Archivio per la categoria ‘mafia’

Adesso c’è un complice e si dubita delle bombole

Sabato, 26 Maggio 2012

I media adesso parlano di un complice nella strage di Brindisi. Lo dicono in sordina, quasi fosse scontato. Ma sino a ieri si parlava di un gesto isolato, di follia o emotivo. Anche la versione delle bombole a gas inizia a franare. Si stanno approfondendo i segni sulla scuola e i periti si lamentano che le schegge siano stato rimosse. Tutta la ns stima e incoraggiamento alle forze dell’ordine. Meno per i magistrati che hanno parlato troppo e troppo presto. Staremo a vedere, qualcosa ci dice che su Brindisi ne vedremo delle belle (nebbie). TEMIS

I governi tecnici chiamano le bombe (ieri Ciampi, oggi Monti)

Sabato, 19 Maggio 2012

Una scuola: Falcone e Morvillo. Una città: il porto verso la Grecia. Una regione: che non ha la mafia della Sicilia sulla quale indagava Falcone, che non ha fatto stragi tra i servitori dello Stato. Un tempo, avrebbero detto che questa bomba è stata progettata da “menti raffinatissime”. Evoca tutto e il contrario di tutto. L’alleanza mafia – anarchici sarebbe una prima assoluta. Non abbiamo indizi per commentare e fare ipotesi. Ma solo una constatazione: in Italia, i governi tecnici chiamano le bombe. Ieri  il governo Ciampi con le bombe a Roma e Firenze; oggi quello di Monti. Una strana coincidenza. Temis

La metamorfosi di Saviano, da Gomorra allo show-business

Lunedì, 25 Ottobre 2010

Settimana di passione quella della Rai e non è finita. Da Santoro, sospeso ma presente in video, alla Gabanelli, in causa con Silvio Berlusconi. Da Minzolini accusato dall’Agcom – troppo spazio dato al Governo nel tg – a Fabio Fazio, reo di voler condurre una trasmissione (“Vieni via con me”) che allarma. Non c’è pace all’ombra del Cavallo di viale Mazzini. Intanto il direttore generale Mauro Masi discute con i vicedirettori un piano industriale lacrime e sangue che tra dismissioni immobiliari, riduzione di personale e richieste al Tesoro – il canone pagato con la bolletta elettrica – dovrebbe portare nelle esangui casse della Rai qualche centinaia di milioni di euro per evitare lo sfascio. E se ancora non bastasse: ecco il referendum contro il direttore generale promosso dall’Usigrai. Se ne vada – dice la Cgil – per il bene dell’azienda. Tanta carne al fuoco. Ma la cosa che ci ha più sorpreso sono state le dichiarazioni di Roberto Saviano nella piazza di Michele Santoro, alla presenza di Loris Mazzetti, capo struttura di Raitre, che con il suo assenso ne ha avallato la portata. Il tema era di quelli complessi: la remunerazione degli ospiti che intervengono alle trasmissioni televisive. Problema per la verità antico. Fu sollevato, forse per la prima volta, una trentina d’anni