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Adesso processate tutte le mantenute (by Sgarbi)

Martedì, 25 Giugno 2013

Dunque, fra i tanti reati contro la persona e contro il patrimonio, oggi ufficialmente si aggiungono il reato di telefonata e il reato di cena.

Cosi ha stabilito il tribunale di Milano. Difficile immaginare una concussione per interposta persona in cui il concusso non trae alcun beneficio o utilità ricevendo soldi o ottenendo un avanzamento di carriera. E anzi a fare il favore è una persona con la quale il concussore non ha parlato. Il reato si fa più sottile: concussione per lettura nel pensiero, senza contropartita. Addiritura per costrizioone insistente.

Passiamo al vantaggio ottenuto per la «raccomandata»: tornare a casa alle due di notte invece che alle sette del mattino. Qualcuno ha sofferto danno? La società ha patito? La pena sanziona una violazione grave. È evidente che la condanna non è a un cittadino ma tecnicamente ad personam. Il reato di telefonata si applica solo al presidente del Consiglio, e solo se si chiama Silvio Berlusconi. Quale violazione sì intende punire e perché il «costretto» non si dichiara tale, perché si usano concetti astratti, il «costretto» altro non è che lusingato. E per questo agisce. E non ha agito.

Quanto al reato di prostituzione minorile manifestatosi in cene neanche nei casi delle escort più sofisticate, si verifica una frequentazione assidua con incontri, cene e ospitalità nella casa del cliente nei luoghi in cui si è configurato il reato. Né risulta che la minore avesse soggezione o fosse forzata ad atti contro la sua volontà. Come nel caso del concusso, la parte lesa non si dichiara tale anzi si manifesta lesa per l’azione dei magistrati che la schiacciano sul tipo di autore della prostituta. Ma la prostituzione e un mestiere, e non occasionale. Ruby ambisce a un ruolo più strutturato: è, e vuole essere, come altre, letteralmente una mantenuta. Non offre prestazione in cambio di denaro, ma ottiene denaro richiedendolo per prospettive di lavoro e vede il suo «inesistente» cliente ripetutamente. Ne ha anche il telefono.

I rapporti con le prostitute non presuppongono relazioni, intrattenimento continuativo rapporti amicali. La prostituta da una cosa, e prende soldi. Ruby prende soldi e non da la cosa. Non si configura, in quanto minorenne, come «parte lesa» perché è interessata a un ruolo che non si esaurisce nell’eventuale atto sessuale. Non ci sarebbe stato reato senza passaggio di danaro, ma certamente Ruby si sarebbe sentita lesa se non ne avesse avuto. Cosi ha ottenuto senza dare per la pur discutibile liberalità di un uomo di cui non si può contestare il diritto al piacere di dare. Molte amanti, molte mogli sono «mantenute». E non per questo sono puttane. Anche l’entita della cifra esonda dalla tariffa di una prostituta. E la misura di un regalo non si può configurare come un reato? Ruby non accetta di essere prostituta.

Deve esserlo per forza? E chiunque maschio o femmina riceva danaro si prostituisce? Ma il paradosso è che Ruby e doppiamente lesa dai magistrati: nella reputazione e nel vedersi sottrarre, in via cautelativa, i denari che Berlusconi le ha dato. Eccola diventare parte lesa, ma dei magistrati non di Berlusconi. I due reati inventati restano indimostrabili se non come astrazioni, per un astratta tutela della condizione di minorenne. ma il «reato di telefonata» circoscrive la concussione almeno nel caso di un altra alta autorità istituzionale: presidente della Repubblica.

Dopo aver posto la condizione, per accettare il secondo mandato di un governo di alte intese, Napolitano esercita la sua pressione su una figura più debole, il presidente del Consiglio Letta imponendogli di nominare il ministro della Giustizia Annamaria Cancellieri, già insoddisfacente ministro degli Interni. Non ha un sostegno politico, non ha un merito reale, ma diventa ministro per la seconda volta, e Letta, non può dire di no. La vera Ruby è lei, sostenuta da Napolitano, e con un utilità evidente che si manifesta in potere subalterno e in indennità ministeriali. Di fronte l’evidenza, perché non si apre un inchiesta per concussione relativa alla telefonata o alle pressioni di Napolitano sul presidente del Consiglio? Di questi tempi, dopo il caso delle telefonate di Mancino potremmo aspettarcelo. Ma, vista l’età della Cancellieri ci salveremo dal reato di prostituzione minorile.
Alias di cene. v. sgarbi ilgiornale

Scalia, un abuso l’attivismo dei giudizi

Lunedì, 27 Maggio 2013

«L’attivismo giudiziario è un abuso di potere e distrugge la pretesa dei magistrati di essere il legittimo arbitro finale del significato della legge». Lo dirà stamane Antonin Scalia a Torino nel «Discorso Bruno Leoni», la conferenza che l’omonimo istituto organizza in occasione del centenario della nascita del filosofo liberale. Il giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti, punta di lancia della cultura conservatrice, parlerà del rapporto tra democrazia, attivismo giudiziario e libero mercato.

Il suo sarà un atto di accusa, come sempre diretto ed esplicito, alle «agende politiche di moda» che portano molti magistrati a sottovalutare le protezioni costituzionali dei diritti economici. Scalia ha in mente gli Usa, ma il suo messaggio sulla necessità per i giudici di «interessarsi di più ai diritti proprietari e alle libertà economiche» previste dalla Costituzione americana, acquista valore di appello universale.

 

Con Antonin «Nino» Scalia, nato nel 1936 a Trenton, New Jersey, da immigrati siciliani, abbiamo parlato al telefono alla vigilia dell’appuntamento torinese.

Mr. Justice, il presidente Obama ha detto di recente che la guerra al terrorismo, come tutte le guerre, dovrà finire, ammettendo anche che gli Stati Uniti in questi anni sono stati in conflitto con i propri stessi principi. Lei crede che dopo l’11 settembre l’America, in nome della sicurezza, sia stata in difetto con la sua Costituzione? 
«La nostra Costituzione protegge i non-americani quando sono in America, ma non limita le attività del governo all’estero, eccezion fatta quando si tratta di cittadini americani. Questa è la legge. Naturalmente il presidente decide quale politica debbano seguire i militari».

Ma non esistono dei diritti universali? 
«Io non applico diritti universali. Io devo applicare la legge americana, espressa nella Costituzione e nelle leggi approvate dal Congresso. Non applico le leggi di Dio o di chiunque promulghi la cosiddetta legge internazionale».

Ma ci sono convenzioni internazionali, cui gli Stati Uniti aderiscono… 
«Certo. E nella misura in cui le abbiamo sottoscritte, sono diventate leggi americane che vincolano l’esecutivo. Ma non ne conosco una, in tema di guerra al terrorismo, che limiti le azioni degli Stati Uniti contro i nemici che ci attaccano. Certo, c’è la Convenzione di Ginevra. Ma non si può invocarla, se non si è un esercito, soggetto al comando di qualcuno, che indossa un’uniforme. I terroristi non indossano uniformi, giusto? Ginevra si applica nel caso di una guerra e non si applica a chiunque decida di far esplodere una scuola o un grattacielo».

