Archivio per la categoria ‘esteri’

Lo spread del sospetto

Martedì, 7 Gennaio 2014

Tutto ha inizio il 27 dicembre. Mercati rarefatti, pochi scambi, e nelle sale operative delle principali banche incollati ai terminali un manipolo di giovanotti annoiati che non vedono l’ora di imbarcarsi con il primo volo per Aspen, Gstaad, Dubai.

Improvvisamente avvengono due fatti inconsueti. Un operatore (chissà da dove) sbaglia un ordine sul computer ed i tassi sui titoli pubblici tedeschi hanno un’impennata improvvisa.

Secondo alcuni grafici, quelli sui Bund decennali arrivano a sfiorare il 4%. Di riflesso, per qualche minuto, lo spread con i titoli italiani si riduce a 5 punti-base; per poi salire subito a 53 punti-base e poi stazionare intorno ai 200; fino a scendere, l’altro ieri, sotto la quota «simbolo».

Contemporaneamente, le principali piattaforme sulle quali vengono scambiati i titoli pubblici di mezzo mondo, sempre il 27 dicembre, si accordano per modificare il titolo tedesco preso a riferimento (in termine tecnico, Benchmark).

Di colpo, a livello globale viene adottato come un Bund con scadenza il 15 agosto 2023. Rende il 2% e viene scambiato ad 1,95.

Piccolo particolare. Il nuovo titolo tedesco adottato come punto di riferimento ha tassi di 20 centesimi più alti di quello precedente. Il precedente titolo pubblico tedesco preso a riferimento quotava 1,71. L’unica piattaforma che il 27 dicembre non fa il passaggio è proprio quella italiana, il Mercato telematico dei titoli di Stato (Mts), che si adegua qualche giorno più tardi.

I grafici dicono che da quel giorno, proprio perché è cambiato il Bund sul quale calcolarlo, lo spread con i Btp decennali italiani ha iniziato a scendere; e con loro quelli spagnoli. Solo che lo spread con i titoli emessi da Madrid è sceso più rapidamente.

Il motivo di questo calo è chiaro. Lo spread è la differenza tra i tassi d’interesse tra i titoli tedeschi e quelli del resto del mondo. E se il titolo preso come punto di riferimento ha tassi più alti, lo spread si riduce se i tassi degli altri titoli restano fermi.

Ed è quel che è successo e che ha favorito il calo degli ultimi giorni. Con un particolare. Il nuovo titolo tedesco ha tassi superiori del 10% rispetto al vecchio. Ma lo spread italiano non è diminuito del 10%; non ancora, almeno.

A favorire la discesa, poi, è anche la forte liquidità sul mercato, innescata dalla politica monetaria delle principali banche centrali, a partire da quella europea. Non a caso, Matteo Renzi attribuisce a Mario Draghi il merito principale del calo dello spread.

Ma il merito, il presidente della Bce, lo dovrebbe anche dividere con quell’oscuro operatore che ha sbagliato l’ordine sul computer il 27 dicembre; e la contemporanea decisione delle piattaforme telematiche di cambiare il titolo tedesco preso come punto di riferimento.

I tecnici del ministero dell’Economia e della Banca d’Italia escludono che le tre cause alla base della riduzione dello spread (errore di un operatore, cambio del Benchmark, liquidità nel sistema) possano aver avuto un’unica regia. «Sarebbe argomento da intrigo internazionale», dicono. «Ma la Spectre non esiste: non su un mercato interconnesso come l’attuale». Ed aggiungono. «Noi fotografiamo gli andamenti. E gli andamenti ci dicono che questi elementi tecnici sono alla base della riduzione dello spread». Chi parla è gente abituata a veder scambiare, in una giornata di «fiacca», 8,5 miliardi di euro di titoli pubblici sui mercati telematici.

E, con la prudenza che è loro propria, stanno segnalando da qualche giorno una tendenza al rialzo dei tassi sia tedeschi sia americani. Un fenomeno, al momento, appena percepibile; ma in atto. Mentre, al momento, restano fermi quelli italiani.

Insomma, nonostante i legittimi commenti soddisfatti del presidente del Consiglio e del ministro dell’Economia sulla riduzione dello spread, il calo del differenziale fra i tassi d’interesse sui titoli pubblici è stato determinato più da componenti tecniche che da componenti politiche. f. ravoni il giornale

TEMIS: tre coincidenze sono una prova

Putin e il Papa (by Buttafuoco)

Lunedì, 9 Dicembre 2013

La scena di Vladimir Putin che consegna l’icona santissima al vescovo di Roma racconta al meglio cosa è diventata la religione nelle mani degli occidentali, pure quelli venuti dalla fine del mondo. Il leader russo – un vero patriota, un fervente credente, formatosi nello stalinismo – consegna il Beato Volto della Vergine al pontefice. Ne mira dunque la perfezione, ne scruta i riflessi, ne avverte tutta la potente vibrazione celeste e perciò non si capacita di come quell’uomo accanto a sé – il capo della chiesa di Roma – passi quasi in cavalleria cotanta consegna e così, come in un istinto di salvaguardia dell’icona, prima di staccarsene, Putin – che, quasi incredulo domanda: “Ma l’è piaciuta?” – s’inabissa in un solenne inchino segnandosi col triplice segno ortodosso e il momento diventa così concitato (per dirla diplomaticamente) che il Papa torna indietro di un passo e ripete inchino e segno di croce. Quell’icona, infine, è la copia di quella che Giuseppe Stalin, al tempo del conflitto con la Germania, fece trasportare in volo sulla città di Mosca per poi restituirla all’altare affinché col suo manto di grazia e misericordia la Madonna potesse confortare i soldati, la popolazione radunata in baracche dai grossi catenacci e la Santa Madre Russia nel momento terribile della guerra patriottica. In quell’icona, accarezzata da raffiche di mitragliatrice, si specchiano i sacrifici, i fuochi, le tragedie e la Resurrezione di una schiatta resa forte dalla millenaria fedeltà al proprio speciale spirito, quello dell’eroica misericordia forgiata nella pietas. Certo, ci vuole un’aquila bicipite sulla bandiera per attraversare l’inferno del materialismo e svegliare così il bianco delle nevi alla vita rinnovata nella luce. Ci vuole lo spirito russo. E ci vuole un comunista – non uno di sinistra ma un co-mu-ni-sta! – per insegnare al Papa che cosa deve fare un Papa.

Pietrangelo Buttafuoco ilfoglio

Verdi e pedofili, si allarga lo scandalo in Germania

Lunedì, 5 Agosto 2013

Succede spesso, all’interno dei patri confini. Soprattutto quando un tema “scandaloso” tocca o riguarda direttamente ambienti vicini alla cultura dominante, al “mainstream”: scoppia uno scandalo, se ne fa qualche titolo eclatante (quando va bene), poi tutto tace. Così sta avvenendo a proposito della squallida vicenda che vede coinvolti ex dirigenti del partito dei Grünen (i Verdi tedeschi), dichiaratisi negli anni Ottanta apertamente a favore della pedofilia, o rivelatati addirittura praticanti essi stessi.

L’antefatto risale al marzo scorso, quando qualcuno si è accorto di quanto scritto dall’ex leader sessantottino Daniel Cohn-Bendit (oggi europarlamentare verde) a proposito dei suoi flirt con ragazzini al tempo in cui era insegnante (il libro è del 1975 e i suoi compagni di partito si sono affrettati a corrergli in soccorso dicendo che lui è un solo “provocatore”, che nel libro non si capisce se si tratta di realtà o finzione narrativa, ecc. ecc.). A maggio è scoppiato poi lo scandalo in Germania.

Fondato nel 1980, nei primi anni della propria esistenza il partito dei Grünen venne frequentato da aperti sostenitori della “liberazione sessuale” dei bambini. Personaggi appartenenti alla comune cosiddetta degli “indiani di città” che come tali parteciparono ad alcune assemblee di partito, caratterizzandosi con “iniziative a difesa dei diritti dei bambini”, cioè promuovendo apertamente la pedofilia. Eckhard Stratmann-Mertens, uno dei fondatori del partito (ne è uscito nel 1999) già tempo fa si era espresso sul tema in maniera critica: “I nostri congressi erano in parte frequentati da adulti che non esitavano a sbaciucchiarsi in pubblico con adolescenti. Era una cosa vomitevole. Nel corso di quei primi anni, nel nome di un falsa liberalità, non si intervenne: tutto ciò che veniva inteso come liberazione sessuale andava permesso”. Oggi l’ex leader verde esprime un giudizio ancor più severo: “Avremmo dovuto cacciarli via prima”. L’influenza dei pedofili sul partito raggiunse il culmine nel 1985, quando nel programma elettorale dei Grünen nel Land Nord-Rhein Westfalen tra i vari punti riuscirono a imporre “l’abolizione dell’intero diritto penale in materia sessuale”. E quelle elezioni il partito le ricorda bene, perché passarono alla storia come quelle della debacle.

