i castighi, ma alla fine il Cuore Immacolato di Maria trionferà. E per diventare davvero i soldati e gli apostoli della guerra contro satana, affrettando così la preannunciata primavera, dobbiamo consacrarci alla Madonna, farci suoi schiavi, diventare suoi cavalieri. Cor Jesu, adveniat Regnum tuum! Adveniat per Mariam! f. catani

Fonte: Il Settimanale di Padre Pio via libertaepersona

Forse Dio è morto, ma i miti gli sopravvivono: primo fra tutti il mercato (by Leozappa)

Venerdì, 28 Giugno 2013

Forse Dio è morto, ma i miti certamente gli sopravvivono. Primo fra questi, l’ordine naturale della libera economia. L’approvazione del decreto per il pagamento dei debiti dello Stato ha fatto gridare allo scandalo Piero Ostellino che, nella sua rubrica sul Corriere della Sera, denuncia come “senza manco che ce ne accorgiamo, stiamo passando dall’economia libera a una ‘economia amministrata’, come quelle dei totalitarismi novecenteschi”. Gli strali sono diretti contro il decreto dell’Unione europea che ha imposto all’Italia il pagamento dei debiti e il conseguente provvedimento attuativo. Scrive Ostellino: “l’economia libera si fonda su due presupposti: 1) la divisione del lavoro; ciò che non so fare da solo lo fa per me qualunque altro dietro corrispettivo concordato; 2) è inteso che il ‘contratto’, formale o tacito, che regola prestazione e compenso sia rispettato. Con la trafila dei decreti, si tende ad eliminare entrambi i presupposti e fondare l’economia del futuro sulla (doppia) decretazione amministrativa”. Per l’opinionista: “che coloro i quali abbiano goduto di un servizio debbano retribuire chi lo ha prestato dovrebbe essere nell’ordine delle cose”. L’ordine delle cose: questo è il punto. I neoliberali disconoscono l’esistenza di un “ordine delle cose”. Per la legge di Hume le proposizioni descrittive vanno separate da quelle prescrittive, con la conseguenza che dai fatti non possono essere dedotti i valori. Che un soggetto abbia goduto dei servizi di un altro non comporta, di per sé, l’obbligo di retribuire la prestazione. Se si disconosce la legge naturale, un tale obbligo sussiste solo ove previsto da una norma di diritto positivo. Ma, così ragionando, la stessa norma può escludere o sospendere o condizionare l’assolvimento dell’obbligo di corrispondere il dovuto per la prestazione di cui si è beneficiato. E’ l’aporia dell’ideologia della sovranità del mercato. Da un canto si pretende il rispetto del libero mercato quale ordine naturale dell’economia e, dall’altro, si nega l’esistenza della legge naturale. Anche il contratto che, come rileva Ostellino, costituisce uno dei presupposti dell’economia libera è un atto giuridico. Non esiste in natura il contratto di scambio e gli studi di Marcel Mauss hanno dimostrato che nelle comunità primitive l’economia era regolata non già sul baratto ma sul dono. D’altro canto, nella sua stessa etimologia l’eco-nomia implica un ordine, una legge che la trascende. Illibero mercato non è altro che un sistema di scambi regolato da leggi che riconoscono il principio dell’autonomia negoziale. Né in natura né nella storia esiste un mercato radicalmente libero. Ostellino può denunciare il rischio del passaggio ad una economia amministrata solo sulla finzione che quella attuale sia una economia libera. Ma basta seguire la sua rubrica per rendersi conto di quante volte abbia contestato i lacci e lacciuoli che la avviluppano. Confessareil mito dell’ordine naturale del mercato è il primo passo per affrontare risolutivamente l’odierna crisi, economica e sociale, del sistema capitalistico. Non si tratta di negare la validità del mercato come modello di regolazione delle pratiche commerciali. L’indubbia prosperità che, negli ultimi decenni, ha prodotto dimostra tutto il suo valore. Piuttosto si richiede un atto di onestà intellettuale: riconoscere l’intrinseca politicità del modello (e, quindi, la sua disponibilità/regolabilità da parte del pubblico decisore). Solo così – senza pregiudiziali prese di posizione – sarà possibile procedere a riconsiderane il ruolo in funzione del ben-essere sociale. “Viviamo in un’epoca in cui quasi ogni cosa può essere comprata e venduta”, osserva nel suo ultimo saggio Michael Sandell, “negli ultimi tre decenni i mercati – e i valori di mercato – sono arrivati a governare le nostre vite come non era mai accaduto prima”. Ad esserne travolte sono l’equità, l’eguaglianza e la stessa coesione sociale. Occorre emanciparsi dal mito della naturalità del mercato per ripensare un modello di sviluppo nel quale la libertà non vada a scapito della equità. Il mercato è un eccezionale strumento per la crescita economica, ma quest’ultima è solo una delle componenti del ben-essere della comunità.   a.m.leozappa formiche 5/2013

