Archivio per la categoria ‘cultura’

Il quarto segreto di Fatima guida i passi di Bergoglio

Martedì, 23 Aprile 2013

Papa Bergoglio è alle prese col giallo del «quarto segreto» di Fatima, la misteriosa parte della profezia della Madonna che non sarebbe ancora stata pubblicata? Lo si evince da una serie di eventi sorprendenti di questi giorni.

Prima di esporli ricordiamo l’antefatto. Nel pieno della Prima guerra mondiale la Madonna appare, il 13 maggio 1917, a Fatima, in Portogallo, a tre pastorelli: Lucia dos Santos e i due cuginetti Francesco e Giacinta Marto. L’evento si ripete ogni 13 del mese, fino al 13 ottobre di quell’anno, quando la Madre di Cristo dà il «segno» richiesto – come sfida – dai giornali laici e dai commentatori del tempo: il sole che vortica nel cielo. Nell’apparizione del 13 luglio la Madonna aveva affidato ai bambini un messaggio per il mondo intero, una grande profezia di ciò che sarebbe accaduto di lì a poco se l’umanità non fosse tornata a Dio: la rivoluzione comunista in Russia, la diffusione del comunismo in tutto il mondo, grandi persecuzioni sulla Chiesa e infine una nuova e più terribile guerra mondiale col genocidio di popoli (si avverò tutto).

La terza parte di quel messaggio del luglio 1917, che – secondo l’indicazione della Madonna – doveva essere rivelata nel 1960, fu invece secretata nel 1959 da Giovanni XXIII. Fiorirono così per anni attorno ad essa paure apocalittiche e ipotesi di ogni genere.  Nel 2000 Giovanni Paolo II decise di rendere pubblico il Terzo Segreto: in quel testo suor Lucia descrisse la visione del «vescovo vestito di bianco», la sua dolente Via Crucis in una città distrutta, in mezzo ai cadaveri, infine il suo martirio, sul monte della Croce, insieme a tanti vescovi e fedeli.

Era stato l’allora monsignor Bertone a istruire la pratica della pubblicazione del Segreto. Ma in quella istruttoria, nella pubblicazione e nell’interpretazione di quel testo molte erano le falle. Nel mio libro Il quarto segreto di Fatima, uscito nel novembre 2006, mostrai le tante contraddizioni e gli indizi che inducevano a pensare che quel terzo segreto fosse incompleto: mancava un testo, di cui si conoscevano alcune caratteristiche, contenente le parole profetiche della Madonna sulla Chiesa e sul mondo di oggi.

Riferivo pure che l’antico segretario di Giovanni XXIII, monsignor Capovilla, testimone diretto degli eventi, in una conversazione con Solideo Paolini aveva accennato proprio all’esistenza di quel testo misterioso. Nel maggio 2007 Bertone, nel frattempo diventato Segretario di Stato vaticano, uscì con un suo libro-intervista dove ribadiva la versione sua (e non solo sua), senza però dare una sola risposta alle tante domande e ai dubbi.

Qualche giorno dopo partecipò a una trasmissione tv durante la quale – senza contraddittorio – ripeté la sua idea e mostrò le buste aperte nel 2000 e contenenti il terzo segreto. Questo coup de théatre, che avrebbe dovuto confutare ogni dubbio, fu però un autogol. Infatti fu facile osservare che su quelle buste mancava qualcosa che doveva esserci. Perché monsignor Capovilla aveva riferito, in un’intervista di alcuni anni prima, che quando – nel 1959 – papa Roncalli lesse il Terzo segreto e decise di secretarlo, disse allo stesso Capovilla di «richiudere la busta» scrivendoci sopra «non dò nessun giudizio» perché il messaggio «può essere una manifestazione del divino e può non esserlo». Ebbene questa scritta, di pugno di Capovilla, nelle buste mostrate in tv non c’era. Perché? Bertone non dette risposta. Evidentemente c’era un’«altra» busta che conteneva la parte controversa.

Di lì a pochi giorni lo stesso Capovilla, interpellato da Paolini, confermò l’esistenza di qualcos’altro: un «allegato». Qualcosa che – secondo Capovilla, che faceva suo lo scetticismo di Roncalli – non proveniva dalla Madonna, ma era piuttosto una «riflessione» della suora «sul vescovo vestito di bianco».

È la parte mai rivelata del terzo segreto che – dalle testimonianze dei pochi che la lessero – pare essere esplosiva. Del resto ad aprire nuovi scenari sul terzo segreto è stato lo stesso Benedetto XVI nel maggio 2010.

Il Segretario di Stato infatti aveva ripetuto fino ad allora che esso riguardava l’attentato a Wojtyla del 1981 e si era già tutto realizzato e scriveva polemicamente a pagina 79 del suo volume: «L’accanimento mediatico è quello di non volersi capacitare che la profezia non è aperta sul futuro, è consegnata al passato. Non ci si vuole arrendere all’evidenza».

Invece papa Benedetto XVI affermò l’esatto opposto: «Si illuderebbe chi pensasse che la missione profetica di Fatima sia conclusa». Disse queste parole nel pieno dello scandalo pedofilia, durante un improvviso pellegrinaggio a Fatima, il 13 maggio 2010, davanti al Santuario. In quella circostanza egli inserì nella profezia del Terzo segreto proprio lo scandalo della pedofilia, culmine di una drammatica crisi del sacerdozio e della Chiesa. Ed è evidente che tale scandalo non poteva essere compreso nella visione rivelata nel 2000 (dove non c’è traccia di esso), ma in un’altra parte che è tuttora da pubblicare.

Benedetto XVI disse infatti: «Oltre questa grande visione della sofferenza del Papa, che possiamo in prima istanza riferire a Papa Giovanni Paolo II, sono indicate realtà del futuro della Chiesa che man mano si sviluppano e si mostrano… e quindi sono sofferenze della Chiesa che si annunciano… Quanto alle novità che possiamo oggi scoprire in questo messaggio, vi è anche il fatto che non solo da fuori vengono attacchi al Papa e alla Chiesa, ma le sofferenze della Chiesa vengono proprio dall’interno della Chiesa, dal peccato che esiste nella Chiesa».

Come si vede Benedetto XVI evitò di indicare l’attentato del 1981 come «la» realizzazione del terzo segreto e collocò il compimento del Terzo segreto steso negli anni successivi all’attentato del 1981 e nel nostro stesso futuro: «Sono realtà del futuro che man mano si sviluppano e si mostrano… sofferenze della Chiesa che si annunciano».

È il contrario di quanto affermato dal Segretario di Stato. Benedetto XVI addirittura fece capire che il «trionfo del Cuore Immacolato di Maria» annunciato a Fatima dalla Madonna stessa, come conclusione della sua profezia, non poteva essere identificato nella mera caduta del comunismo del 1989, ma doveva ancora realizzarsi.  Il Papa infatti nel maggio 2010 disse: «Possano questi sette anni che ci separano dal centenario delle Apparizioni (2017) affrettare il preannunciato trionfo del Cuore Immacolato di Maria a gloria della Santissima Trinità».

Evidentemente per Benedetto XVI stavano per arrivare gli anni decisivi. Questi. Ed eccoci ad oggi. Papa Ratzinger, ormai 85enne, sente mancargli le forze di fronte alla sfida dei tempi e rinuncia al pontificato l’11 febbraio, festa della Madonna di Lourdes.

Il successore viene eletto il 13 marzo successivo (il giorno 13 del mese richiama la devozione di Fatima). Molti riflettono sulla misteriosa espressione del Terzo segreto: «Il vescovo vestito di bianco». Di cui suor Lucia scriveva: «Abbiamo avuto il presentimento che fosse il Santo Padre».

Ci si chiede se quelle parole possano riferirsi al papa dimissionario. O al successore che ama definirsi «vescovo di Roma».

Lo stesso papa Francesco, devoto a Maria (a cui dedica la sua prima uscita), cita Fatima all’Angelus del 17 marzo. Poi una decina di giorni fa un episodio sorprendente. Papa Bergoglio telefona a monsignor Capovilla, ormai novantenne, che vive nella bergamasca. Lo vuole incontrare.

Capovilla aderisce. Questo strano incontro e i suoi contenuti restano tuttora avvolti nel mistero. Perché nel primo mese del suo pontificato il Papa ha sentito il bisogno di vedere riservatamente l’antico segretario di Roncalli? Per quale urgenza?

Infine tre giorni fa, a un mese esatto dalla sua elezione, un annuncio a sorpresa: papa Francesco ha chiesto al patriarca di Lisbona, il cardinale José Policarpo, di consacrare il suo pontificato alla Madonna di Fatima.

Cosa significa? E che dobbiamo aspettarci? a. socci libero

Se questo è un Papa

Lunedì, 22 Aprile 2013

Si potrebbe partire dai gesti irriverenti: l’autografo sul gesso di una ragazzina, la papalina scambiata con un fedele, le già tante maglie di calcio sventolate. Oppure soppesarne i gusti: Hölderlin e qualche dimenticato scrittore francese, Guardini e Kasper, Chagall e il cinema neorealista italiano, Anna Magnani e Astor Piazzolla. Oppure frugare nell’armadio: magari salta fuori uno scheletro o anche solo un ossicino, uno scivolone, una frase infelice, una mossa falsa. Ma è già stato fatto tutto molto bene e piuttosto inutilmente. L’aneddotica sul Jorge Mario Bergoglio alias Papa Francesco è già lievitata a dismisura e siamo vicini alla saturazione, anche perché la luna di miele con i mass media ancora regge. Meglio seguire un’altra pista, provare a riflettere su cosa sta capitando a un’istituzione fondamentale della chiesa come il papato nel passaggio di testimone tra Benedetto XVI e Francesco, nella maniera unica e sorprendente che sappiamo.

Lo chiedo al monaco tedesco Elmar Salmann, uno dei pochi talenti in circolazione ancora in grado di mescolare con perizia teologia, filosofia, letteratura, storia, arte, psicoanalisi. Dal suo punto di osservazione, la cella dell’abbazia di Gerleve in Westfalia, alla vigilia del Conclave mi aveva detto di non aspettarsi “niente di particolare”, con quel tono di affabile distacco che lo contraddistingue. Adesso, a giochi fatti, mi accompagna via telefono in una ricognizione che parte da qualche considerazione storica. “Ormai sta per chiudersi una fase della chiesa iniziata con l’epoca postnapoleonica. Dopo il trauma feudale, nell’Ottocento il cattolicesimo si costruisce come organizzazione moderna anche se sostenuto da un’ideologia antimoderna. Un’organizzazione centralizzata, efficiente, in cui nascono nuove congregazioni, istituti religiosi e associazioni di laici, si riorganizzano diocesi e seminari; e dove, soprattutto, il papato assume all’interno della chiesa un ruolo centrale, fino all’apoteosi con il dogma dell’infallibilità (nella costituzione “Pastor aeternus” del Concilio Vaticano I, 1870, ndr). Tutto ciò avviene in controtendenza con il nazionalismo del tempo. Ma ora questa fase sta per esaurirsi sia per la fine della centralità europea sia per la molteplicità delle culture che non si lasciano facilmente ricondurre a unità. In tutto ciò è evidente l’incapacità della curia romana di reggere a queste nuove dimensioni mondiali mentre assistiamo al lento trasformarsi del papato, a ben vedere già con Giovanni XXIII: da istanza giuridica, di governo e sacrale, a figura simbolica, carismatica, mediatica. Il ritiro di Papa Benedetto e il dolce stil novo di Papa Francesco sono le condensazioni più visibili di questa trasformazione”.

Un secondo elemento più spirituale della transizione in atto riguarda gli ordini religiosi che vengono tirati in ballo dai due pontefici: benedettini, francescani e gesuiti. “Questo la dice lunga sulla incisività della trasformazione in atto sul piano umano, spirituale e mistico – osserva il benedettino Salmann – Sono tre forme di vita diverse. Che prima sia un Papa dalla filosofia platonica a scegliere il nome di Benedetto e poi un gesuita a scegliere quello di Francesco denota il sorgere di una nuova costellazione di senso e una contaminazione degli ideali religiosi, che sono legati alle diverse forme di quella povertà tanto proclamata da Papa Francesco. Bisogna dire anzitutto che la vita benedettina, agli esordi, non gode di grandi splendori spirituali, è piuttosto il modo per dare rilievo a uno stato di emergenza mentre l’impero romano è in via di disfacimento. In effetti, san Benedetto intende fondare una scuola per principianti della vita spirituale, pensa a una officina dove usare gli strumenti per un buon artigianato; vuole dare un assetto, un ordine agli spazi e ai tempi nell’epoca di migrazioni globali, in vista di una vita comunitaria coram Deo, davanti a Dio. In san Benedetto, poi, abbiamo una forma sobria, tardoromana, dell’ideale monastico importato dal vicino oriente. Grande è anche l’arte di san Benedetto nel riprendere diversi filoni di spiritualità e di ordini religiosi, copiando ciò che serviva al suo scopo – anche questo è un atto di umiltà. Sempre con la sua discrezione, Benedetto fa balenare davanti ai nostri occhi l’ideale del vero monaco salvo poi confezionarlo in vista della sua vivibilità”.
Il secondo archetipo è Francesco d’Assisi. “La spiritualità francescana vuole seguire il Cristo nudo – dice Salmann – soprattutto per come si mostra nel presepe e nel passaggio della morte: qui è la presenza qualificante di Dio. Adeguandosi a questi stati di passaggio, tutta la vita e la natura appaiono come simboli di tale presenza. La creazione parla della presenza del Dio umile”. A questo proposito, Salmann ricorda il celebre episodio affrescato da Giotto nella basilica superiore di Assisi: “Papa Innocenzo ebbe un incubo in cui vedeva la chiesa in sfacelo e una figura profetica che poteva salvarla. Certo, non avrebbe mai immaginato che gli comparisse davanti un uomo vestito con il saio dei poveri, eppure andò esattamente così. Perché è il nudo, il profeta, che ricostruisce una chiesa all’apparenza potente ma interiormente in crisi”.

E poi c’è il terzo archetipo della transizione in atto, Ignazio di Loyola e la sua formidabile invenzione: la Compagnia di Gesù. “In un tempo di passaggio altrettanto difficile – continua il monaco tedesco –, tra Rinascimento e Riforma, i gesuiti nascono dall’intuizione di un cavaliere in pensione, zoppicante, che con pochi compagni va a Parigi per studiare teologia. E poi dà il via a un grande esperimento, gli Esercizi spirituali, un laboratorio per trovare la volontà di Dio nelle mosse dell’anima e confrontandole con gli stati della vita di Gesù. Nasce così un ordine senza clausura, senza coro, senza abito, con uomini disposti a lasciarsi mandare dove non avrebbero mai nemmeno immaginato. Mi viene in mente il gesuita all’inizio del ‘Soulier du satin’ di Claudel che si trova sul relitto di una nave, legato all’albero maestro, e prima di affondare invoca il suo Dio. Ora un altro gesuita latino-americano prende il mare per approdare nella vecchia Europa e riprendere la strada della povertà, della nudità e dell’essere inermi dentro una chiesa ancora potente ma ormai priva di splendore. Come se, sulla scia di Francesco e Ignazio, dovessimo tornare a Gerusalemme e bussare di nuovo alla porta del Nuovo Testamento per trovarvi la nostra misura e la speranza dell’inedito. Come se, adesso, dovessimo vivere la storia di quella povertà non più come un ideale spirituale ma come un punto di partenza concreto, come la realtà in cui ci troviamo a vivere”.

