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Cattivi maestri: i sopravvalutati (by Buttafuoco)

Mercoledì, 14 Aprile 2010

Il sopravvalutare di uomini e cose nel costume nazionale è il tic rivelatore della nostra stanchezza culturale. Certo, sopravvalutare è anche una deriva del familismo, altrimenti non vedremmo mai uno come Umberto Bossi portarsi dietro, nei vertici politici perfino, la sua «trota», quel ragazzone di Renzo, suo figlio. Evidentemente lo sopravvaluta, ahinoi, per affetto.

Ma il sopravvalutare dei sopravvalutati, un vero e proprio olimpo di mammasantissima del pensiero dominante, è una pratica dell’autoritarismo conformista. «Tanto per cominciare» così spiega Pierluigi Battista, editorialista del “Corriere della sera”, autore di “I conformisti, l’estinzione degli intellettuali” (edizioni Rizzoli, 221 pagine, 18 euro), «con tutto questo disseminare di piedistalli si ottunde lo spirito critico. Per accedere alla cerchia ristretta dei sopravvalutati bisogna fare gli straordinari. Non basta più scrivere buoni libri ed essere bravi romanzieri.

Uno come Andrea Camilleri, per esempio, deve poi timbrare il cartellino e andare anche alla manifestazione con “Micromega” sotto al braccio e così, automaticamente, passa dalla condizione di grande scrittore a quella di maître- à-penser». Venerati maestri, soliti sopravvalutati? «Non mi vorrei avventurare in campi a me sconosciuti come la matematica e la scienza» prosegue Battista «non so se esista un teorema di Odifreddi che abbia oscurato Pitagora o una pesca del celebrato scientista televisivo che abbia sostituito la mela di Isaac Newton.

Ma che uno come lui, non pago di essere riconosciuto per la sua competenza, debba poi spararla grossa per accarezzare il pelo dal verso giusto, è troppo. Pensi un po’: ha scoperto che la radice etimologica della parola cristiano è cretino. Come fa a propalare una sciocchezza simile?». E se la supervalutazione s’addice all’usato (quando si dà via il vecchio), il sopravvalutare, invece, si dà in ragione del crisma: i giornali giusti, i circoli giusti, la giusta misura dell’élite radical.

Ma rivela la svendita del patrimonio culturale sull’altare del luogo comune. È una scorciatoia del giudizio quella del fare tesoro della fama consolidata nel birignao, una botola dove far cadere il punto di vista critico. E se la nostra volgarità ci fa ritenere forse esagerata la reazione di Maria Luisa Busi per essere stata privata dell’affaccio in video al “Tg1″, il paragonare col metro basso sveglia il ricordo di un’infinità di casi sommatisi in Rai nella rotazione della lottizzazione.

Il dubbio, si sa, è un esercizio retorico ed è la nostra innata volgarità a ritenere che di Giovanni Sartori, simpatico caratteraccio della opinione alta, si possa fare un sopravvalutato, quando non una delle sue acute analisi sul “Corriere della sera” ha anticipato alcunché della politica.

Nel frattempo, soltanto i fogli spiegazzati della stampa di destra sanno decifrare i rumori della plebe, speculari a quell’altra folla di esagitati, i tantissimi lettori del “Fatto quotidiano”, un fenomeno editoriale sottovalutato che però (anche grazie a Beatrice Borromeo, che il suo lavoro di disturbatrice lo sa fare bene, così come l’altra firma, Silvia Truzzi, assai polemica con un gigante come Massimo Fini) ha cancellato in un colpo la supponenza stucchevole del sempre indispensabile “Manifesto”.

Il giornale comunista, con la m minuscola nella testata, sopravvalutato dai radicalchic galleggia in realtà nell’indifferenza, tale e quale un Campanile qualsiasi, buono solo per fare la prima pagina per le rassegne stampa in tv e basta lì. I sopravvalutati, sebbene siano stati castigati in questa stagione di tette e natiche montanti, si concentrano tutti nella fuffa(s) del pensiero dominante.

Hanno ancora il dominio totale delle cattedrali battesimali della presentabilità sociale: dai grandi quotidiani ai salotti televisivi, agli esclusivi circoli ristretti della società letteraria, tutto deriva da una presunzione di genio. Sopravvalutato, manco a dirlo, è Claudio Magris.

Lui fece un libro, “Illazioni su una sciabola” (Garzanti, 68 pagine, 5,68 euro), dopo di che ha ripetuto lo stesso refrain del caffè triestino dove stare appartati e da lì non s’è più mosso. La storia, vendicatrice, si ricorderà di Illy, nel senso della tazzina. E sopravvalutati sono quelli delle spremute d’intelligenza in tutte le bizze delle varie muse.

Non se ne può più di Ferzan Ozpetek. Qualcuno, che non sia gravido di pregiudizio come noi, si faccia carico di spiegare che non è un nuovo Pietro Germi, ma una Liala prestata alla cinematografia. Coi giovanotti al posto delle modiste. Sopravvalutato è Ascanio Celestini, ospite fisso di tutte le fabiofaziate. Sopravvalutato, con tutto il rispetto, è il cardinale Carlo Maria Martini, come pure il priore di Bose, altro fabiofaziato, già il carisma di Natuzza è puro balsamo per i fedeli, a maggior ragione adesso che è morta.

Sopravvalutata è la schiera variegata della pompa magna: le attrici dal broncio chic tipo Valeria Bruni Tedeschi, la vacanza nel Chiantishire, il bicchiere di chissà quale Antinori, lo spuntino ideologico slow food di Carlo Petrini… Insomma tutto il codice del bon ton che preserva dai rutti pop è un sistema di ermeneutica del sopravvalutare. Non sia mai che arrivi la sottovalutata Antonella Clerici e si mangia tutti in un boccone. Il sopravvalutato non occupa fuggevolmente un ruolo nella vetrina nazionale, ci resta a lungo, come gli abiti stinti delle mercerie in disarmo.

La sopravvalutazione è un cascame dell’ideologismo. «E non dimentichiamo il pregiudizio dello scientismo »: così spiega Nicolò Scialfa, responsabile nazionale per la scuola dell’Italia dei valori, in predicato come assessore alla Cultura della Regione Liguria. Lui è uno studioso di Georg W. F. Hegel prestato alla politica, musicista di solida scuola wagneriana, già preside, non asseconda il pelo per andare addosso alla riforma Gelmini, anzi si scaglia contro «qualsiasi dittatura culturale del politicamente corretto ». Al pari di Battista, Scialfa, che ha scritto per “La scuola negata” (edizioni De Ferrari & Devega, 192 pagine,16 euro) un saggio non proprio progressista, mette in elenco Piergiorgio Odifreddi.

E poi Margherita Hack: «La scienza non risolve tutto. Tutti quelli che difettano di cultura classica e che sono lanciati nello smagliante cielo degli applausi pop mi lasciano perplesso. Il problema di questo nostro Paese è non saper trovare dentro di sé il nuovo. Il Partito democratico in America ha trovato Barack H. Obama, noi al contrario siamo sommersi da vecchi rimbambiti o da rimbambiti presi in ostaggio dai vecchi. Dove dovevamo andare con un so pravvalutato come Walter Veltroni? La politica è una disciplina hegeliana, altro che fuffa».

Fuffa, appunto. Fuffas, un tormentone fatto apposta per diventare quella cosa lì, un sopravvalutato. E solo la nostra volgarità poteva farci credere di avere in Massimiliano Fuksas, celebrato architetto, un lanciatore di formaggiere in quel di Roma. Non si può dare credito a una curiosità diffusa qualche settimana fa sui quotidiani. Lo dice tanto di avvocato. E non è vera (ha fatto sapere Fuksas tramite i suoi legali) la notizia della sua indignazione all’apparire di Guido Bertolaso in un ristorante romano. E la malizia è solo la nostra.

Come si può credere, infatti, che un genio, e tale è l’autore di edifici mirabili, in una sera di domenica 28 marzo, possa avvilire il proprio talento nella replica di un Massimo Tartaglia: con la posateria al posto di un modellino di Duomo per eventualmente ammaccare il grugno sorpreso di Bertolaso invece che la ridente faccia di Silvio Berlusconi? La protervia dello chic genera omertà presso la gente ordinaria.

Chi oserebbe sfidare il muro del pensiero dominante, la tempesta della chiacchiera che avvolge di potere e sussiego i fortunati possessori dell’agognato crisma altolocato? Della serie i sopravvalutati, si potrebbe infine fare una variante del soprassedere, ma nel senso di Franco e Ciccio, ovvero «sedere sopra».

Sono personaggi su cui si è esaurita la vena dell’avere avuto buona fama per coricarsi sugli allori e perciò franati con il loro piedistallo. In politica fu esempio da manuale il troppo sopravvalutato Renato Soru.