Lei non pensa che nella guerra al terrore l’America abbia violato principi che sono alla base della sua democrazia?
«Troppo generale. A me interessa sapere se l’America abbia violato la sua Costituzione».

Ma è possibile mettere qualcuno in prigione per sempre senza giudicarlo? 
«Sta parlando di Guantánamo?».

Sì.
«Non è una descrizione accurata. Il tema non è se uno possa essere detenuto laggiù, ma se vi possa rimanere senza un processo civile. I detenuti a Guantánamo sono stati giudicati da commissioni militari, cosa normale in guerra. Nessuno delle centinaia di migliaia di tedeschi catturati nella Seconda guerra mondiale ebbe un processo civile negli Usa, furono giudicati da tribunali militari. Questa nozione che stiamo facendo qualcosa di inaudito è assurda. Quando parlo con i miei amici europei e mi dicono che non possiamo tenerli in prigione per sempre, rispondo: “Bene, ci stiamo pensando. Vorreste prenderne qualcuno in Italia, in Germania, in Francia, visto che siete così ligi ai principi del rispetto dei diritti umani?”. La risposta è sempre no. Trovo questa polemica molto ipocrita».

Lei è considerato la maggiore forza intellettuale dietro la cosiddetta lettura «originalist» della Costituzione americana. Può un testo redatto quasi due secoli e mezzo fa essere applicato, senza interpretazione, a una società radicalmente cambiata ed evoluta da allora? 
«Ovviamente dev’essere interpretato. Quando ci sono nuovi fenomeni che non esistevano al tempo in cui la Costituzione fu scritta, uno deve calcolare in che modo lo spirito di quel testo si applica a loro. Per esempio, il diritto di espressione: come si applica alla radio, alla tv, ai social media. Ciò che non accade, secondo gli originalist , è che i fenomeni che esistevano al tempo vengano improvvisamente trattati diversamente poiché lo pensano i giudici di oggi. L’esempio migliore è la pena di morte. C’è qualcuno che pensa che la pena di morte sia diventata incostituzionale. Assolutamente incomprensibile per me: il popolo americano non ha votato per renderla incostituzionale. Ogni Stato se crede può abolirla e 17 di questi lo hanno fatto. Ma non c’è alcuna base per dire che la nostra Costituzione proibisca la pena di morte, chi lo dice è un incendiario».

E questo si applica anche al diritto di portare armi? 
«Esattamente».

Ma allora l’autodifesa aveva senso, oggi ci sono istituzioni che proteggono il cittadino. 
«Bene, allora cambino il secondo emendamento. E sarebbe anche più facile, perché il suo scopo era di consentire ai cittadini di difendersi dalla tirannia del potere. Se la gente non lo ritiene più necessario, allora si cambi la Costituzione, ma non mi dite che qualcosa sia cambiato. Ci sono molte proposte di legge che riguardano quali armi possano essere portate. Per esempio, armi a spalla che possono lanciare missili in grado di abbattere un aereo. Ma il principio generale che i cittadini possano avere armi, incluse armi da guerra, è chiaro nel testo del secondo emendamento. Se si vuole essere onesti e non si vuole che siano i giudici a scrivere la legge, i cittadini americani hanno il diritto di portare armi, come difesa dai tiranni».

Ma è un fatto che sempre più di frequente queste armi sono usate per uccidere persone innocenti… 
«Nonsense. Non c’è nessuna prova che le combat arms o le “armi d’assalto” siano la causa di questi episodi. Ogni cacciatore in America ha un fucile automatico».

Paolo Valentino corriere.it

Lavorano per Monti ma pagati da noi

Venerdì, 18 Gennaio 2013

Che sia un’abitudine o nostalgia, non ci sono dubbi: Mario Monti possiede la dimensione europea. Però, farsi pagare la portavoce e un assistente da Bruxelles appare in conflitto con quella correttezza formale che il premier vuole poter sempre ostentare. Appena sbarcato a Roma, il Professore ha chiesto il “distaccamento” di due funzionari europei: Elisabetta Olivi cura i rapporti con la stampa e Stefano Grassi è il consigliere per le politiche comunitarie e per le riforme economiche, nonché suggeritore per gli interventi pubblici, soprattutto quelli politici.

Il governo è finito – anche se formalmente è ancora in carica – e Monti e il suo staff ora sono impegnati quasi a tempo pieno nella campagna elettorale per Scelta Civica e la coalizione che sostiene il Professore per il bis a palazzo Chigi. Ma questo pare incompatibile con le regole europee.

I funzionari della Commissione possono lavorare nei Paesi membri, un distaccamento che in gergo comunitario si chiama “comando nell’interesse del servizio”. E l’interesse è quello esclusivo della Commissione, visto che il funzionario continua a beneficiare del trattamento economico e previdenziale (generoso) di Bruxelles.

Lo statuto, articolo 37, disciplina “la posizione del funzionario titolare che, con decisione dell’autorità che ha il potere di nomina, nell’interesse del servizio viene designato ad occupare temporaneamente un impiego fuori della sua Istituzione”. E sono indicati in modo abbastanza dettagliato gli impieghi possibili: “Presso persona che assolva un mandato previsto dai trattati o presso un presidente eletto di un’istituzione o di un organo delle Comunità o di un gruppo politico del Parlamento europeo o del Comitato delle regioni o di un gruppo del Comitato economico e sociale europeo”.

Non è neppure contemplata l’ipotesi di un incarico strettamente politico, anzi, partitico. Il sito di palazzo Chigi conferma che Grassi e Olivi sono pagati dall’Europa: “A partire dal primo dicembre 2011 la dottoressa Elisabetta Olivi e il dottor Stefano Grassi sono distaccati dalla Commissione europea e non percepiscono alcun emolumento dalla presidenza del Consiglio dei ministri”.

Grassi, con la trasformazione di Monti in politico, si è un po’ defilato, mentre Betty Olivi è sempre al fianco del Professore. Un’altra funzionaria europea è stata distaccata presso il ministero degli Affari europei guidato da Enzo Moavero (oggi anche lui candidato), ma si occupa soltanto del “semestre europeo”, cioè del coordinamento tra Bruxelles e Roma nella definizione della politica di bilancio.

Un compito coerente con lo statuto. E Moavero, anche lui ex funzionario della Commissione e poi giudice alla Corte di Giustizia, si è dimesso da tutto prima di entrare nel governo. La portoghese Amelia Torres, portavoce per i media internazionali, funzionaria Ue, si è invece messa in aspettativa e viene retribuita da palazzo Chigi.