“Ah, come vorrei una chiesa povera e per i poveri!”, ha esclamato Papa Francesco davanti ai giornalisti di tutto il mondo tre giorni dopo l’elezione. E poi ha insistito più volte sulle “periferie”, sul servizio agli ultimi; il Giovedì Santo ha lavato i piedi ai ragazzi del carcere minorile di Roma. Non perde occasione per parlare di “misericordia” e “tenerezza”.

Secondo Salmann, questa può essere la risposta a “una chiesa che ha perso il potere, che è divenuta inerme, vulnerabile, confutata, ed è in cerca di un altro stile per rappresentare il Cristo in una società democratica, pluriprospettica e globale. I gesti profetici del ritiro nella solitudine di Papa Benedetto e dell’inaugurazione del mandato di Papa Francesco mi sembrano voler indicare e qualificare questa situazione della chiesa, trasformandola in un kàiros promettente. Se da questa gestualità nascerà una strategia politica e trasformatrice è presto per dirlo, ma la porta verso un tale futuro è aperta, quantomeno socchiusa”.

Intanto a funzionare è la gestualità sciolta e rilassata di Bergoglio (ammicca, sorride, abbraccia, sgrana gli occhi, sostiene lo sguardo) nonché il suo eloquio breve e incisivo, di taglio giornalistico. E’ visibilmente a suo agio e disinvolto tanto quanto il suo predecessore era impacciato e spaurito; il feeling con l’opinione pubblica è stato immediato. Non a caso. I gesuiti sanno stare al mondo. A suo tempo hanno reinventato il teatro, oggi sono tra i non molti nel cattolicesimo a conoscere davvero i media, e a frequentarli con understatement. Maestri della dissimulazione onesta, puntano dritti all’obiettivo: “Todo modo para buscar la voluntad divina”. Certo, è un paradosso che proprio adesso che la modernità è finita la chiesa si affidi a uno di loro: i gesuiti sono stati i grandi precettori dell’epoca moderna. “In realtà nessuno dei tre ordini, benedettini, francescani e gesuiti, gode oggi di buona salute – nota Salmann –, eppure proprio nel momento del loro tramonto sanno spremere un succo saporito. Per quanto riguarda Papa Francesco, il suo stile verrà messo alla prova del tempo. Non bisogna scordare la trappola dell’umanizzazione del rito: dopo la decima volta che dici buonasera non significa più nulla e la semplicità dei gesti si riduce a banalità. Ratzinger correva il rischio opposto, la sua era una gestualità iperstilizzata. Ancora prima, Wojtyla aveva puntato tutto sul suo carisma di attore, di grande istrione”.

Un altro tema caro a questo Papa è la “custodia del creato” alla quale ha dedicato riflessioni molto interessanti nella messa di inaugurazione del ministero petrino. “E’ un tema tipicamente francescano – ricorda Salmann –: tutto il mondo parla di Dio, animali piante uomini, tutto fa parte del giardino di Dio, è un nascere alla gioia”. Anche “Madonna Povertà” è un’icona dello spirito francescano. “Sì, però il discorso sulla povertà non è soltanto un tema particolare di teologia o spiritualità, ma un vero e proprio locus theologicus: uno stile, una prospettiva integrale e una base comunitaria di vivere e pensare il mistero cristiano e la sua presenza feconda nel mondo. Come la teologia monastica, simbolica e sapienziale, era legata alla forma di vita nel chiostro e la teologia mistica a forme specifiche della esperienza della presenza divina così, dopo secoli di dominio insano della teologia universitaria, riemergono altri tipi di prassi e di riflessione teologica, come li conosciamo da Benedetto, Bernardo, Ildegarda – non casualmente nominata Dottore della chiesa da Benedetto XVI poco tempo fa –, Francesco di Sales, Giovanni della Croce; forme oggi più legate a un’esperienza di gruppo, come in fondo già la teologia francescana e quella del primo Ignazio”.

Il passaggio del papato da una forma prevalentemente giuridica a una forma decisamente carismatica ha delle conseguenze, non tutte gradevoli. Salmann avverte che “forse ci si comincia a interessare troppo della personalità e della biografia del singolo Papa o vescovo. E’ un biografismo insalubre che porta al culto della personalità ma anche a una sua rapida denigrazione; soprattutto in un’epoca che conosce la proscrizione facile ma non più il diritto di prescrizione, cioè l’indulgenza del dimenticare, del flusso dei tempi, del rivalutare positivamente l’evolversi di una persona. Invece oggi tutto viene scoperto e messo a nudo, anche quando i tempi, le circostanze e la persona stessa si sono trasformate. Un che di pudore, magnanimità, equo giudizio sarebbero auspicabili nel nostro giudicare le persone pubbliche”.

In effetti tutti si sono lanciati a radiografarne il passato, ma per capire Bergoglio Papa quanto conta la sua biografia e quanto invece la sua azione odierna assistita dalla cosiddetta grazia di stato, se si può ancora dire così? “Una volta si parlava di grazia di stato o di santità di ruolo. Ma oggi il rispetto dell’officium, di cui parlavano Cicerone e Ambrogio, non c’è più, nel bene e nel male. E’ il contraccolpo dell’enfasi carismatica e biografica che si riverbera su qualunque figura pubblica. E’ venuto a mancare quel sovrappiù di decoro e dignità dell’ufficio rispetto alla biografia del singolo. Ho ben presente il caso del ministro dell’Istruzione tedesco, Annette Schavan, che poco tempo fa s’è dovuta dimettere per avere copiato ben trent’anni fa una tesi di dottorato. E’ un’esagerazione ma con Internet sta dilagando una frenesia di persecuzione degli eretici, si spulcia ovunque in cerca di plagi e non si mette mai termine alla caccia. E così i personaggi pubblici perdono la loro immunità, non sono più immuni da alcunché”. In effetti il munus, su cui ha scritto pagine illuminanti Roberto Esposito, è il nocciolo e il nodo di qualunque istituzione. “E’ vero – mi dice Salmann – il munus è un problema che tocca tutte le istituzioni che chiedono rispetto per se stesse, in quanto tali. Ed è il sintomo fondamentale del nostro mondo. Certo le zone d’ombra ci sono, a volte si fa abuso dell’immunità ma l’immunità aveva un senso, garantiva una certa incolumità ai rappresentanti pubblici. L’enfasi psicoanalitica, invece, ci ha portato a un biografismo che non perdona nulla, a una colpevolizzazione infinita”. L’oblio è merce rara, oggigiorno. “D’altronde siamo nella società del politically correct e la comunicazione è l’unico feticcio religioso rimasto. Che però sta mangiando i suoi figli, come ogni rivoluzione…”, aggiunge Salmann.

La polarità tra carisma e munus è decisiva anche per l’istituzione papale. “Bergoglio è sostenuto dal gesto carismatico che però deve trasformarsi in habitus e strategia. Finora la sua è tattica nel senso di tatto, di sensibilità per la situazione, ma poi ci vuole la strategia che è lungimiranza e processo politico”. In effetti la mossa di Bergoglio è tanto affascinante quanto rischiosa: un Papa che si chiama Francesco, ovvero l’istituzione che prende il nome del carisma. Scintilla o cortocircuito? Quest’uomo preso “quasi dalla fine del mondo”, per usare le sue parole, è uno strano ibrido che incarna i passi e i passaggi che il cristianesimo si trova a vivere. “Forse lo ha segnato l’esperienza di ambivalenza che ha vissuto ai tempi della dittatura in Argentina. Tergiversare, trattare, resistere al potere è logorante. E’ quasi più facile essere martire o collaboratore che restare in questa terra di mezzo, nella zona grigia. E ho l’impressione che il suo francescanesimo – e cioè un approccio semplice, senza sovrastrutture – nasca proprio per integrare il suo essere gesuita in una condizione storica del genere. Ha visto quella fotografia che lo riprende sul metrò? Mostra una naturalezza più francescana che gesuitica”, suggerisce il mio benedettino. Bergoglio guarda in macchina, come si dice in gergo, con un’aria indefinibile. Forse però non guarda esattamente l’obiettivo che lo immortala ma qualcosa poco più in alto, e oltre. Forse quello che lo aspetta. Quello che ci aspetta.

© – FOGLIO QUOTIDIANO

di Marco Burini

Il rito massonico dell’elezione del Capo dello Stato

Domenica, 21 Aprile 2013

IL libero voto segreto dei parlamentari ha ricostituito in extremis l’unità rappresentativa della nazione con la rielezione di Giorgio Napolitano. Ma prima ci siamo giocati Franco Marini (intesa e condivisione) e ci siamo giocati Romano Prodi (rottura e divisione) a colpi di voto segreto. Il luogo politico dell’affaire è la lotteria massonica detta anche «elezione del presidente» secondo la Costituzione più bella del mondo (firmato: Roberto Benigni).

Lo strumento è il libero voto segreto di deputati e senatori, definiti cecchini o franco-tiratori sul modello della guerra tra Prussia e Francia degli anni 1870 e 1871. Ragioniamo. Adottiamo questo modo di fare ormai esotico, così lontano dai clic della mente retina, così inusuale: ragioniamo, argomentiamo, scaviamo nei concetti. Almeno un po’, senza boria, tanto meno boria del dotto. Sulla scorta del senso comune o del buon senso. Dunque.

Perché sia dannato come spergiuro e traditore un deputato o senatore, il quale aderisca formalmente a una decisione del suo gruppo parlamentare ma poi nell’urna voti in modo difforme, occorre che si diano delle condizioni tassative. Bersani, comprensibilmente adirato con gli altri e non con se stesso, la fa troppo facile.

La prima condizione è che quel voto in dissenso dato nell’ombra colpisca una decisione maturata nella libertà, argomentata razionalmente, presa in un contesto in cui esistevano alternative visibili, dunque una decisione democratica effettiva.

La seconda condizione è chiarire in modo esauriente a che cosa serva il voto segreto, protetto da un catafalco e da opportune tendine, e perché sia considerato irritale e di cattivo gusto sottrarsi alla regola del voto segreto magari fotografando la scheda con il telefonino o ricorrendo a mezzucci grafici, come per esempio la formulazione «R. Prodi» che sarebbe stata adottata da Vendola e dai suoi nel fatale quarto scrutinio di venerdì pomeriggio in cui Prodi cadde con grande fragore e dolore.

La mia tesi è che, prima condizione, le decisioni prese per acclamazione, come nelle tribù barbariche, e proposte nominativamente qualche ora prima del voto, sono una caricatura della democrazia politica, e corrispondono purtroppo al metodo di elezione del capo dello Stato che è proprio della nostra Costituzione, che non è la più bella del mondo, sul modello dell’adunata massonica.

La segretezza è il codice, il linguaggio preferito della procedura costituzionale di elezione del primo magistrato della Repubblica. Se fatti in pubblico, si dice che i nomi si bruciano. Nessuno mai si candida con un programma e con le sue idee e per realizzare un certo modello politico civile, tutti sono sempre portati, sostenuti, inventati da kingmaker che non sono corpi elettorali scelti dai cittadini ma forze potenti, ovvero oligarchie del sistema dei partiti (e anche estranee ad esso).

Il parlamentare è da sempre il terminale, che si vorrebbe inerte ma talvolta non lo è, di questa procedura decisamente antidemocratica. Tutto parte da una circostanza, la scadenza del mandato o le dimissioni del presidente in carica, e dalla fissazione di una data nella quale le Camere si riuniscono come seggio elettorale, il che significa che sono chiamate ad eleggere al buio, senza alcun potere di discussione parlamentare, o sulla scorta di indicazioni sghembe, traversali, presuntive, l’uomo fatale che sarà per sette lunghi anni l’inquilino del Quirinale.

Se è così, ribellarsi è giusto, come diceva il Grande Timoniere cinese. Si obietterà. Ma ribellati a viso aperto, perdinci, non essere ipocrita, non è una bella cosa mentire, dire che sì, si è d’accordo su un nome, e poi «impallinarlo» nel segreto dello scrutinio mettendo nei guai il tuo partito o la tua coalizione, per non parlare di un Paese smarrito.

Ma l’espressione importante è «nel segreto dello scrutinio», tutto il resto è retorica o questione etica che vale nei comportamenti privati o pubblici, in famiglia e nella professione, ma non nell’esercizio della sovranità politica democratica. Qui siamo in una istituzione repubblicana che si è voluta regolare, e su tali questioni avviene in tutto il mondo, con la procedura sacra del voto segreto.

E perché? Ora io affermo una cosa evidente ma accuratamente nascosta tra le righe dell’ipocrisia del potere. Il voto segreto serve proprio a consentire con il timbro della legalità lo svincolarsi del parlamentare da decisioni non democratiche, sebbene a quel modo acconciate tanto per far scena. Il voto segreto è garanzia che l’eletto sia prescelto da un’assemblea libera, che ha sempre il potere di rigettare, comunque si siano espresse, pressioni e trappole che imprigionano la volontà e obbligano in una certa direzione.

Il parlamentare rappresenta la nazione, dice la Costituzione, e in questo non sbaglia. Non è una pedina in mano ai gruppi dirigenti dei partiti e dei movimenti anche a 5 Stelle. E lo strumento che gli consente di rappresentare la nazione si chiama voto segreto. Dunque, i franco-tiratori sono gli eroi della libertà parlamentare e il voto segreto che li legittima e li giustifica è la garanzia che le decisioni siano prese in nome del popolo italiano, e non di Bersani o chi per lui.

Per Franco Marini mi dispiace, ma il quorum era troppo alto, la forza persuasiva di un’intesa tra il Pd e il Cav e Monti è logorata e non unifica due terzi dei rappresentanti della nazione. Per Romano Prodi non posso dire che mi dispiaccia, anche senza maramaldeggiare, ma anche lì vale lo stesso ragionamento.

Per Napolitano, la proposta era persuasiva, sapeva di democrazia politica efficiente e seria, ed è passata senza problemi anche a voto segreto. Sempre che si possa continuare a ragionare, direi, tra un tweet e l’altro, tra un golpe e una marcia da operetta, che non tutto è bene quel che finisce bene, ma provvisoriamente è finita bene. Grazie ai traditori. g. ferrara ilgiornale.it

Siamo uno Stato di mercato?

