Archivio per la categoria ‘Società’

Che follia criminalizzare le veline (by Mughini)

Giovedì, 18 Luglio 2013

Spiace che a scorrazzare ancora una volta lungo le acque del Banal Grande sia un personaggio di rilievo delle nostre istituzioni democratiche. Il presidente della Camera, Laura Boldrini. È stata lei a dire che sarà un gran cosa ai fini del rinnovo dell’immagine della donna nella tv pubblica che non si faccia più il concorso di Miss Italia, e questo perché già l’idea di cercare e valorizzare la Bellezza femminile sarebbe un modo di ridurre la donna ai suoi attributi fisici e dunque in qualche modo sminuirla se non offenderla. A me questa crociata contro l’idea stessa di una gara fondata sulla Bellezza femminile, della gara che rivelò al nostro immaginario Lucia Bosè e Sophia Loren e cento altre, sembra una sciocchezza inimmaginabile.

Ciò che è tutt’altra cosa dal riconoscere che le ultime annate televisive di Miss Italia erano di una noia soporifera oltre che sprovviste di qualsiasi spezie che elettrizzasse quanti di noi se ne fanno un faro dell’adorazione della Bellezza femminile. Quel concorso, quella gara, quella cernita e valorizzazione di belle ragazze del tempo nostro andava mille volte ammodernata, aggiornata, resa meno insipida e prevedibile. Alla volta (più di dieci anni fa) che feci parte di una sorta di giuria del concorso lo avevo ripetuto non so quante volte che nell’epoca delle “veline” inventate da Antonio Ricci per esibirsi sul palco di “Striscia la notizia”, le candidate abituali di Miss Italia (non tutte!) sembravano le loro nonne. Un «numero sulla schiena» ha detto la Boldrini, e in questo aveva ragione. Non ha ragione nemmeno un po’ nel pronunciare che una cosa è la strada alta della Donna moderna e delle sue prerogative morali e professionali, e tutt’altra la strada della Bellezza della donna, e come se la donna moderna fosse in antitesi con la donna che è bella e lo sa e se ne vanta e conta a migliaia noi che ne siamo gli umili ammiratori. E a non dire che senza la Bellezza femminile e i suoi corifei, sarebbe stata tutt’altra la storia della letteratura, della pittura, della poesia. Come ha scritto una volta Carlo Dossi, Francesco Petrarca era un autore noioso prima di incontrare Laura. E non è che la Bellezza femminile parla solo a noi maschietti bavosi (io bavoso non lo sono nemmeno un po’), e bensì anche alle donne tutte. Non solo le belle e impudenti ragazze degli anni Sessanta italiani si sono identificate in Valentina, l’eroina del disegnatore principe Guido Crepax di cui è in corso una bella mostra a Milano. A tutte le ragazze italiane dei Sessanta Valentina ha insegnato qualcosa quanto all’esser libere e fiere.

La Boldrini prende in mano delle statistiche e dice che solo il 2 per cento delle donne che compaiono in televisione parla a dire una sua opinione e un suo giudizio. Se stanno lì è per fare sfoggio di scollature (e relativo silicone) e di minigonne sul cui contenuto la camera non si perde un primo piano che sia uno. Sfumatura più sfumatura meno, è esattamente così. Con l’aggiunta di una terza tipologia, le donne siliconatissime che in tv ripetono all’infinito che i valori su cui devono puntare le donne sono tutt’altri, valori dello spirito e della conoscenza intellettuale. Solo che il discorso qui è più complesso di quanto appaia. Non mi pare che ci sia qualche milite appostato in tv a impedire alle donne di prendere la parola. Serena Dandini, Milena Gabanelli, Federica Paninucci, Lucia Annunziata, Lilli Gruber, Miriam Leone (un’ex Miss Italia recente), Simona Ventura, Daria Bignardi e cento altre la parola la prendono eccome. Molte, moltissime altre invece non sono lì per prendere la parola e bensì solo per scenografia, e tavolta non solo in trasmissioni di serie B. Una bella donna ci sta sempre e ci starà sempre, in un prodotto della comunicazione di massa, a dare all’occhio e all’immaginazione la sua parte.

Del resto se in molti accendono la televisione è per vedere una ragazza che abbia le movenze di una lap dancer e non il volto di una donna segnata dalle rughe e dagli affanni. Non per questo diremo che la Bellezza femminile è una colpa e la malediremo. Non per questo scenderemo così in basso da prendercela con le ragazze che vanno in giro strizzate da shorts corti e aderentissimi sino a dire che se ci sono in giro dei sottouomini che ne sono accesi negativamente, è colpa di quegli shorts. Mai diremo una sola parola contro la Bellezza femminile, che è invece la prova definitiva dell’esistenza di Dio. Lo so, lo so benissimo che negli spot pubblicitari le ragazze sono sempre invitanti e seminude. È una semplificazione atta al pubblico babbeo, meglio quella che sparare alle ragazze che vogliono studiare come pure avviene da qualche parte. Quanto alle semplificazioni del linguaggio pubblicitario, in quegli stessi spot c’è sempre un maritino che torna a casa gongolante e chiede alla moglie quali cibi succulenti abbia preparato. Ogni volta a me, che per trenta o quarant’anni ho cucinato e messo in tavola per le mie amiche (molte delle quali non sarebbero entrate in una cucina neppure morte), me ne veniva un singulto. Non per questo chiedevo l’abolizione degli spot pubblicitari, spot di cui non è mai morto nessuno. Così come non morirà mai nessuno a causa dell’una o dell’altra sfilata di Miss. Semmai il contrario. Rinascerà.

di Giampiero Mughini libero

Adesso processate tutte le mantenute (by Sgarbi)

Martedì, 25 Giugno 2013

Dunque, fra i tanti reati contro la persona e contro il patrimonio, oggi ufficialmente si aggiungono il reato di telefonata e il reato di cena.

