Archivio per la categoria ‘federalismo’

Tremonti, il bluff di Monti

Venerdì, 16 Marzo 2012

A rasserenare il clima in vista del vertice di maggioranza di Palazzo Chigi ci pensa qualche ora prima Silvio Berlusconi. Che, nonostante il braccio di ferro in corso tra Pdl e Pd sui temi in agenda nell’incontro con Mario Monti, non esita a ribadire pubblicamente l’intenzione di sostenere l’esecutivo. Insomma, un gesto di decisa distensione. «Dobbiamo tutti mobilitarci per ascoltare i nostri elettori – spiega l’ex premier in un messaggio inviato all’iniziativa Politika 2.0 organizzata dai giovani del Pdl – e per spiegare loro i motivi del nostro sostegno al governo tecnico». Come a dire che l’appoggio a Monti non è in discussione anche se, rispetto alle perplessità di una parte dell’elettorato del centrodestra, è necessario che il partito s’impegni ad argomentarne le ragioni. Un’uscita, quella di Berlusconi, che arriva a poche ore dal tanto atteso vertice di maggioranza, con buona pace di chi nel Pdl vedrebbe di buon grado un’opposizione più ferma e più decisa nei confronti dell’esecutivo. Tra loro, da mercoledì notte, si può ascrivere a pieno titolo un Giulio Tremonti che, ospite di Tg3-Linea notte, ha picchiato sul presidente del Consiglio e sulla sua politica economica come mai prima. «L’economia – ha detto l’ex ministro – sta andando molto indietro anche per effetto di provvedimenti sbagliati». E ancora: parliamo di un governo che «se si guardano i decreti è molto debole». Prima di insediarsi a Palazzo Chigi, insiste Tremonti, Monti «diceva che si doveva fare di più per la crescita» e oggi è come «il venditore di almanacchi Leopardi» (quello che ogni anno annunciava grandi e future fortune per poi ricredersi l’anno seguente). E l’ex titolare dell’Economia non ha dubbi: «Sui numeri siamo alla decrescita», senza contare che «a giugno saliranno le tasse sulla casa», «a settembre l’Iva» mentre «i rincari delle bollette» sono già arrivati. Insomma, un quadro cupissimo. Peraltro condito da decreti che «sono una roba inutile» e nei quali «non si capisce niente» di cosa c’è scritto: quello sulle liberalizzazioni è come «La patente di Pirandello», quello sulle semplificazioni porta solo «infinite complicazioni addizionali». Chiusa eloquente: e pensare che Monti «aveva detto di avere la ricetta magica». Con un dettaglio. «Tornerà in politica?», chiede la conduttrice. Risposta tranchant: «Mi pare che ci sono! Sono qui a parlare di politica nel 2012 e ci sarò anche nel 2013». Con buona pace non solo del Cavaliere ma praticamente di tutto il Pdl. Chissà, magari sarà anche un caso. Ma ancora una volta Berlusconi e Tremonti si trovano dai lati opposti della barricata. Come quando, lo ammette lo stesso ex titolare di via XX Settembre, «a luglio scorso si sono contrapposte due diverse linee di politica economica, quella del presidente del Consiglio e quella del ministro dell’Economia», ed è questo che ha portato alla caduta del governo. Con il primo deciso a sostenere l’esecutivo Monti e il secondo che apre il fuoco come mai aveva fatto prima. Mentre, guarda un po’, nel vertice di maggioranza in corso a Palazzo Chigi fino a notte fonda, Monti, Angelino Alfano, Pierluigi Bersani e Pier Ferdinando Casini sembrano trovare sostanzialmente la quadra. A tarda sera, forse, resta qualche frizione sulla riforma dell’articolo 18. Ma la sostanza è che l’intesa c’è su quasi tutto.Adalberto Signore per Il Giornale

Regioni sovrane

Lunedì, 6 Febbraio 2012

Le spese dello stato stanno per un certo verso sotto l’occhio dell’opinione pubblica; le spese regionali sfuggono meglio all’attenzione, anche se fanno impallidire quelle dello stato. Soprattutto in termini di sprechi, sono scandalosi pozzi senza fondo: la Sicilia spende il doppio della Lombardia (avendo metà dei suoi abitanti), la Campania il triplo del Veneto; tutte insieme hanno speso un miliardo di euro nel 2011 solo per mantenere i loro consiglieri regionali; 7 miliardi (14 mila miliardi, in vecchie lire) per le giunte e gli uffici regionali. Sono circa altri 240 miliardi di euro che si aggiungono alla spesa pubblica: qui sì che sono possibili grossi risparmi e tagli, perchè proprio nelle Regioni c’è tanto grasso che cola. Basta ricordare che i contribuenti del Nord trasferiscono ogni anno, da decenni, alle Regioni del Meridione, senza miglioramento dell’arretratezza meridionale. Ma il governo, tecnico o no, non ha alcuna possibilità di mettere un freno a questi folli spenditoi locali: mai otterrebbe una maggioranza parlamentare per riformare questo colabrodo di denaro pubblico a cui poppano voluttuosamente tutti i partiti. Cadrebbe immediatamente. E inoltre le Regioni hanno “l’autonomia finanziaria” (scritta nella Costituzione, art. 119) di cui sono gelosissime, e una legge costituzionale (dunque varata da maggioranza qualificata) del 2001 che ha abolito i controlli sugli atti regionali, in precedenza esercitati dal governo centrale. Senza contare le Regioni che sono “autonome” per legge divina, fra cui brilla la Sicilia. Da allora, queste entità sono buchi neri di spesa, irresponsabili e insindacabili, ancorchè molte di esse esibiscano debiti colossali. Basti dire che la Regione Sicilia paga i suoi consiglieri regionali più dei senatori della repubblica: 19.850 euro al mese. E che la stessa Sicilia spende 240 milioni di euro l’anno per la “formazione professionale” dove foraggia un esercito di presunti docenti, e alla fine dei quali corsi solo uno studente e mezzo trova effettivamente lavoro. Ragion per cui il procuratore della Corte dei Conti ha recentemente dichiarato: «L’effettivo avviamento al lavoro di un giovane siciliano pesa sui contribuenti 72 mila euro, non so davvero se ne valga la pena». Ma che lo Stato non osi mettere becco, men che meno esigere la consegna dei libri contabili: i governatori delle Regioni si coalizzano nella protesta, mobilitano le loro affollate clientele, i partiti (ciascuno dei maggiori ha un qualche governo regionale) difendono con le unghie la loro “autonomia”. E così continuano a spendere come pare a loro. Ossia a sprecare e rubare. In tal modo, accade questo fatterello paradossale: il governo centrale italiano accetta il “fiscal compact” europeo, ossia di mettere i suoi bilanci sotto il controllo preventivo dei commissari europei, rinunciando all’ultimo brandello di sovranità e divenendo di fatto una macro-regione della Germania, che occhiutamente impone il pareggio di bilancio e la riduzione del debito al 60% del Pil; e nello stesso tempo, non può imporre la sua sovranità alle sue Regioni, controllandone i conti e le spese, come riesce a fare la Spagna. In altri termini: le Regioni sono più “sovrane” dello stato centrale. Ciò non è altro, in fondo, il motivo stesso della nascita delle Regioni. I lettori più giovani possono non saperlo, ma lo stato italiano non è sempre stato regionale; anche se la creazione di Regioni era iscritta nel bronzo della Costituzione (che per certe parti è invece di pastafrolla), per molti decenni s’è lasciata inattuata questa parte. E la popolazione non ha mai espresso scontento di essere sotto uno stato centralizzato, mai la richiesta di “autonomie” regionali è stata espressa a livello popolare. Era un ordine dall’alto a volerle. (compagno di grembiule) Infatti a battersi per l’istituzione delle Regioni fu da dopoguerra Ugo La Malfa, gran massone, l’uomo del Partito Repubblicano, appoggiato da Cuccia e da Mattioli delle Commerciale, ossia il fiduciario della finanza internazionale: l’unico italiano dahgli anglo-americani agli incontri di Bretton Woods in cui si mise in atto l’ordine monetario mondiale dei vincitori. Benchè il Pri di La Malfa avesse sì e no il 3 per cento dei voti, la DC se lo associò fin dal primo governo De Gasperi, perchè senza i repubblicani nel governo, non arrivavano i soldi del piano Marshall: dunque i desideri di La Malfa erano legge. E il perchè volesse le Regioni, il La Malfa lo chiarì in tutte le sedi: servivano ad erodere la sovranità degli stati-nazione. Il progetto europeista di Jean Monnet (che distribuiva i soldi del piano Marshall per incarico della Lazard) era infatti un’Europa di Regioni, senza stati, o cvon stati spettrali. L’autorità degli stati doveva essere sminuita e smangiata sia dall’alto (dalla Unione Europea) sia dal basso, dalle Regioni appunto. Nel gran progetto mondialista, globalizzazione deve accompagnarsi alla regionalizzazione del mondo. Piccole entità sub-sovrane, senza dimensioni economiche nè peso politico per negoziare a livello europeo con qualche credibilità. Questo era il progetto. La Germania disfatta fu la prima ad essere spezzata in Laender, su comando alleato. Alla regionalizzazione della Francia (il più antico stato unitario d’Europa) si oppose De Gaulle, finchè potè. La Spagna fu centralizzata fino a quando durò Francisco Franco, il sopravvissuto dell’era precedente, e per questo Madrid ha ancora voce in capitolo sulle spese regionali . Oggi , il progetto si realizza, ma sotto una forma paradossale: è la Germania l’unico ente sovrano che comanda sugli altri stati denazionalizzati: un esito che farà rivoltare nella tomba La Malfa, Jean Monnet e Andrè Meyer della Lazard Brothers…. Read more: http://www.rischiocalcolato.it/2012/02/spagna-e-italia-uguali-sul-lavoro-non-sulle-regioni-maurizio-blondet.html#ixzz1lbGpaQFv

Le spese dello stato stanno per un certo verso sotto l’occhio dell’opinione pubblica; le spese  regionali sfuggono meglio all’attenzione, anche se fanno impallidire  quelle dello stato. Soprattutto in termini di sprechi,  sono scandalosi pozzi senza fondo: la Sicilia spende il doppio della Lombardia (avendo metà dei suoi abitanti), la Campania il triplo del Veneto;  tutte insieme hanno speso un miliardo di euro nel 2011 solo per mantenere i loro consiglieri regionali; 7 miliardi (14 mila miliardi, in vecchie lire) per le giunte e gli uffici regionali. Sono circa  altri 240 miliardi di euro che si aggiungono alla spesa pubblica:  qui sì che sono possibili grossi risparmi e tagli, perchè proprio nelle Regioni  c’è tanto grasso che cola.  Basta ricordare che i contribuenti del Nord trasferiscono ogni anno, da decenni, alle Regioni del Meridione, senza  miglioramento dell’arretratezza meridionale.

Ma il governo, tecnico o no, non ha alcuna possibilità di mettere un freno a questi folli spenditoi locali: mai otterrebbe una  maggioranza parlamentare   per riformare questo colabrodo di denaro pubblico a cui poppano voluttuosamente tutti i partiti. Cadrebbe immediatamente.  E inoltre le Regioni hanno “l’autonomia finanziaria” (scritta nella Costituzione, art. 119) di cui sono gelosissime, e una legge costituzionale (dunque varata da maggioranza qualificata)  del 2001 che ha abolito i controlli sugli atti regionali, in precedenza esercitati dal governo  centrale.  Senza contare le Regioni che sono “autonome” per legge divina, fra cui brilla la Sicilia.  Da allora, queste entità sono buchi neri di spesa, irresponsabili e insindacabili, ancorchè  molte di esse esibiscano debiti colossali.  Basti dire che la Regione Sicilia paga i suoi consiglieri regionali più dei senatori della repubblica: 19.850 euro al mese. E che la stessa Sicilia  spende 240 milioni di euro l’anno per la “formazione professionale”   dove foraggia un esercito di presunti docenti, e  alla fine dei quali corsi solo uno studente e mezzo trova effettivamente lavoro. Ragion per cui il procuratore della Corte dei Conti ha recentemente dichiarato: «L’effettivo avviamento al lavoro di un giovane siciliano pesa sui contribuenti 72 mila euro, non so davvero se ne valga la pena».

Ma che lo Stato non osi mettere becco, men che meno esigere la consegna dei libri contabili: i governatori delle Regioni si coalizzano nella protesta, mobilitano le loro affollate clientele, i partiti (ciascuno dei maggiori ha un qualche governo regionale) difendono con le unghie la loro “autonomia”. E  così continuano a spendere come pare a loro.  Ossia a sprecare e rubare.

In tal modo, accade questo fatterello paradossale:  il governo centrale italiano accetta il “fiscal compact” europeo, ossia di mettere i suoi bilanci sotto il controllo preventivo dei commissari  europei, rinunciando  all’ultimo brandello di sovranità e divenendo di fatto una macro-regione della  Germania, che occhiutamente impone  il pareggio di bilancio e la riduzione del debito al 60% del Pil; e nello stesso tempo, non può imporre la sua sovranità alle sue Regioni, controllandone i conti e le spese, come riesce a fare la Spagna.

In altri termini: le Regioni sono più “sovrane” dello stato centrale.

Ciò non è altro, in fondo, il motivo stesso della nascita delle Regioni.  I lettori più giovani possono non saperlo, ma lo stato italiano non è sempre  stato regionale; anche se la creazione di Regioni era iscritta nel bronzo della Costituzione (che per certe parti è invece di pastafrolla), per  molti decenni s’è lasciata inattuata questa parte.  E la popolazione non ha mai espresso scontento di essere sotto uno stato centralizzato, mai la richiesta di “autonomie” regionali è stata espressa a livello popolare. Era un ordine dall’alto a volerle.Infatti a battersi per l’istituzione delle Regioni fu  da dopoguerra  Ugo La Malfa,  gran massone, l’uomo del Partito Repubblicano,  appoggiato da Cuccia e da Mattioli delle Commerciale, ossia il fiduciario della finanza internazionale: l’unico italiano  dahgli anglo-americani agli incontri di Bretton Woods in cui si mise in atto l’ordine monetario mondiale dei vincitori.  Benchè il Pri di La Malfa avesse sì e no  il 3 per cento dei voti, la DC se lo associò fin dal primo governo De Gasperi, perchè senza i repubblicani nel governo,  non arrivavano i soldi del piano Marshall: dunque i desideri di La Malfa erano legge. E il perchè volesse le Regioni, il La Malfa lo chiarì in tutte le sedi: servivano ad erodere la sovranità degli stati-nazione. Il progetto europeista di Jean Monnet (che distribuiva i soldi del piano Marshall per incarico della Lazard) era infatti un’Europa di Regioni, senza stati, o cvon stati spettrali.  L’autorità degli  stati doveva essere  sminuita e smangiata sia dall’alto (dalla Unione Europea) sia dal basso, dalle  Regioni appunto. 

Nel gran progetto mondialista,  globalizzazione deve accompagnarsi alla regionalizzazione del mondo. Piccole entità sub-sovrane, senza dimensioni economiche nè peso politico per negoziare a livello europeo con qualche credibilità.  Questo era il progetto. La Germania disfatta  fu la prima ad essere spezzata in Laender, su comando alleato.  Alla regionalizzazione della Francia (il più antico stato unitario d’Europa)  si oppose De Gaulle, finchè potè.   La Spagna fu centralizzata fino a quando durò Francisco Franco, il sopravvissuto dell’era precedente, e per questo Madrid ha ancora voce in capitolo sulle spese regionali . Oggi , il progetto si realizza, ma sotto una forma paradossale:  è la Germania l’unico ente sovrano che comanda sugli altri  stati denazionalizzati: un esito che farà rivoltare nella tomba  La Malfa, Jean Monnet e Andrè Meyer della Lazard Brothers…. m.blondet tratto da Spagna e Italia uguali sul Lavoro, non sulle Regioni vi rischiocalcolato.it