Dal maggio scorso, dopo che, scandalizzati, gli attuali vertici del partito, hanno deciso di nominare un “esperto” per far luce su quelle vecchie storie, invece che ridimensionarsi, lo scandalo va allargandosi. Insieme alle vittime che iniziano a raccontare emergono nomi e cognomi di pedofili e pederasti. Le ultime rivelazioni in un lungo articolo del 27 luglio a firma Freia Peters, su “Welt am Sonntag”. A parlare Matthias Griese, oggi 46 anni, che tra il 1979 e il 1985 (quando entrò aveva dodici anni) ha vissuto con sua madre in una comunità alternativa a Kamp-Lintfort, una cittadina del Basso Reno. Una realtà appartenente alla comunità Emmaus, ispirata dunque ai principi dell’Abbé Pierre. “Eravamo in 25, di cui dieci bambini, l’edificio si trovava in mezzo a un bosco. Vivevamo in maniere del tutto libera, senza alcun tipo di limite”, dice oggi Griese. “All’esterno risultavamo una comunità che seguiva gli insegnamenti dell’Abbé Pierre, ma quando mi capitò di portarvi compagni di scuola questi subirono palpeggiamenti. Da quel momento fu chiaro che lì vivevano dei pedofili.”

“Mia madre ogni tanto cercava di dissuaderli, ma non era sufficiente”, aggiunge, “tanto più che a un certo punto mi sono rassegnato e cercai di ottenere in cambio il più possibile. Mi piacevano i dolci, le sigarette, i giornali porno, qualche soldo. Se si stava al gioco si poteva ricevere tutto questo. Oggi si parlerebbe di prostituzione.” E che cosa c’entravano i Grünen con quella comunità? C’entravano perché il responsabile a Kamp-Lintfort era allora Hermann Meer (nel frattempo deceduto), un architetto che dal 1980 fu nel direttivo del partito del Nord-Rhein Westfalen. A raccontare a “Welt am Sonntag” chi fosse Meer è un altro ex bambino di quella comunità, Anselm Rörig (anche lui lì per cinque anni insieme a madre e fratelli): “Meer dichiarava pubblicamente la propria pedofilia. Non c’era nulla di segreto, anzi, piuttosto faceva opera di proselitismo, sostenendo che anche i filosofi greci avevano rapporti sessuali con i loro giovanissimi allievi.” Altro personaggio emerso, oltre a Meer, è Moritz H., un simpatizzante della Rote Armée Fraktion che, ricercato dalla polizia, si era rifugiato nella comunità e la cui pedofilia era ben nota alle autorità.

In attesa dei “chiarimenti” voluti dal partito, oltre al dolore di chi adulto oggi non può dimenticare i soprusi subiti da bambino, resta emblematica una considerazione di Eva Quistorp, una cofondatrice dei Grünen, particolarmente impegnata negli anni Ottanta nel movimento di liberazione della donna: “C’era allora una linea chiara: no ai nazisti, no alla destra. Non fu abbastanza chiara invece la linea nei confronti degli estremisti di sinistra e dei pedofili”. v. punzi lanuovabussolaquotidiana

L’Italia non è una nazione meticcia (by Sartori)

Mercoledì, 19 Giugno 2013

l governo Monti era un po’ raccogliticcio, ma forse per la fretta e anche perché Monti non apparteneva al giro dei nostri politici e di molti di loro sapeva poco. Ma Letta i nostri politici li conosce, è del mestiere; eppure ha messo insieme un governo Brancaleone da primato. Grosso modo, metà dei suoi ministri e sottosegretari sono fuori posto, sono chiamati ad occuparsi di cose che non sanno. Al momento mi occuperò solo di un caso che mi sembra di particolare importanza, il caso della Ministra «nera» Kyenge Kashetu nominata Ministro per l’Integrazione. Nata in Congo, si è laureata in Italia in medicina e si è specializzata in oculistica. Cosa ne sa di «integrazione», di ius soli e correlativamente di ius sanguinis ?

Dubito molto che abbia letto il mio libro PluralismoMulticulturalismo e Estranei, e anche un mio recente editoriale su questo giornale nel quale proponevo per gli immigrati con le carte in ordine una residenza permanente trasmissibile ai figli. Era una proposta di buonsenso, ma forse per questo ignorata da tutti. Il buonsenso non fa notizia.

 

Sia come sia, la nostra oculista ha sentenziato che siamo tutti meticci, e che il nostro Paese deve passare dal principio dello ius sanguinis (chi è figlio di italiani è italiano) al principio dello ius soli (chi nasce in Italia diventa italiano). Di regola, in passato lo ius soli si applicava al Nuovo Mondo e comunque ai Paesi sottopopolati che avevano bisogno di nuovi cittadini, mentre lo ius sanguinis valeva per le popolazioni stanziali che da secoli popolano determinati territori. Oggi questa regola è stata violata in parecchi Paesi dal terzomondismo imperante e dal fatto che la sinistra, avendo perso la sua ideologia, ha sposato la causa (ritenuta illuminata e progressista) delle porte aperte a tutti, anche le porte dei Paesi sovrappopolati e afflitti, per di più, da una altissima disoccupazione giovanile.

Per ora i nostri troppi e inutili laureati sopravvivono perché abbiamo ancora famiglie allargate (non famiglie nucleari) che riescono a mantenerli.

Ma alla fine succederà come durante la grande e lunga depressione del ’29 negli Stati Uniti: a un certo momento i disoccupati saranno costretti ad accettare qualsiasi lavoro, anche i lavori disprezzati. Ma la Ministra Kyenge spiega che il lavoro degli immigrati è «fattore di crescita», visto che quasi un imprenditore italiano su dieci è straniero. E quanti sono gli imprenditori italiani che sono contestualmente falliti? I dati dicono molti di più. Ma questi paragoni si fanno male, visto che «imprenditore» è parola elastica. Metti su un negozietto da quattro soldi e sei un imprenditore. E poi quanti sono gli immigrati che battono le strade e che le rendono pericolose?

La brava Ministra ha anche scoperto che il nostro è un Paese «meticcio».Se lo Stato italiano le dà i soldi si compri un dizionarietto, e scoprirà che meticcio significa persona nata da genitore di razze (etnie) diverse. Per esempio il Brasile è un Paese molto meticcio. Ma l’Italia proprio no. La saggezza contadina insegnava «moglie e buoi dei paesi tuoi». E oggi, da noi, i matrimoni misti sono in genere ferocemente osteggiati proprio dagli islamici. Ma la più bella di tutte è che la nostra presunta esperta di immigrazione dà per scontato che i ragazzini africani e arabi nati in Italia sono eo ipso cittadini «integrati».

Questa è da premio Nobel. Mai sentito parlare, signora Ministra, del sultanato di Delhi, che durò dal XIII al XVI secolo, e poi dell’Impero Moghul che controllò quasi tutto il continente Indiano tra il XVI secolo e l’arrivo delle Compagnie occidentali? All’ingrosso, circa un millennio di importante presenza e di dominio islamico. Eppure indù e musulmani non si sono mai integrati. Quando gli inglesi dopo la seconda guerra mondiale se ne andarono dall’India, furono costretti (controvoglia) a creare uno Stato islamico (il Pakistan) e a massicci e sanguinosi trasferimenti di popolazione. E da allora i due Stati sono sul piede di guerra l’uno contro l’altro. Più disintegrati di così si muore. g. sartori corriere.it

Luttwak: l’Italia o esce dall’euro o muore

Mercoledì, 12 Giugno 2013

Di euro si muore». Edward Luttwak scandisce questo motto così, con l’aria di chi forse sta un po’ esagerando, ma neppure tanto. Perché l’Italia si trova a un bivio: pagare il conto salato per una scelta azzardata o continuare una «non vita da zombie»nel segno di un’austerity senza fine. Non è una profezia. Non è neppure un’opinione. È questione di logica, di numeri ed è ciò che pretende l’Europa.

L’economista di Arad a volte è spietato, ma se lo fa è perché non crede nelle illusioni. Non ha mai pensato che l’euro fosse la mossa giusta per l’Italia. Siamo finiti, per scelta, nella casella sbagliata. E lui lo dice dal 1996. Scriveva. «Finirà come nel 1940. Allora l’Italia non aveva alcuna convenienza ad entrare in guerra, ma l’istinto del gregge fece sì che Mussolini, che pure l’aveva intuito, facesse questo errore. Si diceva, anche allora, tutte le potenze mondiali entrano nel conflitto, perché noi dobbiamo starne fuori? Siamo for­se di serie B? E così l’Italia commise un grande errore».

Luttwak come Cassandra?

«Spero di non fare la stessa fine. Non sono un veggente e non dialogo con gli dei. Forse so leggere la realtà».

Una moneta non è una guerra?
«Sì, ma le conseguenze economiche a volte sono le stesse ».

L’Italia è in un vicolo cieco?
«No. Può scegliere».

Cosa?
«Va via dall’euro. Sceglie un’altra moneta. Potrebbe tornare alla lira, ma io consiglio il baht thailandese. Questo significa che i ricchi italiani pagheranno molto di più le vacanze a St. Moritz e una Mercedes costerà un occhio della testa, però vedremo i muri tappezzati di avvisi con scritto: cercasi operaio specializzato.

Le aziende italiane tornano a esportare, la Fiat farà 34 turni di lavoro, la produzione cresce, la disoccupazione scende e finalmente l’economia italiana torna a vivere. Adesso è praticamente morta».

Sembra facile.
«Non è facile per niente. Perché c’è un prezzo da pagare altissimo. Farà male».