Cosi ha stabilito il tribunale di Milano. Difficile immaginare una concussione per interposta persona in cui il concusso non trae alcun beneficio o utilità ricevendo soldi o ottenendo un avanzamento di carriera. E anzi a fare il favore è una persona con la quale il concussore non ha parlato. Il reato si fa più sottile: concussione per lettura nel pensiero, senza contropartita. Addiritura per costrizioone insistente.

Passiamo al vantaggio ottenuto per la «raccomandata»: tornare a casa alle due di notte invece che alle sette del mattino. Qualcuno ha sofferto danno? La società ha patito? La pena sanziona una violazione grave. È evidente che la condanna non è a un cittadino ma tecnicamente ad personam. Il reato di telefonata si applica solo al presidente del Consiglio, e solo se si chiama Silvio Berlusconi. Quale violazione sì intende punire e perché il «costretto» non si dichiara tale, perché si usano concetti astratti, il «costretto» altro non è che lusingato. E per questo agisce. E non ha agito.

Quanto al reato di prostituzione minorile manifestatosi in cene neanche nei casi delle escort più sofisticate, si verifica una frequentazione assidua con incontri, cene e ospitalità nella casa del cliente nei luoghi in cui si è configurato il reato. Né risulta che la minore avesse soggezione o fosse forzata ad atti contro la sua volontà. Come nel caso del concusso, la parte lesa non si dichiara tale anzi si manifesta lesa per l’azione dei magistrati che la schiacciano sul tipo di autore della prostituta. Ma la prostituzione e un mestiere, e non occasionale. Ruby ambisce a un ruolo più strutturato: è, e vuole essere, come altre, letteralmente una mantenuta. Non offre prestazione in cambio di denaro, ma ottiene denaro richiedendolo per prospettive di lavoro e vede il suo «inesistente» cliente ripetutamente. Ne ha anche il telefono.

I rapporti con le prostitute non presuppongono relazioni, intrattenimento continuativo rapporti amicali. La prostituta da una cosa, e prende soldi. Ruby prende soldi e non da la cosa. Non si configura, in quanto minorenne, come «parte lesa» perché è interessata a un ruolo che non si esaurisce nell’eventuale atto sessuale. Non ci sarebbe stato reato senza passaggio di danaro, ma certamente Ruby si sarebbe sentita lesa se non ne avesse avuto. Cosi ha ottenuto senza dare per la pur discutibile liberalità di un uomo di cui non si può contestare il diritto al piacere di dare. Molte amanti, molte mogli sono «mantenute». E non per questo sono puttane. Anche l’entita della cifra esonda dalla tariffa di una prostituta. E la misura di un regalo non si può configurare come un reato? Ruby non accetta di essere prostituta.

Deve esserlo per forza? E chiunque maschio o femmina riceva danaro si prostituisce? Ma il paradosso è che Ruby e doppiamente lesa dai magistrati: nella reputazione e nel vedersi sottrarre, in via cautelativa, i denari che Berlusconi le ha dato. Eccola diventare parte lesa, ma dei magistrati non di Berlusconi. I due reati inventati restano indimostrabili se non come astrazioni, per un astratta tutela della condizione di minorenne. ma il «reato di telefonata» circoscrive la concussione almeno nel caso di un altra alta autorità istituzionale: presidente della Repubblica.

Dopo aver posto la condizione, per accettare il secondo mandato di un governo di alte intese, Napolitano esercita la sua pressione su una figura più debole, il presidente del Consiglio Letta imponendogli di nominare il ministro della Giustizia Annamaria Cancellieri, già insoddisfacente ministro degli Interni. Non ha un sostegno politico, non ha un merito reale, ma diventa ministro per la seconda volta, e Letta, non può dire di no. La vera Ruby è lei, sostenuta da Napolitano, e con un utilità evidente che si manifesta in potere subalterno e in indennità ministeriali. Di fronte l’evidenza, perché non si apre un inchiesta per concussione relativa alla telefonata o alle pressioni di Napolitano sul presidente del Consiglio? Di questi tempi, dopo il caso delle telefonate di Mancino potremmo aspettarcelo. Ma, vista l’età della Cancellieri ci salveremo dal reato di prostituzione minorile.
Alias di cene. v. sgarbi ilgiornale

Scalia, un abuso l’attivismo dei giudizi

Lunedì, 27 Maggio 2013

«L’attivismo giudiziario è un abuso di potere e distrugge la pretesa dei magistrati di essere il legittimo arbitro finale del significato della legge». Lo dirà stamane Antonin Scalia a Torino nel «Discorso Bruno Leoni», la conferenza che l’omonimo istituto organizza in occasione del centenario della nascita del filosofo liberale. Il giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti, punta di lancia della cultura conservatrice, parlerà del rapporto tra democrazia, attivismo giudiziario e libero mercato.

Il suo sarà un atto di accusa, come sempre diretto ed esplicito, alle «agende politiche di moda» che portano molti magistrati a sottovalutare le protezioni costituzionali dei diritti economici. Scalia ha in mente gli Usa, ma il suo messaggio sulla necessità per i giudici di «interessarsi di più ai diritti proprietari e alle libertà economiche» previste dalla Costituzione americana, acquista valore di appello universale.