Il movimento dei forconi è il riscatto del Sud

Giovedì, 19 Gennaio 2012

Li ho incontrati alla scuola di politica di Filaga sui monti Sicani. Mi dissero: siamo alla disperazione, pronti alle armi, ci manca solo un leader.Ed io risposi: guardate che non ho fatto neanche il militare!Non rivogliono il Regno delle due Sicilie ma sono stanchi di essere depredati e di recitare il ruolo di “Bancomat d’Italia”.In Sicilia il Movimento dei Forconi blocca la regione. I giornali ignorano il fatto. E c’è chi ipotizza strani legami politici dietro queste proteste. Lei cosa ne pensa?Ogni volta che il Sud protesta, e vi assicuro che ha tonnellate di ragioni per farlo, si trova sempre qualche motivo per infamare le ragioni della protesta. Io a questo movimento ho dedicato un capitolo del mio ultimo libro “Giù al sud”, quando non ne parlava nessuno. Li avevo incontrati alla scuola di politica di Filaga sui monti Sicani, creata da padre Ennio Pintacuda, e avevo scoperto un mondo di cui l’Italia non sa nulla, perché se il Sud non è mafia, non è camorra, non è notizia.Mi raccontarono che in 3 anni, su 200 mila aziende agricole, 50 mila erano state sequestrate, messe all’asta; mi raccontarono di gente che da generazioni coltivava quelle terre, che era scomparsa dall’oggi al domani in silenzio per pudore…tragedie vissute nel silenzio, all’interno delle famiglie. Qualcuno mi si avvicinò e mi disse: noi siamo alla disperazione, pronti alle armi, ci manca solo un leader e io risposi: guardate che non ho fatto neanche il militare!
Questo è emblematico del grado di disperazione di questa gente. Il Regno delle due Sicilie era ricchissimo. Poi l’impoverimento, la fuga del Sud. Un’emigrazione che continua anche oggi. Perché?
Ci sono almeno tre argomenti enormi nella sua domanda. Il primo, è l’impoverimento del Sud, un territorio che è esistito per oltre 700 anni con quei confini, con quella gente, e che il Regno delle due Sicilie ereditò e poi gestì per 127 anni. Per chi voglia fare dei paragoni, 127 anni è più di quanto è durato il Regno d’Italia, 85 per i Savoia, è più di quanto è durata la Repubblica italiana, è quasi quanto sono durati il Regno d’Italia e la Repubblica italiana messi insieme. Quella era una dinastia divenuta autoctona, perché creò le prime aree industriali in Italia: basta andarsi a leggere i documenti de “L’ Invenzione del mezzogiorno” scritto da Nicola Zitara, e anche tanti altri libri. L’invasione del sud con annessione comportò la distruzione dell’economia del Sud, la chiusura dei più grandi stabilimenti siderurgici d’Italia che erano in Calabria, l’eccidio, con sparatorie, delle maestranze che volevano impedirlo, la devastazione delle più grandi e efficienti officine meccaniche d’Italia che erano nel napoletano, l’asportazione dei lingotti d’oro, della ricchezza del Regno delle due Sicilie. Tutto questo comportò una ventina d’anni dopo, oltre alla reazione armata di quelli che furono chiamati briganti, che agivano per difendere il proprio paese, l’abbandono della propria terra da parte dei meridionali, un fatto questo che non era mai accaduto in decine di millenni. L’emigrazione dal sud, secondo varie stime, ha portato via 20/25 milioni di meridionali in 90 anni. Rispetto al passato oggi è cambiato poco o nulla. Un esempio? Il Comitato interministeriale di programmazione economica divide le quote da sbloccare, che spesso sono soldi destinati al sud, per 200 quote e destina 199 quote al nord e una al sud. Con Monti le quote, anche perché i soldi sono diminuiti, sono state circa 40, di cui 39 al nord e una al sud e in tutto il programma di Monti non c’è una parola per il sud. E poi ci si meraviglia delle proteste? I cittadini del Sud vogliono solo rispetto, attenzione ed essere considerati alla pari degli altri cittadini di questo paese. Del movimento dei forconi fanno parte anche i pastori sardi, guidati da Felice Floris. Ricordo che quando ci furono 100 mila forme di parmigiano invendute, l’allora governo a trazione leghista le fece acquistare con i soldi destinati al mezzogiorno; quando ci fu il pecorino invenduto per i sardi, l’allora governo mandò la polizia a spaccare le teste dei sardi a randellate in Sardegna, e quando i sardi presero il traghetto per andare a Roma, li aspettarono sul molo a Civitavecchia a spaccargli le teste preventivamente, prima ancora che arrivassero nella Capitale a manifestare. I soldi che hanno usano per il parmigiano erano stati stanziati per il sud! Poi ci si meraviglia se la gente si organizza…In Sicilia il movimento dei forconi ha cominciato a protestare dopo l’ennesimo suicidio di un signore che si è lanciato dalla sua terrazza con una corda legata al collo. E’ ipotizzabile che la crisi economia spazzi via l’Italia e riporti ad assetti pre-unitari?Queste sono sciocchezze che tendono a nascondere la serietà e la profondità delle argomentazioni per cui il sud protesta.
Dal Meridione sono andati via negli ultimi 10 anni 700 mila giovani laureati. In qualsiasi paese qualunque governo di destra o di sinistra si sarebbe occupato di questo problema. La verità è che nessuno lo vuole risolvere, perché questo è un affare per una parte del paese. Solo per far studiare i suoi figli e poi regalarli al nord, il sud spende circa 3 miliardi di Euro all’anno. Come dimostrano gli studi fatti sull’argomento, formare un laureato costa dalle scuole materne alla laurea 300 mila Euro, ma per quelli fuori sede la cifra aumenta di circa 100 mila. 23 mila studenti meridionali ogni anno si spostano al nord, fate voi i conti. Una laurea dura in genere, sono calcoli de “Il Sole 24 ore” circa 7 anni, moltiplicate per 7 e avrete il salasso del sud a favore del nord per regalargli una classe dirigente a proprie spese. Questo solo per l’istruzione. Poi pensiamo ai trasporti: sono stati cancellati da un improponibile, impresentabile amministratore delegato delle Ferrovie dello Stato tutti, ma proprio tutti, i treni diretti sud – nord, il paese è stato spezzato in due nell’anno del 150° anniversario della cosiddetta unità. E ancora, il 90% degli aerei che partono dal sud deve pagare pedaggio a Malpensa, solo per far vivere un aeroporto che non doveva esistere. Per andare da Palermo a Tunisi bisogna prendere l’aereo per Malpensa e poi da Malpensa andare a Tunisi. Dovrà finire questa porcheria!
Un ultimo aneddoto, che ho raccontato nel mio libro “Terroni”: alcuni miei amici di Bari per andare a Milano si vedevano costretti a pagare all’Alitalia un biglietto più costoso del Bari -New York. Allora, per risparmiare, compravano il biglietto per New York, arrivavano a Malpensa, scendevano, strappavano il biglietto e andavano a Milano! Il sud è il Bancomat d’Italia, continuamente insultato con l’epiteto di “ladro”. In realtà, è l’unico caso al mondo nella storia dell’umanità di un ladro che più ruba e più si impoverisce, di un derubato che più viene derubato e più si arricchisce. Ci sarà qualcosa di strano? p. aprile cadoinpiedi

 

La “crisi è necessaria”, Monti confessa il complotto

Lunedì, 19 Dicembre 2011

Hanno ragione i complottisti. Questa crisi è voluta o quantomeno non è stata efficacemente contrastata perchè è utile alla accelerazione del processo di spoliazione delle sovranità nazionali a favore della Unione europea. Su youtube.com c’è un discorso di Monti che dichiara che l’Ue ha bisogno di gravi crisi per fare passi avanti e che la crisi serve a vincere le resistenze della politica e dei cittadini

http://www.youtube.com/watch?v=wifCgI4gagM

la versione integrale: http://www.youtube.com/watch?v=STEvyznA2Ew&feature=related

L’Europa, tra delusione e speranza – 3 (by de Benoist)

Sabato, 3 Dicembre 2011

Fra questi autori figurano Ulrich Beck e Edgar Grande, i cui punti di vista sono a volte completamente divergenti dai nostri (essi riducono l’identità europea al fatto che essa è portatrice di “valori universali”), ma meritano comunque di essere esaminati. Beck e Grande si pronunciano nettamente a favore di un “impero europeo”, pur affermando che l’Europa deve dotarsi di una nuova identità di tipo “cosmopolita”[lxvii]. Dato che il termine potrebbe agevolmente servire da respingente, bisogna precisare che ciò che i due autori tedeschi chiamano “cosmopolitismo” non si confonde esattamente con quel che la maggior parte delle volte si intende con tale parola. Con l’espressione “Europa cosmopolita”, essi intendono designare un’Europa post-egemonica, che non si fondi sul “modello di un demos europeo o di un monopolio statale europeo in senso convenzionale – cioè sull’omogeneizzazione e l’uniformità”[lxviii]. “Il cosmopolitismo”, scrivono, “combina una stima per la differenza e l’alterità con la preoccupazione di concepire nuove forme democratiche di dominio politico al di là degli Stati nazionali”[lxix]; è dunque una forma particolare di trattamento sociale dell’alterità culturale, fondata sul principio di esclusione additiva (“et-et”). Beck e Grande badano inoltre a distinguere nettamente questo “cosmopolitismo” da tre altre forme di trattamento sociale dell’alterità: prima di tutto, ovviamente, il nazionalismo, che tende ad abolire le differenze all’interno in una prospettiva egualitaria ma ad esagerarle o renderle più rigide all’esterno in una prospettiva il più sovente gerarchica, ma anche l’universalismo, sostanziale o procedurale, che mira a stabilire un’eguaglianza formale svalutando la varietà umana a profitto di una sola ed unica norma (al di là di ciò che li distingue, gli individui e i popoli sono posti come essenzialmente identici), e il multiculturalismo postmoderno, che tende a fare della dissomiglianza un assoluto. Essi concludono che “un’Europa cosmopolita sarebbe innanzitutto un’Europa della differenza, di una differenza accettata e riconosciuta”[lxx].Beck e Grande affermano peraltro che “l’Europa può definirsi solo sotto forma di un progetto politico”[lxxi]. Scrivono, inoltre, che “l’Europa cosmopolita deve saper resistere a due tentazioni. La prima è la seguente: l’identità etnica è un’essenza, una natura, qualcosa di dato una volta per tutte, di concreto e di obiettivo. E la tentazione inversa consiste nel partire dal principio che la differenza etnica non è altro che un’illusione”[lxxii]. Quest’ultima osservazione si colloca all’interno di una critica delle “contraddizioni tipiche” dell’“universalismo cieco ai colori”: “Da un lato, l’alterità dell’altro è superata poiché egli è considerato un eguale e trattato in quanto tale; per un altro verso, ciò finisce col far negare la realtà dell’altro – colui o colei che non vuole abbandonare la posizione dell’alterità è escluso/a […] Essere ciechi alla differenza significa perpetuare il dominio culturale”[lxxiii].“Il concetto d’impero”, scrivono Beck e Grande, “possiede perlomeno tre carte vincenti. In primo luogo, consente di intravedere nuove forme d’integrazione politica al di là degli Stati nazionali e libera l’analisi del dominio politico dalla sua fissazione sullo Stato. Secondo punto forte: parlare d’impero apre gli occhi sull’asimmetria realmente esistente del potere degli Stati, in altre parole la fa finita con la finzione di una eguaglianza fra gli Stati sul piano della sovranità. Terzo vantaggio: storicizza la separazione tra il nazionale e l’internazionale, e rimette in discussione l’assiomatica che ancora regge il pensiero e l’azione sia in politica sia nelle scienze politiche”[lxxiv]Qui però si pone un problema particolare. Le frontiere esterne degli imperi, contrariamente a quelle delle nazioni, sono aperte e flessibili. Tuttavia, nel caso dell’Europa, anche un impero europeo deve fissarsi delle frontiere. È un paradosso al quale Beck e Grande sono sensibili, ancorché parteggino per un’Europa “portatrice di valori universali”. Scrivono: “Ogni impero tende nel fondo di se stesso all’estensione, all’abolizione delle frontiere – e l’Impero europeo anche. Ma in quanto Impero europeo, esso non può ambire a una dimensione universale, e nel contempo deve stabilire le sue stesse frontiere. Queste frontiere possono variare con l’andar del tempo, possono essere politicamente contingenti, ma, comunque stiano le cose, bisogna che esistano”[lxxv]. Dinanzi a questa “contraddizione fondamentale”, l’imbarazzo dei due autori è palpabile.Beck e Grande chiamano dunque “impero” quell’Europa “cosmopolita” che auspicano, sottolineando – beninteso – che si tratterebbe di un impero senza alcun germe d’imperialismo:  “L’Europa è l’impero senza potenza egemonica”[lxxvi]. Un partenariato che associasse l’Unione europea alla Russia potrebbe successivamente condurre ad un’“Europa dei due imperi”[lxxvii], attendendo la messa a punto di una struttura più ampia che interessasse il continente euroasiatico nel suo insieme.Ma ovviamente queste sono prospettive lontane. Nell’immediato, come uscire dal vicolo cieco nel quale “l’Europa” si è rinchiusa? Per il momento, sembrano esserci soltanto tre possibilità: proseguire sulla stessa strada, di cui adesso conosciamo i risultati; ripiegare sulle sole strutture nazionali, come auspicano i sovranisti, e in questo caso la “costruzione” europea si ridurrebbe a semplici iniziative intergovernative in alcuni ambiti specifici; oppure sforzarsi di dare all’Unione europea vere istituzioni politiche mettendo fine una volta per tutte all’equivoco sulle finalità. Ma se si sceglie quest’ultima opzione, ci si rende subito conto che essa – per usare un eufemismo – non trova l’unanimità degli Stati membri.La soluzione per uscire dallo stallo potrebbe consistere nel fare un passo indietro per poi poterne fare due in avanti. Già qualche anno fa Henri de Grossouvre aveva formulato un progetto di asse Parigi-Berlino-Mosca[lxxviii], prospettiva stimolante che però sinora non ha potuto concretizzarsi, soprattutto a causa dell’ascesa al potere di Angela Merkel in Germania e di Nicolas Sarkozy in Francia. Il medesimo autore ha più di recente proposto la costituzione di un “nucleo duro”, o più esattamente di un’“avanguardia”, che raggruppi soltanto i paesi decisi a procedere sulla via dell’approfondimento delle istituzioni politiche. Questa avanguardia assocerebbe la Francia, la Germania, il Belgio, il Lussemburgo, l’Ungheria e l’Austria. Scrive Grossouvre: “L’Europa si trova al bivio. O un numero ristretto di paesi rilancia, in maniera credibile, la costruzione europea e l’Europa può di nuovo esistere e pesare, o l’Europa viene progressivamente emarginata, economicamente, politicamente e demograficamente”[lxxix].Henri de Grossouvre sottolinea a questo proposito che la linea divisoria tra sostenitori e avversari dell’Europa-potenza attraversa tutti gli spartiacque politici abituali e che non può esserci un’avanguardia operativa senza la Francia e la Germania, paesi che, rappresentando da soli 142 milioni di abitanti e il 41% del bilancio dell’Unione, costituiscono il “cuore carolingio” dell’Europa danubiana[lxxx].Anche in questo caso, l’idea è interessante. Corrisponde del resto a varie proposte avanzate in passato. Già a suo tempo Paul-Henri Spaak parlava degli Stati membri decisi ad “andare più in fretta e più lontano”. Sin dal 1975, il rapporto Tindemans sosteneva che “gli Stati che sono in grado di farlo hanno il dovere di andare avanti”. Quasi vent’anni più tardi, nel 1994, i deputati tedeschi Wolfgang Schäuble e Karl Lamers avevano lanciato l’idea di un “nucleo duro di paesi desiderosi di integrarsi e di cooperare”, senza tuttavia ottenere la benché minima risposta dal governo Balladur[lxxxi]. L’anno seguente, Hervé de Charrette evocava la possibilità che si creasse un polo “più integrato” fondato “su un gruppo di paesi raccolti attorno alla coppia franco-tedesca”. Lo stesso anni, Valéry Giscard d’Estaing, nel suo Manifesto per una nuova Europa federativa, parlava di una “Europa a volontà politiche differenziate”. Nel maggio 2000, prendendo la parola all’Università Humboldt di Berlino, Joschka Fischer, all’epoca ministro tedesco degli Esteri, aveva a sua volta perorato la causa di un “centro di gravità formato da alcuni Stati capaci […] di progredire sulla strada dell’integrazione politica” e che convenissero fra di loro di gettare “le basi di un nuovo trattato europeo”, formula alla quale la Francia, di nuovo, non aveva dato seguito[lxxxii]. Nello stesso periodo, Jacques Delors dichiarava: “Se si vuole perseguire l’obiettivo di un’Europa politica, bisogna consentire a questa avanguardia di costituire quella che io chiamo una federazione degli Stati nazionali”[lxxxiii]. Altri progetti hanno evocato una costruzione europea a partire da “cerchi concentrici”, in cui il cerchio più stretto definirebbe un insieme veramente integrato sul piano politico e gli altri degli insiemi più larghi, soggetti ad obblighi meno cogenti.“L’incapacità di accettare gli scenari istituzionali dell’avanguardia o del nocciolo duro proposto da parecchie personalità francesi o tedesche (progetto Schäuble-Lamers, proposta Delors di federazione di Stati nazionali, proposta Fischer di centro di gravità del maggio 2000) nella quale si sono trovati, dal 1994 in poi, i governi francesi, di sinistra o di destra, ha accresciuto il disincanto dei filoeuropei francesi”, ha osservato recentemente Christian Lequesne[lxxxiv].In questi ultimi anni si sono tuttavia fatte sentire nuove voci che vanno nella stessa direzione. Nel 2004, Günther Hofmann ha scritto: “Non si potrà fare altrimenti: due, tre o quattro, se non cinque o sei, governi devono semplicemente prendere l’iniziativa di una politica che rifletta ciò che è specificamente “europeo””[lxxxv]. Nel 2005, anche l’economista René Passet si è pronunciato per la creazione di un “nocciolo duro comunitario europeo”: “Il ritorno allo spirito delle origini, che non può essere effettuato dal grande numero, alcune nazioni possono realizzarlo”[lxxxvi]. Dal canto suo, Jacques Delors ha riaffermato la sua posizione: “Ogni volta che si propone un passo avanti verso l’Europa politica, ci si obietta che su questi argomenti non c’è unanimità. È un motivo per perorare la causa della differenziazione […] A quando la prima iniziativa per la marcia in avanti di un gruppo di Stati membri sull’UEM, sul sociale, sull’energia? Per quanto mi riguarda, io rifiuto un’Europa che avanzi esclusivamente al ritmo dei meno impegnati e degli euroscettici”[lxxxvii].Tecnicamente, questa possibilità non ha niente di utopico. Già da tempo, del resto, i paesi dell’Unione europea non avanzano più allo stesso passo. L’Inghilterra e la Danimarca si sono viste concedere il diritto di non applicare taluni aspetti dei trattati conclusi dagli altri Stati membri. Lo “spazio Schengen” è più piccolo di quello dell’Unione, giacché associa, dal maggio 2005, solo alcuni Srati membri, e lo stesso accade con la zona euro, in cui parecchi membri dell’Unione non sono ancora entrati. Viceversa, il Consiglio d’Europa associa non meno di 46 paesi.Non si tratterebbe quindi di cercare di sostituire l’Unione europea, ma di creare al suo interno, e tuttavia separatamente da essa, una struttura di approfondimento destinata a chi vuole andare oltre, essendo inteso che quella struttura, all’inizio incentrata attorno allo spazio renano, potrebbe poi estendersi a tutti gli altri paesi che accettassero di condividerne le regole. Una simile struttura non potrebbe però ovviamente limitarsi a sfruttare le possibilità di “cooperazione rafforzata” che già esistono all’interno dell’Unione, nella misura in cui quest’ultima costituisce solamente una modalità intergovernativa di intervento in ambiti molto limitati che non fanno parte delle competenze esclusive dell’Unione[lxxxviii].Il problema è che la volontà politica continua a fare difetto, e che chi è stato incapace di mettere in opera l’asse Parigi-Berlino-Mosca a quanto pare non ha neanche l’intenzione di creare un altro “nocciolo duro”. “La creazione di un’avanguardia per costituire una massa critica”, scrive Hajnalka Vincze, “può apportare reali risposte solo se questo gruppo “pioniere” è capace di fare pienamente proprie le priorità politico-strategiche che gli toccano […] Gli Stati dell’avanguardia devono immediatamente dar prova di una politica responsabile in termini di sovranità, che non tollera né l’accecamento dell’ingenuità pacifista né i riflessi condizionati di subordinazione atlantista”[lxxxix]. Bisogna ammettere che ne siamo ancora lontani. Ma perlomeno questa è una pista da seguire.  Già Nietzsche diceva: “L’Europa si farà solo al margine della tomba”. Alain de Benoist diorama via arianna.it


[i]“Le Nouvel Observateur”, 15 dicembre 2005.

ii] Cfr. Jean-Michel Vernochet (a cura di), Manifeste pour une Europe des peuples, Editions du Rouvre, Paris 2007.

