Archivio per la categoria ‘Internet’

Scrittori fai da te

Giovedì, 27 Dicembre 2012

Sono ormai decine i moderni scrittori fai-da-te che vendono i loro libri direttamente ai propri lettori, senza danneggiare le foreste pluviali e ricavandone anche un discreto utile. Spiega Helen Fielding, fortunata autrice dei libri di Bridget Jones: «Nell’era della rete, il passaparola si diffonde come non era mai accaduto prima, perciò sospetto che il fenomeno dell’autopubblicazione è destinato ad aumentare ».

Il piccolo cavallo di Troia che ha incoraggiato una tale rivoluzione editoriale è qualcosa che magari possedete già. Nel 2007, Amazon ha lanciato per la prima volta negli Stati Uniti il lettore digitale Kindle e da allora l’e-reader del gigante commerciale è diventato un fenomeno internazionale. Ne sono appena state lanciate nuove versioni perfezionate: il Kindle Paperwhite e il Kindle Fire HD. Esistono anche altri e-reader dedicati – Kobo, Nook, Sony Reader, Samsung E61 – ma il Kindle è quello che riscuote più successo.

Secondo la società di sondaggi YouGov, su un totale di 1,33 milioni di e-reader regalati lo scorso Natale in Gran Bretagna, 1,22 (pari al 92%) erano Kindle. I tablet come iPad, invece, assommavano soltanto a 640.000. Nel corso del 2011, secondo la Publisher Association, tra i consumatori inglesi le vendite di libri digitali sono aumentate del 366% rispetto all’anno precedente, con un fatturato di 92 milioni di sterline.

E quest’anno il boom è continuato: in agosto è arrivata la notizia che in Gran Bretagna, per la prima volta, le vendite di e-book, su Amazon, hanno superato quelle dei tascabili e delle edizioni con copertina rigida. A settembre è stato annunciato che nella prima metà del 2012 le vendite di romanzi digitali hanno  by Browse to Save” href=”http://www.dagospia.com/rubrica-2/media_e_tv/fastbook-cos-il-trionfo-delle-cinquanta-sfumature-ha-cambiato-leditoria-sono-ormai-decine-gli-48592.htm#”>registrato un aumento del 188% rispetto allo stesso periodo del 2011.

Naturalmente, gran parte dei libri digitali che il pubblico divora sono opera di autori famosi e provengono da case editrici tradizionali. Ma contemporaneamente al lancio del Kindle, Amazon ha commercializzato, senza pubblicizzarla troppo, anche una cosa che si chiama Digital Text Platform. L’evento non ha suscitato grande impressione fino a quando i Kindle non hanno cominciato ad essere venduti in quantità enormi e Amazon, nel 2011, ha deciso di cambiare il nome della piattaforma in Kindle Direct Publishing (KDP).

Usando KDP, chiunque abbia scritto un’opera letteraria può inserirla direttamente nello Store Kindle. Questo sistema ha riscosso un successo enorme: lo scorso settembre Amazon ha annunciato che tra i suoi 100 libri digitali più venduti ce ne sono almeno 27 pubblicati attraverso la piattaforma KDP.

Amazon riconosce agli autori che pubblicano attraverso KDP due possibili percentuali sui diritti, secondo il prezzo al quale l’autore sceglie di vendere il proprio libro. Essenzialmente, se il vostro libro viene venduto ad un prezzo fino a 1,48 sterline (1,85 euro), avrete il 35% delle royalty; se lo vendete a una cifra superiore, riceverete il 70%.

Paragonando queste cifre a quelle dei diritti d’autore tradizionali che, se siete fortunati, possono arrivare al 15%, è facile vedere immediatamente l’enorme vantaggio dell’autopubblicazione. Se mettete il vostro romanzo in vendita su Amazon a 2,86 sterline, basterà venderne solo 500 copie per guadagnarne più di mille (Amazon attualmente aggiunge una tassazione del 3% al prezzo del vostro e-book, che voi verserete poi direttamente al fisco).

Alcuni autori hanno guadagnato molto più di queste cifre. Del Kindle Million Club – l’associazione non ufficiale che raccoglie gli scrittori che hanno venduto un milione di e-book – fa parte anche un gruppo ristretto di scrittori di successo che hanno scelto di autopubblicarsi, come gli americani John Locke e Amanda Hocking, specializzati rispettivamente in romanzi gialli e racconti paranormali.

Di questo club fa parte anche la scrittrice inglese EL James, pseudonimo di Erika Leonard. La sua serie di Cinquanta sfumature di grigio ha visto la luce su Internet nel 2009 come fanfiction, basata sui personaggi di Twilight ed è poi stata riscritta in chiave “soft-porno”, modificando il nome dei personaggi, per poi essere caricata su KDP. Successivamente la serie ha ottenuto un contratto editoriale standard e da allora si ritiene che i guadagni percepiti dalla James superino le 640.000 sterline alla settimana.

 

Ma la pubblicazione fai-da-te non è sempre la via più rapida per abbandonare il lavoro di tutti i giorni. Un’indagine svolta da Taleist.com, un sito specializzato per gli scrittori che si autopubblicano, è giunta alla conclusione che la somma media guadagnata l’anno scorso da questo tipo di autori è stata di circa 6.236 sterline. Benché questa somma rappresenti una cifra dignitosa per arrotondare il reddito principale, va detto che il 50% degli scrittori
che si autopubblicano ha guadagnato meno di 310 sterline. Altri astuti autori autopubblicati stanno scoprendo in fretta i trucchi del mondo degli e-book.

Agli inizi di quest’anno ne ho incontrati a decine al convegno dal titolo How to Get Published (“Come farsi pubblicare”) organizzato a Londra da The Writers’ & Artists’ Yearbook, dove abbiamo ascoltato l’intervento di Kerry Wilkinson, un giornalista sportivo di 31 anni che, con 250.000 copie, è stato l’autore più venduto dell’Amazon Store in Gran Bretagna negli ultimi 3 mesi del 2011.

Per Wilkinson la scoperta fondamentale è stata che i campioni gratuiti di e-book disponibili nel Kindle Store equivalgono esattamente al 10% di ogni volume. «Così ho risistemato un pochino il mio libro, facendo in modo che il campione gratuito del 10% coincidesse esattamente con il punto in cui si chiude il terzo capitolo, il che ha creato una certa suspense».

L’era letteraria del Kindle è spesso paragonata alla rivoluzione che l’MP3 ha portato nella musica negli anni Novanta. Ma la moda dell’autopubblicazione assomiglia di più allo scossone che è stato il punk rock negli anni Settanta. Uno dei siti di self-publishing assicura: «Puoi creare bestseller elettronici anche se non hai mai scritto più di una cartolina!», il che ricorda la rivista punk che nel 1977 pubblicò tre accordi di chitarra e scrisse «Adesso formate una band».