Sabato, 13 Aprile 2013

La liberalizzazione del mercato del lavoro è stata una delle grandi scommesse del governo tecnico, presieduto da Mario Monti. E’ presto per dire se si sia trattato di una scommessa vincente. Quello, però, che stupisce è come il dibattito, che ha sollevato, abbia stentato ad andare oltre la dimensione economica. Le ore che quotidianamente dedichiamo all’attività, fisica o mentale, che ci consente di vivere assorbono gran parte della nostra giornata e, certamente, sono in grado di condizionarla, nel bene o nel male. E’, pertanto, vana finzione continuare a identificare il lavoro con il mero facere. Il lavoro segna l’esistenza: determina il contesto in cui viviamo, qualifica (quantomeno pubblicamente) la nostra identità, incide sullo sviluppo della personalità. Il lavoro è una sineddoche, che sta per la vita. E’ significativo che l’art. 1 della Costituzione reciti che l’Italia è una “Repubblica democratica fondata sul lavoro”. E, pertanto, singolare che si possa parlare di “mercato del lavoro”, quasi fosse una merce come tutte le altre. Quando si parla di liberalizzazione del mercato del lavoro l’attenzione viene attratta dal primo termine della locuzione. Grazie alle suggestioni che il valore della libertà evoca, rimane sottotraccia la seconda parte dell’espressione che, invece, svela e rileva la prospettiva e l’effettiva portata della liberalizzazione. Quest’ultima non realizza uno spazio vuoto di diritto nel quale si espande un sessantottino spirito di libertà, ma piuttosto la sostituzione di un regime con un altro. Rendere libero il mercato del lavoro significa liberare le regole del mercato dai vincoli che ne hanno condizionato o compresso il funzionamento. L’espansione di dette regole avrà anche giustificazione sul piano economico, ma è certamente rivoluzionaria su quello culturale. Le regole di mercato vogliono che sia il prezzo, al quale si chiude l’accordo, a segnare il valore della merce e non quest’ultimo quello. Il lavoro cessa, pertanto, di avere e di essere, di per sé, un valore. Lo viene, piuttosto, ad assumere solo nella misura della sua commerciabilità. Secondo l’ordine del mercato, il giusto salario non è quello corrispondente alla quantità di lavoro prestato, secondo l’insegnamento degli antichi liberali. Né quello che, secondo la dottrina sociale della Chiesa, corrisponde al bisogno del lavoratore, misurato dalla legge morale. Secondo l’ordine di mercato, il giusto salario è quello del prezzo risultante dall’incontro tra domanda e offerta: anche se non è in grado di dar conto della quantità dell’impegno; anche se non è in grado di soddisfare le esigenze vitali del lavoratore. Ma se il lavoro ha cessato di avere un valore autonomo, di valere di per sé, c’è da chiedersi come o in che termini possa continuare a fondare l’assetto istituzionale, secondo quanto proclamato dall’art. 1 della Costituzione. Solo una persistente cecità o una volontà dissimulatrice può portare a negare che il suo posto sia stato assunto – anche sotto la spinta degli apparati comunitari – dal mercato. Il mercato non è più uno tra gli ordini nei quali si articola la comunità: è divenuto sovrano, piegando o dominando principi, valori e interessi che avevano trovato riconoscimento e tutela nella Costituzione del 1948. La Carta non è mutata nella lettera ma nello spirito: anche le più alte cariche istituzionali non esitano a condizionare al giudizio del Mercato -  nuova ipostasi stirneriana del XXI secolo – le scelte circa gli uomini e le azioni per le politiche di governo. Non è, forse, troppo avventuroso ritenere che siamo ad un punto di svolta. Dopo la “società di mercato” – a cui Karl Polany aveva dedicato un affresco attuale più che mai – sembra profilarsi il tempo dello “Stato di mercato”, ossia dello Stato nel quale le regole del diritto tendono sempre più a risolversi in quelle del mercato e nel quale, conseguentemente, le forze del mercato assurgono a protagonisti della scena politica. Si tratta di un mutamento che (attualmente) opera sul piano della realtà effettuale ma che, prima o poi, dovrà accettare di sottoporsi ad pubblico dibattito, pena l’implosione del sistema democratico. a.m.leozappa formiche

Si va verso il trans-umano

Venerdì, 12 Aprile 2013

«Quello che sta succedendo in Francia in questo momento è una grazia». Tenendo conto che il filosofo francese Fabrice Hadjadj sta parlando dell’approvazione da parte del governo socialista in Francia del matrimonio gay e della quasi totale censura di un milione di persone che scendono in piazza per protestare, si potrebbe pensare che è impazzito. Ma il direttore dell’Istituto europeo di studi antropologici Philanthropos di Friburgo (Svizzera), che ha rilasciato un’intervista a tempi.it a margine del convegno che si è tenuto ieri all’Università Cattolica di Milano dal titolo “È ancora tempo di credere”, ha buone ragioni per usare la parola “grazia”, pur affermando che la Francia è nel bel mezzo di una «crisi antropologica» dominata da una «tecnocrazia che vuole trasformare l’umano».

Professore Hadjadj, partiamo dal principio. Il governo socialista di Francois Hollande vuole legalizzare matrimonio e adozione gay. E, a meno di svolte imprevedibili, ce la farà.
In Francia c’è un governo di sinistra che non può condurre una politica di sinistra, perché la crisi economica gli impedisce di mantenere le promesse di ordine sociale fatte in campagna elettorale. Quindi la sola cosa che gli resta è cambiare la legge. Ma legalizzando il matrimonio gay questo governo di sinistra tradisce la sua natura. Il vero socialismo infatti non tocca la famiglia, che è il pilastro della società, ma cerca di provvedere a una migliore distribuzione delle ricchezze. Questo è un grosso problema e il governo di Hollande cerca di nascondere la sua impotenza dietro questa legge.

Come si è arrivati in Francia a proporre la legalizzazione del matrimonio gay?
Malgrado tutto, e indipendentemente da questa circostanza, in Francia c’è una crisi antropologica. Questa crisi antropologica fa sì che noi non crediamo più davvero all’umano e stiamo andando verso qualcosa che rientra nell’ordine del transumano. Tutto questo grazie al regno della tecnica. Infatti, quello che non si dice normalmente è che affinché ci sia uguaglianza tra un matrimonio fra un uomo e una donna e uno fra due uomini o due donne ci vuole la tecnica. Una coppia dello stesso sesso per procreare deve ricorrere a qualcosa che riguarda più la fabbricazione che la nascita. Dietro a tutto ciò c’è una tecnocrazia che vuole trasformare l’umano.

 

La manifestazione parigina contro il matrimonio gay
parigi-manifestazione-gay5
Le immagini della manifestazione che si è svolta ieri a Parigi contro il matrimonio e l'adozione gay sono tratte dal sito de La Manif Pour Tous.

 

 

Sembra che la Francia abbia anche reagito. Per due volte, contro questo progetto di legge, sono scese in piazza un milione di persone.
Sì, c’è stata una grande manifestazione contro il matrimonio gay ma i media francesi non ne hanno quasi parlato. Questo fa capire quanto sia grande la censura su quello che sta succedendo. È noto il caso dell’uomo arrestato perché indossava la maglia della Manif Pour Tous, una cosa che in Francia non si era mai vista prima. Ma resta il fatto che quello che sta avvenendo in questo momento è una grazia.

Una grazia?
Sì, perché non si era mai presa una coscienza tale del mistero dell’Incarnazione. Siamo in una situazione in cui sono la Chiesa e i cristiani che si trovano a difendere la carne e il sesso. Siamo completamente usciti dal puritanesimo per prendere coscienza che la sessualità così come ci è donata viene da Dio ed è spirituale. E questo è un passo avanti straordinario che è stato fortemente preparato da Giovanni Paolo II. La difesa del corpo e della carne, infatti, è una peculiarità del cristianesimo. Durante la Manif Pour Tous, dei cristiani portavano cartelli con questo slogan: “Vogliamo il sesso, non il genere”. È una grande novità questa affermazione del sesso, contro l’ideologia del gender, e quelle persone lo dicevano in quanto cristiani.

Dal punto di vista politico non si può dire che la manifestazione sia stata un successo.
Non era una manifestazione politica ma antropologica. I cristiani si sono resi conto che la posta in gioco non è dominare in un rapporto di forza, non è ristabilire la cristianità ma testimoniare la verità. Ed è per questo che sulla strada c’erano anche grandi filosofi come Rémi Brague, che non aveva mai partecipato a una manifestazione. È una bella novità che i cristiani si mobilitino non tanto per la difesa della cristianità ma perché bisogna testimoniare la verità. Grazie a questa situazione inedita si avrà una ricomposizione totale dell’azione dei cristiani nella società.

manifestazione-per-tutti-parigiIntanto però la legge sul matrimonio gay sarà approvata dal Senato.
Il matrimonio civile era già un falso matrimonio, lo definirei un divorzio rimandato. Non a caso i gay stanno già chiedendo il divorzio, ancora prima di avere il matrimonio. Se lo scopo fosse stato salvare il matrimonio civile, allora non sarebbe valsa la pena di fare manifestazioni. Siamo allo stadio ultimo di una distruzione che risale al 19esimo secolo. La posta in gioco non è impedire la legge ma dire: ecco la verità del matrimonio. In questi giorni si è visto che i cristiani non hanno bisogno dello Stato, dei giornali, della televisione per comunicarlo. La via da percorrere non è più conquistare un potere che sta affondando ma rifondare la dimensione politica dal basso, attraverso l’evangelizzazione.

La sconfitta nasconde una vittoria?
Sì, è l’inizio di qualcosa di nuovo: i cristiani si sono ritrovati e tutti hanno sentito di esistere davvero come comunità. Il cristianesimo francese era segnato dall’individualismo e improvvisamente, in questa situazione, si è visto che non solo si esisteva insieme ma che la piazza era nostra. Le manifestazioni dei cristiani e delle comunità ebraiche contro il matrimonio gay sono state molto più numerose delle altre. Hanno sempre detto che la piazza era della sinistra, degli artisti e anche degli omofili, ma non è così. E mi raccomando di scrivere omofili, non omosessuali, perché il termine omosessualità costituisce il rifiuto della sessualità, quindi non è giusto usare questa parola, non descrive bene la natura della questione. Insisto: questa è una situazione molto gioiosa, molto bella.

Eppure i cristiani non sono mai stati così poco ascoltati.
Se uno ha la nostalgia della cristianità, del tempo in cui lo Stato era cristiano e le leggi erano cristiane, allora può considerare tutto un disastro già da diverso tempo. Se invece uno ha il desiderio non della cristianità ma del cristianesimo, allora questo momento è molto interessante e molto bello. l. grotti tempi.it

Thatcher, la donna che sfasciò una civilità

Giovedì, 11 Aprile 2013
«Sai come finiscono le civiltà? Quandol’idiozia dilaga con moto naturalmente accelerato»
Antoine Monier, Il diavolo probabilmente[1]
«Oh,mia cara, mi dispiace, ma al confrontodella tua, la pelle di un rinoceronte sembradi velluto»
Rosalind Russell, Donne[2]


«Questo è un periodo – scrive su la Repubblica dell’8 febbraio 2012 Alessandro De Nicola – in cui si riparla di Margaret Thatcher. Il motivo principale è l’uscita nelle sale cinematografiche italiane di “The Iron Lady”. Film interpretato da una bravissima Maryl Streep»[3]. Che il mio critico cinematografico di fiducia – Federico Pontiggia – liquida nei blog con il sarcastico «più di una signora di ferro, un ferro da stiro».

“La donna che ha cambiato il mondo”, strombazza ad abundantiam il sottotitolo della pellicola. In effetti ha fatto di peggio; e molto: ha minato le fondamenta di una civiltà. Sono reduce anch’io dalla visione dell’operina, in cui il premio Oscar femminile Streep ripropone, impersonando la controversa premier inglese (1979-1990), tutta la gamma di espressioni – dal protervo al mellifluo – che già aveva sciorinato nei panni della guru del look Miranda Priesty, in Il diavolo veste Prada(2006, regia di David Frankel). Non trascurando il lato demenziale del personaggio. E non solo senile. Tanto che l’alzheimer precoce risulta l’effettivo protagonista della ricostruzione di intrattenimento.

Ma non di questo vale la pena parlare. Piuttosto merita attenta esplorazione il significato implicito del revival; visto che gli sceneggiatori di Hollywood rappresentano ormai le più formidabili (se non le uniche realmente attendibili) “antenne” a nostra disposizione per captare le variazioni nello spirito del tempo.

Difatti, sempre il De Nicola ci informa che «per noi italiani interrogarsi sulla rivoluzione thatcheriana non è un lezioso esercizio intellettuale». Poi precisa: «siamo in una fase di passaggio… L’Italia è una grande malata almeno quanto lo era – per motivi diversi – la Gran Bretagna di fine Anni 70 e si dibatte su quali siano i rimedi per fare uscire il nostro paese da un declino che appare inarrestabile».

Dato che di “ passaggio” si discute, il vero mutamento epocale sarebbe la presa di coscienza generale dei guai procurati alle nostre società dal thatcherismo; in sintonia (o meglio, combutta) con il reaganismo: la devastante ondata di idiozia prodotta dalla presa del potere da parte di mezze calzette politiche con le loro ideologie da quattro soldi. Rese – però – irresistibili dalla formidabile cassa di risonanza dei canali mediatici utilizzati dai loro spregiudicati spin-doctors e da una barbarica strategia di conquista di ogni centrale delegata alla produzione dei modelli di rappresentazione, facendo leva su notevoli disponibilità di quattrini e sul carrierismo degli adepti.

Quattrini e potere, messi a disposizione da confraternite di plutocrati che nel lungo regno del NeoLib si sono arricchiti in maniera impensabile, a spesa di masse umane relegate in una crescente condizione di miseria. Tanto che ormai siamo giunti ai limiti di sostenibilità civile e materiale del modello impostoci. Di cui i politici convertiti al thatcher-reaganismo fungevano da ausiliari, visto che per il loro individualismo possessivo di stampo piccolo borghese (e relative rivalse sociali) il binomio denaro&potere risulta(va) irresistibile.

Sarebbe interessante approfondire le ragioni del mancato contrasto – a suo tempo – di tale “resistibile ascesa”. Resta il fatto che dalla dittatura in proprio (ma anche per conto dei plutocrati che li utilizzarono come massa di manovra) dei borghesucci arrampicatori sociali si sta – fortunatamente – svoltando. Eppure gli “spiriti animali” scatenati in questi decenni restano ancora fortissimi. E i colpi di coda inevitabili. Particolarmente pericolosi se partono dalle pagine de la Repubblica. Colpi di coda che investono l’immaginario politico collettivo, proponendo in termini celebrativi l’icona dell’orribile Dama di Ferro

L’egemonia anarcoide

Tornando al Thatcher-pensiero, vale al riguardo quanto ne disse lo storico Eric Hobsbawm: «anarchismo della piccola borghesia». La battuta ci è stata riferita da Tony Judt, grande intellettuale anglo-americano recentemente scomparso, con una chiosa particolarmente illuminante; sia per comprendere le ragioni del critico come per penetrare l’intima natura dei criticati: «quando Hobsbawm descrive con disprezzo il thacherismo, sta combinando due anatemi: la vecchia avversione marxista per la sregolata e disordinata autoindulgenza e l’ancora più antico disprezzo dell’élite amministrativa inglese per la classe incolta degli impiegati e dei venditori»[4].