L’Italia non è una nazione meticcia (by Sartori)

Mercoledì, 19 Giugno 2013

l governo Monti era un po’ raccogliticcio, ma forse per la fretta e anche perché Monti non apparteneva al giro dei nostri politici e di molti di loro sapeva poco. Ma Letta i nostri politici li conosce, è del mestiere; eppure ha messo insieme un governo Brancaleone da primato. Grosso modo, metà dei suoi ministri e sottosegretari sono fuori posto, sono chiamati ad occuparsi di cose che non sanno. Al momento mi occuperò solo di un caso che mi sembra di particolare importanza, il caso della Ministra «nera» Kyenge Kashetu nominata Ministro per l’Integrazione. Nata in Congo, si è laureata in Italia in medicina e si è specializzata in oculistica. Cosa ne sa di «integrazione», di ius soli e correlativamente di ius sanguinis ?

Dubito molto che abbia letto il mio libro PluralismoMulticulturalismo e Estranei, e anche un mio recente editoriale su questo giornale nel quale proponevo per gli immigrati con le carte in ordine una residenza permanente trasmissibile ai figli. Era una proposta di buonsenso, ma forse per questo ignorata da tutti. Il buonsenso non fa notizia.

 

Sia come sia, la nostra oculista ha sentenziato che siamo tutti meticci, e che il nostro Paese deve passare dal principio dello ius sanguinis (chi è figlio di italiani è italiano) al principio dello ius soli (chi nasce in Italia diventa italiano). Di regola, in passato lo ius soli si applicava al Nuovo Mondo e comunque ai Paesi sottopopolati che avevano bisogno di nuovi cittadini, mentre lo ius sanguinis valeva per le popolazioni stanziali che da secoli popolano determinati territori. Oggi questa regola è stata violata in parecchi Paesi dal terzomondismo imperante e dal fatto che la sinistra, avendo perso la sua ideologia, ha sposato la causa (ritenuta illuminata e progressista) delle porte aperte a tutti, anche le porte dei Paesi sovrappopolati e afflitti, per di più, da una altissima disoccupazione giovanile.

Per ora i nostri troppi e inutili laureati sopravvivono perché abbiamo ancora famiglie allargate (non famiglie nucleari) che riescono a mantenerli.

Ma alla fine succederà come durante la grande e lunga depressione del ’29 negli Stati Uniti: a un certo momento i disoccupati saranno costretti ad accettare qualsiasi lavoro, anche i lavori disprezzati. Ma la Ministra Kyenge spiega che il lavoro degli immigrati è «fattore di crescita», visto che quasi un imprenditore italiano su dieci è straniero. E quanti sono gli imprenditori italiani che sono contestualmente falliti? I dati dicono molti di più. Ma questi paragoni si fanno male, visto che «imprenditore» è parola elastica. Metti su un negozietto da quattro soldi e sei un imprenditore. E poi quanti sono gli immigrati che battono le strade e che le rendono pericolose?

La brava Ministra ha anche scoperto che il nostro è un Paese «meticcio».Se lo Stato italiano le dà i soldi si compri un dizionarietto, e scoprirà che meticcio significa persona nata da genitore di razze (etnie) diverse. Per esempio il Brasile è un Paese molto meticcio. Ma l’Italia proprio no. La saggezza contadina insegnava «moglie e buoi dei paesi tuoi». E oggi, da noi, i matrimoni misti sono in genere ferocemente osteggiati proprio dagli islamici. Ma la più bella di tutte è che la nostra presunta esperta di immigrazione dà per scontato che i ragazzini africani e arabi nati in Italia sono eo ipso cittadini «integrati».

