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Amato, il vice capo dei ladri

Mercoledì, 17 Aprile 2013

Parliamoci chiaro: se mio padre era un criminale lo era anche Giuliano Amato”, dice Bobo Craxi. “Papà a capo di un partito di ladri? E allora Giuliano era il vice ladrone”, rincara Stefania, intervistata separatamente dal fratello.

E se il primo continua a negare l’esistenza stessa dei reati (“Prendere soldi per il partito non fa di un uomo un ladro, i veri delinquenti sono quelli che infettano il sangue”), Stefania Craxi è più pragmatica: “Amato estraneo al finanziamento illegale al partito? Abitava forse sulla luna? Non poteva non essere coinvolto. Il punto è, semmai, che lo facevano tutti”.

Fatto sta che vostro padre è morto latitante, mentre Giuliano Amato è tra i papabili per il Quirinale.

Bobo: Che devo dire? Il destino è beffardo. Ma nessuno, tantomeno mio padre, si aspettava che Giuliano si buttasse nel fuoco per lui. E infatti non lo fece. Ma non si stupì affatto: lo conosceva troppo bene.

Stefania: Certo, mio padre decise di assumersi le proprie responsabilità. Amato no.

Sul piano umano cosa pensate di lui?

Bobo: Amato, come politico, ha sempre avuto manchevolezze. E per natura non è mai stato interamente partecipe della vita politica del partito, tanto meno della sua fine. Non voleva certo andare a sbattere contro un muro.

Stefania: Stiamo parlando di un uomo estremamente intelligente. Come presidente della Repubblica dovrebbe però trovare quella franchezza che gli è mancata in passato. Perché al Quirinale serve un uomo risoluto: e infatti avrei preferito D’Alema.

Bettino Craxi non fu così diplomatico quando Amato prese le distanze dalla stagione di Tangentopoli. Lo ribattezzò “il becchino del Psi”.

Bobo: Quella fu una fase molto dura per mio padre. Io, vent’anni dopo, non ho la stessa animosità. Anche perché non fu Amato a scavargli la fossa: poi, è evidente, le sue fortune cominciarono proprio quando papà ci finì dentro. Stefania: Abbiamo avuto vari scontri, anche pubblici. Ed ero sempre io a incalzarlo, non certo lui. Ma so distinguere tra il passato – che non posso modificare – e il futuro di questo Paese.

Stefania: Abbiamo avuto vari scontri, anche pubblici. Ed ero sempre io ad incalzarlo, non certo lui. Ma so distinguere tra il passato – che non posso modificare – e il futuro di questo Paese

Quando vi siete conosciuti?

Bobo: All’inizio degli anni Ottanta. Amato era già a Palazzo Chigi, veniva dalla corrente giolittiana del partito. Era l’ala più accademica. Intellettuali rispettati, ma senza potere. Poi mio padre gli prospettò la possibilità di entrare nella stanza dei bottoni, e lui accettò di buon grado. Da quel momento la sua carriera decollò: divenne sottosegretario, poi andò al Tesoro. E ora che ha vissuto la sua seconda Repubblica, si prepara per la terza. Gode di longevità.

Come prenderebbero i socialisti la sua elezione a capo dello Stato?
Bobo: Non sarebbe una tragedia. Certo, non isseremmo le bandiere, ma non metteremmo nemmeno il lutto al braccio. Amato alla fine è come il grigio: va bene per tutte le stagioni.

Stefania: Sarebbe il terzo socialista che sale al Quirinale, dopo Saragat e Pertini. Ne sarei lieta. All’epoca non ebbe la forza di risollevare il Psi, se oggi diventasse capo dello Stato non potrebbe più…

Defilarsi?

Stefania: L’ha detto lei, comunque sì.

E i vostri rapporti come sono?
Stefania: Io sono cresciuta con una signora che sedeva a tavola con noi ogni sera: la politica. So apprezzare l’intelligenza di chi lavorava con mio padre. E poi Amato ha lasciato il testimone a mio marito: la presidenza del tennis club di Orbetello.

Bobo: L’ultima volta che ci siamo incontrati è stata al Viminale quando era ministro dell’Interno. Anche se non ci vedevamo da quindici anni, mi trattava come si ci fossimo parlati mezz’ora prima. Segno che, tra persone intelligenti, i rapporti umani – nonostante tutto – restano buoni.

Umani?

Bobo: Diciamo politici. Beatrice Borromeo per “Il Fatto Quotidiano”

Siamo uno Stato di mercato?

Sabato, 13 Aprile 2013

La liberalizzazione del mercato del lavoro è stata una delle grandi scommesse del governo tecnico, presieduto da Mario Monti. E’ presto per dire se si sia trattato di una scommessa vincente. Quello, però, che stupisce è come il dibattito, che ha sollevato, abbia stentato ad andare oltre la dimensione economica. Le ore che quotidianamente dedichiamo all’attività, fisica o mentale, che ci consente di vivere assorbono gran parte della nostra giornata e, certamente, sono in grado di condizionarla, nel bene o nel male. E’, pertanto, vana finzione continuare a identificare il lavoro con il mero facere. Il lavoro segna l’esistenza: determina il contesto in cui viviamo, qualifica (quantomeno pubblicamente) la nostra identità, incide sullo sviluppo della personalità. Il lavoro è una sineddoche, che sta per la vita. E’ significativo che l’art. 1 della Costituzione reciti che l’Italia è una “Repubblica democratica fondata sul lavoro”. E, pertanto, singolare che si possa parlare di “mercato del lavoro”, quasi fosse una merce come tutte le altre. Quando si parla di liberalizzazione del mercato del lavoro l’attenzione viene attratta dal primo termine della locuzione. Grazie alle suggestioni che il valore della libertà evoca, rimane sottotraccia la seconda parte dell’espressione che, invece, svela e rileva la prospettiva e l’effettiva portata della liberalizzazione. Quest’ultima non realizza uno spazio vuoto di diritto nel quale si espande un sessantottino spirito di libertà, ma piuttosto la sostituzione di un regime con un altro. Rendere libero il mercato del lavoro significa liberare le regole del mercato dai vincoli che ne hanno condizionato o compresso il funzionamento. L’espansione di dette regole avrà anche giustificazione sul piano economico, ma è certamente rivoluzionaria su quello culturale. Le regole di mercato vogliono che sia il prezzo, al quale si chiude l’accordo, a segnare il valore della merce e non quest’ultimo quello. Il lavoro cessa, pertanto, di avere e di essere, di per sé, un valore. Lo viene, piuttosto, ad assumere solo nella misura della sua commerciabilità. Secondo l’ordine del mercato, il giusto salario non è quello corrispondente alla quantità di lavoro prestato, secondo l’insegnamento degli antichi liberali. Né quello che, secondo la dottrina sociale della Chiesa, corrisponde al bisogno del lavoratore, misurato dalla legge morale. Secondo l’ordine di mercato, il giusto salario è quello del prezzo risultante dall’incontro tra domanda e offerta: anche se non è in grado di dar conto della quantità dell’impegno; anche se non è in grado di soddisfare le esigenze vitali del lavoratore. Ma se il lavoro ha cessato di avere un valore autonomo, di valere di per sé, c’è da chiedersi come o in che termini possa continuare a fondare l’assetto istituzionale, secondo quanto proclamato dall’art. 1 della Costituzione. Solo una persistente cecità o una volontà dissimulatrice può portare a negare che il suo posto sia stato assunto – anche sotto la spinta degli apparati comunitari – dal mercato. Il mercato non è più uno tra gli ordini nei quali si articola la comunità: è divenuto sovrano, piegando o dominando principi, valori e interessi che avevano trovato riconoscimento e tutela nella Costituzione del 1948. La Carta non è mutata nella lettera ma nello spirito: anche le più alte cariche istituzionali non esitano a condizionare al giudizio del Mercato -  nuova ipostasi stirneriana del XXI secolo – le scelte circa gli uomini e le azioni per le politiche di governo. Non è, forse, troppo avventuroso ritenere che siamo ad un punto di svolta. Dopo la “società di mercato” – a cui Karl Polany aveva dedicato un affresco attuale più che mai – sembra profilarsi il tempo dello “Stato di mercato”, ossia dello Stato nel quale le regole del diritto tendono sempre più a risolversi in quelle del mercato e nel quale, conseguentemente, le forze del mercato assurgono a protagonisti della scena politica. Si tratta di un mutamento che (attualmente) opera sul piano della realtà effettuale ma che, prima o poi, dovrà accettare di sottoporsi ad pubblico dibattito, pena l’implosione del sistema democratico. a.m.leozappa formiche

Thatcher, la donna che sfasciò una civilità

Giovedì, 11 Aprile 2013
«Sai come finiscono le civiltà? Quandol’idiozia dilaga con moto naturalmente accelerato»
Antoine Monier, Il diavolo probabilmente[1]
«Oh,mia cara, mi dispiace, ma al confrontodella tua, la pelle di un rinoceronte sembradi velluto»
Rosalind Russell, Donne[2]


«Questo è un periodo – scrive su la Repubblica dell’8 febbraio 2012 Alessandro De Nicola – in cui si riparla di Margaret Thatcher. Il motivo principale è l’uscita nelle sale cinematografiche italiane di “The Iron Lady”. Film interpretato da una bravissima Maryl Streep»[3]. Che il mio critico cinematografico di fiducia – Federico Pontiggia – liquida nei blog con il sarcastico «più di una signora di ferro, un ferro da stiro».

“La donna che ha cambiato il mondo”, strombazza ad abundantiam il sottotitolo della pellicola. In effetti ha fatto di peggio; e molto: ha minato le fondamenta di una civiltà. Sono reduce anch’io dalla visione dell’operina, in cui il premio Oscar femminile Streep ripropone, impersonando la controversa premier inglese (1979-1990), tutta la gamma di espressioni – dal protervo al mellifluo – che già aveva sciorinato nei panni della guru del look Miranda Priesty, in Il diavolo veste Prada(2006, regia di David Frankel). Non trascurando il lato demenziale del personaggio. E non solo senile. Tanto che l’alzheimer precoce risulta l’effettivo protagonista della ricostruzione di intrattenimento.

Ma non di questo vale la pena parlare. Piuttosto merita attenta esplorazione il significato implicito del revival; visto che gli sceneggiatori di Hollywood rappresentano ormai le più formidabili (se non le uniche realmente attendibili) “antenne” a nostra disposizione per captare le variazioni nello spirito del tempo.

Difatti, sempre il De Nicola ci informa che «per noi italiani interrogarsi sulla rivoluzione thatcheriana non è un lezioso esercizio intellettuale». Poi precisa: «siamo in una fase di passaggio… L’Italia è una grande malata almeno quanto lo era – per motivi diversi – la Gran Bretagna di fine Anni 70 e si dibatte su quali siano i rimedi per fare uscire il nostro paese da un declino che appare inarrestabile».

Dato che di “ passaggio” si discute, il vero mutamento epocale sarebbe la presa di coscienza generale dei guai procurati alle nostre società dal thatcherismo; in sintonia (o meglio, combutta) con il reaganismo: la devastante ondata di idiozia prodotta dalla presa del potere da parte di mezze calzette politiche con le loro ideologie da quattro soldi. Rese – però – irresistibili dalla formidabile cassa di risonanza dei canali mediatici utilizzati dai loro spregiudicati spin-doctors e da una barbarica strategia di conquista di ogni centrale delegata alla produzione dei modelli di rappresentazione, facendo leva su notevoli disponibilità di quattrini e sul carrierismo degli adepti.

Quattrini e potere, messi a disposizione da confraternite di plutocrati che nel lungo regno del NeoLib si sono arricchiti in maniera impensabile, a spesa di masse umane relegate in una crescente condizione di miseria. Tanto che ormai siamo giunti ai limiti di sostenibilità civile e materiale del modello impostoci. Di cui i politici convertiti al thatcher-reaganismo fungevano da ausiliari, visto che per il loro individualismo possessivo di stampo piccolo borghese (e relative rivalse sociali) il binomio denaro&potere risulta(va) irresistibile.