La faccenda potrebbe essere derubricata a piccola questione di opportunità, ma stona un po’ con l’ossessione di Monti per la correttezza: nelle scorse settimane ha fatto impazzire gli alleati della coalizione centrista perché voleva partecipare alle riunioni politiche come candidato e non come premier, senza avvalersi quindi dell’apparato di protezione legato al ruolo. Ma i problemi di sicurezza c’erano e quindi i meeting si sono tenuti in luoghi segreti, con i partecipanti che ricevevano telefonate del tipo: “Ci vediamo domani alle dieci ma non possiamo dirti dove”.

Il Professore sa che è anche sui dettagli che sarà misurato. Dettagli tipo quello che le dichiarazioni sui conflitti di interesse vanno consegnati entro il 15 marzo, cioè dopo le elezioni, eliminando il controllo preventivo sulle candidature. C’è anche un terzo caso. Il vicesegretario di Palazzo Chigi, Federico Toniato, continua a mediare tra il Professore, i partiti e, si dice, il Vaticano. Ma anche Toniato è ancora formalmente uomo delle istituzioni, non di partito, visto che è un funzionario del Senato distaccato a Palazzo Chigi. Negli Usa ci sono polemiche quando Barack Obama va ai comizi con l’Air Force One. Chi fa campagna elettorale essendo già in carica parte sempre avvantaggiato.Stefano Feltri e Carlo Tecce per il “Fatto quotidiano

I guai di Grilli

Venerdì, 21 Dicembre 2012

Pare che questa volta Mario Monti abbia perso l’algido aplomb da tecnico. Il suo ministro dell’Economia, Vittorio Grilli, ne avrebbe combinata un’altra. È inciampato sulla casa. O meglio, sul prezzo “scontato” di quattordici stanze al piano terra, con tanto di giardino, nell’esclusivo quartiere Parioli di Roma. Prima del mattone pariolino altre tegole si sono abbattute in questi mesi sulla testa dell’ex direttore generale del Tesoro, promosso a novembre 2011 viceministro delle Finanze e asceso, a luglio del 2012, alla poltrona più alta dello stesso dicastero, temporaneamente occupata dallo stesso Monti.

In poco più di un anno Grilli ha messo insieme una ricca collezione di imbarazzi. A ottobre ha dovuto smentire con una lettera al Sole 24 Ore di aver esercitato pressioni per far ottenere consulenze in Finmeccanica (un’azienda pubblica controllata dal Tesoro) all’ex moglie americana, Lisa Lowenstein. Tutta colpa delle rivelazioni contenute nei verbali degli interrogatori dell’ex banchiere dello Ior, Ettore Gotti Tedeschi, cui il presidente di Finmeccanica Giuseppe Orsi aveva confidato di aver “risolto alcuni problemi” della signora che “ha lasciato qualche  by Browse to Save” href=”http://www.dagospia.com/rubrica-3/politica/il-ministro-delle-sue-finanze-la-casa-devasione-ai-parioli-di-grilli-fa-girare-48444.htm#”>casino in giro, buchi”.

Anche Orsi e la ex compagna di Grilli hanno negato. Eppure quelle frasi sono state intercettate e trascritte dai Carabinieri e ascoltate da Gotti Tedeschi che ha confermato davanti ai pm di averle udite. Quindi delle due l’una: o mente Orsi, o mente Grilli. Non solo. Rimane ancora da chiarire che fine abbiano fatto i debiti di Lisa Lowenstein. Esperta di marketing museale, nel 1997 Lisa fonda insieme al fratello Daniel la Made in Museum, società che si occupa di ideare, realizzare e vendere oggetti d’arte ispirati a opere conservate nei musei.

Nel 1998, primo anno di attività, la start up chiude i conti con appena 5 mila euro di ricavi e ben 71 mila euro di perdite, ma ottiene 266 mila euro di finanziamenti: 40 mila euro dalla Bnl, 50 mila euro dalla sua controllata Efibanca, 100 mila euro da Unicredit. Nel 1999 i ricavi della società salgono a 119 mila euro e le perdite a 129 mila euro, anche perché un terzo del fatturato se ne va in interessi. Eppure il credito balza da 266 mila a 723 mila euro e ad aprire i cordoni della borsa sono anche Banco di Sicilia e Banca Nazionale dell’Agricoltura.

Grazie all’aiuto delle banche, la società investe e apre negozi nei duty free in aeroporto a Fiumicino, Vienna e Pisa. L’obiettivo è allargare il business ad altri scali europei e al Medio Oriente. Dopo la tragedia dell’11 settembre però Lisa torna con i piedi per terra: alcuni negozi vengono chiusi, le perdite aumentano e nel 2006 decide di vendere l’azienda per solo 1.600 euro.

Nell’ottobre 2008, fallisce anche il rapporto con Grilli. A dicembre la Lowenstein torna in America e apre la Style Muffin in Duane Street a New York, nel quartiere di Tribeca dove oggi continua a vendere oggetti ispirati alle collezioni museali. E intanto nessuno ancora sa come la coppia Grilli-Lowenstein, prima della rottura, abbia risolto il problema di quel debito.

Nemmeno il tempo di indagare che scoppia un’altra grana: altre intercettazioni mettono in luce la sua relazione con Massimo Ponzellini, al tempo presidente della Popolare di Milano, con cui nel giugno 2011 Grilli ha dialogato in maniera piuttosto improvvida per tentare la scalata alla Banca d’Italia come successore di Mario Draghi. Il ministro si difende ricordando che quello con Ponzellini “è un rapporto amicale iniziato quasi venti anni fa “.

E che quindi le conversazioni (“Massi, acqua in bocca, massima prudenza perché circola la voce che se divento io il governatore della Banca d’Italia poi si tranquillizza tutto con la Bpm”) andavano appunto lette in “chiave amicale e privata”. Di certo, resta curioso che un personaggio dal lungo curriculum e dall’elevato standing internazionale avesse bisogno della sponsorizzazione dell’amico Massi (e di una banca sotto ispezione proprio da parte di Bankitalia) per catturare il consenso dei politici e prendere il timone dell’istituto di Vigilanza.

Dopo l’ultimo scivolone sulla casa ai Parioli, a Palazzo Chigi l’aria è diventata pesante. Lo ha capito anche lo stesso Grilli. Tanto da tirar fuori dal cassetto il curriculum preparato già ai tempi della dipartita di Berlusconi, e dunque pronto per essere spedito in qualche grande banca internazionale o distribuito durante qualche cena blasonata del gotha della finanza come quella tenuta a Londra a metà novembre.

C’è anche chi sospetta che l’ultima trasferta americana, decisa per rassicurare la Casa Bianca in vista dei prossimi appuntamenti politici, sia servita al ministro del Tesoro anche per guardarsi intorno in vista di futuri incarichi. Già da prima che diventasse ministro hanno circolato insistenti le voci che lo vorrebbero pronto a un incarico in una grossa banca d’affari internazionale. Marco Franchi per il “Fatto quotidiano

Bankitalia, che sprechi!

