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Massolo, lo 007

Martedì, 22 Maggio 2012

Alla fine, dopo mesi di voci in cui veniva segnalato alla più sfavillante sede diplomatica, ma anche alla più importante delle authority e pure alla direzione generale di Confindustria, la poltrona è arrivata. Una poltrona che nessuno aveva mai pensato potesse essere destinata all’ambasciatore Giampiero Massolo, classe 1954, segretario generale della Farnesina, l’uomo con i baffi che negli ultimi vent’anni è apparso in tutti i telegiornali sempre un passo indietro a premier e a ministri degli Esteri, la quintessenza del potere della diplomazia, l’enfant prodige del ramo.La poltrona è quella di capo del Dis, il Dipartimento informazioni per la sicurezza, l’organo di coordinamento dell’intelligence italiana interna ed esterna, uno dei posti nevralgici del Palazzo, la cassaforte dei dossier riservati e delicati lasciata da Gianni De Gennaro, ex capo della Polizia, uomo tra i più potenti e temuti della nomenklatura ora nominato dal governo Monti sottosegretario con la delega ai Servizi.A pensarci bene il posto su misura per uno come Massolo, diplomatico sopravvissuto non alle bombe di Beirut o di Sarajevo ma alla guerriglia della politica romana, da destra e da sinistra di volta in volta promosso e premiato, senza conoscere la pausa in un’irresistibile ascesa, senza mai un cedimento alla vanità, alle chiacchiere di Palazzo, alla fibrillazione dell’apparire.Un’ombra della Repubblica per il grande pubblico, fatta di discrezione e riservatezza: cosa volere di più per chi avrà a che fare con barbe finte nazionali e soprattutto internazionali? Ma una roccia, un burocrate di ferro all’interno della Farnesina dove a soli 53 anni nel 2007 viene nominato al vertice della piramide diplomatica dall’allora ministro degli Esteri Massimo D’Alema, culmine di una carriera senza barriere che ha destato non pochi malumori in un enclave dove conta più che in ogni altra parte la gerarchia, la nascita e il doppio cognome, la differenza di casta tra chi è diplomatico e chi è funzionario, persino il dovere di un minimo di birignao.Per i suoi critici, la scalata fulminea di Massolo è la ricompensa a chi sa obbedire chiunque conduca il gioco: Francesco Cossiga per segnalarne la doppia tessitura di rapporti lo definiva un fasciocomunista. Per chi gli è amico, invece, è la prova di una bravura tecnica che fa comodo a tutti. Fatto sta che all’arrivo di Monti a Palazzo Chigi il numero uno della diplomazia raggiunge quasi la nomina di ministro degli Esteri. In un governo di tecnici lui è un tecnico puro che ha da poco firmato una riforma amministrativa della Farnesina. Viene scalzato dall’ambasciatore a Washington Giulio Terzi di Sant’Agata. Il testa a testa non aiuterà certo i rapporti tra i due.Secondo quanto ha raccontato lui stesso a una feluca di gran rango che gli riconosce il contagocce nelle parole ma la sottigliezza di un humour assai garbato (“Ha sempre saputo come dire no”) è grazie all’incontro nel ’94 nella toilette di Palazzo Chigi con un Silvio Berlusconi appena sbarcato a Roma, sorriso di plastica stampato in faccia, marziano arrivato nel Palazzo, che la sua vita prende la piega giusta per condurlo alla vetta.Massolo che parla inglese, francese, russo, polacco (è nato a Varsavia) e un po’ di tedesco, è consigliere diplomatico aggiunto a Palazzo Chigi (governo Carlo Azeglio Ciampi) dove è approdato tre anni prima con Giulio Andreotti premier: una gran scuola. Il Cavaliere se ne invaghisce e ne fa il capo della sua segreteria particolare. In un certo senso è l’inizio e la fine della sua carriera diplomatica.Massolo si laurea alla Pro Deo di Roma, l’università voluta da Gianni Agnelli diventata poi Luiss, e poi vola a Torino assunto dalla Fiat. Nel 1978 vince il concorso in diplomazia e torna a Roma: la prima missione è all’ambasciata d’Italia presso la Santa Sede, poi Mosca e Bruxelles presso la Cee. Questo è quanto. Dal 1988 in poi Massolo non traslocherà mai più all’estero diventando una contraddizione in termini del lavoro in diplomazia: quasi un quarto di secolo stanziale in patria, un paradosso per la Farnesina, caso più unico che raro.