Tipo?
«Le banche falliranno».

C’è già la fila a ritirare i soldi.
«Ho detto che le banche falliranno, come imprese. I correntisti non rischiano. Non perdono i soldi».

L’alternativa?
«Restare nell’euro, con un’economia da morti viventi. Non si uscirà mai dalla crisi. Immagini questa situazione che si protrae per cinquanta, cento anni o per sempre».

Apocalittico.

«Non posso farci nulla. L’Italia ha firmato un patto con l’Europa. Il primo dovere è portare il deficit annuale a zero. Questa è già un’impresa. Significa tasse e tagli insopportabili.

Ammettiamo però che ogni italiano accetti di diventare sempre più povero e senza futuro. Tutto questo non basta. L’Italia dovrà ridurre il debito pubblico di 40 miliardi. Sa cosa significa? Equivale a 10 Imu. Non ti riprendi più».

I patti con l’Europa si possono rivedere, cambiare.
«Non c’è dubbio. Ma ai tedeschi non conviene. Non vogliono cambiare nessun parametro. A costo di uscire loro dall’euro. E senza la Germania questo euro non è più l’euro».

 

O noi o loro?
«Esatto. Vede, ogni nazione deve scegliere razionalmente la propria valuta. I politici hanno caricato di un enorme valore simbolico il fatto di essere membri di un circolo monetario.
Ma la zona euro fatta su misura per i paesi del Nord Europa, fosse in un’area monetaria più adatta alla sua economia. Siete come chi vive in un’isola del Mediterraneo e vuole frequentare un club di Amburgo. Il solo andare e venire ti manda in rovina».

Può esserci euro senza Italia?
«Ma all’Italia conviene l’euro? Io penso di no. Tu staresti in un club dove i vantaggi sono pochi e il prezzo non solo è alto, ma rischia di cancellare il tuo futuro? Un individuo che pur di stare in un circolo esclusivo si rovina è uno stupido. Stranamente questa regola sembra non valere per gli Stati, ma il concetto è lo stesso».

Siamo diventati così periferici?
«Per niente. Non è una questione di periferia, ma di interessi. Quelli italiani non sono gli stessi del Nord Europa. L’Inghilterra sta fuori e non è periferica. Ritiene invece che gli affari della Germania sono diversi dai suoi. L’economia italiana è così poco periferica che sta creando guai in tutto il mondo».

 

Cioè?
«L’Europa e l’Italia in ginocchio per la crisi sono un problema per il Brasile, per la Cina, per gli Stati Uniti. Non conviene a nessuno. Sta saltando un equilibrio. L’Italia morente è un problema geopolitico grave. Da quando l’Italia è in Eurolandia non cresce. È un fatto: scarso lavoro, zero aumento del reddito.

Certo, gli italiani possono appiccicarsi la medaglietta dell’euro, ma non esportano più. Se questi politici rispettabili si guardassero in giro e facessero una scelta razionale, cambierebbero subito valuta. I greci avrebbero dovuto farlo subito. Gli spagnoli ancor prima ».

Non le piace l’Europa, confessi.
«Non mi piace un’oligarchia che trova normale prendere i soldi dai conti correnti degli individui, di notte, come fanno i ladri».Vittorio Macioce per “Il Giornale

 

Tutti al Bilderberg

Martedì, 4 Giugno 2013

1. DAGOREPORT – I MAGNIFICI CINQUE DEL BILDERBERG 2012: BERNABE’, GRUBER, ELKANN, CONTI E IL PREMIER ENRICO LETTA
Chissà se venerdì scorso, prima di iniziare l’ospitata negli studi de La7, Franco Bernabé ha concordato con Lilli Gruber la trasferta londinese di mercoledì all’appuntamento annuale del Gruppo Bilderberg.

Nelle liste di partecipanti, più o meno ufficiose, che si trovano in rete, infatti, figurano cinque italiani all’edizione dello scorso anno: il presidente della Telecom e la conduttrice di “Otto e mezzo”, appunto, oltre a Nagel di Mediobanca, Cucchiani di Intesa, Rocca di Techint e Mario Monti, assenti il presidente della Fiat John Elkann, l’ad dell’Enel Fulvio Conti e l’attuale premier in carica, Enrico Letta. All’ultima edizione, dopo che non aveva mancato un appuntamento per diversi anni, non ha invece partecipato Mario Monti, diventato presidente del Consiglio.

2. BREAKING: OFFICIAL BILDERBERG ATTENDEE LIST RELEASED
http://www.infowars.com/breaking-official-bilderberg-attendee-list-released/

June 3, 2013
Here is the official list of attendees for the upcoming Bilderberg meeting at The Grove in Watford, England, as well as the agenda.
Hertfordshire, England 6-9 June 2013
Current list of Participants
Status 3 June 2013

