Archivio per la categoria ‘Gossip’

Adesso processate tutte le mantenute (by Sgarbi)

Martedì, 25 Giugno 2013

Dunque, fra i tanti reati contro la persona e contro il patrimonio, oggi ufficialmente si aggiungono il reato di telefonata e il reato di cena.

Cosi ha stabilito il tribunale di Milano. Difficile immaginare una concussione per interposta persona in cui il concusso non trae alcun beneficio o utilità ricevendo soldi o ottenendo un avanzamento di carriera. E anzi a fare il favore è una persona con la quale il concussore non ha parlato. Il reato si fa più sottile: concussione per lettura nel pensiero, senza contropartita. Addiritura per costrizioone insistente.

Passiamo al vantaggio ottenuto per la «raccomandata»: tornare a casa alle due di notte invece che alle sette del mattino. Qualcuno ha sofferto danno? La società ha patito? La pena sanziona una violazione grave. È evidente che la condanna non è a un cittadino ma tecnicamente ad personam. Il reato di telefonata si applica solo al presidente del Consiglio, e solo se si chiama Silvio Berlusconi. Quale violazione sì intende punire e perché il «costretto» non si dichiara tale, perché si usano concetti astratti, il «costretto» altro non è che lusingato. E per questo agisce. E non ha agito.

Quanto al reato di prostituzione minorile manifestatosi in cene neanche nei casi delle escort più sofisticate, si verifica una frequentazione assidua con incontri, cene e ospitalità nella casa del cliente nei luoghi in cui si è configurato il reato. Né risulta che la minore avesse soggezione o fosse forzata ad atti contro la sua volontà. Come nel caso del concusso, la parte lesa non si dichiara tale anzi si manifesta lesa per l’azione dei magistrati che la schiacciano sul tipo di autore della prostituta. Ma la prostituzione e un mestiere, e non occasionale. Ruby ambisce a un ruolo più strutturato: è, e vuole essere, come altre, letteralmente una mantenuta. Non offre prestazione in cambio di denaro, ma ottiene denaro richiedendolo per prospettive di lavoro e vede il suo «inesistente» cliente ripetutamente. Ne ha anche il telefono.

I rapporti con le prostitute non presuppongono relazioni, intrattenimento continuativo rapporti amicali. La prostituta da una cosa, e prende soldi. Ruby prende soldi e non da la cosa. Non si configura, in quanto minorenne, come «parte lesa» perché è interessata a un ruolo che non si esaurisce nell’eventuale atto sessuale. Non ci sarebbe stato reato senza passaggio di danaro, ma certamente Ruby si sarebbe sentita lesa se non ne avesse avuto. Cosi ha ottenuto senza dare per la pur discutibile liberalità di un uomo di cui non si può contestare il diritto al piacere di dare. Molte amanti, molte mogli sono «mantenute». E non per questo sono puttane. Anche l’entita della cifra esonda dalla tariffa di una prostituta. E la misura di un regalo non si può configurare come un reato? Ruby non accetta di essere prostituta.

Deve esserlo per forza? E chiunque maschio o femmina riceva danaro si prostituisce? Ma il paradosso è che Ruby e doppiamente lesa dai magistrati: nella reputazione e nel vedersi sottrarre, in via cautelativa, i denari che Berlusconi le ha dato. Eccola diventare parte lesa, ma dei magistrati non di Berlusconi. I due reati inventati restano indimostrabili se non come astrazioni, per un astratta tutela della condizione di minorenne. ma il «reato di telefonata» circoscrive la concussione almeno nel caso di un altra alta autorità istituzionale: presidente della Repubblica.

Dopo aver posto la condizione, per accettare il secondo mandato di un governo di alte intese, Napolitano esercita la sua pressione su una figura più debole, il presidente del Consiglio Letta imponendogli di nominare il ministro della Giustizia Annamaria Cancellieri, già insoddisfacente ministro degli Interni. Non ha un sostegno politico, non ha un merito reale, ma diventa ministro per la seconda volta, e Letta, non può dire di no. La vera Ruby è lei, sostenuta da Napolitano, e con un utilità evidente che si manifesta in potere subalterno e in indennità ministeriali. Di fronte l’evidenza, perché non si apre un inchiesta per concussione relativa alla telefonata o alle pressioni di Napolitano sul presidente del Consiglio? Di questi tempi, dopo il caso delle telefonate di Mancino potremmo aspettarcelo. Ma, vista l’età della Cancellieri ci salveremo dal reato di prostituzione minorile.
Alias di cene. v. sgarbi ilgiornale

Ora vogliono sdoganare la pedofilia

Martedì, 5 Febbraio 2013

Finalmente ci siamo. Parliamo dell’uscita della nuova edizione del DSM (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders) il manuale diagnostico più famoso del mondo, prevista per il maggio 2013.

