Archivio per la categoria ‘sesso’

A Roma Batman, a Milano l’Uomo invisibile

Giovedì, 11 Ottobre 2012

via gianfranco

Massoneria e corruzione dei costumi

Martedì, 3 Aprile 2012

Collen Hammond, ex modella e attrice diventata cattolica, in un libro autobiografico di recente pubblicazione racconta come la totale perdita di pudore nell’abbigliamento femminile sia stato uno degli obiettivi tatticamente perseguiti dalla massoneria nell’intento di sradicare la religione. La signora, madre di quattro figli, cita fra l’altro un numero della International Review on Freemasonry pubblicato nel 1928 in cui si legge: “La religione non teme i colpi di spada; ma può estinguersi sotto i colpi della corruzione. Non stanchiamoci mai della corruzione: usiamo un pretesto come lo sport, l’igiene, la cura della salute. E’ necessario corrompere: che i nostri giovani pratichino il nudismo.
Per scongiurare una reazione eccessiva, bisogna procedere metodicamente: bisogna cominciare con lo scoprire il gomito; poi passare alle ginocchia; quindi a gambe e braccia completamente scoperte; poi la parte superiore del torace, le spalle, ecc. ecc.” (Dressing with dignity, Rockford 2005, p. 53).Un secolo prima della rivista citata dalla Hammond la strategia delle sette era la stessa. Regnante Gregorio XVI (1831-46) la polizia pontificia scopre documenti e corrispondenza fra carbonari in cui si teorizza che, per ottenere il potere, bisogna passare per la corruzione dei costumi. Qualche saggio dei documenti resi pubblici per volontà del papa: “Abbiamo deciso che non vogliamo più cristiani; evitiamo dunque di fare martiri: pubblicizziamo piuttosto il vizio presso il popolo”; “L’essenziale è isolare l’uomo dalla famiglia, è fargliene perdere le abitudini”; “L’uomo ama le lunghe chiacchiere al caffè e assistere ozioso agli spettacoli. Intrattenetelo, lavoratelo con destrezza, fategli credere di essere importante; insegnategli poco a poco ad avere disgusto delle occupazioni quotidiane, e così, dopo averlo separato da moglie e figli e dopo avergli mostrato quanto è faticoso vivere adempiendo ai propri doveri, inculcategli il desiderio di una vita diversa”.
Perché la massoneria promuove la corruzione morale della società? Vale la pena di analizzare due risposte, la prima della Civiltà Cattolica, la seconda di Leone XIII, perché entrambe interessanti. A parere della rivista dei gesuiti, che ne parla in un articolo del 1852, lo scopo delle sette “è generalmente antireligioso e antisociale. Esse agognano lo sperperamento e il taglio d’ogni vincolo più sacro, che lega uomo con uomo, nella Chiesa, nella società, nella famiglia, per ricostruire l’umanità sotto una nuova forma di totale servaggio, in cui lo Stato sia tutto, e i capi della setta siano lo Stato”. Nell’enciclica Humanum genus composta nel 1884 per chiarire ai cattolici la natura della massoneria (che, detto fra parentesi, all’epoca dominava la vita politica e culturale italiana), Leone XIII individua nella promozione del vizio l’arma principale delle sette massoniche: a giudizio del papa solo così, e cioè fiaccando la volontà delle persone col renderle schiave delle passioni, uomini “scaltriti e astuti” avrebbero potuto imporsi e dominare incontrastati. Queste le parole del pontefice: “poiché quasi nessuno è disposto a servire tanto passivamente uomini scaltriti e astuti come coloro il cui animo è stato fiaccato e distrutto dal dominio delle passioni, sono state individuate nella setta dei Massoni persone che dichiarano e propongono di usare ogni accorgimento e artificio per soddisfare la moltitudine di sfrenata licenza; fatto ciò, esse l’avrebbero poi soggiogata al proprio potere arbitrario, e resa facilmente incline all’ascolto”. Che questi echi lontani di polemiche otto-novecentesche abbiano qualcosa a che fare con la forsennata campagna a favore del matrimonio omosessuale, in un tempo, per di più, in cui l’istituzione matrimoniale giace in stato comatoso? a.pellicciari labussolaquotidiana