Chairman
FRA Castries, Henri de Chairman and CEO, AXA Group

DEU Achleitner, Paul M. Chairman of the Supervisory Board, Deutsche Bank AG
DEU Ackermann, Josef Chairman of the Board, Zurich Insurance Group Ltd
GBR Agius, Marcus Former Chairman, Barclays plc
GBR Alexander, Helen Chairman, UBM plc
USA Altman, Roger C. Executive Chairman, Evercore Partners
FIN Apunen, Matti Director, Finnish Business and Policy Forum EVA
USA Athey, Susan Professor of Economics, Stanford Graduate School of Business
TUR Ayd?nta?ba?, Asl? Columnist, Milliyet Newspaper
TUR Babacan, Ali Deputy Prime Minister for Economic and Financial Affairs
GBR Balls, Edward M. Shadow Chancellor of the Exchequer
PRT Balsemão, Francisco Pinto Chairman and CEO, IMPRESA
FRA Barré, Nicolas Managing Editor, Les Echos
INT Barroso, José M. Durão President, European Commission
FRA Baverez, Nicolas Partner, Gibson, Dunn & Crutcher LLP
FRA Bavinchove, Olivier de Commander, Eurocorps
GBR Bell, John Regius Professor of Medicine, University of Oxford
ITA Bernabè, Franco Chairman and CEO, Telecom Italia S.p.A.
USA Bezos, Jeff Founder and CEO, Amazon.com
SWE Bildt, Carl Minister for Foreign Affairs
SWE Borg, Anders Minister for Finance
NLD Boxmeer, Jean François van Chairman of the Executive Board and CEO, Heineken N.V.
NOR Brandtzæg, Svein Richard President and CEO, Norsk Hydro ASA
AUT Bronner, Oscar Publisher, Der Standard Medienwelt
GBR Carrington, Peter Former Honorary Chairman, Bilderberg Meetings
ESP Cebrián, Juan Luis Executive Chairman, Grupo PRISA
CAN Clark, W. Edmund President and CEO, TD Bank Group
GBR Clarke, Kenneth Member of Parliament
DNK Corydon, Bjarne Minister of Finance
GBR Cowper-Coles, Sherard Business Development Director, International, BAE Systems plc
ITA Cucchiani, Enrico Tommaso CEO, Intesa Sanpaolo SpA
BEL Davignon, Etienne Minister of State; Former Chairman, Bilderberg Meetings
GBR Davis, Ian Senior Partner Emeritus, McKinsey & Company
NLD Dijkgraaf, Robbert H. Director and Leon Levy Professor, Institute for Advanced Study
TUR Dinçer, Haluk President, Retail and Insurance Group, Sabanc? Holding A.S.
GBR Dudley, Robert Group Chief Executive, BP plc
USA Eberstadt, Nicholas N. Henry Wendt Chair in Political Economy, American Enterprise Institute
NOR Eide, Espen Barth Minister of Foreign Affairs
SWE Ekholm, Börje President and CEO, Investor AB
DEU Enders, Thomas CEO, EADS
USA Evans, J. Michael Vice Chairman, Goldman Sachs & Co.
DNK Federspiel, Ulrik Executive Vice President, Haldor Topsøe A/S
USA Feldstein, Martin S. Professor of Economics, Harvard University; President Emeritus, NBER
FRA Fillon, François Former Prime Minister
USA Fishman, Mark C. President, Novartis Institutes for BioMedical Research
GBR Flint, Douglas J. Group Chairman, HSBC Holdings plc
IRL Gallagher, Paul Senior Counsel
USA Geithner, Timothy F. Former Secretary of the Treasury
USA Gfoeller, Michael Political Consultant
USA Graham, Donald E. Chairman and CEO, The Washington Post Company
DEU Grillo, Ulrich CEO, Grillo-Werke AG
ITA Gruber, Lilli Journalist – Anchorwoman, La 7 TV
ESP Guindos, Luis de Minister of Economy and Competitiveness
GBR Gulliver, Stuart Group Chief Executive, HSBC Holdings plc
CHE Gutzwiller, Felix Member of the Swiss Council of States
NLD Halberstadt, Victor Professor of Economics, Leiden University; Former Honorary Secretary General of Bilderberg Meetings
FIN Heinonen, Olli Senior Fellow, Belfer Center for Science and International Affairs, Harvard Kennedy School of Government
GBR Henry, Simon CFO, Royal Dutch Shell plc
FRA Hermelin, Paul Chairman and CEO, Capgemini Group
ESP Isla, Pablo Chairman and CEO, Inditex Group
USA Jacobs, Kenneth M. Chairman and CEO, Lazard
USA Johnson, James A. Chairman, Johnson Capital Partners
CHE Jordan, Thomas J. Chairman of the Governing Board, Swiss National Bank
USA Jordan, Jr., Vernon E. Managing Director, Lazard Freres & Co. LLC
USA Kaplan, Robert D. Chief Geopolitical Analyst, Stratfor
USA Karp, Alex Founder and CEO, Palantir Technologies
GBR Kerr, John Independent Member, House of Lords
USA Kissinger, Henry A. Chairman, Kissinger Associates, Inc.
USA Kleinfeld, Klaus Chairman and CEO, Alcoa
NLD Knot, Klaas H.W. President, De Nederlandsche Bank
TUR Koç, Mustafa V. Chairman, Koç Holding A.S.
DEU Koch, Roland CEO, Bilfinger SE
USA Kravis, Henry R. Co-Chairman and Co-CEO, Kohlberg Kravis Roberts & Co.
USA Kravis, Marie-Josée Senior Fellow and Vice Chair, Hudson Institute
CHE Kudelski, André Chairman and CEO, Kudelski Group
GRC Kyriacopoulos, Ulysses Chairman, S&B Industrial Minerals S.A.
INT Lagarde, Christine Managing Director, International Monetary Fund
DEU Lauk, Kurt J. Chairman of the Economic Council to the CDU, Berlin
USA Lessig, Lawrence Roy L. Furman Professor of Law and Leadership, Harvard Law School; Director, Edmond J. Safra Center for Ethics, Harvard University
BEL Leysen, Thomas Chairman of the Board of Directors, KBC Group
DEU Lindner, Christian Party Leader, Free Democratic Party (FDP NRW)
SWE Löfven, Stefan Party Leader, Social Democratic Party (SAP)
DEU Löscher, Peter President and CEO, Siemens AG
GBR Mandelson, Peter Chairman, Global Counsel; Chairman, Lazard International
USA Mathews, Jessica T. President, Carnegie Endowment for International Peace
CAN McKenna, Frank Chair, Brookfield Asset Management
GBR Micklethwait, John Editor-in-Chief, The Economist
FRA Montbrial, Thierry de President, French Institute for International Relations
ITA Monti, Mario Former Prime Minister
USA Mundie, Craig J. Senior Advisor to the CEO, Microsoft Corporation
ITA Nagel, Alberto CEO, Mediobanca
NLD Netherlands, H.R.H. Princess Beatrix of The
USA Ng, Andrew Y. Co-Founder, Coursera
FIN Ollila, Jorma Chairman, Royal Dutch Shell, plc
GBR Omand, David Visiting Professor, King’s College London
GBR Osborne, George Chancellor of the Exchequer
USA Ottolenghi, Emanuele Senior Fellow, Foundation for Defense of Democracies
TUR Özel, Soli Senior Lecturer, Kadir Has University; Columnist, Habertürk Newspaper
GRC Papahelas, Alexis Executive Editor, Kathimerini Newspaper
TUR Pavey, ?afak Member of Parliament (CHP)
FRA Pécresse, Valérie Member of Parliament (UMP)
USA Perle, Richard N. Resident Fellow, American Enterprise Institute
USA Petraeus, David H. General, U.S. Army (Retired)
PRT Portas, Paulo Minister of State and Foreign Affairs
CAN Prichard, J. Robert S. Chair, Torys LLP
INT Reding, Viviane Vice President and Commissioner for Justice, Fundamental Rights and Citizenship, European Commission
CAN Reisman, Heather M. CEO, Indigo Books & Music Inc.
FRA Rey, Hélène Professor of Economics, London Business School
GBR Robertson, Simon Partner, Robertson Robey Associates LLP; Deputy Chairman, HSBC Holdings
ITA Rocca, Gianfelice Chairman,Techint Group
POL Rostowski, Jacek Minister of Finance and Deputy Prime Minister
USA Rubin, Robert E. Co-Chairman, Council on Foreign Relations; Former Secretary of the Treasury
NLD Rutte, Mark Prime Minister
AUT Schieder, Andreas State Secretary of Finance
USA Schmidt, Eric E. Executive Chairman, Google Inc.
AUT Scholten, Rudolf Member of the Board of Executive Directors, Oesterreichische Kontrollbank AG
PRT Seguro, António José Secretary General, Socialist Party
FRA Senard, Jean-Dominique CEO, Michelin Group
NOR Skogen Lund, Kristin Director General, Confederation of Norwegian Enterprise
USA Slaughter, Anne-Marie Bert G. Kerstetter ’66 University Professor of Politics and International Affairs, Princeton University
IRL Sutherland, Peter D. Chairman, Goldman Sachs International
GBR Taylor, Martin Former Chairman, Syngenta AG
INT Thiam, Tidjane Group CEO, Prudential plc
USA Thiel, Peter A. President, Thiel Capital
USA Thompson, Craig B. President and CEO, Memorial Sloan-Kettering Cancer Center
DNK Topsøe, Jakob Haldor Partner, AMBROX Capital A/S
FIN Urpilainen, Jutta Minister of Finance
CHE Vasella, Daniel L. Honorary Chairman, Novartis AG
GBR Voser, Peter R. CEO, Royal Dutch Shell plc
CAN Wall, Brad Premier of Saskatchewan
SWE Wallenberg, Jacob Chairman, Investor AB
USA Warsh, Kevin Distinguished Visiting Fellow, The Hoover Institution, Stanford University
CAN Weston, Galen G. Executive Chairman, Loblaw Companies Limited
GBR Williams of Crosby, Shirley Member, House of Lords
GBR Wolf, Martin H. Chief Economics Commentator, The Financial Times
USA Wolfensohn, James D. Chairman and CEO, Wolfensohn and Company
GBR Wright, David Vice Chairman, Barclays plc
INT Zoellick, Robert B. Distinguished Visiting Fellow, Peterson Institute for International Economics

AUT Austria INT International
BEL Belgium IRL Ireland
CAN Canada ITA Italy
CHE Switzerland NLD Netherlands
DEU Germany NOR Norway
DNK Denmark POL Poland
ESP Spain PRT Portugal
FIN Finland SWE Sweden
FRA France TUR Turkey
GBR Great Britain USA United States of America
GRC Greece

Bilderberg Agenda
The 61st Bilderberg meeting is set to take place from 6 until 9 June 2013 in Hertfordshire, UK. A total of around 140 participants from 21 European and North American countries have confirmed their attendance. As ever, a diverse group of political leaders and experts from industry, finance, academia and the media have been invited. The list of participants is available on www.bilderbergmeetings.org
The key topics for discussion this year include:
• Can the US and Europe grow faster and create jobs?
• Jobs, entitlement and debt
• How big data is changing almost everything
• Nationalism and populism
• US foreign policy
• Africa’s challenges
• Cyber warfare and the proliferation of asymmetric threats
• Major trends in medical research
• Online education: promise and impacts
• Politics of the European Union
• Developments in the Middle East
• Current affairs
Founded in 1954, Bilderberg is an annual conference designed to foster dialogue between Europe and North America.
Every year, between 120-150 political leaders and experts from industry, finance, academia and the media are invited to take part in the conference. About two thirds of the participants come from Europe and the rest from North America; one third from politics and government and the rest from other fields.
The conference has always been a forum for informal, off-the-record discussions about megatrends and the major issues facing the world. Thanks to the private nature of the conference, the participants are not bound by the conventions of office or by pre-agreed positions. As such, they can take time to listen, reflect and gather insights.
There is no detailed agenda, no resolutions are proposed, no votes are taken, and no policy statements are issued.

3. IL BILDERBERG TORNA A LONDRA, A SPESE DEI CONTRIBUENTI

Dall’articolo de “Il Fatto Quotidiano”

Dentro, c’è il fior fiore della finanza e dell’imprenditoria privata mondiale. Ma a mettere mano al portafogli, questa volta, per garantirne la sicurezza e l’incolumità, dovranno essere paradossalmente i contribuenti britannici.

Per quanto si sforzi, al solito, di mantenere il massimo della segretezza intorno alla propria attività, il misteriosi Club Bilderberg – la “setta” dei potenti della terra – scatena, ogni volta di più, sospetti e polemiche. Mercoledì, per il tradizionale meeting annuale, si riuniranno a Watford, nell’Hertfordshire, alle porte di Londra (è il ritorno nel Regno Unito dopo 15 anni), in un iper-esclusivo hotel, The Grove, con Spa e golf a 18 buche.

Considerate le proteste recenti, nel 2011 a Saint Moritz e, 12 mesi fa, a Chantilly, in Virginia, negli Usa, le autorità britanniche sono in stato di massima allerta. La polizia locale avrebbe già informato il ministero dell’Interno dei possibili “costi imprevisti o eccezionali” da sostenere per eventuali manifestazioni di gruppi anarchici e anti-sistema. Intorno al grande parco che circonda The Grove verrà installata un’alta recinzione d’acciaio per tenere lontani i malintenzionati. [a.op.]

via dagospia

 

 

Scalia, un abuso l’attivismo dei giudizi

Lunedì, 27 Maggio 2013

«L’attivismo giudiziario è un abuso di potere e distrugge la pretesa dei magistrati di essere il legittimo arbitro finale del significato della legge». Lo dirà stamane Antonin Scalia a Torino nel «Discorso Bruno Leoni», la conferenza che l’omonimo istituto organizza in occasione del centenario della nascita del filosofo liberale. Il giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti, punta di lancia della cultura conservatrice, parlerà del rapporto tra democrazia, attivismo giudiziario e libero mercato.