La “bibbia” della psichiatria mondiale, considerata ecumenicamente un libro sacro anche per gli psicologi. Una “bibbia” che, a differenza di quella con la lettera maiuscola, non può essere soggetta al metodo storico-critico ma va interpretata letteralmente. Una “bibbia” che ha il potere di creare la realtà: un disturbo psichiatrico non esiste se non c’è nel DSM (“Non c’è nel DSM, quindi non è una malattia!”). Non importa se c’è il sospetto che alla base delle sue categorie diagnostiche ci sia l’industria farmaceutica statunitense (fate una ricerca su internet usando come parole chiave “big pharma” e “DSM”…) e non un serio lavoro scientifico. Non importa nemmeno se un manuale scientifico rinuncia all’oggettività per rifugiarsi nella “politicamente corretta” soggettività: fin dalla terza edizione, infatti, il DSM utilizza il termine “disease” (disturbo) al posto di “illness” (malattia).

Ciò che importa è solo ciò che dice questa “bibbia”, non il perché o su che basi: se è scritto nel DSM è vero, punto e basta. Credo quindi che i lettori della Bussola saranno costretti a rivedere le loro opinioni sulla pedofilia, perché la nuova edizione del manuale diagnostico dell’American Psychiatric Association avrà trai suoi principali cambiamenti quello riguardante la pedofilia.

Proprio così. Per ora si sa solo che la pedofilia sarà ribattezzata in “disturbo pedofilo” (“Pedophilic Disorder”), ma sarebbe molto strano annunciare un cambiamento su un tema così scottante se questo cambiamento riguardasse solo il nome. I precedenti fanno purtroppo temere il peggio.
Già nel DSM IV (pubblicato nel 1994) la voce “pedofilia” fu modificata: rispetto alla definizione precedente, la pedofilia poteva essere diagnosticata solo se “Le fantasia, gli impulsi sessuali o i comportamenti causano disagio clinicamente significativo o compromissione dell’area sociale, lavorativa, o di altre importanti aree del funzionamento” (ovviamente del pedofilo, non del bambino). Insomma, la pedofilia (come l’omosessualità nel DSM III) veniva considerata un disturbo se egodistonica (cioè causa disagio al pedofilo); se invece è egosintonica (cioè il pedofilo non ha nessun problema con la sua pedofilia) era considerata clinicamente normale.

Questi criteri diagnostici suscitarono le veementi proteste di numerose associazioni di genitori,così nel DSM IV-TR (la versione attualmente in uso) questo criterio fu modificato come segue: “La persona ha agito sulla base di questi impulsi sessuali o gli impulsi o le fantasia sessuali causano considerevole disagio o difficoltà interpersonali”. Insomma: gli atti pedofili sono un criterio diagnostico rilevante quanto la pedofilia egodistonica. Non è il massimo, ma è comunque qualcosa.
Comunque sia, è da molto tempo che, da Kinsey a Money in avanti, parecchi professionisti della salute mentale tentano disperatamente di cambiare la percezione della pedofilia nella società occidentale.

Nel 2011 alcuni perlamentari canadesi hanno proposto di modificare le leggi contro la pedofilia. Durante il dibattito sono stati chiamati due esperti: il dottor Vernon Quinsey, professore emerito di psicologia presso la Queen’s University e il dottor Hubert Van Gijseghem, ex professore di psicologia presso l’Università di Montreal. Il dottor Van Gijseghem ha sostenuto che “la pedofilia è un orientamento sessuale” paragonabile all’eterosessualità e all’omosessualità. Tutto corretto. Peccato che ormai, con la locuzione “orientamento sessuale” si intende “variante naturale della sessualità umana”. Infatti il dottor Van Gijseghem ha aggiunto che non è possibile modificare questo orientamento e il solo tentativo è una pazzia, come il tentativo di cambiare qualunque altro orientamento sessuale
Prepariamoci a già visti contorsionismi mentali per giustificare la decisione dell’APA: “Anche gli animali lo fanno, quindi è naturale”; “Lo facevano anche gli antichi Greci”; “Kinsey ha dimostrato che è normale”. r.marchesini labussolaquotidiana

 

Mughini, come Temis, la Minetti? è bravissima (a fare il suo)