Sembrava che dalla sua Sardegna do vesse cambiare le sorti della sinistra e del retto pensare italico. Ogni sua rude alzata di ciglio faceva fremere d’ammirazione tutto il parco buoi del pensiero dominante. Ebbene, finì come finì. Cancellato alle elezioni da un candidato berlusconiano di cui ancora oggi è difficile ricordare il nome. Eppure, aveva prime time con Fabio Fazio, copertine nei settimanali e sussiegosi editoriali nella stampa borghese.

Potrebbe rischiare la stessa carriera un altro sopravvalutato, Gianfranco Fini, ma dalla selva degli applausi della «sinisteritas» intera, un modo lo troverà, non fosse altro per rendere onore al cattiverio da cui proviene. Anche perché in quell’orizzonte, nell’area della presentabilità sociale dei sopravvalutati, c’è già il posto occupato: tale Debora Serracchiani. Anche lei fabiofaziata, va da sé. Un’altra su cui soprassedere.

p. buttafuoco panorama

Intellettuali e artisti pro Ratzinger

Mercoledì, 14 Aprile 2010

Il trentenne conservatore Ross Douthat, opinionista tra i più puntuti degli Usa, sul New York Times di ieri ha scritto un articolo intitolato «Il miglior Papa». In esso si legge una difesa dell’integrità morale di Benedetto XVI, che per il columnist non si può mettere in discussione anche nel tempo precedente la sua ascesa al trono di Pietro. Il rigore che lo contraddistingue si manifestò in occasioni delicate, soprattutto durante i giorni del pontificato di Giovanni Paolo II. Che fu un Papa, per Douthat, «sempre amato», nonché «bello e carismatico», al quale si perdonò tutto. Invece Ratzinger aveva già l’immagine del «Rottweiler di Dio».

Fa specie che proprio sul New York Times esca questa difesa. Anche se il polverone mediatico potrebbe ripartire dal mondo anglosassone, si sta creando un’opinione trasversale che offre attenuanti al pontefice o lo difende. Per esempio, Hendrik Hertzberg sull’ultimo numero del laico New Yorker, in un articolo intitolato «Indulgence», dopo aver ricordato Martin Lutero e l’attuale crisi di potere e di cultura della Chiesa, ammette che Benedetto XVI «si incontrò personalmente con le vittime dell’abuso durante la sua visita nel 2008 negli Stati Uniti». E aggiunge: anche i suoi critici sono d’accordo sul fatto che abbia affrontato il problema più seriamente che in passato. Inoltre, un appello con settanta firme del mondo francofono si sta diffondendo da una decina di giorni. Ha raccolto intellettuali, filosofi, giornalisti, drammaturghi, docenti universitari, artisti e personalità varie. Nomi che si sono ritrovati in pochi giorni grazie alla rete (attraverso il sito www.appelaverite. fr). Tra i firmatari troviamo Jean-Luc Marion, dell’Académie Française, professore a Parigi e a Chicago. In una brevissima nota inviataci dagli Usa ha scritto: «È evidente che la crisi dei preti pedofili è stata male gestita, è evidente che gli attacchi sono sproporzionati e fondamentalmente ingiusti». C’è poi Remi Brague, professore di filosofia e membro dell’Institut, lo scrittore Françoise Taillandier, la filosofa Chantal Delsol (anch’essa membro dell’Institut); vi troviamo l’attore Michael Lonsdale, il matematico —insignito della medaglia Fields— Laurent Lafforgue. E ancora: Alain Joly, pastore luterano, Bernadette Dupont, senatrice, Jacques Arènes, psicanalista. Chiudiamo con Fabrice Hadjaj, giunto al cattolicesimo dopo ideali rivoluzionari e letture dei grandi nichilisti del Novecento. Scrittore e filosofo, nato nel 1971 a Nanterre da genitori ebrei di origine tunisina, lo scorso anno fece rumore la sua idea di una «nuova mistica della carne». Attaccava ogni riduzione dei rapporti a «masturbazione assistita», quel «tecnicismo» con relativa «morale borghese» capaci di rinchiudere «il desiderio sessuale nel preservativo ».

Ribadiva Hadjaj: «È la Chiesa l’unica a non aver paura di liberarlo fino in fondo». Nel testo di tale appello si legge, tra l’altro: «I casi di pedofilia nella Chiesa sono, per tutti i cattolici, fonte di sofferenza profonda e di dolore estremo. Membri della gerarchia della Chiesa hanno riscontrato in alcuni dossier gravi mancanze e disfunzioni, e noi rendiamo omaggio alla volontà del Papa di fare luce su questi casi. Con i vescovi, e in quanto membri della stessa Chiesa, i laici cattolici si fanno carico del peso dei crimini di alcuni sacerdoti e delle debolezze dei loro superiori; si mettono risolutamente, come Cristo invita a fare, dalla parte di quanti soffrono maggiormente per questi crimini». E, dopo aver auspicato che la verità emerga e si affronti «serenamente e fraternamente » tutto ciò che ha reso possibile tali offese, il testo prosegue: «Al di là del diritto all’informazione, legittimo e democratico, non possiamo che constatare con tristezza in quanto cristiani, ma soprattutto in quanto cittadini, che numerosi mass media nel nostro Paese (e in Occidente in generale) trattano questi casi con parzialità, scarsa conoscenza o viva soddisfazione. Da riassunti, sintesi e generalizzazioni, il quadro della Chiesa che viene fatto attualmente dalla stampa non corrisponde a ciò che vivono i cristiani cattolici ». Va aggiunto — ci ha confidato una fonte vicina al patriarcato di Mosca— che l’accusa è circolata soltanto in forme ridotte nella cattolica Polonia (è stata ripresa la dichiarazione del portavoce vaticano), mentre il mondo scandinavo l’ha quasi ignorata. In Russia è apparsa in poche righe nelle agenzie e non è stata ampliata o commentata dai giornali.

Il sito della Izvestia tace, quello della Pravda anche, nemmeno radio e televisioni hanno avuto qualcosa da dire. L’unica curiosità, che ha suscitato un moderato interesse, riguardava l’idea di interrogare ed eventualmente ammanettare il Papa. Solo grazie a questa trovata si è saputo quel che stava accadendo. Anzi, in seguito al ritorno di un bambino russo di sette anni adottato negli Usa (di nome Artëm Saveliev), rifiutato dalla famiglia americana, i media di Mosca da qualche giorno stanno accusando gli Stati Uniti di una particolare forma di pedofilia.

Armando Torno corriere.it

Gli intoccabili di Equitalia

Martedì, 13 Aprile 2010

La lista degli intoccabili è trasversale e include i tre maggiori partiti. Porta la data del 16 ottobre del 2007 e si apre con Alleanza Nazionale per finire con i DS, passando per Forza Italia. Un anonimo dirigente di Equitalia, la società dalla forma privata e dall’azionariato pubblico, creata appositamente per riscuotere i tributi, scrive alla sua controllata “Equitalia Gerit”, che si occupa di Roma e del Lazio: “Per i contribuenti sotto indicati attendere istruzione da parte della capogruppo (per cui astenersi anche da eventuali solleciti di pagamento)”.Il documento è stato mostrato da Giovanna Boursier durante la puntata di Report di domenica scorsa dedicata proprio a Equitalia. Il settimanale L’espresso, con un servizio di Primo Di Nicola del 2008, aveva raccontato già dell’esistenza di questo documento che “Il Fatto Quotidiano” pubblica integralmente. Lo scandalo non sta tanto in quello che c’è scritto ma nel fragoroso silenzio che è seguito alla puntata.

Report ha mostrato l’implacabilità di Equitalia contro i cittadini inermi che si vedono ipotecata l’abitazione per un debito di poche migliaia di euro. E poi ha mostrato una nota nella quale si prescrive di non disturbare i tre principali partiti italiani per i debiti tributari. Eppure nessuno ieri ha smentito né commentato.

“Il Fatto Quotidiano” ha provato a chiedere una replica al direttore dell’agenzia delle entrate, Attilio Befera. Inutilmente. Befera allora era amministratore di Equitalia, oggi ne è il presidente ma è comunque il direttore dell’Agenzia delle entrate che ne controlla il 51 per cento mentre il restante 49 per cento è dell’Inps. Befera, oggi come allora, è quindi la persona giusta per spiegare il giallo della lista.

Anche perché non si tratta certamente di un manager insensibile al richiamo della politica. Il 23 settembre 2009 Il Fatto Quotidiano ha pubblicato le intercettazioni telefoniche di un’indagine della Procura di Potenza nella quale Befera si interessava per far ottenere uno sconto di decine di milioni di euro a una società amica del sottosegretario alla presidenza del consiglio Gianni Letta, che chiamava per perorare la sua causa.