Ma l’industria si sta già adattando al fenomeno dell’autopubblicazione. Così come l’industria musicale, alla fine degli anni Settanta, aveva trasformato il fenomeno punk rock in una fonte di profitto, così gli editori tradizionali si stanno accaparrando gli autori fai-da-te di maggior successo. Kerry Wilkinson ha firmato un accordo a sei zeri con Pam Macmillan per sei libri. In ottobre si è saputo che è stato siglato un altro contratto milionario tra la Coronet, di proprietà di Hodder & Stoughton, e lo scrittore trentenne Nick Spalding. L’accordo riguarda anche due commedie romantiche, Love…From Both Sides,
e Love… And Sleepless Nights, che sono già stati autopubblicati riscuotendo un buon successo. La mega-fusione anglo-tedesca tra Penguin e Random House, annunciata lo scorso 29 ottobre, è stata interpretata da molti come un modo per concentrare le forze contro i sapientoni di Amazon, Apple e Google.

L’accordo, che dovrebbe essere perfezionato il prossimo anno, creerà un gigante globale dell’editoria con profitti potenziali superiori ai 270 milioni di sterline. Pearson, proprietario di Penguin, ha dichiarato che la nuova società non soltanto investirà in modo cospicuo nel settore degli e-book, ma sarà «più disponibile a sperimentare nuovi modelli nell’affascinante mondo, in continua evoluzione, dei libri e dei lettori digitali».

Molti addetti ai lavori prevedono che gli e-book e il fenomeno dell’autopubblicazione continueranno a crescere. Ma ci sono ancora delle resistenze: l’idea stessa della lettura elettronica divide gli autori più affermati. «A me pare», dice Penelope Lively, «Che una persona la cui biblioteca consista in un Kindle appoggiato sul tavolo sia un fissato insensibile».

Il romanziere americano Jonathan Franzen, all’inizio di quest’anno, aveva espresso le sue critiche nei confronti dei libri digitali, sostenendo che mancano del «senso di permanenza». Helen Fielding dice di non aver intenzione di usare un Kindle: «personalmente, mi piace stare alla larga dalla tecnologia quando voglio rilassarmi, perciò non voglio un e-book perché mi ricorderebbe il lavoro e probabilmente continuerebbe a impallarsi e a fare cose strane, ma questa è solo un’opinione personale». Jilly Cooper invece non ha un Kindle. «Non te lo puoi portare nella vasca», dice, «e l’idea di andare in vacanza con mille libri è così deprimente: non avrei il tempo di frequentare nessuno, non ti pare?».

Tony Barrell per la Repubblica - © The Sunday Times Magazine / NI Syndication (Traduzione di Antonella Cesarini)

I grandi comunicatori del Vaticano che non difendono il Papa

Venerdì, 21 Dicembre 2012
Se la stessa attenzione, lo stesso presenzialismo narcisistico, se lo stesso profluvio di vacuo opinionismo versato sull’altare di Twitter, fosse stato impiegato per difendere il Santo Padre dalle infamanti accuse di cui è stato fatto oggetto oggi, probabilmente i vari comunicatori vaticani si sarebbero riabilitati dalle figuracce maturate fino ai nostri giorni.
E invece nonostante Greg Burke, nonostante l’account su Twitter, nonostante i vari guru mediatici vaticani la sparino ogni giorno più grossa, si continuano a maturare figuracce, si continua a tollerare, sazi del proprio intatto narcisismo, che il Papa possa essere offeso, calunniato. Che le sue parole possano essere copiate e incollate, ritagliate in fantasiosi collages, utili alla diffamazione della Santa Chiesa di Cristo.
Prendiamo l’esempio di oggi. Viene fatta una conferenza stampa per spiegare ilMessaggio del Papa in occasione della Giornata mondiale per la Pace.Evidentemente la conferenza stampa è inutile. I comunicatori sono degli inetti. Perché non solo sui giornali appaiono titoli che stravolgono la verità e le parole del Papa, ma nessuno si sente in dovere di precisare alcunché, di chiarire il vero senso di quelle parole.
C’è di più. A partire dal nuovo giornale di Luca Telese “Pubblico”, viene divulgata una strana pseudo-notizia: il Papa avrebbe benedetto la promotrice ugandese di una legge che prevederebbe la pena di morte per gli omosessuali. Chiaramente i titoli sono volti ad associare il Papa all’accettazione della pena di morte per gli omosessuali. Come se la Chiesa appoggiasse al fondo questo genere di iniziative disumane.
Dal profilo Facebook di Nichi Vendola
Da “Il Fatto Quotidiano”

Nessuno però sa che tale proposta di legge – non ancora approvata – non solo non è stata promossa dalla Speaker del Parlamento Ugandese, Rebecca Kadaga, non solo non prevede più la pena di morte (originariamente prevista per pedofili e stupratori affetti da AIDS), ma è stata avversata dalla Chiesa Cattolica – ai massimi livelli – sin dal 2009.

Allora, all’apparire di questa proposta di legge, il legal attaché della Santa Sede presso le Nazioni Unite, Padre Philip J. Bene, condannò apertamente tale proposta di legge affermando nel corso di una pubblica riunione: “The Holy See continues to oppose all grave violations of human rights against homosexual persons, such as the use of the death penalty, torture and other cruel, inhuman and degrading punishment. The Holy See also opposes all forms of violence and unjust discrimination against homosexual persons, including discriminatory penal legislation which undermines the inherent dignity of the human person.”

Parole inequivocabili! Ma non basta. Anche il vescovo cattolico di Kampala,Mons. Cyprian Lwanga, condannò in quell’occasione la legge ritenuta “non necessaria” e “contraria ai nostri valori fondamentali“.

Torniamo però per un attimo alle parole del Papa. Cosa afferma nel suo Messaggio? Ebbene, dice il Papa:

Anche la struttura naturale del matrimonio va riconosciuta e promossa, quale unione fra un uomo e una donna, rispetto ai tentativi di renderla giuridicamente equivalente a forme radicalmente diverse di unione che, in realtà, la danneggiano e contribuiscono alla sua destabilizzazione, oscurando il suo carattere particolare e il suo insostituibile ruolo sociale.”

Anche” congiunge questo periodo ai precedenti che parlano di aborto ed eutanasia. I quotidiani italiani – tutti, perché come pecore belanti copiano tutti gli stessi lanci di agenzia – hanno operato una illegittima unione di questo periodo con alcuni estratti del successivo:

Questi principi non sono verità di fede, né sono solo una derivazione del diritto alla libertà religiosa. Essi sono inscritti nella natura umana stessa, riconoscibili con la ragione, e quindi sono comuni a tutta l’umanità. L’azione della Chiesa nel promuoverli non ha dunque carattere confessionale, ma è rivolta a tutte le persone, prescindendo dalla loro affiliazione religiosa. Tale azione è tanto più necessaria quanto più questi principi vengono negati o mal compresi, perché ciò costituisce un’offesa contro la verità della persona umana, una ferita grave inflitta alla giustizia e alla pace.”

Si è creato quindi una pensiero che non è del Papa, giustapponendo due pezzi del discorso. Ad esempio come fanno il Corriere o Repubblica:

Dal sito del Corriere della Sera
Titolone di Repubblica
Ciò che per il Papa è invece una offesa contro la verità e una ferita alla giustizia e alla pace è il fatto che non si comprendano i principi fondamentali (diritto alla vita dal concepimento alla morte, struttura naturale del matrimonio quale unione di uomo e donna) o – peggio – si finisca per negarli (legislazioni abortiste ed eutanasiche).