Il matrimonio gay mette in pericolo la salute mentale della società

Lunedì, 19 Marzo 2012

La corte di Cassazione ha stabilito che le coppie omosessuali devono avere «diritto a un trattamento omogeneo a quello assicurato dalla legge alla coppia coniugata». Ma l’affermazione più rischiosa, non riportata a mezzo stampa, è quella per cui è «stata radicalmente superata la concezione secondo cui la diversità di sesso dei nubendi è presupposto indispensabile, per così dire naturalistico, della stessa esistenza del matrimonio». «Questo è l’aspetto più grave di tutta la vicenda - spiega a tempi.it Italo Carta, rinomato psichiatra, già ordinario di psichiatria all’Università di Milano. «Ho curato e curo molti omosessuali e ritengo che, se proprio vogliono mantenersi in questa condizione di coppia, possano ricevere certe tutele. Ma che il matrimonio naturale sia così minacciato è una violenza distruttiva per la mentale della società intera». Cosa può accadere se la legge, come fa la sentenza della Cassazione, va contro il diritto naturale praticamente annullandolo? Succede il caos. Se si tolgono le evidenze che accomunano qualsiasi uomo, a prescindere dal contesto e dalla tradizione da cui proviene, si cade nell’arbitrarietà: significa che prevale il diritto del più forte, di chi urla di più. In questo caso quello dei promotori di questi diritti. Siamo in un momento storico in cui la volontà è così tracotante da voler prendere il sopravvento sulla conoscenza delle cose e così le violenta: io voglio fare una famiglia con una persona del mio stesso sesso, non solo chiedo di non essere discriminato ma pretendo di generare, con tecniche violente e artificiali, e poi pure di allevare, un innocente in un contesto che non gli farà sicuramente del bene. Se si salta il fondamento del diritto che è nella legge naturale, e nella ragione umana che la riconosce, la giustizia muore. Non possiamo neppure parlare più di diritti universali. Cosa si perdono la società e la persona in quanto tali se va in crisi l’istituzione del matrimonio basata sulla natura eterosessuale dei coniugi? La generatività e l’educazione sana delle persone. Non basta l’amore per crescere dei bambini, servono due personalità differenti dal punto di vista psichico. I promotori dei diritti gay sostengono che questa condizione è naturale e che la differenza tra sessi è una costruzione sociale.
Nei miei 50 anni di lavoro ho seguito tanti omosessuali. Sono aumentati moltissimo negli ultimi anni. La scienza e l’esperienza dicono che non c’è alcun difetto di natura in loro. Non esiste l’omosessualità naturale, non è iscritta nel Dna. L’omosessualità è un’elaborazione della psiche di modelli affettivi diversi da quelli verso cui la natura normalmente orienta. Questa tendenza è del tutto reversibile. Io mi sono scervellato per anni, ho letto molto su come si può correggere questa tendenza, il problema è che spesso, pur vivendo un disagio, molti di loro non vogliono correggersi.  Secondo lei non dovrebbero avere dei diritti come le coppie eterosessuali? Bisogna fare dei distinguo: ci sono moltissimi soggetti promiscui e con vite sessuali instabili. Ma ci sono anche alcuni di loro che vivono in coppia per molto tempo. Non mi darebbe fastidio se il legislatore desse loro qualche diritto, come già di fatto avviene, con la possibilità di succedere nel contratto di locazione, di ricevere prestazioni assistenziali dai consultori familiari, di astenersi dal testimoniare in processi che vedono coinvolto il partner etc. Ma non si può andare oltre a concessioni di questo tipo. Pena la salute mentale di terzi. Si riferisce ai figli? Anche alla stabilità della società intera. Questa sentenza abolisce l’evidenza e quando si abolisce il principio di evidenza naturale la mente compensa con squilibri psicotici gravissimi. Per questo pensare di introdurre l’uguaglianza dei sessi come normale significa attentare alla psiche di tutti. Penso poi ai più deboli: i bambini. Se gli si insegna sin da piccoli che quel che vedono non è come appare, li si rovina. Ripeto, pur non essendo solito fare affermazioni dure, dato che gli omosessuali sono persone spesso duramente discriminate, non posso non dire che introdurre l’idea che la differenza sessuale non esiste, e che quindi non ha rilevanza, è da criminali. Ha parlato dei bambini. Che conseguenze può avere dare a queste coppie la possibilità di educarli?
La natura ha fatto l’uomo maschio e femmina e la differenza non è solo fisica ma psicologica. La psiche dell’uomo è diversa da quella della donna: la donna protegge, dà la vita per il figlio, si sobbarca le sue fatiche. Il padre è quello che recide questo legame affinché il bambino cresca e cammini con le sue gambe. Il bambino da quando è nato il mondo per crescere forte e sano, per affrontare la vita e i problemi, ha bisogno di entrambe queste figure. Senza di esse salta in aria tutto il dispositivo edipico su cui si fonda da sempre ogni società. Non mi parlino dei genitori morti perché la loro presenza evocata è utile comunque a questo processo. E comunque la morte non crea disordini affettivi come la sostituzione di un genitore con una figura di un altro sesso. Non conosciamo ancora gli scenari di un mondo disposto a stravolgere la normalità ma li prevedo terribili: l’uomo che obbedisce alla sua volontà e non alla norma si distrugge. E questo non dobbiamo permetterlo per il bene di tutti. L’uomo per sua natura è un essere giuridico che per crescere ha bisogno di seguire delle norme date a lui come pilasti di suporto per camminare certo nella vita. Ma perché gli omosessuali non si accontentano dei diritti che già hanno e nutrono tanto livore nei confronti di chi asseconda le norme naturali? Il loro livore è reale. Sono arrabbiati e frustrati. Spesso proprio per delle ferite che si portano addosso scaricano la sofferenza su un punto che individuano come la causa di essa. Anche se di fatto non lo è. Così, però, loro continuano a soffrire e fanno soffrire anche altri imponendo loro la menzogna pur di ottenere quello che pensano gli risolverà la vita. Io lavoro per attenuare il loro disagio che è reale, ma non posso in alcun modo giustificare la violenza distruttiva dell’ideologia che nega l’evidenza e violenta i più deboli. b. frigerio tempi.it

 

Belen, che grande zoccola!