Questa è da premio Nobel. Mai sentito parlare, signora Ministra, del sultanato di Delhi, che durò dal XIII al XVI secolo, e poi dell’Impero Moghul che controllò quasi tutto il continente Indiano tra il XVI secolo e l’arrivo delle Compagnie occidentali? All’ingrosso, circa un millennio di importante presenza e di dominio islamico. Eppure indù e musulmani non si sono mai integrati. Quando gli inglesi dopo la seconda guerra mondiale se ne andarono dall’India, furono costretti (controvoglia) a creare uno Stato islamico (il Pakistan) e a massicci e sanguinosi trasferimenti di popolazione. E da allora i due Stati sono sul piede di guerra l’uno contro l’altro. Più disintegrati di così si muore. g. sartori corriere.it

La destra è morta non per estremismo ma per mediocrità (by Veneziani)

Mercoledì, 12 Giugno 2013

La destra in Italia non è sparita perché ha fatto troppo la destra; non è caduta su progetti, imprese, idee connotate con i propri colori. È morta d’anemia, si è spenta perché si è resa neutra e incolore, perché si è uniformata per confondersi; perché non ha inciso, non ha lasciato segni distintivi del suo passaggio. Non è morta d’identità ma di nientità, non è morta di estremismo ma di mediocrità. Non è morta di saluti romani ma d’imitazioni maldestre.

La sua scomparsa non lascia tracce di sé. Nessuna delle critiche di gestione mosse alla destra si può attribuire alla sua storia, alla sua indole e ai suoi valori; anche gli aspetti peggiori, come quelli che hanno preso il nome e il faccione simbolico di Fiorito, non nascono dalla sua storia. Erano modi di adeguarsi all’andazzo, tentativi di mostrare che erano uomini di mondo, sapevano stare al potere e in società, sanno come si usa, non sono mica fessi.

A volte si sono adeguati alla caricatura del berlusconismo, uniformandosi al suo lato peggiore. A volte hanno cercato di compiacere la sinistra, i poteri che contano, i media ostili. Senza peraltro riuscirci. Hanno avuto paura di spingersi troppo, di osare. Temevano di perdere il posto, ma l’hanno perso lo stesso, perdipiù senza gloria e senza la gratitudine dei loro elettori di sempre.

Prendete il caso di Alemanno a Roma. Non è caduto sul fascio ma sulla neve. Non gli hanno rimproverato i vigili col manganello, semmai le cartelle di Equitalia e le solite accuse di sempre: il traffico, la sporcizia, le buche. Non gli hanno rinfacciato di voler rilanciare la romanità e i littoriali della cultura ma gli abusi nelle società controllate e alcune nomine aumm aumm.

Promettendo con le casse vuote ben 25 milioni di euro per fare il museo della Shoah a Villa Torlonia – quando esistono già a Roma il museo di via Tasso e delle Fosse Ardeatine, che riguardano direttamente la città – ha irritato la sua gente senza guadagnarsi il consenso altrui; anzi hanno esultato per la cacciata del «fascista» dal Campidoglio; proprio mentre i fascisti, sconsiderati, esultavano per la cacciata del traditore…

Certo, hanno attribuito ad Alemanno i mali storici di Roma, gli acciacchi di ogni metropoli e i malesseri del presente, che non ha creato certo lui o la destra. Lo hanno massacrato mediaticamente. Non sarebbe bello ora fare processi, dimenticando le difficoltà gigantesche di un momento nazionale drammatico e di un Comune lasciato dalla sinistra pieno di debiti.

A onor del vero, se si fosse votato a Milano o a Napoli, anche i sindaci di sinistra sarebbero stati bocciati perché il clima è anti-potere. E poi, con quell’elettorato votante così ristretto, la democrazia è falsata: la motivazione che spinge a votare contro era più forte di quella d’andare a votare a favore.

