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Una praticante in Vaticano, ecco la miracolata del Papa

Martedì, 23 Luglio 2013

d3a3be448d02075eef98065dcbd01848Il Papa sarà sicuramente contento. Perché tutto si può dire di Francesca Immacolata Chaouqui, tranne che non sia una praticante a 360 gradi. La nuova consulente del Pontefice, 32 anni, inserita pochi giorni fa nella Commissione d’inchiesta sulle finanze vaticane, ha un curriculum dove spiccano tante esperienze in studi legali. C’è il periodo passato in Pavia e Ansaldo dal 2005 al 2010. C’è una piccola parentesi trascorsa aiutando l’avvio dello studio legale Crisci e Associati, gestito da quel Stefano Crisci che è figlio di Giorgio, ex presidente del Consiglio di stato e delle Ferrovie. Infine l’esperienza presso lo studio legale internazionale Orrick, Herrington & Sutcliffe. Approdi per certi aspetti “logici”, visto che la Chaouqui si è laureata in giurisprudenza alla Sapienza di Roma. Nonostante il trascorso quasi decennale negli ambienti legali, però, la nuova consulente del Papa non risulta aver mai ottenuto il titolo di avvocato.

Praticante in tutto

Dall’archivio on line del Consiglio nazionale forense, infatti, si apprende che  la Chaouqui è iscritta dal 12 marzo del 2009 nel registro dei praticanti abilitati. La Notizia ha avuto modo di verificare che questa informazione è tutt’ora corretta: per il momento la consulente papale non è ancora diventata avvocato. Insomma, si tratta di una praticante a tutto tondo, nel campo della religione e in quello professionale. Ma l’assenza di titolo non è stato certo un ostacolo alla sua nomina nella prestigiosa Commissione che avrà l’arduo compito di mettere ordine nelle finanze vaticane. Nel chirografo firmato la settimana scorsa da Papa Bergoglio, infatti, si legge che l’organo dovrà raccogliere informazioni “offrendo il supporto tecnico della consulenza specialistica ed elaborando soluzioni strategiche di miglioramento, atte a evitare dispendi di risorse economiche, a favorire la trasparenza nei processi di acquisizione di beni e servizi, a perfezionare l’amministrazione del patrimonio mobiliare e immobiliare, a operare con sempre maggiore prudenza in ambito finanziario, ad assicurare una corretta applicazione dei principi contabili e a garantire assistenza sanitaria e previdenza sociale a tutti gli aventi diritto”.

La domanda

Inutile dire che la domanda che circola con maggiore insistenza in questi giorni è principalmente una: ma quali competenze la Chaouqui può mettere a disposizione della Commissione e degli altri sette membri? Anche perché dalle informazioni disponibili viene fuori che la consulente vaticana si è più che altro occupata di “external relations, communication, public affairs”. Settori che sicuramente possono far comodo anche in questa nuova esperienza, ma non sembrerebbero così cruciali quando si parla di acquisizione di beni e servizi, di patrimonio mobiliare e immobiliare o di applicazione dei principi contabili. Chi conosce bene la Chaouqui, però, giura che le competenze ci sono tutte. Ricorda che ha lavorato in Orrick con Patrizio Messina, superesperto di finanza strutturata. Che davanti ai modelli organizzativi d’impresa sa perfettamente dire la sua. s. sansonetti lanotizia.it

La proletarizzazione dei professionisti

Venerdì, 3 Maggio 2013

I Comuni di tutta Italia pubblicano bandi alla ricerca di professionisti (architetti, ingegneri, giornalisti) disposti a lavorare senza compenso. Il vantaggio? una citazione sul curriculum

Si lavora gratis con la pubblica amministrazione. A volte si lavora solo se si paga. L’unico vantaggio è ottenere una citazione sul curriculum, anche se la partecipazione al piano urbanistico di Battipaglia non è proprio un intervento che apra le porte dei migliori uffici europei d’architettura. È una nuova forma, e una nuova piaga, del precariato nazionale: le pubbliche amministrazioni, ridotte sul lastrico da finanziarie governative, spending review e stagioni di politica dissipante, sempre più spesso emanano bandi che non prevedono soldi per i professionisti, per i loro servizi. C’è un sindacato, l’Inarsind, che tutela ingegneri e liberi professionisti e ha organizzato su Facebook un Osservatorio sugli incarichi pubblici chiedendo a ingegneri e liberi professionisti di segnalare le loro storie di tecnici non pagati (contro l’articolo 36 della Costituzione: “Il lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro”).