Nemmeno i tesorieri dei partiti coinvolti dalla puntata di Report, vista da tre milioni di italiani, hanno sentito il dovere di spiegare cosa sia accaduto dopo quel presunto stop alle azioni del fisco nei confronti di An, Forza Italia e Ds. Interpellato dal Fatto l’ex tesoriere dei Ds Ugo Sposetti replica: “Ma quale trattamento di favore, la Federazione di Roma ha subito i pignoramenti”. Sposetti non precisa se questo sia accaduto prima o dopo la lettera dell’ottobre 2007.

Alla Conservatoria dei registri immobiliari di Roma, consultata attraverso il sistema Syster dal Fatto, non risultano ipoteche sugli immobili della Federazione romana ma potrebbe trattarsi di un disguido dovuto ai diversi codici fiscali usati.

Comunque Sposetti tronca sul nascere ogni sospetto. E anche se non ha difficoltà ad ammettere di conoscere bene Befera, precisa: “sono stato 5 anni al ministero delle finanze con Visco e poi con Del Turco, è ovvio che conosco Befera. Ma non gli ho mai chiesto un trattamento di favore per il partito”.

La lista in realtà non riguarda solo i tre partiti citati nelle prime cinque righe ma si compone di due pagine e di una tabella lunghissima di nomi, codici fiscali e procedure di riscossione in corso. Nell’elenco dei contribuenti citati tra le “morosità rilevanti” abbondano i vip e le grandi imprese.

Non per tutti si prescrive l’immobilità come per i tre partiti. Anzi. Il pugno del fisco è azionato da Equitalia con un’attenta gradazione. Si va dall’estremo della massima morbidezza verso Pds, An e Fi, alla richiesta di agire contro le grandi aziende come Wind e Telecom Italia sempre però “notiziando” la sede centrale.

Dopo i partiti troviamo “L’Unità Editrice Multimediale”, partecipata dai Ds, dalla famiglia Angelucci e da Alfio Marchini. Per la società si prescrive: “tenuto conto delle modalità di notifica della cartella da euro 711 mila relativa all’anno 2001, notificare solo intimazione di pagamento (che determinerà l’opposizione della debitrice) e notificarer correttamente le cartelle ancora da notificare (alla società e al liquidatore)”.

Chissà perché Equitalia già sapeva che il contribuente L’Unità Multimediale avrebbe fatto opposizione. Nella lista poi ci sono due vip: l’allora sottosegretario del centrosinistra Bobo Craxi e Adriano Panatta. Per loro si prevede un trattamento intermedio. Equitalia invita Gerit a fare i solleciti di pagamento ma “per ogni altra attività attendere istruzioni per la capogruppo”.

I nomi elencati in testa sono quasi tutti vicini alla politica. Dopo Craxi e Panatta seguono infatti il Psdi (per il quale a dire il vero si prescrive un trattamento più duro verso il suo segretario regionale Renato D’Andria e si invita la Gerit a trasmettere le carte alla Guardia di Finanza) poi il Psi e l’Agenzia Ater dell’edilizia popolare del Comune di Roma.

Poi c’è un pacchetto di vip, dall’andrologo Severino Antinori all’attore Christian De Sica, dal re del porno Riccardo Schicchi al presentatore Gianfranco Agus, per i quali si prescrive l’attivazione di procedure esecutive.

Per questa differenza di trattamento tra gli uni e gli altri, certamente, ci sarà una spiegazione. Però resta la sensazione di una sorta di procedura speciale, almeno nell’attenzione della sede centrale di Equitalia per l’esito delle cartelle di vip, grandi aziende e politici. E che questa macedonia di nomi abbia come elemento comune il potere e la fama, lo si comprende da un lapsus freudiano.

Alla settima riga si parla di un Dell’Utri al quale “ove già non fatto, iscrivere ipoteca su immobile in provincia di Cosenza”. Anche se poi subito si aggiunge: “per ogni altra attività attendere istruzioni capogruppo”. Il Dell’Utri che ha una casa a Praia a Mare è Alberto ma il suo nome è scritto a matita accanto a quello stampato in neretto nella lista: Marcello Dell’Utri. Comunque alla conservatoria di Cosenza l’ipoteca risulta iscritta solo nel 2000. E non da Equitalia.

Marco Lillo per “il Fatto Quotidiano

Il sionismo: la fine di Israele?

Giovedì, 8 Aprile 2010

E’ uscito nel 2005, tradotto dall’originale in lingua inglese (2004), un interessante libro, anche se non condivisibile in toto, di Yakov M. Rabkin (1), professore al Dipartimento di Storia dell’Università di Montreal, visiting scholar alla Yale University ed anche a Tel Aviv.

Una delle sorprese che ci riserva il professore canadese di origine russo-israelita, e quindi non accusabile di anti-«scemitismo», è quella secondo cui «tra i sostenitori incondizionati di Israele ci sono più ‘cristiani’ che ebrei» (2). Secondo «il predicatore ‘evangelista’ Jerry Falwell (…), la fondazione dello Stato di Israele nel 1948 è ‘la prova che il ritorno di Gesù Cristo è vicino’» (3).
Tale idea è portata avanti non solo dagli ebrei sionisti, ma soprattutto dai «cristiani evangelisti» (4) e – aggiungo io – dai «catto/modernisti» a partire dal Concilio «Economico» (5) Vaticano II e la Dichiarazione Nostra aetate del 1965 sino ai giorni nostri. Infatti, il «17» (6) gennaio 2010, abbiamo sentito il coro del Tempio Maggiore ebraico romano cantare davanti a Benedetto XVI «Aspettiamo il Messia».

Ma, per noi cattolici-romani Gesù è il Messia ed è venuto 2010 anni or sono, ha fondato una Chiesa su Pietro e i suoi successori, i Papi, che sono i suoi «Vicari» in terra. Ora, come mai davanti al Vicario del Messia venuto si canta «Aspettiamo il Messia» venturo? Forse, noi cattolici romani siamo troppo antiquati per poter capire che c’è stato un «aggiornamento» in chiave pastorale a-dogmatica? In realtà questo è l’inveramento di quanto dicevano Domenico Giuliotti: «roba da far impallidire l’inferno» e padre Pio: «certi uomini son peggiori del diavolo». Se fossero stupidi o pazzi, non avrebbero colpa, ma sono diabolicamente intelligenti e furbi, onde sono inescusabili. Per fortuna qualche vescovo cattolico si sta svegliando; è famoso il caso di monsignor Tadeusz Pironek, ex Segretario della Conferenza Episcopale Polacca, il quale ha dichiarato: «Gli Israeliani non rispettano i diritti umani dei palestinesi. La shoah non è solo ebraica, ma riguarda cattolici e polacchi. L’olocausto in quanto tale è una invenzione degli ebrei» (Pontifex, 25 gennaio 2010, pagina 2 e Corriere della Sera, 26 gennaio 2010, pagina 17).

Hanno fatto seguito monsignor Simone Statizzi, vescovo emerito di Pistoia, monsignor Ennio Appignanesi, arcivescovo emerito di Potenza, monsignor Vincenzo Franco, vescovo emerito di Otranto, monsignor Felice Leonardo, vescovo emerito di Telese, con dichiarazioni «teologicamente scorrette» a tutto campo (vedi Sì sì no no, 15 febbraio 2010, pagine 6-8). In campo laico, il professor Antonio Caracciolo, che era stato minacciato di espulsione dall’Università La Sapienza di Roma ove insegna, per aver espresso il desiderio di «ricercare» la verità storica sulla reale entità della shoah, essendo egli un «ricercatore» di professione e stipendiato per questo, non si è lasciato intimorire, ma è passato al contrattacco ed è stato prosciolto con formula piena nel procedimento disciplinare, che il suo rettore aveva voluto demandare al Collegio di Disciplina del Consiglio Universitario Nazionale, il quale ha svolto i suoi lavori e si è pronunciato il 13 gennaio 2010. In via eccezionale, era presente il rettore stesso, il quale letta la memoria difensiva del professor Caracciolo ed ascoltati i suoi tre legali, ha deciso di ritirare qualsiasi richiesta di sanzione (7). Valga da esempio soprattutto a noi «ecclesiastici».

Nel suo libro Rabkin spiega che l’opposizione al sionismo e allo Stato d’Israele è espressa dai rabbini ortodossi e dagli ebrei religiosi (8) e da quelli liberali in nome della Torah e in nome del pacifismo o difesa dei diritti umani, in specie dei palestinesi. Invece tra noi goyjm si equipara antisionismo ad antisemitismo. Forse questo zelo intempestivo dei Gentili nei confronti del sionismo è la prova del nove di una barzelletta di tradizione hassidica raccontata anche da Moni Ovadia: «Lo sai perché gli ebrei son tutti intelligenti? Perché gli stupidi li battezzano!». Essa è una prova del nove della validità teoretica dell’anti-«scemitismo» di cui abbiamo già scritto.