Ma il problema della destra sparita resta, la delusione del suo elettorato è sacrosanta. Dicendo che la destra non ha pagato per la sua identità, non intendevo sostenere l’inverso, cioè che se fosse stata coerente e cazzuta avrebbe vinto alla grande. Forse avrebbe perso con maggior dignità, avrebbe un punto da cui ripartire, avrebbe almeno la fiducia dei suoi cari. Ma con le identità non si governano gli Stati; si fanno partiti di nicchia o al più larghi movimenti d’opposizione come è il caso di Marine Le Pen, ma non si va al governo.

Però a questo punto mi chiedo: ma ha senso andarci se poi si va via in modo disonorevole senza lasciar traccia di sé né un buon ricordo tra la tua gente?

Non sto parlando di Alemanno, questo è un bilancio di vent’anni di destra al governo. Non mi va tornare ancora sulla loro inadeguatezza, ma si sa che quello è il problema numero uno.

Dovrebbe rinnovarsi, la destra, riaccorparsi, ripartire da quel che ha di risorse, giovanili, collaterali e patrimoniali. Azzerare, selezionare, riunire, rilanciare. (A proposito, avete visto il prototipo della donna tra 100mila anni diffuso ieri dai media? Occhi grandi e sporgenti, fronte spaziosa, corporatura minuta – impressionate, è identico a Giorgia Meloni. Si è portata avanti nella specie, sarà lei la donna del futuro?).

Qualcuno però obietterà: ma serve ancora una destra o qualcosa che ne continui il ruolo, con altro nome? E serve una destra a parte, con un suo distinto movimento? Io penso di sì, penso che serva un movimento con un corpo aerodinamico e un’anima tradizionale; penso che serva a chi la pensa così, ma anche ai suoi alleati, soprattutto se in futuro non ci sarà un leader che avrà la forza di sintetizzare, senza polverizzare, le varie componenti del centrodestra.

Intanto chi viene da destra abbia il coraggio di fare un bilancio impietoso di questi anni. È stata al potere ma cosa ha lasciato per la destra, per le città, per l’Italia? Un pugno di mosche più qualche zanzara. Riparta da zero, con volti nuovi, teste capaci e cuori intrepidi. Se ci sono. m. veneziani ilgiornale.it

Scalia, un abuso l’attivismo dei giudizi

Lunedì, 27 Maggio 2013

«L’attivismo giudiziario è un abuso di potere e distrugge la pretesa dei magistrati di essere il legittimo arbitro finale del significato della legge». Lo dirà stamane Antonin Scalia a Torino nel «Discorso Bruno Leoni», la conferenza che l’omonimo istituto organizza in occasione del centenario della nascita del filosofo liberale. Il giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti, punta di lancia della cultura conservatrice, parlerà del rapporto tra democrazia, attivismo giudiziario e libero mercato.

Il suo sarà un atto di accusa, come sempre diretto ed esplicito, alle «agende politiche di moda» che portano molti magistrati a sottovalutare le protezioni costituzionali dei diritti economici. Scalia ha in mente gli Usa, ma il suo messaggio sulla necessità per i giudici di «interessarsi di più ai diritti proprietari e alle libertà economiche» previste dalla Costituzione americana, acquista valore di appello universale.

 

Con Antonin «Nino» Scalia, nato nel 1936 a Trenton, New Jersey, da immigrati siciliani, abbiamo parlato al telefono alla vigilia dell’appuntamento torinese.

Mr. Justice, il presidente Obama ha detto di recente che la guerra al terrorismo, come tutte le guerre, dovrà finire, ammettendo anche che gli Stati Uniti in questi anni sono stati in conflitto con i propri stessi principi. Lei crede che dopo l’11 settembre l’America, in nome della sicurezza, sia stata in difetto con la sua Costituzione? 
«La nostra Costituzione protegge i non-americani quando sono in America, ma non limita le attività del governo all’estero, eccezion fatta quando si tratta di cittadini americani. Questa è la legge. Naturalmente il presidente decide quale politica debbano seguire i militari».

Ma non esistono dei diritti universali? 
«Io non applico diritti universali. Io devo applicare la legge americana, espressa nella Costituzione e nelle leggi approvate dal Congresso. Non applico le leggi di Dio o di chiunque promulghi la cosiddetta legge internazionale».