Il caso estremo ruota attorno al progetto del nuovo stadio di Pisa, firmato dall’architetto Gino Zavanella, già autore dello Juventus Stadium. L’Associazione Geosport (geometri sportivi) dallo scorso 19 gennaio fornisce formazione  -  secondo bando del Comune di Pisa  -  ai centocinquanta giovani prescelti incassando una quota di iscrizione ai corsi pari a 600 euro cadauno, Iva esclusa. In cattedra lo stesso architetto Zavanella, lezioni fino a giugno. Non solo i geometri forniranno il lavoro di base per la costruzione del nuovo stadio, ma dovranno versare all’associazione organizzatrice, un privato senza fini di lucro, 90 mila euro. Pagano per progettare lo stadio di un’archistar per un club di Prima divisione, che è comunque società per azioni. Se si iscrivono allo stage, e poi non possono partecipare, devono versare tutto e zitti. La Geosport ha fatto sapere ai centocinquanta, baldanzosa, di essere riuscita a recuperare stanze nello stesso hotel dove soggiorna il Pisa calcio durante i ritiri: i geometri stagisti pagheranno 75 euro una doppia più venti euro per la cena fissa di venerdì. E che ringrazino per l’opportunità.

I bandi gratis riguardano comuni di media grandezza come Parma, che cerca un gruppo di sviluppatori informatici. E aree urbane da 4 milioni di abitanti: il Comune di Roma, infatti, affiderà un incarico a titolo gratuito a un professionista, in questo caso il dottor Farinelli, per creare il cosiddetto “Campidoglio 2″, che significa la riorganizzazione in un anno degli uffici decentrati dell’amministrazione. Un compito ciclopico. Il Comune di Bologna ha chiesto agli architetti di inviare progetti per riqualificare il centro storico: “Chi vince il concorso non avrà soldi, ma un po’ di visibilità”. L’Ordine di Bologna ha scoraggiato i progettisti, giovani e meno, a partecipare al bando “Di nuovo in centro”. Fin qui all’Istituto nazionale di urbanistica sono arrivati zero progetti. “Prima l’assegno, poi il disegno”, ha fatto sapere l’architetto Gianni Accasto.

Urbanistica gratis a Francavilla e a Reggio Calabria niente corrispettivo per offrire idee per la sistemazione dei Bronzi di Riace: il bando si è chiuso il 28 marzo, qui i progetti arrivati sono stati molti e di qualità. Per il Piano urbanistico del Comune di Battipaglia il municipio ha pubblicato l’avviso per la costituzione di un gruppo di volontari, laureati in Ingegneria civile, edile, ambientale e informatica, che intende “partecipare e fornire gratuitamente” il proprio contributo alla redazione del principale strumento di pianificazione della città. Li cercano altamente qualificati, poi non li pagano. Il Comune di Bolsena, entroterra romano, per un lavoro di due anni necessario per rilasciare nulla osta idrogeologici verserà al vincitore 54 euro lordi e onnicomprensivi per ogni pratica. Il sindacato dei liberi professionisti fa notare: se il bando sarà vinto da un ingegnere con sede a Roma, con quei soldi non riuscirà a pagarsi la benzina consumata per raggiungere i luoghi di lavoro.

Restando nella provincia di Roma, il Comune di Manziana ha affidato a un tecnico il compito di ristrutturare un centro anziani (costo dell’intervento 116.000 euro). L’emolumento per il tecnico è di 1.258,40 euro lordi e comprende il pagamento in proprio di Inps, Iva, cassa previdenziale, tutte le assicurazioni necessarie, le copie degli atti e dei progetti. Il povero prescelto dovrà procurarsi, spendendo di suo, i pareri propedeutici ai lavori (Telecom, Acea, Italgas, Anas, sovrintendenze, uffici comunali, vigili del fuoco, Asl). E dovrà essere lui a convincere l’ente finanziatore dell’opera, la Gal Tuscia romana, a sborsare il contributo da 96 mila euro senza il quale la ristrutturazione non si farà. Se non ci riuscirà, non prenderà la paghetta. Ogni giorno di ritardo sulla consegna “zac”, cento euro tagliati. Sempre lo sparagnino Comune di Manziana ha affidato a un tecnico il consolidamento di un intero plesso scolastico, ovviamente “a titolo gratuito”. L’Autorità di vigilanza sui lavori pubblici ha dovuto scrivere una lettera al sindaco di Manziana spiegando come i lavori di Architettura e Ingegneria non si possano fare senza un compenso.

Il sindaco di Acicastello in provincia di Catania ha conferito a un agronomo e a un geometra l’incarico di collaborare (per tre e sei mesi) con l’assessorato all’Ambiente. A titolo gratuito, con l’assicurazione antinfortuni a carico del prescelto, nel caso il dottor Giuseppe Boninelli, ultraquarantenne con un passato di collaborazioni volontarie. Il Comune di Santa Cristina Gela in provincia di Palermo paga 200 euro lordi il responsabile della sicurezza per il recupero di un abbeveratoio. Il Comune di Brolo in provincia di Messina ha chiesto a un architetto di curare il piano particolareggiato per il recupero del centro storico. Il rimborso forfettario è di 4.000 euro e si richiedono in cambio: censimento degli edifici costituenti l’antica struttura con rilievo fotografico, rilievo del piano terreno e della sezione tipologica con l’indicazione delle soprastrutture, rilievi particolareggiati di ogni singolo edificio e di ogni elemento che presenti pregi architettonici o artistici, analisi delle condizioni igieniche generali, le condizioni statiche e di conservazione, stato della proprietà e destinazione d’uso dei vari piani (lavoro che dovrebbe essere affidato, in verità, ai vigili urbani). Ancora, individuazione e documentazione dei valori architettonici, ambientali e monumentali. Servono relazioni, planimetrie in scala 1:200 e 1:500, calcoli sulla popolazione e si chiede all’architetto un preventivo delle spese che il Comune dovrà effettuare per il recupero finale. Una fatica d’Ercole lunga nove mesi con 4.000 euro (lordi) forfeit.