L’attualità del libro di Rabkin oltrepassa la querelle tra ebrei religiosi, liberal/pacifisti e nazional/sionisti, per mostrare «quanto grave sia la posta in gioco per linsieme del popolo ebraico, ancor più oggi che lo Stato sionista cerca di imporre la propria egemonia politica e militare sulla regione, configurando una minaccia per gli ebrei ancor più fondamentale dell’ostilità araba e palestinese» (9) e – oserei dire – di quella germanica del 1942-45.

Lettura «ebraica non-sionista» della shoah

La shoah è vista dagli ebrei religiosi come una sorta di ripetizione della distruzione di Gerusalemme e del suo Tempio da parte di Tito (10). Per gli ebrei religiosi e a-sionisti la causa di tale «catastrofe» (traduzione esatta di «shoah», che non significa «olocausto»), così come di altre è stata l’infedeltà a Dio da parte del popolo ebraico: nel 70 e 135 distruzione del Tempio, di Gerusalemme da parte di Tito e della Giudea da parte di Adriano; nel 1492 espulsione degli ebrei dalla Spagna; nel 1942-45 la «shoah» degli ebrei dell’Europa nord-orientale dopo la dichiarazione di guerra del giudaismo sionista al III Reich germanico nel 1933. Anche il gran rabbino sefardita di Gerusalemme, Ovàdia Yosèf, ha dichiarato: «Le vittime della shoah sono le anime dei peccatori askenaziti reincarnate e castigate dai Tedeschi» (La Stampa, 7 agosto 2000, pagina 11). Egli, infatti, è un noto cabalista e crede cabalisticamente alla reincarnazione delle anime. Sempre La Stampa di Torino nel medesimo articolo commenta: «Oltre a rendere i nazisti strumento divino, Yosèf avalla il concetto della responsabilità degli ebrei nella propria persecuzione».

Interviene anche il gran rabbino askenazita di Gerusalemme, Meir Lau, (intervistato sul medesimo quotidiano, lo stesso giorno, nell’articolo succitato) e, pur non entrando, in una disputa teologica anti-cabalistico/sefardita sulla reincarnazione, afferma: «Il concetto sefardita nelle sue conclusioni è simile a quello che usava la Chiesa quando sosteneva che gli ebrei erano destinati a espiare il Deicidio». Due giorni dopo, il 9 agosto del 2000, il rabbino capo di Torino Alberto Somèk, sefardita, rilascia una lunga ed autorevole intervista a La Stampa (pagina 21), in cui spiega che «Le dichiarazioni di Ovàdia Yosèf lungi dall’aver legami con la politica mediorientale, riflettono un dibattito tutto interno allebraismo come religione. Sul piano teologico la reincarnazione ha solide basi (Talmud di Babilonia, Kiddushin 72a) soprattutto dopo l’espulsione degli ebrei dalla Spagna. Le parole di Yosèf suscitano scandalo perché attaccano una teologia alternativa: ‘Il silenzio di Dio’, che porta alla negazione della sua onnipotenza o anche della sua esistenza, la quale riprende le teorie filosofiche moderne e laiciste della ‘Morte di Dio’.

Rav Yosèf vuol gettare le basi teologicamente ortodosse della shoah simile alla distruzione del Tempio e all’espulsione dalla Spagna». Il 15 agosto è la volta del rabbino sefardita Sholòmo Benzìri, il quale asserisce: «Durante l’olocausto i pionieri sionisti (askenaziti) si interessavano più alle proprie vacche che non al salvataggio delle comunità ebraiche ortodosse in Europa. I padri del sionismo le abbandonarono al proprio destino. Commisero un crimine imperdonabile» (La Stampa, pagina 1). Sarebbe interessante (ed anche logico e coerente) se gli ebrei sefarditi accusassero gli askenaziti di «crimini contro l’umanità» e li portassero ad una «Norimberga-bis».

La Germania aggredita dal sionismo

L’autore confessa onestamente che è stata per prima «l’ala più combattiva del sionismo a tenere un discorso aggressivo nei confronti del nuovo (1933) governo tedesco. Jabotinsky agisce come se fosse il comandante supremo delle forze armate ebraiche. Egli attacca la Germania dalla radio ufficiale polacca» (11) e il «Daily Express» del 24 marzo 1933 in prima pagina intitola: «Judea declares war on Germany. Jews of all the world unite in action. Boycott of german goods». Hitler era appena andato al potere (gennaio 1933). Lo stesso Rabkin, che non è certamente un nazista o antisemita, scrive: «I sionisti avrebbero dichiarato guerra a Hitler e al suo Paese molto prima della Seconda Guerra Mondiale, avrebbero chiamato a un boicottaggio economico della Germania, scatenando la rabbia del dittatore (12) (…). Sono questi ‘uomini di Stato’ che nel 1933 hanno organizzato l’irresponsabile boicottaggio contro la Germania (…), che ha portato la disgrazia sugli ebrei d’Europa» (13). Rabkin continua: «Tutti i critici accusano i leader sionisti di essersi occupati più di un futuro Stato che della sorte degli ebrei (…), così molti tentativi di salvare degli ebrei in Ungheria e altrove avrebbero trovato una resistenza da parte dei dirigenti sionisti» (14). Addirittura ci spiega che non gli antisemiti, ma «gli haredim e coloro che provengono dall’ambiente ebraico liberale sono stati forse i primi a paragonare i sionisti ai nazisti (…) per il culto della forza e l’adorazione dello Stato. Questi paragoni, all’epoca abbastanza frequenti, (…) sono stati ripresi dopo dalla propaganda sovietica e, più tardi, da molti media arabi» (15). Le Leggi razziali di Norimberga sono del 1935, due anni dopo la dichiarazione di guerra del giudaismo sionista alla Germania.

Pericolosità apocalittica del sionismo

Secondo molti pensatori haredim «la shoah e lo Stato d’Israele non costituiscono affatto degli avvenimenti antitetici – distruzione e ricostruzione -, ma piuttosto un processo continuo: l’eruzione finale delle forze del male (…). La tradizione giudaica considera rischiosa ogni concentrazione di ebrei in uno stesso luogo. I critici odierni fanno osservare che le previsioni più gravi sembrano realizzarsi, perché lo Stato d’Israele è diventato «l’ebreo tra le Nazioni» e il Paese più pericoloso per un ebreo» (16). Nel capitolo VII del suo libro Rabkin approfondisce questo stesso tema: «Lo Stato d’Israele è in pericolo (…). Quello che veniva presentato come un rifugio, addirittura il rifugio per eccellenza, sarebbe diventato il luogo più pericoloso per gli ebrei. Sono sempre più numerosi gli israeliani che si sentono presi in una ‘trappola sanguinaria’ (…). E cresce il numero di quanti esprimono dubbi circa la sopravvivenza di uno Stato d’Israele creato in Medio Oriente, in quella ‘zona pericolosa’ (…). I teorici dell’antisionismo rabbinico sostengono (…). che la shoah sia solo linizio di un lungo processo di distruzione, che l’esistenza dello Stato d’Israele non fa che aggravare (…). Concentrare (5-6) milioni di ebrei in un luogo così pericoloso sfiora la follia suicida» (17). Analogamente a quanto successe a Masada nel 73. Ma la storia non sembra essere più «magistra vitae».

Conclusione

a) Mentre in «Occidente» i goyjm sono ossessionati dalla shoah, come da «un passato che non passa» (Sergio Romano), in Israele si comincia a capire che la shoah è linizio di un lungo processo di distruzione. Infatti Israele appare una trappola rischiosamente cruenta per i circa sei milioni di ebrei concentrati in un medesimo luogo.

b) Quello che poteva sembrare inizialmente un magnifico trionfo o un bellissimo sogno si sta rivelando sempre di più un terribile scacco e un tremendo processo di auto-distruzione. Giustamente Rabkin vede in Israele un pericolo per l’intera umanità, che potrebbe portare ad una «catastrofe» di proporzioni mondiali.