Sarebbe interessante approfondire le ragioni del mancato contrasto – a suo tempo – di tale “resistibile ascesa”. Resta il fatto che dalla dittatura in proprio (ma anche per conto dei plutocrati che li utilizzarono come massa di manovra) dei borghesucci arrampicatori sociali si sta – fortunatamente – svoltando. Eppure gli “spiriti animali” scatenati in questi decenni restano ancora fortissimi. E i colpi di coda inevitabili. Particolarmente pericolosi se partono dalle pagine de la Repubblica. Colpi di coda che investono l’immaginario politico collettivo, proponendo in termini celebrativi l’icona dell’orribile Dama di Ferro

L’egemonia anarcoide

Tornando al Thatcher-pensiero, vale al riguardo quanto ne disse lo storico Eric Hobsbawm: «anarchismo della piccola borghesia». La battuta ci è stata riferita da Tony Judt, grande intellettuale anglo-americano recentemente scomparso, con una chiosa particolarmente illuminante; sia per comprendere le ragioni del critico come per penetrare l’intima natura dei criticati: «quando Hobsbawm descrive con disprezzo il thacherismo, sta combinando due anatemi: la vecchia avversione marxista per la sregolata e disordinata autoindulgenza e l’ancora più antico disprezzo dell’élite amministrativa inglese per la classe incolta degli impiegati e dei venditori»[4].

Magari particolarmente molesta e sgradevole quando ha fatto finanza. Al modo dei sordidi personaggi letterari immortalati dai romanzi di Honoré de Balzac. Come nel capolavoro Eugénie Grandet, in cui campeggia sinistramente quel padre Felice, ex bottaio di Saumur ed esponente della nuova borghesia orleanista, arricchitosi con le speculazioni, eppure spasmodicamente intento ad accumulare ulteriore ricchezza con feroce avarizia.

Sta di fatto che negli anni a cui ci riferiamo – a partire dalla Gran Bretagna – nel ventre delle società occidentali era avvenuto un fatto inaudito, impensabile: la presa del potere – sotto il vessillo sbandierato dalla Thatcher – di un ceto in passato relegato nella più totale marginalità, quale la piccola borghesia subalterna e bottegaia. La conquista del protagonismo da parte di tale “tipo umano”, compiuta portandosi appresso un’ideologia minimale carica di risentimenti e paure: contro i fannulloni che succhiano grazie ai sussidi pubblici il frutto delle proprie fatiche sequestrate dal Fisco, contro gli esperti acchiappanuvole e gli snob acculturati che irridono le ricette semplificatorie da saggezza popolare da cui trae orientamento e conforto, contro le mediazioni di una politica molle quando bisognerebbe usare il bastone… Insomma, il ciarpame di luoghi comuni degli avventori al pub, asceso a pensiero egemone, spirito del tempo. Quel populismomiddle class fino ad allora tenuto a bada dalla cultura operaia (solidarietà e diritti collettivi) come dalle pratiche regolative di gruppi dirigenti selezionati attraverso processi cooptativi basati sulla distinzione, l’esclusività e la meritocrazia intellettuale. Nella catastrofe delle gerarchie precedenti, veniva imponendosi il sistema di valori poveri, insito nell’abito mentale delle nuove entrate sulla scena: l’egoismo sociale, l’avidità accaparrativa, il possesso come unico determinante dell’apprezzabilità, l’insofferenza nei confronti delle regole svilite a ingiusti vincoli imposti all’autorealizzazione.

Ciò accadde in quanto l’equilibrio realizzato nella fase industriale del capitalismo andava liquefacendosi. Insieme ai protagonisti del vecchio Ordine: il lavoro organizzato, le élites imprenditoriali e di governo del Capitalismo amministrato. Arrivavano i giorni del disordine, con il loro carico da novanta di irresponsabilità. L’epoca irresponsabile della desertificazione di ogni attitudine mediatoria in senso pattizio, il cui paradigma più alto era rappresentato dal cosiddetto “Compromesso storico keynesiano-fordista”. E – di conseguenza – veniva accantonata come improponibile ogni ricerca del consenso per la realizzazione di nuovi equilibri di stampo inclusivo. Non la pace sociale, bensì il regolamento di conti diventa il filo conduttore di scelte che si tradussero nel forsennato attacco di Margaret Thatcher e dei suoi epigoni contro i sindacati operai, a partire da quello dei minatori. Non la razionalizzazione della presenza pubblica in economia e nei servizi, quanto – piuttosto – la svendita del patrimonio collettivo per consentire a torme di speculatori, supporter della Lady, di realizzare superprofitti a danno della popolazione. Una follia; non solo per i disastri prodotti, ma anche (soprattutto) per la denuncia unilaterale del contratto sociale su cui si era basata la convivenza pacificata del dopoguerra e la conseguente creazione di ricettacoli in espansione del disagio e dell’emarginazione. Un numero crescente di potenziali focolai di ribellione contro l’insensibilità dei nuovi pervenuti ai vertici del Potere.

A posteriori è possibile osservare come l’ascesa del thatcherismo piccoloborghese non abbia comportato l’emergere di una nuova “classe generale”, incarnazione e motore di un modello alternativo universale, quanto lo scatenamento del peggiore darwinismo sociale; che ha minato le stesse fondamenta della civiltà occidentale. Una controrivoluzione distruttiva che amava presentarsi come rivoluzione costituente; ovviamente “liberale”. In cui la pulsione bassamente economicistica fungeva da priorità assoluta.

Fuga dai laboratori del pensiero unico

«Noi siamo gli eredi involontari di un dibattito di cui la maggior parte della gente è completamente all’oscuro. Se ci chiedessero che cosa ci sia dietro il nuovo (vecchio) pensiero economico, forse risponderemmo che è opera di una serie di economisti angloamericani riconducibili in larghissima maggioranza all’Università di Chicago. Ma se ci chiedessero da dove i Chicago boys abbiano preso le loro idee, scopriremmo che l’influenza più grande è stata esercitata da un gruppetto di stranieri, tutti immigrati dall’Europa centrale: Ludwig von Mises, Friedrich von Hayek, Joseph Shumpeter, Karl Popper e Peter Drucker»[5].

Qualcuno ha parlato di “rivincita degli austriaci”, ovviamente contro John M. Keynes; al cui nome è legato il più grande esperimento di ingegneria costruttivistica coronato da successo della storia umana. In effetti, la vera rivincita conseguita da questi signori è quella contro il pensiero fondativo della saggezza dell’Occidente: l’Illuminismo, nelle sue varie riproposizioni storiche, inteso come governo del “ramo storto dell’umanità” secondo kantiano “uso pubblico della ragione”. Di fatto la (contro)rivoluzione (neo)liberista ha spalancato il vaso di Pandora del nuovo Oscurantismo, con il seguito delle disuguaglianze, fanatismi bellicisti e xenofobie varie che, mentre prospettavano “scontri di civiltà”, hanno determinato la crisi della (nostra) Civiltà. Hanno fatto un deserto e lo hanno chiamato “globalizzazione”, ovviamente finanziaria. E mentre si pretendeva di americanizzare il mondo, il “sogno americano” andava a picco. Di questo dobbiamo essere grati anche alla Lady di Ferro, madrina degli schiacciasassi venuti dopo di lei; grazie a lei.

Tra i tanti effetti sistemici della deregulation thacheriana, uno dei più inquietanti è la messa in crisi di ogni ambito istituzionale di governance. Certo lo Stato, ma anche – per noi cittadini del Vecchio Continente – il grande e generoso progetto dell’integrazione europea; il diffondersi di un euroscetticismo che sovente sfocia nell’eurofobia.

Dopo oltre un trentennio siamo giunti alla fine della stagione neoLib. Il muro di Wall Street, tempio laico della superstizione monetaria, è crollato; seppellendo sotto le macerie gli strumentari di latta con cui si pretendeva di manomettere la Storia. Scocca l’ora dei curatori fallimentari. Del resto, che altro è il presidente americano Barak Obama, chiamato alla missione impossibile di rimediare alle mattane del suo predecessore? Che altro è il premier italiano Mario Monti, incaricato di aggiustare l’immagine italiana precipitata oltre le soglie del ridicolo per merito del barzellettiere corruttore ed erotomane di Arcore?

Anche se – in effetti – il mandato di SuperMario è un po’ più complicato: certo fungere da liquidatore del recente passato nella dimensione interna; ma anche quello di annodare reti di relazione con i consessi informali che si riuniscono a porte chiuse e dove si prendono quelle decisioni che travalicano Stati-nazione ormai depotenziati. Milieux in cui il professore bocconiano – il quale ha trascorso più tempo nei consigli d’amministrazione e nei meeting internazionali che non nelle aule universitarie – è il connazionale meglio posizionato per avervi accesso. Fermo restando che il compito primario dei “riparatori” risulta quello di rabberciare in qualche modo un po’ di ordine.

Per questo i liberisti hanno subito drizzato il pelo. Negli Stati Uniti ben ottocento docenti di materie economiche firmano un appello contro il presunto “statalismo/socialismo” di Obama. Qui da noi i correligionari preferiscono mettere sotto tiro la nuova compagine governativa presieduta da Monti, sospetta di essere liberisticamente tiepida, conquistando manu militari i principali quotidiani nazionali; trasformati in madrasse dei loro fondamentalismi: Francesco Giavazzi ilCorriere della Sera, Alberto Bisin e il già menzionato De Nicola le pagine de la Repubblica; poi ci sono Luigi Zingales, firma di punta de Il Sole 24Ore, e Alberto Alesina, ospite fisso su l’EspressoLa Stampa pubblica gli editoriali di Irene Tignali (economista del network NoisefromAmerika, il sito arcipolemico degli ultraliberisti emigrati in America). Persino Il Fatto Quotidiano concede spazio a un altro dell’allegra combriccola: Michele Boldrin.

Le “ultime raffiche” thatcheriane

Colpi di coda, già lo si diceva. Perché ormai fuori tempo massimo. E spesso coinvolgendo nell’opera da guastatori personaggi screditati. Spesso veri e propri reperti da museo.

Operazione messa in atto non solo tramite la carta stampata, ma anche navigando nel web e creando istituzioni dedicate. Per lo più sulla direttrice Mi–To. Visto che si è parlato di De Nicola, partiamo dall’organizzazione di cui è presidente: la Adam Smith Society fondata a Milano nel 1995, propugnatrice di un’operazione eclettica volta a ibridare il pensiero del moralista scozzese, teorico della “simpatia” nella morale e nel diritto, con quello dell’anaffettivo austriaco Friederich Hayek (che però simpatizzava dichiaratamente per i bons vivants sfaccendati, specie se giocatori di golf[6]; in quanto – a suo dire – dimostrazione filosofica vivente dei vantaggi dell’ingiustizia sociale). Sotto l’effigie dell’autore de La ricchezza delle Nazioni, si può leggere le finalità di questi adepti della “strana coppia” (facendo rivoltare nella tomba il partner più anziano), il cui interesse prevalente si concentra sulla «privatizzazione e deregulation di attività economiche ora in mano pubblica»; tra cui sono indicate le carceri. I costruttori che si sbellicavano dalle risa alla notizia del terremoto all’Aquila sorridono all’idea di qualche appalto carcerario. Ma questo non turba il Comitato scientifico della Società, che offre un pregiato campionario di adoratori della Mano Invisibile (Alberto Alesina, Michele Boldrin e Luigi Zingales), qualche vecchia gloria appassita (Dario Antiseri, Salvatore Carrubba, Antonio grembiulino Maccanico, Piero Ostellino insieme al Pera nomen omen) e un noto confusionista tra destra e sinistra chiamato Franco Debenedetti. Ma nel mazzo spicca pure un fiorellino: quell’Alessandro Penati, ex presidente della Provincia meneghina, che lo avresti detto più a suo agio nel sovrastimare le azioni dell’autostrada Serravalle-Milano.