Giovedì, 16 Febbraio 2012

Preti pedofili, in Olanda nella … media

Giovedì, 22 Dicembre 2011

Sono circolate negli ultimi giorni molte notizie di stampa sul rapporto della Commissione d’inchiesta sugli abusi di minori affidati alle responsabilità di istituzioni e parrocchie cattoliche in Olanda, pubblicato la settimana scorsa. Palesemente, molti di coloro che ne parlano non hanno letto il rapporto. Se n’è lamentata in Olanda la stessa Commissione. Che cosa è veramente successo? A fronte di campagne di stampa, nel 2010 la Conferenza episcopale olandese e la Conferenza dei religiosi olandesi hanno creato una Commissione d’inchiesta indipendente composta da docenti universitari cattolici – alcuni dei quali piuttosto «progressisti» – e non cattolici, incaricandola di raccogliere e analizzare dati nell’arco di tempo che va dal 1945 al 2010. Questa Commissione ha ora reso il suo rapporto. Nel presentare i dati quantitativi, la Commissione precisa che riguardano abusi su minori di 18 anni e che non ha neppure tentato di disaggregare i numeri relativi ai casi di vera e propria pedofilia – cioè di abusi su minori prepuberi – che sono peraltro certamente minoritari rispetto al totale. Fa pure notare che le cifre riguardano accusati e non colpevoli: è statisticamente verosimile che una percentuale degli accusati sia innocente, e i condannati da tribunali civili ed ecclesiastici sono molto pochi. Infine, è sbagliato riferire queste cifre a «preti che abusano», dal momento che comprendono tutti i dipendenti di parrocchie, scuole e istituti religiosi, molti dei quali sono laici. Utilizzando il metodo che era stato adottato negli Stati Uniti nei tre famosi rapporti del John Jay College, cioè scavando negli archivi dello Stato e della Chiesa, la Commissione è arrivata a un totale di 1.795 accuse di abuso su minori in un contesto cattolico nei sessantacinque anni esaminati: 27 accuse all’anno, che è una cifra percentualmente coerente con quelle statunitensi. La Commissione però ha seguito anche un altro metodo, spedendo 34.000 questionari a cittadini olandesi maggiori di quarant’anni. Con un’elaborazione matematica di questi dati ha concluso che i casi di abusi da parte di personale cattolico nei 65 anni dal 1945 al 2010 potrebbero essere molti di più di quelli che hanno dato luogo a specifiche accuse, e sarebbero tra i diecimila e i ventimila, con circa 800 «responsabili» – non tutti preti -, 105 dei quali sarebbero ancora vivi. Naturalmente la Commissione si rende conto, e lo scrive, che un’indagine condotta mediante questionari sui ricordi degli olandesi produce risultati incerti e da valutare con molta cautela, «perché parliamo di un periodo di 65 anni, perché la memoria umana è fallibile e perché le opinioni su che cosa costituisca un abuso sessuale divergono». Non c’è neppure bisogno di dire che tutte queste cautele sono sparite nei resoconti giornalistici sul rapporto. Così come è sparito un altro elemento essenziale. In coerenza con tutta la letteratura sociologica internazionale anche la ricerca olandese – con tutti i suoi problemi metodologici, francamente ammessi – conferma che, mentre è diffusa l’idea «che l’abuso sessuale si verifichi in modo significativamente più frequente nella Chiesa Cattolica che in altri contesti analoghi (istituzioni non cattoliche), questo non è affatto vero sulla base della nostra indagine». Gli abusi di minori sono da anni una piaga più diffusa in Olanda che altrove, e il rapporto ci ricorda che nel Paese dei tulipani «ogni anno più di centomila bambini sono vittima di abusi: mentali, fisici ma anche – come i dati della nostra ricerca hanno mostrato – sessuali». Le istituzioni cattoliche in Olanda non sono un ambiente più pericoloso di altri per i bambini. Quali sono le cause di questi abusi? Il rapporto distingue fra cause che riguardano la società olandese in generale – caratterizzata da impulsi libertari che talora hanno giustificato ogni forma di sperimentazione sessuale, pedofilia compresa – e cause interne alla Chiesa Cattolica. Fra queste dà rilievo a una pessima selezione e formazione dei candidati al sacerdozio, specialmente negli anni 1960 e 1970. Nonostante gli ammonimenti romani, candidati con evidenti problemi psicologici e sessuali erano sistematicamente ordinati, anche perché i centri psichiatrici incaricati dalle diocesi di valutazioni indipendenti dei seminaristi a loro volta spesso condividevano idee libertarie in tema di sessualità. Rimaneva anche in vigore una pratica di reclutamento di seminaristi molto giovani e non in grado di comprendere che cosa implica il celibato. Peggio, dopo il Vaticano II alcuni vescovi olandesi ordinavano candidati che non intendevano vivere il celibato, assicurando loro che presto Roma avrebbe ceduto e avrebbero potuto tranquillamente sposarsi. Sul celibato, precisamente, il rapporto cerca un difficile equilibrio fra dati statistici e opinioni «progressiste» favorevoli al matrimonio dei sacerdoti diffuse – e se ne dà atto – nella Chiesa olandese e tra gli stessi membri della Commissione. Afferma così che sul piano sociologico «non ci sono prove» di un’influenza del celibato sugli abusi, precisamente perché gli abusi sono percentualmente maggiori in ambienti non cattolici e non celibatari. Ma scrive pure che, interpellando oltre ai sociologi anche alcuni psicologi, la Commissione ha raccolto e fa sua l’opinione secondo cui «non è inconcepibile» che un modo immaturo di vivere il celibato porti alcuni sacerdoti agli abusi. Di particolare interesse è la parte sulle reazioni dei vescovi olandesi, che distingue tre diversi periodi: un tentativo di reprimere gli abusi, pur non comprendendo totalmente il problema, negli anni 1950; una cultura del silenzio e una gravissima negligenza dagli anni 1960 agli anni 1990; e una nuova severità, recependo le direttive vaticane, negli anni 2000. Il rapporto indulge a un po’ di retorica liberal sul carattere chiuso e patriarcale della Chiesa-istituzione, ma è difficile non notare come le peggiori negligenze di vescovi e superiori religiosi si siano verificate in coincidenza con l’egemonia in Olanda di una teologia progressista che minava in particolare i fondamenti tradizionali della morale. Con qualche concessione talora eccessiva al linguaggio di quella stessa teologia, e con i problemi metodologici che ho fatto notare, il rapporto dipinge un quadro sostanzialmente realistico. «L’incidenza di abusi sessuali di minori nella Chiesa Cattolica olandese nel periodo 1945-2010 è relativamente piccola in termini percentuali, ma è un serio problema in numeri assoluti». Nella Chiesa Cattolica olandese non ci sono stati in percentuale più abusi che nelle altre istituzioni olandesi in contatto regolare con minori, e solo una percentuale infima del clero è stata coinvolta. Tuttavia questi casi in numeri assoluti sono sempre troppi, chiamano in causa la cattiva gestione dei seminari e delle diocesi e un clima di diffusa contestazione della teologia morale cattolica. E giustificano le severissime parole del Papa su episodi vergognosi che disonorano tutta la Chiesa. m. introvigne labussolaquotidiana