fa in Commissione di vigilanza nei confronti di Adriano Celentano e delle sue famose esternazioni che fecero infuriare la politica di allora. La Commissione parlamentare chiese di vedere il contratto per avere contezza delle eventuali clausole d’ingaggio. Nessuna. Tre striminzite paginette ed una cifra da capogiro. A quanto sembra le cose non sono cambiate. Questa volta è Loris Mazzetti che ci dice che non è possibile conoscere in anticipo il costo del programma “Vieni via con me”. Sarà fatto solo a consuntivo. Non ci sembra una buona idea. Partendo da questi presupposti, Roberto Saviano ha esposto candidamente la sua teoria. Non esiste un problema di costi e quindi di limiti al cachet dello star system. Le cifre che pure sono circolate – un costo del programma di circa 700/800 milioni di euro a puntata – sono solo un ingranaggio della “macchina del fango”. Il programma fa paura e per questo si accampano pretesti senza senso. È proprio così? Nel 2008 la Rai ha chiuso il bilancio con una perdita di 37 milioni di euro. Le previsioni per il 2010 dicono che potrebbe aumentare fino a 130. Due anni dopo la progressione (un cumulato di 600 milioni) sarebbe tale da azzerare il capitale sociale determinando il fallimento dell’azienda. La ricetta di Saviano è semplice. Lo star system aumenta gli introiti pubblicitari. È, quindi, giusto che una parte di queste maggiori risorse si traducano in compensi adeguati – ma meglio sarebbe dire milionari – per gli ospiti illustri delle trasmissioni. Due sono i limiti di questo ragionamento. Non tiene conto dei costi fissi che gravano sui singoli programmi, che si portano via circa il 70/80 per cento del relativo fatturato. Questo riduce notevolmente il margine dei maggiori introiti pubblicitari e pone un limite oggettivo al costo del nuovo programma. Se si va oltre esso contribuisce non alla riduzione, ma all’aumento del deficit complessivo dell’azienda. Seconda considerazione. Nei bilanci Rai (dati 2008) la pubblicità contribuisce ai ricavi complessivi solo il per il 38 per cento. Una percentuale ben più alta (il 55,7 per cento) proviene dal canone pagato da ciascuno di noi. Ne consegue che per quanto possa aumentare la pubblicità per trasmissioni pure prestigiose i vincoli finanziari non possono essere aggirati. Il ragionamento di Saviano sarebbe più giusto se riferito alla televisione commerciale, che vive prevalentemente di pubblicità. Ma qui siamo nell’ambito del servizio pubblico, dove il “mercato”, nonostante l’invocazione di Pierluigi Battista sul Corriere di ieri, ha lo spazio che abbiamo indicato. Sono considerazioni – sempre per riprendere Battista – di destra o di sinistra? Non sapremo dire. A noi sembrano solo di buon senso. g. polillo riformista