Gratuito è anche il lavoro del giornalista che il sindaco di Modica, provincia di Ragusa, vuole a fianco a sé per rivedere il sito internet del Comune: “L’incarico si intende conferito a titolo gratuito e il succitato professionista non potrà pretendere alcunché a titolo di compenso o rimborso”. Neppure il rimborso. c. Zunino repubblica

Di Tanno o di tonno?

Domenica, 17 Febbraio 2013

«Possiamo attestare, che sulla base dei controlli effettuati e delle informazioni ottenute, non sono state rilevate omissioni, fatti censurabili o irregolarità meritevoli di specifica segnalazione agli azionisti», firmato prof. Tommaso Di Tanno, presidente del Collegio dei sindaci di Banca Monte dei Paschi, ultimo bilancio. Anche i migliori possono fare cilecca ogni tanto, specie se, come il professor Di Tanno, siedono in dozzine di Collegi sindacali di aziende (enormi SpA) nel medesimo tempo. Recentemente si è intervenuto per limitare l’accumulo di cariche nei Cda, forse servirebbe lo stesso per i revisori interni alle società, i sindaci appunto, per non compromettere la concentrazione quando si tratta di verificare se tutto fila nei bilanci.

Il tributarista Di Tanno, uno dei più noti in Italia, mentre scriviamo non è soltanto il presidente dei sindaci (cioè dei controllori interni) di Mps, carica per cui riceve 142mila euro l’anno, ma ricopre lo stesso ruolo per due controllate del gruppo, Mps Immobiliare SpA (63mila euro di compenso) e Mps Leasing&Factoring Spa (altri 37mila euro di «gettone»). Basta qui? Macché. Ritroviamo sempre lo stesso Di Tanno come presidente del Collegio sindacale del fondo di investimento Anima SGR Spa, poi ancora nel collegio di Alitalia Spa, poi in quello della Fondazione Telethon, poi in quello di Atlantia Spa, poi presidente del collegio sindacale di Vodafone Spa, e poi revisore dei bilanci dei partiti presso la Camera dei deputati, quei bilanci, cioè, nei quali ai controllori sono sfuggiti, per dire così, diversi milioni di euro sottratti dai vari Lusi&Co. Tutti incarichi ricoperti in contemporanea.

Nel 2010 è arrivato a cumulare 17 nomine, sempre in consigli sindacali di aziende primarie. Per non parlare poi delle cattedre, una alla Bocconi di Milano e l’altra, ovviamente, nella Siena del Mps (a Siena è una star, ha difeso le contrade del Palio contro il Fisco che chiedeva tasse in più), e dei precedenti incarichi di revisore dei conti: dalla Caltagirone Spa a Autostrade Spa, da Sisal a Assicurazioni Roma, da British American Tobacco fino a Bnl. Sì, proprio la banca che i Ds volevano a tutti costi fondere al Monte dei Paschi. «In base a che criterio venite scelti dalla Camera per fare i revisori dei conti dei partiti?», gli fu chiesto. «Manuale Cencelli, puro e semplice», rispose Di Tanno, a cui non manca la schiettezza. Lui è in quota Pd, anche se molti lo catalogano in area Caltagirone-Udc, avendo fatto il revisore di società del gruppo Caltagirone, e poi nominato presidente dei controllori di Mps quando Caltagirone è diventato vicepresidente della banca senese (Di Tanno è anche editorialista economico del Messaggero, giornale del costruttore romano).

La sua storia politico-professionale è però più legata al Pd. Ai Ds, per essere precisi. A Visco e D’Alema, per esserlo ancora di più. Di Vincenzo Visco, ministro delle Finanze, Di Tanno è stato consigliere economico. E di recente il professore ha firmato insieme all’ex «Dracula» del governo Prodi una proposta di riforma choc della riscossione tributaria: «Abolire la Guardia di Finanza e trasferire tutti i poteri a Equitalia». Una linea di ferro che forse andava messa un po’ più sui conti di Mps. Un po’ Pd, un po’ Caltagirone, la casacca perfetta per rivestire il delicato ruolo di controllore dei bilanci di Mps. «I vertici della banca ci nascosero le carte sugli affari a rischio», si difende Di Tanno sul Corriere. Ma la domanda è inevitabile: se non li controlla il collegio dei controllori, gli affari a rischio, che sta lì a fare? Controllare gli amici, si capisce, è un lavoraccio. Soprattutto se hai altri 16 lavori. Paolo Bracalini per IlGiornale.it

La cultura dei muri dritti (by Bruni)

Sabato, 9 Febbraio 2013

 

Di lavoro si discute molto, ma ci si sofferma troppo, se non esclusivamente, sui suoi aggettivi: precario, dipendente, autonomo, nero, eccetera. Mentre è elusa la domanda decisiva: che cosa è il lavoro? Eppure senza tentare di rispondere a questa domanda si resta solo sulla superficie del ‘fatto tutto umano’ del lavoro, terminando così il discorso proprio sull’uscio dei suoi luoghi più rilevanti.