Quando i pedofili sono ebrei ortodossi (by Introvigne)

Martedì, 13 Dicembre 2011

85 indagati e 117 bambini molestati in tre anni scoperti da una delle più grandi operazioni anti-pedofilia della storia criminale americana, che ha colpito a Brooklyn una comunità religiosa, accusata di preferire una «gestione interna» della crisi senza coinvolgere le autorità secolari. La solita parrocchia cattolica? No: questa volta si tratta della comunità ebrea ortodossa, numerosa e spesso anche decisiva elettoralmente a New York e dintorni.Non si può non notare anzitutto il curioso e provinciale atteggiamento della grande stampa italiana, che ha dedicato alla notizia solo qualche trafiletto. Non è difficile immaginare che cosa sarebbe successo se a Brooklyn fossero stati fermati 85 preti cattolici accusati di pedofilia. La disparità di trattamento è così clamorosa da richiedere un commento.La nostra stampa laicista nasconde il caso di Brooklyn perché mette in dubbio il dogma anticattolico secondo cui la pedofilia è più diffusa tra il clero cattolico che altrove, e lo è per colpa del celibato. I sociologi sanno da anni che non è così. Intendiamoci: ha ragione il Papa quando afferma che i sacerdoti pedofili esistono e che le loro azioni criminali e disgustose devono essere occasione di vergogna e penitenza per la Chiesa – e per tanti vescovi colpevolmente poco vigilanti. Ma sapere quanti sono i preti pedofili e se ci sono più pedofili fra i preti o altrove non è irrilevante.Si deve ricordare qui il lavoro svolto nel 2011 con il suo terzo rapporto sul tema dall’autorevole John Jay College di New York , riepilogando e aggiornando i dati quantitativi, che a sette anni dal suo primo rapporto del 2004 – di cui si troverà una sintesi nel mio libro «Preti pedofili» (San Paolo, Cinisello Balsamo [Milano] 2010) – rimangono ancora poco conosciuti, specie in Italia. Lo studio del 2004 riferiva che nell’arco dei cinquantadue anni dal 1950 al 2002 4.392 sacerdoti americani su circa 109.000 che avevano esercitato il ministero, cioè il 4%, erano stati accusati di rapporti sessuali con minori. Accusati, naturalmente, non significa condannati: a una condanna penale si era arrivati in meno di metà dei casi, in qualche caso forse per l’abilità degli avvocati o la prescrizione ma in altri perché gli accusati erano effettivamente innocenti.Ma il rapporto del 2011 dice soprattutto – e giova rileggerlo oggi dopo il caso di Brooklyn – che l’impressione che i media danno secondo cui i preti cattolici sono una categoria «a rischio» per quanto riguarda la pedofilia è falsa. Dopo avere osservato che nessun’altra istituzione ha aperto i suoi archivi e favorito ricerche così precise come quelle che negli Stati Uniti hanno interessato la Chiesa Cattolica, il rapporto passa in rassegna le comunità protestanti, i Testimoni di Geova, i mormoni, gli ebrei, e ancora le scuole pubbliche, le società sportive giovanili, i boy scout e conclude che – benché i dati limitati non permettano conclusioni certe – tutti gli elementi parziali che emergono sembrano indicare almeno che in tutti questi ambienti il rischio di abusi di minori non è più basso rispetto alle parrocchie e alle scuole cattoliche. Se poi si passa a un dato di carattere generale, si nota che negli Stati Uniti 246 minori ogni centomila sono vittima di abusi sessuali. Non è possibile sapere quanti minori «vengono in contatto» con preti cattolici, ma se prendiamo come riferimento i cresimati possiamo concludere che vittime di abusi in ambienti cattolici sono quindici minori ogni centomila. Detto in altre parole, le parrocchie e le scuole cattoliche purtroppo ospitano anche loro dei «pedofili» ma sono un ambiente sedici volte più sicuro rispetto alla società in genere.Vorrei anche sottolineare che sarebbe sbagliato criminalizzare dopo l’episodio di Brooklyn tutto l’ebraismo ortodosso. Lo stanno facendo certi ambienti liberal di New York, che hanno da rimproverare agli ebrei ortodossi soprattutto l’opposizione alla legge che introduce il matrimonio omosessuale nello Stato della Grande Mela. Se gli imputati saranno condannati potremo concluderne che ci sono più pedofili a New York tra gli ebrei ortodossi che tra i preti cattolici. Ma meno che tra i