Il suo sarà un atto di accusa, come sempre diretto ed esplicito, alle «agende politiche di moda» che portano molti magistrati a sottovalutare le protezioni costituzionali dei diritti economici. Scalia ha in mente gli Usa, ma il suo messaggio sulla necessità per i giudici di «interessarsi di più ai diritti proprietari e alle libertà economiche» previste dalla Costituzione americana, acquista valore di appello universale.

 

Con Antonin «Nino» Scalia, nato nel 1936 a Trenton, New Jersey, da immigrati siciliani, abbiamo parlato al telefono alla vigilia dell’appuntamento torinese.

Mr. Justice, il presidente Obama ha detto di recente che la guerra al terrorismo, come tutte le guerre, dovrà finire, ammettendo anche che gli Stati Uniti in questi anni sono stati in conflitto con i propri stessi principi. Lei crede che dopo l’11 settembre l’America, in nome della sicurezza, sia stata in difetto con la sua Costituzione? 
«La nostra Costituzione protegge i non-americani quando sono in America, ma non limita le attività del governo all’estero, eccezion fatta quando si tratta di cittadini americani. Questa è la legge. Naturalmente il presidente decide quale politica debbano seguire i militari».

Ma non esistono dei diritti universali? 
«Io non applico diritti universali. Io devo applicare la legge americana, espressa nella Costituzione e nelle leggi approvate dal Congresso. Non applico le leggi di Dio o di chiunque promulghi la cosiddetta legge internazionale».

Ma ci sono convenzioni internazionali, cui gli Stati Uniti aderiscono… 
«Certo. E nella misura in cui le abbiamo sottoscritte, sono diventate leggi americane che vincolano l’esecutivo. Ma non ne conosco una, in tema di guerra al terrorismo, che limiti le azioni degli Stati Uniti contro i nemici che ci attaccano. Certo, c’è la Convenzione di Ginevra. Ma non si può invocarla, se non si è un esercito, soggetto al comando di qualcuno, che indossa un’uniforme. I terroristi non indossano uniformi, giusto? Ginevra si applica nel caso di una guerra e non si applica a chiunque decida di far esplodere una scuola o un grattacielo».

Lei non pensa che nella guerra al terrore l’America abbia violato principi che sono alla base della sua democrazia?
«Troppo generale. A me interessa sapere se l’America abbia violato la sua Costituzione».

Ma è possibile mettere qualcuno in prigione per sempre senza giudicarlo? 
«Sta parlando di Guantánamo?».

Sì.
«Non è una descrizione accurata. Il tema non è se uno possa essere detenuto laggiù, ma se vi possa rimanere senza un processo civile. I detenuti a Guantánamo sono stati giudicati da commissioni militari, cosa normale in guerra. Nessuno delle centinaia di migliaia di tedeschi catturati nella Seconda guerra mondiale ebbe un processo civile negli Usa, furono giudicati da tribunali militari. Questa nozione che stiamo facendo qualcosa di inaudito è assurda. Quando parlo con i miei amici europei e mi dicono che non possiamo tenerli in prigione per sempre, rispondo: “Bene, ci stiamo pensando. Vorreste prenderne qualcuno in Italia, in Germania, in Francia, visto che siete così ligi ai principi del rispetto dei diritti umani?”. La risposta è sempre no. Trovo questa polemica molto ipocrita».

Lei è considerato la maggiore forza intellettuale dietro la cosiddetta lettura «originalist» della Costituzione americana. Può un testo redatto quasi due secoli e mezzo fa essere applicato, senza interpretazione, a una società radicalmente cambiata ed evoluta da allora? 
«Ovviamente dev’essere interpretato. Quando ci sono nuovi fenomeni che non esistevano al tempo in cui la Costituzione fu scritta, uno deve calcolare in che modo lo spirito di quel testo si applica a loro. Per esempio, il diritto di espressione: come si applica alla radio, alla tv, ai social media. Ciò che non accade, secondo gli originalist , è che i fenomeni che esistevano al tempo vengano improvvisamente trattati diversamente poiché lo pensano i giudici di oggi. L’esempio migliore è la pena di morte. C’è qualcuno che pensa che la pena di morte sia diventata incostituzionale. Assolutamente incomprensibile per me: il popolo americano non ha votato per renderla incostituzionale. Ogni Stato se crede può abolirla e 17 di questi lo hanno fatto. Ma non c’è alcuna base per dire che la nostra Costituzione proibisca la pena di morte, chi lo dice è un incendiario».

E questo si applica anche al diritto di portare armi? 
«Esattamente».

Ma allora l’autodifesa aveva senso, oggi ci sono istituzioni che proteggono il cittadino. 
«Bene, allora cambino il secondo emendamento. E sarebbe anche più facile, perché il suo scopo era di consentire ai cittadini di difendersi dalla tirannia del potere. Se la gente non lo ritiene più necessario, allora si cambi la Costituzione, ma non mi dite che qualcosa sia cambiato. Ci sono molte proposte di legge che riguardano quali armi possano essere portate. Per esempio, armi a spalla che possono lanciare missili in grado di abbattere un aereo. Ma il principio generale che i cittadini possano avere armi, incluse armi da guerra, è chiaro nel testo del secondo emendamento. Se si vuole essere onesti e non si vuole che siano i giudici a scrivere la legge, i cittadini americani hanno il diritto di portare armi, come difesa dai tiranni».

Ma è un fatto che sempre più di frequente queste armi sono usate per uccidere persone innocenti… 
«Nonsense. Non c’è nessuna prova che le combat arms o le “armi d’assalto” siano la causa di questi episodi. Ogni cacciatore in America ha un fucile automatico».

Paolo Valentino corriere.it

Tremonti, la crisi deve ancora cominciare

Lunedì, 20 Maggio 2013

Professor Tremonti, che fine ha fatto?

«Sono spesso all’estero, a cercare materiale per il libro che scriverò. Quel che vedo mi ricorda un classico: “La Montagna magica”. Il simbolo del presente e del rischio che ci sovrasta».

Quale rischio?

«Dappertutto e tutti stiamo salendo, in un misto tra estasi, euforia e incanto, su una montagna di carta. Un corteo guidato da guaritori, sciamani, alchimisti, stampatori. Fatta con carta moneta di vecchio stampo, con la plastica, con i computer, è una montagna che giorno dopo giorno cresce esponenzialmente.

Negli anni 80 la massa finanziaria internazionale era più o meno uguale a 500 miliardi di dollari. A ridosso della crisi, la massa finanziaria globale era già arrivata a 70 trilioni. Da ultimo, tra America, Inghilterra, Giappone, Corea ed Europa si sono aggiunti altri 12 trilioni. Una grandezza fantastica. Vengono in mente i fantastiliardi di zio Paperone».

Sta dicendo che le banche centrali immettono troppa liquidità nel sistema?

«Il mondo occidentale ha superato il concetto di limite. È uscito dai confini dell’esistente, per entrare in una nuova dimensione che non è materiale né reale, ma surreale, totalmente ignota, e quindi meravigliosa.

Negli anni 60 la dottrina economica era quella dei limiti allo sviluppo. Adesso la dottrina economica è “no limits”: non ci sono limiti allo sviluppo della moneta. Non è la prima volta. Quando iniziano le grandi esplorazioni, si creano la bolla dei mari del Sud e la bolla della Louisiana, terra di presunte illimitate ricchezze. Poco dopo, con il crollo della banca di John Law, c’è il crollo dei re di Francia».

John Law, il fondatore della Banque Royale, all’inizio del ’700. Ma cosa c’entra?

«Il crollo della sua banca segnò la fine di un’epoca. Ora stiamo replicando quella storia. Nella “Montagna magica”, il gesuita padre Naphta dice che tutto finisce quando Copernico batte Tolomeo. Il sistema tolemaico, basato sulla centralità della Terra, era controllabile dall’autorità.

E tuttavia nel mondo di Copernico i corpi celesti sono comunque corpi materiali. Nel sistema celestiale della “Nuova Finanza” i corpi non ci sono più. Tutto metafisico, surreale, virtuale. Un tempo gli Stati avevano la moneta; ora è la moneta che ha gli Stati. Ma la magia della moneta non è sempre positiva. È come nel Faust: prima o poi le cambiali vengono alla scadenza».

A dire il vero, l’Europa rispetto alle grandi potenze non ha una banca centrale in grado di «battere moneta».
«È vero. Ma se guarda il bilancio della Bce, è quasi uguale a quello della Fed. Con una grande differenza: là hanno gli Stati Uniti d’America; noi qui abbiamo gli Stati relativamente divisi d’Europa.

Alla maniera di Bisanzio, dal novembre 2011 si è creata in Europa una “quasi-moneta”. La Bce non può finanziare gli Stati, ma finanzia le banche che finanziano gli Stati. Siamo dunque anche noi nel corteo che sale la montagna di carta».