Innanzitutto, dovremmo ricordarci che il lavoro è sempre attività spirituale, perché prima e dietro una qualsiasi attività lavorativa, da una lezione universitaria alla pulizia di un bagno, c’è un atto intenzionale di libertà, che è ciò che fa la differenza tra un lavoro ben fatto e un lavoro fatto male. Ed è quindi attività umana altissima in ogni contesto nel quale si compie.

Persino, e paradossalmente, in un lager, come ricordava Primo Levi in una sua memoria molto nota: «Ma ad Auschwitz ho notato spesso un fenomeno curioso: il bisogno del ‘lavoro ben fatto’ è talmente radicato da spingere a far bene anche il lavoro imposto, schiavistico. Il muratore italiano che mi ha salvato la vita, portandomi cibo di nascosto per sei mesi, detestava i nazisti, il loro cibo, la loro lingua, la loro guerra; ma quando lo mettevano a tirar su muri, li faceva dritti e solidi, non per obbedienza ma per dignità professionale».

Sono proprio la ‘dignità professionale’ e il ‘bisogno del lavoro ben fatto’ che si stanno progressivamente e inesorabilmente allontanando dall’orizzonte della nostra civiltà, che era stata invece fondata eminentemente su quei pilastri. L’etica delle virtù, che ha dato vita nei secoli anche all’etica delle professioni e dei mestieri, si basava su una regola aurea, una vera e propria pietra angolare dell’intera fabbrica civile: la prima motivazione del lavoro ben fatto si trova nella dignità professionale stessa.

La risposta alla ipotetica domanda: «Perché questo tavolo o questa visita medica vanno fatti bene?» era, in una tale cultura, tutta interna, intrinseca, a quel lavoro e a quella determinata comunità o pratica professionale. La necessaria e importante ricompensa, monetaria o di altro tipo, che si riceveva in contraccambio di quella opera, non era – e qui sta il punto – la motivazione del lavoro ben fatto, ma era solo una dimensione, certamente importante e co-essenziale, che si poneva su di un altro piano: era, in un certo senso, un premio o un riconoscimento che quel lavoro era stato fatto bene, non il suo ‘perché’.

La cultura economica capitalistica dominante, e la sua teoria economica, sta operando su questo fronte una rivoluzione silenziosa, ma di portata epocale: il denaro diventa il principale o unico ‘perché’, la motivazione dell’impegno nel lavoro, della sua qualità e quantità. Tutta la teoria economica del personale, che si basa esattamente su questa ipotesi antropologica, sta producendo lavoratori sempre più simili alla teoria.

È questa la cultura dell’incentivo, che si sta estendendo anche ad ambiti tradizionalmente non economici, come la sanità e la scuola, dove è divenuto normale pensare, e agire di conseguenza, che un maestro o un medico diventano buoni (eccellenti), solo se e solo in quanto adeguatamente remunerati e/o controllati. Peccato che una tale antropologia, parsimoniosa e quindi errata, sta producendo il triste risultato di riavvicinare sempre più il lavoro umano alla servitù se non alla schiavitù antica, perché chi paga non compra solo le prestazioni, ma anche le motivazioni delle persone e quindi la loro libertà. E dopo oltre un secolo e mezzo in cui abbiamo combattuto battaglie epocali di civiltà per la difesa dei diritti dei lavoratori dalla loro mercificazione e asservimento, oggi restiamo silenti e inermi di fronte al capitalismo contemporaneo che nel silenzio ideologico sta riducendo veramente il lavoro a merce, e non solo quello degli operai ma anche dei manager, sempre più proprietà delle imprese che li pagano, e li comprano.

Il disagio del mondo del lavoro è anche il frutto del dilagare incontrastato di questa anti-cultura del lavoro, che non vedendo il ‘bisogno del lavoro ben fatto’ come la vocazione più radicale presente nelle persone, tratta i lavoratori come moderni animali domabili con bastone (sanzione-controllo) e carota (incentivo).

E se trasformiamo così i lavoratori, non dobbiamo poi stupirci se le imprese si ritrovano persone pigre, opportuniste e (o perché?) infelici. Il capitalismo, a causa degli ‘occhiali antropologici’ sbagliati che ha purtroppo inforcato, non capisce che quell’animale simbolico che chiamiamo homo sapiens ha bisogno di molto di più del denaro per dare il meglio di sé al lavoro, ha pensato di poterlo ‘addestrare’ (parola oggi di nuovo troppo usata da manager e ministri) e controllare, senza ancora riuscirci del tutto.