maestri di scuola pubblica o gli allenatori di squadre sportive giovanili. L’esplosione della pedofilia coinvolge tragicamente anche le comunità religiose – Chiesa Cattolica compresa, e il Papa invita a non sottovalutare mai quello che è comunque un gravissimo scandalo – ma non viene dalla religione. Viene dall’atteggiamento distorto nei confronti della sessualità nato con la rivoluzione sessuale degli anni 1960 e amplificato dalla pornografia via Internet e dal relativismo che distrugge i valori morali tradizionali. Non si tratta di spostare il linciaggio morale dai preti cattolici agli ebrei ortodossi,  le cui comunità anzi spesso testimoniano una convinta e lodevole adesione ai «principi non negoziabili» in materia morale. Ma di far notare che i preti non sono più a rischio pedofilia di altri, che il celibato non c’entra – ovviamente gli ebrei ortodossi si sposano, rabbini compresi – e che la furia anticattolica troppo spesso impedisce di vedere la dimensione globale del dramma pedofilia. m. introvigne labussolaquotidiana

Schiava sessuale di Gheddafi

Mercoledì, 16 Novembre 2011

Muammar Gheddafi ha saccheggiato la mia vita”. Safia ha 22 anni ma se ne sente il doppio addosso. Al quotidiano Le Monde la giovane libica racconta cinque anni di calvario trascorsi nell’harem dell’ex rais. Anche se per lei testimoniare, dice, è pericoloso.Racconta di come è stata rapita da ragazzina, violentata, picchiata, obbligata a partecipare a festini a base di sesso, droga e alcool, insieme ad altre ragazze, anche italiane – precisa -, belghe, egiziane.Una testimonianza, la sua, che sembra integrarsi con il racconto fatto al britannico Daily Mail dall’ex chef del defunto rais, il ventinovenne Faisal, che racconta della sua dipendenza dal sesso, che lo induceva a ingoiare grandi quantitivi di Viagra, tanto da indurre un’infermiera a metterlo in guardia sui pericoli per la salute. Secondo Faisal, poche ore prima di incontrare il principe Andrea nel 2008, Gheddafi si portò a letto quatro donne. A volte, dice Faisal, ce n’erano cinque.Le sue famose ”amazzoni”, le pretoriane di cui si circondava, dicono di aver dovuto fare sesso con lui. Alcune, le più scaltre, si facevano regalare ville e grosse somme in denaro, dice il Mail. Le altre donne che lui notava erano invece costrette e subire la sua violenza e basta. Un destino, quest’ultimo, toccato anche a Safia.Aveva solo 15 anni, nel 2004, quando Gheddafi la vide per la prima volta, mentre visitava il liceo dove la giovane studiava. Il colonnello, racconta, si fermò ad accarezzarle i capelli e fece un segno alle guardie del corpo, come per dire: ”Questa, la voglio”.Il giorno dopo ”tre donne in uniforme al servizio del dittatore” andarono a prenderla per consegnarla al rais, che all’epoca aveva 62 anni. Era l’inizio di un incubo: ”Non basterà raccontare, nessuno saprà mai cosa ho vissuto davvero, nessuno potrà mai immaginarlo”, confida la giovane a Le Monde, che l’ha incontrata a Tripoli a fine ottobre dopo la morte del dittatore.”Quando ho visto il cadavere esposto alla folla – confessa – ho avuto un breve piacere, poi ho sentito un gusto amaro in bocca”. A 15 anni Safia era la più giovane di quella sorta di harem, composto da una ventina di ragazze tra i 18 ed i 19 anni. Mentre lei singhiozzava e si dibatteva, qualcuno la obbligò ad indossare un completo di biancheria sexy e le mostrò come sfilarlo sensualmente, a tempo di musica.Quel giorno Gheddafi la violentò dopo che lei aveva tentato di fuggire: ”Sono diventata la sua schiava sessuale. Mi ha violentata per cinque anni”, racconta. Il suo tempo lo passava a piangere e a farsi bella, perché doveva essere sempre pronta a ricevere il rais. Dopo alcuni anni, lui la reclamava ancora, due, tre volte a settimana. Il suo corpo portava il segno di morsi, di colpi. I seni erano graffiati. Aveva continue emorragie.Un giorno del 2009 il colonnello, vedendola depressa, le concesse di andare a trovare i genitori. E fu il papà a organizzare la sua fuga. Ora Safia, che continua a fare incubi di notte, piange e si sente ”demolita”, vorrebbe testimoniare in un tribunale. Ma ha paura: ”Gheddafi ha ancora dei fedeli e poi – aggiunge – qui le donne sono sempre colpevoli”.blitzquotidiano.it