Passando a Torino il quadro tende all’austero, secondo inveterata tradizione sabauda. Qui si segnala l’Istituto Bruno Leoni; fondato nel 2003 e dedicato al segretario del solito Hayek in un’associazione semiclandestina, nata nel 1948 dall’indefessa tessitura di manovre anticomuniste e anti Keynes del filosofo austriaco, che riuniva una pattuglia di liberali da Guerra Fredda (gli immancabili Karl Popper, Ludwig Von Mises, Wilhelm Röpke, Milton Friedman, Bertrand de Jouvenel e pochi altri) autonominatisi “bolscevichi della libertà”: La società del Monte Pellegrinothink tank che fungerà da modello per quelli a venire, soprattutto sull’altra sponda dell’Atlantico. Consesso in cui il Leoni Bruno trescava per pugnalare alle spalle i soci refrattari all’egemonia hayekiana, a seconda dei desiderata del Capo[7]. Per inciso, la Lady di Ferro Margaret Thatcher «non cesserà mai di sbandierare l’influenza esercitata da Hayek sulla sua filosofia politica»[8].

A tale Istituto garantisce una giusta condizione termico/bellica tendente al gelo la presenza del Presidente onorario Sergio Ricossa, reduce da quella Guerra Fredda finita da decenni. Mentre da presidente effettivo funge attualmente l’ex dalemiano iperliberista Nicola Rossi.

In tanto grigiore l’unica nota colorata e pittoresca è garantita dalla presenza nell’executive team di Oscar Giannino, il feticista del pelo che si fa notare per le tenute da frequentatore del Casino dei nobili di Casale Monferrato negli anni Cinquanta.

E Roma? Qui il consustanziale scetticismo disincantato dell’ambiente non si presta molto per fare attecchire fanatismi vari. Semmai è terreno di coltura ideale per le facce di bronzo. Sicché vi troviamo la sede del Movimento Società Aperta, fondato nel 1993 da Enrico Cisnetto, l’ex bancario e giovane repubblicano nella nidiata di Davide Giacalone (sì, il faccendiere della legge Mammì, istitutiva del duopolio RAI-MEDIASET. Pare non gratuitamente…).

Sedicente esperto economico de Il Foglio di Giuliano Ferrara, costui ha trovato la propria giusta collocazione professionale quale promoter di località turistiche e – al tempo stesso – di faune da regime, organizzando dal 2002 parate di VIP a Cortina d’Ampezzo sotto il logo Cortina InContra. L’anno scorso provò a bissare la formula nella capitale, con Roma InContra. Coadiuva tanto attivismo la moglie Iole, socia al cinquanta per cento della “ditta Cisnetto” e segnalata – a far buon peso (non soltanto metaforico; e vale per entrambi) – pure consulente del sindaco non propriamente liberal Gianni Alemanno.

Roma, Torino, Milano. Ambienti diversi, eppure uniti da un filo invisibile che talora si materializza nelle relazioni interpersonali. Come in quell’associazioneSocietà Libera, creata nella metà degli anni Novanta dal manager Franco Tatò e con sede sia a Roma che a Milano, promotrice della mostra itinerante intitolata “Il cammino della Libertà”. Fu probabilmente la prima uscita allo scoperto di fondamentalisti thatcheriani/hayekiani. Quasi una prova generale, visto che – se ricordo bene – nessuno (a parte il sottoscritto) ebbe a ridire sul cloudell’esposizione: lo stand in cui si equiparava Franklin D. Roosevelt a Giuseppe Stalin, il New Deal ai Piani Quinquennali: «con il New Deal venne assegnata una funzione sempre più interventista al governo americano. La vecchia America liberale, che aveva sempre difeso l’autonomia dell’economia dall’azione dei politici, lasciava il posto a un regime di economia mista e ad un Welfare State di anno in anno più costoso e invadente»[9].

Ebbene, nel comitato scientifico dell’associazione apparivano “i soliti noti”, che ritroveremo altrove: oltre al Cisnetto, Salvatore Carrubba e Piero Ostellino. Questo il quadro a sommi capi.

In sostanza: una pattuglia sparsa per la penisola che ormai sta sparando la sua “ultima raffica”, aggrappandosi all’icona thatcheriana come boa di salvataggio per il proprio essere “borghese piccolo, piccolo” con pretesa di piantare le tende sul tetto del mondo. E da cui ora ne viene fatta definitivamente precipitare in caduta libera, nell’accelerazione dei moti rotatori del tempo e del pianeta.

P.S. sullo stato dell’arte della carta stampata. Che il thatcherismo un tanto al chilola faccia da padrone nelle testate dei boss della finanza non stupisce. Spiace – piuttosto – constatare lo spazio che la Repubblica concede all’attivismo polemico di questi fanatici banditori. Su cui lo stesso Eugenio Scalfari, proprio nella sua rubrica su l’Espresso, esprimeva perplessità[10]. Testuale: «De Nicola è un liberista fndamentalista, ma possono stare insieme questi due termini?».

NOTE

[1] Film del 1977, regia di Robert Bresson [2] Film del 1939, regia di George Cukor[3] A. De Nicola, “la lezione di Iron Lady”, la Repubblica 9 febbraio 2012 [4] T. Judt, L’età dell’oblio, Laterza, Bari 2011 pag. 121 [5] T. Judt, Guasto è il mondo, Laterza, Bari 2011 pag. 73 [6] F. Hayek, La società libera, Vallecchi, Firenze 1969 pag. 155 [7] S.Ricossa, prefazione a La sovranità del consumatore di Bruno Leoni, Ideazione Editrice, Roma 1997 [8] S. Halimi, Il grande balzo all’indietro, Fazi, Roma 2006 pag. 208 [9] C. Lottieri e L. M. Bassani, Il cammino della libertà,catalogo della mostra 1999 [10] E. Scalfari, “Il vetro soffiato”, l’Espresso 19 gennaio 2012 di Pierfranco Pellizzetti, da MicroMega 2/2012

La vittoria di Marino e il grande equivoco delle primarie

Mercoledì, 10 Aprile 2013

Non si vorrebbe mancare di rispetto al mitico «popolo delle primarie», sempre entusiasta e numeroso (anche se domenica a Roma meno del solito); ma si ha l’impressione che questo «popolo» non abbia compreso bene a cosa servono, le primarie.
In America, dove le hanno inventate, l’obiettivo non è scegliere il personaggio più simpatico, identitario, vicino alla sensibilità dei militanti, portatore della linea più dura, pura, radicale. L’obiettivo è scegliere il candidato che ha più chances di battere gli avversari. L’uomo in cui possono riconoscersi non tanto i «compagni», quanto la maggioranza dei concittadini o dei connazionali. Allo stesso modo si sono comportati i socialisti francesi, che in entrambe le occasioni in cui sono stati consultati per le presidenziali hanno scelto un esponente del centro del partito: prima la Royal, che prese un dignitoso 46,5%; poi Hollande, che sconfisse Sarkozy.

 

In Italia, all’inizio le primarie sono state il modo di confermare una decisione già presa dai partiti (Prodi, Veltroni). Poi la scelta è diventata «vera». Da allora, vince quasi sempre il candidato più a sinistra. Pisapia a Milano. Doria a Genova. Zedda a Cagliari. Lo stesso Bersani, due volte: contro Franceschini, e soprattutto contro Renzi. E’ vero che i sindaci hanno tutti vinto, a volte rispettando la tradizione come a Genova, a volte ribaltandola come a Milano. Ma è noto che alle amministrative la sinistra ha gioco più facile rispetto alle politiche. Dopo il deludente risultato del 24 febbraio, è stato scritto che Renzi non si sarebbe certo fermato sotto il 30%. Ma questo era chiaro già al tempo delle primarie: non c’era un sondaggio che non indicasse in lui il candidato più competitivo. Ha prevalso il richiamo dell’identità (e anche dell’apparato).

Le primarie di Roma indicano che la lezione non è stata appresa. Non c’erano candidati di primo piano, è vero. C’era però un recordman delle preferenze come David Sassoli. E c’era soprattutto Paolo Gentiloni, l’unico ad avere un’esperienza nell’amministrazione della capitale e nel governo del Paese; ma nonostante l’appoggio di Renzi e di Veltroni ha avuto un risultato imbarazzante. I militanti romani hanno plebiscitato come d’abitudine il candidato più a sinistra, Ignazio Marino (dietro cui pure si intravede l’apparato, nella forma della macchina organizzativa di Goffredo Bettini). Marino è un personaggio per certi aspetti interessante: chirurgo prestato alla politica, all’avanguardia sui diritti civili. Magari potrà pure vincere (anche a Roma, come in quasi tutte le grandi città italiane, il centrosinistra ha una base di partenza più ampia del centrodestra). Restano alcune perplessità oggettive. Nato a Genova da madre svizzera e padre siciliano, un percorso professionale tra Cambridge, Pittsburgh, Filadelfia e Palermo, Marino non c’entra molto con la capitale. Potrà anche strappare qualche voto grillino; ma avrà parecchie difficoltà a intercettare moderati e cattolici.

Presto potrebbero essere convocate nuove primarie nazionali, in vista del voto anticipato. Siccome la sinistra viaggia con un’elezione di ritardo – nel 2006 fu schierato Prodi anziché Veltroni, mandato a perdere due anni dopo; nel 2013 è stato schierato Bersani anziché Renzi -, stavolta dovrebbe toccare al sindaco di Firenze. L’Italia non schierata lo aspetta, a torto o a ragione. Ma già spunta Fabrizio Barca, i cui meriti come ministro sfuggono ai più, ma che può vantare un impeccabile pedigree rosso (a cominciare dal padre, intellettuale di punta del Pci, direttore dell’Unità e di Rinascita); che non è un torto ma, agli occhi dell’ostinata maggioranza degli italiani, neppure un merito. Se ne possono trarre molte considerazioni, tutte legittime. Tra le quali c’è anche questa: non esistono, come la sinistra tende a credere, un’Italia immatura, sempre pronta a bersi le promesse di Berlusconi, e un’Italia “riflessiva”; esistono due minoranze di militanti – numerose se misurate in piazza o ai gazebo, piccole in termini assoluti -, pronte a seguire l’istinto e la passione, ma incapaci di indicare una soluzione condivisa a una vastissima Italia di mezzo, che alla politica crede sempre meno.  corriere.it

Trombati mantenuti

Martedì, 2 Aprile 2013

Trombati sì, ma su una montagna d’oro. Mentre da una parte lo Stato tira per il collo le piccole e medie imprese e se ne infischia di saldare i debiti contratti con artigiani e aziende, dall’altra si affretta a versare liquidazioni a sei zeri agli ex onorevoli che alle ultime elezioni sono stati buttati fuori dal parlamento.

E, mentre decine di migliaia di esodati vedranno la pensione solo col binocolo, ecco che gli stessi politici silurati si apprestano a ricevere, ogni mese, un lauto vitalizio che gli permetterà di trascorrere una vecchiaia da pascià.

Che fine ha fatto il “trombato” per eccellenza delle ultime elezioni? Pare che Gianfranco Fini non se la passi poi così male. Pare che nei giorni scorsi a Enrico Nan, parlamentare di due legislature fa e avvocato ligure, abbia detto: “Cerchiamo di trovare una stanza gratis dove ci mettiamo un computer per far qualcosa”. L’ex presidente della Camera è, finalmente, in pensione: ha già affondato abbastanza partiti e voltato le spalle a troppi elettori.

Incassati 148mila voti (0,46% alla Camera), potrà dedicarsi ai suoi hobby (magari alle immersioni in quel di Giannutri) senza la minima preoccupazione di dover sbarcare il lunario. Potrà farlo anche grazie alla “paccata” di soldi che gli saranno versati dallo Stato: nelle prossime settimane porterà, infatti, a casa un assegno di fine mandato da 250mila euro netti. Tutto qui?