Sugli omosessuali giova invece ricordare le parole del Papa espresse in “Luce del mondo“, il suo famoso libro-intervista:

Gli omosessuali sono persone con i loro problemi e le loro gioie, e alle quali, in quanto persone, è dovuto rispetto, persone che non devono essere discriminate perché presentano quelle tendenze. Il rispetto per la persona è assolutamente fondamentale e decisivo.”

Ora i grandi geni della comunicazione vaticana si mettano all’opera perché il vero pensiero del Papa venga difeso, diffuso e compreso. Grazie.

F.Colafemmina fidesetforma.blogspot.com

Filippetti, ecco cosa significare fare il ministro della cultura (in Francia)

Venerdì, 23 Novembre 2012

Signora Filippetti, suo nonno Tommaso lasciò l’Italia tra le due guerre mondiali per lavorare nelle miniere del Lussemburgo e poi della Lorena, lei torna a Gualdo Tadino da ministra della Cultura della Repubblica francese. È orgogliosa del salto sociale?
«È una soddisfazione doppia, sia per le mie origini sociali sia perché vengo dall’immigrazione. Mio nonno era un minatore italiano ed è morto nei campi di concentramento perché era entrato nella Resistenza ai nazisti, si è battuto per la libertà in Europa. A Gualdo Tadino riceverò una medaglia in suo onore. E il fatto stesso che io sia riuscita a diventare ministro lo sento come un riconoscimento per lui».

Incontriamo la ministra Aurélie Filippetti, 39 anni, tra gli stucchi del suo ufficio in rue de Valois, alla vigilia della sua visita in Italia.

Lei è la prova che l’ascensore sociale in Francia funziona ancora?
«Anche qui ci lamentiamo molto della società bloccata, ma la scuola repubblicana ha grandi meriti. È per questo che Hollande e il governo di cui faccio parte hanno deciso di rilanciarla con 60 mila assunzioni in cinque anni. Solo la scuola pubblica può permettere l’integrazione e dare speranza a tutti».

I tagli hanno colpito anche il suo ministero. La politica culturale è un lusso in tempi di crisi economica?
«Al contrario, penso che se c’è una risorsa preziosa in Europa è la cultura e sarebbe una follia non cercare di svilupparla e sostenerla».

Anche per questo ha intrapreso la battaglia con Google?
«Non è un conflitto, però se gli editori francesi, italiani e tedeschi non troveranno un accordo con Google entro la fine dell’anno, a gennaio la Francia varerà la legge per obbligare la società di Mountain View a remunerare i giornali dei quali elenca i contenuti. Vogliamo ribadire un principio: chi fa profitti distribuendo i contenuti deve contribuire a finanziarne la creazione. Vale per le reti tv, gli operatori telefonici, i provider Internet, i siti, le piattaforme digitali».

Il modello è quello del cinema?
«In Francia i film da decenni sono finanziati dal Cosip (Conto di sostegno all’industria dei programmi audiovisivi) che ridistribuisce parte degli incassi dei film di maggiore successo e anche i soldi messi a disposizione dagli operatori che poi diffondono i film, per esempio le tv».

In Italia, quando si parla di sovvenzioni di Stato al cinema e alla cultura in generale, vengono in mente sprechi e film che poi nessuno va a vedere.
«Ma noi non finanziamo film di nicchia senza mercato. Il cinema francese è fatto di pellicole d’autore, molti film di budget medio (sui 3 o 4 milioni di euro) ma anche film di cassetta come Asterix o successi mondiali come The Artist o Intouchables . E sono questi ultimi a sostenere gli altri. I Paesi che hanno fatto la scelta dell’austerità nella cultura, per esempio la Spagna, si trovano oggi in una pessima situazione. All’ultimo Festival di Cannes invece i cineasti di tutto il mondo in competizione erano quasi sempre co-finanziati dalla Francia, siamo lo Stato al mondo con il maggior numero di co-produzioni: oggi siamo a quota 52 Paesi. E la gente non è mai andata tanto al cinema, a vedere ogni tipo di opera: dai kolossal americani ai nostri film».

È la riedizione dell’eccezione culturale francese, della politica di intervento dello Stato nella cultura promossa da André Malraux in poi?
«L’eccezione culturale è ancora di attualità e sono convinta che lo Stato debba intervenire per sostenere la creazione. Non è vero che i prodotti culturali sono prodotti come gli altri. Le leggi del mercato hanno difficoltà a funzionare in generale, come si vede, figurarsi nella cultura. Non è una questione morale, semplicemente a mio avviso solo così il sistema può funzionare, anche dal punto di vista economico».

Ma il vostro modello è esportabile? O semplicemente i francesi amano di più il cinema, leggono più libri e frequentano di più i musei?
«Non penso affatto che i francesi siano diversi dagli altri. È una politica volontaristica che fa sì che non ci sia città francese senza un cinema, che le piccole librerie resistano e siano il polmone di ogni quartiere, che migliaia di persone vadano alle mostre, come quella di Edward Hopper in questi giorni al Grand Palais».

Quando ci sono le file alle mostre da noi c’è sempre qualcuno che storce la bocca perché sarebbero fenomeni di massa o turismo, non cultura.
«I grandi numeri non sono tutto, d’accordo, ma è una lamentela che non capisco. Bisogna aiutare le persone che ne hanno voglia ad avvicinarsi all’arte. Per questo ho incoraggiato i musei a usare le nuove tecnologie per spiegare le opere, per accompagnare il visitatore che vuole saperne di più».

Lei parla di librerie di quartiere, in Italia quasi del tutto scomparse da tempo. In Francia librai ed editori anche grandi, come Gallimard, parlano di Amazon come del nemico. È d’accordo?
«Sono molto preoccupata per come Amazon si comporta in Europa. Ha un peso tale che rischia di trovarsi ben presto in posizione ultradominante. Sono andata a parlarne alla Commissione di Bruxelles, ma trovo il loro atteggiamento deludente».

Che cosa rimprovera alla Commissione europea?
«Ha una visione un po’ troppo unilaterale della libera concorrenza. La Commissione preferisce fare le pulci agli editori che si organizzano per sopravvivere alla minaccia di Amazon, e non si allarma invece per il fatto che un colosso basato in Lussemburgo fa vendita a distanza con strategie fiscali inaccettabili e facendo dumping sulle spese di distribuzione. Amazon può permettersi di vendere a basso prezzo per mettere fuori mercato i suoi concorrenti, ma naturalmente rialzerà i prezzi appena avrà conquistato il monopolio o quasi. Di questo dovrebbero preoccuparsi a Bruxelles. La Francia vigilerà affinché Amazon pratichi una concorrenza leale».

La Francia è stata all’avanguardia nella lotta contro lo scaricamento illegale di musica, film e poi libri, con la legge Hadopi voluta dalla presidenza Sarkozy. Lei prende le distanze da Hadopi. Come mai?
«È un approccio diverso, io vorrei sviluppare l’offerta legale. Se uno vuole scaricare un film non troppo recente, magari degli anni Cinquanta, nelle piattaforme legali non lo trova, mentre illegalmente sì. Non considero i consumatori come dei teppisti che vogliono rapinare gli artisti, ma persone che hanno voglia di ascoltare, vedere, leggere. Credo che la colpa sia anche dell’industria, che è in ritardo. Bisogna offrire un catalogo ampio e a prezzi ragionevoli. Qualcosa si sta muovendo, soprattutto per la musica».