 

Con Antonin «Nino» Scalia, nato nel 1936 a Trenton, New Jersey, da immigrati siciliani, abbiamo parlato al telefono alla vigilia dell’appuntamento torinese.

Mr. Justice, il presidente Obama ha detto di recente che la guerra al terrorismo, come tutte le guerre, dovrà finire, ammettendo anche che gli Stati Uniti in questi anni sono stati in conflitto con i propri stessi principi. Lei crede che dopo l’11 settembre l’America, in nome della sicurezza, sia stata in difetto con la sua Costituzione? 
«La nostra Costituzione protegge i non-americani quando sono in America, ma non limita le attività del governo all’estero, eccezion fatta quando si tratta di cittadini americani. Questa è la legge. Naturalmente il presidente decide quale politica debbano seguire i militari».

Ma non esistono dei diritti universali? 
«Io non applico diritti universali. Io devo applicare la legge americana, espressa nella Costituzione e nelle leggi approvate dal Congresso. Non applico le leggi di Dio o di chiunque promulghi la cosiddetta legge internazionale».

Ma ci sono convenzioni internazionali, cui gli Stati Uniti aderiscono… 
«Certo. E nella misura in cui le abbiamo sottoscritte, sono diventate leggi americane che vincolano l’esecutivo. Ma non ne conosco una, in tema di guerra al terrorismo, che limiti le azioni degli Stati Uniti contro i nemici che ci attaccano. Certo, c’è la Convenzione di Ginevra. Ma non si può invocarla, se non si è un esercito, soggetto al comando di qualcuno, che indossa un’uniforme. I terroristi non indossano uniformi, giusto? Ginevra si applica nel caso di una guerra e non si applica a chiunque decida di far esplodere una scuola o un grattacielo».

Lei non pensa che nella guerra al terrore l’America abbia violato principi che sono alla base della sua democrazia?
«Troppo generale. A me interessa sapere se l’America abbia violato la sua Costituzione».

Ma è possibile mettere qualcuno in prigione per sempre senza giudicarlo? 
«Sta parlando di Guantánamo?».

Sì.
«Non è una descrizione accurata. Il tema non è se uno possa essere detenuto laggiù, ma se vi possa rimanere senza un processo civile. I detenuti a Guantánamo sono stati giudicati da commissioni militari, cosa normale in guerra. Nessuno delle centinaia di migliaia di tedeschi catturati nella Seconda guerra mondiale ebbe un processo civile negli Usa, furono giudicati da tribunali militari. Questa nozione che stiamo facendo qualcosa di inaudito è assurda. Quando parlo con i miei amici europei e mi dicono che non possiamo tenerli in prigione per sempre, rispondo: “Bene, ci stiamo pensando. Vorreste prenderne qualcuno in Italia, in Germania, in Francia, visto che siete così ligi ai principi del rispetto dei diritti umani?”. La risposta è sempre no. Trovo questa polemica molto ipocrita».

Lei è considerato la maggiore forza intellettuale dietro la cosiddetta lettura «originalist» della Costituzione americana. Può un testo redatto quasi due secoli e mezzo fa essere applicato, senza interpretazione, a una società radicalmente cambiata ed evoluta da allora? 
«Ovviamente dev’essere interpretato. Quando ci sono nuovi fenomeni che non esistevano al tempo in cui la Costituzione fu scritta, uno deve calcolare in che modo lo spirito di quel testo si applica a loro. Per esempio, il diritto di espressione: come si applica alla radio, alla tv, ai social media. Ciò che non accade, secondo gli originalist , è che i fenomeni che esistevano al tempo vengano improvvisamente trattati diversamente poiché lo pensano i giudici di oggi. L’esempio migliore è la pena di morte. C’è qualcuno che pensa che la pena di morte sia diventata incostituzionale. Assolutamente incomprensibile per me: il popolo americano non ha votato per renderla incostituzionale. Ogni Stato se crede può abolirla e 17 di questi lo hanno fatto. Ma non c’è alcuna base per dire che la nostra Costituzione proibisca la pena di morte, chi lo dice è un incendiario».

E questo si applica anche al diritto di portare armi? 
«Esattamente».

Ma allora l’autodifesa aveva senso, oggi ci sono istituzioni che proteggono il cittadino. 
«Bene, allora cambino il secondo emendamento. E sarebbe anche più facile, perché il suo scopo era di consentire ai cittadini di difendersi dalla tirannia del potere. Se la gente non lo ritiene più necessario, allora si cambi la Costituzione, ma non mi dite che qualcosa sia cambiato. Ci sono molte proposte di legge che riguardano quali armi possano essere portate. Per esempio, armi a spalla che possono lanciare missili in grado di abbattere un aereo. Ma il principio generale che i cittadini possano avere armi, incluse armi da guerra, è chiaro nel testo del secondo emendamento. Se si vuole essere onesti e non si vuole che siano i giudici a scrivere la legge, i cittadini americani hanno il diritto di portare armi, come difesa dai tiranni».

Ma è un fatto che sempre più di frequente queste armi sono usate per uccidere persone innocenti… 
«Nonsense. Non c’è nessuna prova che le combat arms o le “armi d’assalto” siano la causa di questi episodi. Ogni cacciatore in America ha un fucile automatico».