Martedì, 17 Luglio 2012

Su Nicole Minetti le verità possibili sono due. O l’una o l’altra. O lei è una ragazza in gamba che s’è laureata brillantemente, che conosce bene la lingua inglese, che ci sa fare nelle relazioni pubbliche e dunque anche in politica e che meritava ampiamente di essere eletta al seggio di consigliere regionale della Lombardia (così l’ha difesa veementemente e più volte Silvio Berlusconi). Oppure lei è una buona a nulla, solo un portento riuscito del lavoro combinato di madre natura e del chirurgo plastico, una ragazza impudente la cui immagine lorda la fisonomia dello schieramento politico cui appartiene, tanto che il segretario del Pdl le ha adesso chiesto di alzare i tacchi e smammare.E poi c’è un terzo punto di vista. Quello delle intellettuali e delle giornaliste di sinistra che qualche tempo fa accesero un movimento di opinione che volgeva a difendere «la dignità delle donne», e volevano dire che quanto era successo in fatto di bunga-bunga o di burlesque dalle parti di Arcore era stato un togliere dignità a viva forza alle protagoniste di quelle serate, alle ragazze che si addobbavano in perizoma, che si facevano palpeggiare dagli ospiti, che ascoltavano a pagamento le barzellette del padrone di casa.A loro, alla Polanco, alle gemelle De Vivo, alla giornalista Mediaset che ha accettato in dono un appartamento milanese in cambio di qualche sorriso a cena, alla prorompente Nicole Minetti travestita non ricordo più se da poliziotta o da suora, la dignità di cui erano abbondantemente provviste era stata tolta a viva forza dal demoniaco satrapo che le aveva convitate a cena. A viva forza. La dignità. Per tornare alla Minetti, dico subito che la ammiro molto. Nel panorama degli orrori di cui è ricca la nostra vita pubblica, lei non mi sembra affatto il peggio. Lasciamo stare la dignità, termine privo di senso se riferito alla tribù delle olgettine.

NICOLE MINETTI IN SARDEGNA jpeg

E del resto lei per prima non ne ha mai fatto una questione di dignità. A giudicare dalle intercettazioni telefoniche che la riguardano, la Minetti sapeva benissimo quel che stava facendo e perché lo stava facendo e perché si sarebbe ritrovata nei guai giudiziari. Alle ragazze con cui parlava non si rivolgeva in inglese, e bensì nella lingua sapida delle donne che stanno dando un prezzo alla loro bellezza. Ragazza priva di dignità, ma palesemente in gambissima per come riesce in quello che vuole e vuole essere. Diego Volpe Pasini, l’imprenditore friulano che viene indicato come uno dei «consigliori» di Berlusconi, ha detto al Fatto che la Minetti ha «una gran testa».

NICOLE MINETTI IN SARDEGNA

Senza averla mai vista una sola volta, la penso allo stesso modo. A cominciare dalla ferrea coerenza con cui si è proposta ed esposta nei due anni che dura la sua esplosione massmediatica. Mai un solo minuto lei ha recitato la parte della «laureata» che di lavoro faceva il consigliere regionale in Lombardia. In due anni pare che abbia preso la parola in aula solo una volta, e su argomenti marginalissimi. E laddove appena vedeva nei paraggi un fotografo subito si metteva in tiro a tendere allo spasimo quelle camicette che rivelavano più che occultare un seno strabordante.E dunque di tutto la potete accusare fuorché di millantato credito. Vendeva quel che aveva. Mai una volta che la Minetti abbia rivaleggiato con pensatrici contemporanee quali Alba Parietti o Daniela Santanché nel sentenziare sull’uno o sull’altro argomento della Grande Politica. A differenza della Patrizia d’Addario non ha scritto alcuna autobiografia. A differenza di Marianna Madia, la deputatessa del Pd cara a Walter Veltroni, non è che a distanza di quindici giorni abbia dato del governo Monti due giudizi completamente opposti l’uno all’altro.Mai un solo minuto la Minetti ha cercato di puntare sulla sua laurea. Sempre e soltanto ha fatto quello che costituisce il curriculum regale delle odierne dive e divette televisive, da Belen Rodriguez a Melissa Satta, farsi fotografare in bikini tutta frizzante. Quando è andata a fare da testimone al matrimonio della sorella era vestita in modo abbacinante da quanto era fondamentalmente svestita e scoperta: ho guardato quelle foto su Dagospia e ho mentalmente applaudito tanta spudoratezza.Qui nel mio studio, mi sono levato in piedi ad applaudire un suo recente exploit milanese di cui erano zuppi i siti web: una sortita per le strade a fare shopping addobbata con un paio di shorts minimali e una canotta dalla quale traboccava il ben di dio che sapete. Una consigliera regionale laureata e piena di dignità? Certo che no. Epperò il mondo è bello perché è vario, e noi non finiremo mai di gradire la «varietà» rappresentata dagli shorts e dalla canotta indossati da una bella donna («Una statua impressionante» l’ha definita Volpe Pasini, uno che ha l’aria di essere intelligente e furbastro).Quanto al così tanto silicone che adorna la nostra eroina, confesso che il silicone mi spiace ancor di più quando lo vedo innalzare le labbra di giornaliste che stanno parlando con sussiego della guerra in Afghanistan. C’è un silicone di destra e un silicone di sinistra. Né l’uno né l’altro, ovviamente. Ma che c’entra una ragazzona così tanta con l’aula del Consiglio Regionale della Lombardia, mi direte? Naturalmente un beato niente. È accaduto ed è pazzesco che sia accaduto, punto e basta.E del resto chi di noi ci avrebbe creduto, vent’anni fa, se gli avessero detto quel che succede ogni giorno e ogni ora sulla scena pubblica del nostro Paese? Chi ci avrebbe creduto a chi avesse pronosticato i picchi di sciagurataggine e di cafoneria cui assistiamo quotidianamente? Minetti o no, scagli la prima pietra chi ne è immune. Giampiero Mughini per “Libero