Grazie a Dio. C’è, allora, un urgente bisogno di una nuova-antica cultura del lavoro, che, senza guardare nostalgicamente indietro guardi politicamente avanti, torni a scommettere sulle straordinarie risorse morali presenti in tutti i lavoratori, che si chiamano libertà e dignità, che non possono essere comprate, ma solo donate dal lavoratore. Risorse morali che bisogna valorizzare e alle quali bisogna saper educare, con la parola (anche quella che transita per le leggi) e con l’esempio.

Senza questa nuova-antica cultura del lavoro, continueremo a discutere di articolo 18 e dintorni, ma resteremo troppo distanti dalle officine, dalle fabbriche, dagli uffici, che ancora vanno avanti perché, in barba alla teoria economica, tanti continuano a lavorare e a tirar su ‘muri dritti’ prima di tutto per dignità professionale, anche quando non dovrebbero farlo sulla base degli incentivi monetari. Fino a quando resisteranno? l. bruni da Avvenire dell’1/4/2012  cia Il Centro culturale Gli scritti (8/4/2012)

Gingerino, tra libertà e tutela (by Leozappa)

Giovedì, 1 Novembre 2012
Quello della tassazione delle bevande gassate e zuccherate è stato uno dei temi più caldi dell´estate appena trascorsa. Il ministro della Salute, Balduzzi, aveva proposto un aggravio di imposta per scoraggiarne il consumo e promuovere uno stile di vita più sano. Le reazioni sono state durissime, tra chi lo accusava di attentare alla libertà individuale (come Porro) o di voler realizzare lo Stato etico (Ostellino) e chi rivendicava il diritto a preferire la felicità alla salute (Ferrara). La proposta non è passata. Nel blog avevo preso posizione a favore della misura; viste le critiche, è opportuno tornare a parlarne più diffusamente.
 Qui non interessa la vera ragione della proposta Balduzzi. È probabile che fosse dettata da esigenze di bilancio, ma è indubbio che è stata posta una questione che sarebbe un grave errore considerare solo balneare. La letteratura scientifica ha dimostrato i potenziali effetti benefici di una tassazione dei cibi gassati e zuccherati (Il Messaggero, 28.8.2012); l´opposizione alla misura ha carattere ideologico: seppur con argomentazioni diverse, tutte le critiche muovono da un assunto di principio: la promozione di stili di vita corretti non rientra nei compiti dello Stato perché attiene alla libertà individuale. Va, anzitutto, sgombrato il campo da un equivoco. La proposta non vietava le bevande gassate e zuccherate, ma aumentando la tassazione ne disincentivava il consumo. Il “diritto alla panza” (copyright di Porro) non risulta conculcato ma è solo divenuto più oneroso (il che, a sua volta, apre altri problemi, non potendo dipendere l´efficacia della misura dal reddito del consumatore). L´amministrazione Obama si ispira, dichiaratamente, alla dottrina del Paternalismo libertario, che rivendica il diritto di definire l´architettura della scelta quando migliori la qualità della decisione. Ne è espressione la legislazione che prevede la donazione degli organi salvo diversa, espressa volontà del testatore. Nel nostro ordinamento, ci sono numerosissime disposizioni che orientano lo stile di vita o tutelano la salute, individuale e collettiva. Per fare sport è richiesto il certificato medico; per guidare si devono mettere le cinture o il casco. La proposta del ministro non era rivoluzionaria (anche se ci sarebbero ben altre priorità).
l’articolo su: http://www.formiche.net/dettaglio.asp?id=32217&id_sezione=68

Se non cresce il PIL, che cresca il ben-essere (by Leozappa)