Magari particolarmente molesta e sgradevole quando ha fatto finanza. Al modo dei sordidi personaggi letterari immortalati dai romanzi di Honoré de Balzac. Come nel capolavoro Eugénie Grandet, in cui campeggia sinistramente quel padre Felice, ex bottaio di Saumur ed esponente della nuova borghesia orleanista, arricchitosi con le speculazioni, eppure spasmodicamente intento ad accumulare ulteriore ricchezza con feroce avarizia.

Sta di fatto che negli anni a cui ci riferiamo – a partire dalla Gran Bretagna – nel ventre delle società occidentali era avvenuto un fatto inaudito, impensabile: la presa del potere – sotto il vessillo sbandierato dalla Thatcher – di un ceto in passato relegato nella più totale marginalità, quale la piccola borghesia subalterna e bottegaia. La conquista del protagonismo da parte di tale “tipo umano”, compiuta portandosi appresso un’ideologia minimale carica di risentimenti e paure: contro i fannulloni che succhiano grazie ai sussidi pubblici il frutto delle proprie fatiche sequestrate dal Fisco, contro gli esperti acchiappanuvole e gli snob acculturati che irridono le ricette semplificatorie da saggezza popolare da cui trae orientamento e conforto, contro le mediazioni di una politica molle quando bisognerebbe usare il bastone… Insomma, il ciarpame di luoghi comuni degli avventori al pub, asceso a pensiero egemone, spirito del tempo. Quel populismomiddle class fino ad allora tenuto a bada dalla cultura operaia (solidarietà e diritti collettivi) come dalle pratiche regolative di gruppi dirigenti selezionati attraverso processi cooptativi basati sulla distinzione, l’esclusività e la meritocrazia intellettuale. Nella catastrofe delle gerarchie precedenti, veniva imponendosi il sistema di valori poveri, insito nell’abito mentale delle nuove entrate sulla scena: l’egoismo sociale, l’avidità accaparrativa, il possesso come unico determinante dell’apprezzabilità, l’insofferenza nei confronti delle regole svilite a ingiusti vincoli imposti all’autorealizzazione.

Ciò accadde in quanto l’equilibrio realizzato nella fase industriale del capitalismo andava liquefacendosi. Insieme ai protagonisti del vecchio Ordine: il lavoro organizzato, le élites imprenditoriali e di governo del Capitalismo amministrato. Arrivavano i giorni del disordine, con il loro carico da novanta di irresponsabilità. L’epoca irresponsabile della desertificazione di ogni attitudine mediatoria in senso pattizio, il cui paradigma più alto era rappresentato dal cosiddetto “Compromesso storico keynesiano-fordista”. E – di conseguenza – veniva accantonata come improponibile ogni ricerca del consenso per la realizzazione di nuovi equilibri di stampo inclusivo. Non la pace sociale, bensì il regolamento di conti diventa il filo conduttore di scelte che si tradussero nel forsennato attacco di Margaret Thatcher e dei suoi epigoni contro i sindacati operai, a partire da quello dei minatori. Non la razionalizzazione della presenza pubblica in economia e nei servizi, quanto – piuttosto – la svendita del patrimonio collettivo per consentire a torme di speculatori, supporter della Lady, di realizzare superprofitti a danno della popolazione. Una follia; non solo per i disastri prodotti, ma anche (soprattutto) per la denuncia unilaterale del contratto sociale su cui si era basata la convivenza pacificata del dopoguerra e la conseguente creazione di ricettacoli in espansione del disagio e dell’emarginazione. Un numero crescente di potenziali focolai di ribellione contro l’insensibilità dei nuovi pervenuti ai vertici del Potere.

A posteriori è possibile osservare come l’ascesa del thatcherismo piccoloborghese non abbia comportato l’emergere di una nuova “classe generale”, incarnazione e motore di un modello alternativo universale, quanto lo scatenamento del peggiore darwinismo sociale; che ha minato le stesse fondamenta della civiltà occidentale. Una controrivoluzione distruttiva che amava presentarsi come rivoluzione costituente; ovviamente “liberale”. In cui la pulsione bassamente economicistica fungeva da priorità assoluta.

Fuga dai laboratori del pensiero unico

«Noi siamo gli eredi involontari di un dibattito di cui la maggior parte della gente è completamente all’oscuro. Se ci chiedessero che cosa ci sia dietro il nuovo (vecchio) pensiero economico, forse risponderemmo che è opera di una serie di economisti angloamericani riconducibili in larghissima maggioranza all’Università di Chicago. Ma se ci chiedessero da dove i Chicago boys abbiano preso le loro idee, scopriremmo che l’influenza più grande è stata esercitata da un gruppetto di stranieri, tutti immigrati dall’Europa centrale: Ludwig von Mises, Friedrich von Hayek, Joseph Shumpeter, Karl Popper e Peter Drucker»[5].

Qualcuno ha parlato di “rivincita degli austriaci”, ovviamente contro John M. Keynes; al cui nome è legato il più grande esperimento di ingegneria costruttivistica coronato da successo della storia umana. In effetti, la vera rivincita conseguita da questi signori è quella contro il pensiero fondativo della saggezza dell’Occidente: l’Illuminismo, nelle sue varie riproposizioni storiche, inteso come governo del “ramo storto dell’umanità” secondo kantiano “uso pubblico della ragione”. Di fatto la (contro)rivoluzione (neo)liberista ha spalancato il vaso di Pandora del nuovo Oscurantismo, con il seguito delle disuguaglianze, fanatismi bellicisti e xenofobie varie che, mentre prospettavano “scontri di civiltà”, hanno determinato la crisi della (nostra) Civiltà. Hanno fatto un deserto e lo hanno chiamato “globalizzazione”, ovviamente finanziaria. E mentre si pretendeva di americanizzare il mondo, il “sogno americano” andava a picco. Di questo dobbiamo essere grati anche alla Lady di Ferro, madrina degli schiacciasassi venuti dopo di lei; grazie a lei.

Tra i tanti effetti sistemici della deregulation thacheriana, uno dei più inquietanti è la messa in crisi di ogni ambito istituzionale di governance. Certo lo Stato, ma anche – per noi cittadini del Vecchio Continente – il grande e generoso progetto dell’integrazione europea; il diffondersi di un euroscetticismo che sovente sfocia nell’eurofobia.

Dopo oltre un trentennio siamo giunti alla fine della stagione neoLib. Il muro di Wall Street, tempio laico della superstizione monetaria, è crollato; seppellendo sotto le macerie gli strumentari di latta con cui si pretendeva di manomettere la Storia. Scocca l’ora dei curatori fallimentari. Del resto, che altro è il presidente americano Barak Obama, chiamato alla missione impossibile di rimediare alle mattane del suo predecessore? Che altro è il premier italiano Mario Monti, incaricato di aggiustare l’immagine italiana precipitata oltre le soglie del ridicolo per merito del barzellettiere corruttore ed erotomane di Arcore?

Anche se – in effetti – il mandato di SuperMario è un po’ più complicato: certo fungere da liquidatore del recente passato nella dimensione interna; ma anche quello di annodare reti di relazione con i consessi informali che si riuniscono a porte chiuse e dove si prendono quelle decisioni che travalicano Stati-nazione ormai depotenziati. Milieux in cui il professore bocconiano – il quale ha trascorso più tempo nei consigli d’amministrazione e nei meeting internazionali che non nelle aule universitarie – è il connazionale meglio posizionato per avervi accesso. Fermo restando che il compito primario dei “riparatori” risulta quello di rabberciare in qualche modo un po’ di ordine.

Per questo i liberisti hanno subito drizzato il pelo. Negli Stati Uniti ben ottocento docenti di materie economiche firmano un appello contro il presunto “statalismo/socialismo” di Obama. Qui da noi i correligionari preferiscono mettere sotto tiro la nuova compagine governativa presieduta da Monti, sospetta di essere liberisticamente tiepida, conquistando manu militari i principali quotidiani nazionali; trasformati in madrasse dei loro fondamentalismi: Francesco Giavazzi ilCorriere della Sera, Alberto Bisin e il già menzionato De Nicola le pagine de la Repubblica; poi ci sono Luigi Zingales, firma di punta de Il Sole 24Ore, e Alberto Alesina, ospite fisso su l’EspressoLa Stampa pubblica gli editoriali di Irene Tignali (economista del network NoisefromAmerika, il sito arcipolemico degli ultraliberisti emigrati in America). Persino Il Fatto Quotidiano concede spazio a un altro dell’allegra combriccola: Michele Boldrin.

Le “ultime raffiche” thatcheriane

Colpi di coda, già lo si diceva. Perché ormai fuori tempo massimo. E spesso coinvolgendo nell’opera da guastatori personaggi screditati. Spesso veri e propri reperti da museo.

Operazione messa in atto non solo tramite la carta stampata, ma anche navigando nel web e creando istituzioni dedicate. Per lo più sulla direttrice Mi–To. Visto che si è parlato di De Nicola, partiamo dall’organizzazione di cui è presidente: la Adam Smith Society fondata a Milano nel 1995, propugnatrice di un’operazione eclettica volta a ibridare il pensiero del moralista scozzese, teorico della “simpatia” nella morale e nel diritto, con quello dell’anaffettivo austriaco Friederich Hayek (che però simpatizzava dichiaratamente per i bons vivants sfaccendati, specie se giocatori di golf[6]; in quanto – a suo dire – dimostrazione filosofica vivente dei vantaggi dell’ingiustizia sociale). Sotto l’effigie dell’autore de La ricchezza delle Nazioni, si può leggere le finalità di questi adepti della “strana coppia” (facendo rivoltare nella tomba il partner più anziano), il cui interesse prevalente si concentra sulla «privatizzazione e deregulation di attività economiche ora in mano pubblica»; tra cui sono indicate le carceri. I costruttori che si sbellicavano dalle risa alla notizia del terremoto all’Aquila sorridono all’idea di qualche appalto carcerario. Ma questo non turba il Comitato scientifico della Società, che offre un pregiato campionario di adoratori della Mano Invisibile (Alberto Alesina, Michele Boldrin e Luigi Zingales), qualche vecchia gloria appassita (Dario Antiseri, Salvatore Carrubba, Antonio grembiulino Maccanico, Piero Ostellino insieme al Pera nomen omen) e un noto confusionista tra destra e sinistra chiamato Franco Debenedetti. Ma nel mazzo spicca pure un fiorellino: quell’Alessandro Penati, ex presidente della Provincia meneghina, che lo avresti detto più a suo agio nel sovrastimare le azioni dell’autostrada Serravalle-Milano.

Passando a Torino il quadro tende all’austero, secondo inveterata tradizione sabauda. Qui si segnala l’Istituto Bruno Leoni; fondato nel 2003 e dedicato al segretario del solito Hayek in un’associazione semiclandestina, nata nel 1948 dall’indefessa tessitura di manovre anticomuniste e anti Keynes del filosofo austriaco, che riuniva una pattuglia di liberali da Guerra Fredda (gli immancabili Karl Popper, Ludwig Von Mises, Wilhelm Röpke, Milton Friedman, Bertrand de Jouvenel e pochi altri) autonominatisi “bolscevichi della libertà”: La società del Monte Pellegrinothink tank che fungerà da modello per quelli a venire, soprattutto sull’altra sponda dell’Atlantico. Consesso in cui il Leoni Bruno trescava per pugnalare alle spalle i soci refrattari all’egemonia hayekiana, a seconda dei desiderata del Capo[7]. Per inciso, la Lady di Ferro Margaret Thatcher «non cesserà mai di sbandierare l’influenza esercitata da Hayek sulla sua filosofia politica»[8].

A tale Istituto garantisce una giusta condizione termico/bellica tendente al gelo la presenza del Presidente onorario Sergio Ricossa, reduce da quella Guerra Fredda finita da decenni. Mentre da presidente effettivo funge attualmente l’ex dalemiano iperliberista Nicola Rossi.

In tanto grigiore l’unica nota colorata e pittoresca è garantita dalla presenza nell’executive team di Oscar Giannino, il feticista del pelo che si fa notare per le tenute da frequentatore del Casino dei nobili di Casale Monferrato negli anni Cinquanta.

E Roma? Qui il consustanziale scetticismo disincantato dell’ambiente non si presta molto per fare attecchire fanatismi vari. Semmai è terreno di coltura ideale per le facce di bronzo. Sicché vi troviamo la sede del Movimento Società Aperta, fondato nel 1993 da Enrico Cisnetto, l’ex bancario e giovane repubblicano nella nidiata di Davide Giacalone (sì, il faccendiere della legge Mammì, istitutiva del duopolio RAI-MEDIASET. Pare non gratuitamente…).

Sedicente esperto economico de Il Foglio di Giuliano Ferrara, costui ha trovato la propria giusta collocazione professionale quale promoter di località turistiche e – al tempo stesso – di faune da regime, organizzando dal 2002 parate di VIP a Cortina d’Ampezzo sotto il logo Cortina InContra. L’anno scorso provò a bissare la formula nella capitale, con Roma InContra. Coadiuva tanto attivismo la moglie Iole, socia al cinquanta per cento della “ditta Cisnetto” e segnalata – a far buon peso (non soltanto metaforico; e vale per entrambi) – pure consulente del sindaco non propriamente liberal Gianni Alemanno.

Roma, Torino, Milano. Ambienti diversi, eppure uniti da un filo invisibile che talora si materializza nelle relazioni interpersonali. Come in quell’associazioneSocietà Libera, creata nella metà degli anni Novanta dal manager Franco Tatò e con sede sia a Roma che a Milano, promotrice della mostra itinerante intitolata “Il cammino della Libertà”. Fu probabilmente la prima uscita allo scoperto di fondamentalisti thatcheriani/hayekiani. Quasi una prova generale, visto che – se ricordo bene – nessuno (a parte il sottoscritto) ebbe a ridire sul cloudell’esposizione: lo stand in cui si equiparava Franklin D. Roosevelt a Giuseppe Stalin, il New Deal ai Piani Quinquennali: «con il New Deal venne assegnata una funzione sempre più interventista al governo americano. La vecchia America liberale, che aveva sempre difeso l’autonomia dell’economia dall’azione dei politici, lasciava il posto a un regime di economia mista e ad un Welfare State di anno in anno più costoso e invadente»[9].

Ebbene, nel comitato scientifico dell’associazione apparivano “i soliti noti”, che ritroveremo altrove: oltre al Cisnetto, Salvatore Carrubba e Piero Ostellino. Questo il quadro a sommi capi.