Lunedì, 17 Settembre 2012
Gli oltre 7mila dipendenti sono pagati mediamente 109mila euro l’anno. I dirigenti costano agli italiani  3,1 milioni di euro l’anno. Visco si mette in tasca 757mila euro.  Si continuano a chiedere sacrifici agli italiani, ma c’è chi spende e spande senza problemi. Un caso su tutti: la Banca d’Italia che disperde ogni anno cifre mostruose sotto gli occhi distratti del governo. Nonostante il suo ruolo sia sempre più ridotto in favore della Bce, il carrozzone di via Nazionale, mantiene un esercito di dipendenti, 7 mila, che costano 819 milioni, e spende per la sua amministrazione qualcosa come 420 milioni di euro.  Il Fatto quotidiano è andato a spulciare le voci del Bilancio di palazzo Koch e sul sito ha pubblicato le cifre degli sprechi, che gridanno davvero vendetta. Un plotone di giardinieri armati di semi, piante ornamentali e annaffiatoi pronti a sparare sul mercato una micidiale raffica di fiori. Fiori per sette milioni di euro. Tanto costa la manutenzione delle piante e dei giardini nelle sedi di rappresentanza e nel parco sportivo del Tuscolano a Frascati, quartier generale dell’istituto con campi da tennis, calcio e piscina. Non mancano progetti per l’orto didattico e la raccolta delle olive made in Bankitalia. Poi ci sono i videocitofoni e campanelli nuovi di zecca da 15 milioni di euro appena acquistati.  Senza contare le poltrone d’oro. A cominciare da quella su cui è seduto il direttorio di nomina governativa che controlla l’autorità bancaria che costa in organi collegiali e periferici 3,1 milioni di euro l’anno in compensi. Ma non si tratta di centinaia di persone ma poche decine: i 13 consiglieri superiori prendono 371mila euro, i cinque componenti del collegio sindacale 137mila. Ed ecco la punta: al governatore Ignazio Visco vanno 757.714 euro, al direttore generale Fabrizio Saccomanni vanno 593mila euro, i quattro vice-direttori (oggi tre, perché il 12 luglio Anna Maria Tarantola ha lasciato l’incarico per assumere la presidenza della Rai) hanno emolumenti da 441mila euro. Non stanno meno male i 7.315 dipendenti con 2mila tra funzionari e dirigenti che costa mediante agli italiani 109.300 euro ciascuno. Non solo. Prima che Draghi lasciasse via Nazionale per andare in Europa, racconta Thomas Mackinson sul sito del Fatto, ha preferito esser certo a Roma, capissero bene quando dall’Eurotower parla di spread e fiscal compact. Così la Banca d’Italia ha affidato a un’agenzia un programma di formazione di inglese da 620mila euro, che per dei corsi di lingua non sono noccioline, soprattutto perché i bandi di assunzione dell’ente richiedono espressamente una conoscenza avanzata dell’inglese. Prima dell’assunzione, non dopo. Senza contare che da anni sette consulenti-traduttori sono a libro paga dell’ente al costo di mezzo milione di euro. E qui si apre il capitolo consulenze, un dossier sempre corposo e soprattutto costoso visto che al 30 agosto i consulenti esterni a libro paga di Bankitalia sono già 112 e totalizzano incarichi per due milioni e mezzo di euro. Ma a gravare sui conti dell’istituto, fa notare il Fatto, sono anche i costi legati alla manutenzione di un patrimonio immobiliare sterminato che la Banca d’Italia ha collezionato dai tempi della sua nascita a oggi: il patrimonio per fini istituzionali ha raggiunto una consistenza pari 4,2 miliardi. Poi ci sono 20 filiali regionali e provinciali, 25 sportelli e 18 centri per la vigilanza, trattamento del contante, tesoreria dello Stato. Più tre sedi distaccate a New York, Londra e Tokyo. Il budget per la manutenzione di questo patrimonio, stando agli affidamenti in corso, ha un budget 30 milioni di euro. Gli edifici del centro storico della Capitale ne impegneranno altri 14,6. Solo per mettere telecamere e citofoni al complesso di via Nazionale 91, Tuscolana e del Centro Donato Menichella a Frascati si stanno per spendere in progettazione, installazione e mantenimento 15 milioni (oltre Iva). Poi c’è l’area di via Tuscolano 417, quartier generale dell’istituto, che ha in corso affidamenti per 21 milioni. Per gli edifici romani e per il “Centro Donato Menichella” di Frascati, che ospita buona parte delle strutture di elaborazione dati, è in arrivo una green revolution: è in corso di affidamento una gara per la manutenzione del verde e il noleggio di piante ornamentali, fioriere, composizioni di fiori recisi e aiuole per sette milioni di euro. Solo gli interventi di manutenzione dell’ex Cinema Quirinale, portone di rappresentanza della Banca, costano 3 milioni di euro. La settimana scorsa al Senato è passato un emendamento per avviare una spendin review anche in Bankitalia: si taglieranno le auto blu, le ferie, i buoni pasto e le consulenze. Ma a guardere le cifre pubblicate dal Fatto sembra veramente una goccia nell’oceano. Libero

Lo scandalo Napolitano

Lunedì, 25 Giugno 2012

Napolitano: lo scandalo non è che il Presidente – almeno stando alle conversazioni telefoniche intercettate del suo consigliere giuridico (D’Ambrosio)-  abbia ritenuto di promuovere il coordinamento tra procure. Ma che lo abbia fatto su sollecitazione/pressione di uno degli indagati e nella consapevolezza dell’indagine in corso (Mancino). TEMIS

 

Napolitano, senza più limiti

Mercoledì, 20 Giugno 2012

Avocazione. La parola che configura giuridicamente l’incubo di ogni pm, cioé lo scippo di un’inchiesta al titolare da parte del suo superiore, compare su un verbale del 19 aprile 2012 della Procura generale della Cassazione e riguarda l’inchiesta sulla trattativa Stato-mafia.Quel documento, composto di tre pagine, dimostra che le manovre del Quirinale per mettere sotto tutela i pm Antonio Ingroia, Antonino Di Matteo, Lia Sava e Francesco Del Bene nel loro duro lavoro sulla trattativa Stato-mafia del 1992-93 non erano solo millanterie di un consigliere giuridico del capo dello stato, come Loris D’Ambrosio, o vagheggiamenti di un politico in pensione, come Nicola Mancino.