Quel che conta, la politica apprezza. Non buca un ministro. Dopo Berlusconi passa, con lo stesso incarico, al neo premier Lamberto Dini, che da ministro degli Esteri del governo Prodi lo nomina capo del servizio stampa oltre che, nel 2000, anche vice segretario generale. Chi lo ferma più? È un lavoratore instancabile, attento a non scavalcare mai il ministro di turno, abile a non dimenticare quello precedente: un vulcano della politica dei due forni, lo stemma andreottiano.In dieci mesi diventa vicario del segretario generale (il ministro è Renato Ruggero). Direttore generale degli Affari politici solo per sette mesi, il tempo che il ministro Gianfranco Fini lo coopti capo nel suo gabinetto. Fini si sta giocando l’abiura del fascismo “male assoluto” e Massolo lavora con Italo Bocchino e Andrea Ronchi per il viaggio in Israele (dove il rappresentante diplomatico è proprio Terzi). Nel 2006 arriva la promozione a ambasciatore di grado, un anno dopo quella di direttore del personale, fino alla nomina dalemiana: l’ufficio al primo piano della Farnesina, quello da segretario generale. Mai un passo falso, mai una sbavatura: Massolo, secondo un suo collega, ragiona e agisce come un computer. La sua riforma amministrativa degli Esteri raccoglie più mugugni e contestazioni che consensi. Padrone assoluto del ministero, controlla tutto, anche le nomine meno importanti in genere lasciate alla discrezionalità del capo del personale. Accorpa direzioni generali, da tredici a otto. Accentua il lato commerciale e marketing della carriera secondo i desiderata del Cavaliere. Gli ambasciatori della vecchia guardia lo accusano di cedere di fronte al potere politico e di non contrastare con la forza necessaria i tagli del ministro Giulio Tremonti “l’ex segretario Umberto Vattani con tutti i suoi difetti si sarebbe battuto di più”. E certo non fa piacere la campagna per abbassare l’età della pensione da 67 a 65 anni che a fine 2012 manderà a casa una generazione di alte feluche, Giulio Terzi in primis. Massolo è stato ministro degli Esteri in pectore per una notte. Si racconta che non abbia raggiunto l’obiettivo per aver chiesto troppe assicurazioni per il futuro. L’altra versione è che Terzi, oltre al sostegno di Fini (sul quale poteva contare pure Massolo), avesse anche l’ok di Pier Ferdinando Casini. Una delusione difficile da digerire. Anche perché governare la Farnesina con un politico come ministro ha una valenza ben diversa rispetto a quando il ministro è un diplomatico anche lui e vuole e sa dove mettere le mani. Così per il segretario generale arriva davvero il tempo di migrare. L’occasione del Dis è da afferrare al volo. Soprattutto con un governo deciso a dare un impulso alla rete estera dei servizi e a puntare sulla mission, nel più puro dei pallini esterofili di Monti, di collaborare intensamente con le intelligence internazionali visti i molteplici tavoli di crisi aperti. La rete di altissimi rapporti tessuta negli anni da Massolo, consolidati da sherpa del governo italiano nel summit G8 dell’Aquila, servirà proprio a questo. La nuova poltrona gli permetterà anche di avere accesso ai dossier più delicati. E questo non ha fatto piacere proprio a tutti. Denise Pardo per “l’Espresso