[iii] Cfr. Richard N. Coudenhove-Kalergi, Kampf um Paneuropa, 3 voll., 1925-28 ; Die europäische Nation, Deutsche Verlags-Anstalt, Stuttgart 1953.

[iv] Cfr. David Mitrany, A Working Peace System, Quadrangle Books, Chicago 1966.

[v] Su Jean Monnet, cfr. in paricolare Eric Branca, De Gaulle-Monnet ou le duel du siècle, in “Espoir”, 117, novembre 1998.

[vi] Cfr. Claudio Giulio Anta, Les pères de l’Europe. Sept portraits, PIE-Peter Lang, Bruxelles 2007, il quale ricorda l’itinerario di Jean Monnet, Robert Schuman, Konrad Adenauer, Alcide De Gasperi, Paul-Henri Spaak, Altiero Spinelli e Jacques Delors.

[vii] Prefazione a Bernard Dumont, Gilles Dumont e Christophe Réveillard (a cura di), La culture du refus de l’ennemi. Modérantisme et religion au seuil du XXIe siècle, Presses universitaires de Limoges, Limoges 2007, pag. 12.

[viii] Jean-Marie Mayeur, in Des partis catholiques à la démocratie chrétienne, XIXe – XXe siècle, Armand Colin, Paris 1980, pag. 227.

[ix] Christophe Réveillard, Les catholiques et la sécularisation : le rôle des “constructeurs de l’Europe”, in Bernard Dumont, Gilles Dumont et Christophe Réveillard (a cura di), op. cit., pag. 54.

[x] Corinne Gobin, Le discours programmatique de l’Union européenne, in “La légitimation du discours économique”, numero speciale di “Sciences de la société”, Toulouse, février 2002.

[xi] François Bayrou, Pas d’Europe sans fédéralisme, in “Libération”, 14 giugno 2001.

[xii] Jean-Claude Eslin, Des propositions françaises pour l’Europe?, in “Esprit”, febbraio 2006, pag. 44. Cfr. anche Anne-Marie Le Pourhiet, Qui veut de la postdémocratie?, in “Le Monde”, 11 marzo 2005.

[xiii] Cfr. Catherine de Wenden, Citoyenneté, nationalité et immigration, Arcantère, Paris 1987; Yasemin Nuhoglu Soysal, Limits of Citizenship. Migrants and Postnational Membership in Europe, Chicago University Press, Chicago 1994.

[xiv] René Passet, Au-delà du oui et du non, in “Libération”, 15 marzo 2005, pag. 35.

[xv] Dominique Schnapper, Les nations et la citoyenneté européenne, in “Cause commune”, primavera 2007, pag. 70.

[xvi] Chantal Delsol, Quelle Europe voulons-nous?, in “Le Figaro”, 31 marzo 2005.

[xvii] “Si rendeva così platealmente palese, attraverso questo episodio simbolico, il vero significato dell’allargamento: una capitolazione senza condizioni degli europei davanti agli Stati Uniti, giacché gli ultimi ammessi si sono dimostrati i più preoccupati di fare immediato atto di sottomissione verso l’impero americano» (Jacques Julliard, L’Europe, ce machin!, in “Le Nouvel Observateur”, 9 gennaio 2003, pag. 34).

[xviii] Cfr. Werner Weidenfeld, Erweiterung ohne Ende? Europa als Stabilitätsraum strukturieren, in “Internationale Politik”, 2000, 8, pagg. 1-10.

[xix] Jean-Louis Bourlanges, Ankara et l’Union européenne : les raisons du “non”, in “Politique internazionale”, autunno 2004, pagg. 59-60. “L’adesione turca”, aggiunge Bourlanges, rallegra nel contempo gli intergovernativisti, che desiderano strangolare l’idea federale, gli atlantisti, ben decisi a silurare l’idea di un’Europa indipendente dagli Stati Uniti, i multiculturalisti, ossessionati dallo spettro di una guerra di civiltà, il grande patronato, sedotto da una triplice promessa di esportazione, delocalizzazione e immigrazione, e persino certi adepti dell’Europa-potenza, ben contenti di poter opporre i ragazzi ben piantati del Bosforo ai woodstockiani complessati del Nord Europa” (ibidem, pagg. 45-46). Va ricordato peraltro che nel corso della sua campagna elettorale Nicolas Sarkozy si era pronunciato a favore della soppressione dell’articolo 88-5 della Costituzione, adottato dai parlamentari riuniti a Congresso a Versailles nel 2005, che prevede di sottoporre a referendum ogni nuovo allargamento dell’Unione europea dopo l’adesione della Romania, della Bulgaria e della Croazia. L’ingresso della Turchia nell’Unione, al quale il presidente francese dichiara di opporsi ma che ha il sostegno del suo ministro degli Esteri, Bernard Kouchner, potrebbe così essere votato dal Parlemento senza che il popolo venga consultato.

[xx] Dominique Strauss-Kahn, in “Le Meilleur des mondes”, 2, autunno 2006.

[xxi] Cf. Christophe Réveillard, Emmanuel Dreyfus e Dominique Barjot, Penser et construire l’Europe, du traité de Versailles au traité de Maastricht (1919-1992), Sedes, Paris 2007; Nicolas Roussellier (a cura di), L’Europe des traités, de Schuman à Delors, CNRS Editions, Paris 2007.

[xxii] Philippe Forget, Le traité européen : une Constitution postiche et liberticide, in “La Raison”, maggio 2005.

[xxiii] «Se si fosse voluta innalzare una politica economica al rango di dogma costituzionale […] non ci si sarebbe comportati diversamente […] Dal punto di vista economico, non è della costruzione dell’Europa che si tratta, ma del neoliberalismo elevato al rango di religione ufficiale», ha potuto scrivere René Passet, art. cit.

[xxiv] Cfr. a questo proposito Frédéric Lordon, Le mensonge social de la Constitution, http://frederic.lordon.perso.cegetel.net//Textes/Textes_Interventions/Textes_TCE/Mensonge%20social.pdf.

[xxv] Sul progetto di Carta dei diritti fondamentali, cfr. l’analisi critica dettagliata pubblicata nel 2003 nel Recueil Dalloz da Gilles Lebreton, preside onorario della Facoltà degli affari internazionali dell’Università di Le Havre, sotto il titolo La fin des droits de l’homme et du citoyen? (“Chronique”, pag. 2319).

[xxvi] Su questo punto, Laurent Cohen-Tanugi non ha torto quando scrive che “sono state le carenze economiche, sociali e politiche a provocare alla fine la bocciatura, e non l’inverso” (La fin de l’Europe?, in “Commentaire”, inverno 2005-2006, pag. 807).

[xxvii] Valéry Giscard d’Estaing, La boîte à outils du traité de Lisbonne, in “Le Monde”, 27 ottobre 2007.

[xxviii] Cfr. Paul-Marie Coûteaux, Relation d’une supercherie, in “La Nef”, luglio-agosto 2007, pagg. 16-17.

[xxix] Anne-Marie Le Pourhiet, testo del 10 novembre 2007. Cfr. anche Paul-Marie Coûteaux, NCE : le coup d’Etat, in “La Lettre de l’indépendance”, novembre 2007, pag. 1

[xxx] Ulrich Beck et Edgar Grande, Pour un empire européen, Flammarion, Paris 2007, pag. 314.                        

[xxxi] Jacques Delors, in “Le Monde”, 19 janvier 2000.

[xxxii] Cfr. Jordis von Lohausen, Mut zur Macht. Denken in Kontinenten, Vowinckel, Berg am See 1979. Cfr. anche Carl Schmitt, Terre et Mer. Un point de vue sur l’histoire mondiale, Labyrinthe, Paris 1985; Le Nomos de la Terre, Presses Universitaires de France, Paris 2001

[xxxiii] François Bayrou, art. cit.

[xxxiv] Jean-Louis Bourlanges, art. cit., pag. 50.

[xxxv] Dibattito con Paul Thibaud, in “Le Monde”, 11-12 novembre 2007, pag. 15.

[xxxvi] Jean-Louis Bourlanges, art. cit., pag. 42.

[xxxvii] Ibidem, pag. 54.

L’Europa, tra delusione e speranza – 2 (by de Benoist)