Non ditelo a Monti

Mercoledì, 11 Luglio 2012

Il Festival del buco

Lunedì, 20 Febbraio 2012

omunque sia andata ieri sera, il Festival di Sanremo è stato un insuccesso. Le cinque serate provocheranno alla Rai un buco economico di circa 4 milioni di euro, che come sempre dovrà essere pagato dalle tasche dei contribuenti italiani. Perché l’evento più celebrato della Rai, quello che viene messo come fiore all’occhiello perché fa impennare gli share, anche in questo 2012 è in perdita secca. Contrariamente a quel che molti pensano, non è per nulla un affare. Per un motivo molto semplice: costa troppo.La prima ipotesi portata in consiglio di amministrazione prevedeva spese da 20 milioni di euro circa. Con qualche sforbiciata il costo è stato ridotto a qualcosa più di 18 milioni di euro: ribassato il costo della convenzione con il Comune di Sanremo, ridotte le spese per la classica invasione in loco di dirigenti Rai e dei loro cari. Gli incassi totali lordi sono stati però di 16 milioni di euro, che diventano meno di 15 milioni al netto delle commissioni. Lo sbilancio sarebbe dunque superiore ai 3 milioni di euro. A questo si aggiunge l’incidente capitato la prima serata dominata dall’esibizione di Adriano Celentano: si è perso un treno di spot all’ora concordata, e secondo le prime stime si è provocato un danno da circa 700 mila euro. Il buco del Festival grazie a questo incidente ammonterebbe dunque a 4 milioni di euro. Ed è proprio tutta colpa delle spese faraoniche sostenute dall’azienda per i cachet pagati non a quelli che dovrebbero essere i protagonisti (i cantanti), ma a conduttori, assistenti ed ospiti della trasmissione. Celentano è apparso due serate e da contratto avrà 700 mila euro dalla Rai. Adriano ha assicurato che li darà in beneficenza un po’ ad Emergency un po’ ad indigenti suggeriti dai sindaci di 7 città italiane. Sono affari suoi. Il costo per l’azienda e quindi per i contribuenti poi chiamati a pagarne le perdite commerciali attraverso il canone, è immutato.Sul fronte delle entrate – incidente a parte – non si poteva invece fare molto di più: l’evento Festival (quest’anno preparato con grande ritardo), è uno dei pochi che non pone problemi agli agenti della Sipra, concessionaria di pubblicità della Rai. Ogni spot a disposizione viene venduto molto tempo prima. Quest’anno la crisi si è fatta sentire, e quindi i prezzi si sono dovuti ribassare (senza vendite sottocosto, ma non molto in più). L’affollamento massimo concesso dalla legge (12% orario) era garantito prima ancora che la trasmissione andasse in onda. Il tetto pubblicitario ha creato problemi proprio per quel treno di post non andati in onda: non si è potuto riassorbire in altro orario o nelle serate successive, perché era già tutto pieno. Alle aziende così beffate verranno ovviamente offerti altri spazi a compensazione, ma non ci sarà modo di mitigare il danno economico ormai patito dalla Rai. E dai contribuenti, in questa edizione già beffati dalla stangata sul televoto. Senza tanti complimenti Rai e compagnie telefoniche hanno infatti stangato di circa 1 milione di euro i telespettatori che hanno votato i loro cantanti preferiti, aumentando di un terzo il costo di telefonate e sms portati fino alla cifra record di 1,1 euro a televoto (con il risultato grottesco che costa di meno acquistare la singola canzone on line che votarla).Se l’evento più squisitamente commerciale della tv di Stato, quello che dovrebbe essere la gallina dalle uova d’oro, è in perdita, ben si capisce come sia amministrata la tv di Stato. Lorenza Lei come i top manager della Rai la risolvono nel modo più semplice possibile: il Festival di Sanremo può permettersi di perdere soldi perché è una trasmissione da servizio pubblico. Nell’allegato A del contratto di servizio che elenca gli obblighi della Rai a fronte del canone pagato dai cittadini c’è anche quello della promozione della musica classica e della musica leggera italiana. È evidente che se questo fosse il compito, a Sanremo dovremmo vedere solo canzonette e poco più. Non avrebbero senso i superospiti stranieri (che semmai fanno concorrenza alla musica leggera italiana), e tanto meno eventi super pagati che monopolizzano il Festival come il costosissimo e rovinoso Celentano show di questa edizione.Siccome la Rai deve presentare per legge due bilanci separati, uno per le attività da servizio pubblico e uno per le attività pagate dal canone, si è resa conto che il terreno dopo l’edizione 2012 del Festival rischia di essere quanto mai scivoloso. Così l’azienda in extremis è corsa ai ripari, riportando direzione artistica e organizzazione del Festival all’interno dell’azienda, e affidandole a un manager di comprovata esperienza e di particolare sensibilità per il servizio pubblico come Giancarlo Leone. La macchina organizzativa del Festival 2013 si è già messa in moto, e punta a presentare con largo anticipo la prossima edizione già per la convention Sipra del giugno prossimo. Con una scelta obbligata: abbattere i costi e dimenticare Celentano. f. bechis libero