Martedì, 3 Aprile 2012
Una medaglia è il premio per chi sale sul podio alle Olimpiadi. Una medaglia è il premio dei militari e delle Forze dell´ordine che si sono distinti nel loro servizio. Quelle degli sportivi, dei militari e dei poliziotti sono attività che richiedono un impegno personale che va ben oltre l´ordinario, tanto che si parla comunemente di sacrificio. Eppure per queste attività la ricompensa non è costituita dal denaro, ma da un oggetto che ha un valore solo simbolico. La medaglia è il segno dell´onore che la società tributa a chi si è distinto. È significativo che proprio le attività che impongono sacrifici, anche fisici, abbiano un sistema premiale del tutto estraneo alla sfera economica.Quello degli onori è un meccanismo motivazionale che mette in crisi il main-stream della società di mercato basato sull´homo oeconomicus, che agisce solo razionalmente alla ricerca dell´utile/profitto. La tradizione millenaria e l´emozione corale che caratterizza le premiazioni dimostra che l´onore è radicato nella psicologia sociale dell´essere umano. L´onore riesce ad incentivare comportamenti virtuosi che, spesso, vanno anche oltre il dovere statuito legalmente. Esso si alimenta nella considerazione sociale. La medaglia è il pubblico riconoscimento che una comunità riserva a chi l´ha meritoriamente servita. La gratifica economica non va oltre la sfera intersoggettiva: è un corrispettivo attribuito a una prestazione eccezionale da parte di chi ne ha tratto vantaggio.La medaglia, invece, viene conferita in cerimonie corali perché rappresenta l´omaggio che la collettività tributa a chi ha reso un servizio nell´interesse generale. La forza incentivante che continua ad avere, anche nella disincantata società del XXI secolo, il meccanismo degli onori meriterebbe la sua generale adozione nei settori che riconoscono il valore del merito e della condotta virtuosa. Penso, in primis, al settore della formazione, di ogni ordine e grado. Poco importa che il premio per il miglior studente porti alla memoria esperienze non edificanti della storia recente del nostro Paese. I giovani hanno bisogno di incentivi e, se si vuole una scuola di eccellenza, l´eccellenza deve essere pubblicamente riconosciuta. Serve a gratificare chi ha meritato e, aristotelicamente, a stimolare negli altri l´emulazione. Così nel mondo delle professioni. L´esercizio di una professione richiede comportamenti virtuosi. I codici deontologici non bastano. Occorre andare oltre la logica punitiva. Oggi solo l´anzianità viene formalmente riconosciuta dal sistema ordinistico. Si tratta di un omaggio doveroso, ma privo di ricadute virtuose. L´istituzione di premi per i professionisti che, nella loro attività, hanno reso benefici (anche) alla collettività consentirebbe di riscoprire le finalità sociali della professione, offrendo esempi comportamentali che frenino la deriva mercantile che un demagogico richiamo ai modelli europei sta imponendo anche nel nostro Paese. Economisti, come Luigino Bruni, hanno già indagato la validità del sistema premiale (L´Ethos del mercato). Peraltro, è un sistema che appartiene alla storia italiana. Fu teorizzato da Giacinto Dragonetti che, nel Settecento, diede alle stampe il libello Delle virtù e dei premi. Filosofi, come Kwame Anthony Appiah, hanno invece esplorato il ruolo dell´onore nella società occidentale e orientale, mostrandone i limiti ma anche la forza performante: può attivare comportamenti virtuosi, altrimenti non ottenibili legalmente (Il codice d´onore). Valga per tutti l´esempio dei militari, il cui eroismo spesso non ha altra motivazione che il senso dell´onore proprio e della patria. Mi rendo conto che potrebbero essere considerazioni in-attuali. Ma anche il mondo delle imprese ha riscoperto l´importanza della credibilità sociale. “Etica & impresa”, “Impresa e cultura”, “Bilancio sociale”: sono tutti premi che promuovono il ruolo sociale delle imprese onorandole. Non hanno equivalenti nel sistema delle professioni intellettuali e in quello della formazione, scolastica e universitaria. Si potrebbe partire da qui. Perché promuovere comportamenti virtuosi forse non aumenta il Pil, ma migliora sicuramente il ben-essere delle persone. a.m. leozappa formiche