Per gentile autorizzazione di don Curzio Nitoglia a EFFEDIEFFE.com

www.doncurzionitoglia.com

 


 

1) Yakov M. Rabkin, «Una minaccia interna. Storia dell’opposizione ebraica al sionismo, Verona, Ombre corte, 2005. Sin dalla «Introduzione» l’autore rifiuta ogni tentativo di far passare per antisemita chi rigetta il sionismo in nome della Torah. Infatti lo Stato d’Israele non corrisponde ai canoni religiosi dei rabbini talmudisti, ma è piuttosto «un’entità nazionale nel senso europeo del termine» (pagina 216). Secondo gli ebrei religiosi, invece, «il Tempio può scendere dal cielo in qualsiasi momento (…), affinché nessuno creda che il Tempio sia stato ricostruito da uomini (…). L’intera città di Gerusalemme può solo scendere dal cielo e non può derivare da sforzo umano» (ivi). Confronta anche Avraham Burg, «Sconfiggere Hitler. Per un nuovo umanesimo ebraico», Vicenza, Neri Pozza, 2008. L’autore (nato in Israele nel 1955 da un ministro israeliano, già deputato tra i laburisti e presidente del Parlamento israeliano) spiega che la memoria della shoah ha reso Israele indifferente alle sofferenze altrui. Egli propone di rivalutare la Diaspora di fronte al sorgere di nuove «teorie razziali ebraiche», alla svolta iper-nazionalista ed etnica dello Stato d’Israele e alla definizione del sionismo quasi esclusivamente in rapporto alla shoah, poiché la società israeliana non può vivere all’ombra del passato olocaustico. Burg descrive il Paese in cui vive come uno Stato militaristico e militarizzato, xenofobo, ossessionato dalla shoah, in mano ad una minoranza estremistica, fortemente vulnerabile. Riesce così a demolire alcuni dei pilastri propagandistici su cui si regge lo Stato d’Israele. Il suo libro, apparso in Israele nel 2007, ha suscitato una grande discussione che non si è ancora chiusa.
2) Y. M. Rabkin, citato, retro copertina.
3) Confronta Idem, pagina 168.
4) Idem, ivi.
5) Si dice che Giovanni XXIII essendo un acuto «scrutatore dei segni dei tempi», si fosse accorto che il boom economico degli anni Cinquanta non sarebbe durato a lungo e si sarebbe arrestato verso la fine del Sessanta, così per «risparmiare» sulle certezze, troppo faticose e impegnative, del dogma, volle un concilio economico, «pastorale» o «bucolico», meno impegnativo, dispendioso e al passo coi tempi di crisi che sarebbero venuti, i quali ci avrebbero messo al «verde». E la storia gli ha dato ampiamente ragione. Infatti gli anni Settanta furono quelli della famosa austerity.
6) Anche qui, qualche superstizioso potrebbe dire che tale numero assieme al «13» (aprile 1986, visita di Giovanni Paolo II alla sinagoga di Roma) porta «sfortuna». Siccome un vecchio proverbio recita: «Né di venere né di marte, non si sposa né si parte e non si dà inizio all’arte», il nuovo suona: «né di tredici né di diciassette non si tratta con le sette».
7) Chi volesse può inviare all’indirizzo comitatoeuropeo@gmail.com la sua adesione per la costituzione di un «Comitato europeo per la difesa della libertà di pensiero». Le adesioni devono essere corredate da nome, cognome, qualifica e ogni altra indicazione utile. I dati sono riservati e verranno utilizzati solo per le finalità associative.
8) Fiamma Nirenstein racconta che un piccolo ebreo haredi o religioso «di stretta osservanza»,
istigato dai genitori e dai rabbini, urinò sul piede del generale Moshè Dayàn, che, entrato a Gerusalemme est nel 1967, non aveva voluto occuparla totalmente. Naturalmente il buon generale sabra restò sionisticamente impassibile e «chiuse un occhio» passando oltre.
9) Idem, ivi.
10) Confronta Idem, pagina 187.
11) Idem, pagina 195.
12) «Vim vi repellere licet», insegna il Diritto naturale e romano.
13) Idem, pagina 196.
14) Idem, pagina 198.
15) Idem, pagina 202.
16) Idem, pagine 210-211.
17) Idem, pagine 213-215.

Per quanto riguarda la questione suesposta Giorgio Israel su il Giornale (29 gennaio 2010, pagina 1) scrive: «E’ l’Iran il vero erede dei nazisti» asserisce che Alì Khamenèi, Alì Larjianì e Mamohud Ahmadinejead vogliono la distruzione di Israele e degli ebrei come Hitler. Invece il professore di «Studi iraniani» alla Sorbonne Nouvelle di Parigi, Yann Richard (espulso dall’Iran in quanto antikhomeinista), nel suo ultimo libro «L’Iran de 1800 à nos jours», Parigi, Flammarion, 2009, spiega, con dovizia di riferimenti, che lo Scià di Persia defenestrato nel 1978-79 da Khomeinì era un monarca manipolato da interessi stranieri e soprattutto anglo-americani, in funzione petrolifera e anti sovietica/pan-araba. Quindi quella di Khomeinì (+ 1989) fu una vera rivoluzione che instaurò una repubblica islamica al posto di una monarchia corrotta e asservita agli stranieri. Proprio per questo gli USA finanziarono Saddam Hussein nella guerra contro l’Iran (1980-1988). Certamente l’islam è il valore dominante della repubblica iraniana, ma si tratta di un islam moderno, progressista, aperto alle forme parlamentari, antimperialista e filo-palestinese. Uno dei nemici dell’Iran è l’Afghanistan dei Talebani islamici wahabiti e ferocemente anti-sciiti. In Afghanistan sono stati massacrati circa quindici diplomatici iraniani sciiti dai Talebani wahabiti a Mazar-i-Sharif, nel nord del Paese. Il professor Richard spiega che il vero radicalismo islamico non è quello sunnita dell’Iraq di Saddam, né quello sciita dell’Iran di Ahamdihejead, ma quello wahabita afgano. L’Iran si è schiarato per primo tra i Paesi musulmani con il presidente anti-talebano Hamid Karzài in Afghanistan. Ha lottato contro Saddam anche nel 2003, mentre ha sostenuto gli sciiti libanesi di Hezbollah e i Palestinesi di Hamas. Addirittura l’antigiudaismo non ha nessun peso in Iran dove gli ebrei continuano a vivere con diritto di cittadinanza. I discorsi contro lo Stato d’Israele di Ahmadinejead sono antisionisti e non antisemiti o antiebraici. Essi sono amplificati dai media occidentali mentre l’Iran non ha la forza bellica sufficiente a distruggere Israele. La minaccia nucleare iraniana è più un deterrente che il Paese potrebbe sviluppare in caso di un nuovo conflitto, stile quello del 1980-1988, che un’arma offensiva pronta ad essere utilizzata eventualmente contro Israele. Certamente sin dall’inizio della rivoluzione khomeinista il potere in Iran è oscillato tra «democrazia» (rispetto alla vecchia monarchia dello Scià) e legge islamica. Il problema è stato risolto con una specie di compromesso tra «repubblica» e «islamica», che è l’attuale denominazione dell’Iran: i religiosi hanno la guida del Paese, ma hanno accettato le regole parlamentari, essi si fanno paladini della lotta contro il comunismo, l’imperialismo supercapitalista occidentale (anglo-americano) e dell’appoggio al nazionalismo arabo. Contro Ahmadinejad è in atto una specie di «rivoluzione vellutata» condotta da Moussavì, Karroubì e Khatamì come quelle suscitate dagli USA in Georgia e Ucraina contro Putin.

«Anche alcuni intellettuali laici si chiedono se lo Stato dIsraele non stia andando diritto verso il suicidio collettivo» come successe a Masada il 15 aprile del 73 (Rabkin, citato, pagina 228). «Il tema del pericolo apocalittico che lo Stato d’Israele rappresenta per il mondo intero torna regolarmente nei discorsi antisionisti: la diffusione del terrorismo suicida del Medio Oriente ai quattro angoli della Terra (…). Alcuni rabbini haredim si sono preoccupati per il pericolo universale costituito dallo Stato dIsraele per lintera umanità (…), la creazione di Israele (…) porterebbe a una ‘catastrofe’ [in ebraico ‘shoah’] di proporzioni mondiali» (pagina 229).

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I cavernicoli sapevano leggere – scoperte

Giovedì, 8 Aprile 2010

cavernicoli_lettura_largeLa rivista New Scientist, «Il codice dell’età della pietra. Come non ci eravamo accorti dell’origine della scrittura», 20 febbraio 2010, ha recentemente dedicato la propria copertina a una rivoluzionaria scoperta: i dipinti sulle pareti delle grotte preistoriche erano accompagnati da un codice ricorrente di segni, 25.000 anni prima delle più antiche testimonianze alfabetiche. Le due implicazioni più immediate degli studi di Jean Clottes, già direttore delle ricerche a Chauvet, e
del grande database di petroglifi francesi datati tra i 35.000 e i 10.000 anni da oggi, realizzato da Genevieve von Petzinger e April Nowell dell’Università di Victoria (Canada), sono formidabili.

Innanzitutto, l’esistenza di una codificazione astratta nel Paleolitico superiore (i segni hanno tra i 13.000 e i 30.000 anni), tradizionalmente ritenuto «muto» se non per i grandi affreschi a soggetto animale come Altamira o Lascaux, o per incisioni anamorfiche (calendariali?) su manufatti. Ma poi la sbalorditiva diffusione del medesimo insieme di segni in tutto il mondo, che ad alcuni, come al professor Iain Davidson dell’Università del New England, fa pensare all’improvvisa «emersione»,  circa 40.000 anni fa, di una trasformazione cognitiva strutturale nella razza umana.