Macchè. Dopo una lunga vita “spesa” a far politica, l’ex leader di An potrà contare su un vitalizio di 6mila euro circa al mese. “Dopo soli trent’anni Fini lascia il Parlamento e quindi mandiamo un saluto a lui e a tutto il suo club di gentiluomini – lo aveva salutato nei giorni scorsi Silvio Berlusconi dal palco di piazza del Popolo – non credo che a Montecarlo se la passi così male”.

Il leader di Futuro e Libertà non è certo l’unico “trombato” d’oro. La lista è davvero lunga. Le amministrazioni di Montecitorio e Palazzo Madama stanno infatti calcolando le somme che devono essere erogate entro un mese dalla cessazione del mandato. E, mentre le Camere sono piene zeppe di furbetti dal doppio incarico che continuano a procrastinare la scelta della poltrona su cui sedere (leggi l’articolo), i parlamentari di lungo corso lasciano la cadrega sempre e comunque a spese nostre. Per un importo complessivo di circa 3 milioni di euro.

Se Fini è senza dubbio il Paperone dei “trombati”, non fa tanto peggio Massimo D’Alema che, eletto per la prima volta nel 1987 quando partiva la decima legislatura, incasserà una liquidazione da 217mila euro. E, proprio, come l’ex presidente della Camera, potrà contare di un super vitalizio da 6mila euro al mese. La stessa liquidazione toccherà anche alla democratica Livia Turco e al pdl Domenico Nenia.

Come ricorda Avvenire, i politici possono contare dell’assegno di reinserimento o di fine mandato, “concepito a suo tempo per aiutare i politici che, dopo un’esperienza più o meno lunga in parlamento, potevano incontrare difficoltà nel tornare a svolgere un lavoro comune”. Si tratta, grosso modo, dell’80% dell’indennità mensile: quindi circa 8mila euro circa per ogni anno di permanenza in parlamento. Una bella cifra finanziata al 100% da una trattenuta versata, ogni mese, a un Fondo di solidarietà (784 euro per i deputati e 695 euro per i senatori).

Tra i futuristi Fini non è l’unico a dover ringraziare le casse opulte dello Stato. Italo Bocchino lascia il parlamento con un assegno di fine mandato da 141mila euro. Antonio Di Pietro, che potrebbe far ritorno alla sua Montenero di Bisaccia, non è certo la prima volta che è costretto a fare valigie e schiodarsi dal parlamento. Proprio per questo, dovrà accontentarsi di un buono uscita da 58mila euro netti: la prima gli era già stata versata, tempo fa. Non solo. Come faceva sapere qualche settimana fa Libero(leggi l’articolo), anche l’ex pm di Mani pulite potrà godere di una “pensioncina” da 4300 euro al mese.

Non se la passa male nemmeno l’80enne Franco Marini che incasserà una liquidazione da 174mila euro e potrà contare su una pensione da 5.300 euro al mese. E ancora: il pdl Gianfranco Micciché se ne va con 158mila euro, l’Udc Fernando Adornato con 141mila euro e Francesco Rutelli con 100mila euro. Beppe Pisanu, che nel 1992 aveva già incassato una prima buona uscita, si porta a casa 157mila euro. Insomma, tutta gente che potrà dormire sonni tranquilli. Andrea Indini per IlGiornale.it

Le fragili fondamenta della sovranità del mercato (by Leozappa)

Venerdì, 29 Marzo 2013

“Caduti gli dei, non sono però cadute le ipostasi” – ammonisce Roberto Calasso – “allora il mondo finisce per darsi a quel goffo, sinistro corteo che Stirner aveva descritto: alla Ragione, alla Libertà, all’Umanità, alla Causa”. Aggiunge la Rubrica: al Mercato. “Ma il risveglio da quelle ipostasi è amaro, più che da qualsiasi altra superstizione”. Non sappiamo se Calasso conosce Roger Gifford, banchiere e Lord Mayor della corporation che amministra la City di Londra. Ma l’intervista che quest’ultimo ha rilasciato al Corriere della sera, lo scorso 10 febbraio, ha suonato un brusco risveglio per coloro – in Italia, tanti, tantissimi – che pretendono di programmare la politica nazionale secondo il giudizio del Mercato. Nell’intervista – che trae spunto dall’annunciato referendum di David Cameron sulla adesione della Gran Bretagna alla Unione europea –  l’uomo che governa “il Miglio Quadrato, dove si concentra la più grande ricchezza finanziaria al mondo” ha dichiarato che il sogno della City è “un grande mercato senza politica comune”. Il de profundis dell’unione politica europea. Non si dica che il Mercato è una ipostasi; in tanti si ergono ad interpreti del Mercato e il giudizio del Mercato è stato invocato anche dalle più alte cariche dello Stato. Adesso, il Mercato fa sentire la sua voce: è quella del rappresentante della City, una delle maggiori piazze finanziarie del mondo, certamente la più grande in Europa. Ed è una voce che ha clamorosamente smentito coloro che, in questi mesi, in suo nome hanno accelerato l’integrazione europea comprimendo le sovranità nazionali. L’intervista smaschera anche il refrain dell’incertezza politica come causa di quella dei mercati. Dinanzi all’osservazione per la quale “l’uscita di Londra dall’Unione significa creare l’incertezza nei mercati”, Gifford è lapidario: “I mercati non ragionano così. Ai mercati l’incertezza e la volatilità piacciono quanto si accompagnano a dibattiti seri e approfonditi. Che paura si può avere se si discute di Europa sì o Europa no? Guardi il referendum sull’indipendenza scozzese. Per il Regno Unito è una pagina di storia. E i mercati stanno soffrendo? No, perché si ragiona. Il dibattito è positivo e fa bene ai mercati. Noi, servizi finanziari, siamo ben contenti perché in definitiva di che cosa si parla? Si parla di ottimizzare il mercato”.  Come si vede, il Lord Mayor non ha pudore a rivendicare che l’unico interesse del Mercato è il mercato stesso. La considerazione (che tante volte abbiamo sentito in questi anni) per la quale “Se l’Europa collassa, sulla City rischia di abbattersi uno tsunami” è liquidata, con sufficienza, da Gifford: “Primo: l’Europa non collassa. Ci saranno litigi ma non divorzi. Secondo: se anche dovesse accadere, sa che cosa dico? Che è molto difficile distruggere il denaro. Il denaro può scappare ma non può essere distrutto. Londra e la City sono l’hub dell’Europa e lo resteranno. E in ogni caso è qui che arrivano i capitali cinesi, asiatici, arabi, americani. La City è solidissima”. E’ un vero peccato che il Corriere abbia relegato l’intervista a pagina 12, taglio basso. E’ una vera lezione di politica economica: il Mercato ha come fine il Mercato. Essenzialmente: guarda alla politica come strumento per la sua espansione e consolidamento e ne giudica le scelte solo in questa prospettiva. L’Unione europea non è un obiettivo del Mercato, ma può esserlo qualora utile al suo potenziamento. “La City è pronta a scommettere sulla crescita dell’Europa?” chiede il Corriere. “Noi siamo pronti”, replica il capo della City, ma quella a cui il Mercato è, dichiaratamente, interessato è solo “l’Europa che discute senza paura su come oliare il suo mercato, su come accendere il motore e su come abbattere le barriere burocratiche”. Sono caduti gli dei e il loro posto è stato preso dal “sinistro corteo” delle ipostasi stirneriane. Ma, come avvertito da Calasso, il risveglio è amaro, amarissimo dopo l’intervista di Roger Gifford che ha svelato le fragili fondamenta dell’ideologia della sovranità del mercato che, in questi anni, ha plasmato le politiche di governo in Italia e in Europa.  a.m. leozappa formiche

Prodi, l’uomo dei misteri punta al Quirinale

Lunedì, 25 Marzo 2013

Autorevoli personalità, anche se trite e ritrite, danno Romano Prodi al Colle dopo Giorgio Napolitano. Settimane fa, si sbilanciò per lui il Corsera che lo ebbe tra i collaboratori. L’augusto Paolo Mieli, che già nel 2006 lo candidò a Palazzo Chigi, lo vede favorito al 95 per cento.

Di simil parere sono il mordace Enrico Mentana e il pensoso Gad Lerner. Non ha ancora profetato il venerando Eugenio Scalfari ma le sue inclinazioni prodiane sono note.
Prodi ha un cursus di peso – presidente Ue, due volte premier – anche se, essendo accanitamente di parte, difetta della neutralità che sarebbe il più bell’ornamento di un inquilino quirinalizio. Il nodo, però, sono i misteri che aleggiano sulla sua persona.

C’è intorno a lui un quid inesplorabile, emerso in diverse circostanze, che egli stesso, trincerandosi dietro il famoso sorriso giocondo, rifiuta di chiarire. L’episodio che lo rese famoso è la seduta spiritica del 2 aprile del 1978, sedici giorni dopo il sequestro di Aldo Moro. Il professore, con altri amici, si trovava nel rustico del collega Alberto Clò, in località Zappolino, trenta chilometri da Bologna. Con i bimbi in giardino e le mogli in cucina, gli uomini si chinarono su un foglio con le lettere dell’alfabeto e, chiedendo lumi sulla prigionia di Moro, lo percorsero con una medianica tazzina di caffè. Gli spiriti risposero: Gradoli. Prodi si precipitò a Roma nella sede Dc di Piazza del Gesù, per comunicare il responso dell’Aldilà. Causa equivoci, gli inquirenti finirono a Gradoli, paese laziale, anziché nella romana via Gradoli, dove effettivamente Moro era incarcerato. Vi giunsero solo giorni dopo, col covo ormai vuoto e la sorte del prigioniero segnata. Ma ciò che conta, è che l’informazione era buona.

ROMANO PRODICome l’aveva veramente avuta Prodi? Lui ha sempre giurato sulla seduta spiritica. Tutti sono invece convinti che si sia inventato un paravento per coprire un tizio in carne e ossa. I più – da Andreotti, al ds Pellegrino, all’ex vicepresidente Csm, Galloni – pensano che la soffiata venisse dai collettivi universitari bolognesi o da Autonomia operaia, ossia tipi loschi vicini alle Br.

ROMANO PRODIDa 35 anni, Romano convive con questo sospetto. Nessuno finora lo ha preso per la strozza ingiungendogli di dire il vero. Dormono le autorità, ronfa la stampa e le illazioni infittiscono. L’ultima, del 2005, è che ci sia stato lo zampino del Kgb. Per un uomo che potremmo vedere presto sul Colle, l’alone è pesante. Ma lui fa lo gnorri. Imperterrito.

Seduta spiritica a parte, di connessioni tra Romano e spionaggio sovietico si è supposto molto nell’ultimo decennio. Primo a parlarne, nel 2006, fu un eurodeputato britannico, Gerard Batten. Stando a costui, l’ex agente dell’Urss, Alexander Litvinenko (poi ucciso col polonio dagli ex colleghi) gli avrebbe rivelato che «il nostro agente in Italia è Romano Prodi». Colma la lacuna, una seconda testimonianza che in parte conferma e in parte attenua questo imbarazzante passato prodiano.

Un altro ex Kgb, Oleg Gordievsky, in un’intervista al senatore Paolo Guzzanti, già presidente della Commissione d’inchiesta Mitrokhin, disse: «Non ho mai saputo se Prodi fosse o no reclutato dal Kgb, ma una cosa è certa, quando ero a Mosca, tra il 1981 e il 1982, Prodi era popolarissimo nel Kgb: lo trovavano in sintonia dalla parte dell’Unione sovietica».

Dunque, se non agente, perlomeno simpatizzante del paradiso socialista in anni in cui Romano era già stato ministro (1978) e assumeva la guida dell’Iri (1982). Quanto ci sia di vero, è impossibile dire. Sconcerta però che Prodi (ma neanche la magistratura) abbia diradato quest’ombra. Lui tace per ridimensionare, ma l’effetto è di lasciare se stesso in balia di sconcertanti interpretazioni.