Venerdì, 2 Dicembre 2011

II. La speranza?Malgrado le delusioni che ha provocato, la costruzione europea rimane più necessaria che mai. Perché? In primo luogo per permettere a popoli europei troppo a lungo lacerati da guerre e conflitti o rivalità d’ogni sorta di riprendere coscienza della comune appartenenza ad una medesima area di cultura e di civiltà e di assicurarsi un destino comune senza doversi mai più contrapporre. Ma anche per ragioni connesse al momento storico che stiamo vivendo. Nell’epoca della modernità tardiva – o della postmodernità nascente –, lo Stato nazionale, entrato in crisi fin dagli anni Trenta, diventa ogni giorno più obsoleto, mentre i fenomeni transnazionali continuano ad accrescersi. Non è che lo Stato abbia perso tutti i suoi poteri (in certi ambiti, come la sicurezza, tende al contrario ad aumentarli di continuo attraverso le regolamentazioni), ma ha smesso di produrre socialità e non può più far fronte ad imprese che oggigiorno si estendono a livello planetario. In un universo dominato dall’incertezza e dai rischi globali, nessun paese può sperare di venire a capo da solo dei problemi che lo riguardano. Per dirla altrimenti, “gli Stati nazionali – forti o deboli che siano – non sono più le entità primarie che consentono di risolvere i problemi nazionali”[xxx]. In queste condizioni, l’unico interrogativo che si pone è “capire se gli europei vogliono oppure non continuare a svolgere un ruolo nella storia”[xxxi]o sono già rassegnati a diventare oggetto della storia degli altri.Una delle ragioni profonde della crisi della costruzione europea consiste nel fatto che nessuno appare capace di risponde alla domanda “che cos’è l’Europa?”. Eppure le risposte non mancano; nella maggior parte, però, sono convenzionali e nessuna trova tutti concordi. Orbene: la risposta alla domanda “che cos’è l’Europa?” condiziona la risposta ad un’altra domanda: “cosa deve essere?”.Tutti sanno bene, infatti, che non vi è alcuna comune misura fra un’Europa che cerchi di costituirsi come una potenza politica autonoma, con frontiere chiaramente definite e istituzioni politiche comuni che funzionino democraticamente, e un’Europa che non sarebbe altro che uno spazio di libero scambio aperto ai “grandi orizzonti”, destinato a diluirsi in uno spazio illimitato, in larga misura spoliticizzato o neutralizzato e funzionante solo sulla base di meccanismi decisionali tecnocratici e intergovernativi. Tutti sanno bene anche che l’allargamento frettoloso dell’Europa e l’incertezza esistenziale che pesa oggi sulla costruzione europea non possono che favorire il secondo modello, d’ispirazione “anglosassone” o “atlantica”. Scegliere tra questi due modelli significa anche scegliere tra la politica e l’economia, la potenza della Terra e la potenza del Mare. Coloro che si occupano della costruzione europea in genere purtroppo non hanno la benché minima idea in materia di geopolitica. L’antagonismo tra le logiche terrestre e marittima sfugge loro. Non vedono per quali motivi la globalizzazione oggi obblighi a pensare in termini di continenti[xxxii].Il generale de Gaulle aveva sin dal 1964 definito perfettamente il problema: “Ma quale Europa? Questo è il punto da discutere […] Secondo noi, francesi, occorre che l’Europa si faccia per essere europea. Un’Europa europea significa che essa esiste di per se stessa e per se stessa, ovvero che in mezzo al mondo abbia la propria politica. Orbene, è proprio questo ciò che respingono, consapevolmente o inconsapevolmente, taluni che tuttavia sostengono di volere che essa si realizzi. In fondo, il fatto che l’Europa, non avendo una politica, resterebbe assoggettata a quella che le verrebbe dall’altra sponda dell’Atlantico pare loro, ancora oggi, normale e soddisfacente”. Già tre anni prima, aveva detto: “L’Europa integrata in cui non vi fosse politica si metterebbe a dipendere da qualcuno di fuori, che invece ne avrebbe una”.Anche François Bayrou ha ben riassunto la situazione: “Sin dal primo giorno della costruzione europea, due modelli sono in guerra. Il modello britannico, quello di una zona di libero scambio, senza altri scopi al di fuori di quello economico, ornato, per sembrare bello, dell’apparenza di una concertazione governativa, e il nostro modello, il modello franco-tedesco, di una potenza politica in formazione. Il dissolversi della volontà europea dà la vittoria al modello della zona di libero scambio”[xxxiii].L’Europa è prima di tutto forte di ciò che l’ha fatta, ma la sua storia è tutto fuorché una storia semplice. È la storia di una serie di notevoli trasformazioni interne e di apporti successivi che si sono trapiantati, più o meno felicemente, su un’entità la cui eredità fondamentale deriva nel contempo da una fonte autoctona, le culture latine, greche, celtiche, germaniche e slave dell’Antichità precristiana, e da una fonte importata da lunga data, il cristianesimo. Ciò fa capire il carattere complesso dell’Europa e il carattere illusorio di ogni atteggiamento che miri a ridurla ad una soltanto di queste componenti a detrimento delle altre. A seconda dei gusti e delle convinzioni, ovviamente si potrà sempre privilegiare questa o quella di tali componenti, questa o quell’epoca, questo o quel luogo. In realtà, non è sbagliato dire che da duemila anni a questa parte la storia dell’Europa è una storia contraddittoria, e riconoscere che “ciò che lacera il Vecchio continente in conflitti intestini è anche ciò che ne costituisce la singolarità storica e l’identità collettiva”[xxxiv].Questo significa che non bisogna sottovalutare, come sono portati a fare certi sostenitori di un’Europa ideale, le profonde diversità del continente europeo. Tra il finlandese e il napolitano, l’abitante du Dublino e quello di Dubrovnik, i riferimenti non sono gli stessi, la mentalità non è la stessa e la comprensione non è scontata. Questo significa inoltre che non si può definire l’Europa facendo unicamente riferimento al suo passato, cioè alla sua storia empirica, così come non si può fare tabula rasa di quel passato. Prendere in considerazione soltanto la “memoria” storica significa dar prova di un modo di pensare antistorico, nella misura in cui la storia include il passato ma non si riduce ad esso, e per giunta è indissociabile dall’interpretazione che essa ne dà. Infine, come ogni realtà collettiva, l’Europa ovviamente ha delle fondamenta etniche, ma non è un progetto etnico: l’Europa non ha vocazione a radunare tutti gli individui o tutti i popoli di origine europea che vivono oggi nel mondo, ma ad offrire un contesto istituzionale comune agli abitanti del continente europeo. Qui l’aspetto geografico, e dunque anche geopolitico, è determinante.Chi sogna un’Europa senza frontiere coltiva evidentemente l’ambizione di vedervisi gradualmente integrare tutti i paesi vicini, in attesa dei paesi lontani. In quest’ottica, “l’Europa” non è più altro che l’abbozzo di una Repubblica universale o di uno Stato mondiale. I sostenitori di un progetto di questo tipo svolgono in genere le proprie argomentazioni partendo dai “valori universali”: all’Europa apparterrebbero tutti i paesi che rispettano i “valori universali” che essa ha inventato nel corso della sua storia, cioè potenzialmente il mondo intero. Vale la pena soffermarsi su questo punto.È un dato di fatto che l’Europa, sin dalle origini, si è sforzata di concettualizzare l’universale, ha preteso di essere, con le migliori e le peggiori intenzioni, una “civiltà dell’universale”, in primo luogo attraverso il concetto di obiettività. Aporia maggiore: l’Europa è l’unica ad aver voluto pensare l’universale, ma l’universale, quando non è la semplice maschera di un inconfessato etnocentrismo, è anche ciò che la pone di fronte al rischio di non sapere più quel che è. Da questa aporia è possibile uscire solo sottolineando che “civiltà dell’universale” e “civiltà universale” non sono sinonimi. Secondo un bel detto spesso citato, l’universale, nel senso migliore del termine, è “il locale meno le mura”.L’ideologia dominante ignora proprio la differenza tra “civiltà universale” e “civiltà dell’universale”. Per disposizione dei suoi rappresentanti, l’E     uropa è stata condannata all’ignoranza di sé – e al “pentimento” per ciò che è ancora autorizzata a ricordare –, mentre la religione dei diritti dell’uomo universalizzerebbe l’idea del Medesimo. Un umanesimo privo di orizzonte si è così assegnato il ruolo di giudice della storia, facendo dell’indistinzione l’ideale redentore e celebrando di continuo il processo all’appartenenza che rende specifici. Come ha affermato Alain Finkielkraut, “ciò significava che, per non escludere più nessuno, l’Europa doveva disfarsi di se stessa, “desoriginarsi”, conservare della propria eredità esclusivamente l’universalità dei diritti dell’uomo […] Noi non siamo niente, è la condizione preventiva perché non siamo chiusi a niente e a nessuno”[xxxv]. “Vacuità sostanziale, tolleranza radicale”, ha potuto scrivere nello stesso spirito il sociologo Ulrich Beck, mentre è invece il senso di vuoto a rendere allergici a tutto. L’Europa può infatti essere accogliente verso gli altri solo nella misura in cui è cosciente del modello di civiltà che la caratterizza. L’apertura non ha senso nel vuoto; essa implica la capacità di scambio e di dialogo fra partners chiaramente situati.Jean-Louis Bourlanges osserva che si “è preteso di “costruire l’Europa” sulla base del riconoscimento di valori universali – la pace, la libertà, la democrazia, i diritti della persona – e non dell’aggregazione e della sintesi delle particolarità geografiche, storiche e culturali proprie dei differenti popoli del Vecchio Continente […] Quel che definisce l’europeo degli ultimi cinquant’anni è la sua volontà di sfuggire alla propria condizione storica per accedere alla condizione umana”[xxxvi]. Ma, aggiunge, “l’Europa non è tanto la terra di coloro che praticano la democrazia, quanto la terra di coloro che l’hanno inventata”[xxxvii]. Ed ancora: “Essere europeo significa ereditare una storia e condividere attraverso quel lascito ricevuto e rivendicato una certa maniera di vivere, di pensare e di sentire la propria relazione con la politica”[xxxviii]. Questo lascito non deve certamente essere considerato un’essenza, un deposito intangibile che si trasmette in forma identica di generazione in generazione, bensì una sostanza complessa, associata ad una maniera specifica di trasformare se stessi, nonché a una capacità permanente di narrarsi[xxxix].L’identità europea non esclude i valori universali, ma può fondarsi su di essi. Se l’Europa ha come esclusiva vocazione affermare “valori universali”, la costruzione europea non è altro che l’inizio di un progetto universale. Come scrive Slavoj Zizek, “se la difesa dell’eredità europea si limita alla difesa della tradizione democratica europea, la battaglia è persa prima di cominciare”[xl]. L’Europa in realtà deve avere l’ambizione di essere nel contempo una potenza capace di difendere i propri interessi specifici, un polo regolatore in un mondo multipolare o policentrico e un progetto originale di cultura e di civiltà.Per raggiungere questo obiettivo non si può contare sugli ambienti liberali, che hanno sì contribuito alla costruzione europea, ma in essa hanno visto soltanto una tappa in vista dell’avvento del liberoscambismo mondiale. Hanno scritto a tale proposito Ulrich Beck e Edgard Grande: “L’obiettivo del neoliberalismo globale non è la creazione di un mercato unitario europeo, bensì la liberalizzazione mondiale dell’economia. E dal momento in cui queste due dimensioni entrano in contraddizione, dal momento in cui l’Europa si trasforma in “fortezza” e viene proposto di restringere il raggio di azione del capitale, il neoliberalismo diventa antieuropeo […] La costruzione di un’architettura istituzionale in Europa non è che un mezzo, non un fine in sé: è la creazione di un’agenzia incaricata di porre in esecuzione la parola d’ordine “meno Stato””[xli].Gli Stati Uniti non hanno mai adottato una politica diversa da questa. Al contrario: il loro atteggiamento nei confronti dell’Europa ha sempre obbedito agli stessi principi: sì a un’Europa del libero scambio, no all’emergere di un concorrente o di un rivale (un “peer competitor”) che possa dotarsi di mezzi atti a farne un attore internazionale di spicco. Come Zbigniew Brzezinski ha spiegato senza giri di parole: “Un’Europa emergente in ambito militare sarebbe un concorrente formidabile per l’America. Inevitabilmente, costituirebbe una sfida per l’egemonia americana. Un’Europa politicamente forte, che non dipendesse più militarmente dagli Stati Uniti, metterebbe per forza in discussione il dominio americano e limiterebbe la supremazia degli Stati Uniti alla regione del Pacifico”.Ai tempi della guerra fredda, gli Stati Uniti hanno certamente incoraggiato la costruzione europea. Fra il 1949 e il 1959, in piena guerra fredda, hanno anzi versato l’equivalente di 50 milioni di dollari attuali ai movimenti europeisti, attraverso i servizi segreti o servendosi dell’American Committee for United Europe (ACUE), fondato nel gennaio 1949 sotto la presidenza di William Donovan, creatore nel 1942 dell’Office of Strategic Services (OSS), antenato della CIA[xlii].Nel 1952 è sempre Washington ad ispirare direttamente il progetto di Comunità europea di difesa (CED), che avrà il sostegno del Vaticano ma che i gollisti e i comunisti faranno fallire due anni dopo. Questo aiuto ai movimenti europeisti si colloca nella cornice della strategia del “contenimento” teorizzata fin dal 1947 dal diplomatico americano George Kennan per contrastare l’Unione sovietica. Costruire l’Europa significa allora riempire un vuoto che Stalin minaccia di riempire e di conseguenza proteggere gli Stati Uniti. Nel contempo, sotto l’egida della NATO che controllano, essi non si nascondono di volersi avvalere sul piano militare di capacità europee complementari, ma soprattutto non autonome.Dopo il crollo del sistema sovietico e la scomparsa dell’ordine bipolare ereditato da Yalta, gli Stati Uniti si sono sforzati di rafforzare la loro posizione egemone, soprattutto con un ritorno all’uso smodato dello “hard power”. Nel contempo hanno ridefinito la missione della NATO, ormai dotata di una portata “globale” (la ristrutturazione dell’Alleanza atlantica è stata confermata nel novembre 2002 con la firma, a Praga, del secondo allargamento della NATO a beneficio dei paesi baltici, della Romania e della Bulgaria), e sfruttato i disaccordi tra la “vecchia Europa” e l’Europa centrale e orientale, ieri baluardo dell’Unione sovietica, in cui sperano di trovare nuovi alleati per accerchiare la Russia ed incoraggiano e finanziano ogni sorta di “rivoluzioni pacifiche” miranti ad “instaurare la democrazia”, vale a dire a creare una società di mercato.Questa alleanza transatlantica è in realtà diventata un non-senso dopo la fine del sistema sovietico. Gli interessi europei ed americani sono strutturalmente divergenti. Dal punto di vista geopolitico, l’Europa e gli Stati Uniti rappresentano due entità, una terrestre e l’altra marittima, che non possono che scontrarsi. Sul piano militare, un disaccoppiamento all’interno della “difesa occidentale” è inevitabile. Tutti i sondaggi d’opinione mostrano che la grande maggioranza degli europei vogliono un’Europa indipendente dagli Usa[xliii]. Non si deve esitare a dirlo: l’Europa si farà solo contro gli Stati Uniti, giacché questi ultimi non accetteranno mai l’emergere di una potenza rivale.Per il momento, l’Europa rappresenta un’innegabile potenza economica pur restando, come la Germania dopo la guerra, un nano politico. E anche questa potenza non dev’essere sopravvalutata. Dal 2006, l’Europa è surclassata dai grandi paesi dell’Asia (India e Cina). “Un grande mercato comune integrato, una moneta unica forte […] procurano effettivamente grandi vantaggi concorrenziali alle imprese europee, che vedono migliorare le loro possibilità di sopravvivenza su mercati in via di globalizzazione. Ma ciò non produce ancora una “comunità economica” europea che possa essere una sorta di grande nazione, come taluni avevano sperato”[xliv]. Tanto più che la nozione di “preferenza europea” o di “preferenza comunitaria” non è attualmente contemplata in alcun trattato.Sul piano della difesa, i progressi registrati negli ultimi anni rimangono molto insufficienti. Secondo le cifre comparative fornite dalla NATO, l’importo delle spese militari della Francia ha rappresentato nel 2006 l’equivalente di 579 dollari per abitante, contro i 1436 dollari degli Stati Uniti. Quattro anni fa, Hubert Védrine evocava questa alternativa: “Europa-potenza o semplice spazio di pace, di libertà e di prosperità”[xlv]. Ma la pace, come sottolinea Dominique Schnapper, “non può essere garantita dal solo godimento della partecipazione alla produzione razionale e del consumo dei beni e dei servizi, accompagnato dall’indifferenza nei confronti del resto del mondo e dalla chiusura delle frontiere”[xlvi]. La pace può essere garantita solo dal possesso degli strumenti per farla rispettare. È quanto constata Pascal Boniface quando dichiara: “Il rifiuto della potenza per se stessi non impedisce agli altri di sviluppare politiche di potenza […] Non viviamo in un mondo ideale, ma in un mondo modellato e retto dai rapporti di forza […] Non possiamo nel contempo criticare l’onnipotenza americana e non organizzare l’Europa della sicurezza per fare in modo che essa possa essere un attore strategico autonomo sulla scena mondiale”[xlvii].In fondo”, scribe Werner Weidenfeld, “quel che manca all’Europa per agire sulla scena politica mondiale, è non solo un centro operativo, ma soprattutto un pensiero strategico. Tutte le grandi potenze dell’Europa hanno perso la loro levatura mondiale […] Nessuno di questi Stati ha sviluppato la volontà di prendere i comandi e di compensare a livello europeo questa perdita nazionale dell’orizzonte politico mondiale. Questo deficit di pensiero strategico è il vero tallone d’Achille dell’Europa”[xlviii].La potenza non va però concepita soltanto come potenza di fuoco (tanto più che l’Europa è portatrice di un modello di organizzazione delle relazioni internazionali ben diverso da quello degli Stati Uniti). La potenza dell’Europa è anche lo sviluppo scientifico e tecnologico, la sovranità in materia di approvvigionamento energetico, la partecipazione attiva di tutti alla cosa pubblica. È soprattutto la capacità di inventare un modo di esistenza sociale che le sia caratteristico: di fronte a un sistema di produzione e di consumo che produce una miseria simbolica generalizzata, l’Europa deve poter offrire una risposta alla crisi della civiltà capitalista[xlix].Qui il concetto chiave è sovranità. Ma bisogna essere capaci di concepirla in modo diverso da quello degli ambienti sovranisti, dei quali abbiamo già avuto modo di criticare le posizioni su questo punto[l]. I sovranisti, seguiti dai “nazional-repubblicani”, sono a favore di una concezione bodiniana della sovranità, cioè di una sovranità indivisibile tale quale la concepisce Jean Bodin, non intesa come una sovranità in ultima istanza. Ora, è un grave errore credere che per definizione la sovranità non si divida. Essa può infatti ripartirsi senza cessare di essere sovrana. Per quanto riguarda l’Europa, solo appoggiandosi alla concezione bodiniana (o hobbesiana) della sovranità si è condotti a porre l’alternativa: o la sovranità è dalla parte degli Stati membri, oppure è dalla parte dell’Unione europea (o anche: o esistono diverse regolamentazioni nazionali, oppure esiste una regolamentazione europea). Dal punto di vista della sovranità, la costruzione europea diventa allora un gioco a somma zero. Ma in realtà la sovranità legale dello Stato nazionale non equivale più, oggi, a una sovranità materiale concreta, il che vuol dire che essa non gli consente più di svolgere concretamente i compiti che da esso ci si può attendere. Viceversa, accettando l’idea di sovranità suddivisa (o ripartita) e rinunciando alla propria parte di sovranità legale, le nazioni oggi possono sperare di ritrovare per sinergia la sovranità materiale che hanno perso[li]. L’interdipendenza, in questo senso, va al di là del semplice dualismo tra nazionale e sovranazionale.“La questione della sovranità”, diceva molto giustamente François Bayrou, “non è la prima questione della politica. È l’unica. Possiamo o no governare il nostro destino, come cittadini e come popolo? Se la risposta è no, la democrazia è nulla e non avvenuta. […] Per esercitare la sovranità dobbiamo costruire la nostra potenza. Una sola via è disponibile, la via europea. Per ritrovare la sovranità perduta delle nazioni, bisogna costruire la sovranità europea […] Esiste un’unica via verso l’unione politica dell’Europa e la sua sovranità; è la via federale, la sola che consente di volere insieme restando differenti”[lii].La critica sovranista secondo cui non può esserci un’Europa politicamente unita poiché non vi è un “popolo europeo” ignora il fatto che la Francia ha preceduto di gran lunga l’esistenza di un “popolo francese”, di cui non si constata la piena realtà politica prima del XVIII secolo. Stato e nazione sono le “due ante indissociabili della modernità”(Marcel Gauchet), ma non appaiono contemporaneamente: in Francia, lo Stato precede di vari secoli la nazione[liii]. L’assenza di un popolo europeo, nel senso stretto (cioè politico) di questo termine, non è dunque un ostacolo alla costruzione dell’Europa, una delle cui ragioni d’essere è appunto quella di formare lo spazio pubblico nel quale possa sbocciare una cittadinanza europea[liv]. Quanto alla forma repubblicana o ai costumi democratici, contrariamente a quanto sostiene Dominique Schnapper[lv], esse non sono nella loro essenza legate allo Stato nazionale. Resta infine da capire se la nozione di popolo debba essere collegata in primo luogo alla nozione di nazionalità o a quella di cittadinanza, perché queste ultime due non sono sinonimi: soltanto la cittadinanza è una nozione intrinsecamente politica (in un’ottica non giacobina, si potrebbe essere nel contempo di nazionalità bretone e cittadino francese, così come si potrebbe essere di nazionalità francese e cittadino europeo[lvi].Un tipico errore del modo di ragionare ispirato al principio dell’ontologia nazionale consiste nell’analizzare i rapporti fra la sovranazionalità e le sovranità nazionali come un gioco a somma zero (tutto ciò che sarebbe guadagnato dall’una sarebbe automaticamente perso dalle altre) invece di analizzarlo come un gioco a somma positiva, il che è possibile tenendo conto della logica di inclusione additiva e degli effetti di retroazione. Un altro errore, parallelo, è quello di credere che le competenze nazionali e sovranazionali possano essere chiaramente e stabilmente separate, quando invece sono in realtà intricate in un sistema di interazione complessa. Questo ragionamento, rendendo incapaci di cogliere le specificità del progetto europeo, impedisce anche di vedere che lo Stato nazionale è già stato trasformato dall’apparizione di una molteplicità di forme di potere transnazionale che vanno oltre sia la nazione che l’Europa, e che la costruzione di un’Europa politica potrebbe appunto essere un modo di fronteggiarle.I sovranisti vogliono in genere ridurre la costruzione europee ad iniziative intergovernative: l’“Europa delle nazioni” (o “delle patrie”) è l’intergovernatività. Ma “l’intergovernatività è la zona di libero scambio. Le due parole sono sinonimi”[lvii]. Senza rendersene conto, opponendosi all’Europa-potenza, i sovranisti favoriscono automaticamente l’Europa del libero scambio, che pure la maggior parte di loro respingono esplicitamente. Arcaica e irreali sta, l’opposizione dei sovranisti all’Europa in nome dello Stato nazionale sfocia non nella salvaguardia delle nazioni, ma nel declino o nella stagnazione dell’Europa e al suo “sganciamento” sempre più accentuato sulla scena internazionale.La difficoltà di analisi deriva dal fatto che l’Europa di Bruxelles rimane un oggetto istituzionale non identificato. Contrariamente a ciò che talvolta si dice, non è né una federazione sovranazionale né una confederazione intergovernativa[lviii]. E neppure è propriamente un “super-Stato”, così come non è una semplice “organizzazione internazionale”, cosicché in definitiva nessuno sa bene come definirla: rete istituzionale, forma particolare di interdipendenza transnazionale a più livelli, sovrastruttura parastatale, Stato “consociativo”, insieme di reti di governance, e così via[lix]. L’integrazione europea è stata sin dall’inizio un processo dinamico dal risultato aperto, sia verso l’interno (crescita costante delle competenze dell’Unione europea) sia verso l’esterno (allargamento non meno costante a nuovi paesi). La Commissione europea, da sola, cumula funzioni legislative, esecutive, politiche, economiche e amministrative totalmente inedite. E di fronte a questa nuova realtà, ognuno tende a proiettare sull’Europa la propria struttura istituzionale. La cultura politica centralizzatrice della Francia spiega perché la sua classe politica non si sia mai seriamente occupata del problema della ripartizione delle competenze. In generale, la costruzione dell’Europa è un po’ ovunque percepita – sia che ci se ne rallegri, sia che ci se ne rattristi – come la messa in opera di un principio regolativo mirante all’omogeneità ricalcato sulle principali caratteristiche della dottrina classica dello Stato, mentre il concetto classico di “Stato” non permette in alcuna maniera di cogliere la realtà dell’“Europa” odierna.Da questo punto di vista, Ulrich Beck e Edgar Grande non hanno torto quanfo affermano che “l’esempio dell’Europa dimostra nel modo più chiaro possibile sino a che punto i nostri concetti politici e l’attrezzatura teorica delle scienze sociali siano diventati estranei alla realtà e inoperanti – poiché restano intrappolati nell’apparato concettuale del nazionalismo metodologico”[lx]. Ciò è particolarmente vero in Francia, dove l’Europa è sempre pensata a partire da un quadro concettuale legato al modo particolare di costruzione dello Stato nazionale. Anche altrove, molti critici dell’Europa ma anche suoi sostenitori attestano la medesima incapacità a oltrepassare mentalmente il modello dello Stato nazionale. Essi ragionano come se l’Europa dovesse necessariamente essere concepita come una nazione allargata, una “grande nazione” più vasta delle altre. I sovranisti non vogliono integrarsi in una nazione di quel genere perché non vi si riconoscono, mentre altri sognano una “nazione europea” che riproduca su più grande scala tutte le caratteristiche repubblicane e unitarie delle nazioni “classiche”[lxi].L’Europa in realtà non ha lo scopo di cancellare le nazioni, bensì di oltrepassarle nel senso hegeliano del termine, separando la nazione dallo Stato. Le nazioni sono realtà storiche che devono essere tenute in conto, in un’ottica segnata dall’applicazione sistematica del principio di sussidiarietà, allo stesso titolo delle regioni, delle “aree-sistema” e dei territori articolati intorno alle grandi città. L’Europa deve restare anche nazionale, anche se non sarà mai esclusivamente nazionale.Non è dunque tanto la nazione che bisogna cercare di ritrovare a livello europeo, ma è la politica che bisogna reintrodurvi. Si parla giustamente di “costruzione europea”. Ogni costruzione implica una decisione, ogni costruzione politica esige una decisione politica. Ma una decisione politica senza legittimità democratica non comporta né fiducia né obbedienza. Il che implica la creazione di istituzioni politiche europee che non siano colpite dall’attuale deficit di democrazia ma costituiscano un luogo di decisione e di regolamento dei conflitti secondo regole accettate da tutti.Una cittadinanza postnazionale deve rimanere una cittadinanza politica (non ce n’è un’altra), che non si può svolgere e mettere alla prova se non all’interno di uno spazio pubblico organizzato a tale scopo. Per iniziare, si potrebbe far sì che i membri del Parlamento europeo, oggi non in grado di funzionare come un parlamento vero soprattutto a causa della pluralità degli spazi politici europei, si presentino alla prova del voto non su liste nazionali ma su liste composte a seconda degli orientamenti politici, affinché le elezioni “europee” perdano il significato prima di tutto nazionale che ancora oggi hanno. Ma rimediare al deficit democratico dell’Europa non vuol dire limitarsi ad accrescere i poteri del Parlamento europeo. Significa anche incoraggiare l’“europeizzazione” delle lotte sociali e ricorrere a nuove prassi di democrazia partecipativa (o “consociativa”) a tutti i livelli: azione locale, organizzazione di referendum europei di iniziativa popolare, ecc.[lxii]. Essendo lo spazio pubblico prima di tutto il luogo delle prassi sociali, si tratta di dare un contenuto concreto a una cittadinanza ancora astratta che non può ridursi ad associare individui sgombrati delle loro eredità, delle loro fedeltà e delle loro passioni.L’obiettivo non sarebbe più, allora, realizzare l’unità dell’Europa riducendone la diversità, tramite soprattutto una regolamentazione sovranazionale omogenea, bensì far poggiare la costruzione europea sulla considerazione di questa diversità, attraverso la messa in opera di un principio di integrazione differenziata, asimmetrica, a geometria variabile. Come scrivono Beck e Grande, “la diversità non è il problema, ma la soluzione”[lxiii].Non essendo praticabile il modello dello Stato nazionale, verso quale modello alternativo ci si può volgere? La storia dell’Europa ne suggerisce uno: quello dell’Impero. Peter Sloterdijk è uno di coloro che hanno colto l’affinità fra la costruzione europea e il modello imperiale. Ingiungendo agli europei di rompere con le “ideologie dell’assenza”, egli reputa che l’Europa sia “un teatro per le metamorfosi dell’Impero”, il che lo conduce a raccomandare un “trasferimento decisivo dell’Impero verso un’unione di Stati continentale e paneuropeo”[lxiv]. Ciò rende necessario, ovviamente, intendersi sul concetto di Impero.L’Impero di cui qui si discute non ha naturalmente niente a che vedere con gli imperi coloniali o con gli imperialismi moderni. L’Europa di Napoleone e di Hitler non era altro che un espansionismo nazionale. Così come le “grandi potenze” (great powers) non sono imperi, ma Stati forti. Nello Stato nazionale, la nazione, nata da una presa di possesso territoriale-patrimoniale, è il risultato della semplice adesione degli individui allo Stato, giacché la loro solidarietà discende esclusivamente dalla comune appartenenza amministrativa a quello Stato. La cittadinanza in quel caso è solo una formalità amministrativa. Cittadinanza e nazionalità sono, inoltre, automaticamente sinonimi, il che pone il problema delle minoranze nazionali (linguistiche, culturali o di altro genere). L’Impero corrisponde viceversa alla personificazione giuridica e all’espressione politica di una o di molteplici comunità fondate su solidarietà naturali diverse dalla consanguineità. Cittadinanza e nazionalità sono distinte. Gli imperi non sono soltanto Stati più grandi o più estesi degli altri. I veri imperi sono sempre plurinazionali. “Riuniscono più etnie, più comunità, più culture, un tempo separate, sempre distinte”[lxv].L’Impero organizza i rapporti di potere in una maniera del tutto diversa dallo Stato nazionale, nella misura in cui la forma di dominio che incarna “mira costantemente a dominare dei non-dominati”[lxvi], appoggiandosi non tanto al potere gerarchico del comando quanto sul plusvalore politico apportato dalla cooperazione delle differenti entità politiche che ingloba. Lo Stato nazionale moderno mira peraltro all’omogeneità delle norme e delle regolantazioni, che è garantita giuridicamente dall’eguaglianza formale dei diritti, mentre gli imperi tendono ad instaurare norme asimmetriche o differenziate in funzione delle specificità socioculturali locali. L’Impero è una modalità di gestione e di organizzazione della diversità. È proprio questo che ha fatto dire a vari autori che l’Europa può essere pensata unicamente sul modello dell’Impero, ma di un impero “post-imperialista”, adattato al nostro tempo, vale a dire privo di mire egemoniche. a. de benoist diornama via arianna.it