Più che a una scoperta – come spesso avviene nella scienza – siamo di fronte a una riscoperta. Le studiose che hanno confrontato i 26-29 segni ricorrenti sulle pareti di antiche grotte australiane, asiatiche, europee, americane ed africane, ammettono che l’attenzione verso le grandiose pitture a soggetto animale e venatorio avrebbe «distratto» i ricercatori precedenti dal riconoscere l’importanza dei piccoli e costanti segni che le accompagnavano.


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Eppure anche i dipinti preistorici erano stati ignorati dalla comunità scientifica, allorquando Marcelino Sanz Sautola li segnalò per la prima volta nel 1879 (la scoperta in realtà si deve alla figlia seienne dell’archeologo, così intento a cercare professionalmente reperti sul pavimento da non levare gli occhi verso l’alto). Troppo belli e ben fatti, non corroboravano l’idea standard dei «cavernicoli bestiali», e furono ritenuti inautentici dagli accademici per almeno un ventennio.

Solo pochi anni fa, infine, si è giunti a riconoscere che le splendide pareti sono composizioni collettive, perfezionate in un impressionante lasso di tempo (almeno 20.000 anni) dal lavoro di centinaia di generazioni che, con una costanza oggi al limite del comprensibile, tornavano a ricolorare e a modificare periodicamente dettagli e posizioni degli affreschi.

Ma quella della «scrittura» paleolitica è una riscoperta anche in senso proprio. Tra il 2000 e il 2002 collaborai con il professor Giuseppe Sermonti a un affascinante studio sulle origini dell’alfabeto della grande famiglia semitica, che comprende l’abc latino, quello greco, etrusco, fenicio, su fino all’alba della nostra scrittura fonetica, il proto-sinaitico. Destando qualche perplessità, presentammo allora alla Società Italiana di Archeoastromia e su diverse riviste una spiegazione astrale dell’origine dell’alfabeto, già ipotizzata da Alessandro Bausani nel 1978. L’ordinamento e la forma delle lettere alfabetiche ricalca sostanzialmente lo snocciolarsi e i disegni celesti degli asterismi,  indicati dai passaggi della luna nelle costellazioni (mansioni lunari).

La ricerca, suffragata da elementi impressionanti di storia comparata delle mitologie, condusse il professor Sermonti a datare al Paleolitico sia le costellazioni, sia quelle che riconobbe come proto-lettere: segni ricorrenti raffigurati in corrispondenza delle grandi pitture primitive, il cui vero soggetto, vestito da tori e cavalli, era il cielo, e i giri delle sue stelle nel pascolo dell’eternità. La mandria delle costellazioni si sposta con la precessione degli equinozi, tornando al suo punto di partenza ogni 26.000 anni.

Le generazioni dei pittori delle grotte tennero dietro loro religiosamente, spostando concordemente le raffigurazioni secolo dopo secolo, in un coro di muggiti stellari e  canti umani, dei quali oggi la scienza raccoglie i segni muti come inizio dell’era delle lettere (confronta Giuseppe Sermonti, «L’alfabeto scende dalle stelle. Sull’origine della scrittura», Mimesis, Milano, 2009).

Per gentile concessione di Stefano Serafini



Bibliografia

effedieffe.com

Alessandro Bausani, «L’alfabeto come calendario arcaico», Oriens Antiquus, 17 (1978), pagine 131-146.
Giovanni Garbini, «All’origine dell’alfabeto», in E. Acquaro e D. Ferrari, «Le antichità fenicie rivisitate. Miti e culture», Lumièrese Internationales, Lugano, 2008, pagine 11-23.
Giovanni Pettinato, «La scrittura celeste. La nascita dell’astrologia in Mesopotamia», Milano, Mondadori, 1998.
Kate Ravilious, «Messages from the Stone Age», New Scientist, 205 (2010) 2748, pagine 30-34.
Stefano Serafini, «La scrittura celeste: nell’alfabeto un’antica testimonianza archeoastronomica?», Rivista Italiana di Archeoastronomia, 2 (2004), pagine 95-105.
Giuseppe Sermonti, «Le nostre costellazioni nel cielo del Paleolitico», Giornale di Astronomia, 20 (1994) 3, pagine 4-8.
Giuseppe Sermonti, «Il mito della Grande Madre. Dalle amigdale a Çatal Hüyük», Mimesis, Milano, 2002.

 

Temis: affidabile e raccomandato (by Tiscali)

Giovedì, 8 Aprile 2010

Questo blog è affidabile
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TEMIS: oggi abbiamo ricevuto questa comunicazione da blog.tiscali.it : grazie!

Al Sud servirebbe un Bossi

Mercoledì, 7 Aprile 2010

Vulimm ’a Lega. Dalla Puglia alla Campania, fino alla Sardegna, sale il grido di dolore del Sud, un desiderio ardente di leghismo analogo e capovolto, il meridional-leghismo. Girando per il Sud, sento propositi bellicosi di gente che invoca l’arrivo della Lega dalle proprie parti, o annuncia clamorosi inviti al Carroccio di aprire succursali e sportelli anche in Terronia. Me lo diceva a Bari un imprenditore sveglio e anticonformista, Vito Vasile, scottato dall’assenza di una vincente leadership politica del centro-destra in Puglia, donata a Vendola; me lo ripetono in Sicilia, in tutto il Sud e a Napoli poi non vi dico.

Giusta la domanda, a mio parere, sbagliata la risposta. Giusta la domanda perché il Sud ha bisogno di una classe dirigente che si prenda cura del meridione. Il Sud proviene dal fallimento globale delle giunte regionali e locali di sinistra che lo hanno governato in questi ultimi anni; ma in alcune zone del Sud, come la Puglia, la Basilicata e la Sicilia, per ragioni diverse, anche il centro-destra non ha saputo ribaltare le amministrazioni inquisite del centro-sinistra o governare, nel caso della Sicilia. Da qui la scorciatoia mitica del Partito del Sud che è il nome indigeno di una simil Lega. Capisco l’esigenza che porta a quella scelta, ma mi pare inadeguata quella risposta. Un partito del Sud che nasca da una costola malriuscita del centro-destra partirebbe male; se poi nasce in Sicilia dove il tema Sud è remoto rispetto al tema isolano dell’autonomia, ancora di più. Ma poi non è di un duplicato della Lega che ha bisogno il Sud, che peraltro non ha un suo Bossi di riferimento. Ma di un rilancio del Sud come corpo organico dell’Italia e dell’Europa, come braccio mediterraneo di ambedue.

Non credo che il federalismo sia una sciagura per il Sud, può essere anche una strigliata e una chiamata alle proprie responsabilità; ma non mi pare che il federalismo possa essere la risposta meridionale alla sua sottorappresentazione e al suo divario. L’autonomia in Sicilia è stata un guaio, ha peggiorato i vizi e malgovernato la Regione, in tutte le versioni: sinistre, centriste e autonomiste. Al federalismo ci vuole, perlomeno, qualche contrappeso forte. Un progetto Sud dentro un progetto italiano, a sua volta compreso nel progetto euromediterraneo: la matrioska del meridione non può chiamarsi fuori. Vedo crescere a Sud con l’avvicinarsi del compleanno d’Italia una forte passione borbonica, brigantesca, antiunitaria.

Comprensibile, a tratti sacrosanta, ma rovinosa se pretende di farsi proposta politica secessionista o autonomista, o processo all’unità d’Italia e denigrazione del Risorgimento. Non condivido nemmeno chi come Galli della Loggia, nel nome giusto dell’Unità d’Italia, taccia di ignoranza chi, come Edoardo Bennato, dedica le sue ultime canzoni ai briganti e al re borbonico. Lo vede come un fallimento rispetto alle sue canzoni iconoclaste e radical degli anni Settanta; io la vedo, invece, come un mezzo rinsavimento dal cliché sessantottino e un ritorno in famiglia, dove suo fratello Eugenio già cantava il Sud dei vinti. Non è ignoranza ripensare a quella pagina di storia; è esagerato idealizzare quella monarchia in declino nell’Ottocento e il brigantaggio, che non fu solo un fenomeno criminale ma non fu nemmeno solo un fenomeno di resistenza partigiana; fu l’uno e l’altro, in una mescolanza inscindibile.