Cronaca criminale – l’altra storia

Martedì, 5 Ottobre 2010

Arriva in libreria in questi giorni, si intitola “Cronaca criminale”, ha per sottotitolo “La storia definitiva della Banda della Magliana”, lo ha scritto il giornalista e saggista Pino Nicotri e lo ha pubblicato la casa editrice Baldini-Castoldi-Dalai. A leggerlo si ricevono vari scossoni e qualche shock. Il più forte di tutti è apprendere che la morte di Aldo Moro, lo statista democristiano rapito dalle brigate rosse nel marzo 1978 e ucciso dopo 55 giorni, è stata scientemente voluta da un uomo, Steve Pieczenik, inviato dal Dipartimento di Stato degli Usa a presiedere il comitato di crisi, comprendente il ministro degli Interni di allora Francesco Cossiga, che doveva decidere come fronteggiare la strategia impostata dai brigatisti con quel rapimento. E’ infatti lo stesso Pieczenik ad averlo dichiarato in più sedi, specificando che Moro stava cedendo, rivelava ai brigatisti troppe cose, scriveva troppe lettere accusatorie contro il mondo politico ad amici, parenti e redazioni di giornali, mettendo così troppo a rischio la stabilità politica dell’Italia quando invece il supremo interesse Usa era la stabilità filo atlantica, cioè filo Usa, dei suoi vari alleati, compreso il nostro Paese. Pieczenik ha specificato che per spingere i sequestratori a uccidere Moro venne fatto confezionare a bella posta, d’accordo con il futuro presidente della repubblica Cossiga, un falso comunicato brigatista, il N. 7 di quei drammatici 55 giorni, che ne annunciava falsamente l’avvenuta uccisione. Un modo per far capire a chi aveva in mano Moro che non c’era nulla da trattare e che la sua morte era ormai un dato di fatto già accettato dall’opinione pubblica e, soprattutto, dal potere che la manovrava. L’autore del falso comunicato, e di altri depistaggi “brigatisti”, è stato un malavitoso del giorno della banda della Magliana, Antonio “Toni” Chichiarelli. Come si vede, un intreccio da far tremare i polsi. Un altro scossone lo si riceve apprendendo che il famoso “rapimento” di Emanuela Orlandi, la bella ragazzina sedicenne abitante in Vaticano sparita nel giugno dell’83, non è mai esistito, è stato sempre e solo un “rapimento mediatico”, cioè un messa in scena chiaramente per nascondere una pesante verità che chiama in causa qualche pezzo grosso del Vaticano. E suscita sgomento scoprire che il can can che per esempio porta avanti da anni su tale vicenda il programma televisivo “Chi l’ha visto?” è lastricato di falsi e scoop fasulli, il più vistoso dei quali è il “mistero” della sepoltura di Renato De Pedis, definito a torto un boss della banda della Magliana e un pluriassassino nonostante sia morto incensurato e sia sempre stato assolto dalle varie accuse sempre più pesanti. Il “mistero” era infatti già stato esplorato e archiviato come inesistente dalla magistratura romana ben 10 anni prima che la trasmissione di Federica Sciarelli ci si tuffasse a capofitto. Non a caso Nicotri ha fatto parlare la vedova De Pedis, signora Carla, che per la prima volta prende pubblicamente la parola e dice la sua in una ventina di pagine. Si resta di sale anche ad apprendere che il famoso generale dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa, ucciso dalla mafia il 3 settembre ’82, iscritto alla P2 di Gelli, ha cercato di mettere in piedi una montatura contro il potente uomo politico democristiano Giulio Andreotti evidentemente perché lo riteneva pericoloso e con legami fin troppo compromettenti, come del resto hanno dimostrato varie inchieste delle quali Nicotri traccia un sunto. Il suo libro sembra che parli di fatti del passato, ma da quel passato emergono nomi e modi di operare, quali il faccendiere sempre in pista Flavio Carboni, la loggia segreta P2 progenitrice dell’odierna cosiddetta P3, le scorribande finanziarie della banca IOR del Vaticano e l’uso disinvolto da parte dello stesso