Paolo Valentino corriere.it

Gheddafi, a letto con le donne dei capi di stato

Martedì, 9 Aprile 2013

Sesso con le first lady per tenere in pugno i mariti. Impossibilitato a diventare “re dei re d’Africa”, come avrebbe desiderato, il predatore Muammar Gheddaficercava con ogni mezzo di possederne le consorti. Un modo per schiacciare gli avversari, attirando i potenti in una rete sordida di ricatti e umiliazioni. Il Colonnello “governava, umiliava, asserviva e puniva attraverso il sesso”, racconta un suo stretto collaboratore nel libro-inchiesta Le Prede, della reporter di Le MondeAnnick Cojean.

Il potere del sesso - Nell’harem passavano ogni giorno ragazzine del popolo, trasformate in vere e proprie schiave sessuali. Ma la vera sfida di Gheddafi era possedere i “bocconi di prima qualità“: moglie e figlie di leader politici da esibire come “meravigliosi trofei”. “Più che nel sedurre la donna, la posta in gioco consisteva nell’umiliare attraverso di lei l’uomo che ne era responsabile – in Libia non c’è offesa peggiore -, nel calpestarlo, annientarlo o, nel caso in cui il segreto non venisse rivelato, esercitare un ascendente su di lui, risucchiare la sua forza e dominarlo, almeno psicologicamente”. E, per ottenere questo, poteva mandare aerei in capo al mondo, o ricoprirle d’oro dalla testa ai piedi: tentazioni che certe rampolle di leader africani non esitavano a cogliere, chiedendo a “papà Muammar” di finanziare le loro vacanze, i loro studi o i loro progetti d’impresa.

Qualche esempio - La figlia di un ex presidente del Niger, ad esempio, secondo la Cojean, “è stata a lungo una delle sue intime e l’ha accompagnato in numerosi viaggi ufficiali”. Ma al Colonnello “piaceva anche l’idea di sedurre le mogli sotto il naso dei mariti”. E, per far questo, gli incontri internazionali erano l’occasione più ghiotta. Come il summit del 2010 a Tripoli tra Africa e Unione Europea, quando – racconta una donna che ha lavorato per anni al servizio di protocollo – la “terribile” Mabruka Sherif, responsabile del “servizio speciale“, esaminò le foto delle first lady presenti (per ognuna era stato preparato un dossier) e ne scelse una, dotata di “una capigliatura formidabile”. “Mi faccia una fotocopia della scheda. E’ per la Guida”, disse. La signora fu inondata di regali, fra cui una parure di diamanti da mozzare il fiato. E quando Gheddafi decise che avrebbe voluto incontrarla a Bab al-Azizia alle nove dell’indomani, non fece alcuna obiezione. “Alle dieci – si legge nel volume – il marito aspettava la moglie in una sala dell’aeroporto. Alle undici lei non era ancora arrivata. Nè a mezzogiorno. L’imbarazzo degli addetti al protocollo e della delegazione era evidente”. La first lady giunse infine all’una e mezza, “disinvolta e sorridente, con la cerniera lampo del completo aderente strappata sul fianco”.

La beffa - Secondo la reporter, Gheddafi spaziava anche al di là dello stretto recinto delle first lady, fra ministre di Paesi stranieri, ambasciatrici, presidentesse di delegazioni. E persino su una delle figlie di Abdullah, il re dell’Arabia Saudita, di cui si invaghì pazzamente senza successo. Finché la mezzana incaricata dell’abbocco, disperata per i continui dinieghi, assunse una marocchina che si spacciò per la bella principessa. Uno stratagemma che si rivelò vincente: accecato dall’orgoglio, per una volta, il Colonnello si fece abbindolare.  libero.it

La cultura dei muri dritti (by Bruni)

Sabato, 9 Febbraio 2013

 

Di lavoro si discute molto, ma ci si sofferma troppo, se non esclusivamente, sui suoi aggettivi: precario, dipendente, autonomo, nero, eccetera. Mentre è elusa la domanda decisiva: che cosa è il lavoro? Eppure senza tentare di rispondere a questa domanda si resta solo sulla superficie del ‘fatto tutto umano’ del lavoro, terminando così il discorso proprio sull’uscio dei suoi luoghi più rilevanti.

Innanzitutto, dovremmo ricordarci che il lavoro è sempre attività spirituale, perché prima e dietro una qualsiasi attività lavorativa, da una lezione universitaria alla pulizia di un bagno, c’è un atto intenzionale di libertà, che è ciò che fa la differenza tra un lavoro ben fatto e un lavoro fatto male. Ed è quindi attività umana altissima in ogni contesto nel quale si compie.

Persino, e paradossalmente, in un lager, come ricordava Primo Levi in una sua memoria molto nota: «Ma ad Auschwitz ho notato spesso un fenomeno curioso: il bisogno del ‘lavoro ben fatto’ è talmente radicato da spingere a far bene anche il lavoro imposto, schiavistico. Il muratore italiano che mi ha salvato la vita, portandomi cibo di nascosto per sei mesi, detestava i nazisti, il loro cibo, la loro lingua, la loro guerra; ma quando lo mettevano a tirar su muri, li faceva dritti e solidi, non per obbedienza ma per dignità professionale».

Sono proprio la ‘dignità professionale’ e il ‘bisogno del lavoro ben fatto’ che si stanno progressivamente e inesorabilmente allontanando dall’orizzonte della nostra civiltà, che era stata invece fondata eminentemente su quei pilastri. L’etica delle virtù, che ha dato vita nei secoli anche all’etica delle professioni e dei mestieri, si basava su una regola aurea, una vera e propria pietra angolare dell’intera fabbrica civile: la prima motivazione del lavoro ben fatto si trova nella dignità professionale stessa.