Ora, si è aperto il capitolo Cina. Romano, dopo la delusione per la cattiva prova del suo ultimo governo (2006-2008), ha rivolto l’attenzione al gigante orientale. Da anni, è più a Pechino e Shangai che a Bologna. Tiene corsi alla scuola del Partito comunista, è popolare mezzobusto nelle tv locali, pontifica nelle università. È il perito dei cinesi per i loro affari nell’Ue e in Italia.

Il suo compito più rilevante è quello di consulente della nuova agenzia di rating cinese, Dagong, che fa valida concorrenza alle tre sorelle Usa, Moody’s, Fitch e S&P. Poiché Dagong, a fine 2011, da poco insediato il governo Monti, abbassò l’affidabilità del debito italiano, ci si chiese che parte avesse avuto Prodi nella bocciatura. Più o meno esplicitamente fu accusato di essere il cavallo di Troia cinese nelle nostre faccende. Romano querelò Libero che aveva alluso senza però degnarsi di spiegare il suo ruolo nella vicenda. Con il risultato di tingersi ancora più di fosco.

Sempre sull’indecifrabilità del suo comportamento, ve ne racconto un’altra. Il primo che cercò di dare con beni pubblici una bella mano all’arricchimento di Carlo De Benedetti, proprietario di Repubblica, è stato il nostro Prodi (gli altri furono Carlo Azeglio Ciampi e Giulianino Amato). Graziosamente introdotto dal giornalista Scalfari, l’Ingegnere si presentò da Romano presidente dell’Iri e gli chiese di cedergli la Sme, holding alimentare.

All’istante, Prodi si accordò per vendergliela a 497 miliardi di lire. Un regalo. Tanto che il governo Craxi (siamo nel 1985), ignorando la stipula, mandò il piano all’aria.

Si seppe poi che prima dell’Ingegnere si era fatta avanti la Heinz. Fu il ministro liberale dell’Industria, Renato Altissimo, ad annunciare a Prodi l’interesse della multinazionale. Romano però fu secco: «Neppure alla lontana c’è l’ipotesi di una vendita Sme. Hai idea del prezzo? Stiamo parlando di millecinquecento miliardi».

Un mese dopo, saltò fuori che aveva firmato con De Benedetti. Altissimo, infuriato, andò da Prodi e gli chiese: «Perché a Renato (cioè a lui, ndr) hai detto no e a Carlo sì?». Romano, con un sorrisone da zucca di Halloween, replicò: «Perché Carlo ha un taglietto sul pisello che tu non hai». Sottile allusione al fatto che De Benedetti, essendo ebreo, fosse circonciso. Con annesso sottinteso che non si poteva dire no alla fantomatica «lobby ebraica».

Se Altissimo gli avesse anche chiesto perché valutando la Sme 1.500 miliardi in maggio, abbia tentato di venderla in giugno per 497, la risposta sarebbe stata oltremodo interessante. Ma ciò non avvenne. Il silenzio si aggiunge alla lista dei misteri di Prodi. Vogliamo davvero al Quirinale un uomo che porta con sé un simile fardello da spy story? g. perna ilgiornale

Perchè il Fiscal compact sprofonderà l’Europa nel baratro

Lunedì, 25 Febbraio 2013

La ratifica del Trattato di stabilità fiscale condurrà a una forma di austerità perpetua e a un restringimento mortale della democrazia in Europa. Proponiamo un capitolo da “Cosa salverà l’Europa. Critiche e proposte per un’economia diversa” a cura di B. Coriat, T. Coutrot, D. Lang e H. Sterdyniak, in questi giorni in libreria per Minimum Fax.

Un patto per l’austerità perpetua

«Più va a rotoli, più ci sono possibilità che funzioni» [1]

La crisi attuale, iniziata nel 2007, ha messo in evidenza i pericoli della costruzione europea attuale dominata dal neoliberismo. Nei primi mesi del 2012, le classi dirigenti così come la tecnocrazia europea sono state incapaci di superare la crisi. Ancora peggio, oggi utilizzano la crisi per raggiungere il loro principale e costante obiettivo: ridurre la spesa pubblica, indebolire il modello sociale europeo, il diritto al lavoro, e impedire ai cittadini di avere una qualsiasi voce in capitolo.

La situazione diventa così catastrofica. Per ammissione stessa della Commissione, la zona euro prevede un calo del Pil nel 2012 (-0,3%). Nel marzo 2012, il tasso di disoccupazione della zona euro ha raggiunto il 10,9%. La crisi si è tradotta nella perdita di circa il 9% del Pil. Tuttavia, la Commissione continua a imporre politiche di austerity, che spingono l’Europa verso una recessione senza fine. Sebbene siano la cecità e l’avidità dei mercati finanziari ad aver causato la crisi, sono la spesa pubblica e la protezione sociale a essere colpite.

La Commissione, la Bce e gli stati membri consentono ai mercati finanziari di speculare contro i debiti pubblici. Hanno permesso ai creditori di imporre tassi d’interesse esorbitanti all’Italia e alla Spagna. Tre dei paesi membri – Grecia, Portogallo e Irlanda – hanno visto direttamente la Troika (Commissione, Bce e Fmi) decidere le loro politiche economiche.

L’azione che ha intrapreso oggi la Commissione insieme ai leader degli stati membri consiste nel tentare di imporre alla popolazione, senza consultarla, un trattato che scolpirà nella pietra politiche economicamente suicide. Queste politiche sono realmente volte a salvare l’euro, o piuttosto dietro di esse si cela «un’agenda nascosta»? Si tratta solo di «rassicurare i mercati», o piuttosto di imporre ad ogni modo alla popolazione europea un adeguamento strutturale di grandi dimensioni al fine di ridare competitività all’Europa nella guerra economica globale, con la Cina e gli altri paesi emergenti che competono con bassi salari? Queste sono le domande che il patto solleva, cui noi tentiamo di rispondere in questo libro.
Per fare ciò, dobbiamo iniziare da un’affermazione essenziale: il patto si basa su una diagnosi errata – o dovremmo dire falsa, considerata la difficoltà nel credere alla cecità dei nostri governanti.

Infatti la diagnosi implicita che sta alla base consiste nel ritenere che la mancanza di una disciplina fiscale sia la causa delle difficoltà della zona euro. Gli stati membri sono stati troppo «lassisti» e hanno lasciato gonfiare la spesa pubblica per finanziare un modello sociale obeso e obsoleto. Tuttavia i dati negano fortemente questa tesi: prima della crisi i paesi europei non si caratterizzavano per livelli di deficit pubblico particolarmente elevati: durante il periodo 2004-2007 gli Stati Uniti avevano un deficit medio del 2,8% del Pil, il Regno Unito del 2,9% e il Giappone del 3,6%, mentre quello della zona euro era solo dell’1,5%. Il debito pubblico della zona euro non è aumentato in percentuale più del Pil. Solo la Grecia presentava un disavanzo eccessivo. Mentre paesi come l’Irlanda e la Spagna, oggi in difficoltà, non presentavano alcun disavanzo pubblico.

Il Patto di stabilità e crescita è un fallimento…

Gli organismi europei sono stati a lungo concentrati sul rispetto di norme arbitrarie definite dal Trattato di Maastricht (1991) e dal Patto di stabilità e crescita (1999). Essi hanno lasciato crescere gli squilibri in Europa tra i paesi del Nord, che guadagnavano in termini di competitività ed eccedenze commerciali, e i paesi del Sud, travolti da una bolla immobiliare e dall’aumento del debito privato.
Non si sono accorti dei pericoli che possono derivare tanto dagli squilibri delle economie reali quanto dalla deregolamentazione finanziaria.

Invece di prendere atto di questa cecità, e di porvi rimedio, la filosofia fondamentale del Fiscal Compact è quella di proseguire allo stesso modo, attraverso un’ancora maggiore rigidità, portando all’estremo il Patto di stabilità e crescita in vigore dal 1999, seguendo quel comportamento che ha portato alla situazione catastrofica attuale. Questo patto, ricordiamo, si componeva di tre voci principali:
1. Divieto di disavanzi pubblici superiori al 3% del Pil. Questo limite si applicava ai saldi correnti (non corretto per le fluttuazioni cicliche). Questo limite risultava l’unico soggetto a sanzioni in caso di mancato rispetto: la Procedura per deficit eccessivi (Pde) obbligava il paese «in difetto» a intraprendere una politica di restrizione fiscale e a rendere conto delle sue decisioni in materia di spesa alla Commissione e al Consiglio e infine, eventualmente, a pagare una sanzione.
2. Divieto di un debito pubblico superiore al 60% del Pil. Superato questo limite, i paesi «in difetto» dovevano avviare delle politiche correttive. Ma questo vincolo non prevedeva procedimenti sanzionatori.
3. Ciascun paese doveva presentare, alla fine dell’anno, un programma di stabilità (il bilancio approvato per l’anno n+1 e una proiezione per gli anni da n+2 a n+4), con l’obiettivo di raggiungere una posizione fiscale «strutturale» [2] in modo da chiudere in equilibrio nel medio termine. Se il saldo strutturale risultava in disavanzo, esso doveva essere ridotto di almeno lo 0,5% del Pil all’anno. Una volta raggiunto l’equilibrio, i paesi dovevano impegnarsi a mantenerlo. Era prevista la possibilità che lasciassero fluttuare i loro saldi in funzione della congiuntura (cosiddetti stabilizzatori automatici), ma non potevano adottare misure discrezionali per sostenere l’attività economica.

Il Patto di stabilità e crescita così definito si è tradotto in continue tensioni e, in ultima analisi, è stato solo raramente rispettato. Nel 2005, cinque dei dodici paesi della zona avevano un deficit superiore al 3% del Pil. I paesi non hanno mai rispettato i loro programmi quadriennali di stabilità, poiché non hanno potuto impegnarsi a seguire una politica fiscale predefinita per quattro anni, senza tener conto della congiuntura. Con la crisi, queste regole sono state buttate fuori dalla finestra dai governi.
Tutti i paesi (esclusa la Finlandia) hanno infatti superato nel 2009 i tetti del 3% del deficit e del 60% del debito pubblico.
Malgrado ciò, la Commissione ha voluto «rafforzare il Patto di stabilità e crescita» piuttosto che ripensare l’organizzazione della politica fiscale della zona. Il nuovo trattato riprende un insieme di disposizioni proposte dalla Commissione nel periodo 2010-2011 e, per la maggior parte, già adottate dal Consiglio e dal Parlamento europeo, come il Patto per l’euro e i Six+Two-pack (vedi l’Appendice 3).

…Il Fiscal Compact lo radicalizza

Le principali disposizioni del nuovo trattato estendono e radicalizzano i trattati precedenti, in particolare il Patto di stabilità e crescita.
Nell’articolo 1, il trattato riprende infatti le affermazioni abituali degli organismi europei. Le regole sono «volte a rafforzare il coordinamento delle politiche economiche». Ma vincoli numerici sui debiti e sui deficit pubblici, che non tengono conto delle differenti situazioni economiche, non possono di certo favorire un reale coordinamento di politiche economiche.
Allo stesso modo, il trattato afferma di rafforzare «il pilastro economico dell’Unione Europea al fine di realizzare gli obiettivi in materia di crescita duratura, occupazione, competitività e coesione sociale», ma al di là delle parole, niente di concreto viene previsto per facilitare la realizzazione di tali obiettivi, anzi si favorisce il contrario.