Vaticano del suo enorme patrimonio immobiliare romano per “addomesticare” i personaggi che per la Chiesa è utile addomesticare o comunque tenerseli buoni. Il 20 gennaio 2010 il magistrato del tribunale di Roma Giancarlo Capaldo in un dibattito alla libreria Mondadori ha dichiarato che la Banda della Magliana «è un’invenzione giornalistica» e che «non è mai esistita una organizzazione unitaria della malavita romana». In effetti, Nicotri la chiama spesso “la banda a geometria variabile” o la definisce un mosaico di tessere tra loro diverse, a volte convergenti in un disegno unitario, ma più spesso in lotta tra loro, al punto da sterminarsi a vicenda ponendo fine nei primi anni ’90 a un’epopea nera iniziata nella seconda metà degli anni ’70. Eppure la «bandaccia», come veniva anche chiamata, è stata protagonista di romanzi, film e sceneggiati televisivi di grande successo e suggestione, fino a diventare sinonimo di «cupola» onnicomprensiva della malavita capitolina dalla seconda metà degli anni Settanta alla fine degli anni Ottanta, e a far sospettare, addirittura, che esista ancora. Ritenuta ricca di agganci compiacenti nelle zone torbide dei servizi segreti, della finanza, della massoneria, del terrorismo e della gerarchia vaticana, fino a essere la loro longa manus negli affari più sporchi, alla Banda della Magliana sono stati addebitati quasi tutti i casi che hanno scandito la burrascosa storia italiana di quegli anni «ruggenti» e sanguinosi: l’omicidio del giornalista Mino Pecorelli, l’attentato al banchiere Roberto Rosone, la morte del banchiere Roberto Calvi, i depistaggi riguardo il rapimento e l’uccisione dell’onorevole Aldo Moro e la strage della stazione di Bologna, le razzie della banca vaticana IOR, della mafia, della camorra, della ‘ndrangheta, della Loggia P2 di Licio Gelli, ecc… I confini tra mito e realtà si sono sempre più assottigliati fino a diventare evanescenti. Esisteva la onnitentacolare Banda della Magliana o esisteva invece Roma Caput Criminis? Domande alle quali Pino Nicotri fornisce le risposte. Nicotri ha il merito di far notare che gli anni dell’epopea della “bandaccia” erano gli anni in cui la sinistra extraparlamentare, nata nel “mitico” ’68 e diventata infine il polivalente e composito Movimento ’77, aveva dato “l’assalto al cielo” impugnando le armi. Sulla sua scia, i borgatari e i sottoproletari romani tenteranno anche loro “l’assalto al cielo” impugnando anch’essi le armi e imboccando la scorciatoia del crimine, dai sequestri a scopo di estorsione al dilagare del commercio delle droghe nell’intera Roma e dintorni. Il fiume di denaro tratto con il monopolio delle droghe ha avuto come effetto anche quello di una strana debolezza dell’azione di prevenzione e repressione del crimine da parte di polizia, carabinieri, ecc. Nicotri fa notare che se non fosse stato per i pentiti, a partire dal primo, Fulvio Lucioli, per finire con l’ultimo, Vittorio Carnovale, e per gli ammazzamenti reciproci, la “bandaccia” avrebbe avuto vita ancora più lunga… Ma la timidezza delle forze dell’ordine non è stato solo un fatto di corruzione, bensì una ben precisa scelta strategica: lasciar dilagare la droga tra i giovani, i contestatori e i borgatari significava corrompere i movimenti di protesta, diminuendone così le capacità e la forza, grazie anche al vizio dell’eroina, chiamato dal romanziere Burroughs “La scimmia sulla spalla”, che ha seminato morte eliminando così i possibili “caporioni”. Ma l’eroina anche a Roma ha seminato morte non solo tra chi lottava contro la vita agra, ma anche tra chi si godeva la dolce vita o tentava comunque di capire quale fosse la propria strada, come per esempio il giornalista di Repubblica Carlo Rivolta e il giovane erede dell’impero Fiat Edorado Agnelli, figlio del famoso “Avvocato” Gianni Agnelli. http://www.youtube.com/watch?v=zwdIUz19Pj8&feature=player_embedded (via dagospia)