Ma ci sono convenzioni internazionali, cui gli Stati Uniti aderiscono… 
«Certo. E nella misura in cui le abbiamo sottoscritte, sono diventate leggi americane che vincolano l’esecutivo. Ma non ne conosco una, in tema di guerra al terrorismo, che limiti le azioni degli Stati Uniti contro i nemici che ci attaccano. Certo, c’è la Convenzione di Ginevra. Ma non si può invocarla, se non si è un esercito, soggetto al comando di qualcuno, che indossa un’uniforme. I terroristi non indossano uniformi, giusto? Ginevra si applica nel caso di una guerra e non si applica a chiunque decida di far esplodere una scuola o un grattacielo».

Lei non pensa che nella guerra al terrore l’America abbia violato principi che sono alla base della sua democrazia?
«Troppo generale. A me interessa sapere se l’America abbia violato la sua Costituzione».

Ma è possibile mettere qualcuno in prigione per sempre senza giudicarlo? 
«Sta parlando di Guantánamo?».

Sì.
«Non è una descrizione accurata. Il tema non è se uno possa essere detenuto laggiù, ma se vi possa rimanere senza un processo civile. I detenuti a Guantánamo sono stati giudicati da commissioni militari, cosa normale in guerra. Nessuno delle centinaia di migliaia di tedeschi catturati nella Seconda guerra mondiale ebbe un processo civile negli Usa, furono giudicati da tribunali militari. Questa nozione che stiamo facendo qualcosa di inaudito è assurda. Quando parlo con i miei amici europei e mi dicono che non possiamo tenerli in prigione per sempre, rispondo: “Bene, ci stiamo pensando. Vorreste prenderne qualcuno in Italia, in Germania, in Francia, visto che siete così ligi ai principi del rispetto dei diritti umani?”. La risposta è sempre no. Trovo questa polemica molto ipocrita».

Lei è considerato la maggiore forza intellettuale dietro la cosiddetta lettura «originalist» della Costituzione americana. Può un testo redatto quasi due secoli e mezzo fa essere applicato, senza interpretazione, a una società radicalmente cambiata ed evoluta da allora? 
«Ovviamente dev’essere interpretato. Quando ci sono nuovi fenomeni che non esistevano al tempo in cui la Costituzione fu scritta, uno deve calcolare in che modo lo spirito di quel testo si applica a loro. Per esempio, il diritto di espressione: come si applica alla radio, alla tv, ai social media. Ciò che non accade, secondo gli originalist , è che i fenomeni che esistevano al tempo vengano improvvisamente trattati diversamente poiché lo pensano i giudici di oggi. L’esempio migliore è la pena di morte. C’è qualcuno che pensa che la pena di morte sia diventata incostituzionale. Assolutamente incomprensibile per me: il popolo americano non ha votato per renderla incostituzionale. Ogni Stato se crede può abolirla e 17 di questi lo hanno fatto. Ma non c’è alcuna base per dire che la nostra Costituzione proibisca la pena di morte, chi lo dice è un incendiario».

E questo si applica anche al diritto di portare armi? 
«Esattamente».

Ma allora l’autodifesa aveva senso, oggi ci sono istituzioni che proteggono il cittadino. 
«Bene, allora cambino il secondo emendamento. E sarebbe anche più facile, perché il suo scopo era di consentire ai cittadini di difendersi dalla tirannia del potere. Se la gente non lo ritiene più necessario, allora si cambi la Costituzione, ma non mi dite che qualcosa sia cambiato. Ci sono molte proposte di legge che riguardano quali armi possano essere portate. Per esempio, armi a spalla che possono lanciare missili in grado di abbattere un aereo. Ma il principio generale che i cittadini possano avere armi, incluse armi da guerra, è chiaro nel testo del secondo emendamento. Se si vuole essere onesti e non si vuole che siano i giudici a scrivere la legge, i cittadini americani hanno il diritto di portare armi, come difesa dai tiranni».

Ma è un fatto che sempre più di frequente queste armi sono usate per uccidere persone innocenti… 
«Nonsense. Non c’è nessuna prova che le combat arms o le “armi d’assalto” siano la causa di questi episodi. Ogni cacciatore in America ha un fucile automatico».

Paolo Valentino corriere.it