In sostanza: una pattuglia sparsa per la penisola che ormai sta sparando la sua “ultima raffica”, aggrappandosi all’icona thatcheriana come boa di salvataggio per il proprio essere “borghese piccolo, piccolo” con pretesa di piantare le tende sul tetto del mondo. E da cui ora ne viene fatta definitivamente precipitare in caduta libera, nell’accelerazione dei moti rotatori del tempo e del pianeta.

P.S. sullo stato dell’arte della carta stampata. Che il thatcherismo un tanto al chilola faccia da padrone nelle testate dei boss della finanza non stupisce. Spiace – piuttosto – constatare lo spazio che la Repubblica concede all’attivismo polemico di questi fanatici banditori. Su cui lo stesso Eugenio Scalfari, proprio nella sua rubrica su l’Espresso, esprimeva perplessità[10]. Testuale: «De Nicola è un liberista fndamentalista, ma possono stare insieme questi due termini?».

NOTE

[1] Film del 1977, regia di Robert Bresson [2] Film del 1939, regia di George Cukor[3] A. De Nicola, “la lezione di Iron Lady”, la Repubblica 9 febbraio 2012 [4] T. Judt, L’età dell’oblio, Laterza, Bari 2011 pag. 121 [5] T. Judt, Guasto è il mondo, Laterza, Bari 2011 pag. 73 [6] F. Hayek, La società libera, Vallecchi, Firenze 1969 pag. 155 [7] S.Ricossa, prefazione a La sovranità del consumatore di Bruno Leoni, Ideazione Editrice, Roma 1997 [8] S. Halimi, Il grande balzo all’indietro, Fazi, Roma 2006 pag. 208 [9] C. Lottieri e L. M. Bassani, Il cammino della libertà,catalogo della mostra 1999 [10] E. Scalfari, “Il vetro soffiato”, l’Espresso 19 gennaio 2012 di Pierfranco Pellizzetti, da MicroMega 2/2012

Vescovi all’Aspen

Lunedì, 8 Aprile 2013

Inutile girarci intorno: pur di entrarvi in pianta stabile sarebbero disposti a fare carte false. Troppo forte la tentazione esercitata dall’Aspen, ormai sempre più crocevia di lobby, relazioni e affari a 360 gradi. Basta andare a guardare l’elenco dei soci ordinari dell’Aspen Institute Italia, inserita nel network che fa capo all’Aspen americana, per farsi un’idea. La lista, riservata, è gelosamente custodita dall’associazione, ma LaNotiziagiornale ne è venuta in possesso. In essa spuntano ben 226 nominativi, non senza gustose sorprese. All’interno, tanto per dirne una, ci sono anche tre big del Vaticano. In primis spicca monsignor Rino Fisichella, presidente del Pontificio consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione, ovvero uno dei più importanti dicasteri vaticani. Accanto a lui, sempre in qualità di socio ordinario Aspen, c’è Giovanni Giudici, vescovo di Pavia e membro della Commissione episcopale per i problemi sociali e del lavoro all’interno della Cei. E compare anche Vincenzo Paglia, vescovo di Terni e presidente della Commissione episcopale per l’ecumenismo e il dialogo. Tutti e tre, tra l’altro, oltre a essere inquadrati come soci ordinari dell’associazione siedono anche nel suo consiglio generale. In quest’ultima veste, in particolare, si trovano a condividere la struttura Aspen in cui sono inseriti manager pubblici, privati, banchieri, finanzieri e politici di ogni estrazione. Prova del fatto che la rete dell’Aspen, con tutte le sue implicazioni a livello di dibattito e conseguenti legami, è a dir poco ambita. Come si apprende dal sito internet dell’associazione, si diventa soci ordinari per “fama accademica ed eccellenza professionale”. Ma da questi “elevati” requisiti all’attività di lobby il passo è così breve che spesso si può stare quasi fermi.

NAPOLITANO E I SUOI “SAGGI”
Dall’Aspen passano le massime cariche istituzionali. Nei giorni scorsi LaNotiziagiornale ha ricordato come tra i soci figurino anche tre profili oggi in corsa per il Qurinale, ossia Romano Prodi, Massimo D’Alema e Giuliano Amato. Ma socio e componente del consiglio generale dell’associazione è anche il capo dello stato, Giorgio Napolitano. E come soci ordinari troviamo buona parte dei suoi “saggi”, cioè le personalità a cui il presidente della repubblica ha assegnato il compito di formulare proposte di riforme economico-istituzionali da sottoporre al parlamento. Allora ecco venir fuori l’ex presidente della camera Luciano Violante, la mente economica della Lega Giancarlo Giorgetti e il ministro “montiano” delle politiche comunitarie Enzo Moavero Milanesi.

 Le presenze che non ti immagini. Già, perché tra i vari manager, banchieri e politici che frequentano le stanze dell’Aspen ci sono anche scrittori e registi, alcuni dei quali di area di centrosinistra. Ancora nella veste di soci, per esempio, troviamo gli scrittori Umberto Eco e Claudio Magris. Ma anche registi come Carlo Lizzani e Cristina Comencini, figlia di Luigi Comencini. Si tratta solo di alcuni esempi che servono a far capire, se ancora ce ne fosse bisogno, come nel network tutti possano individuare spunti di interesse.

SOLDI DA SOCIETÀ PUBBLICHE
Che poi l’Aspen piace da morire alle società pubbliche italiane. Che naturalmente non tirano indietro la mano quando si tratta di far affluire finanziamenti. Nella lista dei soci sostenitori, liberamente consultabile su internet, c’è almeno una ventina di spa partecipate dallo Stato e dagli enti locali.

Ci sono Rai, Eni, Enel, Finmeccanica, Fincantieri, Sea, Cassa depositi e prestiti, Acea, Poste Italiane, Sace, Simest e chi più ne ha più ne metta. E molti dei loro vertici siedono nel consiglio generale dell’Aspen: Fulvio Conti (Enel), Alessandro Castellano (Sace), Franco Bassanini (Cdp), Giuseppe Recchi (Eni), Anna Maria Tarantola (Rai). Stefano Sansonetti per www.lanotiziagiornale.it

 

Le fragili fondamenta della sovranità del mercato (by Leozappa)

Venerdì, 29 Marzo 2013

“Caduti gli dei, non sono però cadute le ipostasi” – ammonisce Roberto Calasso – “allora il mondo finisce per darsi a quel goffo, sinistro corteo che Stirner aveva descritto: alla Ragione, alla Libertà, all’Umanità, alla Causa”. Aggiunge la Rubrica: al Mercato. “Ma il risveglio da quelle ipostasi è amaro, più che da qualsiasi altra superstizione”. Non sappiamo se Calasso conosce Roger Gifford, banchiere e Lord Mayor della corporation che amministra la City di Londra. Ma l’intervista che quest’ultimo ha rilasciato al Corriere della sera, lo scorso 10 febbraio, ha suonato un brusco risveglio per coloro – in Italia, tanti, tantissimi – che pretendono di programmare la politica nazionale secondo il giudizio del Mercato. Nell’intervista – che trae spunto dall’annunciato referendum di David Cameron sulla adesione della Gran Bretagna alla Unione europea –  l’uomo che governa “il Miglio Quadrato, dove si concentra la più grande ricchezza finanziaria al mondo” ha dichiarato che il sogno della City è “un grande mercato senza politica comune”. Il de profundis dell’unione politica europea. Non si dica che il Mercato è una ipostasi; in tanti si ergono ad interpreti del Mercato e il giudizio del Mercato è stato invocato anche dalle più alte cariche dello Stato. Adesso, il Mercato fa sentire la sua voce: è quella del rappresentante della City, una delle maggiori piazze finanziarie del mondo, certamente la più grande in Europa. Ed è una voce che ha clamorosamente smentito coloro che, in questi mesi, in suo nome hanno accelerato l’integrazione europea comprimendo le sovranità nazionali. L’intervista smaschera anche il refrain dell’incertezza politica come causa di quella dei mercati. Dinanzi all’osservazione per la quale “l’uscita di Londra dall’Unione significa creare l’incertezza nei mercati”, Gifford è lapidario: “I mercati non ragionano così. Ai mercati l’incertezza e la volatilità piacciono quanto si accompagnano a dibattiti seri e approfonditi. Che paura si può avere se si discute di Europa sì o Europa no? Guardi il referendum sull’indipendenza scozzese. Per il Regno Unito è una pagina di storia. E i mercati stanno soffrendo? No, perché si ragiona. Il dibattito è positivo e fa bene ai mercati. Noi, servizi finanziari, siamo ben contenti perché in definitiva di che cosa si parla? Si parla di ottimizzare il mercato”.  Come si vede, il Lord Mayor non ha pudore a rivendicare che l’unico interesse del Mercato è il mercato stesso. La considerazione (che tante volte abbiamo sentito in questi anni) per la quale “Se l’Europa collassa, sulla City rischia di abbattersi uno tsunami” è liquidata, con sufficienza, da Gifford: “Primo: l’Europa non collassa. Ci saranno litigi ma non divorzi. Secondo: se anche dovesse accadere, sa che cosa dico? Che è molto difficile distruggere il denaro. Il denaro può scappare ma non può essere distrutto. Londra e la City sono l’hub dell’Europa e lo resteranno. E in ogni caso è qui che arrivano i capitali cinesi, asiatici, arabi, americani. La City è solidissima”. E’ un vero peccato che il Corriere abbia relegato l’intervista a pagina 12, taglio basso. E’ una vera lezione di politica economica: il Mercato ha come fine il Mercato. Essenzialmente: guarda alla politica come strumento per la sua espansione e consolidamento e ne giudica le scelte solo in questa prospettiva. L’Unione europea non è un obiettivo del Mercato, ma può esserlo qualora utile al suo potenziamento. “La City è pronta a scommettere sulla crescita dell’Europa?” chiede il Corriere. “Noi siamo pronti”, replica il capo della City, ma quella a cui il Mercato è, dichiaratamente, interessato è solo “l’Europa che discute senza paura su come oliare il suo mercato, su come accendere il motore e su come abbattere le barriere burocratiche”. Sono caduti gli dei e il loro posto è stato preso dal “sinistro corteo” delle ipostasi stirneriane. Ma, come avvertito da Calasso, il risveglio è amaro, amarissimo dopo l’intervista di Roger Gifford che ha svelato le fragili fondamenta dell’ideologia della sovranità del mercato che, in questi anni, ha plasmato le politiche di governo in Italia e in Europa.  a.m. leozappa formiche

Un mondo in frantumi (by Solzenicyn)

Venerdì, 15 Febbraio 2013

Sono lieto della possibilità che mi si offre di salutare i neolaureati del 327-esimo anno dell’antica università di Harvard e mi congratulo di cuore con loro e con tutti gli ex allievi qui presenti.
Il motto della vostra università è «Veritas». Alcuni di voi già sanno, e altri lo apprenderanno nel corso della loro vita, che la verità fugge via in un attimo non appena si indebolisce l’intensità del nostro sguardo, e ci lascia però nell’illusione di continuare a seguirla. Da ciò derivano molte divergenze. E ancora: raramente la verità è dolce, più spesso è amara. Questa amarezza è presente anche nel discorso odierno ma io ve lo porto non da nemico, bensì da amico.
Tre anni fa, negli Stati Uniti, ho dovuto dire cose che molti hanno respinto, non hanno voluto accogliere, e che oggi sono largamente accettate. (* Allusione ai discorsi pronunciati a Washington e New York nel giugno-luglio 1975, alla vigilia della Conferenza di Helsinki sui pericoli di una distensione equivoca e unilaterale. Ed it.: Discorsi americani, Arnoldo Mondatori Editore, Milano 1976 (N.d.c.))