Nel 2006 lei diede un’intervista che il Corriere intitolò «L’America rischia una crisi stile ’29». Qual è il pericolo adesso?
«Alla massa monetaria illimitata corrisponde una quantità di rischio illimitata o comunque indecifrabile. La crisi non è alle nostre spalle, ma ancora davanti a noi. Dalle grandi crisi si può uscire con le guerre, come dalla crisi del ’29 uscirono Usa, Giappone e Germania. Oppure con la “grande inflazione”.In Cina si distruggerebbe il risparmio di decenni, destabilizzando il Paese. Potremmo avere un altro tipo di esplosione. Non esiste una matematica della catastrofe. Non esistono libri scritti su una cosa che non c’è ancora. Bernanke, il presidente della Fed, non è andato al G7 in Inghilterra ma a una conferenza a Chicago, dove ha detto: “Stiamo attenti alla prossima bolla”. Se lo dice lui!».

Ma di questa montagna di carta alle piccole imprese italiane è arrivato poco o nulla.
«È vero: soprattutto in Italia e in Spagna, il credito non arriva alle imprese. Ma partiamo dal principio. Ricorda la metafora della crisi come videogame? Ogni volta che abbatti un mostro, ne appare un altro più forte. Il primo mostro è stata la megacrisi bancaria: crollano le megabanche globali; crollano la fiducia e il commercio mondiale. L’arma usata contro il primo mostro furono i bilanci pubblici».

Il secondo mostro è stato la crisi del debito sovrano.
«Il debito pubblico americano è esploso. A fianco, si è cominciato a stampare moneta: dollari distribuiti dall’elicottero, o meglio dai computer. Non più moneta fisica, ma impulsi elettronici. Il debito pubblico europeo è salito di colpo fino al 90% del Pil.

Il paradosso è che l’enorme massa di soldi pubblici è andata alla finanza, non ai popoli. L’intervento pubblico non genera felicità, ma austerità. Marx diceva: il comunismo sarà realizzato quando il denaro sarà a tasso zero. Ora siamo vicini allo 0,5, ma allo 0,5 il denaro non è per le famiglie con il mutuo, ma per le banche. Se vuole, è un tipo nuovo di comunismo: il comunismo bancario».

E il terzo mostro?
«È nato dal fallimento di tutte queste politiche. È il crollo bilaterale dei bilanci pubblici e delle economie reali. Stanno male gli Stati e stanno male i popoli. Il terzo mostro è il collasso. Crisi sovrana da una parte e recessione dall’altra. Per un anno abbiamo parlato di spread finanziario. Adesso lo spread più rilevante è economico e sociale».

Lo spread è dimezzato rispetto ai giorni della caduta del governo Berlusconi.

«Lo spread è pur sempre a 260, nonostante l’enorme massa di liquidità. Nei primi tre anni di crisi, e senza immissione di liquidità, era a 120. Fino al novembre 2010 la politica europea era disegnata su due livelli: sopra la responsabilità, sotto la solidarietà; sopra il controllo europeo dei deficit, ma sotto gli eurobond.

Tutto crolla con la passeggiata di Sarkozy e Merkel a Deauville, i quali dicono: “Gli Stati possono fallire”. Ora, che gli Stati possano fallire è nella storia; ma che i governi ne annuncino il fallimento non è nella ragione. I due passarono dal piano politico a quella della prassi bancaria. Alla politica si sostituì la tecnica. E da noi la tecnica è stata applicata dal governo Monti con tragico zelo».

Qual è la soluzione allora?

«La soluzione falsa, mascherata sotto il nome positivo di “Unione bancaria”, si chiama in realtà “Bail-in”. Il “Bail-in” è stato raccomandato dalla Bce ed è in discussione a Strasburgo. Le crisi bancarie prossime venture non saranno più a carico dei contribuenti, ma messe a carico dei “creditori” delle banche: i depositanti; i risparmiatori. Naturalmente si raccomanda che siano preservati i derivati, che sono il software della nuova moneta…».

Sta dicendo che, come a Cipro, si corre il rischio di un prelievo forzoso dai conti correnti?

«All’opposto, è quello che va evitato. Neanche con la salvaguardia dei 100 mila euro. Quando i padri costituenti discutevano sull’articolo 47 della Costituzione, Togliatti voleva scrivere che “la Repubblica tutela il risparmio popolare”.

Einaudi e Ruini dissero di no, perché il risparmio è in sé un valore oggettivo. Per questo la Costituzione dice: “La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme”. Dobbiamo difendere la nostra Costituzione.».

Lei è stato ministro dell’Economia dal 2008 al 2011. Cos’avete fatto per evitare la crisi?
«Estero, Italia. Estero: se la crisi è epocale e globale – lo è stata, e lo è – puoi solo avvertire; ma al G7 sei 1 a 6, al G20 sei 1 a 19. Il governo Berlusconi si è battuto per gli eurobond e per il “Global legal standard”, le regole per limitare lo strapotere della finanza. Votate da tutti gli Stati dell’Ocse».

In Italia il vostro ritornello era: usciremo dalla crisi prima e meglio degli altri.

«Perfino il Sole 24 Ore ha ammesso che nel 2010 “l’Italia stava come la Svizzera”. E c’era ancora la coesione sociale, non l’angoscia collettiva che c’è adesso. Poi non c’è stata una crisi economica, ma politica.

Habermas ha scritto che in Italia c’è stato allora un “dolce coup d’état”. Ne ha fatto parte la lettera inviata all’Italia da Trichet e Draghi, nel 2011, imponendo l’anticipo del pareggio di bilancio, dal 2014 concordato in Europa, al 2013. Oggi invece tutti, o quasi tutti, chiedono politiche espansive. È un’ironia che oggi, Italia su Italia, la lettera sia tornata per la sua esecuzione proprio a chi l’ha scritta».

Tra gli estensori del “Global legal standard”, le nuove regole per la finanza, c’era anche Enrico Letta. Cosa pensa di lui?

«Sul governo Letta mi sono astenuto politicamente. Personalmente lo stimo molto. Spero che non si limiti ad accarezzare i problemi». Aldo Cazzullo per “il Corriere della Sera

Se questo è un Papa

Lunedì, 22 Aprile 2013

Si potrebbe partire dai gesti irriverenti: l’autografo sul gesso di una ragazzina, la papalina scambiata con un fedele, le già tante maglie di calcio sventolate. Oppure soppesarne i gusti: Hölderlin e qualche dimenticato scrittore francese, Guardini e Kasper, Chagall e il cinema neorealista italiano, Anna Magnani e Astor Piazzolla. Oppure frugare nell’armadio: magari salta fuori uno scheletro o anche solo un ossicino, uno scivolone, una frase infelice, una mossa falsa. Ma è già stato fatto tutto molto bene e piuttosto inutilmente. L’aneddotica sul Jorge Mario Bergoglio alias Papa Francesco è già lievitata a dismisura e siamo vicini alla saturazione, anche perché la luna di miele con i mass media ancora regge. Meglio seguire un’altra pista, provare a riflettere su cosa sta capitando a un’istituzione fondamentale della chiesa come il papato nel passaggio di testimone tra Benedetto XVI e Francesco, nella maniera unica e sorprendente che sappiamo.

Lo chiedo al monaco tedesco Elmar Salmann, uno dei pochi talenti in circolazione ancora in grado di mescolare con perizia teologia, filosofia, letteratura, storia, arte, psicoanalisi. Dal suo punto di osservazione, la cella dell’abbazia di Gerleve in Westfalia, alla vigilia del Conclave mi aveva detto di non aspettarsi “niente di particolare”, con quel tono di affabile distacco che lo contraddistingue. Adesso, a giochi fatti, mi accompagna via telefono in una ricognizione che parte da qualche considerazione storica. “Ormai sta per chiudersi una fase della chiesa iniziata con l’epoca postnapoleonica. Dopo il trauma feudale, nell’Ottocento il cattolicesimo si costruisce come organizzazione moderna anche se sostenuto da un’ideologia antimoderna. Un’organizzazione centralizzata, efficiente, in cui nascono nuove congregazioni, istituti religiosi e associazioni di laici, si riorganizzano diocesi e seminari; e dove, soprattutto, il papato assume all’interno della chiesa un ruolo centrale, fino all’apoteosi con il dogma dell’infallibilità (nella costituzione “Pastor aeternus” del Concilio Vaticano I, 1870, ndr). Tutto ciò avviene in controtendenza con il nazionalismo del tempo. Ma ora questa fase sta per esaurirsi sia per la fine della centralità europea sia per la molteplicità delle culture che non si lasciano facilmente ricondurre a unità. In tutto ciò è evidente l’incapacità della curia romana di reggere a queste nuove dimensioni mondiali mentre assistiamo al lento trasformarsi del papato, a ben vedere già con Giovanni XXIII: da istanza giuridica, di governo e sacrale, a figura simbolica, carismatica, mediatica. Il ritiro di Papa Benedetto e il dolce stil novo di Papa Francesco sono le condensazioni più visibili di questa trasformazione”.