Belen hard, il Garante della privacy latita (non è Sircana o Berlusconi)

Venerdì, 21 Ottobre 2011

EyeTVSnapshot768Ieri sui siti furoreggiavano le foto di May Andersen, la modella olandese testimonial di Victoria’s Secret, ritratta nuda e in atteggiamento provocante con una sua amica. Seno scoperto, bocca aperta, palpeggiamenti vari: naturalmente sono foto rubate, esattamente come quelle di Scarlett Johansson, autoritratta allo specchio del bagno. Due giorni fa è toccato a Belén Rodriguez, protagonista di un video in cui fa l’amore con un suo antico fidanzato, tale Tobias Bianco.Il video è stato messo online, la Polizia postale sta lavorando per rimuovere le immagini rubate. Ma ormai è stato scaricato da troppe persone: pare che da ieri sia in vendita sulle bancarelle dei venditori di cd contraffatti a Milano e Napoli.Cercando notizie sull’accaduto, il primo sito in cui ci s’imbatteva ieri era Vitadamamma.it: “Se chi ha pubblicato il link del video ha leso Belén, la sua intimità, la sua femminilità e la sua immagine, allo stesso modo le sta nuocendo chi aiuta la ricerca del video e chi incuriosisce pubblicando immagini tratte dal video stesso (che, poi, non sono un bel vedere, non perché Belén non sia bella, ma semplicemente perché sono immagini che appartengono alla personale intimità di una donna che evidentemente non voleva mostrare questo di sé)”.Invece Libero, in edicola sempre ieri, ha intervistato il pornodivo Rocco Siffredi, cui ha pensato bene di chiedere una pagellina da “tecnico” su Belén. Bocciata: “Poco erotica”, perché “durante” masticava la gomma americana. Naturalmente è intervenuto anche il principe azzurro-fango di Belén, Fabrizio Corona, in difesa della fidanzata e contro chi si è macchiato di un gesto così violento e volgare. In Toscana, mi pare, c’è un proverbio che fa più o meno così: lo straccio che dice al cencio “sei pieno di polvere”.Eppure proprio perché è Belén – una che con la malizia e con il suo corpo lavora in tv o al cinema – e proprio perché è la compagna di Corona – uno che per queste simpatiche estorsioni è stato condannato in tribunale – il principio va difeso. La riservatezza è un diritto che deve essere tutelato. C’è un limite al buco della serratura, anche per i personaggi pubblici che in quanto tali hanno una vita privata meno privata. Non però fino a questo punto. Si è detto più volte che alcune cose, anche molto meno imbarazzanti, non avrebbero dovuto essere pubblicate.Le idee sono più forti di chi le esprime, e se un valore è tale lo è per tutti e sempre , non a intermittenza. Soprattutto in un Paese dove da un paio d’anni (ma va bene pure senza apostrofo) i cittadini cercano di bloccare tentativi di imbavagliare la stampa con ridicole pseudo-misure a tutela della privacy, proposte a singhiozzo dall’esecutivo più delegittimato della Storia (per usare un’espressione che possono capire anche i nostri sgovenanti).Il tutto perché un nutrito gruppo di ministri e parlamentari, capeggiati dal presidente del bunga bunga, danno il loro numero di cellulare a gente tipo Lavitola o Tarantini. I quali, oggetto di indagini da parte della magistratura, vengono intercettati in quanto potenziali delinquenti.Multe milionarie e carcere per i giornalisti: per dire il livello di farneticazione cui si è giunti. Tanto che alla Fiera del libro di Francoforte gli editori di mezzo mondo – da Città del Messico a New Delhi – hanno aderito all’appello contro la legge sulle intercettazioni lanciato dai loro colleghi italiani. La farsa parlamentare è stata messa in piedi in nome della privacy: invocata dai nostri politici a microfoni unificati, improvvisati giuristi e soloni che blaterano di cose che non sanno. Oltretutto propagandando numeri assolutamente non veri, spacciando l’Italia per uno Stato di Polizia manco fossimo la Ddr ai tempi della Stasi.Per non parlare dei reggimicrofono di palazzo: ognuno a casa sua fa quel che vuole (reati compresi, evidentemente). Come se usare Finmeccanica come merce di scambio per la dolce vita notturna fosse un fatto privato, che i cittadini non hanno diritto di conoscere perché non li riguarda. Se non ci deve interessare chi fa consulenze a Finmeccanica, di cui il ministero del Tesoro è il maggior azionista, figuriamoci quanto è plausibile e giusto che diventi pubblico come una soubrette fa l’amore con il suo ragazzo. Non si sono sentite molte voci, tra i tanti paladini della riservatezza, di solidarietà per Belén: sarà perché – tra le molte grazie – non può nominare ministro o sottosegretario nessuno? Silvia Truzzi per il “Fatto quotidiano