Medici low cost

Martedì, 20 Marzo 2012

NON solo studi sconosciuti di periferia, medici di dubbia professionalità e dalla diagnosi facile che prelude a nuovi accertamenti e nuove spese. Il low cost in sanità è anche sicurezza e serietà. E non è legato soltanto al marketing via web. Il settore, in particolare nel campo delle attività ambulatoriali e dell’odontoiatria, è in grande crescita, complice la crisi. La crisi, da un lato rosicchia l’offerta del pubblico e, dall’altro, spinge chi già si rivolgeva al privato a cercare soluzioni che facciano spendere meno. La stima di Assolowcost riportata dal Censis è di un aumento di attività del 25-30 per cento all’anno per un giro d’affari di alcune centinaia di milioni. Si tratta di una piccola ma sempre più ampia fetta degli 11 miliardi spesi dagli italiani per la sanità privata ambulatoriale. Il professor Mario Del Vecchio insieme a Valeria Rappini ha realizzato per la Bocconi di Milano uno studio sulla sanità low cost, dove si stima che in certe strutture il cittadino spenda tra il 30 e il 50 per cento in meno rispetto agli standard. “Siamo rimasti sorpresi di trovare soprattutto imprese che vogliono essere integrative rispetto al sistema sanitario nazionale e non cercano il profitto. Alcune sono legate alla cooperazione o al mondo del no profit”. Lo studio conclude spiegando che “il low cost, trapiantato da contesti molto differenti sembra aver superato la fase critica ed essere avviato ad assumere un ruolo specifico nell’insieme delle risposte a una domanda pressante di servizi sanitari”.  Fare una visita presso uno specialista pubblico costa almeno una ventina di euro di ticket e spesso obbliga il paziente a lunghe attese. Nel privato “tradizionale” si superano facilmente i 100 euro. Da tempo associazioni di volontariato come Pubbliche Assistenze dell’Anpas e Misericordie, soprattutto in Regioni come la Toscana o l’Emilia, hanno ambulatori dove gli specialisti vedono il paziente nel giro di un paio di giorni a un prezzo anche inferiore al doppio del ticket. È sanità low cost questa? Secondo molti no, anche se si tratta di un sistema che fa risparmiare i cittadini. Luca Foresti è amministratore delegato del centro medico Sant’Agostino di Milano, una delle strutture iscritte ad Assolowcost, che coinvolge anche aziende come Decathlon e Ryanair e muove un fatturato da 10 miliardi. “L’attività low cost è diversa dal volontariato, deve avere volumi alti e processi produttivi pensati per risparmiare – spiega Foresti – noi ad esempio prendiamo prenotazioni online ma anche via sms, cosa che velocizza la risposta e abbatte i costi. Le visite costano 60 euro”. Sant’Agostino è una delle realtà studiate nella ricerca della Bocconi. “Può essere assimilata ad una impresa sociale – dice Del Vecchio – Tra le altre ci sono Amico dentista, Welfare Italia Servizi, che ha ambulatori in tutto il paese ed è un ente no profit, ma anche il Nuova città, vicino a Bari. L’odontoiatria è una attività con molte esperienze di low cost. Del resto l’offerta è basata su un sistema frammentato, di tantissimi studi di singoli professionisti e dunque si possono immediatamente ridurre i costi di produzione unendo più medici, cosa che in tanti stanno facendo”. Amedeo Bianco è il presidente della Federazione degli Ordini dei medici, che ha in piedi un contenzioso con Groupon, il sito di offerte, anche sanitarie. “Il low cost non è sinonimo di bassa qualità – dice – L’importante è che la concorrenza si faccia senza che vengano meno gli standard di sicurezza. Dobbiamo stare quindi attenti al rispetto delle regole, anche riguardanti gli ambienti e il trattamento del personale, quando troviamo dei prezzi che si scostano di molto dai costi standard. Per quanto riguarda il no profit puro lo considero come un affiancamento del sistema sanitario”. E Groupon? “Quello è un modo per utilizzare strumenti di marketing – dice Foresti – non è di low cost”.di MICHELE BOCCI repubblica

Caos da tariffe (by Leozappa)

Martedì, 14 Febbraio 2012

L’abrogazione delle tariffe professionali sta avendo un impatto dirompente sulla amministrazione della giustizia. Il Tribunale di Cosenza ha già sollevato la questione di legittimità avanti la corte Costituzionale ritenendo che i compensi – nell’attesa dei decreti ministeriali che dovranno definire i parametri per le liquidazioni da parte degli organi giudiziari – non possano essere decisi secondo equità (ordinanza 1 febbraio 2012).Il Presidente del Tribunale di Roma ha, invece, raccomandato di continuare a fare riferimento ai valori ricavabili dalla (abrogate) tariffe forensi (comunicazione del 9 febbraio 2012). Il Presidente del Tribunale di Verona, in attesa dei decreti ministeriali, ha prospettato la sospensione della liquidazione delle parcelle relative all’assistenza con patrocinio a carico dello Stato, sia nei giudizi penali che in quelli civili, nonché quelle relative ai difensori d’ufficio ex art. 32 att. C.p.c. (comunicazione del 1 febbraio 2012).“Prassi operative” sono state definite tra l’Ordine degli avvocati di Brescia e il presidente del relativo Tribunale. Invero, è difficile comprendere le ragioni della abrogazione delle tariffe se si tiene presente che, quest’ultima, nulla ha a che fare con il dichiarato risultato di liberalizzare i compensi professionali. La inderogabilità delle tariffe era già stata soppressa dal governo Prodi, con le c.d. Lenzuolate del ministro Bersani.Dal 2006 la definizione dei compensi era rimessa all’accordo tra cliente e professionista (mi riferisco a minimi e fissi, i massimi essendo stati mantenuti a tutela del consumatore). La abrogazione delle tariffe, disposta dal decreto Monti, non poteva liberalizzate, quindi, quanto già risultava (da anni) libero.Ha piuttosto determinato la cancellazione dall’ordinamento dei parametri a cui il codice civile imponeva di fare riferimento nell’ipotesi di mancato preventivo accordo tra le parti. Ma l’utilità e l’esigenza di un riferimento oggettivo è dimostrata, ictu oculi, dal fatto che lo stesso decreto Monti, nell’abrogare le tariffe vigenti, demanda ai ministeri competenti la definizione di nuovi parametri.Perché, allora, non è stato definito un regime transitorio? Forse, si è trattato di una svista, di un errore. O, forse, si è ritenuto di testare gli effetti della abrogazione in modo da poter valutare (se o) in che termini dare attuazione al disposto legislativo sui parametri.Nell’una e nell’altra ipotesi, quella di abrogare le tariffe, ormai da anni divenute meramente orientative, appare una decisione dall’alto, che ha preteso di imporsi sulla società civile, le cui intrinseche dinamiche sono state del tutto ignorate. Il risultato perverso è non solo la fallacia dell’intervento ma l’erosione della fiducia in misure che, rispondendo a concezioni economiche ancora estranee alla cultura del cittadino carnale, richiederebbero un consenso ben altrimenti coltivato. a.m.leozappa nuvola.corriere.it