Un secondo elemento più spirituale della transizione in atto riguarda gli ordini religiosi che vengono tirati in ballo dai due pontefici: benedettini, francescani e gesuiti. “Questo la dice lunga sulla incisività della trasformazione in atto sul piano umano, spirituale e mistico – osserva il benedettino Salmann – Sono tre forme di vita diverse. Che prima sia un Papa dalla filosofia platonica a scegliere il nome di Benedetto e poi un gesuita a scegliere quello di Francesco denota il sorgere di una nuova costellazione di senso e una contaminazione degli ideali religiosi, che sono legati alle diverse forme di quella povertà tanto proclamata da Papa Francesco. Bisogna dire anzitutto che la vita benedettina, agli esordi, non gode di grandi splendori spirituali, è piuttosto il modo per dare rilievo a uno stato di emergenza mentre l’impero romano è in via di disfacimento. In effetti, san Benedetto intende fondare una scuola per principianti della vita spirituale, pensa a una officina dove usare gli strumenti per un buon artigianato; vuole dare un assetto, un ordine agli spazi e ai tempi nell’epoca di migrazioni globali, in vista di una vita comunitaria coram Deo, davanti a Dio. In san Benedetto, poi, abbiamo una forma sobria, tardoromana, dell’ideale monastico importato dal vicino oriente. Grande è anche l’arte di san Benedetto nel riprendere diversi filoni di spiritualità e di ordini religiosi, copiando ciò che serviva al suo scopo – anche questo è un atto di umiltà. Sempre con la sua discrezione, Benedetto fa balenare davanti ai nostri occhi l’ideale del vero monaco salvo poi confezionarlo in vista della sua vivibilità”.
Il secondo archetipo è Francesco d’Assisi. “La spiritualità francescana vuole seguire il Cristo nudo – dice Salmann – soprattutto per come si mostra nel presepe e nel passaggio della morte: qui è la presenza qualificante di Dio. Adeguandosi a questi stati di passaggio, tutta la vita e la natura appaiono come simboli di tale presenza. La creazione parla della presenza del Dio umile”. A questo proposito, Salmann ricorda il celebre episodio affrescato da Giotto nella basilica superiore di Assisi: “Papa Innocenzo ebbe un incubo in cui vedeva la chiesa in sfacelo e una figura profetica che poteva salvarla. Certo, non avrebbe mai immaginato che gli comparisse davanti un uomo vestito con il saio dei poveri, eppure andò esattamente così. Perché è il nudo, il profeta, che ricostruisce una chiesa all’apparenza potente ma interiormente in crisi”.

E poi c’è il terzo archetipo della transizione in atto, Ignazio di Loyola e la sua formidabile invenzione: la Compagnia di Gesù. “In un tempo di passaggio altrettanto difficile – continua il monaco tedesco –, tra Rinascimento e Riforma, i gesuiti nascono dall’intuizione di un cavaliere in pensione, zoppicante, che con pochi compagni va a Parigi per studiare teologia. E poi dà il via a un grande esperimento, gli Esercizi spirituali, un laboratorio per trovare la volontà di Dio nelle mosse dell’anima e confrontandole con gli stati della vita di Gesù. Nasce così un ordine senza clausura, senza coro, senza abito, con uomini disposti a lasciarsi mandare dove non avrebbero mai nemmeno immaginato. Mi viene in mente il gesuita all’inizio del ‘Soulier du satin’ di Claudel che si trova sul relitto di una nave, legato all’albero maestro, e prima di affondare invoca il suo Dio. Ora un altro gesuita latino-americano prende il mare per approdare nella vecchia Europa e riprendere la strada della povertà, della nudità e dell’essere inermi dentro una chiesa ancora potente ma ormai priva di splendore. Come se, sulla scia di Francesco e Ignazio, dovessimo tornare a Gerusalemme e bussare di nuovo alla porta del Nuovo Testamento per trovarvi la nostra misura e la speranza dell’inedito. Come se, adesso, dovessimo vivere la storia di quella povertà non più come un ideale spirituale ma come un punto di partenza concreto, come la realtà in cui ci troviamo a vivere”.

“Ah, come vorrei una chiesa povera e per i poveri!”, ha esclamato Papa Francesco davanti ai giornalisti di tutto il mondo tre giorni dopo l’elezione. E poi ha insistito più volte sulle “periferie”, sul servizio agli ultimi; il Giovedì Santo ha lavato i piedi ai ragazzi del carcere minorile di Roma. Non perde occasione per parlare di “misericordia” e “tenerezza”.

Secondo Salmann, questa può essere la risposta a “una chiesa che ha perso il potere, che è divenuta inerme, vulnerabile, confutata, ed è in cerca di un altro stile per rappresentare il Cristo in una società democratica, pluriprospettica e globale. I gesti profetici del ritiro nella solitudine di Papa Benedetto e dell’inaugurazione del mandato di Papa Francesco mi sembrano voler indicare e qualificare questa situazione della chiesa, trasformandola in un kàiros promettente. Se da questa gestualità nascerà una strategia politica e trasformatrice è presto per dirlo, ma la porta verso un tale futuro è aperta, quantomeno socchiusa”.

Intanto a funzionare è la gestualità sciolta e rilassata di Bergoglio (ammicca, sorride, abbraccia, sgrana gli occhi, sostiene lo sguardo) nonché il suo eloquio breve e incisivo, di taglio giornalistico. E’ visibilmente a suo agio e disinvolto tanto quanto il suo predecessore era impacciato e spaurito; il feeling con l’opinione pubblica è stato immediato. Non a caso. I gesuiti sanno stare al mondo. A suo tempo hanno reinventato il teatro, oggi sono tra i non molti nel cattolicesimo a conoscere davvero i media, e a frequentarli con understatement. Maestri della dissimulazione onesta, puntano dritti all’obiettivo: “Todo modo para buscar la voluntad divina”. Certo, è un paradosso che proprio adesso che la modernità è finita la chiesa si affidi a uno di loro: i gesuiti sono stati i grandi precettori dell’epoca moderna. “In realtà nessuno dei tre ordini, benedettini, francescani e gesuiti, gode oggi di buona salute – nota Salmann –, eppure proprio nel momento del loro tramonto sanno spremere un succo saporito. Per quanto riguarda Papa Francesco, il suo stile verrà messo alla prova del tempo. Non bisogna scordare la trappola dell’umanizzazione del rito: dopo la decima volta che dici buonasera non significa più nulla e la semplicità dei gesti si riduce a banalità. Ratzinger correva il rischio opposto, la sua era una gestualità iperstilizzata. Ancora prima, Wojtyla aveva puntato tutto sul suo carisma di attore, di grande istrione”.

Un altro tema caro a questo Papa è la “custodia del creato” alla quale ha dedicato riflessioni molto interessanti nella messa di inaugurazione del ministero petrino. “E’ un tema tipicamente francescano – ricorda Salmann –: tutto il mondo parla di Dio, animali piante uomini, tutto fa parte del giardino di Dio, è un nascere alla gioia”. Anche “Madonna Povertà” è un’icona dello spirito francescano. “Sì, però il discorso sulla povertà non è soltanto un tema particolare di teologia o spiritualità, ma un vero e proprio locus theologicus: uno stile, una prospettiva integrale e una base comunitaria di vivere e pensare il mistero cristiano e la sua presenza feconda nel mondo. Come la teologia monastica, simbolica e sapienziale, era legata alla forma di vita nel chiostro e la teologia mistica a forme specifiche della esperienza della presenza divina così, dopo secoli di dominio insano della teologia universitaria, riemergono altri tipi di prassi e di riflessione teologica, come li conosciamo da Benedetto, Bernardo, Ildegarda – non casualmente nominata Dottore della chiesa da Benedetto XVI poco tempo fa –, Francesco di Sales, Giovanni della Croce; forme oggi più legate a un’esperienza di gruppo, come in fondo già la teologia francescana e quella del primo Ignazio”.

Il passaggio del papato da una forma prevalentemente giuridica a una forma decisamente carismatica ha delle conseguenze, non tutte gradevoli. Salmann avverte che “forse ci si comincia a interessare troppo della personalità e della biografia del singolo Papa o vescovo. E’ un biografismo insalubre che porta al culto della personalità ma anche a una sua rapida denigrazione; soprattutto in un’epoca che conosce la proscrizione facile ma non più il diritto di prescrizione, cioè l’indulgenza del dimenticare, del flusso dei tempi, del rivalutare positivamente l’evolversi di una persona. Invece oggi tutto viene scoperto e messo a nudo, anche quando i tempi, le circostanze e la persona stessa si sono trasformate. Un che di pudore, magnanimità, equo giudizio sarebbero auspicabili nel nostro giudicare le persone pubbliche”.