È giusto riammettere quelle memorie nel tessuto storico e civile del Sud e dell’Italia, per rimarginare le ferite e riannodare le memorie; è giusto ripensare a quella storia rimossa, capire le ragioni, le passioni, le nostalgie del Sud. Ma non è giusto farne una proposta politica, tradurle nel presente in partito del Sud o in lotta antiunitaria: non si accorgono che nel tentativo illusorio di tornare alle radici, imitano a rovescio il leghismo del Nord e si lasciano colonizzare in altro modo. No, il Sud deve riportare la sua storia nella storia d’Italia e d’Europa; e la politica del Sud deve fare la stessa cosa. Ma deve farlo da meridionale. Deve rendersi conto che il suo avversario non è il Nord, non è Roma, ma è la globalizzazione come perdita del territorio o come demente razzismo di ritorno di chi, sull’onda di libri come quello dello psicologo Richard Lynn, sostiene l’inferiorità intellettuale del Sud. Tesi imbecille, perché tutto si può dire ai meridionali meno che siano i più cretini d’Italia. Hanno meno razionalità organizzativa, meno senso civico, meno partite Iva e meno Pil, non sanno fare cittadinanza, rete, cooperativa. Fanno clan, ma questo non è solo frutto di indole mafiosa, accade anche nei Paesi anglosassoni (non a caso, la parola clan è di derivazione scozzese e non mafiosa).

Ma individualmente sono intelligenti sopra la media europea. Non si può ricavare il tasso d’intelligenza dall’organizzazione; mica siamo formiche o api operaie, siamo uomini. Dire per esempio che i siciliani sono i più stupidi d’Italia significa essere stupidi: l’intelligenza siciliana, anche nei suoi tratti eversivi, contorti e sadomasochisti, erutta come l’Etna e svetta come Punta Raisi. Altro che stupidi. Insomma, il Sud deve pensarsi non solo dentro il nostro tempo ma anche dentro l’Italia, dentro l’Europa, dentro il Mediterraneo. Deve far crescere i suoi leader, le sue classi dirigenti, i suoi progetti, ma dentro questa realtà, questo quadro politico. Non fuori o addirittura contro. Altrimenti si disperde, cade nel piccolo ribellismo che non ha mai prodotto niente di buono a Sud, solo rivolte e masanielli. Certo, ci vorrebbe un movimento popolare nel Sud, una sensibilità trasversale, un nuovo mito politico. Forse ci vorrebbe un Vendola anche alla destra, senza orecchino e senza l’anello al naso, che sniffi solo diavolicchio; un cantore politico, capace di toccare le corde antiche e profonde della passione civile, magari un po’ meno poeta e più amministratore, ma in grado di suscitare miti politici.

Un leader un po’ Vendola e un po’ Saviano, lasciatemelo dire. Una versione colta e populista che abbia però lo stesso piglio fattivo e la stessa anagrafe degli Scopelliti e dei Caldoro, vincenti in Calabria e Campania. Uno scazzamuriello magari siculo o pugliese, per compensare il gap, che sappia parlare ai ragazzi. Insomma non c’è bisogno di un nuovo partito, o di una nuova Lega; più semplicemente, o più difficilmente, c’è bisogno di leader veraci.

m. veneziani giornale

In difesa del Papa

Martedì, 6 Aprile 2010

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Il più diplomatico è stato il rabbino responsabile dei rapporti con le altre religioni del Jewish Committee americano: «Quello del Predicatore Pontificio è stato probabilmente solo un uso sfortunato del linguaggio». Ben altre, lo sappiamo, le reazioni del mondo ebraico all’inciso dedicato alla «lettera dell’amico israelita» nell’omelia pronunciata davanti al Papa da padre Raniero Cantalamessa.
Un cappuccino che conosciamo dai tempi in cui era giovane, brillante docente di Nuovo Testamento alla Cattolica di Milano. Religioso non solo di grande cultura ma anche di autentica vocazione francescana, stupì tutti, dimettendosi da quella cattedra prestigiosa per consacrarsi interamente all’apostolato. Anche per l’equilibrio mostrato nelle pagine dei suoi molti best seller, padre Raniero fu chiamato al ruolo delicato e influente di Predicatore della Casa Pontificia.

Come aspettarsi un infortunio come quello del Venerdì Santo, da parte di uomo che allo zelo pastorale unisce la lunga esperienza e la prudenza, la prima delle virtù cristiane? Ma, innanzitutto: proprio di infortunio si è trattato? Completando la lettura «innocentista» del rabbino americano, ci pare che si debba parlare di inopportunità, considerate anche la sede e l’occasione liturgica, ma che le parole di padre Cantalamessa siano per qualcuno opinabili ma non condannabili. La consueta semplificazione giornalistica ha fatto credere che la persecuzione degli ebrei sia stata, scandalosamente, equiparata alla doverosa severità per la pederastia clericale. In realtà, se si va al testo, il Predicatore Pontificio ha precisato che non intendeva parlare della «sciagurata macchia della pedofilia che ha coinvolto anche elementi del clero», visto che «di questa già si è parlato e si parla molto fuori di qui». Ciò cui padre Raniero intendeva alludere era «l’attacco violento e concentrico contro la Chiesa, il Papa e tutti i fedeli cattolici in molte parti del mondo». L’oggetto era, insomma, quel crescente «complesso anticristiano» (e, in particolare, anticattolico) di cui su questo giornale parlava di recente anche Ernesto Galli della Loggia (Corriere del 21 marzo, ndr). Secondo Cantalamessa, ci sarebbero i segni di una persecuzione della Chiesa e dei suoi membri già in atto, ma che potrebbe peggiorare. Si tratta di segni che l’amico israelita, di cui ha letto la lettera, sarebbe in grado di identificare per dura esperienza, «sapendo, come ebreo, che cosa significhi essere vittime della violenza collettiva».
Quei segnali allarmanti sarebbero «l’uso dello stereotipo» e «il passaggio dalla responsabilità personale a quella collettiva ». Per stare alla questione pedofilia, lo stereotipo starebbe in quelle rappresentazioni, che diventano luoghi comuni, che identificano vita religiosa e pederastia. O che vedono nella prospettiva cattolica solo il moralismo ipocrita di chi, in segreto, è assai peggio degli altri, praticando vizi inconfessabili.
Da qui, il passaggio a generalizzazioni, come se ogni battezzato fosse, in quanto tale, un potenziale maniaco sessuale; così come, per l’antisemitismo, ogni ebreo era tacciato di essere un cittadino infido e una sanguisuga dei popoli. Una denuncia, insomma, della gravità della persecuzione che colpì gli ebrei e, insieme, della possibilità che anche i cristiani diventino perseguitati. È una prospettiva, peraltro, che già si è fatta realtà: se in Occidente qualcuno vorrebbe respingere il cattolico in una riserva, chiudendolo in una sorta di apartheid, in altre parti del mondo non scorre inchiostro ma sangue. Stando anche alle statistiche della insospettabile Amnesty International, da almeno due decenni il cristianesimo è, nel mondo, la religione più perseguitata. Il martirologio dei credenti nel Vangelo giustifica la denuncia di una persecuzione sempre crescente. Non solo ogni anno Ordini e Congregazioni missionarie stilano un elenco impressionante di vittime, ma le Chiese locali stesse piangono i loro defunti, spesso massacrati nei modi più crudeli.

È a questo scenario di vastità mondiale e di lunga durata, non all’attuale cronaca nera a sfondo sessuale, che voleva riferirsi padre Cantalamessa. Per questo non ha avuto torto il portavoce vaticano, padre Lombardi, nel rassicurare il mondo ebraico che non vi era alcuna intenzione di equiparare le campagne antisemite alle campagne contro la pedofilia. Come se si volesse mettere sullo stesso piano la persecuzione degli innocenti ebrei e la giustizia verso dei religiosi colpevoli non solo di un peccato contro i comandamenti di Dio ma anche contro la legge degli uomini. E ha avuto ragione, il padre Lombardi, anche nel rinviare al testo autentico, per constatare come il padre Cantalamessa non solo non avesse proceduto a cinici confronti, ma desiderasse, anzi, dire la sua gratitudine a un israelita amico e solidale.

Se lette in questo modo, le affermazioni «scandalose» del Predicatore Pontificio non sono più tali: anzi, meritano riflessione perché, mentre deprecano un passato di violenza, denunciano un presente e un possibile futuro segnati essi pure dalla violenza. Questo riconosciuto, non ha torto neppure il pacato rabbino del Jewish Committee nel deprecare «un uso sfortunato del linguaggio» da parte dell’autorevole cappuccino. Più che di «sfortuna » parleremmo, lo si diceva, di inopportunità: come ha ricordato il rabbino capo di Roma, il momento per rischiare equivoci su questi temi non è certo il venerdì santo, ricorrenza di una morte in croce a Gerusalemme. Il malinteso di cui è stato vittima il buon francescano padre Raniero ricorda quello che provocò la sollevazione dell’altro monoteismo, l’islamico. La citazione, fatta da Benedetto XVI nella sua Ratisbona, di una frase ingiuriosa verso Maometto scritta da un imperatore bizantino del XIII secolo, fu «lanciata» dalle consuete agenzie come se rispecchiasse il pensiero del Papa. Al contrario: era stata fatta da papa Ratzinger per dissentirne. Altri, troppo numerosi, infortuni mediatici hanno coinvolto in questi anni la Gerarchia. Le cause? Innanzitutto, forse, l’eccesso di parole dette e scritte; poi, la minor qualità della «macchina» ecclesiale chiamata al controllo dei testi; infine, una certa ingenuità degli uomini di Chiesa. Abituati a discorsi complessi e articolati, non mettono in conto la necessità dei media di sintesi, spesso brutali se non deformanti, che facciano titolo. Educati, poi, alla lealtà, confidano in quella del «mondo» dove, invece, non pochi li attendono al varco per danneggiare quella Chiesa che considerano avversaria. Da qui una «modesta proposta per prevenire»: affiancare, cioè, ai severi corsi di aggiornamento biblico e teologico, anche l’incontro con qualche vecchio, scafato cronista che, ai troppo fiduciosi pastori, riveli trappole e agguati del media-system e gli onesti, ma furbi, trucchi per evitarli.