L’Europa, tra delusione e speranza – 1 (by de Benoist)

Venerdì, 2 Dicembre 2011

 I. La delusioneQuando si parla oggi dell’Europa, i termini che si incontrano più spesso sono impotenza, paralisi, deficit democratico, opacità, architettura istituzionale incomprensibile. L’incapacità dell’Europa di impedire la guerra nell’ex Jugoslavia, che alla fine è sfociata nello spettacolo umiliante dei primi bombardamenti americani su una capitale europea dalla fine della seconda guerra mondiale è stata un’illustrazione esemplare di questa situazione. Per decenni, la costruzione europea era stata presentata come una soluzione; adesso è diventata un problema che nessuno sa più risolvere. Ieri offriva ragioni per sperare; oggi fa paura. Ci se ne aspettava un più, ora se ne teme un meno. Il progetto europeo non si accompagna ad alcuna precisa finalità. Non ha né contorni geografici né forme politiche ben caratterizzate. Manifesta un’incertezza esistenziale tanto strategica quanto identitaria, che i “sovranisti” e gli euroscettici hanno buon gioco nello sfruttare. Si è fatto notare da molto tempo che gli abbandoni di sovranità accettati dalle nazioni non sono minimamente compensati da un rafforzamento della sovranità europea. Questa assenza di trasferimenti a un attore politico europeo sovrano è particolarmente preoccupante. Fra le nazioni e l’Europa, la sovranità sembra svanire. Malgrado i suoi 450 milioni di abitanti, l’Europa resta una non-potenza, incapace di definire in modo unitario una politica estera e di difesa che corrisponda ai suoi interessi. Associando, per dirla con Régis Debray, “una struttura economica semplice e un deserto simbolico”[i], assomiglia a quel Belgio che nel 2007 è rimasto privo di governo per mesi, in attesa di un ipotetico compromesso. L’ex ministro degli Esteri francese Hubert Védrine lo ha detto senza giri di parole: “L’Europa non sa più chi è, né cosa vuole”.La “decostruzione” dell’Europa è cominciata all’inizio degli anni Novanta, con i dibattiti attorno alla ratifica del trattato di Maastricht. Da quell’epoca il futuro dell’Europa è apparso particolarmente problematico e un buon numero di europei convinti hanno iniziato a disincantarsi. Nel momento in cui la globalizzazione suscitava ulteriori timori, la gente si è accorta che “l’Europa” non garantiva un migliore potere d’acquisto, una migliore regolamentazione degli scambi commerciali nel mondo, una diminuzione delle delocalizzazioni, un regresso della criminalità, una stabilizzazione dei mercati dell’impiego o un controllo più efficace dell’immigrazione; e che, anzi, accadeva il contrario. La costruzione europea è parsa per molti versi non un rimedio alla globalizzazione, un baluardo contro una deregolamentazione generalizzata su scala planetaria, bensì come una tappa di quella stessa globalizzazione. Molti vi hanno visto “il vettore di una demolizione di tutti i valori radicati in nome di un mondialismo senza memoria e senza volto” (Jean-Michel Vernochet)[ii]. Le critiche da destra e da sinistra, le paure nazionali e le inquietudini sociali si sono quindi aggiunte le une alle altre e il disincanto ha cominciato a diffondersi negli ambienti più svariati. L’esito finale è stato il “no” al referendum del maggio 2005 sul progetto di Costituzione.Sin dall’inizio, la costruzione dell’Europa si è di fatto svolto a discapito del buonsenso. Sono stati commessi essenzialmente quattro errori: 1) Essere partiti dall’economia e dal commercio invece di partire dalla politica e dalla cultura, immaginando che, per un effetto di rimbalzo, la cittadinanza economica si sarebbe tradotta meccanicamente in cittadinanza politica. 2) Aver voluto creare l’Europa partendo dall’alto, invece che dal basso. 3) Aver preferito un allargamento frettoloso a paesi mal preparati per entrare in Europa ad un approfondimento delle strutture politiche esistenti. 4) Non aver mai voluto prendere una posizione chiara ed impegnativa sulle frontiere dell’Europa e sulle finalità della costruzione europea.All’indomani della seconda guerra mondiale, i promotori della costruzione europea avevano il dichiarato obiettivo di creare le condizioni per una pace duratura in un’Europa devastata nel corso del XX secolo da due sanguinose guerre civili. Quell’ambizione coincideva con il crollo di un ordine del mondo eurocentrico, ma anche con la divisione binaria dell’Europa tra una zona “libera” assoggettata all’influenza degli Stati Uniti e un’Europa centrale e orientale dominata dall’Unione sovietica. Tuttavia, vari progetti concorrenti si contrapponevano fin dagli esordi. Quello che ha prevalso, sostenuto da Jean Monnet, che poggiava sul primato dell’economia, si è imposto a discapito del progetto dei federalisti (Alexandre Marc, Robert Aron, Denis de Rougemont) e del progetto neocarolingio di un Otto di Asburgo.Aperto il 7 maggio 1948 sotto la presidenza di Winston Churchill, il celebre Congresso dell’Aia riunì quasi 800 personalità venute da 17 paesi. Denis de Rougemont ne fu contemporaneamente il relatore della commissione culturale e il redattore della Dichiarazione finale, il famoso Messaggio agli europei, che getta in particolare le basi di quello che diventerà il Consiglio d’Europa. I lavori portano però ben presto alla ribalta due grandi correnti contrapposte: da una parte i federalisti, sostenitori di una rapida costruzione dell’Europa politica partendo dalla base e nel rispetto della diversità dei popoli, e dall’altra i “funzionalisti” o “unionisti”, secondo i quali la priorità va data a un’Europa economicamente integrata, che parteggiano per un semplice avvicinamento dei governi e dei parlamenti in un’ottica meramente amministrativa. Saranno i secondi a prevalere. È peraltro in occasione del suddetto congresso dell’Aia che Churchill crea il Movimento europeo (United European Movement), di cui diviene presidente onorario al fianco di due democristiani, Konrad Adenauer e Alcide De Gasperi, ma anche di due socialisti, il francese Léon Blum e il belga Paul-Henri Spaak. L’Unione europea dei federalisti (UEF) è stata creata invece alla fine del 1946 e sarà animata principalmente dall’ex capo del movimento “Combat”, Henry Frenay, e dall’italiano Altiero Spinelli.Ossessionati dall’economia, i “padri fondatori” delle Comunità europee hanno volontariamente lasciato ai margini la cultura. Il loro progetto originario, quando non si ricollegava alla vecchia idea “paneuropea” di Richard N. Coudenhove-Kalergi[iii], mirava a fondere le nazioni in spazi di azione di nuovo tipo in un’ottica funzionalista[iv]. Per Jean Monnet e i suoi amici, si trattava di giungere ad una reciproca interpenetazione delle economie nazionali di un livello tale che l’unione politica sarebbe divenuta necessaria, giacché si sarebbe rivelata meno costosa della disunione. In altre parole, l’integrazione economica avrebbe dovuto essere la leva dell’unione politica.Jean Monnet, formatosi oltre Atlantico (sin dagli anni Venti il finanziere Paul Warburg lo aveva preso sotto la propria protezione), già segretario generale aggiunto della Società delle Nazioni, scriveva a Franklin D. Roosevelt il 5 agosto 1943: “Non vi sarà pace in Europa se gli Stati si ricostituiscono sulla base di sovranità nazionali. Essi dovranno formare una federazione che ne faccia un’unità economica comune”. Monnet sarà nel 1951 il primo segretario generale della Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA), embrione della futura Europa di Buxelles. È noto altresì che egli animò negli anni Sessanta un Comitato per gli Stati Uniti d’Europa, nel quale figuravano più di 130 dirigenti di partiti e sindacati dell’Europa dei Sei[v].Se Monnet incarnava l’ispirazione economica dell’Europa, Robert Schuman ne rappresentava la parte cattolica, se non mistica, assieme al tedesco Konrad Adenauer e all’italiano Alcide De Gasperi. Inizialmente, la costruzione dell’Europa ebbe anche basi cattoliche, che non vanno sottovalutate[vi]. Il progetto di Jean Monnet ottenne d’altronde l’avallo del papa Pio XII, aprendo la strada, nel corso dei seguenti decenni, a quello che Jean-Paul Bled ha giustamente chiamato “l’impegno dei partiti democristiani nell’edificazione di una società funzionale, che ha accelerato l’avvento dell’era delle neutralizzazioni”[vii]. Dato che l’Europa per loro svolgeva “la funzione di un’ideologia sostitutiva”[viii], i partiti democristiani svolsero un ruolo essenziale negli esordi della costruzione europea. “La democrazia cristiana si assume la responsabilità fondamentale di aver fatto avallare ad una parte significativa dei cattolici, consapevolmente o meno, l’idea che il processo di costruzione europea perseguiva l’obiettivo di ristabilire l’unità spirituale perduta, se non un’‘Europa vaticana’”, scrive Christophe Réveillard[ix].È altrettanto evidente che, sin dalla dichiarazione Schuman del 9 maggio 1950, e poi dopo la firma del trattato di Roma il 25 marzo 1957, “il primato della relazione mercantile e l’organizzazione di tutti i rapporti sociali come elementi al servizio di questo primato sono al centro del progetto europeo”[x]. Non dimentichiamo che il primo nome dell’“Europa” fu “Mercato comune”. Quell’economicismo iniziale ha, ovviamente, favorito la deriva liberale delle istituzioni, nonché la lettura essenzialmente economica delle politiche pubbliche che verrà fatta a Bruxelles. Lungi dal preparare l’avvento di un’Europa politica, l’ipertrofia dell’economia ha rapidamente comportato la spoliticizzazione, la cancellazione dei vecchi sistemi di rappresentanza, la consacrazione del potere degli esperi, nonché la messa in atto di strategie tecnocratiche che obbediscono non tanto a logiche economiche quanto a imperativi di razionalità funzionale. Dirà in seguito François Bayrou: “Un cancro rode l’Europa. Il cancro europeo è che in essa tutto sembra tecnico e più niente è politico”[xi].Questa scelta di campo a favore dell’economia spiega ovviamente il deficit democratico, innumerevoli volte rilevato, delle istituzioni europee: ancora oggi, la Commissione europea sfugge praticamente a ogni controllo; il Consiglio dei ministri, prodotto dei governi europei, non deve rendere conto a nessuno; la scelta del presidente della Banca centrale non deve essere confermata dal Parlamento e la nomina dei membri della Corte di giustizia dell’Unione è di competenza esclusiva dei governi. Quanto al Parlamento europeo, eletto a suffragio universale dal 1979, si è da lungo tempo trasformato in una babilonia. “Mai l’Unione europea è stata pensata o animata da politici”, ha notato recentemente Jean-Claude Eslin[xii].Parallelamente, questo economicismo ha fatto nascere una concezione della cittadinanza svuotata della sua sostanza politica. Fondandosi sull’ideologia transnazionale dei diritti dell’uomo, indipendentemente da ogni particolare collocazione territoriale, questa cittadinanza non si definisce più per la capacità di partecipazione politica, ma per il godimento di diritti-crediti in ambito economico o sociale e per la costituzione di uno spazio giuridico unificato, mentre il ruolo dello Stato è ridotto alla sua capacità “provvidenziale” di gestione e redistribuzione dei beni collettivi. È evidente che, in quest’ultima concezione della “cittadinanza”, la differenza di situazione, in un dato paese, fra i possessori della nazionalità e gli stranieri in situazione regolare diventa impercettibile: essendo stato escluso ogni progetto politico comune, la sola residenza a titolo di consumatore od utente dà diritto alla cittadinanza[xiii].Nel 1992, con il trattato di Maastricht, si è passati dalla Comunità europea all’Unione europea. Anche questo slittamento semantico è rivelatore: quel che unisce è meno forte di quel che è comune. Il passaggio da un termine all’altro, come ha fatto notare René Passet, “consacrava il primato degli imperativi del libero scambio su quelli del riavvicinamento dei popoli”[xiv]. Osservando che, “nella breve storia delle democrazie, i popoli democratici si sono battuti più spesso per difendere la propria patria che per difendere i valori democratici”, Dominique Schnapper ha, dal suo canto, sottolineato assai giustamente “il rischio che le società moderne si sfaldino a causa dell’indebolimento del civismo e della dimensione politica della vita quando le società sono organizzate intorno alla produzione delle ricchezze e alla ricerca del benessere degli individui”, aggiungendo che la costruzione europea, nella stessa misura in cui associa spoliticizzazione e accresciuta mercantilizzazione dei rapporti sociali, “comprende il rischio di contribuire involontariamente a spoliticizzare le società democratiche”, perché “la politica non consiste soltanto nel produrre e ridistribuire ricchezze; ha a che vedere anche con i valori e la volontà”[xv].Jacques Chirac diceva nel suo celebre appello di Cochin, nel 1978: “Diciamo no a una Francia vassalla in un impero di mercanti”. Sappiamo quel che ne è stato. L’Europa odierna è innanzitutto l’Europa dell’economia e della logica di mercato, giacché a parere di una larga parte delle classi dirigenti liberali dovrebbe essere solo un vasto supermercato che obbedisce esclusivamente alla logica del capitale.Il secondo errore, lo abbiamo detto prima, è consistito nel voler creare l’Europa dall’alto, ovvero partendo dalle istituzioni di Bruxelles. Come auspicavano i sostenitori del “federalismo integrale”, una sana logica avrebbe viceversa voluto che si partisse dal basso, dal quartiere e dal vicinato (luogo di apprendimento basilare della cittadinanza), salendo verso il comune, dal comune o dall’agglomerazione verso la regione (le province e i dipartimenti non corrispondono ad alcunché), dalla regione verso la nazione, dalla nazione verso l’Europa. Ciò sarebbe stato possibile applicando rigorosamente il principio di sussidiarietà. E invece questo principio, sin dal momento in cui le istanze europee se ne sono impadronite, è stato “trasformato in principio di efficacia, vale a dire in un principio giacobino, e quindi trasformato nel suo contrario”[xvi]. La sussidiarietà esige che l’autorità superiore intervenga solamente nei casi in cui l’autorità inferiore non è in grado di farlo (principio di competenza sufficiente). Nell’Europa di Bruxelles, in cui una burocrazia centralizzatrice tende a regolamentare tutto per mezzo delle sue direttive, l’autorità superiore interviene ogni volta che si reputa in grado di farlo, con il risultato che la Commissione decide su tutto perché si ritiene onnicompetente. In queste condizioni, l’autorità conservata dai gradini inferiori è soltanto un’autorità delegata.Le rituali accuse dei sovranisti all’Europa di Bruxelles, vista come un’“Europa federale”, non devono quindi indurre in errore: con la sua tendenza ad attribuirsi d’autorità tutte le competenze, essa viceversa si costruisce su un modello in larghissima misura giacobino. Lungi dall’essere “federale”, è anzi giacobina all’estremo, dal momento che coniuga autoritarismo punitivo, centralismo e opacità.Il terzo errore è consistito nell’allargare sconsideratamente l’Europa, quando sarebbe stato necessario prima di tutto approfondire le strutture esistenti, pur sviluppando un ampio dibattito politico in tutta Europa per tentare di costruire un consenso sulle finalità. La Comunità economica europea (CEE) o “Mercato comune” contava già in partenza sei Stati membri: la Germania, la Francia, l’Italia e i tre paesi del Benelux. L’allargamento progressivo dell’Europa (all’Inghilterra e alla Danimarca nel 1972-73, alla Grecia, alla Spagna e al Portogallo fra il 1981 e il 1986, alla Svezia, alla Finlandia e all’Austria nel 1995, ai paesi dell’Europa centrale, a Cipro e a Malta nel 2004) si è fatto per ragioni fondamentalmente economiche, alle quali si è potuto aggiungere il desiderio di taluni paesi (soprattutto nordici) di uscire dalla marginalità geopolitica. Nessuna di queste nuove adesioni si è accompagnata a una riforma istituzionali, giacché i liberali hanno sempre giocato l’allargamento contro l’approfondimento. Sebbene le poste in gioco fossero notevoli, nessuna di esse è stata oggetto di una consultazione popolare.Beninteso: tutti gli Stati membri dell’attuale Unione europea fanno parte dell’Europa e, in quanto tali, hanno la vocazione ad integrarsi in una struttura istituzionale comune. Sarebbe stato d’altronde oppotuno ricordarlo attraverso una dichiarazione solenne quando il sistema sovietico è crollato. Questi paesi possono però integrarsi in una struttura comune solo nella misura in cui questa disponga già di istituzioni politiche integrate, provviste di regole precise che condizionino l’ingresso dei nuovi arrivati a una volontà politica a sua volta chiaramente affermata. Ed è proprio questa volontà a far difetto.Lo si è visto in modo particolarmente evidente in occasione dell’allargamento ai paesi dell’Europa centrale, deciso nel maggio 2004 ed esteso di recente a Romania e Bulgaria. La maggior parte di questi paesi, che erano stati definitivamente accettati al vertice di Copenhagen del dicembre 2002 sulla base di criteri fissati fin dal 1993, di fatto hanno chiesto di aderire all’Unione europea soltanto per godere della protezione della NATO, come testimonia il sostegno che hanno apportato all’intervento militare americano in Iraq. Parlavano di Europa, ma sognavano solo l’America, come è stato dimostrato anche dall’acquisto da parte della Polonia, meno di quindici giorni dopo il suo ingresso nell’Unione europea, di aerei americani F16, preferiti ai Mirage francesi o agli Jas-39 Gripen svedesi[xvii]. Tenuto conto della disparità delle condizioni sociali e dei sistemi fiscali, a sua volta generatrice di distorsioni della competitività, quell’allargamento ai paesi dell’Est ha inoltre scatenato un ricatto basato sulle delocalizzazioni, a detrimento dei salariati.Senza alcuna riforma istituzionale, senza un sufficiente impegno finanziario e senza consultazione o sostegno popolare, ci si è limitati ad offrire a dieci ex paesi del versante sovietico, convertiti di fresca data all’economia di mercato, l’ingresso in quello che essi percepivano come un paese della cuccagna, senza rendersi conto che i loro sentimenti autenticamente europei erano tanto più ridotti quanto più accentuato era il loro atlantismo. Ne sono risultati una diluizione e una perdita di efficacia che hanno rapidamente convinto tutti che un’Europa a venticinque o a trenta era semplicemente ingestibile, opinione che si è ulteriormente rafforzata a causa delle inquietudini culturali, religiose e geopolitiche legate alle prospettive di adesione della Turchia.La verità è che, più l’allargamento si estende, più l’approfondimento diventa difficile. Un editoriale