UN MONDO IN FRANTUMI
La spaccatura del nostro mondo è evidente perfino a uno sguardo frettoloso. Qualsiasi nostro contemporaneo distingue infatti nel mondo quantomeno due forze contrapposte ormai in grado di annientarsi reciprocamente. Ma spesso ci si limita proprio a questa raffigurazione politica e all’illusione che il pericolo possa comunque essere scongiurato grazie a opportuni contatti diplomatici o all’equilibrio degli armamenti. In realtà il mondo è percorso da crepe più profonde, più larghe e più numerose di quanto non appaia al primo sguardo e questa frantumazione profonda e multiforme è gravida per tutti noi di vari rischi mortali. Secondo l’antica verità per la quale qualsiasi regno diviso contro se stesso – oggi la nostra Terra – è destinato a perire.
I MONDI CONTEMPORANEI
C’è il concetto “terzo mondo” e dunque fanno già tre mondi. Ma ce ne sono indubbiamente altri che non arriviamo a distinguere, perché ne siamo troppo lontani. Ogni antica cultura autonoma, diffusa per di più su una parte abbastanza ampia della superficie della Terra, costituisce già un mondo a parte, pieno di misteri e di incognite per il pensiero occidentale. È il caso, come minimo, della Cina, dell’India e dell’insieme mondo musulmano-Africa, sempre che si possa, sia pure approssimativamente, riunire questi due mondi in uno solo. È stato, nel corso di mille anni, il caso della Russia, benché il pensiero occidentale si sia sistematicamente rifiutato di riconoscere la sua originalità e in tal modo non l’abbia mai capita, come continua a non capirla anche oggi, nel periodo della cattività comunista. E se è vero che il Giappone è sempre più diventato, nel corso degli ultimi decenni, “Estremo Occidente”, perché s’è aggregato sempre più strettamente al mondo occidentale (qui son cattivo giudice), penso che, ad esempio, lo Stato d’Israele, al contrario, presenti almeno un tratto fondamentale che impedisce di riferirlo all’Occidente: il suo regime politico fondamentalmente legato alla religione.
Come è ancora relativamente vicino il tempo in cui il piccolo mondo neoeuropeo conquistava una colonia dopo l’altra su tutta la Terra, non solo senza prevedere una seria resistenza, ma di solito con un profondo disprezzo per tutti i valori che potessero essere racchiusi nella concezione del mondo dei popoli conquistati! Il successo sembrava sbalorditivo, le frontiere geografiche non esistevano più. Nello sviluppo della società occidentale si celebravano i fasti dell’uomo, della sua autonomia e potenza. Ed ecco che all’improvviso, nel XX secolo, si è visto – e con quale chiarezza! – che questa società era fragile e costruita sul vuoto di vertiginosi precipizi. E siamo ora in grado di valutare quanto questa conquista sia stata breve e precaria (il che testimonia anche, evidentemente, che quella concezione del mondo che aveva generato siffatte conquiste era viziata). Attualmente il rapporto tra le metropoli e le colonie di un tempo si è capovolto e spesso il mondo occidentale, passando all’altro estremo, dà prova di una compiacenza servile. Tuttavia è difficile prevedere a quanto ammonterà in definitiva il conto presentato dalle ex colonie e dire se l’Occidente finirà mai di pagarlo, anche quando avrà restituito le sue ultime terre coloniali e dato per giunta tutto ciò che possiede.
LA CONVERGENZA
Tuttavia una persistente cecità – che nasce da un senso di superiorità illusorio – induce a credere che tutte le vaste zone in cui è diviso il nostro pianeta debbano seguire uno sviluppo che le porterà a sistemi analoghi a quelli occidentali attuali, i più avanzati da un punto di vista teorico, i più attraenti da un punto di vista pratico; che tutti gli altri mondi siano solo temporaneamente trattenuti – vuoi da cattivi governanti o da sconvolgimenti interni, o dalla barbarie e l’incomprensione – dal lanciarsi sulla via della democrazia pluripartitica di tipo occidentale e dall’adottare il modo di vita dell’Occidente. E ogni paese viene giudicato sulla base del suo grado di avanzamento su questa via. ma in realtà questa concezione è nata dall’incomprensione da parte dell’Occidente dell’essenza degli altri mondi, che vengono arbitrariamente misurati col metro occidentale. Il quadro reale dello sviluppo del nostro pianeta è ben diverso.
Il malessere provocato dalla frantumazione del mondo ha anche dato vita alla teoria della convergenza tra il più avanzato Occidente e l’Unione Sovietica, teoria ingannevole che ha quantomeno il torto di trascurare il fatto che lo sviluppo di ciascuno di questi mondi non li conduce assolutamente verso una fusione, e anzi è inimmaginabile che uno dei due mondi si possa trasformare sul modello dell’altro senza ricorso alla violenza. A ciò si aggiunga che la convergenza implica necessariamente che ognuna delle due parti adotti anche i vizi dell’altra parte, fatto che non si vede come possa essere auspicato.
Se questo discorso di oggi lo pronunciassi nel mio paese, avrei scelto di porre l’accento, in questo schema generale della frantumazione del mondo, sulle disgrazie dell’Oriente. ma poiché da quattro anni sono costretto a vivere qui poiché mi trovo dinnanzi ad un uditorio occidentale, sarà più utile che presenti, così come io li vedo, alcuni tratti dell’Occidente contemporaneo.
IL DECLINO DEL CORAGGIO
Il declino del coraggio è nell’Occidente d’oggi forse ciò che più colpisce uno sguardo straniero. Il coraggio civico ha disertato non solo il mondo occidentale nel suo insieme, ma anche ognuno dei paesi che lo compongono, ognuno dei suoi governi, ognuno dei suoi partiti, nonché, beninteso, l’Organizzazione delle nazioni unite. Questo declino del coraggio è particolarmente avvertibile nello strato dirigente e nello strato intellettuale dominante, e da qui deriva l’impressione che il coraggio abbia disertato la società nel suo insieme. Naturalmente ci sono ancora numerose persone individualmente coraggiose, ma non sono loro a dirigere la vita della società. I funzionari politici e intellettuali manifestano questo declino, questa fiacchezza, questa irrisolutezza nei loro atti, nei loro discorsi e soprattutto nelle considerazioni teoriche che si premurano di esibire dimostrandovi che questo modo d’agire, che basa la politica di uno Stato sulla vigliaccheria e il servilismo, è pragmatico, razionale e giustificato da qualsiasi elevato punto di vista intellettuale e perfino morale lo si consideri. Questo declino del coraggio, che sembra talvolta arrivare fino alla perdita di ogni traccia di virilità, assume poi una particolare sfumatura ironica nei casi in cui i medesimi funzionari sono presi da subitanei accessi di braveria e intransigenza nei confronti dei governi senza forza, di paesi deboli che nessuno sostiene o di correnti condannate da tutti, che manifestamente non sono in grado di reagire in alcun modo. Ma la loro lingua si secca e le loro braccia si paralizzano di fronte ai governi potenti e alle forze minacciose, di fronte agli aggressori e all’Internazionale del terrore.
C’è bisogno di ricordare che il declino del coraggio è stato sempre considerato, sin dai tempi antichi, il segno precorritore della fine?
IL BENESSERE
Quando si sono costituiti, gli Stati occidentali moderni hanno proclamato il seguente principio: il governo deve essere al servizio dell’uomo e l’uomo vive su questa Terra per godere della libertà e cercare la felicità (vedi ad esempio la Dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti d’America). Ora, nel corso degli ultimi decenni, il progresso tecnico e il progresso sociale hanno finalmente permesso che si realizzasse questo sogno: uno Stato che assicuri il benessere generale. Ogni cittadino ha ricevuto l’ambita libertà nonché la quantità e la qualità dei beni materiali che avrebbero dovuto assicurare la sua felicità – perlomeno in quell’accezione immiserita del termine che ha preso piede nel corso degli stessi decenni. (Si è trascurato solo un piccolo dettaglio psicologico: il costante desiderio di possedere sempre di più, e sempre meglio, e la lotta accanita ch’esso comporta imprimono su molti visi occidentali il marchio della preoccupazione e persino della prostrazione, nonostante gli usi prescrivano che sentimenti del genere devono essere accuratamente dissimulati. Questa concorrenza attiva e serrata assorbe tutti i pensieri dell’uomo ed è ben lontana dal favorire il suo libero sviluppo spirituale). Ognuno si vede assicurare la piena indipendenza in rapporto a molte forme di pressione statale, la maggioranza dispone di un’agiatezza inimmaginabile soltanto una o due generazioni fa, si può ormai educare la gioventù nello spirito dei nuovi ideali, chiamandola alla fioritura fisica e alla felicità, preparandola a disporre di cose, di denaro, di svaghi, abituandole a una libertà di godimento pressoché illimitata, e allora ditemi: in nome di chi, e a che scopo certuni dovrebbero strapparsi da tutto questo e rischiare la loro preziosa vita per la difesa del bene comune, specialmente nella nebulosa eventualità che si debba difendere la sicurezza del proprio popolo in un paese per il momento ancora lontano?
È noto perfino in biologia: condizioni troppo favorevoli non sono vantaggiose per gli esseri viventi. E oggi è nella vita della società occidentale che il benessere ha cominciato a rivelare il suo volto funesto.
LA VITA GARANTITA DALLA LEGGE
In conformità ai propri obiettivi la società occidentale ha scelto la forma dell’esistenza che le era più comoda e che definirei giuridica. I limiti (molto larghi) dei diritti e del buon diritto di ogni uomo sono definiti dal sistema delle leggi. A forza di attenersi a queste leggi, di muoversi al loro interno e di destreggiarsi nel loro fitto ordito, gli occidentali hanno acquisito in materia una grande e salda perizia. (Ma le leggi restano comunque così complesse che il semplice cittadino non è in grado di raccapezzarcisi senza l’aiuto di uno specialista). Ogni conflitto riceve una soluzione giuridica, e questa viene considerata la più elevata. Se un uomo si trova giuridicamente nel proprio diritto, non si può chiedergli niente di più. Provategli a dirgli, dopo la suprema sanzione giuridica, che non ha completamente ragione, provatevi a consigliargli di limitare da se stesso le sue esigenze e a rinunciare a quello che gli spetta di diritto, provatevi a chiedergli di affrontare un sacrificio o dio correre un rischio gratuito… vi guarderà come si guarda un idiota. L’autolimitazione liberamente accettata è una cosa che non si vede quasi mai: tutti praticano per contro l’autoespansione, condotta fino all’estrema capienza delle leggi, fino a che le cornici giuridiche cominciano a scricchiolare. (Giuridicamente, sono del tutto irreprensibili le compagnie petrolifere quando acquistano il brevetto di invenzione di una nuova forma di energia per impedirne l’utilizzazione. Giuridicamente sono irreprensibili coloro che avvelenano i prodotti alimentari per prolungarne la conservazione: il pubblico resta pur sempre libero di non acquistarne).
Io che ho passato tutta la mia vita sotto il comunismo affermo che una società dove non esiste una bilancia giuridica imparziale è una cosa orribile. nemmeno una società che dispone in tutto e per tutto solo della bilancia giuridica può dirsi veramente degna dell’uomo. Una società che si è installata sul terreno della legge, senza voler andare più in alto, utilizza solo debolmente le facoltà più elevate dell’uomo.Il diritto è troppo freddo e troppo informale per esercitare una influenza benefica sulla società. Quando tutta la vita è compenetrata dai rapporti giuridici, si determina un’atmosfera di mediocrità spirituale che soffoca i migliori slanci dell’uomo.
E contare di sostenere le prove che il secolo prepara reggendo solo sui soli puntelli giuridici sarà per l’innanzi sempre meno possibile.
LIBERTÀ: DELL’IRRESPONSABILITÀ?
Nella società occidentale di oggi è avvertibile uno squilibrio fra la libertà di fare il bene e la libertà di fare il male. Un uomo politico che voglia realizzare, nell’interesse del suo paese, una qualche opera importante, si trova costretto a procedere a passi prudenti e perfino timidi, assillato da migliaia di critiche affrettate (e irresponsabili) e bersagliato com’è dalla stampa e dal Parlamento. Deve giustificare ogni passo che fa e dimostrarne l’assoluta rettitudine. Di fatto è escluso che un uomo fuori dall’ordinario, un grande uomo che si riprometta di prendere delle iniziative insolite e inattese, possa mai dimostrare ciò di cui è capace: riceverebbe tanti di quegli sgambetti da doverci rinunciare fin dall’inizio. Ed è così che col pretesto di controllo democratico si assicura il trionfo della mediocrità.
Per contro è cosa facilissima scalzare l’autorità dell’Amministrazione, e in tutti i paesi occidentali i poteri pubblici sono considerevolmente indeboliti. la difesa dei diritti del singolo giunge a tali eccessi che la stessa società si trova disarmata davanti a certi suoi membri: è giunto decisamente il momento per l’Occidente di affermare non tanto i diritti della gente, quanto i suoi doveri.
Al contrario la libertà di fare il bene, la libertà di distruggere, la libertà dell’irresponsabilità, ha visto aprirsi davanti a sé vasti campi d’azione. La società si è rivelata scarsamente difesa contro gli abissi del decadimento umano, per esempio contro ‘utilizzazione della libertà per esercitare una violenza morale sulla gioventù: si pretende che il fatto di poter proporre film pieni di pornografia, di crimini o di satanismo costituisca anch’esso una libertà, il cui contrappeso teorico è la libertà per i giovani di non andarli a vedere. Così la vita basata sul giuridismo si rivela incapace di difendere perfino se stessa contro il male e se ne lascia poco a poco divorare.
E che dire degli oscuri spazi in cui si muove la criminalità vera e propria? L’ampiezza dei limiti giuridici (specialmente in America) costituisce per l’individuo non solo un incoraggiamento a esercitare la sua libertà ma anche un incoraggiamento a commettere certi crimini, poiché offre al criminale la possibilità di sfuggire al castigo o di beneficiare di un’immeritata indulgenza, grazie magari al sostegno di un migliaio di voci che si leveranno in suo favore. E quando in un paese i poteri pubblici affrontano con durezza il terrorismo e si prefiggono di sradicarlo, l’opinione pubblica li accusa immediatamente di aver calpestato i diritti civili dei banditi. Ci sono al riguardo numerosi esempi.
La libertà non ha così deviato verso il male in un colpo solo, c’è stata un’evoluzione graduale, ma credo si possa affermare che il punto di partenza sia stato la filantropica concezione umanistica per la quale l’uomo, padrone del mondo, non porta in sé alcun germe del male, e tutto ciò che vi è di viziato nella nostra esistenza deriva unicamente da sistemi sociali erronei che è importante appunto correggere. Che strano però:l’Occidente, dove le condizioni sociali sono le migliori, presenta una criminalità indiscutibilmente elevata e decisamente più forte nel nell’Unione Sovietica, con tutta la sua miseria e il disprezzo della legge. (Da noi, nei campi di lavoro, ci sono moltissimi detenuti definiti comuni, che in realtà, nella stragrande maggioranza, non sono affatto criminali, ma gente che ha cercato di difendersi con mezzi non giuridici contro uno Stato senza legge)
LIBERTÀ E RESPONSABILITÀ DEI MEZZI D’INFORMAZIONE
Anche la stampa (uso il termine “stampa” per designare tutti i mass media) gode naturalmente della massima libertà. ma come la usa?
Lo sappiamo già: guardandosi bene dall’oltrepassare i limiti giuridici ma senza alcuna vera responsabilità morale se snatura i fatti e deforma le proporzioni. Un giornalista e il suo giornale sono veramente responsabili davanti ai loro lettori o davanti alla storia? Se, fornendo informazioni false o conclusioni erronee, capita loro di indurre in errore l’opinione pubblica o addirittura di far compiere un passo falso a tutto lo Stato, li si vede mai dichiarare pubblicamente la loro colpa? No, naturalmente, perché questo nuocerebbe alle vendite. In casi del genere lo Stato può anche lasciarci le penne, ma il giornalista ne esce sempre pulito. Anzi, potete giurarci che si metterà a scrivere con rinnovato sussiego il contrario di ciò che affermava prima.
La necessità di dare una informazione immediata e che insieme appaia autorevole costringe a riempire le lacune con delle congetture, a riportare voci e supposizioni che in seguito non verranno mai smentite e si sedimenteranno nella memoria delle masse. Quanti giudizi affrettati, temerari, presuntuosi ed erronei confondono ogni giorno il cervello di lettori e ascoltatori e vi si fissano! la stampa ha il potere di contraffare l’opinione pubblica e anche quello di pervertirla. Così, la vediamo coronare i terroristi del lauro di Erostato, svelare perfino i segreti della difesa del proprio paese, violare impunemente la vita privata delle celebrità al grido «Tutti hanno il diritto di sapere tutto» (slogan menzognero per un secolo di menzogna, perché assai al di sopra di questo diritto ce n’è un altro, perduto oggigiorno: il diritto per l’uomo di non sapere, di non ingombrare la sua anima divina di pettegolezzi, chiacchiere, oziose futilità. Chi lavora veramente, chi ha la vita colma, non ha affato bisogno di questo fiume pletorico di informazioni abbrutenti).
È nella stampa che si manifestano, più che altrove, quella superficialità e quella fretta che costituiscono la malattia mentale del XX secolo. Penetrare in profondità i problemi è controindicato, non è nella sua natura, essa si limita ad afferrare al volo qualche elemento di effetto.
E, con tutto questo, la stampa è diventata la forza più importante degli Stati occidentali, essa supera per potenza i poteri esecutivo, legislativo e giudiziario. Ma chiediamoci un momento: in virtù di quale legge è stata eletta e a chi rende conto del suo operato? Se nell’Est comunista un giornalista viene apertamente designato dall’alto come ogni altro funzionario statale, chi sono gli elettori cui i giornalisti occidentali devono invece la posizione di potere che occupano? E per quanto tempo la occupano? E con quale mandato?
E infine c’è un altro tratto inatteso per un uomo che proviene dall’Est totalitario, dove la stampa è rigidamente unificata: se si considera la stampa occidentale nel suo insieme, si scopre che anch’essa presenta degli orientamenti uniformi, nella stessa direzione (quella del vento del secolo), dei giudizi mantenuti entro determinati limiti accettati da tutti e forse anche degli interessi corporativi comuni, e tutto ciò ha per risultato non la concorrenza ma una certa unificazione. E se la stampa gode di una libertà senza freno, non si può dire altrettanto dei suoi lettori: infatti i giornali danno rilievo risonanza soltanto a quelle opinioni che non sono troppo in contraddizione con quelle dei giornali stessi e della tendenza generale della stampa di cui si è detto.
LE IDEE ALLA MODA
In Occidente, anche senza bisogno della censura, viene operata una puntigliosa selezione che separa le idee alla moda da quelle che non lo sono, e benché queste ultime non vengano colpite da alcun esplicito divieto, non hanno la possibilità di esprimersi veramente né nella stampa periodica, né in un libro, né da alcuna cattedra universitaria. Lo spirito dei vostri ricercatori è si libero, giuridicamente, ma in realtà impedito dagli idoli del pensiero alla moda. senza che ci sia, come all’Est, un’aperta violenza, quella selezione operata dalla mode, questa necessità di conformare ogni cosa a dei modelli standardizzati, impediscono ai pensatori più originali e indipendenti di apportare il loro contributo alla vita pubblica e determinano il manifestarsi di un pericoloso spirito gregario che è di ostacolo a qualsiasi sviluppo degno di questo nome. Da quando sono in America, ho ricevuto lettere da persone straordinariamente intelligenti, ad esempio da un certo professore di un college sperduto in una remota provincia, che potrebbe davvero fare molto per rinnovare e salvare il suo paese: ma il paese non potrà mai sentirlo perché i media non lo appoggiano. Ed è così che i pregiudizi si radicano nelle masse, che la cecità colpisce un intero paese, con conseguenze che nel nostro secolo dinamico possono risultare assai pericolose.
Prendiamo ad esempio l’illusoria rappresentazione che si ha dell’attuale situazione del mondo: essa forma attorno alle teste una corazza così dura che nessuna delle voci che ci provengono da 17 paesi dell’Europa dell’Est e dell’Asia orientale riesce ad attraversarla, in attesa che l’implacabile maglio degli eventi la faccia volare in mille pezzi.
Ho enumerato alcuni tratti della vita occidentale che colpiscono il nuovo venuto. Le dimensioni e lo scopo di questo discorso non mi consentono di proseguire nell’analisi, mostrando quale riflesso abbiano questecaratteristiche della società occidentale in settori così importanti della vita di un paese come l’insegnamento elementare, l’insegnamento superiore delle scienze umane e l’arte.