Allude ai siti di streaming Deezer e Spotify?
«Sì, anche se la parte versata agli artisti è ancora troppo bassa. Bisogna riconsiderare la percentuale versata agli autori, e lo stesso vale anche per il libro digitale, che in genere affianca quello di carta e ha costi di produzione molto inferiori».

Lei, ministra Filippetti, che cosa legge?
«Tra gli italiani Erri De Luca e Niccolò Ammaniti, tra i francesi Jean Echenoz e Jérôme Ferrari che ha appena vinto un Goncourt molto meritato».

In «Gli ultimi giorni della classe operaia» ha raccontato la storia della sua famiglia, in «Un homme dans la poche» una storia d’amore. Tornerà a scrivere?
«Non finché sono ministra». corriere della sera Stefano Montefiori

 

Il Web sta umiliando la carta stampata

Giovedì, 15 Novembre 2012

Pur in una giornata drammatica, sembrava di sognare, ieri, a guardare i principali siti internet. Era tutto un rimbalzare di foto e immagini dove si vedevano poliziotti che manganellano alle spalle o si accaniscano su ragazzi a terra. Imparata la lezione di Genova, chi scende in piazza oggi riprende e fotografa tutto, per poi rilanciare le immagini in tempo reale sui social network.

STUDENTI IN PIAZZA SCONTRI IN TUTTA ITALIA jpegSTUDENTI IN PIAZZA SCONTRI IN TUTTA ITALIA jpeg

Milioni di persone navigano in questo “disordine” informativo per ore, fino a notte inoltrata, si fanno un’idea della giornata e magari riflettono su cosa voglia dire avere un prefetto ministro degli Interni e un ammiraglio alla Difesa. La crisi economica è un fatto vero, ma fa comodo trasformarla in un problema di “ordine pubblico”.

STUDENTI IN PIAZZA SCONTRI IN TUTTA ITALIA jpegSTUDENTI IN PIAZZA SCONTRI IN TUTTA ITALIA jpeg

Poi uno apre i giornali, e le notizie spariscono. Foto e video sono embedded. I cronisti anche, perché sono gli stessi incaricati di recuperare notizie di cronaca giudiziaria da Sco, Ros e servizietti segreti. Il risultato è totalmente straniante, anche solo confrontando i siti internet e la versione cartacea delle stesse testate.

ROMA STUDENTI IN PIAZZA SCONTRI IN TUTTA ITALIA jpegROMA STUDENTI IN PIAZZA SCONTRI IN TUTTA ITALIA jpeg

I direttori di giornale si tengono alla larga dal commentare, perché sarebbero costretti a inimicarsi o il premier o i lettori. Con qualche eccezione come Antonio Padellaro, che sul Fatto scrive: “Ieri le nostre piazze e le piazze d’Europa erano affollate di impiegati, insegnanti, ricercatori, commercianti, espressioni di un ceto medio massacrato dai tagli e mortificato nella propria funzione sociale. C’era soprattutto una massa di giovani senza occupazione. Frustrati, esasperati, abbandonati. A cui nessuno vuole dare una risposta. E allora presidente Monti, non è anche questa violenza? E la peggiore?”

ROMA STUDENTI IN PIAZZA SCONTRI IN TUTTA ITALIA jpegROMA STUDENTI IN PIAZZA SCONTRI IN TUTTA ITALIA jpeg

2. CRONICHE IMMANCABILI
“Sereno, il nuovo questore di Roma Della Rocca ha fatto sapere al Viminale di avere i video di tutti gli scontri. Insomma, questo per dire che non ci sono stati episodi ‘censurabili’, reazioni particolarmente violente da parte delle forze dell’ordine” (Guido Ruotolo, Stampa p. 2, “il Retroscena”).

MILANO STUDENTI IN PIAZZA SCONTRI IN TUTTA ITALIA jpegMILANO STUDENTI IN PIAZZA SCONTRI IN TUTTA ITALIA jpeg

“Una seconda avanguardia ha raggiunto la sede della provincia di Torino a palazzo Cisterna. Molti arredi sono stati presi dall’interno e accatastati in mezzo alla strada, mentre una decina di manifestanti è salita al balcone del piano nobile per srotolare striscioni e issare l’IMMANCABILE vessillo NoTav” (Stefano Caselli, figlio di, sul Cetriolo Quotidiano, p. 2).

“La guerra dei filmati scoppia in serata quando comincia a montare la polemica sugli episodi di guerriglia che hanno segnato questa giornata di protesta nelle città italiane. Televisioni e siti internet trasmettono i video girati durante le manifestazioni, mostrano studenti trascinati via dal corteo, buttati per terra, presi a manganellate dagli agenti, alcuni in borghese e con il casco in testa. Al Viminale c’è grande preoccupazione, l’IMMAGINE della polizia può subire un altro durissimo colpo” (Fiorenza Sarzanini, Corriere della Sera, p. 5).

a cura di COLIN WARD e CRITICAL MESS via dagospia

Cosa è esploso veramente a Brindisi?

Martedì, 29 Maggio 2012

un video che mette in dubbio la ricostruzione ufficiale dell’attentato di Brindisi