uscito su “Le Monde” il 19 gennaio 2000 parlava d’altronde a questo proposito di “due obiettivi assolutamente antinomici”. La potenza non è infatti esclusivamente una questione di taglia. Qui non solo il principio “più si è grandi, più si è forti” non vale più, ma si rovescia: più l’Unione europea si estende senza riformarsi, più la sua impotenza si accresce. Il che significa che al di là di una certa soglia l’Europa cambia natura e non può più funzionare come prima[xviii]. Come si può, in effetti, stabilire una politica comune in venticinque o in ventisette?L’ingresso dell’Unione europea di un paese di 72 milioni di abitanti come la Turchia, che diverrebbe così, per il solo fatto del suo peso demografico, lo Stato membro più influente in termini di diritto di voto, prospettiva sostenuta dagli Stati Uniti ma alla quale la maggioranza degli europei è nettamente contraria, sanzionerebbe definitivamente una fuga in avanti nell’allargamento ai danni dell’approfondimento, sgretolando per sempre la speranza di vedere l’Europa trasformarsi in una vera entità politica. Come ha scritto Jean-Louis Bourlanges, “l’adesione della Turchia porrebbe fine ad un’esitazione di mezzo secolo fra due concezioni dell’Unione, ideologica da un lato, geopolitica dall’altro. Consacrerebbe la vittoria di un’Europa eterea, ridotta all’esaltazione di valori universali e del diritto, su un’Europa radicata in una terra e in una storia particolari, la vittoria di un’Europa dell’Onu su un’Europa carolingia. Jean Monnet, il viaggiatore senza bagagli della pace universale, il campione planetario della risoluzione dei conflitti, prevarrebbe definitivamente su Robert Schuman, l’uomo di un luogo e di un tempo, attaccato con tutte le fibre del proprio essere alla sua Lorena lacerata, risoluto da cristiano, da lotaringio, da francese e da tedesco a ritrovare – attraverso la riconciliazione dei popoli dello spazio renano – il filo perduto di una civiltà comune, la specificità di un modello sociale costruito dalla storia, il segreto di una resurrezione solidale dei popoli spezzati e rovinati dalla follia dei loro rispettivi Stati”[xix].Quarto errore: il dibattito sulle frontiere, cioè sulla realtà geografica dell’Europa, è stato costantemente eluso, così come il dibattito sull’identità europea e sulle finalità delle sue istituzioni, e questa indeterminatezza ha continuato a caricare il progetto europeo di un’ambiguità propizia a tutte le scivolate. Il timore di parecchi eurocrati è evidentemente stato quello di richiudere lo sviluppo dell’Unione all’interno di frontiere troppo precise. Alcuni di loro, ad esempio Michel Rocard, o Dominique Strauss-Kahn che perora la causa di un’Europa “che vada dall’Artico al Sahara”[xx], non nascondono d’altro canto di vedere nell’Unione europea un insieme di molteplici civiltà promesso, come il mercato, a un’estensione indefinita. Compito dell’Unione europea sarebbe in un certo senso abolire la differenza tra l’Europa e la non-Europa, distruggendo d’un sol colpo quella che doveva esserne la ragion d’essere e qualunque possibilità di diventare un attore di primo piano sulla scena internazionale.Le frontiere dell’Europa sono dettate tanto dalla storia quanto dalla geografia: esse si arrestano ad Ovest alle rive dell’Atlantico, a Nord alle regioni circumpolari, a Sud al Bosforo, ad Est alle porte della zona d’influenza russa. A questo contesto territoriale gli europei devono attenersi se vogliono svolgere un proprio ruolo all’interno di un mondo multipolare – il che non esclude, beninteso, la firma di accordi di partenariato privilegiato con i vicini più prossimi. Ma la mancanza di un dibattito sulle frontiere è essa stessa legata all’assenza di dibattito sulle finalità. Il fatto che l’Europa scelga di diventare una grande zona di libero scambio oppure una potenza autonoma implica infatti, per i due progetti, frontiere diverse (il primo progetto esige l’adesione della Turchia, ad esempio, mentre il secondo la esclude).Infine, il problema capitale della lingua dell’Europa non è mai stato seriamente sollevato, quando invece si pone in maniera cruciale in un momento in cui l’Unione europea sta per contare quasi trenta Stati membri. Come può funzionare l’Europa con venticinque o trenta lingue ufficiali, mentre le Nazioni Unite ne conoscono solo cinque o sei? L’Europa deve avere una lingua che le sia propria, ma che nel contempo coesista con le altre lingue nazionali o regionali già esistenti (il multilinguismo è il futuro). Se non si decide a farlo, ovviamente sarà l’inglese a farlo, per difetto. L’apprendimento di una lingua comune richiederebbe perlomeno una generazione. Ciò fa capire quanto grande sia il ritardo già accumulato.L’Europa, infine, ha continuato a edificarsi senza i popoli. Si potrebbe addirittura dire che la grande costante dei “facitori di Europa” è stata la loro incomprimibile diffidenza di fronte a ogni domanda di arbitrato proveniente dagli elettori, cioè dai popoli. L’Europa aspira a diventare un’entità politica, ma non è mai stata fondata politicamente[xxi]. La stessa sovranazionalità attualmente esistente non è il risultato di una deliberazione pubblica o di un processo democratico, ma di una decisione giudiziaria della Corte europea di giustizia che, in due sue sentenze fondamentali del 1963 e del 1964, ha innalzato i trattati fondatori dell’Europa al rango di “carta costituzionale”, con l’effetto diretto di stabilire il primato del diritto comunitario rispetto ai diritti nazionali. Il Parlamento europeo, unica istanza latrice della sovranità popolare, è privato sia del potere normativo, sia del potere di controllo. Con l’ingresso dei nuovi Stati membri, produce ormai solo una cacofonia politicamente inascoltabile. Il primato del diritto è così andato di pari passo con il primato dell’economia.Più recentemente, si è formulato un progetto di Costituzione senza che mai venisse posto il problema del potere costituente, e quando si è consultato il popolo per via di referendum, come in Francia nel 2005, lo si è fatto, visti i risultati, per pentirsene amaramente e giurarsi che non lo si sarebbe più fatto. Una Costituzione implica un potere costituente, perché nessun potere pubblico (potestas) può sostituirsi all’autorità (auctoritas) del popolo o dei suoi rappresentanti. Un’assemblea costituente è legittima solo se si fonda sulla sovranità popolare. Ma il progetto di trattato costituzionale, scaturito dalla Convenzione sul futuro dell’Europa creata nel dicembre del 2001 al Consiglio europeo di Laeken e presieduta da Valéry Giscard d’Estaing, non solo non lo prevedeva, ma si è potuto presentarlo come “una negazione radicale di quel potere costituente che sono il o i popoli europei”[xxii].Questo progetto non aveva d’altronde niente di una Costituzione. Una Costituzione è un documento relativamente semplice, dal volume piuttosto limitato; il progetto di trattato pesava più di 800 pagine (il che consentiva di tenerne lontani di curiosi). Una Costituzione si accontenta di fissare norme e regole, enunciare principi fondamentali e definire un contesto durevole all’interno del quale funzioneranno le istituzioni, ma non si ferma o non determina alcuna politica particolare; si colloca al di sopra del dibattito politico, che si limita a rendere possibile, perché è al popolo che spetta di decidere in materia di orientamenti e di scelte politiche. Né determina in maniera immutabile alleanze militari, che possono cambiare in funzione delle congiunture o degli eventi. Il trattato, viceversa, scolpiva nel marmo o fondeva nel bronzo ogni sorta di orientamenti in materia economica e in materia di difesa, che sperava così di rendere irreversibili sottraendoli al giudizio e alle scelte dei cittadini.Il progetto di trattato costituzionale faceva contemporaneamente del mercato il valore supremo e l’obiettivo centrale dell’Unione, che si reputava agisse “conformemente al rispetto del principio di un’economia di mercato aperta in cui la concorrenza è libera” (art. III-177, 178, 179, 185, 246 e 279), principio che avrebbe dovuto imporsi “ai servizi pubblici di interesse economico generale” (art. III-166). Trattando delle relazioni fra l’Unione e il resto del mondo, vi si indicava che “l’Unione incoraggia l’integrazione di tutti i paesi nell’economia mondiale” (art. III-292) e contribuisce alla “soppressione progressiva delle restrizioni agli scambi internazionali” (art. III-314). Veniva inoltre precisato che “le restrizioni sia ai movimenti di capitali sia ai pagamenti fra gli Stati membri e fra gli Stati membri e i paesi terzi sono proibite” (art. III-156), nonché che gli aiuti pubblici “destinati a promuovere la cultura e la conservazione del patrimonio” sono accettabili solo quando “non alterano le condizioni degli scambi e della concorrenza” (art. III-167). Il diritto al lavoro era sostituito dalla “libertà di cercare un impiego e di lavorare” (art. II-75), e il diritto lasciava in tal modo il posto a una semplice autorizzazione. Quanto all’indipendenza della Banca centrale europea, essa ovviamente era confermata (art. I-30), proibendo perciò ogni politica monetaria. Essendo la politica di bilancio già proibita dal patto di stabilità e la politica industriale dalla proibizione di qualunque ostacolo alla concorrenza, il progetto mirava visibilmente a istituzionalizzare, fornendo loro una base giuridica inamovibile, i principi economici del liberalismo, vale a dire i principi del capitalismo dei mercati liberalizzati: lo smantellamento delle protezioni sociali e il libero gioco degli apparati dominanti del Capitale[xxiii]. Il progetto faceva pertanto più volte allusione all’“economia sociale di mercato”, espressione che faceva riferimento alle teorie degli economisti liberali tedeschi del dopoguerra, nei quali il sociale, lungi dal rappresentare un correttivo o una regolamentazione esterna al mercato, è viceversa ritenuto esserne l’effetto. Il mercato, in quest’ottica, è l’unico operatore del “progresso sociale”[xxiv].Per quanto concerne le questioni di difesa, il progetto di trattato stipulava che, “per mettere in opera una cooperazione più stretta in materia di difesa reciproca, gli Stati membri partecipanti lavoreranno in stretta cooperazione con la NATO” (art. I-41). Meglio ancora: era esplicitamente indicato che “gli impegni e la cooperazione in questo ambito [la difesa] rimangono conformi agli impegni sottoscritti in seno alla NATO, che resta per gli Stati che ne sono membri il fondamento della loro difesa collettiva e l’istanza della sua messa in opera” (art. I-40). Significava costituzionalizzare la dipendenza dell’Europa nei confronti di un’Alleanza atlantica largamente dominata da Washington.Il progetto di trattato pretendeva infine di assegnare “lo stesso valore giuridico dei trattati”, vale a dire piena forza costrittiva, alla Carta dei diritti fondamentali proclamata il 7 dicembre 2000 al vertice di Nizza. Orbene: l’adozione di quell’ibrido documento rappresenterebbe una vera e propria rivoluzione giuridica. La Carta volta infatti le spalle al modello dello “Stato legale”, nel quale la legge viene detta sovrana perché è l’espressione della volontà generale espressa dal popolo, per sostituirlo con quello dello “Stato di diritto” fondato non sul popolo ma sulla “società civile”, che si caratterizza per la possibilità di ricorsi giurisdizionali contro la legge. Il suo preambolo (art. 2) precisava che “l’Unione assicura la libera circolazione, dei servizi, delle merci e dei capitali” (senza che alcuno si sia stupito nel vedere la libera circolazione dei capitali presentata come un “diritto fondamentale”!). Il contenuto del documento era peraltro in gran parte ricalcato sulla Convenzione europea di salvaguardia dei diritti dell’uomo, opera del Consiglio d’Europa che, in quanto tale, è sottoposta alla giurisdizione della Corte europea dei diritti dell’uomo, rivale in materia della Corte di giustizia delle comunità europee (CJCE), equivoco quantomeno inadatto a far emergere un’identità comunitaria caratteristica dell’Unione[xxv].Nel maggio-giugno 2005, il rifiuto dei francesi e degli olandesi di ratificare il progetto di trattato “che stabilisce una Costituzione per l’Europa” aveva fatto precipitare gli eurocrati nella depressione, inducendoli a spiegare subito la crisi dell’Europa con il risultato dei referendum – invece di capire che, viceversa, all’origine di quel risultato vi era il cattivo funzionamento delle istituzioni europee[xxvi].È vero che l’eterogeneità del “no” francese al referendum sull’Europa, causa principale del suo successo (risultato dell’addizione di motivi di rifiuto assai diversi), lo rende anche di difficile interpretazione. Il “no” ha raggruppato tanto sovranisti ostili ad ogni forma di unificazione politica dell’Europa, che consideravano antinomica a una sovranità nazionale sacralizzata, quanto eurofili convinti ma non disposti ad adeguarsi ai principi del liberalismo consacrati dal trattato, i quali speravano di provocare uno “choc salutare” imponendo un colpo di freno a una folle fuga in avanti, senza dimenticare chi temeva il possibile ingresso della Turchia nell’Unione (o, più generalmente, il suo allargamento sconsiderato), il deteriorarsi della situazione dell’impiego, l’aggravarsi della situazione economica, ed infine elettori (forse i più numerosi) desiderosi semplicemente di esprimere il loro cattivo umore nei confronti del governo esistente o di sanzionare la classe politica di ogni tendenza. Ma quel che colpisce ancora adesso è l’ampiezza del fossato rivelato dal voto fra i sentimenti del popolo, ostile nel 54,6% al trattato, e le posizioni dei parlamentari, che gli erano favorevoli per il 93%.Il fatto è, in ogni caso, che quei voti negativi non sono minimamente serviti da lezione: nessuno si è accorto che bisognerebbe forse impegnarsi su un’altra via, più conforme alla volontà popolare. Gli eurocrati si sono impegnati, viceversa, a trovare il mezzo pratico per non tenere alcun conto dell’avvertimento che era stato loro lanciato. Il risultato è stato il progetto di “trattato semplificato” adottato al vertice di Lisbona, che per unico obiettivo aggirare l’opposizione al trattato costituzionale riproponendo il medesimo contenuto in un diverso involucro.Questo progetto di trattato “semplificato”, reso pubblico il 5 ottobre 2007 con il nome di “trattato modificativo”, di cui Nicolas Sarkozy aveva già fatto adottare il principio a Bruxelles nel giugno 2007, in primo luogo non è così semplificato come si sostiene, dal momento che conta 256 pagine con l’aggiunta di 12 protocolli annessi e di 25 diverse dichiarazioni che rimandano a circa 3000 pagine di accordi precedenti. Esso riprende peraltro la sostanza delle disposizioni del progetto di trattato costituzionale respinto per via di referendum dai francesi e dagli olandesi. Uniche modifiche: gli elementi simbolici (bandiera, inno e moneta) non vi figurano più, e il ministro degli Esteri dell’Unione si vede attribuire, per soddisfare gli inglesi, il semplice titolo di “alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune”. Per il resto non cambia niente, se non il rivestimento. Il riferimento alla NATO, in particolare, è sempre presente, giacché il nuovo testo rimanda al trattato di Maastricht, il cui titolo V stabiliva che le posizioni comuni degli Stati membri in materia di difesa devono essere compatibili con i “contesti della NATO”. La Carta dei diritti fondamentali non è ripresa per esteso, ma è essa pure oggetto di un riferimento, il che in diritto significa la stessa cosa. Si precisa anzi esplicitamente che “l’Unione riconosce i diritti, le libertà e i principi enunciati nella Carta del 7 dicembre 2000, che ha il medesimo valore giuridico dei trattati” (art. 6). La superiorità della norma europea sulle leggi e sulle Costituzioni nazionali è menzionata in una dichiarazione aggiuntiva che ricorda la giurisprudenza della Corte di Giustizia europea in materia.Neanche il riferimento alla “concorrenza libera e non falsata” viene abbandonato, dal momento che il trattato “semplificato” rimanda a un protocollo addizionale il quale stipula che “il mercato interno, così come è definito all’articolo 3 del trattato, comprende un sistema che garantisca che la concorrenza non è falsata”. La Commissione di Bruxelles resta inoltre titolare dell’interpretazione delle norme di concorrenza e si può quindi opporre alle politiche industriali nazionali ogni volta che queste fossero tentate di rimetterne in discussione il principio, sostenendo ad esempio che la concorrenza non può, da sola, regolare il commercio internazionale, tenuto conto della disparità delle situazioni sociali fra i paesi. Valéry Giscard d’Estaing, principale “padre” del trattato costituzionale, non ne ha fatto mistero: “La differenza è più di metodo che di contenuto […] I giuristi non hanno proposto innovazioni. Sono partiti dal testo del trattato costituzionale, di cui hanno scisso gli elementi, ad uno ad uno, rinviandoli attraverso gli emendamenti ai due trattati esistenti di Roma (1957) e di Maastricht (1993) […] Il risultato è che le proposte istituzionali del trattato costituzionale si ritrovano integralmente nel trattato di Lisbona, ma in un ordine diverso”[xxvii].Il “trattato modificativo” doveva essere ratificato a Lisbona il 13 dicembre 2007. Nessun referendum è previsto, salvo che in Irlanda e in Danimarca, benché diversi sondaggi d’opinione abbiano indicato che il 76% dei tedeschi, il 75% dei britannici, il 72% degli italiani, il 71% dei francesi e il 65% degli spagnoli desiderano potersi pronunciare su questo testo. In Francia, con ogni evidenza questo trattato non ha altra ragion d’essere se non imporre al popolo, senza doverlo consultare, ciò che esso aveva respinto a maggioranza nel 2005[xxviii]. Il rifiuto del presidente Sarkozy di sottoporre il “trattato modificativo” a referendum e la sua decisione di farlo adottare per la sola via parlamentare hanno dunque un sentore di fellonia. Anne-Marie Le Pourhiet, professoressa alla Facoltà di giurisprudenza dell’Università di Rennes, è giunta al punto di parlare di “colpo di Stato” e di “altro tradimento”. “Quando si sa che la Costituzione californiana prevede che una norma adottata per referendum non possa essere in seguito abrogata o modificata se non tramite un’altra decisione popolare e che la Corte costituzionale italiana adotta lo stesso principio, non si può non essere sconcertati dal colpo di Stato in tal modo perpetrato in Francia […] Il termine che viene alla mente per definire il disprezzo presidenziale della volontà popolare è ovviamente quello di alto tradimento”[xxix]. a. de benoist diorama via arinna.it 1