IL SOCIALISMO
È l’Occidente, e quasi tutti lo riconoscono, a mostrare al mondo intero la via più vantaggiosa di sviluppo economico, perturbata negli ultimi tempi, questo è vero, da un’inflazione caotica. ma ci sono anche molte persone, in Occidente, che sono insoddisfatte della loro società, la disprezzano o le rimproverano di essere ormai inadeguata al livello di maturazione raggiunto dall’umanità. E questo induce molti a inclinare in direzione della corrente, falsa e pericolosa, del socialismo.
Nessuno dei presenti, spero, vorrà sospettarmi di aver sviluppato questa parziale critica del sistema occidentale allo scopo di promuovere al suo posto l’idea di socialismo. No, potendomi basare sull’esperienza del paese del socialismo realizzato, non proporrei in nessun caso un’alternativa socialista. Che il socialismo, in generale e in tutte le sue sfumature, sfoci nell’annientamento universale dell’essenza spirituale dell’uomo e nel livellamento dell’umanità nella morte, l’ha mostrato l’accademico Šafarevic nelle profonde analisi storiche, brillantemente argomentate, del suo libro Il socialismo; sono già quasi due anni che il libro èstato pubblicato in Francia e ancora non s’è trovato nessuno che gli replicasse. Tra non molto verrà pubblicato anche in America (* Ed. francese: Igor Chafarevich, Le Phénoméne socialiste, Paris , éd du Seuil, 1977. L’edizione italiana è in corso di preparazione presso «La Casa di Matriona» Coop. editoriale, Milano (N.d.c))
NON UN MODELLO
Ma, inversamente, se mi chiedessero: vorrebbe proporre al suo paese, come modello, l’Occidente così com’è oggi?, dovrei rispondere con franchezza: no, non potrei raccomandare la vostra società come ideale per la trasformazione della nostra. data la ricchezza di crescita spirituale che in questo secolo il nostro paese ha acquisito nella sofferenza, il sistema occidentale, nel suo attuale stato di esaurimento spirituale, non presenta per noi alcuna attrattiva. Già la semplice enumerazione delle caratteristiche della vostra esistenza induce al più nero sconforto.
È un fatto incontestabile: indebolimento del carattere dell’uomo dell’Ovest e il suo rafforzamento all’Est. Il nostro popolo, nel corso di sei decenni, e i popoli dell’Europa orientale, nel corso di tre, sono passati per una scuola spirituale che si lascia indietro di molto l’esperienza dell’Occidente. Una vita opprimente, complessa e mortale, vi ha forgiato dei caratteri più forti, più profondi e interessanti di quelli che si possono formare nella prospera e regolamentata vita dell’Occidente. per questo motivo, se la trasformazione della nostra società nella vostra significherebbe per certi aspetti un’evoluzione , per certi altri – e quanto importanti! – significherebbe invece un abbassamento. No, la società non può restare in un abisso senza leggi come da noi, ma è anche derisoria la proposta di collocarsi, come qui da voi, sulla superficie tirata a specchio di un giuridismo senz’anima. Un’anima umana piagata da decenni di violenza aspira a qualcosa di più elevato, di più caldo, di più puro di ciò che può oggi proporle l’esistenza di massa in Occidente, annunciata, a modo di biglietto da visita, dalla nauseante pressione della pubblicità, dall’abbrutimento della televisione e dai clamori di una musica insopportabile.
E tutto questo lo vedono numerosi osservatori, dai diversi mondi del nostro pianeta. Il modo di vita occidentale ha sempre meno possibilità di diventare il modo di vita dominante.
Ci sono avvertimenti sintomatici che la storia che la storia invia ad una società minacciata o in procinto di perire: ad esempio il declino delle arti o l’assenza di grandi uomini di Stato. Gli avvertimenti si fanno talvolta del tutto percettibili, diretti: il centro della vostra democrazia e della vostra civiltà è restato senza elettricità per qualche ora – niente di più – e subito intere folle di cittadini americani si sono abbandonate al saccheggio e alla violenza. A tal punto è sottile la pellicola! A tal punto è fragile la vostra struttura sociale, e carente di forze sane!
Non è un fatto del domani o di chissà quando: la battaglia – fisica, spirituale, cosmica! – per il vostro pianeta è già cominciata. Scatenando l’assalto decisivo già avanza e preme il male universale, e i vostri schermi cinematografici, le vostre pubblicazioni traboccano di sorrisi a comando e di calici alzati. Tanta allegria, e perché poi?
LA MIOPIA DEGLI ESPERTI
Tutti i vostri uomini di Stato più in vista (come Gorge Kennan) lo dicono: una volta entrati nell’ambito della grande politica, non possiamo più attenerci a criteri d’ordine morale. Ebbene, è proprio questo, questa confusione e del bene e del male, del buon diritto e del torto, che prepara meglio di qualsiasi altra cosa il terreno per il trionfo assoluto del Male assoluto nel mondo. Alla strategia mondiale accuratamente elaborata del comunismo l’Occidente può opporre solo i più elevati criteri morali, mentre le considerazioni opportunistiche e contingenti sono destinate in ogni caso a crollare di fronte all’opposta strategia globale. A partire da un certo livello di problemi, il pensiero giuridico si paralizza e impedisce di vedere le dimensioni reali e il senso degli avvenimenti.
Malgrado la molteplicità dell’informazione – o forse in una certa misura proprio a causa di essa – il mondo occidentale si orienta molto male nella realtà attuale. È stato il caso delle previsioni perlomeno umoristiche, di certi esperti americani che sentenziarono che nell’Angola l’Unione Sovietica avrebbe trovato il suo Vietnam, o che il miglior sistema per moderare l’impudenza delle spedizioni africane di Cuba fosse di fare la corte a questo paese. È anche il caso dei consigli rivolti da Kennan al suo paese di procedere a un disarmo unilaterale. Ah, se solo sapeste come se la ridono dei vostri sapientoni politici, i più pivelli dei consiglieri della Piazza Vecchia! (*La Piazza Vecchia è la sede del Comitato Centrale del Partito comunista dell’URSS; è la vera denominazione ci ciò che gli Occidentali chiamano convenzionalmente “il Cremino”.) Quanto a Fidel Castro, evidentemente considera gli Stati Uniti un’entità trascurabile visto che non si perita, pur essendo vostro vicino, di lanciare le sue truppe in avventure lontane.
Ma l’errore più grossolano e crudele è stato commesso in rapporto alla guerra nel Vietnam. Gli uni volevano sinceramente la cessazione più rapida possibile di qualsiasi conflitto, gli altri pretendevano che si dovesse dar libero corso alla autodeterminazione nazionale o comunista del Vietnam (o della Cambogia, come si vede oggi in modo particolarmente chiaro). E invece risulta che i membri del movimento pacifista americano hanno contribuito, di fatto, a tradire i popoli dell’Estremo oriente, si sono resi complici del genocidio e della sofferenza che squassano laggiù trenta milioni di uomini. Ma questi gemiti li sentono o no, ora, codesti pacifisti ad oltranza? Riconoscono almeno ora la responsabilità che portano? O preferiscono chiudere le orecchie? I nervi della società colta americana hanno ceduto e il risultato è che la minaccia si è fortemente avvicinata agli stessi Stati Uniti. Ma non si vuole riconoscerlo. Quel vostro uomo politico dalla vista corta che ha firmato in fretta e furia l’atto di capitolazione del Vietnam sembrava aver dato all’America l’opportunità di una tregua spensierata ed ecco invece che già sta crescendo sotto i vostri occhi un Vietnam centuplicato. Il piccolo Vietnam vi era stato inviato a titolo di avvertimento e come occasione di mobilitare il vostro coraggio. Ma se la potente America s’è vista infliggere una sonora sconfitta perfino da un minuscolo semipaese, su quale forza può mai contare l’Occidente per resistere in futuro?
Ho già avuto occasione di dire che nel XX secolo la democrazia occidentale non ha mai vinto una sola grande guerra con le sue forze: ogni volta si è fatta proteggere da un potente alleato continentale, senza star troppo a sindacare la sua concezione del mondo. Così nella seconda guerra mondiale contro Hitler invece di vincere la guerra con le sue forze, che sicuramente erano a ciò sufficienti, ha contribuito a far crescere un nemico peggiore e ben più potente, perché Hitler non ha mai avuto tante risorse, uomini, idee esplosive, partigiani suoi nel mondo occidentale (una potente quinta colonna), come ne ha l’Unione Sovietica. E oggi in Occidente si sentono già risuonare altre voci: perché, nel caso di un nuovo conflitto mondiale non proteggersi con una forza straniera, stavolta la Cina? Tuttavia io non auguro una simile soluzione a nessuno al mondo; anche a tacere del fatto che sarebbe una nuova alleanza fatale con il Male, l’America ne ricaverebbe soltanto una tregua temporanea, ma poi, quando la Cina col suo miliardo di uomini si rivoltasse contro di lei armata di armata di armi americane, l’America stessa si troverebbe consegnata a un genocidio simile a quello che la Cambogia conosce nei nostri giorni.
LA PERDITA DELLA VOLONTÀ
Nessun armamento, per vasto e potente che sia, varrà mai ad aiutare l’Occidente finché questo non avrà riacquistato la sua volontà di difendersi. Quando ci si è così indeboliti spiritualmente, quando si invoca la capitolazione, l’arma stessa diventa un inutile fardello. Per difendersi bisogna anche essere disposti a morire, e questa disponibilità è piuttosto rara in una società cresciuta nel culto del benessere materiale. E allora restano solo le concessioni, i temporeggiamenti e i tradimenti. A Belgrado i liberi diplomatici occidentali hanno ceduto ignominiosamente, nella loro debolezza, le posizioni sulle quali i membri dei gruppi di Helsinki dell’URSS, pur in balia dell’arbitrio, non esitano in questo momento a dare la vita.
Il pensiero occidentale è diventato conservatore: purché si conservi l’attuale assetto del mondo, perché nulla cambi! Il vagheggiamento debilitante dello statu quo è il sintomo di una società che è arrivata alla fine del suo corso. Bisogna essere ciechi per non vedere che gli oceani hanno smesso di appartenere all’Occidente e che la superficie continentale dei suoi territori si riduce sempre più. Le due guerre cosiddette mondiali – che sono state ben lontane dall’esserlo veramente – sono consistite nel fatto che il piccolo Occidente, culla del progresso, si è distrutto da sé stesso nel suo interno, ponendo così le premesse della propria fine. La prossima guerra – non necessariamente nucleare, non credo molto a questa eventualità – può seppellire definitivamente la società occidentale.
E di fronte a questo pericolo, quando si ha alle spalle il patrimonio di tanti valori storici, con un tale livello di esperienza di libertà e di conclamata devozione ad essa, è mai possibile perdere a tal punto la volontà di difendersi?
L’UMANESIMO E LE SUE CONSEGUENZE
Come si è giunti a un rapporto di forze così svantaggioso per l’Occidente? Come ha fatto il mondo occidentale a cadere, dalla sua travolgente marcia trionfale, in un simile stato di impotenza? Ci sono state nel suo sviluppo delle svolte funeste, ha perduto la rotta? Sembrerebbe di no. L’Occidente non ha fatto che progredire e progredire ancora nella direzione sociale dichiarata, mano nella mano con uno smagliante Progresso tecnico. Ed ecco che all’improvviso si trova nell’attuale stato di debolezza.
E allora non resta che cercare l’errore alla radice stessa, alla base del pensiero dell’Età moderna. Mi riferisco alla concezione del mondo dominante in Occidente che, nata nell’epoca del Rinascimento, ha assunto forme politiche a partire dall’Illuminismo ed è alla base di tutte le scienze dello Stato e della società: la si potrebbe chiamare umanesimo razionalista o autonomia umanistica in quanto proclama e promuove l’autonomia dell’uomo da qualsiasi forza. Oppure ancora – e altrimenti – antropocentrismo: l’idea dell’uomo come centro di tutto ciò che esiste.
In sé la svolta del Rinascimento era evidentemente ineluttabile: il Medio Evo aveva esaurito le sue possibilità, l’annullamento dispotico della natura fisica dell’uomo a vantaggio della sua natura spirituale non era più sopportabile. Ma anche il nostro balzo dallo Spirito alla Materia è stato sproporzionato e senza misura. La coscienza umanistica, autodesignatasi a nostra guida, ha negato la presenza del male all’interno dell’uomo, non gli ha riconosciuto compito più elevato dell’acquisizione della felicità terrena e ha posto alla base della civiltà occidentale moderna la pericolosa tendenza a prosternarsi davanti all’uomo e ai suoi bisogni materiali. Al di fuori del benessere fisico e dall’accumulazione dei beni materiali, tutte le altre particolarità, tutti gli alti bisogni, più elevati e meno elementari dell’uomo, non sono stati presi in considerazione dai sistemi statali e dalle strutture sociali, come se l’uomo non avesse un significato più nobile da dare alla vita. E così in questi edifici sono stati lasciati vuoti pericolosi attraverso i quali oggi scarrozzano liberamente in ogni direzione le correnti del male. Da sola, la libertà pura e semplice non è assolutamente in grado di risolvere tutti i problemi dell’esistenza umana, e anzi può soltanto porne di nuovi.
Tuttavia, nelle prime democrazie, compresa quella americana alla sua nascita, tutti i diritti venivano riconosciuti alla persona umana solo in quanto creatura di Dio: in altre parole la liberà veniva conferita al singolo solo sotto condizione, presumendo una sua permanente responsabilità religiosa: tanto sentita era ancora l’eredità del millennio precedente. Solo duecento anni fa, ma anche cinquanta, in America sarebbe parso impossibile accordare all’uomo una libertà senza freni, così, per il soddisfacimento delle sue passioni. Tuttavia, da allora, in tutti i paesi occidentali questi limiti e condizionamenti sono stati erosi, ci si è definitivamente liberati dell’eredità morale dei secoli cristiani con le loro immense riserve di pietà e di sacrificio e i sistemi sociali hanno assunto connotati materialistici sempre più compiuti. In ultima analisi si può dire che l’Occidente abbia si difeso con successo, e perfino con larghezza, i diritti dell’uomo ma che nell’uomo si sia intanto completamente spenta la coscienza della sua responsabilità davanti a Dio e alla società. Durante questi ultimi decenni l‘egoismo legalistico della filosofia occidentale ha prevalso definitivamente e il mondo si ritrova in un’acuta crisi spirituale e in un vicolo cieco politico. E tutti i successi tecnici, cosmo compreso, del tanto celebrato progresso non sono stati in grado di riscattare la miseria presente morale nella quale è piombato il XX secolo e che non era stati possibile prevedere, neanche a partire dal secolo XIX secolo.
PARENTELE INASPETTATE
Più l’umanesimo, sviluppandosi, è diventato materialista, e più ha dato occasione alla speculazione da parte del socialismo e poi del comunismo. Così che Karl Marx ha potuto dire (1844): «il comunismo è un umanesimo naturalizzato».
E questa affermazione non è del tutto priva di senso: nelle fondamenta dell’umanesimo eroso come in quelle di qualsiasi socialismo è possibile discernere delle pietre comuni: materialismo senza limiti; libertà dalla religione e dalla responsabilità religiosa (portata, sotto il comunismo, fino alla dittatura antireligiosa); concentrazione di ogni energia sulla costruzione sociale e apparenza scientifica della cosa (i Lumi del XVIII secolo e il marxismo). Non è un caso che tutti i giuramenti verbali dei comunisti ruotino attorno all’uomo con la U maiuscola e alla sua felicità terrena. Sembrerebbe un accostamento mostruoso: la constatazione di tratti comuni nella concezione del mondo e del modo di vivere dell’Occidente d’oggi e in quelli dell’Oriente d’oggi, ma tale è la logica di sviluppo del materialismo.
Inoltre questo rapporto di parentela obbedisce a una legge che è la seguente: la corrente materialistica più forte, più attraente, più vittoriosa è sempre quella che si situa più a sinistra ed è quindi la più conseguente . E l’umanesimo, ormai completamente privo d’ogni traccia dell’eredità cristiana, non è in grado di resistere in questa competizione. Così nel corso dei secoli passati e particolarmente degli ultimi decenni , che hanno registrato un’acutizzazione del processo, il liberalismo è stato ineluttabilmente scalzato dal radicalismo, che a sua volta è stato costretto a cedere di fronte al socialismo il quale non a retto contro il comunismo. E se il sistema comunista ha potuto resistere e rafforzarsi nell’Est è precisamente per l’accanito e massiccio sostegno dell’intellettualità occidentale (sensibile ai legami di parentela), che non notava le sue scelleratezze o, quando proprio non poteva fare a meno di notarla, si sforzava comunque di giustificarle. E oggi è lo stesso: da noi all’Est il comunismo, da un punto di vista ideologico, ha subito un completo tracollo, vale ormai zero, o anche meno; è l’intellettualità occidentale a restare in larga misura sensibile alla sua attrazione e a conservargli le sue simpatie. Ed è questo che rende incomparabilmente difficile all’Occidente il compito di far fronte all’Est.
ALLA VIGILIA A DI UNA SVOLTA
Non esamino qui l’eventualità di una catastrofe bellica universale e i cambiamenti che essa comporterebbe nella società umana. Ma fintanto che continuiamo a svegliarci ogni giorno sotto un sole tranquillo, siamo tenuti a vivere la nostra vita di tutti i giorni. C’è comunque una catastrofe già in corso: la catastrofe della coscienza umanistica religiosa.
Questa coscienza ha fatto dell’uomo la misura di ogni cosa sulla Terra; dell’uomo imperfetto, mai esente dall’orgoglio, dalla cupidigia, dall’invidia, dalla vanità e da decine di altri difetti. Ed ecco che gli errori, sottostimati all’inizio del cammino, oggi si prendono una poderosa rivincita. Il cammino che abbiamo percorso a partire dal Rinascimento ha arricchito la nostra esperienza, ma ci ha fatto anche perdere quel Tutto, quel Più alto che un tempo costituiva un limite alle nostre passioni e alla nostra irresponsabilità. Abbiamo riposto troppe speranze nelle trasformazioni politico-sociali e il risultato è che ci viene tolto ciò che abbiamo di più prezioso: la nostra vita interiore. All’Est è il bazar del Partito a calpestarla, all’Ovest la fiera del commercio. Quello che fa paura, della crisi attuale, non è neanche il fatto della spaccatura del mondo, quanto che i frantumi più importanti siano colpiti d un’analoga malattia.
Se l’uomo fosse nato, come sostiene l’umanesimo, solo per la felicità, non sarebbe nato anche per la morte. Ma poiché è corporalmente votato alla morte, il suo compito su questa Terra non può essere che ancor più spirituale: non l’ingozzarsi di quotidianità, non la ricerca dei sistemi migliori di acquisizione, e poi di spensierata dilapidazione, dei beni materiali, ma il compimento di un duro e permanente dovere, così che l’intero cammino della nostra vita diventi l’esperienza di un’ascesa soprattutto morale: che ci rovi, al termine del cammino, creature più elevate di quanto non fossimo nell’intraprenderlo. Inevitabilmente dovremo rivedere la scala dei valori universalmente acquisita e stupirci della sua inadeguatezza ed erroneità.
È impossibile, ad esempio, che il giudizio sull’attività di un presidente debba derivare unicamente da quanto prendi di paga o dal fatto se la vendita della benzina è razionata o meno. Solo l’educazione volontaria in se stesso di un’autolimitazione pura e benefica innalza gli uomini al di sopra del fluire materiale del mondo.
Aggrapparsi oggi alle anchilosate formule dell’Illuminismo è da retrogradi. Questo dogmatismo sociale ci rende impotenti di fronte alle prove dell’era attuale.
Seppure ci verrà risparmiata la catastrofe di una guerra, la nostra vita, inevitabilmente, non potrà più restare quella che è ora, se non vorrà darsi da sé la morte. Non potremo far a meno di rivedere le definizioni fondamentali della vita umana e della società: l’uomo è veramente il criterio di ogni cosa? Veramente non esiste al di sopra dell’uomo uno Spirito supremo? Veramente la vita dell’uomo e l’attività della società devono anzitutto valutasi in termini di espansione materiale? Ed è ammissibile sviluppare questa espansione a detrimento della nostra vita interiore?
Il mondo è oggi alla vigilia, se non della propria rovina, di una svolta della storia, equivalente per importanza alla svolta dal Medio Evo al Rinascimento; e tal svolta esigerà da noi tutti un impeto spirituale, un’ascesa verso nuove altezze di intendimenti, verso un nuovo livello di vita dove non verrà più consegnata alla maledizione, come nel Medio Evo, la nostra natura fisica, ma neppure verrà, come nell’Era contemporanea, calpestata la nostra natura spirituale.
Quest’ascesa è paragonabile al passaggio a un nuovo grado antropologico. E nessuno, sulla Terra, ha alta via d’uscita che questa: andare più in alto.  Supplemento al n.10 di Litterae Communionis CL – 1978
Aleksandr Solženicyn  (testo integrale del discorso di Harvard)  a cura di Sergio Rapetti via sandrodiremigio