La risposta alla ipotetica domanda: «Perché questo tavolo o questa visita medica vanno fatti bene?» era, in una tale cultura, tutta interna, intrinseca, a quel lavoro e a quella determinata comunità o pratica professionale. La necessaria e importante ricompensa, monetaria o di altro tipo, che si riceveva in contraccambio di quella opera, non era – e qui sta il punto – la motivazione del lavoro ben fatto, ma era solo una dimensione, certamente importante e co-essenziale, che si poneva su di un altro piano: era, in un certo senso, un premio o un riconoscimento che quel lavoro era stato fatto bene, non il suo ‘perché’.

La cultura economica capitalistica dominante, e la sua teoria economica, sta operando su questo fronte una rivoluzione silenziosa, ma di portata epocale: il denaro diventa il principale o unico ‘perché’, la motivazione dell’impegno nel lavoro, della sua qualità e quantità. Tutta la teoria economica del personale, che si basa esattamente su questa ipotesi antropologica, sta producendo lavoratori sempre più simili alla teoria.

È questa la cultura dell’incentivo, che si sta estendendo anche ad ambiti tradizionalmente non economici, come la sanità e la scuola, dove è divenuto normale pensare, e agire di conseguenza, che un maestro o un medico diventano buoni (eccellenti), solo se e solo in quanto adeguatamente remunerati e/o controllati. Peccato che una tale antropologia, parsimoniosa e quindi errata, sta producendo il triste risultato di riavvicinare sempre più il lavoro umano alla servitù se non alla schiavitù antica, perché chi paga non compra solo le prestazioni, ma anche le motivazioni delle persone e quindi la loro libertà. E dopo oltre un secolo e mezzo in cui abbiamo combattuto battaglie epocali di civiltà per la difesa dei diritti dei lavoratori dalla loro mercificazione e asservimento, oggi restiamo silenti e inermi di fronte al capitalismo contemporaneo che nel silenzio ideologico sta riducendo veramente il lavoro a merce, e non solo quello degli operai ma anche dei manager, sempre più proprietà delle imprese che li pagano, e li comprano.

Il disagio del mondo del lavoro è anche il frutto del dilagare incontrastato di questa anti-cultura del lavoro, che non vedendo il ‘bisogno del lavoro ben fatto’ come la vocazione più radicale presente nelle persone, tratta i lavoratori come moderni animali domabili con bastone (sanzione-controllo) e carota (incentivo).

E se trasformiamo così i lavoratori, non dobbiamo poi stupirci se le imprese si ritrovano persone pigre, opportuniste e (o perché?) infelici. Il capitalismo, a causa degli ‘occhiali antropologici’ sbagliati che ha purtroppo inforcato, non capisce che quell’animale simbolico che chiamiamo homo sapiens ha bisogno di molto di più del denaro per dare il meglio di sé al lavoro, ha pensato di poterlo ‘addestrare’ (parola oggi di nuovo troppo usata da manager e ministri) e controllare, senza ancora riuscirci del tutto.

Grazie a Dio. C’è, allora, un urgente bisogno di una nuova-antica cultura del lavoro, che, senza guardare nostalgicamente indietro guardi politicamente avanti, torni a scommettere sulle straordinarie risorse morali presenti in tutti i lavoratori, che si chiamano libertà e dignità, che non possono essere comprate, ma solo donate dal lavoratore. Risorse morali che bisogna valorizzare e alle quali bisogna saper educare, con la parola (anche quella che transita per le leggi) e con l’esempio.

Senza questa nuova-antica cultura del lavoro, continueremo a discutere di articolo 18 e dintorni, ma resteremo troppo distanti dalle officine, dalle fabbriche, dagli uffici, che ancora vanno avanti perché, in barba alla teoria economica, tanti continuano a lavorare e a tirar su ‘muri dritti’ prima di tutto per dignità professionale, anche quando non dovrebbero farlo sulla base degli incentivi monetari. Fino a quando resisteranno? l. bruni da Avvenire dell’1/4/2012  cia Il Centro culturale Gli scritti (8/4/2012)

Ora vogliono sdoganare la pedofilia

Martedì, 5 Febbraio 2013

Finalmente ci siamo. Parliamo dell’uscita della nuova edizione del DSM (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders) il manuale diagnostico più famoso del mondo, prevista per il maggio 2013.

La “bibbia” della psichiatria mondiale, considerata ecumenicamente un libro sacro anche per gli psicologi. Una “bibbia” che, a differenza di quella con la lettera maiuscola, non può essere soggetta al metodo storico-critico ma va interpretata letteralmente. Una “bibbia” che ha il potere di creare la realtà: un disturbo psichiatrico non esiste se non c’è nel DSM (“Non c’è nel DSM, quindi non è una malattia!”). Non importa se c’è il sospetto che alla base delle sue categorie diagnostiche ci sia l’industria farmaceutica statunitense (fate una ricerca su internet usando come parole chiave “big pharma” e “DSM”…) e non un serio lavoro scientifico. Non importa nemmeno se un manuale scientifico rinuncia all’oggettività per rifugiarsi nella “politicamente corretta” soggettività: fin dalla terza edizione, infatti, il DSM utilizza il termine “disease” (disturbo) al posto di “illness” (malattia).

Ciò che importa è solo ciò che dice questa “bibbia”, non il perché o su che basi: se è scritto nel DSM è vero, punto e basta. Credo quindi che i lettori della Bussola saranno costretti a rivedere le loro opinioni sulla pedofilia, perché la nuova edizione del manuale diagnostico dell’American Psychiatric Association avrà trai suoi principali cambiamenti quello riguardante la pedofilia.