http://www.youtube.com/watch?v=LDrIrfAeSGE

via decorazionisegrete

C’è un interner segreto: 550 volte più grande

Martedì, 10 Aprile 2012

«Follow the Money» (Insegui il denaro) è uno dei princìpi investigativi chiavi di ogni indagine moderna. Non a caso la Gola Profonda dello scandalo Watergate dà questo suggerimento ai giornalisti del «Washington Post» Bob Woodward e Carl Bernstein durante un incontro segreto in un parcheggio della capitale americana. Seguendo i soldi arriveranno fino all’ufficio del Presidente degli Stati Uniti. Da allora, le polizie di tutto il mondo hanno adottato questo precetto. Se non è possibile risalire alla fonte del denaro, la maggior parte dei reati commessi dalla criminalità organizzata non possono essere svelati. Ma ora esiste una valuta virtuale che rende impossibile rintracciare l’identità di chi effettua pagamenti illegali. E le polizie di diversi Paesi temono che la preda stia scappando di mano. Un gruppo della polizia inglese che indaga i reati telematici ha spiegato ai giornalisti di «Channel 4» perché questo sviluppo è particolarmente significativo. Innanzi tutto c’è un Internet pubblico, dominato da Google, Facebook, e Gmail, dove possiamo trovare quasi tutto quello che ci serve, dai giornali, agli orari ferroviari, alle ricette della nonna. Siamo in grado di accedere a questo tesoro di risorse e di informazioni perché i siti sono indicizzati dai motori di ricerca standard, come Google (che controlla più dell’ottanta per cento di questo traffico), Yahoo e Bing. Ed esiste un Internet segreto, cui non si accede attraverso i motori di ricerca convenzionali. Per entrare in questo mondo parallelo bisogna scaricare un programma speciale. Una volta installato questo programma, si può accedere, senza lasciare tracce telematiche, al web «profondo» o «nascosto». Che è molto più grande del web palese.Secondo uno studio del 2001 di Michael Bergman, dell’università di Santa Barbara, in California, i dati presenti nel web nascosto erano nel 2001 dalle 400 alle 550 volte di più di quelli presenti sul web pubblico. Alcuni di questi siti sono innocui, e contengono pagine tecniche o interamente private. Altri sono invece dei grandi bazar dove è possibile compare e vendere di tutto, dai passaporti falsi agli strumenti per clonare carte di credito, droga e materiale pornografico. Uno di questi bazar virtuali è Silk Road. A prima vista, sembra un sito simile a eBay.Ma il sottotitolo recita: anonymous market place. In una schermata descritta in un articolo di Adrian Chen pubblicato sulla rivista Wired, sono elencati dieci tipi diversi di droghe, tra cui marijuana, ecstasy, hashish, droghe psichedeliche e oppiacei. Un altra directory offre «prodotti digitali», e una terza non meglio precisati «servizi». Ma non si può comprare proprio di tutto. Una nota avverte: «Annunci per la vendita di strumenti per commettere omicidi e armi di distruzione di massa non sono permessi su questo sito»! Fino a non molto tempo fa, le polizie postali potevano però contare sul principio «Follow the Money». In molti casi erano proprio i tentativi di pagare che permettevano agli investigatori di rintracciare acquirenti e venditori di merci illegali. In presenza di fondati sospetti, Visa e Paypal aprivano i loro archivi e rivelavano l’intera storia di una transazione sospetta. Ora esiste un modo per sfuggire a questi controlli. Dal 2009, si può usare una valuta virtuale che ha preso piede negli ultimi due anni, i Bitcoins. Slegati da una banca centrale o un governo, i Bitcoins sono generati automaticamente da una serie di computer in rete tra loro. Un sistema di crittografia assicura che il legittimo proprietario sia l’unico ad usare una unità per una sola volta. Ogni anno, la massa valutaria aumenta secondo un algoritmo prestabilito, facendo in modo di evitare spirali inflazionistiche. Ammettiamo dunque che volessi comprare delle pillole di ecstasy. Come procedo? Innanzi tutto cerco sull’Internet pubblico un cambia-valuta di Bitcoins, come ad esempio il sito Intersango (https://intersango.com/ ). Qui posso pagare con la mia normale carta di credito e comprare Bitcoins (un bitcoin costa circa 3 euro e settantaquattro centesimi). Una volta scaricata la valuta virtuale sul mio computer, entro nel web segreto e appare sul mio computer la schermata di Silk Road. Giunto nel bazar virtuale, seleziono le pillole di ecstasy e pago in Bitcoins. Dopo aver ricevuto la merce (di solito per posta), posso anche lasciare sul sito un commento sulla transazione così da far crescere la reputazione del venditore, come avviene su eBay e Amazon. A sua volta, chi viene pagato può facilmente riconvertire i Bitcoins in euro, dollari o sterline. La chiave di questo sistema è la possibilità del tutto legale di cambiare i Bitcoins in denaro. Questa valuta è usata anche per molte transazioni legittime sul web pubblico, e ha il vantaggio di tagliare fuori le banche e i gestori di carte di credito, e quindi azzerare i costi di transazione. All’origine dei Bitcoins vi sono, secondo Wired, gli ideali dell’Agorismo, una filosofia anarco-capitalista che predica l’avvento di una contro-economia dove i mercati sono privi di regole e sfuggono ad ogni forma di tassazione. Il mercato nero è l’ideale degli agoristi poiché libero da ogni interferenza statale. Ispirati dagli scritti di Ayn Rand, gli agoristi hanno anche il loro manifesto, The New Libertarian Manifesto, scritto nel 1980 da Samuel E. Konkin III. Nonostante i timori della polizia inglese, l’economia Bitcoins non supera i 57 milioni di dollari e alcuni errori tecnici (poi corretti) hanno fatto cadere il loro valore nel 2011. La gran parte del denaro criminale passa ancora attraverso le banche, che ripuliscono i narcodollari e i soldi delle nostre mafie, come avvertiva qualche anno fa Antonio Costa, direttore dell’ufficio delle Nazioni Unite per la lotta alla criminalità organizzata. Il pericolo maggiore dei bazar virtuali è l’offerta di materiale pornografico illegale. Transazioni economiche anche modeste si fondano su violenze ed abusi gravissimi. Piuttosto che bandire i Bitcoins o chiudere Silk Road, come vorrebbero due senatori americani, le polizie dovrebbero focalizzare le indagini proprio su quei venditori e cercare la collaborazione degli amministratori dei siti nell’Internet palese e segreto. Ad esempio, il fondatore di Intersango si è detto disposto a collaborare con le autorità per casi specifici. Ancora una volta, la soluzione sembra essere «Follow the Money».Federico Varese per “La Stampa

L’Ipad alimenta l’idiozia

Lunedì, 2 Gennaio 2012

aereo dallo spagna. contati 5 ipad e 23 telefonini in azione: tutti con giochi elettronici! altro che libri….temis

Belen hard, il Garante della privacy latita (non è Sircana o Berlusconi)