ONU diffonde l’AIDS in Africa…

Venerdì, 14 Ottobre 2011

Uno studio condotto in Africa e pubblicato sulla rivista scientifica britannica The Lancet mostra che l’uso di contraccettivi ormonali – soprattutto quelli iniettabili – può raddoppiare il rischio di contrarre il virus Hiv. Questa la notizia rilanciata alcuni giorni fa dalle agenzie, ma che poco spazio ha ottenuto su giornali e tv. E sembrerebbe strano, visto che periodicamente esplodono polemiche sul divieto della Chiesa all’uso del preservativo, per le presunte conseguenze che avrebbe sulla diffusione dell’Aids. Con la differenza che se quelle sul preservativo sono accuse ideologiche e smentite dai fatti, diverso è il caso della ricerca appena pubblicata: si tratta di uno studio su 3.790 coppie eterosessuali, in cui un solo partner è infetto da Hiv; le coppie scelte provengono da sette paesi africani ad alta densità di infezioni Hiv: Botswana, Kenya, Ruanda, Sudafrica, Tanzania, Uganda e Zimbabwe. Le donne che usano contraccettivi ormonali – pillole e iniettabili – registrano il doppio delle probabilità di rimanere infette, ma quasi il totale delle infezioni è dovuto ai contraccettivi iniettabili. Dato confermato dal fatto che tra le donne che erano sieropositive all’inizio dello studio, quelle che usavano contraccettivi iniettabili hanno trasmesso il virus al loro partner maschile in numero doppio rispetto alle altre.Sembra dunque strano che la notizia non abbia guadagnato le prime pagine dei giornali, come avrebbe meritato se la salute degli africani – e non solo – fosse davvero al cuore dell’interesse di giornalisti, politici ed esperti vari. Anche perché parliamo di numeri ben rilevanti: nel mondo ci sono 140 milioni di donne che usano contraccettivi ormonali, e dei 16 milioni di donne che nell’Africa subsahariana hanno contratto il virus Hiv una larga parte fa uso degli stessi contraccettivi. La scoperta, se confermata, significa dunque che ci sono svariati milioni di persone nei paesi poveri che hanno contratto l’Aids a causa della diffusione di questi contraccettivi.Ed è qui che viene la parte più interessante – ma sarebbe meglio dire tragica – della questione. Perché la diffusione di questi contraccettivi non nasce dalla “libera” decisione delle donne per quanto male informate, ma dall’imposizione delle organizzazioni internazionali che a partire dagli anni ’60 e ’70 hanno promosso e finanziato durissime campagne di controllo delle nascite nei paesi in via di sviluppo. Parliamo in particolare del Fondo Onu per la Popolazione (UNFPA), l’Agenzia governativa americana per gli aiuti allo sviluppo (USAID), e organizzazioni non governative come l’International Planned Parenthood Federation (IPPF) e il Population Council.E infatti il nome commerciale del contraccettivo iniettabile ora sotto accusa è Depo Provera, un nome che è sinonimo di uno scandalo internazionale che continua purtroppo a perpetuarsi nel silenzio generale.Il Depo Provera è una iniezione intramuscolare di progesterone che inibisce l’ovulazione per tre mesi. Basta quindi una iniezione ogni tre mesi per prevenire le gravidanze, con una affidabilità del 98%. Da subito è stata adottata dal potente movimento per il controllo della popolazione, che dagli anni ’50 finanziava ricerche su contraccettivi iniettabili o impiantabili. La difficoltà maggiore nel realizzare un efficace controllo delle nascite nei Paesi del Terzo Mondo è infatti apparsa fin da subito la volontà e la capacità delle donne e delle coppie di mantenere nel tempo l’impegno all’uso dei contraccettivi. Profilattici e pillole sono infatti affidati completamente ai singoli, che quindi possono decidere di non usarli o semplicemente possono dimenticarselo. L’iniezione e l’impianto sottocutaneo permettono di aggirare questo ostacolo, semplificando la procedura  e affidando al medico il controllo della fertilità. Un secondo importante vantaggio del Depo Provera – ovviamente dal punto di vista delle agenzie internazionali – stava nella maggiore accettabilità da parte delle popolazioni del Terzo mondo. In molte regioni povere, infatti, esiste quella che è stata definita una “mistica dell’iniezione”, vale a dire l’iniezione è associata con la medicina moderna, efficace e sicura.Fin