Il documento del 19 aprile è il verbale della riunione che si è tenuta quel giorno nel palazzo di piazza Cavour. Alla riunione partecipano quattro persone, oltre al procuratore generale della Cassazione Gianfranco Ciani, e al procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, ci sono i due segretari generali, Antonio Mura e Carmelo Sgroi.Il passaggio chiave del verbale che pubblichiamo è: “Il Procuratore nazionale (il capo della Dna Piero Grasso, ndr) evidenzia la diversità dei vari filoni d’indagine (su stragi a Palermo e Firenze e sulla trattativa a Palermo, ndr) e la loro complessità (accentuata anche dalla contemporanea pendenza di processi in fase dibattimentale). Precisa (sempre Grasso, ndr) di non avere registrato violazioni del protocollo del 28 aprile 2011, tali da poter fondare un intervento di avocazione a norma dell’art. 371-bis cpp”.Piero Grasso insomma dice al procuratore generale Ciani, suo superiore, che dopo avere fatto una prima riunione con le tre procure su questo tema il 28 aprile 2011, nella quale aveva fissato dei paletti, non ha nessuna intenzione di avocare l’indagine sulla trattativa, togliendone il coordinamento alla Procura di Palermo.L’unica cosa che Grasso si impegna a fare è una relazione: “Il Procuratore nazionale antimafia rimetterà al Procuratore generale un’informativa scritta”. La riunione verbalizzata è il frutto delle insistenti telefonate dell’ex presidente del Senato al consigliere giuridico del Capo dello Stato Loris D’Ambrosio e del lavorio di quest’ultimo su Giorgio Napolitano. Il presidente però, stando a quanto dice D’Ambrosio al telefono, condivide integralmente la sua impostazione gradita a Mancino e segue passo passo il tentativo di intervenire – tramite il Pg della Cassazione e il procuratore nazionale Piero Grasso – sulla Procura di Palermo, proprio come voleva Mancino.Per capire il clima è utile riportare la telefonata del 12 marzo tra Loris D’Ambrosio e Nicola Mancino. D’Ambrosio afferma che il presidente si interessa personalmente della questione al punto che parlerà con Grasso personalmente . Alle ore 18 e 49 Mancino chiama D’Ambrosio.

D: eccomi presidente… io ho parlato con il presidente e ho parlato anche con Grasso

Mancino (M): si

D: Ma noi non vediamo molti spazi purtroppo, perché no… ma adesso probabilmente il presidente parlerà con Grasso nuovamente… eh… vediamo un attimo anche di vedere con Esposito… qualche cosa… ma non…. la vediamo difficile insomma la cosa ecco

M: oh… ma visto che Grasso coordina Caltanissetta, non può coordinare tutte e due le procure?

D: ma io gliel’ho detto pure oggi a Grasso. Grasso mi ha risposto va bene. Ma io in realtà, il consiglio superiore mi ha fatto una normativa, però non mi serve niente. Questa è il… in realtà è lui che non vuole fare…

M: eh… ho capito

D: è chiaro?

M: e io non lo so dove vogliono andare a finire… 20 anni, 25 anni, 3… non lo so insomma

D: per adesso, dunque, mi ha detto il presidente di parlare con Grasso di vederlo eh… e vediamo un po’

M: eh, perché io vedo che per Macaluso (Emanuele, direttore del Riformista, molto vicino a Napolitano Ndr) batte sulla tesi dell’unicità dell’indagine

D: si, si, ma questo gliel’ho detto al Presidente… l’ho visto

M: eh, perché non è che anche sul 41 bis indaga Caltanissetta, che fa? Caltanissetta va in una direzione e quelli possono andare in un’altra direzione? Ma non lo so se c’è serietà… poi da questo punto di vista, ecco…

D: ma, io riesco, guardi, io adesso ripeto, dopo aver parlato col presidente riparlo anche con Grasso e vediamo un po’… lo vedrò nei prossimi giorni, vediamo un po’. Però, lui… lui proprio oggi dopo parlandogli, mi ha detto: ma sai lo so non posso intervenire… capito, quindi mi sembra orientato a non intervenire. Tant’è che il presidente parlava di… come la procura nazionale sta dentro la procura generale, di vedere un secondo con Esposito (procuratore generale della Cassazione uscente Ndr).

D: Certo. Ma io comunque riparlerò con Grasso perché il presidente mi ha detto di risentirlo. Però io non lo so… francamente… lui è ancora orientato a non fare niente questa è la verità

M: No perché poi la mia preoccupazione e che… ritenere che dal confronto con Martelli… Martelli ha ragione e io ho torto e mi carico implicazione sul piano, diciamo, sul piano processuale

D: ecco, io insomma, noi, ecco, parlando col presidente se Grasso non fa qualcosa, la vediamo proprio difficile qualunque cosa. Adesso lo possiamo, lo possiamo rivedere magari lo vede il presidente un giorno di questi, più di questo non… (….)

D: qui il problema che si pone è il contrasto di posizione oggi ribadito pure da Martelli… e non so se mi sono spiegato, per cui diventa tutto cioè… la posizione di Martelli…. tant’è che il presidente ha detto: ma lei ha parlato con Martelli… eh… indipendentemente dal processo diciamo, così…

M: ma io non è che posso parlare io con Martelli… che fa

D: no no… dico no… io ho detto guardi non credo…ho detto signor Presidente, comunque non lo so. A me aveva detto che aveva parlato con Amato (presidente del consiglio all’epoca dei fatti Ndr) giusto…e anche con Scalfaro… (….)

Grasso al Fatto precisa: “Ho incontrato il Presidente Napolitano solo in occasioni ufficiali, l’ultima volta il 23 maggio a Palermo e non mi hai mai parlato di Mancino. Come ho già detto me ne ha parlato D’Ambrosio e io ho sempre risposto sul piano giuridico spiegando che ho poteri di avocazione delle indagini ma nel caso in questione non sussistevano i requisiti perché il coordinamento tra Procure si era svolto secondo regole”.

Quanto al verbale della riunione del 19 aprile, alla domanda del Fatto se fosse stato lui a parlare di avocazione o se ci fosse stata una richiesta del pg Ciani in tal senso, Grasso replica: “Nessuna richiesta palese. Mi chiesero come esercitavo i poteri di coordinamento. Mi sono limitato a ribadire che non vi erano i requisiti per un’avocazione e che il coordinamento si era svolto secondo le regole”.Marco Lillo per Il Fatto

Il nepotismo del premier Monti – il caso Tarantola

Domenica, 10 Giugno 2012

La Tarantola di RAI non ne capisce nulla. E’ una banchiera. Fa parte del direttorio di BankItalia. Eppure il premier Monti la non ha esitato a nominarla presidente dalla RAI. Oggi, sul Corsera, Aldo Grasso critica la partitocrazia e il nepotismo, accusando i partiti per le nomine nelle varie Autorità dei giorni scorsi. Nemmeno una parola è dedicata alla nomina della Tarantola alla RAI. Perchè la nomina di non tecnico fatta da un partito è partitocrazia e quella fatta dal premier no? cosa è nepotismo? lobbysmo? conflitto di interessi? TEMIS