Tu difendi il mondo che ami… sic

Giovedì, 26 Gennaio 2012

gli avvocati difendono i tuoi diritti. tu difendi il mondo che ami – quella che avete letto è la pubblicità a pagamento con la quale il consiglio nazionale forense protesta sui giornali per le misure che il governo ha o intende intraprendere per la riforma della professione. il mondo che ami: e poi si chiedono come mai le professioni siano nell’occhio del ciclone…. temis

 

Ritorno all’ordoprofessionalismo (by Leozappa

Mercoledì, 11 Gennaio 2012
La decisione del governo Monti di prevedere l´abrogazione degli ordinamenti professionali ove non si riesca a riformarli entro il 12 agosto 2012 è emblematica della gravità della rottura che si è consumata tra la società civile e i professionisti. La prima non crede più ai secondi. Non riconosce più la validità di un modello rigorizzante dell´attività economica che appartiene ad una tradizione millenaria e ha segnato la stessa identità italiana (E. Galli della Loggia). È evidente che la minaccia della cancellazione serve a ridurre il rischio che, anche questa volta, i veti incrociati delle lobby (professionali, sindacali e imprenditoriali) blocchino una riforma che l´Unione europea e la Bce considerano fondamentale per il rilancio dell´economia.Ma è altrettanto evidente che, così facendo, si sancisce la fungibilità degli ordinamenti professionali, utili forse, ma certo non più indispensabili all´architettura istituzionale della nuova Italia. È un verdetto storico, ancora prima che politico, che nemmeno il varo della riforma potrà mai cancellare. Tanto più significativo in quanto emesso da un governo tecnico, come tale, espressione della società civile. Società civile che, infatti, ha poco, se non nulla, solidarizzato con la protesta dei professionisti. La disamina delle cause e responsabilità della crisi del modello professionale meriterebbe ben altro spazio di quello riservato a questa rubrica. È indubbio, però, che le professioni sono in-attuali nella odierna società di mercato.Sociologi come E. Freidson ed economisti come W. Ropke hanno, da tempo, evidenziato come le professioni non siano tollerate dalla ideologia della sovranità del mercato. Stefano Zamagni e Luigino Bruni hanno denunciato i processi di isoformismo organizzativo che, con la complicità del vigente sistema socio-economico, condannano alla perdizione forme ed esperienze diverse da quelle dell´impresa capitalistica. Nella delegittimazione del modello professionale un ruolo determinante è stato svolto dalle politiche pro-concorrenziali della Commissione europea e dell´Antitrust, che non hanno esitato ad ignorare la diversa posizione della Corte di giustizia europea che, anche di recente, ha confermato la validità e utilità sociale dell´attività orientata “in un´ottica professionale”. Non rispondendo a logiche di profitto, quest´ultima è in grado di meglio tutelare, rispetto all´impresa, l´interesse della collettività (vedi la giurisprudenza sulle farmacie). Ma è proprio confrontando il ruolo e la funzione riconosciuta dalla Corte europea con quanto risulta nella cronaca quotidiana che appare la ragione ultima della crisi del modello professionale e della rottura con la società civile. Da tempo, i professionisti hanno abdicato alla loro missione (quia sacerdotes appellat, recitava il Digesto), progressivamente arrendendosi alle logiche di quel mercato rispetto al quale continuano a dichiararsi estranei, con il risultato di apparire corporativi e perdere ogni residua credibilità. Già Milton Friedman, sarcasticamente, si chiedeva come mai le misure che i professionisti rivendicano in nome della collettività trovino raramente il sostegno delle associazioni di cittadini e consumatori.Ora, i maestri insegnano che, nei momenti di crisi, occorre tornare alla Costituzione per recuperare valori e principi di riferimento. L´art. 33, comma 5, prevede l´esame di Stato per le professioni che incidono su interessi generali e che, come tali, richiedono di essere esercitate da coloro che hanno dimostrato di possedere le necessarie abilità. Si deve evitare l´errore che la severità del giudizio sulle professioni, che la storia ci ha trasmesso, travolga con sé il modello giuridico. Come ribadito dalla Corte di giustizia, quest´ultimo è (ancora e sempre) utile alla collettività perché dedito ad un valore che trascende il guadagno, quello della conoscenza specifica da applicare in modo socialmente utile. Se si è disponibili a mettere da parte pregiudizi ideologici e pretese corporative, l´art. 33 è, quindi, un prezioso riferimento per creare le condizioni necessarie al proficuo esercizio della delega entro l´agosto del 2012 rinnovando e restaurando i principi dell´ordoprofessionalismo. a.m.leozappa formiche 1/2012