La bella vita della spia che venne dal freddo

Venerdì, 2 Luglio 2010

63838Nella sua «prima» vita si chiamava Anya Kuschenko. Nata un giorno di 28 anni fa a Volgograd, la ex Stalingrado, il simbolo della resistenza russa. Da piccola soffre di scoliosi e la mandano in una scuola speciale, dove curano la schiena e insegnano a dipingere. Il preside dell’epoca dice di non rammentarla. Non passa invece inosservata quando, più grande, va al collegio. I coetanei la ricordano per l’aspetto, i professori per una tesina sull’unità territoriale dell’Urss. Forse ha anche possibilità di viaggiare, visto che il papà – Vasily – è un diplomatico assegnato all’ambasciata in Kenya e oggi in servizio a Mosca. «Rispetto a noi – aggiungono gli amici – è sempre stata un passo avanti, noi ascoltavano della brutta musica mentre lei sapeva tutto di Nirvana e Metallica». Dopo il liceo, Anya si laurea in economia all’Università per l’amicizia dei Popoli. L’ateneo è uno dei bacini dove i talent scout dello Svr, l’erede del Kgb, pescano i futuri agenti. La ragazza viene addestrata a diventare una razvedchiki, una russa capace di vivere come una occidentale. Ma rispetto ad altre spie, a lei tocca una missione diversa: invece che nascondersi deve farsi notare. Perché è così che può conoscere persone interessanti. Le creano un profilo- la leggenda – che le permetta di infilarsi nel mondo economico. Arriva la prima «sede»: Londra. Anya sbarca nella capitale britannica nel 2003 e diventa Anna Chapman. Lavora in banca, sostiene di vendere jet privati, collabora con una società di Warren Buffett, poi tratta fondi di investimento. In cinque anni raccoglie referenze, vere o presunte, che torneranno utili per il futuro. A Londra, Anna trova anche un marito dal quale poi divorzierà. Due versioni sull’identità. È un ricco rampollo inglese. No, è un francese, erede del re dei supermercati. Seguendo la via dei soldi, la Chapman si sposta dalla City a Wall Street. Manhattan è la nuova base. I referenti del Centro le danno un computer per comunicare in modo protetto e il denaro per mantenere uno stile di vita adeguato. Affitta un appartamento per 2100 dollari al mese, quindi crea una società di facciata. È la sua terza vita. Sostiene di vendere case, offre assistenza ai suoi connazionali che cercano affari. Si mimetizza per avvicinare le prede. «Non cercava l’ultimo progetto militare ma fonti di influenza, figure da reclutare», ci confida un ex 007. Personaggi che la sanno lunga su economia, Borsa, oro. A quei livelli ottenere un appuntamento può essere impossibile: chi sei baby? Potrebbero risponderle. Allora li sorprende quando sono rilassati. Ad un ricevimento, ad una festa per beneficenza. Anna lascia tracce non nelle basi dell’Us Air Force ma al «Juliet», al «Greenhouse», al «Tejune», al «Pink Elephant». Locali notturni dove arriva con tacchi alti e gonne corte. Difficile non accorgersi della sua presenza. «Era sempre la più elegante», ha rivelato un habitué. E una vicina di casa suggerisce quali fossero i suoi gusti in fatto di moda: «La vedevo tornare con confezioni di Prada e Gucci». Firme adatte per chi deve stare sulla scena. Nelle sue serate «a strascico» fa intravedere affari e la possibilità di finire a letto. Una «Bond Girl» pronta a raccogliere dritte e anche semplici «voci». E dunque qualsiasi evento mondano è un’occasione buona. Al club come all’Hilton in occasione della cena della «Fondazione Pompieri». Una serata dove può sfiorare il sindaco Bloomberg e presidenti di società importanti. Quando ha qualcosa di interessante lo trasmette, via computer, a Mosca. Adesso tutti prendono le distanze e sostengono di non aver mai avuto rapporti con lei. Come l’economista Nouriel Roubini, segnalato tra i suoi «amici»: mai vista di persona. L’Fbi, comunque, ha già ricostruito il network sociale di Anna «la rossa». Molti testimoni non si sono fatti pregare nell’abbandonarsi a qualche pettegolezzo su una ragazza che sembrava «una miliardaria un po’ troppo disinvolta». Ma loro non sapevano che questo era il suo lavoro. Ci faceva e le piaceva. Ammaliata dal fascino di Manhattan. E pronta a scatenarsi nello shopping. «Il mio Mac (computer, ndr) è stato l’acquisto dell’anno… Lo adoro», esulta su Facebook. Poi dichiara il suo amore- interessato – per la Grande Mela: «Vai a cena dal tuo vicino e incontri un big della Finanza» .Una candida confessione di come la sua missione stesse procedendo bene. A Mosca sono contenti per «l’ottimo lavoro». Ad Anna deve essere sembrato tutto troppo facile. Ed è stata tradita dall’ebbrezza della spia. Non si è guardata le spalle e quando ha capito di essere stata smascherata era troppo tardi. I giornali le dedicano la prima pagina. Spuntano suoi video che somigliano a provini. Lei ammicca, gioca con la «telecamera». Quotidiani seriosi lanciano il sondaggio su chi sia la spia più sexy: troppo facile la risposta. Una piccola consolazione. Anya, la ragazza di Stalingrado, è diventata una stella. Guido Olimpio per il “Corriere della Sera