Proprio così. Per ora si sa solo che la pedofilia sarà ribattezzata in “disturbo pedofilo” (“Pedophilic Disorder”), ma sarebbe molto strano annunciare un cambiamento su un tema così scottante se questo cambiamento riguardasse solo il nome. I precedenti fanno purtroppo temere il peggio.
Già nel DSM IV (pubblicato nel 1994) la voce “pedofilia” fu modificata: rispetto alla definizione precedente, la pedofilia poteva essere diagnosticata solo se “Le fantasia, gli impulsi sessuali o i comportamenti causano disagio clinicamente significativo o compromissione dell’area sociale, lavorativa, o di altre importanti aree del funzionamento” (ovviamente del pedofilo, non del bambino). Insomma, la pedofilia (come l’omosessualità nel DSM III) veniva considerata un disturbo se egodistonica (cioè causa disagio al pedofilo); se invece è egosintonica (cioè il pedofilo non ha nessun problema con la sua pedofilia) era considerata clinicamente normale.

Questi criteri diagnostici suscitarono le veementi proteste di numerose associazioni di genitori,così nel DSM IV-TR (la versione attualmente in uso) questo criterio fu modificato come segue: “La persona ha agito sulla base di questi impulsi sessuali o gli impulsi o le fantasia sessuali causano considerevole disagio o difficoltà interpersonali”. Insomma: gli atti pedofili sono un criterio diagnostico rilevante quanto la pedofilia egodistonica. Non è il massimo, ma è comunque qualcosa.
Comunque sia, è da molto tempo che, da Kinsey a Money in avanti, parecchi professionisti della salute mentale tentano disperatamente di cambiare la percezione della pedofilia nella società occidentale.

Nel 2011 alcuni perlamentari canadesi hanno proposto di modificare le leggi contro la pedofilia. Durante il dibattito sono stati chiamati due esperti: il dottor Vernon Quinsey, professore emerito di psicologia presso la Queen’s University e il dottor Hubert Van Gijseghem, ex professore di psicologia presso l’Università di Montreal. Il dottor Van Gijseghem ha sostenuto che “la pedofilia è un orientamento sessuale” paragonabile all’eterosessualità e all’omosessualità. Tutto corretto. Peccato che ormai, con la locuzione “orientamento sessuale” si intende “variante naturale della sessualità umana”. Infatti il dottor Van Gijseghem ha aggiunto che non è possibile modificare questo orientamento e il solo tentativo è una pazzia, come il tentativo di cambiare qualunque altro orientamento sessuale
Prepariamoci a già visti contorsionismi mentali per giustificare la decisione dell’APA: “Anche gli animali lo fanno, quindi è naturale”; “Lo facevano anche gli antichi Greci”; “Kinsey ha dimostrato che è normale”. r.marchesini labussolaquotidiana

 

Veleno nella vagina per uccidere il marito litigioso…

Giovedì, 31 Gennaio 2013

A Rio Preto, in Brasile, pare che le mogli dopo animate discussioni non scherzino affatto e siano piuttosto vendicative. Un uomo di 43 anni, infatti, ha denunciato sua moglie dopo che lei ha tentato di assassinarlo mettendosi del veleno nella vagina e obbligandolo ad avere un rapporto orale con lei. I due poco prima avevano litigato pesantemente; e il cambiamento d’umore repentino di lei, ha fatto salire i sospetti al marito che prima di praticare sesso orale (che ricordiamo dicono provochi il cancro alla gola) ha avvertito un forte odore intorno all’organo sessuale della moglie, ma non l’ha scampata perché ha comunque inalato i fumi del veleno, sentendosi male quasi subito. L’uomo, successivamente, si è recato in ospedale per capire che cosa fosse successo e le analisi del sangue hanno svelato che erano presenti sostanze tossiche nel suo organismo. L’uomo se l’è cavata con una lavanda gastrica, mentre la moglie è scappata senza lasciare traccia. La donna, adesso, è ricercata per tentato omicidio e in attesa di processo. Occhio uomini (e donne) che il sesso dopo la lite non sempre è riparatore… libero

 

Lavorano per Monti ma pagati da noi

Venerdì, 18 Gennaio 2013

Che sia un’abitudine o nostalgia, non ci sono dubbi: Mario Monti possiede la dimensione europea. Però, farsi pagare la portavoce e un assistente da Bruxelles appare in conflitto con quella correttezza formale che il premier vuole poter sempre ostentare. Appena sbarcato a Roma, il Professore ha chiesto il “distaccamento” di due funzionari europei: Elisabetta Olivi cura i rapporti con la stampa e Stefano Grassi è il consigliere per le politiche comunitarie e per le riforme economiche, nonché suggeritore per gli interventi pubblici, soprattutto quelli politici.

Il governo è finito – anche se formalmente è ancora in carica – e Monti e il suo staff ora sono impegnati quasi a tempo pieno nella campagna elettorale per Scelta Civica e la coalizione che sostiene il Professore per il bis a palazzo Chigi. Ma questo pare incompatibile con le regole europee.

I funzionari della Commissione possono lavorare nei Paesi membri, un distaccamento che in gergo comunitario si chiama “comando nell’interesse del servizio”. E l’interesse è quello esclusivo della Commissione, visto che il funzionario continua a beneficiare del trattamento economico e previdenziale (generoso) di Bruxelles.