Studio legale camorra

Mercoledì, 29 Settembre 2010

Corrompeva periti per far assolvere dei colpevoli di omicidio, faceva l’ambasciatore dei messaggi tra camorristi in galera e camorristi a piede libero, suggeriva la demolizione di un capannone per alterare la scena di un crimine e mandare in cavalleria le indagini accusatorie. E se necessario faceva un passo indietro e consigliava di farsi revocare il mandato, in favore di colleghi che a suo dire avevano feeling col presidente della Corte di turno. Benvenuti presso lo studio legale di Michele Santonastaso, del foro di Santa Maria Capua Vetere, arrestato dalla Dia di Napoli con le accuse di corruzione, falsa perizia, falsa testimonianza. Qualcosa di più di un avvocato per i Bidognetti, fazione criminale tra le più feroci nella galassia dei Casalesi. Il professionista, 49 anni, legale storico del clan, non si sarebbe limitato ad assistere i suoi clienti nelle sedi preposte. Ma avrebbe contribuito a rafforzare gli interessi della camorra casertana, con azioni che violavano la deontologia di un normale mandato difensivo. Nelle 169 pagine dell’ordinanza di custodia cautelare firmata dal Gip Pia Diani su richiesta dei pm di Napoli Antonello Ardituro, Francesco Curcio e Alessandro Milita, l’avvocato Santonastaso viene tratteggiato come “abile, arguto, capace di uno studio vero, effettivo delle carte processuali” e anche “dalla formidabile spregiudicatezza caratteriale”, che secondo numerosi pentiti si era ritagliato il ruolo di “anello di collegamento all’interno dello stesso sodalizio tra capiclan detenuti e affiliati liberi”. Secondo gli inquirenti, l’instancabile lavoro di Santonastaso sarebbe la risposta alla domanda riportata in una parte dell’ordinanza: “Come è stato possibile che capi di un’organizzazione camorristica quali Francesco Bidognetti e Domenico Bidognetti (attualmente collaboratore di giustizia) sono stati in grado, benché detenuti da lungo tempo ed in regime detentivo speciale, di dirigere il loro sodalizio impartendo direttive criminali”. Quelle direttive viaggiavano attraverso l’avvocato. In cambio di uno stipendio fisso erogato dal clan, la cui entità varia a seconda del dichiarante: 10.000 euro mensili secondo Anna Carrino, la ex compagna di Francesco Bidognetti, poi pentita; 5000 euro secondo altre fonti. Alcuni passaggi del provvedimento appaiono inquietanti. Come la testimonianza di Oreste Spagnuolo, relativa a un periodo tra fine 2007 e inizio 2008 “prima dell’inizio della mia latitanza per il mandato di cattura per me e Giovanni Letizia in relazione all’estorsione denunciata da Gaetano Vassallo. Letizia – dice Spagnuolo – organizzò con Santonastaso un incontro presso una pompa di benzina e gli chiese perché Francesco Bidognetti non aveva inteso fare “il trentennale” (ovvero sfuggire all’ergastolo attraverso un comportamento processuale diverso, ndr) e Santonastaso replicò che era difficile mettere la cosa ‘in testa’ a Bidognetti perché non voleva farsi chiamare ‘infame’ e si fece poi cenno alla collaborazione di Domenico Bidognetti. Parlando di ciò Santonastaso disse che ‘i suoi parenti ancora parlavano e giravano per Casale’ e che Francesco Bidognetti era amareggiato’”. Per i pm le parole dell’avvocato furono “un  messaggio obliquo dal deflagrante potere criminogeno, veicolando una precisa indicazione di Francesco Bidognetti sulle determinazioni che dovevano prendersi nei confronti di alcuni soggetti non più graditi. Siamo, ormai – si legge nell’ordinanza – oltre il limite che disegna il confine tra contiguità all’organizzazione mafiosa e la fattiva partecipazione alla strategia criminale del gruppo”. C’è inoltre da aggiungere che secondo il pentito Luigi Guida, detto ‘o Drink, Santonastaso era a tutti gli effetti “un affiliato”. Altrimenti non lo avrebbe utilizzato per riferire messaggi di una certa importanza a Francesco Bidognetti. Non solo. Santonastaso è accusato di aver manipolato le prove di alcuni processi. Avrebbe corrotto due periti fonici (anch’essi arrestati) su mandato di Anna Carrino per far attestare che le voci delle intercettazioni telefoniche ed ambientali relative all’omicidio di Enrico Ruffano e Giuseppe Consiglio, uccisi il 28 aprile 1999 su decisione del clan Bidognetti di Casal di Principe e del clan Cimmino del Vomero di Napoli non erano quelle di Aniello Bidognetti e Vincenzo Tammaro, imputati di quel delitto e assolti grazie alla falsa perizia. Lui, in qualità di avvocato avrebbe potuto avvicinare i periti senza destare sospetti. E se li sarebbe ‘comprati’ con 100.000 euro che la Carrino, sollecitata a far presto dal legale, dovette tirare fuori dal luogo dove li nascondeva in casa: uno scarpone da sci. Santonastaso avrebbe inoltre contribuito alla fabbricazione di un falso alibi per il capoclan Augusto La Torre ‘salvandolo’ da un’accusa di omicidio. E quando ci fu da affrontare il procedimento per l’omicidio Pagliuca, Santonastaso non avrebbe esitato a suggerire a Bidognetti di modificare la scena del crimine, abbattendo il capannone di proprietà dello zio di Domenico Bidognetti dal quale era partito il gruppo di fuoco alla direzione di Teverola. Così sarebbe stata impedita la ricognizione dei luoghi. “Vicenda – si legge – che svela la naturale tendenza a percorrere scorciatoie e ordire frodi processuali”. v. iurillo il fatto quotidiano