Servizi deviati: di nuovo e sempre!

Martedì, 13 Aprile 2010

tumblr_kzvjhjXznc1qzf9y4o1_500Politici spiati e minacciati dai servizi segreti? L’interrogativo tiene banco in queste ore nei palazzi della politica romana, e presto sarà al centro dell’attenzione della procura di Reggio Calabria dov’è pendente un’inchiesta che ha come parte lesa il parlamentare del Pdl, Italo Bocchino, uno dei parlamentari che sarebbero stati minacciati e pedinati.

Troppe coincidenze fanno da sfondo a una vicenda oscura che coinvolgerebbe altri esponenti politici oltre al vicepresidente dei deputati del Pdl che quand’era al Copasir criticò l’opera di smantellamento delle «reti» del Sismi in Irak all’indomani del ciclone Abu Omar.

Per iniziare a districarsi in questo ginepraio occorre dare un’occhiata alla domanda di autorizzazione a procedere dell’acquisizione dei tabulati telefonici di Bocchino inoltrata alla Camera dal procuratore capo di Reggio Calabria, Giuseppe Pignatone. Il quale, in merito all’indagine che sta conducendo la collega pm Carmela Squicciarini, riporta una nota del sostituto dove si ricostruisce parte della storia.

Questa: il 1º febbraio scorso Bocchino si presenta alla polizia postale e presenta una querela contro ignoti per aver ricevuto sul suo cellulare personale, il giorno prima, alle ore 20.44, un sms di minacce. Le prime indagini permettono di risalire a un numero che apparterrebbe a una cabina pubblica di Reggio Calabria. Per andare avanti con gli accertamenti sui tabulati, però, c’è bisogno di un’autorizzazione della Camera.

«Ciò posto – scrive infatti il pm Squicciarini – l’identificazione del mittente, autore del reato, non può che avvenire previa acquisizione dei tabulati relativi al traffico telefonico, limitatamente al giorno ed alla fascia oraria di interesse dell’utenza in uso al querelante, al fine di individuare esattamente la postazione telefonica utilizzata e quindi di verificare l’eventuale presenza di servizi di videosorveglianza ivi installati, che abbiano ripreso il soggetto intento a scrivere l’sms e/o a ricostruire la storia del mezzo di pagamento utilizzato al fine di risalire all’utilizzatore della carta prepagata, o di altra carta di pagamento, sulla scorta del traffico telefonico che risulti essere prodotto con il medesimo mezzo di pagamento».

La procura chiede soprattutto di poter visionare i tabulati di Bocchino «limitatamente al periodo compreso tra le ore 20 e le ore 21 del giorno 31 gennaio 2010». Che poi è lo stesso arco di tempo in cui sempre da Reggio Calabria, sempre dallo stesso numero, un minuto prima, e un minuto dopo le minacce a Bocchino, altri sms di minaccia venivano recapitati sui cellulari riservati di almeno altri due importanti 007. E se l’utenza di Bocchino poteva essere a conoscenza di più persone, i numeri dei funzionari dei servizi segreti erano sconosciuti a tutti, tranne a Forte Braschi.