Grillo, la verità sul movimento M5S

Giovedì, 31 Maggio 2012

Ho detto al magistrato che se nella vita vuole fare il procuratore, faccia il procuratore e faccia il suo dovere di fare il procuratore, e lo faccia bene. Io se sono Riina e lo faccio bene, stia tranquillo. Ognuno deve fare il suo mestiere, il suo lavoro, e lo deve fare bene. Chiuso”. Potrebbe intitolarsi: “La mafia spiegata a mio figlio”. Una lezione unica, del maestro più esperto: Totò Riina. Il padrino più feroce che ha cambiato Cosa nostra e la storia d’Italia, dopo 14 anni ha potuto incontrare per la prima volta il figlio Giovanni, anche lui detenuto.
E, sapendo di essere intercettato, ha trasformato quel colloquio in una summa della sua esperienza criminale, alternando consigli pratici (“Sposati una corleonese e mai una palermitana”) a messaggi sulle inchieste più scottanti (“Della morte di Borsellino non so nulla, l’ho saputo dalla tv”). Un proclama che ha alcuni obiettivi fondamentali: dimostrare che lui è ancora il capo di Cosa nostra, che il vertice corleonese è unito e, almeno nelle carceri, rispettato. Negare qualunque rapporto con i servizi e e ribadire invece la forza dei suoi segreti. Per questo la registrazione è stata acquisita agli atti delle procure antimafia.Era dal 1996 che non si potevano guardare in faccia. Solo lo scorso luglio si sono ritrovati l’uno davanti all’altro, divisi dal vetro blindato della sala colloqui del carcere milanese di Opera. Le prime parole sono normali convenevoli. Poi la mettono sullo scherzo. Totò non comprende perché “Giovannello” non è abbronzato. E il figlio spiega: “Perché nell’ora d’aria preferisco fare la corsa”. Il boss insiste sulla salute: “Stai tranquillo che me la cavo. Tu sai che papà se la cava. Tu pensa sempre che papà è fenomenale. E’ un fenomeno. Tu lo sai che io non sono normale, non faccio parte delle persone uguali a tutti, io sono estero”. Ci tiene a trasmettere di essere ancora forte, per niente piegato da 17 anni di isolamento: “Ti devo dire la verità, io sono autosufficiente ancora… Non devi stare in pensiero perché tu sai che papà se la sbriga troppo bene. Puoi dire ai tuoi compagni che hai un padre che è un gioiello”.Questo prima che nascesse il M5S…
«Sì, noi avevamo presentato il simbolo, ed era ‘Amici di Beppe Grillo FVG’. Quando il Movimento non esisteva, non c’era niente. Eravamo noi quelli in avanscoperta, quelli che dovevano far capire all’ufficio marketing se il progetto era valido. Sonia Alfano in Sicilia ha preso 70 mila voti, 50 mila ne ha presi Serenetta a Roma. A Treviso si è piazzato un consigliere. L’idea è diventata appetibile economicamente. Vuol dire che il bacino c’era. Ed è qui che nascono i problemi».Con chi?
«Con Grillo. E con Casaleggio. E’ lui che ha preso delle persone e le ha messe in posti ben fidati. Ed è Grillo, per esempio, ad aver voluto candidare David Borrelli alla presidenza della regione in Veneto, anche se era già consigliere comunale e in teoria non doveva farlo. Lui me l’ha detto di persona: ‘Beppe ha detto che devo essere io il candidato presidente, e lo faccio io’».Ricorda il recente caso Tavolazzi…
«Tavolazzi è un brav’uomo, ma non ha scoperto niente di nuovo. Sono cose che abbiamo visto in anni tante volte. Serenetta Monti? Cacciata, perché si era stata candidata come indipendente nell’Idv su richiesta di Beppe. Nei vari meetup del Veneto, uno come Stefano De Barba, candidato come indipendente sempre nell’Idv, mandato via e trattato a pesci in faccia. A Treviso in tre comuni i candidati sono spariti. Ponzano Veneto, Paese di Treviso, Mogliano Veneto. Tutte e tre autorizzate col simbolo: sparite, epurate. Avevano osato mettersi contro Borrelli.E la democrazia dal basso?
«Posso garantire che la famosa democrazia dal basso che tanto decantano non esiste. Quando abbiamo iniziato a riunirci, le 17-18 liste più i ragazzi del Piemonte, Favia e altri, era giugno 2009. Il Movimento non era ancora nato. Ci stavamo incontrando tra di noi, liste civiche, per creare un movimento dal basso. Cosa succede? Casaleggio, ogni volta che ci incontravamo, faceva venir fuori un post sul blog di Grillo dicendo ‘questa cosa non è riconosciuta dal blog di Grillo’. Ci hanno messo i bastoni tra le ruote, ci hanno fatto allungare i tempi. La voglia di Grillo e Casaleggio era solo allungare i tempi, perché avevano bisogno di prendere tempo».Per capire cosa fare, e magari registrare un marchio?
«Esatto. Noi, come liste civiche, che ci radunavamo nel meetup nazionale 823, ci chiamavamo ‘Italia 5 Stelle’, proposto dai ragazzi di Vicenza. Io ero il presidente di quell’associazione. Grillo ha preso tempo, era dubbioso. Ma noi eravamo benvoluti da tutti, sapevano che volevamo fare qualcosa di diverso».E poi?
«Poi ci hanno invitati a Firenze, in prima fila c’ero io con Serenetta Monti e Sonia Alfano. Come entriamo ci troviamo la carta di Firenze già fatta da Casaleggio, il marchio già fatto da Casaleggio. Ci siamo guardati in faccia e ci siamo detti: ‘Il marketing è partito’. Hanno visto che c’era possibilità di fare soldi, e ci siamo trovati piano piano sempre più esautorati».Perché?
«Perché lavorano con il ricatto. Tavolazzi è andato contro le regole: fuori. Io e Sonia non siamo mai andati contro alle regole, ma hanno fatto di tutto per mandarci via. Sonia aveva troppa visibilità. Stessa cosa per De Magistris. Beppe Grillo è una bravissima persona, ma se qualcuno gli porta via il palcoscenico lui si incazza, non ci sta. Sa perché coi giornalisti non parla?».Dica.