La fine dell’Italia – secondo il Foreign Policy

Venerdì, 25 Novembre 2011

Perché dovremmo stupirci se l’Italia cade a pezzi? Con decine di dialetti e un’unificazione fatta in fretta e furia, si potrebbe persino dubitare che sia davvero una nazione. L’Italia sta cadendo a pezzi, politicamente ed economicamente. Di fronte a una gravissima crisi del debito e alle defezioni dalla sua maggioranza parlamentare, il primo ministro Silvio Berlusconi , la figura politica che più ha dominato il panorama politico romano dai tempi di Mussolini, la scorsa settimana ha rassegnato le dimissioni. Ma i problemi del paese vanno oltre la scadente prova politica del Cavaliere, oltre i suoi celebri peccatucci: le loro radici affondano nella fragilità del sentimento di unità nazionale, un mito nel quale pochi italiani, oggi, mostrano di credere.La frettolosa, forzata unificazione del XIX Secolo, cui nel XX Secolo seguirono il fascismo e la sconfitta nella Seconda guerra mondiale, lasciò il paese privo del sentimento di nazionalità. Ciò non sarebbe stato di grande importanza se lo stato post-fascista avesse avuto maggior successo, non solo nella gestione dell’economia ma anche nel proporsi come un’entità in cui i cittadini potessero identificarsi, e avere fiducia. Ma negli ultimi sessant’anni, la Repubblica italiana ha fallito nel fornire un governo funzionante, nel combattere la corruzione, nel proteggere l’ambiente, persino dal proteggere i suoi cittadini dalla violenza di Mafia, Camorra e altre organizzazioni criminali. Adesso, nonostante i suoi intrinseci punti di forza, la Repubblica si è mostrata incapace di gestire l’economia.Ci sono voluti quattro secoli perché i sette regni dell’Inghilterra anglo-sassone diventassero, alla fine, uno solo, nel Decimo secolo. Ma quasi tutta l’Italia è stata riunita in meno di due anni, tra l’estate del 1859 e la primavera del 1861. Il Papa venne spogliato di quasi tutti i suoi domini, la dinastia dei Borboni venne esiliata da Napoli, i duchi dell’Italia centrale persero i loro troni e il re del Piemonte divenne re d’Italia. In quel momento tale rapidità venne vista come un miracolo, il risultato di un magnifico insorgere patriottico da parte di un popolo che anelava ad unirsi e cacciare l’oppressore straniero e i suoi servi. Va detto però che il movimento patriottico che ottenne l’unificazione dell’Italia era numericamente piccolo, formato per lo più da giovani della classe media settentrionale; e non aveva alcuna possibilità di successo senza un intervento dall’esterno.Fu l’esercito francese a cacciare gli austriaci dalla Lombardia, nel 1859; fu una vittoria della Prussia a far sì che l’Italia, nel 1866, potesse annettersi Venezia. Nel resto del paese, le guerre di Risorgimento non furono tanto una lotta per l’unità e la liberazione, quanto una successione di guerre civili. Giuseppe Garibaldi, che si era fatto un nome come soldato combattendo in Sudamerica, si batté eroicamente con le sue camicie rosse in Sicilia e a Napoli nel 1860, ma la sua campagna fu, in ultima analisi, la conquista del Sud da parte del Nord, seguita dall’imposizione delle leggi del Nord in luogo di quelle dello stato meridionale che allora esisteva, il Regno delle due Sicilie. Napoli non si sentì affatto “liberata”, soltanto ottanta napoletani si offrirono volontari per le camicie rosse garibaldine? e la sua gente non tardò ad amareggiarsi del fatto che la città aveva scambiato quello che da seicento anni era il suo rango “capitale del regno” con quello di località di provincia. Ancor oggi il suo status è minore, nel quadro di un Pil del Mezzogiorno pari a meno della metà del settentrione.L’Italia unita ha saltato la fase, normale e faticosa, di “costruzione della nazione”, diventando subito uno stato centralista ben poco disposto a fare concessioni ai diversi localismi. Si faccia il paragone con la Germania: dopo l’unificazione del 1871, il nuovo Reich era governato da una confederazione che includeva quattro regni e cinque granducati. La penisola italiana, al contrario, venne conquistata in nome del re piemontese Vittorio Emanuele II e rimase una versione ingrandita di quel regno, esibendo lo stesso monarca, la stessa capitale (Torino), persino la stessa Costituzione. L’applicazione delle leggi piemontesi su tutta la penisola fece sentire i suoi abitanti più come popolazioni conquistate che come popolo liberato. Il sud venne attraversato da una serie di violente rivolte, tutte sanguinosamente represse.Le diversità che attraversano l’Italia hanno una storia antica, che non può essere messa da pare in pochi anni. Nel Quinto secolo dopo Cristo, gli antichi greci parlavano la stessa lingua e si consideravano greci; a quei tempi, la popolazione dell’Italia parlava 40 lingue diverse e non aveva alcun senso di identità comune. Tali diversità divennero ancor più pronunciate alla caduta dell’Impero romano, con gli italiani che si ritrovarono a vivere per secoli in comuni medievali, città-stato e ducati rinascimentali. Questi sentimenti di campanile sono vivi ancor oggi: se, per esempio, chiedete a un abitante di Pisa: “di dove sei”?, lui dirà “sono di Pisa” o eventualmente “sono toscano” ancor prima di dire “sono italiano” o magari “europeo”. Come scherzosamente ammettono molti italiani, il loro sentimento di appartenenza alla nazione emerge soltanto durante la Coppa del mondo di calcio, e solo se gli “azzurri” giocano bene.La lingua è un altro indicatore delle divisioni italiane. Il celebre linguista Tullio De Mauro ha stimato che all’epoca dell’unificazione, solo il 2,5% della popolazione parlasse l’italiano, vale a dire, l’idioma sviluppatosi a partire dal fiorentino vernacolare con cui scrivevano Dante e Boccaccio. Anche se si trattasse di un’esagerazione e quella percentuale fosse pari a dieci, ancora così si avrebbe che il 90 per cento degli abitanti dell’Italia parlavano lingue o dialetti regionali incomprensibili alle altre genti della penisola. Persino il re Vittorio Emanuele parlava in dialetto piemontese quando non parlava quella che era la sua lingua ufficiale, il francese.Nell’euforia tra il 1859 e il 1861, pochi politici italiani si soffermarono a considerare le complicazioni derivanti dall’unire genti così diverse. Uno che lo fece fu lo statista piemontese Massimo d’Azeglio, che subito dopo l’unificazione avrebbe detto: “Ora che è fatta l’Italia, dobbiamo fare gli italiani”. Purtroppo, la via che più di ogni altra venne seguita per “fare gli italiani” fu quella di sforzarsi di fare dell’Italia una grande potenza, una potenza in grado di competere militarmente con Francia, Germania, Austria-Ungheria. Un tentativo condannato al fallimento, perché la nuova nazione era assai più povera delle sue rivali.Per un periodo di novant’anni, culminato con la caduta di Mussolini, la classe dirigente italiana decise di costruire il senso di nazionalità che ancora mancava trasformando gli italiani in conquistatori e colonialisti. Vennero spese grandi somme di denaro per finanziare spedizioni in Africa, spesso risoltesi in disastri; come ad Adua, nel 1896, dove un’armata italiana venne distrutta dalle forze etiopiche che uccisero in un giorno solo più italiani di quanti ne morirono in tutte le guerre risorgimentali. Sebbene il paese non avesse nemici in Europa e nessun bisogno di combattere in nessuna delle due guerre mondiali, l’Italia entrò in entrambi i conflitti, in tutti e due i casi nove mesi dopo lo scoppio delle ostilità con il governo che credeva di aver individuato il vincitore al quale chiedere, in premio, annessioni territoriali. L’errore di calcolo fatto ad Mussolini e la sua successiva caduta distrussero a un tempo, in Italia, il militarismo e l’idea di nazionalità.Nei cinquant’anni successivi alla Seconda guerra mondiale il paese fu dominato dalla Democrazia cristiana e dal Partito comunista. Questi partiti, che ricevevano direttive, rispettivamente, dal Vaticano e dal Cremlino, non avevano alcun interesse nell’instillare un nuovo spirito di nazionalità, che prendesse il posto di quello naufragato nei disastri precedenti. L’Italia del dopoguerra è stata, per molti versi, una storia di successo. Con uno dei ratei di crescita maggiori del mondo, si segnalò tra i paesi innovatori in campi pacifici e produttivi come cinema, moda, design industriale. Ma anche quei trionfi furono settoriali, e nessun governo è stato mai in grado di colmare il gap esistente tra nord e sud.I fallimenti politici ed economici del governo non sono l’unica causa della malattia che oggi minaccia la stessa sopravvivenza dell’Italia. Alcuni difetti strutturali del paese sono intrinseci alle circostanze della sua nascita. La Lega Nord, il terzo maggior partito politico italiano, secondo cui il 150° anniversario dell’unità d’Italia avrebbe dovuto essere materia più di lutto che di celebrazioni, non è soltanto una strana aberrazione. Il suo atteggiamento verso il sud, per quanto razzista e xenofobo, dimostra che l’Italia, in realtà, non si sente un paese unito.Il grande politico liberale Giustino Fortunato era solito citare suo padre, secondo cui “l’unificazione dell’Italia è stata un crimine contro la storia e la geografia”. Credeva che la forza e la civiltà della penisola risiedesse in una dimensione regionale, e che un governo centrale non avrebbe mai funzionato. Ogni giorno che passa, le sue idee appaiono sempre più esatte. Se per l’Italia c’è ancora un futuro come nazione unitaria dopo questa crisi, dovrà riconoscere la realtà di una nascita travagliata e costruire un nuovo modello politico che tenga conto del suo intrinseco, millenario regionalismo, magari non un mosaico di repubbliche comunali, ducati arroccati sulle montagne e principati; ma almeno uno stato federale, che rifletta le caratteristiche principali del suo passato. d. gilmour Tratto da Foreign Policy Traduzione di Enrico De Simone loccidentale