“Siamo figli della stessa lupa” – Ciancimino su Berlusconi e Dell’Utri

Domenica, 19 Settembre 2010

“Siamo figli della stessa Lupa”. Fa impressione leggere il documento che accomuna il sindaco di Corleone, il senatore palermitano e – indirettamente – il premier sotto le mammelle dello stesso sistema politico-mafioso. Se il documento che Il Fatto pubblica sarà attribuito dai periti a ?Vito Ciancimino, come sostiene la sua famiglia, questa frase entrerà nella storia dei rapporti tra mafia e politica. I documenti sono stati consegnati nelle scorse settimane ai pm Antonio Ingroia e Antonino Di Matteo dalla signora Epifania Scardino in Ciancimino. Decine di fogli scritti a macchina e in parte annotati con una calligrafia che somiglia a quella del consigliori di Bernardo Provenzano. ?Don ?Vito ricostruisce i suoi rapporti imprenditoriali con Dell’Utri e Berlusconi e si scaglia contro i magistrati, colpevoli di avere condannato lui mentre Dell’Utri è stato prosciolto e Berlusconi è addirittura divenuto Cavaliere. Secondo Ciancimino Jr quei fogli risalgono al 1989 e ora sono studiati con attenzione dalla Scientifica per verificarne l’attendibilità. Dopo mesi di interviste e verbali sugli investimenti del padre e dei suoi amici costruttori Franco Bonura e Nino Buscemi (poi condannati per mafia) nei cantieri milanesi di Berlusconi ora arrivano le carte. E si scopre che il figlio di ?don ?Vito era così spavaldo quando parlava dei tempi lontani in cui Berlusconi girava per Milano armato perché aveva ben presenti gli appunti del padre. Basta rileggere le vecchie interviste per scoprire che le sue parole ricalcano quelle uscite all’improvviso dai cassetti di mamma Epifania. ?Vito Ciancimino nelle lettere racconta di avere investito nelle imprese di Berlusconi ricavandone miliardi di vecchie lire. I magistrati hanno chiesto alla scientifica di fare presto. Se gli appunti fossero riscontrati, in teoria, il nome di Berlusconi potrebbe tornare sul registro degli indagati.
Ora che Il Fatto pubblica le carte su Berlusconi consegnate ai pm di Palermo dalla famiglia Ciancimino, si comprende perché Massimo Ciancimino, l’infamone come lo chiama Totò Riina, non deve andare in Rai. Il direttore generale Masi non gradisce le sue interviste. “C’è un veto contro di me”, dice al Fatto il figlio di don Vito. “Fin quando parlavo di Provenzano e dei mafiosi mi sopportavano. Ora che ho cominciato a parlare dei documenti su Berlusconi, la Rai mi vuole oscurare”. Gli appunti presentati recentemente da sua madre ai magistrati di Palermo contengono rivelazioni su Silvio Berlusconi. Davvero sono stati scritti da suo padre? Sì. Sono scritti a macchina e annotati di pugno da mio padre. Mia madre li ha presentati quando i pm di Caltanissetta mi hanno perquisito. Probabilmente il procuratore Sergio Lari dubitava di me e mia mamma ha pensato di aiutarmi portando queste carte ai pm perché confermano quello che avevo già dichiarato. Nell’appunto consegnato ai pm, che Il Fatto pubblica, suo padre punta il dito contro Berlusconi e Dell’Utri e parla dei soldi siciliani investiti nei cantieri milanesi del Cavaliere. Cosa ci può dire? Nulla, c’è un’indagine in corso. Comunque non scrivete che mio padre accusa Berlusconi. Il suo obiettivo polemico è la magistratura. L’appunto