«Perché lui risponde con quello che la Casaleggio gli dice di rispondere. E’ un bravissimo uomo, ha una grande cultura, ma ha i suoi limiti. Gli voglio bene, però usa quelle formule in stile mafioso: ‘Stai attento a non parlare troppo, perché se parli troppo ti tolgo il simbolo’. Perché il marchio del M5S è stato registrato a nome di Giuseppe Grillo: sia in Europa sia in Italia. Io adesso faccio ancora parte del M5S, sono un regolare iscritto. Ma dissento nella maniera più assoluta da quello che stanno facendo. Stanno prendendo in giro la gente, non è possibile vedere il marketing portato all’estrema potenza come adesso».Tutto marketing? «Il Movimento funziona come il Vaticano. Hai il Papa, Grillo, e i cardinali, la Casaleggio. Poi ogni prete nella sua Chiesa può dire quello che vuole. Però devi stare nei canoni dettati dal Vaticano».Altrimenti vieni scomunicato?
«Esatto. E’ una vecchia regola, nulla di nuovo: sono i cardinali a comandare. E infatti i responsabili dei meetup a volte, soprattutto nei posti chiave, sono messi lì da Casaleggio. E’ una specie di Kgb dei poveri».Casaleggio tiene anche incontri a porte chiuse, che è vietato riprendere, dove istruisce i candidati su cosa dire, e come?
»Ah, le famose riunioni di marketing«.Quando ha cominciato a farle?
«Molto tardi, alle ultime amministrative. Ma con quelli che io chiamo ‘i balilla’ del Movimento, gente con cui non ragioni in alcun modo, non ce n’è nemmeno bisogno: basta la sudditanza psicologica. Sono dei ‘berluscones’ dall’altra parte, niente di diverso. Chi ha il coraggio di andare contro a uno che ha vinto?».
Tra i militanti quanti la pensano come te e quanti sono ‘berluscones’?
«Sono tantissimi che la pensano come me, ma hanno paura che gli venga tolto il marchio».
Ma tra gli eletti ci sono solo i ‘balilla’, i talebani o anche persone indipendenti da Grillo?
«No, sono praticamente tutti talebani. Quando Beppe arriva e ricatta stai tranquillo che tutti stanno al loro posto. Certo, la gente è stata scelta dal basso. Ma come? Con il famoso sistema di cui ti ho parlato: ‘è sempre stato lì, l’ha sempre fatto’. Guardi che alla riunione di Bologna, per buttare fuori Tavolazzi, c’erano 20-30 persone, mica tutto il Movimento».I nodi verranno al pettine, prima o poi?
«Assolutamente sì. Io l’ho capito quando ho visto che Grillo ha registrato il marchio in Italia, a marzo 2012. Fino ad allora aveva solo la registrazione europea. Sta cercando di fare più marketing possibile. Aveva bisogno di tenere ben stretto il marchio, ma Grillo appena il Movimento inizia a sgonfiarsi se ne va. E avrà fatto un Movimento dal basso, lasciandosi il modo di dire ‘i ragazzi ora sono liberi di andare da soli’. Perché quando non c’è più nulla da mungere…».Ma finché lo danno in crescita…
«Resterà saldo al comando, assolutamente».Senza parlare con i giornalisti, né lui né Casaleggio.
«Assolutamente no. Questi sono come il Pdl: non parlano. Berlusconi li buttava fuori dal partito, Grillo li butta fuori dal Movimento».Ma tra Grillo e Casaleggio chi comanda chi? Gira voce che ci sia un contratto che dice che Grillo non può scrivere una parola senza che sia approvata da Casaleggio.«Che io sappia è sempre stato così. Casaleggio è il responsabile. Noi invece volevamo una struttura snella, ma che ci fosse, per il Movimento. Una struttura dove uno prende delle responsabilità e porta avanti un progetto politico. Poi se sbaglia, va via».Un partito?
«No, una struttura più leggera. Ma qui stiamo parlando di strutture impossibili da gestire, oramai, perché devi mettere troppa gente al suo posto. Non va bene. Serve una struttura leggera, dove una persona abbia forti responsabilità ma anche forti rischi».Ma il sistema di votazione online per scegliere chi portare in Parlamento?
«E’ da anni che si parla di questa piattaforma, ma non è mai arrivata. Infatti se guarda una recente intervista ai Pirati Tedeschi hanno dichiarato che Beppe Grillo gli piaceva, però usa un sistema troppo anti-democratico, perché non c’è un sistema di voto. La scusa è sempre che hanno trovato un bug, un problema. Ma in realtà loro non lo vogliono. In maniera che l’anno prossimo il Movimento avrà un progetto politico che arriverà direttamente da Casaleggio, non votato da nessuno. Però tutti per paura di perdere il carro che va a Roma staranno zitti e se lo prenderanno. Perché vanno a parlare male di quello che siede sulla sedia del Pd o del Pdl, ma loro sono uguali, non cambia niente. Non c’è meritocrazia».Che pensa dei ‘complottismi’ che girano in Retesu Casaleggio, dalle accuse di fare gli interessi di multinazionali ai video visionari sul futuro?«Anche quello è marketing, da sfruttare per una banda di persone a cui queste cose piacciono. Io li chiamo ‘i testimoni di Geova de noantri’. E ce ne sono, così come c’è gente validissima, a cui darei il mio voto anche domani».Non è che lei è avvelenato perché l’hanno tagliata fuori?
«Ma chi se ne frega. Alle regionali del Friuli non mi sono nemmeno candidato, ma ho aiutato come tutti gli altri. Io vivo del mio mestiere, e non mi interessa candidarmi. Se avessi avuto quella faccia tosta sarei rimasto nell’areonautica, ora sarei colonnello a 4.200 euro al mese. Invece ho dei principi. Io la mattina mi faccio la barba, e voglio guardarmi in faccia».La replica di Vittorio Bertola