Lo statuto, articolo 37, disciplina “la posizione del funzionario titolare che, con decisione dell’autorità che ha il potere di nomina, nell’interesse del servizio viene designato ad occupare temporaneamente un impiego fuori della sua Istituzione”. E sono indicati in modo abbastanza dettagliato gli impieghi possibili: “Presso persona che assolva un mandato previsto dai trattati o presso un presidente eletto di un’istituzione o di un organo delle Comunità o di un gruppo politico del Parlamento europeo o del Comitato delle regioni o di un gruppo del Comitato economico e sociale europeo”.

Non è neppure contemplata l’ipotesi di un incarico strettamente politico, anzi, partitico. Il sito di palazzo Chigi conferma che Grassi e Olivi sono pagati dall’Europa: “A partire dal primo dicembre 2011 la dottoressa Elisabetta Olivi e il dottor Stefano Grassi sono distaccati dalla Commissione europea e non percepiscono alcun emolumento dalla presidenza del Consiglio dei ministri”.

Grassi, con la trasformazione di Monti in politico, si è un po’ defilato, mentre Betty Olivi è sempre al fianco del Professore. Un’altra funzionaria europea è stata distaccata presso il ministero degli Affari europei guidato da Enzo Moavero (oggi anche lui candidato), ma si occupa soltanto del “semestre europeo”, cioè del coordinamento tra Bruxelles e Roma nella definizione della politica di bilancio.

Un compito coerente con lo statuto. E Moavero, anche lui ex funzionario della Commissione e poi giudice alla Corte di Giustizia, si è dimesso da tutto prima di entrare nel governo. La portoghese Amelia Torres, portavoce per i media internazionali, funzionaria Ue, si è invece messa in aspettativa e viene retribuita da palazzo Chigi.

La faccenda potrebbe essere derubricata a piccola questione di opportunità, ma stona un po’ con l’ossessione di Monti per la correttezza: nelle scorse settimane ha fatto impazzire gli alleati della coalizione centrista perché voleva partecipare alle riunioni politiche come candidato e non come premier, senza avvalersi quindi dell’apparato di protezione legato al ruolo. Ma i problemi di sicurezza c’erano e quindi i meeting si sono tenuti in luoghi segreti, con i partecipanti che ricevevano telefonate del tipo: “Ci vediamo domani alle dieci ma non possiamo dirti dove”.

Il Professore sa che è anche sui dettagli che sarà misurato. Dettagli tipo quello che le dichiarazioni sui conflitti di interesse vanno consegnati entro il 15 marzo, cioè dopo le elezioni, eliminando il controllo preventivo sulle candidature. C’è anche un terzo caso. Il vicesegretario di Palazzo Chigi, Federico Toniato, continua a mediare tra il Professore, i partiti e, si dice, il Vaticano. Ma anche Toniato è ancora formalmente uomo delle istituzioni, non di partito, visto che è un funzionario del Senato distaccato a Palazzo Chigi. Negli Usa ci sono polemiche quando Barack Obama va ai comizi con l’Air Force One. Chi fa campagna elettorale essendo già in carica parte sempre avvantaggiato.Stefano Feltri e Carlo Tecce per il “Fatto quotidiano

Sono gay e non voglio il matrimonio omosessuale

Sabato, 12 Gennaio 2013

Sono francesi, sono omosessuali, «la maggioranza degli omosessuali», e non vogliono né il matrimonio né l’adozione per le coppie gay, soprattutto non vogliono essere trattati allo stesso modo delle coppie eterosessuali «perché siamo diversi: non vogliamo uguaglianza, ma giustizia». Parliamo dei cittadini francesi gay rappresentati da Homovox, che non chiede il “matrimonio per tutti” – nome delprogetto di legge di François Hollande che legalizzerà il matrimonio gay e l’adozione per le coppie omosessuali – ma “la parola per tutti!”. «In Francia ci censurano, si ascoltano sempre le lobby LGBT, parlano sempre loro nei media, ma la maggior parte degli omosessuali sono amareggiati dal fatto che questa lobby parli a loro nome, perché non abbiamo votato per loro e non ci rappresenta», spiega a tempi.it Nathalie de Williencourt, portavoce di Homovox. Ecco perché l’associazione parteciperà domenica alla grande “Manifestazione per tutti”, che vedrà sfilare dai cattolici agli ebrei ai musulmani ai socialisti ai radicali agli omosessuali contro il progetto di legge di Hollande, che comincerà ad essere discusso all’Assemblea nazionale il 29 gennaio.

Chi rappresenta Homovox in Francia?

Homovox è un collettivo di cittadini francesi che porta la voce degli omosessuali francesi che si oppongono al progetto di legge Taubira. Sul nostro sito Homovox.com si possono trovare le testimonianze delle persone omosessuali che spiegano perché si oppongono al progetto di legge.

Perché avete firmato l’appello della “manifestazione per tutti”?
In Francia si ascoltano sempre le lobby LGBT, parlano sempre loro nei media, ma molti omosessuali non fanno parte di questo movimento. La maggior parte degli omosessuali sono amareggiati dal fatto che questa lobby parli a loro nome, perché non abbiamo votato per loro. Noi vogliamo dare la parola alla maggioranza degli omosessuali in Francia e sosteniamo la “Manifestazione per tutti” perché noi gay non vogliamo il matrimonio.

Perché?
Perché la coppia omosessuale è diversa da quella eterosessuale. Ed è diversa per un semplice dettaglio: non può dare origine alla vita, per cui ha bisogno di una forma di unione specifica che non sia il matrimonio. Ha bisogno di un’altra cosa perché la realtà delle coppie omosessuali è diversa da quella delle coppie eterosessuali.