Venerdì, 21 Ottobre 2011

EyeTVSnapshot768Ieri sui siti furoreggiavano le foto di May Andersen, la modella olandese testimonial di Victoria’s Secret, ritratta nuda e in atteggiamento provocante con una sua amica. Seno scoperto, bocca aperta, palpeggiamenti vari: naturalmente sono foto rubate, esattamente come quelle di Scarlett Johansson, autoritratta allo specchio del bagno. Due giorni fa è toccato a Belén Rodriguez, protagonista di un video in cui fa l’amore con un suo antico fidanzato, tale Tobias Bianco.Il video è stato messo online, la Polizia postale sta lavorando per rimuovere le immagini rubate. Ma ormai è stato scaricato da troppe persone: pare che da ieri sia in vendita sulle bancarelle dei venditori di cd contraffatti a Milano e Napoli.Cercando notizie sull’accaduto, il primo sito in cui ci s’imbatteva ieri era Vitadamamma.it: “Se chi ha pubblicato il link del video ha leso Belén, la sua intimità, la sua femminilità e la sua immagine, allo stesso modo le sta nuocendo chi aiuta la ricerca del video e chi incuriosisce pubblicando immagini tratte dal video stesso (che, poi, non sono un bel vedere, non perché Belén non sia bella, ma semplicemente perché sono immagini che appartengono alla personale intimità di una donna che evidentemente non voleva mostrare questo di sé)”.Invece Libero, in edicola sempre ieri, ha intervistato il pornodivo Rocco Siffredi, cui ha pensato bene di chiedere una pagellina da “tecnico” su Belén. Bocciata: “Poco erotica”, perché “durante” masticava la gomma americana. Naturalmente è intervenuto anche il principe azzurro-fango di Belén, Fabrizio Corona, in difesa della fidanzata e contro chi si è macchiato di un gesto così violento e volgare. In Toscana, mi pare, c’è un proverbio che fa più o meno così: lo straccio che dice al cencio “sei pieno di polvere”.Eppure proprio perché è Belén – una che con la malizia e con il suo corpo lavora in tv o al cinema – e proprio perché è la compagna di Corona – uno che per queste simpatiche estorsioni è stato condannato in tribunale – il principio va difeso. La riservatezza è un diritto che deve essere tutelato. C’è un limite al buco della serratura, anche per i personaggi pubblici che in quanto tali hanno una vita privata meno privata. Non però fino a questo punto. Si è detto più volte che alcune cose, anche molto meno imbarazzanti, non avrebbero dovuto essere pubblicate.Le idee sono più forti di chi le esprime, e se un valore è tale lo è per tutti e sempre , non a intermittenza. Soprattutto in un Paese dove da un paio d’anni (ma va bene pure senza apostrofo) i cittadini cercano di bloccare tentativi di imbavagliare la stampa con ridicole pseudo-misure a tutela della privacy, proposte a singhiozzo dall’esecutivo più delegittimato della Storia (per usare un’espressione che possono capire anche i nostri sgovenanti).Il tutto perché un nutrito gruppo di ministri e parlamentari, capeggiati dal presidente del bunga bunga, danno il loro numero di cellulare a gente tipo Lavitola o Tarantini. I quali, oggetto di indagini da parte della magistratura, vengono intercettati in quanto potenziali delinquenti.Multe milionarie e carcere per i giornalisti: per dire il livello di farneticazione cui si è giunti. Tanto che alla Fiera del libro di Francoforte gli editori di mezzo mondo – da Città del Messico a New Delhi – hanno aderito all’appello contro la legge sulle intercettazioni lanciato dai loro colleghi italiani. La farsa parlamentare è stata messa in piedi in nome della privacy: invocata dai nostri politici a microfoni unificati, improvvisati giuristi e soloni che blaterano di cose che non sanno. Oltretutto propagandando numeri assolutamente non veri, spacciando l’Italia per uno Stato di Polizia manco fossimo la Ddr ai tempi della Stasi.Per non parlare dei reggimicrofono di palazzo: ognuno a casa sua fa quel che vuole (reati compresi, evidentemente). Come se usare Finmeccanica come merce di scambio per la dolce vita notturna fosse un fatto privato, che i cittadini non hanno diritto di conoscere perché non li riguarda. Se non ci deve interessare chi fa consulenze a Finmeccanica, di cui il ministero del Tesoro è il maggior azionista, figuriamoci quanto è plausibile e giusto che diventi pubblico come una soubrette fa l’amore con il suo ragazzo. Non si sono sentite molte voci, tra i tanti paladini della riservatezza, di solidarietà per Belén: sarà perché – tra le molte grazie – non può nominare ministro o sottosegretario nessuno? Silvia Truzzi per il “Fatto quotidiano