è uno sfogo nel quale don Vito, dopo la conferma in appello della confisca dei suoi beni, si infuria per il trattamento diverso ricevuto rispetto a Berlusconi. Nell’appunto consegnato da sua madre si legge una frase di questo tipo: ‘Sia io, Vito Ciancimino, che altri imprenditori amici abbiamo ritenuto opportuno su indicazione di Dell’Utri investire in aziende riconducibili a Berlusconi. Diversi miliardi di lire sono stati investiti in speculazioni immobiliari nell’immediata periferia di Milano’. Mio padre era arrabbiato perché lui e Berlusconi avevano subìto un trattamento diverso solo e unicamente per motivi geografici. Papà quindi non invocava la condanna di Berlusconi ma era convinto che se anche lui fosse stato indagato a Milano, come Dell’Utri, sarebbe stato assolto. Al Fatto risulta che l’appunto si conclude con una considerazione sui soldi investiti a Milano da suo padre nei cantieri di Berlusconi. Quei soldi, si legge nell’appunto, hanno fruttato miliardi a don Vito che poi sono stati sottoposti a confisca. Mentre a Berlusconi – secondo l’appunto di suo padre – nessuno contestava nulla. A che anno risalirebbe questo scritto? Probabilmente il 1989. In quel tempo Berlusconi era celebrato da tutti e mio padre si vedeva privato dei suoi miliardi. Papà considerava ingiusta questa disparità. L’avvocato Niccolò Ghedini ha già smentito le indiscrezioni su queste carte. Il Cavaliere sostiene di non avere mai conosciuto suo padre. In un secondo appunto consegnato ai magistrati da mia madre si parla di finanziamenti elettorali di Caltagirone, Ciarrapico e Berlusconi a mio padre. Mia mamma ha ricordi diversi su Berlusconi. Saranno i magistrati a stabilire la verità. Forse è di queste rivelazioni che ha paura il Direttore generale della Rai Mauro Masi? C’è un bando nei miei confronti da quando ho cominciato a parlare di Berlusconi. Le mie rivelazioni fanno paura perché permettono di ricostruire la continuità del rapporto tra imprenditori e mafia dai tempi del banchiere Sindona a quelli dei palazzinari legati alla Dc. Fino ai rapporti finanziari del 2000. Il veto di Masi non sembra il problema più grande per lei in questo periodo. L’espresso ha raccontato ieri la conversazione intercettata in carcere tra Totò Riina e il figlio Giovanni. Il boss dice che lei e suo padre siete degli infami e che lei mente per salvare il patrimonio. Riina, sapendo di essere intercettato, dice tre cose. Innanzitutto smentisce che Provenzano lo abbia tradito e in questo modo mantiene la pax mafiosa all’interno di Cosa Nostra, utile a tutti per fare affari. Poi dice che è sempre lui il capo dei capi. Infine, punta il dito contro di me lanciandomi le stesse accuse di Dell’Utri. Entrambi dicono che mento per salvare il tesoro di mio padre. Lei ha paura? Non sono un incosciente e capisco i messaggi di Cosa nostra. Riina e i suoi amici, a sentir lui – sarebbero vittima dei pentiti. Eppure non se la prende mai con uno di loro ma punta sempre il dito contro di me. Quello che sto dicendo colpisce al cuore Cosa Nostra perché ho rivelato il tradimento di un boss all’altro. Il giudice Falcone diceva che la mafia non dimentica. Non sarà oggi e non sarà domani, ma arriverà il giorno in cui me la faranno pagare. n. lillo Il Fatto Quotidiano del 18 settembre 2010