In effetti tutti si sono lanciati a radiografarne il passato, ma per capire Bergoglio Papa quanto conta la sua biografia e quanto invece la sua azione odierna assistita dalla cosiddetta grazia di stato, se si può ancora dire così? “Una volta si parlava di grazia di stato o di santità di ruolo. Ma oggi il rispetto dell’officium, di cui parlavano Cicerone e Ambrogio, non c’è più, nel bene e nel male. E’ il contraccolpo dell’enfasi carismatica e biografica che si riverbera su qualunque figura pubblica. E’ venuto a mancare quel sovrappiù di decoro e dignità dell’ufficio rispetto alla biografia del singolo. Ho ben presente il caso del ministro dell’Istruzione tedesco, Annette Schavan, che poco tempo fa s’è dovuta dimettere per avere copiato ben trent’anni fa una tesi di dottorato. E’ un’esagerazione ma con Internet sta dilagando una frenesia di persecuzione degli eretici, si spulcia ovunque in cerca di plagi e non si mette mai termine alla caccia. E così i personaggi pubblici perdono la loro immunità, non sono più immuni da alcunché”. In effetti il munus, su cui ha scritto pagine illuminanti Roberto Esposito, è il nocciolo e il nodo di qualunque istituzione. “E’ vero – mi dice Salmann – il munus è un problema che tocca tutte le istituzioni che chiedono rispetto per se stesse, in quanto tali. Ed è il sintomo fondamentale del nostro mondo. Certo le zone d’ombra ci sono, a volte si fa abuso dell’immunità ma l’immunità aveva un senso, garantiva una certa incolumità ai rappresentanti pubblici. L’enfasi psicoanalitica, invece, ci ha portato a un biografismo che non perdona nulla, a una colpevolizzazione infinita”. L’oblio è merce rara, oggigiorno. “D’altronde siamo nella società del politically correct e la comunicazione è l’unico feticcio religioso rimasto. Che però sta mangiando i suoi figli, come ogni rivoluzione…”, aggiunge Salmann.

La polarità tra carisma e munus è decisiva anche per l’istituzione papale. “Bergoglio è sostenuto dal gesto carismatico che però deve trasformarsi in habitus e strategia. Finora la sua è tattica nel senso di tatto, di sensibilità per la situazione, ma poi ci vuole la strategia che è lungimiranza e processo politico”. In effetti la mossa di Bergoglio è tanto affascinante quanto rischiosa: un Papa che si chiama Francesco, ovvero l’istituzione che prende il nome del carisma. Scintilla o cortocircuito? Quest’uomo preso “quasi dalla fine del mondo”, per usare le sue parole, è uno strano ibrido che incarna i passi e i passaggi che il cristianesimo si trova a vivere. “Forse lo ha segnato l’esperienza di ambivalenza che ha vissuto ai tempi della dittatura in Argentina. Tergiversare, trattare, resistere al potere è logorante. E’ quasi più facile essere martire o collaboratore che restare in questa terra di mezzo, nella zona grigia. E ho l’impressione che il suo francescanesimo – e cioè un approccio semplice, senza sovrastrutture – nasca proprio per integrare il suo essere gesuita in una condizione storica del genere. Ha visto quella fotografia che lo riprende sul metrò? Mostra una naturalezza più francescana che gesuitica”, suggerisce il mio benedettino. Bergoglio guarda in macchina, come si dice in gergo, con un’aria indefinibile. Forse però non guarda esattamente l’obiettivo che lo immortala ma qualcosa poco più in alto, e oltre. Forse quello che lo aspetta. Quello che ci aspetta.

© – FOGLIO QUOTIDIANO

di Marco Burini

Si va verso il trans-umano

Venerdì, 12 Aprile 2013

«Quello che sta succedendo in Francia in questo momento è una grazia». Tenendo conto che il filosofo francese Fabrice Hadjadj sta parlando dell’approvazione da parte del governo socialista in Francia del matrimonio gay e della quasi totale censura di un milione di persone che scendono in piazza per protestare, si potrebbe pensare che è impazzito. Ma il direttore dell’Istituto europeo di studi antropologici Philanthropos di Friburgo (Svizzera), che ha rilasciato un’intervista a tempi.it a margine del convegno che si è tenuto ieri all’Università Cattolica di Milano dal titolo “È ancora tempo di credere”, ha buone ragioni per usare la parola “grazia”, pur affermando che la Francia è nel bel mezzo di una «crisi antropologica» dominata da una «tecnocrazia che vuole trasformare l’umano».

Professore Hadjadj, partiamo dal principio. Il governo socialista di Francois Hollande vuole legalizzare matrimonio e adozione gay. E, a meno di svolte imprevedibili, ce la farà.
In Francia c’è un governo di sinistra che non può condurre una politica di sinistra, perché la crisi economica gli impedisce di mantenere le promesse di ordine sociale fatte in campagna elettorale. Quindi la sola cosa che gli resta è cambiare la legge. Ma legalizzando il matrimonio gay questo governo di sinistra tradisce la sua natura. Il vero socialismo infatti non tocca la famiglia, che è il pilastro della società, ma cerca di provvedere a una migliore distribuzione delle ricchezze. Questo è un grosso problema e il governo di Hollande cerca di nascondere la sua impotenza dietro questa legge.

Come si è arrivati in Francia a proporre la legalizzazione del matrimonio gay?
Malgrado tutto, e indipendentemente da questa circostanza, in Francia c’è una crisi antropologica. Questa crisi antropologica fa sì che noi non crediamo più davvero all’umano e stiamo andando verso qualcosa che rientra nell’ordine del transumano. Tutto questo grazie al regno della tecnica. Infatti, quello che non si dice normalmente è che affinché ci sia uguaglianza tra un matrimonio fra un uomo e una donna e uno fra due uomini o due donne ci vuole la tecnica. Una coppia dello stesso sesso per procreare deve ricorrere a qualcosa che riguarda più la fabbricazione che la nascita. Dietro a tutto ciò c’è una tecnocrazia che vuole trasformare l’umano.

 

La manifestazione parigina contro il matrimonio gay
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Le immagini della manifestazione che si è svolta ieri a Parigi contro il matrimonio e l'adozione gay sono tratte dal sito de La Manif Pour Tous.

 

 

Sembra che la Francia abbia anche reagito. Per due volte, contro questo progetto di legge, sono scese in piazza un milione di persone.
Sì, c’è stata una grande manifestazione contro il matrimonio gay ma i media francesi non ne hanno quasi parlato. Questo fa capire quanto sia grande la censura su quello che sta succedendo. È noto il caso dell’uomo arrestato perché indossava la maglia della Manif Pour Tous, una cosa che in Francia non si era mai vista prima. Ma resta il fatto che quello che sta avvenendo in questo momento è una grazia.

Una grazia?
Sì, perché non si era mai presa una coscienza tale del mistero dell’Incarnazione. Siamo in una situazione in cui sono la Chiesa e i cristiani che si trovano a difendere la carne e il sesso. Siamo completamente usciti dal puritanesimo per prendere coscienza che la sessualità così come ci è donata viene da Dio ed è spirituale. E questo è un passo avanti straordinario che è stato fortemente preparato da Giovanni Paolo II. La difesa del corpo e della carne, infatti, è una peculiarità del cristianesimo. Durante la Manif Pour Tous, dei cristiani portavano cartelli con questo slogan: “Vogliamo il sesso, non il genere”. È una grande novità questa affermazione del sesso, contro l’ideologia del gender, e quelle persone lo dicevano in quanto cristiani.

Dal punto di vista politico non si può dire che la manifestazione sia stata un successo.
Non era una manifestazione politica ma antropologica. I cristiani si sono resi conto che la posta in gioco non è dominare in un rapporto di forza, non è ristabilire la cristianità ma testimoniare la verità. Ed è per questo che sulla strada c’erano anche grandi filosofi come Rémi Brague, che non aveva mai partecipato a una manifestazione. È una bella novità che i cristiani si mobilitino non tanto per la difesa della cristianità ma perché bisogna testimoniare la verità. Grazie a questa situazione inedita si avrà una ricomposizione totale dell’azione dei cristiani nella società.

manifestazione-per-tutti-parigiIntanto però la legge sul matrimonio gay sarà approvata dal Senato.
Il matrimonio civile era già un falso matrimonio, lo definirei un divorzio rimandato. Non a caso i gay stanno già chiedendo il divorzio, ancora prima di avere il matrimonio. Se lo scopo fosse stato salvare il matrimonio civile, allora non sarebbe valsa la pena di fare manifestazioni. Siamo allo stadio ultimo di una distruzione che risale al 19esimo secolo. La posta in gioco non è impedire la legge ma dire: ecco la verità del matrimonio. In questi giorni si è visto che i cristiani non hanno bisogno dello Stato, dei giornali, della televisione per comunicarlo. La via da percorrere non è più conquistare un potere che sta affondando ma rifondare la dimensione politica dal basso, attraverso l’evangelizzazione.

La sconfitta nasconde una vittoria?
Sì, è l’inizio di qualcosa di nuovo: i cristiani si sono ritrovati e tutti hanno sentito di esistere davvero come comunità. Il cristianesimo francese era segnato dall’individualismo e improvvisamente, in questa situazione, si è visto che non solo si esisteva insieme ma che la piazza era nostra. Le manifestazioni dei cristiani e delle comunità ebraiche contro il matrimonio gay sono state molto più numerose delle altre. Hanno sempre detto che la piazza era della sinistra, degli artisti e anche degli omofili, ma non è così. E mi raccomando di scrivere omofili, non omosessuali, perché il termine omosessualità costituisce il rifiuto della sessualità, quindi non è giusto usare questa parola, non descrive bene la natura della questione. Insisto: questa è una situazione molto gioiosa, molto bella.

Eppure i cristiani non sono mai stati così poco ascoltati.
Se uno ha la nostalgia della cristianità, del tempo in cui lo Stato era cristiano e le leggi erano cristiane, allora può considerare tutto un disastro già da diverso tempo. Se invece uno ha il desiderio non della cristianità ma del cristianesimo, allora questo momento è molto interessante e molto bello. l. grotti tempi.it