Il negazionismo circola nel web

Domenica, 17 Ottobre 2010

Dai forum dei movimenti neonazisti a quelli, più o meno ufficiali, di Forza Nuova, passando per privati profili di Facebook e blog a tema. I negazionisti italiani e, soprattutto, i loro simpatizzanti, sfruttano il web per far circolare le loro assurde tesi che mirano a diffondere la convinzione che il piano di sterminio degli ebrei, disposto dal regime nazista, non sia mai esistito. Non sempre si nascondono dietro all’anonimato e, talvolta, firmano i loro interventi con nome e cognome. Alcuni di loro sono disposti ad ammettere che i nazisti hanno fatto delle vittime, ma certamente non nelle “camere a gas”, di cui negano l’esistenza. I loro siti sono spesso registrati all’estero, con l’intento di bypassare le eventuali restrizioni sui contenuti imposte da alcune piattaforme di blogging. Contenuti che sono costantemente monitorati dalla polizia postale che, alcune volte, riesce a contestare loro la violazione della legge Mancino. Una lista di queste pagine web era già finita al centro di un’indagine promossa dal Comitato di indagine conoscitiva sull’Antisemitismo, presieduto dalla deputata Fiamma Nirenstein, e oggetto di minacce sugli stessi siti. Il forum neonazista Stormfront, nella sua versione italiana, ospita spesso interventi in difesa dei negazionisti, con attacchi agli esponenti delle comunità ebraiche italiane e a quei politici che si battono per la difesa della verità storica. Sito registrato in America, espone in homepage una croce celtica e la scritta, in inglese, “orgoglio bianco mondiale”. Il suo fondatore, Don Black, è un ex leader del Ku Klux Klan. Alcuni thread sono dedicati al tema della Shoah, definita “una fandonia” oppure “un complotto ebreo”, ma anche “la colonna portante di un castello di menzogne, una colonna di cartapesta, che può e deve essere abbattuta”. I commentatori abituali, che arrivano anche a negare la veridicità dei fatti narrati da Anna Frank nel suo diario (“i fatti da lei narrati non sono una prova del piano di sterminio”), sono protagonisti di insulti contro “i truffatori ebrei” ma anche contro i media controllati, a loro dire, dalla lobby ebraica. Su questo forum circolavano, nel 2008, le canzoni dei 99 Fosse, il gruppo che irrideva la Shoah, ridicolizzando il tema dei morti nei campi di concentramento con parodie di canzoni famose. Anche i simpatizzanti e i militanti del movimento di estrema destra Forza Nuova hanno una loro tribuna virtuale, dalla quale vengono lanciati insulti antisemiti. La strategia è la stessa dei revisionisti: negare le cifre dello sterminio e minare la credibilità delle certezze acquisite dalla ricerca storica ufficiale. “Tutti i tabù sono caduti tranne questo, ma è solo questione di tempo, perché l’opprimente Diga Liberticida è infiltrata da mille rivoli di verità”, scrive un utente a proposito dell’Olocausto, riguardo al quale, viene sostenuto più volte, non esistono documenti che testimonino l’ordine di sterminio fisico degli ebrei. E’ questo, uno dei punti cardine della lezione tenuta da Claudio Moffa 1 all’università di Teramo, alla fine di settembre (il docente viene citato ad esempio dai militanti forzanovisti). E poco importano i racconti dei testimoni, sopravvissuti alla Shoah, e le verità ricostruite dagli storici: i negazionisti non sono disposti ad ammettere che le loro tesi non possono trovare alcuna credibile conferma storiografica. Sempre dal forum riconducibile a Forza Nuova, partono attacchi antisemiti agli esponenti delle comunità ebraiche, mentre si accusa Roma di non “saper tenere a bada la manesca, fanatica tribù di Giuda. Ora questa Roma alla vaccinara antifascista ne teme la vendetta”. Stesso tenore nei commenti sul forum dedicato a Benito Mussolini, i cui utenti inneggiano al presidente iraniano Ahmadinejad, per aver negato l’Olocausto. Tra i siti registrati all’estero, c’è “Vho”, che fa capo alla Castle Hill Publishers, casa editrice di Germar Rudolf, colonna portante della storiografia revisionistica. Negli anni Novanta è stato condannato a 14 mesi di carcere, mentre successivamente la magistratura fece confiscare un suo testo negazionista. Fuggito in Inghilterra, dove ha fondato la sua casa editrice, nel 1999, in seguito alle pressioni esercitate dalla Germania, si è rifugiato in America. Nel 2006, dopo che gli Stati Uniti hanno respinto la sua richiesta di asilo politico, è stato rispedito in Germania, dove ha scontato una condanna a due anni e sei mesi di carcere. Il sito, registrato negli Usa, raccoglie una serie di link a testi di negazionisti, tra i quali figura l’italiano Carlo Mattogno. E’ tradotto in cinque lingue e, come è immaginabile, si batte per una pseudo-libertà di ricerca “scientifica non conformista”, e per contrastare le leggi che, in alcuni Paesi europei, prevedono l’arresto dei negazionisti. Tra le sue finalità, c’è “l’assistenza finanziaria ai revisionisti che, a causa del proprio operato, vengano sottoposti a processi giudiziari, ad aggressioni fisiche o a calunnie, o che vengano vittimizzati o perseguitati in altra maniera”. “Il momento, per i revisionisti, non è allegro – si legge nella pagina principale -  non solo la ricerca storica e scientifica non conformista – quando si tratta di ‘Shoah’ – è  penalmente perseguita nella maggior parte dei Paesi europei, ma addirittura Ernst Zündel e Germar Rudolf, dopo essere stati subdolamente deportati dagli Stati Uniti, sono stati recentemente condannati in Germania. Tutto questo solo per aver scritto e pubblicato libri e articoli critici della versione ufficiale dell”Olocausto’. Dunque anche l’Unione Europea (come la vecchia Unione Sovietica) ha i propri prigionieri politici”. Le vignette antisemite di Holywar, articolazione web di un “Movimento di Resistenza Popolare L’Alternativa Cristiana”, sono spesso fatte circolare tramite Facebook, e vengono continuamente aggiornate, anche seguendo le evoluzioni dell’attualità politica italiana (il che lascia presupporre che sia curato da mani italiane). Quasi sempre si tratta di attacchi a singoli esponenti politici: oltre al sindaco di Roma, Gianni Alemanno (ritratto spesso con Riccardo Pacifici, presidente della comunità ebraica romana), si insultano “l’ebreo Mario Draghi”, ma anche Gianfranco Fini, la compagna Elisabetta Tulliani e il fratello di lei, Giancarlo, (definiti “i soliti arroganti ebrei”). Vengono riportati testi che dimostrerebbero le “falsificazioni fotografiche” relative alla Shoah. Anche qui si sostiene che “il diario di Anna Frank sia stato un falso clamoroso”. Il sito è intestato a nome del norvegese Alfred Olsen, cattolico tradizionalista. Nel 2000 fece discutere, perché mise in rete i cognomi di 9.800 famiglie ebree italiane. Quella lista c’è ancora oggi, su una pagina dominata dalla stella di David e della locandina di un Dvd antisemita (acquistabile online).  La nascita della fondazione dell’associazione AAArgh (acronimo che sta per Associazione degli Anziani Amatori di Racconti di Guerra e di HOlocausto) risale al 1996, e la sua pagina web è tradotta in 22 lingue, tra le quali figura anche l’ebraico. Oltre a testi revisionistici europei, ci sono molti interventi contro chi propone, in Italia, di introdurre leggi che puniscano le teorie dei negazionisti.
Variopinto il panorama dei blog personali, anche se pochi pubblicano materiale con costanza. Da quelli che ripropongono i testi dell’italiano Carlo Mattogno (che, viene scritto, è a capo della “ditta di olo-demolizioni”) a siti dedicati ai negazionisti arrestati. Come “Olotruffa”, aperto per celebrare, si legge nella sua homepage,  quei negazionisti “discriminati, perseguitati, condannati, deportati ed internati per anni nei lager olo-sterminazionisti per lo psicoreato di ‘leso olocausto’”. Anche Andrea Carancini, su un blog che porta il suo nome, si occupa di negazionismo sul web dal 2008, dando notizia degli storici arrestati, in Europa, e traducendo testi di revisionisti stranieri. Tutti siti, questi, che vengono monitorati dalla polizia postale che, in alcuni casi, riesce ad applicare la legge Mancino, che permette di perseguire l’incitazione alla violenza e alla discriminazione per motivi razziali, etnici religiosi o nazionali. Così, nell’aprile del 2009, la magistratura ha individuato e denunciato per propaganda di idee fondate sulla superiorità e sull’odio razziale, un pensionato 61enne, curatore di “Thule-Toscana”, in cui si sosteneva, tra le altre cose, che nei lager nazisti si svolgessero attività ricreative (una delle teorie che accomuna quasi tutti i negazionisti). La sua pagina web è stata sequestrata dalla Procura di Arezzo, città nella quale aveva sede il provider della pagina. Lo scorso mese di marzo, invece, è stato individuato il referente italiano del Ku Klux Klan, che, oltre a predicare la superiorità della razza bianca, insultava ebrei ed omosessuali. M. pasqua repubblica

Quante vite è costato il Nobel di Edwards!