dall’origine dunque, nella sua concezione, il contraccettivo iniettabile è associato a coercizione e violenza. Non stupisce quindi che il Depo Provera sia stato testato e commercializzato (dalla casa farmaceutica americana Upjohn, oggi Pfizer) pur sapendo che aveva gravi effetti collaterali. Non solo, una ricerca presentata nel marzo 2010 dal professor Thomas W. Volscho della City University di New York, dimostra che la sostanza è stata testata per anni su migliaia di donne di colore, usate come cavie sia negli Stati Uniti sia in Africa, inconsapevoli di cosa stessero assumendo. Non solo nei test, anche nell’uso emerge il carattere “razzista” del Depo Provera: ancora la ricerca del professor Volscho, svolta sull’uso negli Stati Uniti, dimostra come sia in modo sproporzionato diffuso tra le donne afro-americane e indo-americane. Ancora: proprio a causa dei gravi effetti collaterali – emorragie vaginali, aumento di peso, potenziale rischi di cancro al collo dell’utero – per oltre 30 anni (i test sono iniziati nel 1967) la Upjohn si è vista rifiutare l’approvazione dalla Federal and Drug Administration (FDA), l’agenzia federale americana per i farmaci, arrivata nel 1992 anche per le forti pressioni politiche. La legge prevede che un farmaco che non riceve l’approvazione della FDA non possa – da compagnie americane – essere distribuito all’estero, ma la Upjohn aggirò il divieto producendo il Depo Provera in Belgio e Canada, dove invece il farmaco era stato registrato e approvato come contraccettivo. E prima ancora che fosse approvato negli Stati Uniti, il Depo Provera era già stato distribuito nei Paesi poveri, soprattutto in Africa, in diverse milioni di dosi. Dal 1994 al 2000 poi, gli anni dell’amministrazione Clinton, USAID ha distribuito nel Terzo Mondo qualcosa come 42 milioni di dosi, per un costo complessivo di oltre 40 milioni di dollari. E negli stessi anni, l’UNFPA ha fatto ancora peggio distribuendo – sempre nei Paesi poveri – 20 milioni di dosi l’anno.I problemi provocati dal Depo Provera sono tali che ci sono diverse organizzazioni femministe che hanno lanciato campagne per fermarne la diffusione. Ma invano, troppo forti i poteri che la vogliono. Basti pensare che la ricerca ora pubblicata dal Lancet è già stata preceduta da diversi studi che lanciavano un analogo allarme. Già nel 1996, ad esempio, uno studio condotto dall’Aaron Diamond AIDS Research Center di New York sulle scimmie aveva messo in evidenza come il progesterone aumentasse il tasso di infezioni da Hiv, dovuto all’effetto riducente che ha sui tessuti vaginali rendendoli quindi più soggetti ad abrasioni e infezioni durante i rapporti sessuali. Nel 2004 un altro importante studio del National Institute of Child Health and Human Development, finanziato da USAID, rivela che le donne che usano il Depo Provera aumentano di 3 volte il rischio di malattie sessualmente trasmissibili, come gonorrea e clamidia. Ovvia la connessione con l’infezione da Hiv, ma ciò non basta a cambiare la politica di USAID, malgrado la ferma protesta di diverse organizzazioni femministe. Non solo, nel luglio 2005 interviene sull’argomento anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità che, in un comunicato congiunto con un consorzio di agenzie dell’Onu che comprende UNFPA, UNDP (Programma per lo Sviluppo) e Banca Mondiale, giudica non rilevanti le conclusioni della ricerca del 2004 e quindi non ritiene necessaria alcuna restrizione nell’uso del Depo Provera.Questi precedenti e il sostanziale silenzio che ha accolto la nuova ricerca pubblicata dal Lancet lasciano prevedere che nulla si muoverà anche ora per porre fine a questo scandalo. E il Depo Provera continuerà a provocare la diffusione dell’Aids e la morte di milioni di poveri in Africa, per mano degli stessi che poi hanno il coraggio di puntare il dito contro il Papa e la Chiesa sulla questione dei profilattici. r.cascioli labussolaquotidiana

“Non la do, lo prendo” – frammenti di un discorso serale

Giovedì, 22 Settembre 2011

31 anni, medico, bolognese, carina. parlando del nuovo fidanzato: perchè bisogna tenersela? - io non la do, lo prendo - (dopo tre mesi) vogliamo fare un figlio - se ho un figlio e poi non funziona, qual è il problema? - amen.  temis