Nel vostro comunicato accusate la comunità LGBT di essersi autoproclamata portavoce della comunità omosessuale.
È proprio così. Le comunità LGBT sono composte molto spesso da persone omosessuali che sono state rigettate dalla famiglia, sono venute a Parigi e hanno trovato ospitalità nella comunità Lgbt, sorta nel quartiere del Marais. Queste persone hanno una ferita in rapporto alla loro omosessualità: poiché non la accettano, rivendicano di essere come gli eterosessuali. Il nostro movimento rivendica invece che gli omosessuali siano trattati diversamente dagli eterosessuali, perché siamo differenti. Non possiamo chiedere l’uguaglianza per situazioni che sono differenti. Non è l’uguaglianza ad essere importante, ma la giustizia. C’è un’uguaglianza giusta e un’uguaglianza ingiusta.

E per quanto riguarda l’adozione di bambini da parte di coppie gay?
È importante capire che in Francia nella legge non ci sono distinzioni tra il matrimonio e l’adozione: tutte le coppie sposate hanno il diritto di adottare. Quando si propone il matrimonio per gli omosessuali, esso comprende automaticamente l’adozione. Non c’è divisione come in altri paesi europei. Noi crediamo che i bambini abbiano il diritto ad avere un padre e una madre, possibilmente biologici, che possibilmente si amino. Un figlio nasce dal frutto dell’amore di suo padre e di sua madre e ha il diritto di conoscerli. Se le coppie omosessuali adottano dei bambini che sono già privati dei loro genitori biologici, allora li si priva di un padre e di una madre una seconda volta. Questa legge in Francia è stata fatta nel dopoguerra, quando c’erano molti bambini da adottare e si voleva dare loro dei genitori. L’adozione però non è un diritto degli adulti, serve a donare dei genitori ai bambini che non ne hanno, ma oggi non è più così.

Cioè?
Le coppie che fanno domanda attendono anni prima di potere adottare un bambino, perché non ce ne sono più. Inoltre molti paesi del mondo non concederanno più adozioni alla Francia se questa legge sarà approvata, dal momento che paesi come la Cina e altri in Asia hanno procedure nelle quali chiedono che le coppie omosessuali siano escluse. Tutto ciò significa rendere l’adozione per le coppie uomo-donna ancora più difficile.

Chi espone gli stessi vostri argomenti, di solito, viene chiamato omofobo.
È da due mesi che in Francia sono usciti allo scoperto gli oppositori al “matrimonio per tutti”. Prima chi si opponeva al matrimonio gay veniva subito chiamato omofobo da quasi tutti i grandi media ed era impossibile opporsi senza essere immediatamente tacciati di omofobia. Io e i miei amici omosessuali, che non possiamo certo essere accusati di omofobia, chiediamo che ci sia un dibattito per permettere le unioni omosessuali, ma creando un’istituzione diversa dal matrimonio.

Ad esempio?
Che ci sia un allargamento dei Pacs, che si rifletta sui Pacs. Ma noi non vogliamo il matrimonio, che è riservato all’uomo e alla donna in quanto possono procreare. È così da secoli.

Che cosa chiedete quindi al presidente Hollande?
Noi domandiamo gli Stati generali del matrimonio, cioè domandiamo un dialogo fra François Hollande e il popolo. Perché il presidente aveva promesso che non avrebbe fatto passare una legge con la forza se il popolo francese non fosse stato d’accordo. Ha detto che voleva dialogare col popolo francese. Speriamo che aprirà il dialogo con degli Stati generali sul matrimonio e con un referendum per interrogare tutti i cittadini su questo argomento.

Hollande ha una grande maggioranza all’Assemblea nazionale. Secondo voi la manifestazione può andare a buon fine, la legge potrebbe non passare?
Dipenderà dalla mobilitazione della manifestazione di domenica e del modo in cui il governo ascolterà il popolo francese. La risposta dipende da François Hollande e domenica il popolo francese si rivolgerà a lui, non contro di lui ma per chiedergli di avere tutti insieme il tempo per riflettere su cosa sia meglio per la società francese perché le persone possano vivere in pace.

In che modo?
La pace si costruisce dentro la famiglia e per avere pace nella famiglia bisogna donare ai bambini il quadro più naturale e che più infonde sicurezza per crescere e diventare grandi. Cioè la composizione classica uomo-donna.

l. grotti tempi.it

Sono ladri di parole (by Langone)

Lunedì, 7 Gennaio 2013

Sono dei ladri. Dei ladri di parole e quindi, essendo le parole cose, sono ladri e basta. Nella clinica universitaria di Padova hanno rubato la parola “padre”. Al suo posto, nei braccialetti consegnati ai genitori in visita nel reparto di ostetricia, hanno messo un surrogato: la parola “partner”. “Abbiamo preso questa decisione per non offendere la sensibilità di nessuno”, dice il direttore della clinica che invece ha offeso la sensibilità di tutti gli uomini. Io sono un uomo e se faccio un figlio esigo di essere chiamato padre. Non voglio essere definito, io che sono italiano, con una parola inglese. E nemmeno con la sua traduzione: non sono socio di nessuna donna, “socio” è parola del mondo dell’economia e io distinguo l’amore, che è dono, dall’economia, che è scambio di un bene o servizio in cambio di moneta. Io, tanto per cominciare, non compro i figli nelle banche del seme e non noleggio corpi di donne povere come fanno gli omosessuali bramosi di riprodursi contronatura. Io non sono né partner né socio, e loro sono dei ladri. Hanno rubato ai padri e hanno rubato ai bambini. Che Dio non li perdoni. E nemmeno i bambini, quando saranno grandi. c. langone foglio 4.1.2013