Le minacce via sms, dunque, sembrano scritte dalla stessa mano. A che pro? Non è dato saperlo. A meno che non si voglia dare credito alle voci di pedinamenti, da parte di elementi distaccati del Sismi in un «raggruppamento», che avrebbero interessato altri politici, tra cui lo stesso Bocchino. Il quale sarebbe stato avvertito di queste «attenzioni» particolari da un «addetto ai lavori».

Di ciò l’esponente del Pdl avrebbe anche discusso a quattr’occhi con l’ammiraglio Bruno Branciforte, successore di Pollari alla guida del Sismi per nomina del governo Prodi. Il quale proprio a Bocchino avrebbe chiesto un appuntamento per spiegare che lui non sapeva niente delle «voci» circa l’esistenza di una struttura, alle sue dirette dipendenze, che pedinava politici e ministri.

Richiesto di una conferma o di una smentita, Italo Bocchino si è trincerato dietro un cauto no comment: «La questione è estremamente delicata, di questo non parlo certamente coi giornalisti. Confermo solo, visto che c’è una richiesta di acquisizione dei tabulati, l’inchiesta di Reggio nata in seguito ad alcune strane minacce che ho ricevuto sul mio apparecchio. Sul resto non dico niente. Se, e quando, il magistrato riterrà opportuno convocarmi, allora in quella sede dirò tutto ciò di cui sono venuto a conoscenza».

A dirla tutta, già a metà novembre Bocchino era stato fatto oggetto di avvertimenti minatori («Bastardo agente segreto»), provenienti stavolta da una cabina pubblica alle periferia est della capitale. E sempre a novembre ad alcuni 007 erano giunti avvertimenti simili

Si fa, dunque, irrespirabile l’aria nell’Aise, scosso sia dalla bufera giudiziaria che ha defenestrato l’ex direttore Nicolò Pollari, sia dalle rivelazioni di Francesco Cossiga – uno che di intelligence sa più di chiunque altro – che il 15 luglio denunciava «l’irritualità» di contatti segreti tra 007 e pm avvenuti prudenzialmente, guarda la coincidenza, da una cabina telefonica dentro l’Aise. Ancora Cossiga il 28 luglio scorso denunciò intercettazioni e pedinamenti di 007 «a membri del governo».

E il 2 ottobre, interrompendo un’intervista col Giornale, rispose in modo piccato al suo interlocutore: «Ma ti rendi conto? Io pedinato da una Punto bianca, la mia scorta se ne è accorta, e sai di chi era? Dell’Aise, era. Dove vogliamo arrivare? Davvero vuoi che la prossima volta faccia un’interrogazione con numero di targa e meno degli occupanti?».

In questo clima di caccia alle streghe c’è chi ha rispolverato un’altra strana storia che ha per oggetto il ministro dell’Interno, Roberto Maroni. Tempo addietro, nei pressi della sua abitazione, la scorta si accorse di un’auto sospetta sotto casa. Fece un controllo e le persone che sedevano nell’abitacolo si qualificarono come carabinieri alle prese con un’indagine. Gli angeli custodi del ministro si appuntarono i nomi e i numeri di targa. L’indomani svilupparono i controlli: ai carabinieri, però, quei nomi non risultavano, eppoi la macchina era stata presa a noleggio.

Da chi? Dall’Aise. Che si giustificò spiegando che «ovviamente» non era il ministro l’oggetto del loro appostamento ma una società cinese di un palazzo di fronte. L’entourage del ministro oggi conferma che effettivamente l’utilitaria sotto il palazzo era dell’Aise ma che, «ovviamente», non era lì per Roberto Maroni bensì per indagini che riguardavano ben altre questioni. Una coincidenza, l’ennesima. «Ovviamente».

g.m. chiocci ilgiornale.it