Bone, ma tanto sciampiste

Giovedì, 16 Febbraio 2012

Onorevoli senza casa

Martedì, 18 Maggio 2010

Nel governo c’è anche qualcuno che non segue le indicazioni della casa madre. Qualcuno che non ha investito sul mattone per seguire l’esempio del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. A ribellarsi (o almeno a celare diabolicamente la proprietà dei propri investimenti) anche un pezzo da novanta come il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi.

Nessuna casa è ufficialmente intestata a lui in alcuna parte di Italia, e altrettanto dicasi della gentile graziosa consorte, che fa il direttore generale di Confindustria. Insomma, o il ministro preferisce stare in affitto o ha gabbato noi e le banche dati del catasto con qualche trucco. Come lui pochi altri nel governo: non ci sono immobili intestati al ministro Andrea Ronchi, ma la spiegazione qui l’ha offerta il diretto interessato: la casa c’era, da poco però è stata donata alla figliola che ne aveva più bisogno di papà, pronto ad arrangiarsi in affitto.

 

Nessuna casa riconducibile a un vecchio professionista della politica, come Enzo Scotti, che oggi è ancora sottosegretario agli Esteri, e nessuna riportabile direttamente al sottosegretario al Tesoro, Luigi Casero. Due buchi perfino ai Trasporti, dove risultano senza casa di proprietà i sottosegretari Bartolomeo Giachino, detto Mino e il suo collega Giuseppe Maria Reina.

Se un gruppetto di ministri e vice dichiara zero mattoni, c’è in compenso chi nelle fila del governo ha pensato non solo a casa, ma a qualche affare immobiliare alternativo. Lo ha fatto da pochissimo il viceministro alle Comunicazioni, Paolo Romani, che oggi è in pole position per sostituire alle attività Produttive Claudio Scajola, che proprio la casa si è portato via.

 

Romani si è comprato una palestra privata a Cusano Milanino: 67 metri quadrati e un po’ di terreno intorno, un bell’affare. Che però non deve essere piaciuto molto al fisco italiano. Nel gennaio scorso come un avvoltoio è zompata lì sopra Equitalia Esatri (concessionaria di Milano) iscrivendo ipoteca legale per un contenzioso con il viceministro da 26.292,52 euro. Lui appena se ne è accorto ha messo mano al portafoglio e saldato da gran signore il debito. Così l’ipoteca è stata cancellata del tutto lo scorso 4 marzo.


Franco Bechis
per “Libero

Adolfo Urso, viceministro del Commercio estero e segretario della Fondazione fare futuro, ha stabilito nel 2009 un primato assoluto. E’ il parlamentare sulle cui spalle grava il mutuo casa più alto della storia. Ne ha due: uno per sé e un altro per uno dei due figli. Entrambi accesi con il Banco di Napoli di Montecitorio per l’80 per cento del valore dell’immobile acquistato. Due alloggi centralissimi, uno il doppio dell’altro, a Prati, due passi dal Palazzaccio. Il primo mutuo trentennale è da 1,6 milioni di euro.

 Quello per il figlio nella stessa casa è da 800 mila euro. In tutto fanno 2,4 milioni di euro. Il prezzo ufficiale per l’acquisto dei due appartamenti è stato di 3 milioni di euro. Una bella somma. Chiedendo alle principali banche italiane ieri (attraverso mutui on line) di farci una proposta di finanziamento per quell’acquisto, abbiamo trovato molte porte sbarrate