Bertola, l’accusa è che il Movimento 5 Stelle sia in realtà una diarchia Grillo-Casaleggio. Che cosa risponde?
«Secondo me bisogna distinguere i piani. A livello nazionale è sempre stato che Grillo aveva l’ultima parola, ha sempre gestito lui autonomamente, scrivendo quello che pensa. E poi c’è questa collaborazione con Casaleggio, da molti anni, e spesso collaborano anche nella preparazione degli articoli sul blog e così via. Ma questo perché un livello nazionale non esiste ancora. Nel momento in cui ci dovessero essere delle liste nazionali, delle persone in Parlamento, lì sarà probabilmente un altro discorso».E a livello locale?
«A livello locale è stato spesso detto ‘Grillo spinge quello’, ma poi quasi sempre quando ho potuto verificare di persona erano più voci per coprire magari il fatto che si era litigato. E che chi aveva perso, non soddisfatto nelle sue aspettative, si è giustificato dicendo ‘è intervenuto qualcuno dell’alto’. Invece spesso sono gruppi che si sono trovati in minoranza. Anche qui a Torino, quando sono stato scelto io, c’è stata un po’ di discussione, un gruppetto che si è distaccato dicendo ‘Grillo vuole che sia Bertola il candidato’. Ma Grillo mi conosceva a malapena».Un’altra accusa è che Grillo governi il Movimento col ricatto: ‘se non fai come ti dico, ti tolgo il marchio‘.
«Non è un ricatto, è una regola base del Movimento. Grillo ha questa funzione di concedere il simbolo tramite la certificazione e in qualche caso di toglierlo. Ma i casi in cui è successo si contano sulle dita di una mano, che io ricordi. E sono tutti casi diventati famosi. Modena, Tavolazzi: due o tre. Viene fatto quando c’è a giudizio di Grillo un tradimento pesante dei principi e degli obiettivi del Movimento. E’ legittimo dire ‘si potrebbe fare diversamente’. Però, in questa fase di maturazione del Movimento, Grillo è la persona che ha la fiducia sia di tutti gli attivisti che degli elettori. Per cui è anche giusto: la maggior parte del Movimento 5 Stelle preferisce fidarsi di una persona come Grillo, stimata, sopra le parti, che ha meno interesse nelle beghe locali piuttosto che dar luogo meccanismi che porterebbero a creare un partito, dai tesseramenti alla formazione di correnti».Però poi si sente ripetere che Grillo col Movimento non c’entra niente.
«Grillo c’entra. Però la questione che molti faticano a capire è che è molto ben definito il livello dove Grillo c’entra, e dove non c’entra. Dove c’entra, se si vuole in maniera assoluta, è la certificazione. Su quello, sulla concessione del simbolo, sulle regole (tutti incensurati, due mandati e così via) Grillo ha l’ultima parola in maniera assoluta. Nel senso che non c’è un metodo di decisione pubblica per cui tutti insieme decidiamo di togliere il limite dei due mandati, per dire. Ma questa è anche una garanzia. Nel senso che si vuole evitare che con la crescita del Movimento, con l’ingresso di persone di ogni provenienza, ci sia una manovra per togliere i principi base per cui ci siamo trovati».Ma nel caso di Sonia Alfano, o di Tavolazzi, non sembra ci siano state violazioni di questi principi.
«Sono anche questioni di rapporto personale tra le persone. Sonia Alfano, di cui ho una grandissima stima, credo sia per il suo ingresso da indipendente nell’Idv. E, come successo in maniera molto più marcata con De Magistris, Beppe si è un po’ sentito usato, per il fatto che poi abbiano fatto la loro attività politica nell’Idv.».E sul caso Tavolazzi?
«Non si sa ancora bene. Però chi è dentro il Movimento ha visto abbastanza nettamente e per molti mesi partire questo tentativo di creare delle specie di congressi, di rimettere in discussione il ruolo di Grillo. E’ sembrato un tentativo di costruire una corrente dentro al Movimento che ne rimettesse in discussione i principi fondamentali. Difficile dire se queste fossero le reali intenzioni di Tavolazzi, ma Grillo deve averle interpretate così e si è sentito in dovere di intervenire. Nonostante un buon rapporto personale, politicamente è venuta fuori questa divergenza di opinioni».La telefonata del sindaco di Parma, Pizzarotti, a Casaleggio per la nomina di Tavolazzi sembra smentire che Grillo e Casaleggio si occupino solo del rispetto dei principi fondamentali, e che i gruppi lavorino in modo autonomo.
«E’ un caso abbastanza particolare, perché Tavolazzi ha litigato personalmente e in maniera abbastanza pesante con Grillo. E giustamente a Parma si sono posti il problema di dire: come primo atto nomini uno che ha litigato a livello umano con Beppe? Forse è una cosa di cui vale la pena parlare. Ma non è che per ogni cosa Pizzarotti si mette a telefonare a Casaleggio. Più che una questione politica è di rapporti interpersonali».Le riunioni a porte chiuse con Casaleggio? Anche lei ne aveva scritto.
«E’ un episodio dell’anno scorso, in cui ho iniziato a raccontare su Facebook quello che veniva detto e gli altri della riunione non hanno gradito. Però era una riunione con 15 persone con le liste intorno a Torino, non un congresso nazionale. Magari sul momento c’è stato un po’ di battibecco, ma la questione è finita lì».
Da un Movimento che chiede di portare le webcam nelle stanze dove si prendono le decisioni sembra una contraddizione, una mancanza di trasparenza.
«Da noi la trasparenza non manca mai: anche la più piccola divergenza viene amplificata su Facebook. Non credo esista alcun altro movimento politico in cui si può vedere qualunque cosa succeda. E’ vero, e questa è la critica che feci in quella occasione, che ogni tanto può succedere ci sia qualcuno magari entrato da poco nel Movimento che quando scopre sulla pelle che la trasparenza è difficile ?€“ perché magari qualcosa che non vorresti far vedere a tutti viene subito messo in piazza e magari non sei pronto ad assumertene la responsabilità ?€“ allora magari dice ‘forse è meglio non essere tanto trasparenti’. Però è una cosa che si dice, ma il dna del Movimento è mettere tutto in piazza. E comunque poi le cose escono sempre».
La piattaforma per gestire le votazioni e le canditure alle politiche: perché viene continuamente rimandata?
«La questione è che l’anno scorso, a giugno, c’è stato un primo tentativo di avviarla, quando Grillo e Casaleggio in una riunione a Milano avevano dato a varie persone – tra cui una ero io – l’incarico di lavorarci. In particolare, io avrei dovuto creare la piattaforma informatica per condividere le mozioni, gli atti eccetera».Erano quattro persone, se non sbaglio.«Sì. Lì c’è stata una levata di scudi da parte di alcuni eletti, in particolare di consiglieri regionali, perché volevano essere coinvolti nella scelta di queste persone e avevano paura fossero non delle responsabilità organizzative – come erano – ma delle cariche interne politiche. Quell’episodio ha rallentato tutto, perché a quel punto sia Grillo che Casaleggio si sono preoccupati di non spingere su una cosa che magari avrebbe spaccato il Movimento. Si è un po’ fermato tutto, da questo punto di vista. Credo che verrà ripreso con calma, dopo l’estate, perché per le politiche avremo bisogno sicuramente almeno della parte per votare le candidature».Ma c’è un problema di democrazia interna nel Movimento, se non altro in prospettiva?
«No, c’è una questione semmai di sperimentare, capire come la forma di organizzazione del Movimento che abbiamo adesso possa reggere una volta arrivati a livello nazionale. A me però da un po’ fastidio sentirla etichettare come una questione di democrazia interna. Intanto perché non c’è nessun movimento che prende uno che non è parente di nessuno, non ha mai fatto politica e in due mesi lo fa diventare sindaco di Parma. L’apertura interna è totale. Alle volte si parla di democrazia interna quando i gruppi locali non sono tanto evoluti e non riescono a gestirsi le proprie divergenze interne e si mettono a litigare tra loro. Sulla questione nazionale è solo una questione di sperimentazione: bisogna capire come può convivere un movimento assolutamente orizzontale con le sfide che pongono le elezioni nazionali. Che chiaramente richiedono una forma di coordinamento più elevata».Però visto che Grillo e Casaleggio non rilasciano interviste (vere, non monologhi) è difficile capire quanto contino realmente. «Io francamente li avrò sentiti tre o quattro volte in un anno da quando sono consigliere comunale. Non è mai successo che mi abbiano chiamato per qualcosa che dovevo votare io e dicendomi di votare come volevano loro».Questo invece lo decide lei insieme al suo gruppo locale?
«Sì, anche questo è difficile da capire perché ogni gruppo locale è organizzato in maniera diversa. In Emilia spesso fanno proprio delle assemblee, delle votazioni. Noi siamo un po’ più informali: io e la mia collega consigliere comunale ci confrontiamo con quelli eletti in circoscrizione, mettiamo su Facebook le questioni che arrivano e prendiamo pareri e commenti tramite la Rete, e poi una volta lette tutte le proposte che ci arrivano decidiamo che posizione prendere. In funzione del programma, che è abbastanza dettagliato ed è una guida abbastanza utile». f. chiusi espressp

Cosa è esploso veramente a Brindisi?

Martedì, 29 Maggio 2012

un video che mette in dubbio la ricostruzione ufficiale dell’attentato di Brindisi

http://www.youtube.com/watch?v=LDrIrfAeSGE

via decorazionisegrete