La cultura dei muri dritti (by Bruni)

Sabato, 9 Febbraio 2013

 

Di lavoro si discute molto, ma ci si sofferma troppo, se non esclusivamente, sui suoi aggettivi: precario, dipendente, autonomo, nero, eccetera. Mentre è elusa la domanda decisiva: che cosa è il lavoro? Eppure senza tentare di rispondere a questa domanda si resta solo sulla superficie del ‘fatto tutto umano’ del lavoro, terminando così il discorso proprio sull’uscio dei suoi luoghi più rilevanti.

Innanzitutto, dovremmo ricordarci che il lavoro è sempre attività spirituale, perché prima e dietro una qualsiasi attività lavorativa, da una lezione universitaria alla pulizia di un bagno, c’è un atto intenzionale di libertà, che è ciò che fa la differenza tra un lavoro ben fatto e un lavoro fatto male. Ed è quindi attività umana altissima in ogni contesto nel quale si compie.

Persino, e paradossalmente, in un lager, come ricordava Primo Levi in una sua memoria molto nota: «Ma ad Auschwitz ho notato spesso un fenomeno curioso: il bisogno del ‘lavoro ben fatto’ è talmente radicato da spingere a far bene anche il lavoro imposto, schiavistico. Il muratore italiano che mi ha salvato la vita, portandomi cibo di nascosto per sei mesi, detestava i nazisti, il loro cibo, la loro lingua, la loro guerra; ma quando lo mettevano a tirar su muri, li faceva dritti e solidi, non per obbedienza ma per dignità professionale».

Sono proprio la ‘dignità professionale’ e il ‘bisogno del lavoro ben fatto’ che si stanno progressivamente e inesorabilmente allontanando dall’orizzonte della nostra civiltà, che era stata invece fondata eminentemente su quei pilastri. L’etica delle virtù, che ha dato vita nei secoli anche all’etica delle professioni e dei mestieri, si basava su una regola aurea, una vera e propria pietra angolare dell’intera fabbrica civile: la prima motivazione del lavoro ben fatto si trova nella dignità professionale stessa.

La risposta alla ipotetica domanda: «Perché questo tavolo o questa visita medica vanno fatti bene?» era, in una tale cultura, tutta interna, intrinseca, a quel lavoro e a quella determinata comunità o pratica professionale. La necessaria e importante ricompensa, monetaria o di altro tipo, che si riceveva in contraccambio di quella opera, non era – e qui sta il punto – la motivazione del lavoro ben fatto, ma era solo una dimensione, certamente importante e co-essenziale, che si poneva su di un altro piano: era, in un certo senso, un premio o un riconoscimento che quel lavoro era stato fatto bene, non il suo ‘perché’.

La cultura economica capitalistica dominante, e la sua teoria economica, sta operando su questo fronte una rivoluzione silenziosa, ma di portata epocale: il denaro diventa il principale o unico ‘perché’, la motivazione dell’impegno nel lavoro, della sua qualità e quantità. Tutta la teoria economica del personale, che si basa esattamente su questa ipotesi antropologica, sta producendo lavoratori sempre più simili alla teoria.

È questa la cultura dell’incentivo, che si sta estendendo anche ad ambiti tradizionalmente non economici, come la sanità e la scuola, dove è divenuto normale pensare, e agire di conseguenza, che un maestro o un medico diventano buoni (eccellenti), solo se e solo in quanto adeguatamente remunerati e/o controllati. Peccato che una tale antropologia, parsimoniosa e quindi errata, sta producendo il triste risultato di riavvicinare sempre più il lavoro umano alla servitù se non alla schiavitù antica, perché chi paga non compra solo le prestazioni, ma anche le motivazioni delle persone e quindi la loro libertà. E dopo oltre un secolo e mezzo in cui abbiamo combattuto battaglie epocali di civiltà per la difesa dei diritti dei lavoratori dalla loro mercificazione e asservimento, oggi restiamo silenti e inermi di fronte al capitalismo contemporaneo che nel silenzio ideologico sta riducendo veramente il lavoro a merce, e non solo quello degli operai ma anche dei manager, sempre più proprietà delle imprese che li pagano, e li comprano.

Il disagio del mondo del lavoro è anche il frutto del dilagare incontrastato di questa anti-cultura del lavoro, che non vedendo il ‘bisogno del lavoro ben fatto’ come la vocazione più radicale presente nelle persone, tratta i lavoratori come moderni animali domabili con bastone (sanzione-controllo) e carota (incentivo).

E se trasformiamo così i lavoratori, non dobbiamo poi stupirci se le imprese si ritrovano persone pigre, opportuniste e (o perché?) infelici. Il capitalismo, a causa degli ‘occhiali antropologici’ sbagliati che ha purtroppo inforcato, non capisce che quell’animale simbolico che chiamiamo homo sapiens ha bisogno di molto di più del denaro per dare il meglio di sé al lavoro, ha pensato di poterlo ‘addestrare’ (parola oggi di nuovo troppo usata da manager e ministri) e controllare, senza ancora riuscirci del tutto.

Grazie a Dio. C’è, allora, un urgente bisogno di una nuova-antica cultura del lavoro, che, senza guardare nostalgicamente indietro guardi politicamente avanti, torni a scommettere sulle straordinarie risorse morali presenti in tutti i lavoratori, che si chiamano libertà e dignità, che non possono essere comprate, ma solo donate dal lavoratore. Risorse morali che bisogna valorizzare e alle quali bisogna saper educare, con la parola (anche quella che transita per le leggi) e con l’esempio.

Senza questa nuova-antica cultura del lavoro, continueremo a discutere di articolo 18 e dintorni, ma resteremo troppo distanti dalle officine, dalle fabbriche, dagli uffici, che ancora vanno avanti perché, in barba alla teoria economica, tanti continuano a lavorare e a tirar su ‘muri dritti’ prima di tutto per dignità professionale, anche quando non dovrebbero farlo sulla base degli incentivi monetari. Fino a quando resisteranno? l. bruni da Avvenire dell’1/4/2012  cia Il Centro culturale Gli scritti (8/4/2012)