Letizia & Mestizia – a proposito della mamma di Noemi

Lunedì, 17 Maggio 2010

noemi-letiziaNon ci sarebbe mai stato un “papi” senza una mami così. Così diversa da quell’altra, Mami di “Via col vento”, che ammoniva “miss Rosella” a non fare troppo la sfacciata con gli uomini e mantenere un certo contegno nel mostrarsi. Invece Anna, mami di Noemi, per i 19 anni di sua figlia le ha gioiosamente permesso di rifarsi naso, bocca e seno. Di trasformarsi nel clone di albe, nine, loredane. E dire che la cosa più bella che un uomo può dire a una donna è “non sei uguale a nessuna”. Ma i canotti sono strumenti di lavoro: Noemi oggi dice che vuol fare televisione o cinema, recedendo dalle ambizioni parlamentari cui aveva accennato l’anno scorso in occasione del suo debutto mediatico: i 18 anni più famosi d’Italia, a Casoria, con il premier a domicilio e le desolate dichiarazioni di Veronica Lario. “Non posso stare con un uomo che frequenta le minorenni”, disse la ex first lady dopo aver spiegato quel che pensava delle candidate veline del Pdl.

Questa mamma in piume di struzzo che al party milanese per il compleanno della sua bambina le ha infilato un cubetto di ghiaccio nella scollatura, quale vita s’immagina per lei? Forse è felice di vederla su “Novella 2000” o su “Chi” dove Alfonso Signorini le prepara servizi preconfezionati. Tette finte, fidanzati finti: ma va bene così. Lo scopo finale, la meta suprema, è la notorietà: non c’è una spiegazione diversa. Altrimenti questo immane sforzo mediatico, di promozione, di marketing scopo vendita, non avrebbe senso. Ci è capitato qualcosa di davvero brutto se i genitori pensano che la felicità dei loro figli sia essere famosi per forza, senza se e senza ma.

Se i sogni non sono l’amore ma le copertine, non sono una vita professionale appagante ma qualche foto scollacciata. Se, a scandalo scoppiato, una mamma non si preoccupa di proteggere sua figlia ma si affanna a rilasciare interviste. Se sempre la suddetta mamma sulla mancata presenza di un signore di 73 anni alla festa di sua figlia nemmeno ventenne ci tiene a precisare: “E chi l’ha detto che Silvio ci snobba?” Passata la bufera, vedrete…” Al The club, dove si è svolta la rappresentazione ad uso giornalistico del genetliaco, Carlo Fumo - l’amico regista – ha detto: “Basta con i falsi moralismi”. Perbacco, basta. E quale sarebbe la morale autentica? Faust – che al diavolo aveva venduto l’anima sua, non quella della prole – era un dilettante.
s. truzzi
Da il Fatto Quotidiano del 16 maggio

Ordini cavallereschi all’assalto del Potere

Lunedì, 17 Maggio 2010

«Ma soprattutto – ricostruisce Kocci (Luca Kocci, giornalista di Adista, ndr) – Camaldo è stato il “regista” della visita dei Savoia in Vaticano, il 23 dicembre 2002, appena decaduto il divieto di ingresso in Italia per i “reali”; ha aiutato Emanuele Filiberto ad organizzare il suo matrimonio con Clotilde Courau, celebrato dal cardinale Pio Laghi nella basilica di Santa Maria degli Angeli, a Roma, nel settembre 2003; ha concelebrato il battesimo della figlia di Emanuele Filiberto, Vittoria Chiara, nella basilica inferiore di san Francesco, ad Assisi, a maggio 2004; ed e’ grande amico di Vittorio Emanuele, come ha spiegato Pizza ai magistrati di Potenza: l’erede al trono “e’ stato ospite a casa sua nell’appartamento di San Giovanni Laterano”». Trait d’union fra le due alte sfere – il Vaticano e Casa Savoia – potrebbero essere i due ordini religiosi che vedono rispettivamente in campo monsignor Camaldo e Vittorio Emanuele.
La Gran Cancelleria dell’Ordine al Merito di San Giuseppe, che vede tra gli affiliati monsignor Francesco Camaldo nel ruolo di “cavaliere ufficiale”, vanta ascendenti nel granducato di Lorena Asburgo: Gran Maestro e’ infatti «S. A. I. e R. (sua altezza imperiale e reale, ndr) Arciduca Sigismondo d’Asburgo Lorena Toscana, Gran duca titolare di Toscana, Arciduca d’Austria, Principe reale di Ungheria e di Boemia».

Poi, subito, la prima scoperta. Chi troviamo nella pomposa lista dei “commendatori”? Nientemeno che il «Gen. Dott. Amos Spiazzi di Corte Regia», al secolo, quello stesso neofascista definito dal giudice Felice Casson «un convinto e irriducibile cospiratore» ed arrestato nel 1974 per il golpe della “Rosa dei venti”, organizzato in ambienti militari di estrema destra, compresi Ordine Nuovo e i servizi segreti sia italiani che di alcuni paesi della Nato. Condannato a 5 anni di reclusione, nel 1984 fu assolto in appello. Analogo esito aveva subito la condanna all’ergastolo per la strage della questura di Milano.