L’articolo 3.1, che rappresenta il cuore del Fiscal Compact, soffoca definitivamente le politiche economiche. Esso afferma che «il bilancio delle amministrazioni pubbliche deve essere in equilibrio o in avanzo; questa regola si considera soddisfatta se il deficit strutturale annuale delle amministrazioni pubbliche risulta inferiore allo 0,5% del Pil. I paesi devono garantire una convergenza rapida verso questo obiettivo. I tempi di questa convergenza verranno definiti dalla Commissione. I paesi non possono discostarsi da questi obiettivi o dal loro percorso di aggiustamento se non in circostanze eccezionali. Un meccanismo di correzione è avviato automaticamente se si individuano forti divergenze; ciò comporta l’obbligo di adottare misure volte a correggere queste deviazioni in un periodo determinato».

Così, il quasi-equilibrio delle finanze pubbliche è sancito dal trattato, pur non avendo alcuna giustificazione economica. Al contrario la vera «regola d’oro delle finanze pubbliche», insegnata in ogni testo di economia (si veda l’Appendice 4), giustifica che «gli investimenti pubblici possano essere finanziati attraverso il debito pubblico, nella misura in cui essi vengano utilizzati per molti anni»: il deficit finanzia degli investimenti capaci di creare ricchezza che permetterà di stabilizzare o rimborsare il debito stesso. Nel caso della Francia, ciò permetterebbe un deficit permanente dell’ordine del 2,4% del Pil.
Infatti, il livello del deficit pubblico dovrebbe essere considerato come legittimo non in base a una regola quantitativa immutabile fissata in anticipo, ma perché permette di raggiungere un livello di domanda soddisfacente determinando un livello di produzione che non causi disoccupazione di massa, né un aumento dell’inflazione. Non vi è alcuna garanzia che il saldo di bilancio desiderato garantisca l’equilibrio. In particolare all’interno della zona euro, in cui i paesi non hanno più alcun controllo sul tasso d’interesse, né sul tasso di cambio (che dipendono dalla politica della Bce e dai mercati finanziari), essi hanno ancor più bisogno di avere dei margini di manovra in termini di politica fiscale per affrontare situazioni difficili. Inserire il pareggio di bilancio nella Costituzione equivale a prescrivere per gli uomini calzature numero
42 e per le donne 40.

Questo equilibrio non ha senso sul piano empirico. Se consideriamo, per esempio, i dieci anni prima della crisi, dal 1998 al 2007, e prendiamo i dati dell’Ocse, la Germania, l’Italia, la Francia e il Giappone hanno sempre avuto un deficit strutturale superiore allo 0,5% del Pil; mentre il Regno Unito e gli Stati Uniti hanno superato il limite sette anni su dieci. Per cui, il tetto imposto non è mai stato rispettato in maniera duratura.

Il Fiscal Compact richiede ai paesi di seguire un sentiero di convergenza rapida verso l’equilibrio di bilancio, definito dalla Commissione, senza tener conto della situazione congiunturale. I paesi perderanno dunque ogni possibile libertà d’azione.
Come precauzione supplementare, un meccanismo «automatico» dovrà essere messo in pratica per ridurre il deficit. Se la Commissione stabilisce che un paese ha raggiunto per esempio un «deficit strutturale» pari a tre punti percentuali del Pil, questo dovrà mantenere un «deficit strutturale» limitato a 2% l’anno successivo, amputando in tal modo la domanda (attraverso una riduzione delle spese e un aumento delle imposte) di un punto del Pil, indipendentemente dal livello di disoccupazione. Un paese colpito da una recessione economica non avrebbe così il diritto di attuare una politica a sostegno dell’economia. Tuttavia, nel 2008-2009, la Commissione stessa aveva richiesto a tutti i paesi di adottare politiche di sostegno.

Certamente, come per il Patto di stabilità e crescita, sarebbe comunque possibile prevedere uno scarto temporaneo in caso di circostanze eccezionali, come in caso di un «tasso di crescita negativo o un declino cumulativo della produzione per un periodo prolungato», ma le misure correttive dovrebbero essere sempre pianificate e adottate rapidamente.
Quando un paese ha superato i limiti prescritti ed è soggetto a una Procedura per deficit eccessivi (Pde), deve presentare un Programma di riforme strutturali alla Commissione e al Consiglio, i quali dovranno approvarlo e monitorarne l’attuazione (articolo 5).

Quest’articolo non è nient’altro che un’arma ulteriore per imporre alla popolazione europea riforme liberiste. Oggi, la quasi totalità dei paesi dell’Unione Europea (23 su 27) è soggetta a una Pde. Oltre ai piani di riforma delle pensioni (aumento dell’età pensionabile), si vogliono imporre un abbassamento del salario minimo, minori prestazioni sociali (Irlanda, Grecia, Portogallo), la riduzione delle protezioni contro il licenziamento (Grecia, Spagna, Portogallo), la sospensione della contrattazione collettiva a favore della contrattazione d’impresa, più favorevole ai datori di lavoro (Italia, Spagna, etc.), la deregolamentazione delle professioni chiuse (tassisti, notai, architetti, etc.).

L’atto di fede dei neoliberisti è la convinzione che queste «riforme strutturali» creeranno un nuovo potenziale di crescita economica nel lungo periodo. Niente assicura che sarà così. Ciò che è certo invece è che nella situazione attuale queste riforme determineranno un aumento delle disuguaglianze, della precarietà e della disoccupazione.
In nessun passaggio, purtroppo, l’espressione «riforma strutturale» riguarda l’adozione di misure volte a rompere il dominio dei mercati finanziari, ad aumentare l’imposizione fiscale sui più ricchi e sulle grandi imprese, a organizzare e finanziare la transizione ecologica.

L’obiettivo del trattato è piuttosto quello di realizzare il sogno di sempre dei neoliberisti: paralizzare completamente le politiche fiscali, privare le politiche economiche di qualsiasi potere discrezionale.

Una macchina taglia debiti… che il debito lo fa aumentare

L’articolo 4 del Fiscal Compact rafforza la regola per cui il debito di ogni paese deve rimanere o ritornare al di sotto del 60% del Pil. Questa regola era già presente nel Patto di stabilità e crescita, ma la Commissione non aveva alcun mezzo per assicurarne il rispetto. Ora, le sanzioni diventano le stesse di quelle previste in caso di disavanzi eccessivi: un paese il cui rapporto debito/Pil supera il 60% del Pil, dovrà obbligatoriamente ridurre tale rapporto di almeno un ventesimo della differenza con il 60% ogni anno, in caso contrario dovrà in un primo momento effettuare presso la Bce un deposito che potrà poi essere trasformato in una sanzione variabile tra lo 0,2% e lo 0,5% del Pil dello stato in questione.

Questa regola pone tre problemi:
1. Presuppone che un rapporto del 60% sia un valore ottimale realizzabile da tutti i paesi. Però, in Europa, paesi come l’Italia o il Belgio hanno avuto a lungo un debito pubblico pari al 100% del Pil (per non parlare del Giappone che raggiunge il 200%) senza squilibri, dal momento che questi debiti corrispondono a elevati livelli di risparmio delle famiglie abitanti nei paesi considerati.
2. Obbliga i paesi a frenare in maniera ancora più forte l’attività che risulta già rallentata: si parla di una politica «prociclica». Per ridurre di un punto il rapporto del debito pubblico è necessario uno sforzo tanto più intenso quanto più debole risulta la crescita economica. Peggio ancora, tale sforzo di riduzione del debito peserà a sua volta sulle attività, aggravando ulteriormente il quadro generale.
3. In realtà, la regola dell’equilibrio di bilancio ignora completamente i suoi effetti sull’attività economica, effetti che possono portare a conseguenze assurde. Supponiamo per esempio un paese con un Pil pari a 100, un debito pari al 100% del Pil, un tasso di crescita del 4% e un deficit uguale al 4% del Pil. In queste condizioni il rapporto del debito rimane stabile al 100%. Ma se il paese viene obbligato, al fine di rispettare la regola della riduzione del suo rapporto di debito, a ridurre del 2% la spesa pubblica, l’attività si riduce a 98, le entrate fiscali si riducono di 1. Di conseguenza il deficit e così il debito si riducono di 1%. Il Pil sarà pari a 98 e il debito a 100; il rapporto del debito, invece di diminuire, è aumentato a 101%.

L’attuazione delle politiche di austerità, piuttosto che ridurre il rapporto debito/Pil, ne ha determinato l’aumento! Gli esempi attuali della Grecia e della Spagna mostrano bene ciò che noi stiamo provando a evidenziare. L’adozione di politiche di austerità non ha contribuito a ridurre il tasso di indebitamento pubblico, ma lo ha aumentato.

Un «coordinamento» che fa sprofondare l’Europa nel baratro

Vignetta di Matteo BertelliIl coordinamento delle politiche economiche evocato negli articoli 9-10-11 non comporta alcun impegno in materia di disoccupazione o saldo con l’estero. Non è previsto in alcun modo che i paesi in surplus, come la Germania con la sua politica di iper-competitività, che rappresentano di fatto una delle cause principali della crisi attuale, si impegnino ad aumentare i loro salari, il livello di spesa sociale e gli investimenti pubblici utili per favorire un riequilibrio.

Non vi è riferimento a un reale coordinamento di politiche economiche, ovvero a una strategia economica comune che si serva della politica monetaria, di bilancio, fiscale, sociale e che si occupi dei salari nazionali al fine di avvicinare i diversi paesi a una condizione di piena occupazione e promuoverne la transizione ecologica. Il Fiscal Compact non obbliga alla creazione di un vero e proprio bilancio europeo, con una reale fiscalità europea, che consentirebbe invece la ricostruzione di un meccanismo di solidarietà e convergenza verso l’alto delle economie.

Il trattato non ha alcun altro obiettivo se non quello di ostacolare le politiche di bilancio nazionali. Ciascun paese deve adottare misure restrittive: ridurre le pensioni, ridurre le prestazioni sociali e il numero dei funzionari, abbassare i loro salari, aumentare le imposte (principalmente l’Iva, che pesa sulle famiglie più povere). Non si prende minimamente in considerazione la situazione congiunturale specifica di ciascun paese, né i bisogni sociali in termini d’investimenti e occupazione, né le politiche degli altri paesi. Ciò implica che, oggi, tutti i paesi stanno adottando di fatto politiche di austerità, mentre i deficit sono dovuti alla recessione che ha avuto origine con lo scoppio della bolla finanziaria e all’aumento degli squilibri causati dall’errata architettura della zona euro. [3]

Uno studio recente di tre istituti economici indipendenti, Imk (Germania), Ofce (Francia) e Wifo (Austria), ha calcolato l’impatto delle politiche di austerità determinate dal Fiscal Compact. [4] Tra il 2010 e il 2013 queste misure avranno l’effetto di ridurre di circa 7 punti il Pil della zona euro. Nei paesi in crisi come l’Irlanda, la Spagna, il Portogallo e la Grecia, l’impatto depressivo sarà ancora più forte, variando da 10 punti di Pil (Irlanda) a 25 punti (Grecia).
«Questo determinerà il crollo totale dell’economia greca», scrivono i ricercatori.

Ma anche in Italia, Francia e Paesi Bassi l’economia rallenterà a causa delle misure di austerità. Le misure di austerità, decise in Germania, qui sono meno dannose che altrove (1,5% del Pil), ma a causa degli stretti legami economici con i paesi in crisi, la crescita tedesca nel periodo 2010-2013 si abbasserà del 2,7% rispetto a uno scenario senza austerità.
«Nell’insieme», scrivono gli istituti, «l’attuazione delle politiche di austerità definite nel Fiscal Compact amplierà all’interno della zona euro il divario tra i paesi del Sud d’Europa e la Germania e altri paesi del Centro e Nord Europa. Attraverso queste scelte, la crisi non viene di certo risolta, ma è piuttosto destinata a peggiorare».