Martedì, 5 Ottobre 2010

Quante vite è costato il Nobel di Edwards? “Il premio Nobel 2010 per la Medicina è stato assegnato al fisiologo della riproduzione ed embriologo britannico Robert Geoffrey Edwards, 85 anni compiuti, professore della Cambridge University. Lo studioso britannico divenne noto in tutto il mondo, con la designazione di “pioniere della fecondazione in vitro umana”, a partire dalla sera del 25 luglio 1978, quando, poco prima della mezzanotte, venne alla luce – presso il dipartimento di ostetricia del Oldham General Hospital, nei pressi di Manchester (UK) – la prima bambina “concepita in provetta”, Louise Joy Brown, oggi la signora Brown, a sua volta divenuta mamma di un bambino, concepito naturalmente nel 2006. Alla nascita di Louise contribuì anche il ginecologo Patrick Christopher Steptoe, morto nel 1988 a Canterbury senza vedere riconosciuto il suo ruolo, altrettanto decisivo, nell’introduzione della tecnica della fecondazione in vitro (FIV) e del trasferimento embrionario in utero (ET). La generazione e lo sviluppo precoce di un embrione di mammifero al di fuori del corpo della femmina era già stata realizzata in laboratorio ed applicata in zootecnia assai prima della fine degli anni ’70 (il primordiale esperimento documentato di IVF-ET è quello pubblicato su Nature nel 1959 a nome di C. F. Chang, che portò alla nascita di un coniglio) e non erano mancati anche alcuni tentativi di FIV umana, che traevano vantaggio dagli studi di Anne McLaren e John Biggers sulla coltura in vitro degli embrioni, risalenti agli inizi degli anni ’50. Il resto della storia è conosciuto e ha segnato uno dei capitoli più controversi della ginecologia, dell’andrologia e dell’ostetricia degli ultimi 30 anni che, nel frattempo, unendo i propri sforzi a quelli della biologia della riproduzione e dell’embriologia, avevano dato vita ad una nuova specialità medica, la “medicina della riproduzione”. Essa oggi vanta numerosi cultori nei paesi occidentali e anche (cosa inaudita, considerato il deplorevole stato in cui si trovano altre discipline cliniche, indispensabili per la sopravvivenza e la salute delle popolazioni) in alcuni paesi del Terzo Mondo. La ricaduta che il lavoro scientifico di Robert Edwards ha avuto sulla ricerca in biologia della fertilizzazione e dello sviluppo negli ultimi tre decenni e la diffusione della tecnologia FIV-ET nell’ambito della cosiddetta “procreazione medicalmente assistita”, non consente di negare la rilevanza dell’opera dello studioso del Regno Unito nell’ambito delle innovazioni che hanno caratterizzato la medicina sul finire del XX secolo e, dunque, il riconoscimento del suo lavoro attraverso il prestigioso premio assegnato dall’Istituto Karolinska in memoria di Alfred Nobel. Al di là del merito scientifico e dell’impatto nel campo della clinica della infertilità, ci si può legittimamente chiedere se sia tutto oro quello che luccicherà sulla medaglia che sarà consegnata al professor Edwards il 10 dicembre prossimo, a Stoccolma. I dati, trionfalisticamente riportati sulla stampa, parlano di circa quattro milioni di bambini nati attraverso la FIV-ET, ma non rendono ragione della realtà intera della fecondazione artificiale, della sua pratica e delle sue conseguenze. Per quanto le modalità di FIV, di coltura degli embrioni ottenuti e di ET si siano considerevolmente evolute rispetto a quelle introdotte da Edwards trent’anni orsono, il numero di concepiti che sono esposti al rischio attuale di non potersi sviluppare e di morire prima di potersi impiantare nell’utero della madre resta sempre elevato.  Per restare in Inghilterra, la patria del neo-premiato Nobel, i dati più recenti resi disponibili dalla Human Fertilization & Embriology Authority (HFEA), che si riferiscono all’anno 2007, non lasciano spazio a equivoci: il numero di nascite per ciclo di FIV-ET è complessivamente pari al 23,7%, e oscilla tra il 32,3% per le donne con età inferiore ai 35 anni e meno del 12% per quelle oltre i 40 anni. Poiché il numero di cicli di FIV-ET, realizzati in quell’anno, è pari a quasi 47.000, se il numero di embrioni generati in vitro e trasferiti fosse stato anche uno solo per ciclo, poco meno di 36.000 di essi sarebbero andati perduti, a fronte di 13.672 bambini nati (tenuto conto delle gravidanze multiple, il 23% del totale delle gestazioni da FIV). Ma è noto, dai protocolli dei cicli di FIV-ET, che la quantità di embrioni generati per ciclo, selezionati morfologicamente e talora anche citogeneticamente e trasferiti in utero è assai superiore all’unità, un dato che eleva il numero di quelli che hanno perso la loro vita in una delle fasi dell’intera procedura ben oltre la cifra sopra rappresentata. La diffusione della pratica della FIV-ET (negli Stati Uniti, più di una nascita su cento è dovuta a questa tecnologia biomedica) ha introdotto anche, quasi in modo impercettibile da parte della società, una concezione eugenetica del concepimento e della nascita, che solo le legislazioni di alcuni Paesi (come l’Italia) sono riuscite a contenere: la disponibilità per la manipolazione e l’analisi degli embrioni in vitro, prima del loro annidamento nell’endometrio materno, ha reso di fatto possibile la selezione dei concepiti rispetto alla loro “qualità” biologica, dei concepiti (diagnosi prima dell’impianto), consentendo l’eliminazione fisica di quanti sono portatori cariotipo o il genotipo identificato nell’embrione e la salute del nascituro) di difetti o imperfezioni reali o presunti (considerata la notevole incertezza che grava sul rapporto tra il cariotipo o il genotipo identificato nell’embrione e la salute del nascituro). E’ giunto il tempo in cui il giudizio della società sulla scienza e sulle sue applicazioni tecnologiche non si limiti ad una mera considerazione dell’originalità di una scoperta, della creatività di una invenzione o dell’ampiezza del campo dei possibili o già realizzati trasferimenti del know-how, ma allarghi l’orizzonte della ragione sino ad abbracciare il senso di tali scoperte o invenzioni per l’uomo, per tutto l’uomo e per ciascun uomo, dal quale, ultimamente, deriva il loro valore per la persona e per l’intera comunità umana. La grande avventura dell’intelligenza fa sì che la realtà sia indagata sempre più profondamente attraverso gli strumenti conoscitivi che le diverse forme del sapere offrono all’uomo, e ogni goccia di conoscenza in più renda gloria al Creatore dell’uomo e della sua intelligenza. Per questo è giusto che venga stimata e premiata dalla società. Ma la stessa avventura della ricerca rappresenta una sfida per la libertà dell’uomo, in quanto non può sostituirsi ad essa nella sua originaria apertura all’Essere, alla sorgente della verità intera e del bene, ma la postula e, al tempo stesso, la provoca potentemente. «Che cosa ha da dire – si chiedeva Edmund Husserl ne La crisi delle scienze europee – questa scienza sulla ragione e sulla non-ragione, che cosa ha da dire su noi uomini in quanto soggetti di libertà? Ovviamente, la mera scienza di fatto non ha nulla da dirci a questo proposito; essa astrae, appunto da qualsiasi soggetto». Per questo, la possibilità offerta dalla FIV-ET alle coppie sterili, che non possono concepire naturalmente un figlio, rappresenta l’occasione per una domanda a proposito del loro “io”, della coscienza che un uomo e una donna hanno di essere stati generati e di essere a loro volta chiamati a generare, della dignità intrinseca all’atto della procreazione, dell’insostituibilità di un atto essenzialmente personale con il quale la madre e il padre sono chiamati a collaborare all’opera del Creatore.  Senza, per questo, svalutare o censurare il contributo che la scienza e la medicina possono offrire loro nel compimento di una vocazione al dono della vita, ma anche senza che i ruoli dei genitori e quelli dei biologici e dei clinici si confondano o uno di essi prenda il posto dell’altro. Guardando il concepito come un “tu” che sta di fronte al proprio “io”, sin dal momento del suo sorgere alla vita, ogni donna e ogni uomo è interpellato personalmente nella sua libertà ad un’accoglienza senza esclusioni e ad una compagnia umana che non lo abbandona mai, in nessuna circostanza. Ai giornalisti che lo intervistavano, un giorno il professor Edwards ha confidato: «Non potrò mai dimenticare il giorno in cui ho guardato nel microscopio e ho visto una cosa strana nelle colture. [...] Ho guardato nel microscopio e quello che ho visto è stato un blastocisti che mi osservava. Ho pensato: “ce l’abbiamo fatta”». Chissà se in quel momento, forse il più bello della sua lunga carriera scientifica, il premiato Nobel si sia anche lasciato interrogare dall’embrione che stava sotto i suoi occhi: “Sarà concesso a me, e a milioni di altri esseri umani come me e come te che saranno chiamati alla vita attraverso la tua brillante ricerca scientifica, di poter vedere un giorno il cielo stellato come tu lo vedrai questa sera, dalla finestra di casa tua?” Per poter dire “ce l’abbiamo fatta” con verità, dobbiamo poter offrire ai nostri figli ciò di cui noi non vorremmo privarci mai: la vita ed il suo gusto insaziabile di giorni”. r. colombo ilsussidiario.net