Non appena riabilitato, il camerata Spiazzi, che si proclama “vittima” della malagiustizia italiana, nel 2002 ha fondato i “Fasci del lavoro” in provincia di Mantova. E si da’ da fare, oltre che nell’Ordine di San Giuseppe, anche nell’altra corazzata dai contorni massonici, le Guardie d’onore di Napoleone: un consesso “nobiliare” che rilascia titoli accademici, baronie e marchesati compresi, a coloro che si iscrivono ai corsi per body guard e mercenari.

Ma ben altri vip popolano le auguste stanze dell’Ordine di San Giuseppe. Gran Cancelliere (praticamente il numero 2, dopo il sovrano d’Asburgo) e’ «Marchese Cav. Gr. Cr. Vittorio Pancrazi», ex vertice del Banco Ambrosiano (poi capo dell’ufficio fidi alla Comit di Firenze), da qualche anno riconvertito al ruolo di vinicultore nella sua tenuta di Bagnolo a Montemurlo, vicino Prato.

Eccoci al notabile numero 3, il vice gran cancelliere «Marchese Gr. Cr. Dott. Don Domenico Serlupi Crescenzi Ottoboni», formidabile trait d’union fra l’Ordine di San Giuseppe e i confratelli del Sacro Militare Costantiniano Ordine di San Giorgio, armati di cappa e spada per difendere i “valori” delle crociate attraverso il loro Gran Maestro Carlo di Borbone.

Ai valori terreni provvedono altri confratelli di monsignor Camaldo, come il membro delle commissioni tributarie Francesco d’Ayala Valva, o il presidente della Cassa di Risparmio di Firenze Aureliano Benedetti, in questi giorni impegnato nella contrastata fusione del suo istituto di credito con Banca Intesa; si divide invece fra onorificenze e business umanitario il «Grande Ufficiale Comm. Cav. Lav. Flaminio Farnesi», governatore di quella Arciconfraternita della Misericordia e del Crocione di Pisa titolare di una convenzione con la locale Asl per il servizio di ambulanze.

Non mancano, nell’Ordine di San Giuseppe, nomi di spicco della politica (i presidenti della Regione Toscana Claudio Martini e del consiglio regionale Riccardo Nencini), e della cultura. Se nel primo caso potrebbe trattarsi d’una iscrizione rituale e, in qualche modo, dovuta, niente permette di escludere che sia piu’ che convinta l’adesione di due intellettuali come il filosofo siciliano Francesco Adorno e soprattutto il medievalista Franco Cardini, ex membro del consiglio d’amministrazione Rai, entrambi nominati “Cavalieri” dell’Ordine.

Un passato in politica vanta invece l’ex duro e puro della Lega Nord Alberto Lembo, Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine di San Giuseppe, eletto la prima volta al senato con la casacca di Umberto Bossi, poi un passaggio in An e infine, dopo lo schiaffo dell’esclusione dalle candidature 2006, fondatore di una sigla monarchica fai da te. Altri confratelli “eccellenti” di monsignor Camaldo nell’Ordine di San Giuseppe sono poi un prelato del calibro del cardinale tedesco Augusto Meyer, a lungo presidente del Pontificio Consiglio “Ecclesia Dei”, e monsignor Alberto Vallini, assistente ecclesiastico della “Primaria Associazione Cattolica”.

Tra i civili di sangue blu, anche il cavaliere Giuseppe Pucci Cipriani, artefice ogni anno di un raduno a Civitella del Tronto durante il quale, vagheggiando il ritorno del papa re, si fa in quattro per favorire le nozze fra i leghisti di Mario Borghezio e i ruspanti
neoborbonici partenopei. Ma di Pucci Cipriani si ricordano soprattutto l’amicizia con il commissario Luigi Calabresi, ucciso dalle Br, e le successive frequentazioni con l’omicida pentito Leonardo Marino.

Dulcis in fundo, fra cavalieri, croci e gran maestri dell’Ordine di San Giuseppe, fino a poco tempo fa si aggirava anche il massone conclamato Luciano Pelliccioni, il cui nome risulta ora scomparso dalle liste. Di Pelliccioni si era occupato per la prima volta a fine anni ottanta il magistrato torinese Lorenzo Poggi nell’ambito di un procedimento penale per associazione a delinquere finalizzata «alla confezione e distribuzione di diplomi di laurea privi di valore legale recanti timbri Cee contraffatti», che vedeva fra gli indagati anche il fondatore del Parlamento Mondiale di Palermo, “Sua Beatitudine Viktor Busa’”, descritto come personaggio «in rapporti col massone di spicco della circoscrizione Sud Usa, il principe Alliata di Monreale».

«Busa’ – si legge in una consulenza resa all’epoca da esperti della Procura piemontese – risulta essere collegato anche al Sovrano Militare Ospedaliero Ordine di San Giorgio in Carinzia attraverso il suo Gran Maestro, Luciano Pelliccioni. Di quest’ordine si era interessato il giudice Giovanni Tamburino all’epoca dell’inchiesta padovana sull’organizzazione eversiva “Rosa dei Venti”».