Gli inquietanti e insondabili misteri del «deficit strutturale»

Il Fiscal Compact introduce all’interno di un trattato europeo un concetto economico fortemente controverso. Il saldo di bilancio strutturale delle amministrazioni pubbliche viene di fatto definito come il «saldo annuo corretto per il ciclo, al netto di misure una tantum e temporanee» (articolo 3). Ma questa definizione pone un problema tanto sul piano teorico quanto su quello empirico. Può allora essere introdotto in un trattato un concetto economico così controverso?

Per spiegare in un linguaggio accessibile, ci limiteremo qui al caso in cui il saldo del bilancio pubblico sia in disavanzo. Il «saldo di bilancio strutturale» diventa allora un «deficit strutturale». Perché introdurre questo concetto? Si tratta di costruire un indicatore che permetta di giudicare se la politica di bilancio di un paese sia davvero adeguata o piuttosto «lassista». Ciò richiede di valutare se il deficit pubblico – la differenza tra uscite ed entrate nel corso di un anno – risulti «normale» tenuto conto della congiuntura economica, o se invece sia «eccessivo».

Come giudicare allora se un deficit è «normale» o «eccessivo»? Se non ci fossero le fluttuazioni economiche, un deficit verrebbe considerato «normale», secondo il Fiscal Compact, se non superasse lo 0,5% del Pil. Il deficit corrente dovrebbe rispettare questo limite ogni anno. Questa idea riflette la visione della politica di bilancio come di una politica «neutrale» secondo la Commissione, né espansiva (attraverso un’iniezione di reddito all’interno del circuito economico) né recessiva (mediante un aumento del risparmio pubblico).

Ma, nella realtà, esiste un ciclo economico, con anni caratterizzati da boom e anni negativi con recessioni. Attraverso una politica di bilancio «neutrale» e immutata, il deficit del bilancio corrente si riduce o scompare durante gli anni di espansione: si registra un «surplus economico congiunturale» grazie all’aumento dei ricavi (maggiore crescita implica aumento dei redditi distribuiti, da cui aumento del gettito fiscale e maggiori entrate nelle casse pubbliche) e alla riduzione delle spese (sussidi di disoccupazione per esempio). Al contrario, durante gli anni recessivi il deficit corrente si gonfia meccanicamente, aumentando il «deficit congiunturale».

Supponiamo che il calcolo di un istituto economico indipendente stabilisca che nel 2009 l’impatto della recessione sul deficit è stato pari al 4% del Pil («deficit congiunturale/ciclico»). Se il deficit pubblico corrente (il solo realmente osservato) si stabilizza attorno al 5%, il deficit strutturale è a sua volta stimato al 5% 4% = 1%. Il paese è in una situazione critica.
Il suo deficit strutturale pari all’1% è superiore al famoso 0,5% e risulta così eccessivo rispetto a quanto previsto dal Fiscal Compact. Dovrebbe prevedere un aggiustamento (attraverso riduzione delle spese e/o aumento delle imposte) di circa lo 0,5% del Pil. Ciò è possibile senza troppi danni.

Supponiamo ora che gli esperti della Commissione, utilizzando il loro metodo di calcolo, valutino il deficit ciclico non al 4% ma all’1% nel 2009. In questo caso il deficit strutturale non è più dell’1% ma del 5% 1%, ovvero del 4%. Non si tratta più di ridurlo dello 0,5% del Pil, bensì di un valore pari al 3,5%. È tutta un’altra storia!

Ricordiamo inoltre che questo limite dello 0,5% è del tutto arbitrario; un deficit inferiore al 2,5% del Pil sarebbe sufficiente per stabilizzare il rapporto debito/Pil. Ricordiamo ancora che un paese può avere un deficit strutturale durante un periodo di recessione, se questo deficit corrisponde proprio a delle misure prese specificamente per sostenere l’attività economica.
La situazione che abbiamo descritto non è certo fantapolitica, ma possiamo osservarne le premesse.
Così, oggi per esempio, il governo danese si trova a smentire formalmente il calcolo della Commissione secondo il quale il deficit strutturale della Danimarca è stato nel 2011 pari al 3%. Gli esperti danesi hanno stimato un valore pari all’1%. Con il valore calcolato dalla Commissione – che il Fiscal Compact impone – il paese dovrebbe avviare una riforma delle pensioni ancora più dura di quella effettivamente realizzata, già di per sé draconiana.

Perché queste differenze nella stima?
Perché, per valutare quale sarebbe il deficit in assenza di una recessione o di un boom, abbiamo bisogno di una teoria. Quale sarebbe il livello della produzione – gli economisti la chiamano la «produzione potenziale» – se la situazione fosse «normale»? Più la differenza tra la produzione reale – che viene esattamente misurata – e la produzione potenziale è significativa, più la parte considerata congiunturale del deficit risulterà rilevante, e più il deficit strutturale verrà considerato basso. Ma, contrariamente a ciò che vogliono far credere i neoliberisti, non esiste in merito a ciò una teoria economica indiscutibile e consensuale.

Per comprendere meglio, proviamo a opporre un approccio liberista a un approccio keynesiano.
Secondo l’approccio liberista, il mercato ha sempre ragione. Se la produzione ha subìto un calo, ciò dipende da problemi di offerta (produttività o competitività insufficiente, salari troppo elevati, mercato del lavoro troppo rigido, ecc.). Non è possibile avere una produzione molto maggiore nello stato attuale dell’economia: occorrono «riforme strutturali». La produzione potenziale è prossima alla produzione effettiva. La componente ciclica del deficit è dunque minima: la maggior parte del deficit è invece strutturale.

Secondo l’approccio keynesiano, al contrario, la recessione dipende spesso da un’insufficienza della domanda effettiva. A seguito di un crollo del mercato ad esempio, le imprese investono di meno e iniziano a licenziare; i salari crescono poco, le famiglie, i disoccupati o coloro che rischiano di diventarlo riducono i loro consumi. Nessun meccanismo di stabilizzazione supporta spontaneamente l’attività. La produzione può scendere bruscamente al di sotto del suo valore potenziale. La componente ciclica del deficit diventa così la più importante.

Il Fiscal Compact precisa bene quale sia il metodo che la Commissione dovrà adottare. Tuttavia questo, di ispirazione liberista, tende a sottovalutare il divario tra la produzione reale e la produzione potenziale, particolarmente nei periodi di recessione. Così lo stock di capitale utilizzato per calcolare la produzione potenziale è lo stock effettivo, senza tener conto della possibilità che esso risulti indebolito a causa della caduta dell’attività; il progresso tecnico tendenziale si basa sul tasso osservato, che potrebbe però essere più veloce se ci fossero più investimenti; la popolazione attiva che si suppone disponibile a lavorare corrisponde alla popolazione osservata, sebbene per esempio molti giovani abbiano invece deciso di proseguire gli studi piuttosto che buttarsi in un «mercato del lavoro» depresso. Tutte queste ipotesi portano in ogni circostanza a un tasso di crescita potenziale appena superiore al tasso di crescita reale. Secondo la stima della Commissione, per il 2012, il deficit strutturale della Francia sarà del 2,4% del Pil, cifra considerevole. Secondo la nostra stima, il deficit strutturale sarà invece dello 0,3%, quindi al di sotto della soglia dello 0,5%: non c’è bisogno di austerità per rispettare il tetto dello 0,5%. Malauguratamente, il Fiscal Compact prevede che nelle costituzioni si riconosca che la Commissione europea possiede l’unica valida teoria economica e bandisce ogni possibile discussione.

Il risultato del progetto neoliberista

Il Fiscal Compact segna una nuova tappa di una doppia offensiva, contro l’autonomia delle politiche di bilancio nazionali e contro la prassi della politica economica, largamente ispirata alle teorie keynesiane, che è diffusa un po’ ovunque nel mondo.

Dopo il 1936, infatti, la teoria keynesiana aveva imposto una nuova concezione di politica economica. Il messaggio centrale di Keynes è che, tenuto conto dell’instabilità propria delle economie capitalistiche, i governi devono attuare una politica economica attiva, volta a garantire una crescita sostenuta, il raggiungimento della piena occupazione, utilizzando la politica fiscale, la politica monetaria, come anche la politica salariale, sociale e industriale. In particolare, la politica fiscale dovrebbe sostenere l’attività economica attraverso un aumento del deficit nei periodi di caduta della domanda, aumento indotto automaticamente a causa della riduzione delle entrate fiscali, ed eventualmente accresciuto da misure discrezionali di stimolo.

Questa pratica keynesiana ha sostenuto l’attività dei paesi sviluppati durante ilTrentennio glorioso. Ma durante gli anni Ottanta le classi dirigenti hanno deciso di mettervi fine, poiché queste politiche, determinate da un rapporto di forza fino a quel momento favorevole ai lavoratori, si erano tradotte in un sempre maggiore intervento dello stato, con un incremento della quota ricoperta dal settore pubblico all’interno dell’economia e della società.

La controrivoluzione liberista si propone di invertire questa tendenza, cominciando con il limitare – o eliminare – gli interventi anticiclici dello stato. L’obiettivo è di mettere fine alle politiche economiche definite dalla teoria keynesiana, ritenute responsabili dell’inflazione e soprattutto della riduzione della quota dei profitti sul reddito nazionale; si vuole convincere i cittadini a rinunciare definitivamente all’obiettivo di piena occupazione, considerato causa di un aumento dell’inflazione.

La politica economica deve ora essere pensata e progettata come lotta all’inflazione, volta a ridurre drasticamente i costi (e specialmente il famoso «costo salariale»), e a ripristinare e mantenere la quota dei profitti. Essa deve essere attuata in questo modo al fine di garantire un funzionamento «libero» del mercato. Libero soprattutto dalle regolamentazioni e dalle controversie politiche e sociali che si ritiene abbiano ostacolato dopo la seconda guerra mondiale gli investitori e i capitalisti.

Ecco perché il pensiero neoliberista intende strappare le politiche economiche dalle mani dei governi democraticamente eletti. Devono invece essere affidate a organismi indipendenti composti da esperti e tecnocrati, che non sono responsabili di fronte al popolo e ai cittadini. La politica economica deve essere paralizzata con regole vincolanti. [5] Pertanto, la Banca centrale, dichiarata «indipendente», ha il principale obiettivo di mantenere l’inflazione al di sotto del 2% ogni anno. E in futuro la politica di bilancio sarà affidata a Commissioni indipendenti, sotto l’egida del patto e della Commissione, con il solo obiettivo di garantire il mantenimento dell’equilibrio di bilancio.

Questo progetto ideologico è in gran parte impraticabile.
L’instabilità dell’economia capitalista rende necessaria una politica attiva. Per questo, negli Stati Uniti, la Federal Reserve ha abbassato praticamente a zero il tasso di interesse e ha comprato massicciamente titoli privati e pubblici, in totale contrasto con tutto il pensiero ortodosso: il deficit pubblico ha superato il 10% del Pil nel periodo tra il 2009 e il 2011 senza sollevare alcun allarme. All’interno dell’Ue, nel periodo 2008-2009, i governi hanno dovuto adottare misure fiscali sostanziose per evitare il crollo economico.

Nonostante tutto ciò, l’obiettivo delle autorità europee viene continuamente riaffermato e il loro credo ricordato e perseguito costantemente. Si impongono all’Europa grandi «riforme strutturali» e la fine del modello sociale dichiarato ormai obsoleto. [6] Poiché queste riforme sono chiaramente molto impopolari, la manovra, di cui il nuovo trattato è uno strumento essenziale, consiste nel far applicare e nell’imporre politiche «automatiche», attraverso delle soglie che determinano l’applicazione di misure ingiuste.
Con questo trattato, l’Europa fa un nuovo passo verso l’obiettivo neoliberista di «de-democratizzazione» della politica economica.