Miglio, anti-italiano senza eredi

Mercoledì, 28 Settembre 2011

Roberto Saviano ha attaccato da TeleFazio il professor Gianfranco Miglio, che, essendo morto da dieci anni, non può più difendersi. Saviano ha riesumato un’intervista di Miglio del 1999, impiccandolo a un’affermazione lapidaria a proposito della costituzionalizzazione delle mafie. Si trattava di una delle provocazioni intellettuali alle quali il giacobino nordista, che ha tenuto a battesimo la Seconda Repubblica, ci aveva abituato. Come l’esaltazione del linciaggio come forma di giustizia politica «nel senso più alto della parola», ai tempi in cui Gabriele Cagliari, il socialista Moroni e altri si suicidavano travolti dall’onda di Tangentopoli e Miglio esortava a non provare pietà.Il paradosso della mafia-Stato andrebbe meglio contestualizzato, anzitutto per aiutare a comprendere il personaggio. Che cosa disse, in quella famosa intervista? Il Professore prese le mosse da una rivendicazione orgogliosa della “diversità” padana.«Noi abbiamo nelle vene sangue barbaro, siamo legati al negotium, al lavoro. I meridionali invece vivono per l’otium, il dolce far nulla, i sollazzi, un totale disprezzo per la fatica. Questa è la storia dei due popoli. Una differenza antropologica, inutile star lì». Miglio riconobbe che il Sud fosse stato danneggiato dal processo di unificazione nazionale. Poi l’affondo: «Io sono per il mantenimento anche della mafia e della ‘ndrangheta. Alcune manifestazioni tipiche del Sud hanno bisogno di essere costituzionalizzate».Si può, anzi si deve dissentire da una provocazione così luciferina. Ma essa prese le mosse dallo studioso e dallo storico delle dottrine politiche, più che dall’uomo politico. Miglio, poi, quando pronunciò quella dichiarazione, aveva già rotto da un pezzo con Bossi, quindi l’affermazione non può essere usata oggi come arma contundente contro la Lega. Ma, al di là della sostanza, ci preme cogliere la radice della provocazione. Le mafie non si sconfiggono con i balli in piazza. Le mafie, oltre che essere imprenditrici, sono istituzioni politiche parallele: offrono protezione a tutti gli italiani che non vogliono diventare cittadini e inchinarsi alla legalità repubblicana, ma si accontentano di restare sudditi. È questa “statualità” delle camorre che va spezzata, altrimenti dobbiamo dare ragione a Miglio. Il quale già molto prima, nel 1992, all’epoca delle stragi, aveva seminato scandalo dichiarando che in fondo Cosa Nostra era un affare dei siciliani. Del resto, l’isola raffigurata da Forattini come la testa di un coccodrillo rappresentava, per il Prufesùr, un modello ideale di repubblica indipendente centro-mediterranea, per sua natura estranea alla Penisola che egli immaginava “elvetizzata”, cioè divisa in Cantoni.
Il problema riguardante Miglio, però, è un altro. Come mai, a parte la “sparata” di Saviano, attorno a questo figlio di Radetzky è calato un assordante silenzio? Per quale ragione nessuna cultura politica, nemmeno quella leghista di cui pure fu profeta, vuole associare al proprio Pantheon questo visionario antiitaliano rimasto senza eredi?Oggi, un giovane di vent’anni forse non sa neppure chi era Gianfranco Miglio. E a penetrarne i segreti non ci hanno certo aiutato i “chierici” della cultura, vecchi e nuovi, che non l’hanno mai amato e non aiuteranno certo a riscoprirne la personalità eclettica e pirotecnica. Intestarsi Miglio non conviene a nessuno, tanto il personaggio – il cui pensiero e la cui profondità restano in gran parte inesplorati – è complesso e non riconducibile a una univoca matrice culturale e politica. Nell’era post-ideologica, il Professor Sottile va stretto a tutti, nel senso che la sua produzione dottrinale è per definizione ridondante in un Paese asfittico e allergico alle contaminazioni come il nostro.Nemico giurato delle etichette, Miglio non potrebbe stare oggi in nessuna “casa” politica: non certo nella famiglia socialista, o democratica che sia, perché l’uomo ha combattuto tutta la vita le posizioni di sinistra, tenendosi stretta la definizione di “reazionario” che gli veniva rovesciata addosso a ogni piè sospinto. Diffidente di Berlusconi, tanto da aver inutilmente tentato di dissuaderlo dallo scendere in campo, Miglio non starebbe comodo nel centrodestra convenzionale, né si farebbe “parcheggiare” nella variamente composta galassia di partitini e sigle di centro, Fini compreso, anche se fin dal 1994 vaticinò per l’attuale leader di Futuro e libertà un avvenire al Quirinale. Infine, la “sua” Lega, che oggi non lo ricorda, non lo pensa, non lo ama, così come nessun altro nutre affetto per questo padre putativo della Seconda Repubblica. E, del resto, come si può conciliare il patrimonio ideale di Miglio – in un anticipo di un secolo sulla storia – con gli intrighi, i maneggi e il piccolo cabotaggio dell’era delle escort?Purtroppo, duole ammetterlo, è l’anoressia mentale del presente ad aver sfrattato Miglio dal nostro panorama culturale. Il politologo del Gruppo di Milano, già negli anni Settanta-Ottanta, aveva previsto il tramonto dello Stato moderno, l’estensione dell’area del contratto-scambio, cioè del mercato, a spese della sfera dell’obbligazione politica. Miglio prevedeva addirittura il lento tramonto della democrazia elettivo-parlamentare, a vantaggio della promozione di nuove (ma, in realtà, antiche) forme di “delega”, legate alla organizzazione della rappresentanza per ceti, per strati sociali, con il progressivo abbandono della formula “una testa, un voto”. Miglio era un federalista e neocorporativista che giudicava con favore il rafforzamento dei poteri dell’esecutivo nell’ambito di una radicale ridefinizione degli istituti della cittadinanza contemporanea. Perciò, fanno molto male tutti coloro che ne hanno dimenticato la grande lezione, per difetto di cultura. Ci sia consentito di ricordare Miglio, ma a modo nostro. Il principe dei politologi italiani, il secondo Machiavelli, non fu soltanto un uomo di dottrina, ma anche un insigne enogastronomo, di gusti sofisticati nella scelta della varietà del suo abbigliamento, tanto che si può forse parlare di un Miglio’s style, che vale la pena di raccontare.Cominciamo dagli abiti. Si narra che, il sontuoso guardaroba del Professore, nella casa comasca di Salita dei Cappuccini (biblioteca di trentamila volumi, in stile “gotico”, con tanto di pulpito e confessionale adibito ad appendiabiti), fosse fornito di non meno d’un centinaio di camicie d’ogni foggia. Le preferite erano quelle a righine, che Miglio portava con il papillon alle sessioni d’esame in Università Cattolica.Durante il quotidiano rito della vestizione, assistito dalla moglie Myriam, il Professore indossava giacche impeccabili che lo hanno consacrato nell’Olimpo dei gentiluomini mitteleuropei. Ricca la varietà di cappotti invernali, con pelliccia o senza, in pellame, e dei beretti, molto curiosi, con pon pon, alla scozzese, e così via.
Noi studenti, nelle giornate corte e nebbiose, a Milano lo vedevamo salire e scendere dal convoglio delle Ferrovie Nord, a Piazza Cadorna, oppure lo incrociavamo lungo il suo abituale tragitto da e verso la Cattolica, che sembrava Amundsen, l’esploratore dei ghiacci. Sul cranio calvo calava una coltre di pelo tipo colbacco. Leggenda vuole che il Professore calzasse, nei rigidi climi invernali, mutandoni di lana, un genere di capo praticamente estinto. E, con i pochi fidati che aveva intorno, se ne lamentava: «Ormai non si trovano più. Li ha in dotazione soltanto l’esercito».Il treno era un must, nella vita di Miglio. Saliva alla stazione di Como Borghi e viaggiava, sempre e rigorosamente in prima classe, nelle vecchie carrozze della Nord, residuati svizzeri dell’anteguerra, con i sedili foderati di velluto rosso. Imprecava anche lui, come noi comuni mortali, per i ritardi e per il maltempo.
Anche a Roma, nell’ultimo decennio della sua vita, quando fu senatore della Lega e poi del Polo, si recava sempre in treno letto. L’aula di Palazzo Madama lo imbaldanziva: «Sembra un club inglese», diceva con una punta di civetteria, lui allergico da sempre al clima romano. Appena passata la linea gotica avvertiva il disagio. E si sentiva a casa soltanto quando, dal finestrino del suo scompartimento, poteva finalmente intravedere la cupola del Duomo di Como.Le sue radici, cattoliche con una punta di luteranesimo, erano infatti ben piantate nell’alto Lario, a Domaso, dove da sempre la famiglia coltiva la vigna e produce il mitico Domasino, un vinello a bassa gradazione. La nonna materna era teutonica e lo fu anche la sua trisavola paterna, che contava le galline in tedesco: ein, zwei, drei. La sua patria era a Settentrione, il suo zenit puntato costantemente a Nord.
Negli anni Cinquanta e Sessanta, Miglio si dedicò a una delle sue più ciclopiche imprese, la realizzazione della Treccani padana, l’enciclopedia Larius in sei volumi, opera interamente dedicata al territorio e alla cultura del lago di Como, indivisibile patrimonio di memoria e di identità. La sua forza di volontà fu granitica e il parto prodigioso. Uno dei supplementi riguardava le varietà di pesci lacustri e il loro modo di cucinarli. Le ricette erano riprese da un testo cinquecentesco di un grande ittiologo italiano, Ippolito Salviano. Un autentico distillato di scienza allo stato puro, che culminava con la regina delle preparazioni culinarie: la carpionatura.Prima di morire, il 10 agosto 2001, a 83 anni, il Professore volle lasciare un’ultima lezione di stile, recandosi personalmente nel Vercellese, accompagnato dal figlio Leo, a scegliere il marmo per la sua tomba. Alla morte di Carl Schmitt, da lui definito «il grande vegliardo della politologia europea», Miglio, il 17 aprile 1985, aveva scritto, sul Sole 24 Ore, un articolo che fu poi intitolato “Sulla bara di Carl Schmitt”. Celebrandone la scienza, aveva sentenziato: «Come tutti i predecessori, egli ha visto legata la sua grandezza alla contemporaneità con una fase drammatica dell’evoluzione delle istituzioni e del sistema politico». Lo stesso si potrebbe dire per Gianfranco Miglio. f. festorazzi riformista

Da grandi leader a grandi vecchi

Martedì, 26 Ottobre 2010

Entrambi hanno fatti gli anni a settembre. Silvio Berlusconi, il 29. Umberto Bossi dieci giorni prima, il 19. L’autunno dei patriarchi. Il settantaquattrenne generale Cavaliere. E il sessantanovenne generale Senatur. Due capi assoluti di stampo caraibico, legati da destini paralleli. Le loro creature, in questa fase di grande caos, stanno implodendo. Guerra per bande azzurre e verdi. E il quesito che scuote sottotraccia Pdl e Lega è intercambiabile: «Che fine faremo senza Berlusconi/ Bossi?». In merito, il dibattito nel Pdl è noto. Per niente quello che anima la Lega, partito leninista come suggerì Miglio buonanima. Nel corpo e nella voce di Bossi sono evidenti i segni dell’ictus del 2004, ma poi il Capo ha avuto una lenta rinascita che ancora oggi lo porta a tirare tardi la notte e a dettare l’agenda della maggioranza. Sufficiente per pronosticare alla Lega un avvenire sempre più luminoso? No. Raccontano che al Nord alcuni imprenditori in avvinamento al movimento questa domanda l’abbiano posta. Cioè: «Che succederà da voi con un eventuale post-Bossi? Mica darete il partito in mano al Trota?». Dove per Trota s’intende il giovanissimo delfino Renzo Bossi, neoconsigliere regionale della Lombardia. Dietro di lui c’è la potentissima mamma Manuela Marrone, alias la zarina, che è in stretto collegamento con il cerchio magico del marito: la sindacalista Rosi Mauro, vicepresidente del Senato; il sottosegretario Francesco Belsito; e poi i due capigruppo parlamentari, il varesino Marco Reguzzoni, anche genero dell’eurodeputato Francesco Speroni, e il veronese Federico Bricolo. Oggi la Lega è diventata un vero centro di potere, per alcuni un «postificio» come hanno documentato le nostre inchieste su Carrocciopoli, e così la domanda degli imprenditori deve fare i conti con due incognite. La prima è la salute di Bossi, ormai alla soglia dei settanta. Nel dicembre del ’91 il Senatur fu ricoverato d’urgenza all’ospedale di Varese per un’ischemia al miocardo. Pare che i medici, allora, raccomandandogli il riposo assoluto, gli dissero che aveva un cuore di vent’anni più vecchio di lui. Poi l’ictus del 2004. Poi ancora, l’operazione al cuore del 2006 a Lugano per impiantargli un pacemaker. Prima di entrare in camera operatoria, sentì Berlusconi e gli confessò: «Sono molto preoccupato, ho paura di non svegliarmi». La seconda incognita è collegata alle condizioni del Capo con il cuore da novantenne: la successione. In merito, nel nuovo libro di Bruno Vespa, c’è una frase di Bossi che sembra più un esorcismo che una dichiarazione di forza: «Sono immortale. Ma se per il bene della Lega dovrò dare un’indicazione, al momento giusto la darò». L’investitura di Renzo Bossi modello Kim Il Sung potrebbe essere una semplice boutade ma anche l’unico modo per tenere unite le anime della Lega che si fanno una guerra spietata. Dai tempi del duello Maroni-Calderoli durante l’interregno post-ictus la situazione sarebbe peggiorata di molto. Non a caso, il congresso di partito non si tiene da otto anni. L’ultima volta fu nel marzo del 2002 ad Assago e Bossi, riconfermato segretario federale, cominciò così la sua replica conclusiva: «La prossima volta sarà eletto segretario federale un giovane: adesso ne stanno crescendo». Quel tempo ancora non è venuto e nel frattempo il rischio implosione è forte. Esemplare la fotografia di partito che ha scattato il “ministeriale” Roberto Castelli in un’intervista al Giornale del giugno scorso, nei giorni del caso Brancher: «Una cosa voglio dirla: manca il gioco di squadra. Secondo me manca quello che faceva Maroni anni fa, nel ’98 quando stavamo all’opposizione, una bellissima segreteria politica che funzionava benissimo. Sarebbe opportuno rifarla. Non c’è un momento di sintesi e di collegialità, se non azioni sporadiche basate sulla buona volontà dei singoli». Parole pesanti, considerate che nella concezione leninista della Lega estrenazioni e interviste vengono calibrate sino alle virgole. E che vanno in una sola direzione: la dittatura del cosidetto cerchio magico, da cui peraltro è uscito Roberto Cota, neogovernatore del Piemonte. Altrimenti non si spiegherebbe la scenetta accaduta all’ultimo consiglio federale della Lega. Si stava parlando del caso Varese, dove l’emergente Reguzzoni è andato all’assalto dei compaesani Maroni e di Giancarlo Giorgetti, segretario della Lega lombarda. Oggetto del contendere: il commissariamento della federazione provinciale della Betlemme della Lega. Reguzzoni a favore del commissario, Maroni e Giorgetti in difesa del segretario attuale. Bossi ha esordito così: «Il segretario non va bene, va cambiato». A quel punto, per la prima volta in un consiglio federale, qualcuno ha osato contraddire il Capo. Un qualcuno che si chiama Roberto Maroni, confondatore della Lega: «Caro Umberto, ti hanno informato male. Il segretario va benissimo, è solo uno scontro di potere». Risultato: discussione aggiornata e sconfitta di Reguzzoni. Ma è in quel «ti hanno informato male» che covano tutti i rancori e i timori dei vecchi colonnelli leghisti. Il cerchio magico filtra le comunicazioni e le faide interne invece di fermarsi si estendono sempre di più. La geografia interna registra una pericolosa balcanizzazione. Le truppe dei tre Roberti ministeriali: Maroni, Calderoli e Castelli, tra di loro mai amatisi, anzi. Il già citato cerchio magico. Le ambizioni dei due governatori, il piemontese Cota e il veneto Zaia. Lo scontro tra veronesi e trevigiani, con Tosi che ha lanciato un’opa sulla segreteria regionale di Gobbo. Senza Bossi chi sarà capace di tenere insieme tutto questo? Il figlio? Reguzzoni? L’autunno del Cavaliere è simmetrico a quello suo amico Senatur. Con un problema in più. A differenza di Bossi, Berlusconi non ha nessun cordone familiare, nessun cerchio magico. Ed è proprio l’amico Umberto, nel prossimo libro di Bruno Vespa, a fare questo ritratto del premier: «Silvio è abbattuto perché ha perso la famiglia». Nell’inner circle di Palazzo Grazioli raccontano che solo due figlie, Marina ed Eleonora, vanno a trovarlo periodicamente. La solitudine, certe sere, è tale che qualche giorno fa il premier ha invitato a «mangiare qualcosa» con lui i ragazzi della scorta. E tra le deputate giovani, le uniche rimaste fedeli sono Mariarosaria Rossi e Annagrazia Calabria. Solitudine fa rima con confusione. Il Cavaliere non sa che fare. Con il partito. E soprattutto con le elezioni anticipate: rischio o tentazione? L’insofferenza, quasi un senso di nausea, per le lotte nel Pdl è venuta fuori nella frase di un paio di settimane fa: «Il calo di consensi è colpa del partito non del governo». I suoi esegeti si affrettarono a spiegare che si riferiva allo strappo finiano di Fli. In realtà, l’interpretazione autentica porterebbe all’attuale triumvirato. In particolare a Ignazio La Russa, che Berlusconi ormai chiama «il ministro La Rissa». E ancora: «Nel Pdl La Rissa litiga con tutti, non ne posso più». Allo stesso tempo però nulla può contro di lui. Per due motivi: il solido asse del ministro della Difesa con Denis Verdini e Daniela Santanché. Reduce dalla convalescenza per l’operazione alla mano sinistra, Berlusconi viene descritto umorale e «schizoide». Di qui i tentennamenti sulle urne prima del tempo. Questione politica ma anche giudiziaria, vista la tempesta sul Lodo Alfano. E più di tutto parla un’immagine, di sabato scorso. Il solito corteo presidenziale lascia Palazzo Grazioli e imbocca via del Gesù. Berlusconi è nell’auto di mezzo, con il capo appoggiato al finestrino e lo sguardo nel vuoto. Triste sabato d’autunno. f. d’esposito riformista