Brani tratti dall’articolo “Massoni da Dio” uscito su La Voce delle Voci di giugno 2007 e ripubblicato sul sito www.lavocedellevoci.it.

La passione della sinistra per casa!

Giovedì, 13 Maggio 2010

Compagni, si va in campagna! E se non si trova il casalino toscano, umbro o pugliese che fa tanto chic, allora si va al mare! A sinistra è esplosa da qualche anno la moda della seconda o terza casa di proprietà, purchè silenziosa, accogliente e accomodante le buone letture.

Grazie alla moda è tutto un fiorire di affaroni immobiliari che contagiano senza distinzione di credo nouvelle e ancient vague del Pd, vecchi comunisti all’amatriciana, rifondaroli dell’ultima ora e radical chic che sorridono ormai trionfanti per avere imposto ad ogni portafoglio il trend preferito.

I VIP DI CAPALBIO
Il luogo preferito dagli agenti immobiliari rossi – si sa – è quello spicchio di terra fra campagna e mare in Toscana, poco oltre il confine con il Lazio. Tanto per intenderci, Capalbio e dintorni. Hanno lì casa (qualcuno la prima, altri la seconda e la terza) Furio Colombo e Alice Oxman, Giorgio Napolitano e Claudio Petruccioli con rispettive consorti, ma a pochi chilometri la truppa si ingrossa.

 

C’è Giuliano Amato con signora che da anni svernano e passano l’estate ad Ansedonia, chissà se ancora a giocare un buon tennis. C’è Piero Fassino che con un mutuo si è ristrutturato un casale dalle parti di Scansano, dove va con la moglie Anna Serafini quando gli viene a noia la casa romana a due passi dal Pantheon (che battaglie con i locali della piazza che non chiudono mai i battenti, né di sabato né di domenica!).

C’è un professore rivoluzionario attualmente in prestito all’Italia dei Valori, come Pancho Pardi che in pochi chilometri ha ben due case: una nell’esclusivo Monte Argentario, regno della compianta Susanna Agnelli, e l’altra davanti alla spiaggia della Giannella, quasi attaccata ad Orbetello.

 

Pulsa lì il cuore della seconda casa di sinistra. Ma non pochi hanno scelto l’Umbria. Vi è approdato con la consorte l’ex presidente della Camera ed ex padre di Rifondazione comunista, Fausto Bertinotti: relax nella magione di Massa Martana, sui colli perugini per fuggire dalla casona dei Parioli e dal suo traffico insolente. Bertinotti da anni ha pure un’alternativa piena di magia, come la seconda casa (quella umbra è la terza) di Dolceacqua all’ombra del castello e vicino alle rive del fiume che vi passa in mezzo.

Incantevole, ma un po’ lontanina per chi abita a Roma: si è praticamente a Ventimiglia, sul confine con la Francia. Ottima – certo – in questi giorni, se si vuole fare un salto a Cannes e vedersi Draquila, l’ultima diabolica invenzione della amata Sabina Guzzanti.

 

SINISTRA IN UMBRIA
Sulle colline umbre oziano volentieri nella seconda o terza magione altri protagonisti delle migliori stagioni della sinistra. Come Andrea Manzella, a Città della Pieve, Tommaso Padoa Schioppa e la sua compagna Barbara Spinelli fra Orvieto e Parrano, in provincia di Terni.

O Giovanna Melandri a Ficulle, nel casale donatole dalla seconda moglie del padre. A metà strada fra i toscani e gli umbri si aggira invece Giuseppe Fioroni, che nella sua Viterbo ha possedimenti immobiliari in più di un paese (sono cinque le case a lui intestate).

Preferiscono il mare e il ritorno nelle terre natie invece Umberto Ranieri, che ha acquistato a Maiori sulla spiaggia salernitana la sua terza casa (le altre a Roma e Napoli). O Alfonso Pecoraro Scanio che può fermarsi a dormire quando vuole in due case nel salernitano, in quella di Napoli o in quella della capitale. A sinistra non dispiace neppure la Puglia

Ci abita ovviamente Niki Vendola, governatore della Regione, anche se non è molto che ha comprato una sua casa a Terlizzi. Ci viene Vincenzo Visco, a Martinafranca in provincia di Taranto, quando non preferisce raggiungere la sua seconda casa in Pantelleria.

Ci ha messo piede dal febbraio scorso anche un altro ex presidente della Camera, Luciano Violante, che ha acquistato a Francavilla Fontana, provincia di Brindisi, forse un po’ stanco delle vacanze un po’ in grigio nella sua seconda casa di Cogne, in Valle D’Aosta

f. bincher libero