NOTE

[1] Celebre proverbio degli Shadok, protagonisti di un popolare cartone animato francese. [n.d.t.]
[2] Ritorneremo su questa definizione. Si veda anche l’Appendice 1 riguardo la nozione di «equilibrio strutturale» che occupa un grande spazio nel nuovo trattato.
[3] 20 ans d’aveuglement, cit.
[4] www.ofce.sciences-po.fr/blog/?p=1671.
[5] La seconda parte di questo libro, «Un patto contro la democrazia», analizza nel dettaglio questo aspetto, mostrando come il patto introduca una serie di meccanismi «automatici» e di sanzioni al posto di procedure decisionali concertate e di una deliberazione tra gli attori responsabili davanti ai loro elettori.
[6] Si vedano le dichiarazioni del presidente della Bce Mario Draghi in tal senso.

(20 febbraio 2013) via micromegaonline

Di Tanno o di tonno?

Domenica, 17 Febbraio 2013

«Possiamo attestare, che sulla base dei controlli effettuati e delle informazioni ottenute, non sono state rilevate omissioni, fatti censurabili o irregolarità meritevoli di specifica segnalazione agli azionisti», firmato prof. Tommaso Di Tanno, presidente del Collegio dei sindaci di Banca Monte dei Paschi, ultimo bilancio. Anche i migliori possono fare cilecca ogni tanto, specie se, come il professor Di Tanno, siedono in dozzine di Collegi sindacali di aziende (enormi SpA) nel medesimo tempo. Recentemente si è intervenuto per limitare l’accumulo di cariche nei Cda, forse servirebbe lo stesso per i revisori interni alle società, i sindaci appunto, per non compromettere la concentrazione quando si tratta di verificare se tutto fila nei bilanci.

Il tributarista Di Tanno, uno dei più noti in Italia, mentre scriviamo non è soltanto il presidente dei sindaci (cioè dei controllori interni) di Mps, carica per cui riceve 142mila euro l’anno, ma ricopre lo stesso ruolo per due controllate del gruppo, Mps Immobiliare SpA (63mila euro di compenso) e Mps Leasing&Factoring Spa (altri 37mila euro di «gettone»). Basta qui? Macché. Ritroviamo sempre lo stesso Di Tanno come presidente del Collegio sindacale del fondo di investimento Anima SGR Spa, poi ancora nel collegio di Alitalia Spa, poi in quello della Fondazione Telethon, poi in quello di Atlantia Spa, poi presidente del collegio sindacale di Vodafone Spa, e poi revisore dei bilanci dei partiti presso la Camera dei deputati, quei bilanci, cioè, nei quali ai controllori sono sfuggiti, per dire così, diversi milioni di euro sottratti dai vari Lusi&Co. Tutti incarichi ricoperti in contemporanea.

Nel 2010 è arrivato a cumulare 17 nomine, sempre in consigli sindacali di aziende primarie. Per non parlare poi delle cattedre, una alla Bocconi di Milano e l’altra, ovviamente, nella Siena del Mps (a Siena è una star, ha difeso le contrade del Palio contro il Fisco che chiedeva tasse in più), e dei precedenti incarichi di revisore dei conti: dalla Caltagirone Spa a Autostrade Spa, da Sisal a Assicurazioni Roma, da British American Tobacco fino a Bnl. Sì, proprio la banca che i Ds volevano a tutti costi fondere al Monte dei Paschi. «In base a che criterio venite scelti dalla Camera per fare i revisori dei conti dei partiti?», gli fu chiesto. «Manuale Cencelli, puro e semplice», rispose Di Tanno, a cui non manca la schiettezza. Lui è in quota Pd, anche se molti lo catalogano in area Caltagirone-Udc, avendo fatto il revisore di società del gruppo Caltagirone, e poi nominato presidente dei controllori di Mps quando Caltagirone è diventato vicepresidente della banca senese (Di Tanno è anche editorialista economico del Messaggero, giornale del costruttore romano).

La sua storia politico-professionale è però più legata al Pd. Ai Ds, per essere precisi. A Visco e D’Alema, per esserlo ancora di più. Di Vincenzo Visco, ministro delle Finanze, Di Tanno è stato consigliere economico. E di recente il professore ha firmato insieme all’ex «Dracula» del governo Prodi una proposta di riforma choc della riscossione tributaria: «Abolire la Guardia di Finanza e trasferire tutti i poteri a Equitalia». Una linea di ferro che forse andava messa un po’ più sui conti di Mps. Un po’ Pd, un po’ Caltagirone, la casacca perfetta per rivestire il delicato ruolo di controllore dei bilanci di Mps. «I vertici della banca ci nascosero le carte sugli affari a rischio», si difende Di Tanno sul Corriere. Ma la domanda è inevitabile: se non li controlla il collegio dei controllori, gli affari a rischio, che sta lì a fare? Controllare gli amici, si capisce, è un lavoraccio. Soprattutto se hai altri 16 lavori. Paolo Bracalini per IlGiornale.it

Draghi, il vero SuperMario (i ritratti al vetriolo di Perna)

Sabato, 16 Febbraio 2013

Quando un mese fa il Cav fece il nome di Draghi per il Quirinale, il presidente della Bce replicò fulmineo da Francoforte: «Sto bene qui e ci resto fino a fine mandato» (ottobre 2019). Ora, pare ci riprovi Pier Luigi Bersani, premier in spe, cui è attribuito il seguente piano. Poiché Monti gli dà l’orticaria, lo spedirebbe volentieri a Bruxelles a presiedere la Commissione Ue. Per farcela, deve però richiamare Draghi a Roma (impensabili due italiani insieme ai vertici dell’Europa), ricompensandolo col Colle per la rinuncia alla Bce. Dunque, è di moda abbinare Mario al Colle.

Tutto può succedere, ma immaginare il sessantacinquenne Draghi nel ruolo dell’ottantasettenne Giorgio Napolitano è contro natura. Al Quirinale, senza offesa, ci si va per tirare i remi in barca. Tra dieci anni chissà, ma adesso chi glielo fa fare? Draghi è l’italiano più potente nel mondo. Se Monti ha dei fan a Berlino, Draghi ne ha quanti lui e, in più, molti altri negli Usa. «Predica in tedesco e razzola americano», dicono di lui.

Si è insediato alla Bce benedetto da Obama. Con Ben Bernanke della Fed erano compagni di studi al Mit. Ha una rete di relazioni con i tycoon mondiali che funziona come un reparto di moschettieri: uno per tutti, tutti per uno. Lo prova l’affare Montepaschi.

Appena Bankitalia ­che Mario guidò tra 2006 e 2011­ è stata sfiorata dall’inchiesta, è scattato il soccorso di Washington.

Neanche il tempo di ipotizzare una lacuna nella vigilanza che il Fmi ha stroncato ogni illazione sciogliendo un peana a Via Nazionale. Mario è un intoccabile cui basta una parola per cambiare il corso degli eventi.

È successo il 26 luglio 2012 in piena bufera spread . Draghi ha detto solo: «L’euro è irreversibile» e ha folgorato gli speculatori. I Bot si sono normalizzati, senza che la Bce abbia speso un soldo per calmierare il mer­cato.

Wall Street Journal ha detto: «La reputazione di cui è circondato negli ambienti finanziari internazionali è decisamente superiore all’importanza che l’Italia ha nell’economia mondiale». Insomma,vale più lui di tutti noi.

Questo beniamino della cerchia finanziaria entrò per la prima volta nelle cronache orbiterracque quando, giugno 1992, attraccò nel porto di Civitavecchia, il Britannia, panfilo della Regina Elisabetta. Salirono a bordo, attesi dai magnati della City, il governatore Ciampi, il numero uno Dc per l’Economia, Andreatta, i capi delle holding pubbliche, Iri, Eni, eccetera e il nostro Mario, allora di 45 anni.

Era stato lui a organizzare l’incontro in qualità di fresco direttore generale del Tesoro, incaricato di procedere alle «privatizzazioni», ossia alla liquidazione dell’enorme industria di Stato. Fu il colossale affare degli anni Novanta di cui quel giorno, beccheggiando nel Tirreno, furono fissati i cardini e i decumani.

L’opinione prevalente sulle privatizzazioni è che si siano risolte in una razzia di rubagalline. Poiché Draghi fu magna pars dell’operazione e poiché, subito dopo, fu assunto dalla banca d’affari Usa,Goldman Sachs, a dieci milioni l’anno (per tre anni,2002-2005) le malignità si sono sprecate.

Il più colorito è stato Francesco Cossiga che nel 2008, favoleggiandosi di un Draghi premier, disse per scongiurarlo: «È un vile affarista. Non si può nominare presidente del Consiglio chi è stato socio di Goldman Sachs. Draghi ha liquidato l’industria pubblica italiana da dirigente del Tesoro. Figurarsi cosa farebbe da premier: svenderebbe agli Usa quel che ne rimane».

Gli si rimprovera pure l’inefficacia nel presiedere il Financial stability board, l’organismo che dovrebbe riordinare il caravanserraglio della finanza mondiale. L’orgia di titoli spazzatura, diciotto volte il Pil mondiale, che dà al nostro futuro la serenità di chi balla sul vulcano.

Bene, in cinque anni al Board- dal 2006 a quando nel 2011 entra nella Bce – Mario ha lasciato le cose come stanno,cavandosela con «65 raccomandazioni» accolte da Tremonti con un ironico: «Un’aspirina per una malattia grave». I più incavolati attribuiscono il suo lassismo ai legami con la finanza angloamericana che, prosperando nei pasticci, non vede di buon occhio il risanamento.

Draghi è maestro nel scansare le critiche. Madre natura gli ha dato un viso imperturbabile- definito «faccia da poker» – con un piccolo sorriso da Gioconda che conserva anche nel sonno (tre ore in tutto, gli bastano). Poi, ha il trucco dell’ascensore. Quando sta per entrare con lo staff in uno, all’ultimo si sgancia e ne prende un altro per restare solo. Lo stesso se qualcuno comincia a criticarlo: si infila nell’ascensore a fianco e tronca lì la cosa.

Romano di buona famiglia – il padre era un alto dirigente bancario- Mario, ancora adolescente, rimase orfano, a cascata, di entrambi i genitori. Ha badato a se stesso, alla sorella e al fratello minori. Al Classico, dai Gesuiti dell’Istituto Massimo, era in classe con Luca Cordero, Staffan de Mistura, Giancarlo Magalli.

Si laureò in Economia con Federico Caffè ed ebbe la lode. Poco dopo si intrufolò a Palazzo Koch, sede di Bankitalia, sapendo che il futuro Nobel, Franco Modigliani, docente al Mit di Boston, era in visita dal governatore, Guido Carli. Anziché essere preso a pedate come sarebbe successo a noi, riuscì- forse per i buoni uffici di Caffè – a parlare con Modigliani che usciva dal colloquio.

Spiegò che voleva andare al Mit per un PhD con lui e lo pregò di trasformare in americana la sua borsa di studio italiana, per affrontare le spese. Esaudito, passò sette anni nel Massachusetts inanellando molte delle attuali amicizie Usa (tra i suoi compagni di corso, Mario Baldassarri) e prendendo l’abitudine harvardiana di stare sempre in giacca anche in caso di zero assoluto, al massimo una sciarpa.

Sposato con la padovana Serena Cappello – discendente di Bianca Cappello, la cinquecentesca granduchessa di Toscana assassinata – fu messo in imbarazzo dal suocero che gli donò un cappotto. Fece buon viso, ma lo appese al braccio e, accampando il caldo, uscì senza indossarlo. Dei due figli, Giacomo è laureato alla Bocconi e ora lavora a Londra in Morgan Stanley (una Goldman Sachs bis); Federica è biologa alla Genextra di Francesco Micheli.

Dopo il PhD e prima di diventare grand commis, Mario ha insegnato dieci anni economia al Cesare Alfieri di Firenze. Una volta, un cronista, stupito di vedere Draghi mescolato ai comuni mortali, riportò sul giornale che «per tornare da Brescia a Milano ha preso l’Intercity delle 15,05, scambiando quattro chiacchiere con un passeggero». Quando anche di voi si riferiranno queste minuzie imbecilli, saprete di essere illustri. g. perna il giornale