Vittorio Messori
04 aprile 2010 corriere.it

TEMIS:  Lo scandalo che hanno destato le parole di padre Cantalamessa dimostra l’esistenza di quel “sentimento anti-romano” di cui parlava Schmitt. Ci ritroviamo in toto nel commento di Messori (salvo per quanto concerne la riflessione sulla comunicazione dove ci pare che Messori intenda liquidare l’attuale capo ufficio stampa). Padre Cantalamessa ha fatto un ragionamento “categoriale”. Non ha per nulla equiparato o fatto analogie tra quanto sta accadendo in questi giorni e la Shoah. Ha solo detto – e sfidiamo chiunque a dimostrare l’errore concettuale – che quando si passa dalla colpa personale alla colpa collettiva tornano alla mente gli orrori dell’Olocausto.

La strategia della Lega per i cattolici (by Franco)

Martedì, 6 Aprile 2010

Era prevedibile che uno degli effetti collaterali della vittoria leghista alle regionali fosse l’accentuazione della sua strategia cattolico-padana. I veti sulla pillola abortiva lanciati ieri da Roberto Cota e Luca Zaia, neogovernatori di Piemonte e Veneto, sorprendono solo in parte; e altrettanto prevedibile era la «benedizione» di monsignor Rino Fisichella. Si tratta di un asse impostato e rinsaldato da mesi, più o meno sotto traccia. Umberto Bossi e il suo partito l’hanno coltivato cancellando i ricordi di un paganesimo leghista che associava i papi e i vescovi a «Roma ladrona» e preferiva i riti celtici a quelli cristiani. E la Chiesa cattolica da tempo osserva compiaciuta questa conversione, perché è a caccia di sponde politiche che sostengano la sua agenda. Basta pensare ai colloqui che il ministro e capo leghista aveva avuto nell’autunno scorso prima col presidente della Cei, Angelo Bagnasco, e poi col segretario di Stato vaticano, Tarcisio Bertone: mosse che il quotidiano la Padania aveva celebrato come l’ufficializzazione di un legame identitario. Allora, si indovinò la voglia di Bossi di entrare in competizione con Silvio Berlusconi su un terreno che era stato sempre monopolio del presidente del Consiglio; e di riempire lo spazio lasciato libero da Gianfranco Fini, un interlocutore dal quale la Santa Sede si è sentita trascurata, se non tradita. Ma l’iniziativa controversa di Cota e Zaia sembra aprire la seconda fase della strategia cristiana della Lega: una battaglia «sui valori» giocata di nuovo dentro il centrodestra, con il supplemento di potere dato al Carroccio dal voto regionale; ma rivolta anche ad insidiare le sacche cattoliche residue nell’opposizione. È come se Bossi applicasse la tecnica del partito pigliatutto anche nei rapporti con il Vaticano. In fondo, Cota non si è lasciato sfuggire l’appoggio dell’Udc di Pier Ferdinando Casini e di Rocco Buttiglione alla candidata piemontese del centrosinistra, Mercedes Bresso: una delle bestie nere dei vescovi proprio sulla pillola Ru486. È stato un passo falso che ha finito per mettere l’Udc sulla difensiva soprattutto per il successo del Carroccio. Quanto ad Emma Bonino, sconfitta nel Lazio, il centrosinistra ha tentato un po’ goffamente di escludere l’esistenza di un caso fra l’esponente radicale e il Vaticano: anche dopo il monito duro e ai confini dell’ingerenza di Bagnasco alla vigilia delle elezioni. La stessa Bonino ha cercato di accreditare questa tesi, tranne poi spiegare di essere stata battuta perché nelle province laziali il peso della Chiesa cattolica è molto forte: una spiegazione che ha un po’ il sapore dell’alibi. C’è dunque un secondo vuoto che la Lega si ripropone di coprire nei rapporti con il mondo cattolico, ed è quello lasciato da alcune scelte contraddittorie del Pd. L’operazione, dunque, è a tutto campo. Bossi sfrutta le difficoltà attuali delle gerarchie ecclesiastiche. E cerca di piegare le posizioni della Cei alle priorità leghiste in materia di lotta alla diffusione dell’islamismo; all’immigrazione clandestina; e di competizione sia col Pdl che con la sinistra. Per raggiungere lo scopo non esita a bacchettare i cardinali che ritiene «fuori linea», come avvenne nel dicembre scorso contro l’arcivescovo di Milano, Dionigi Tettamanzi, considerato dai leghisti troppo «filo-islamico». L’offensiva di Cota e Zaia riflette un leghismo popolare, cristiano e padano che offre i propri «crociati» alla Chiesa cattolica; ma in cambio pretende un collateralismo senza cedimenti sui temi che interessano al partito. Al Carroccio il Vaticano serve per accentuare il suo ruolo di perno del centrodestra e, in prospettiva, del sistema. E ai vescovi, in questa fase convulsa, l’appoggio astuto di Bossi è utile forse perfino di più per arginare la sensazione di una solitudine inedita. Ma il «federalismo della pillola abortiva» è una di quelle iniziative destinate a dimostrare quanto sia complicato e discutibile bloccare una legge dello Stato; e come l’alleanza Lega-Vaticano abbia confini geografici e politici che finiscono per esaltarne non la forza ma i limiti e l’ambiguità.

Massimo Franco corriere.it

La pantomina di Calderoli e la sconfitta della politica (by Leozappa)

Giovedì, 25 Marzo 2010

rogo_calderoli_calderoli_rogo_3Il rogo di Calderoli è la sconfitta della politica.

ripubblichiamo l’articolo di Leozappa:

Con l’avvallo delle opposizioni, il Parlamento ha convertito il decreto-legge con cui, prima di Natale, il Governo ha tagliato in un colpo solo 29.000 leggi emanate sotto il Regno d’Italia. “Obsolete” e “inutili”, così le ha definite per giustificare il provvedimento il Ministro della semplificazione legislativa Roberto Calderoli. Peccato che il dibattito parlamentare abbia evidenziato che diverse centinaia di quelle leggi erano ancora applicate. Ma non è questo il punto. Nella lingua italiana, obsoleto è ciò che è caduto in dis-uso. Inutile, è ciò che non apporta utilità. La dimensione ideologica nella quale si colloca il decreto taglia-leggi è quella della efficienza. Le leggi vengono cancellate in quanto non servono più e il colpo di spugna è affidato al decreto-legge, che ha la forza della legge ma senza averne il valore, ossia senza avere la capacità di esprimere la volontà del Parlamento e, quindi, del popolo sovrano.

La abrogazione delle 29.000 leggi trova fondamento in esigenze di semplificazione e viene presentata come un atto dovuto. Un atto dovuto, dinanzi al quale il passaggio parlamentare costituisce una superfetazione. Di qui il ricorso al decreto-legge, che garantisce un iter accelerato e privo di insidie. E poco importa che l’in-utilità che giustifica l’abrogazione contraddica l’esistenza dei presupposti che la Costituzione richiede per la decretazione d’urgenza. “In casi straordinari di necessità e d’urgenza” – recita l’art. 77 della Carta fondamentale – “il Governo adotta, sotto la sua responsabilità, provvedimenti provvisori con forza di legge“. Tanto poco importa che il Governo non ha avuto difficoltà a prevedere nello stesso decreto-legge che l’abrogazione si perfezionasse solo dopo due mesi dalla sua entrata in vigore. E così il Parlamento, che – nel convertire il decreto – ne ha ulteriormente rinviato gli effetti a fine 2009. Forse in nessuna parte il paradosso del ricorso alla decretazione d’urgenza per abrogare leggi obsolete e inutili si mostra in tanta luce come nel rinvio della sua efficacia. Non si tratta di una svista. La forza della tecnica è la sua efficienza e il suo svelamento può anche richiedere il sacrifico della forma. Perché non rinviare di alcuni mesi la abrogazione (necessaria e urgente) se in questo modo si riducono gli errori? D’altro canto, quattro articoli cancellano in un colpo solo 29.000 leggi. Come si legge nella relazione al decreto, l’iscrizione delle leggi sopravvissute nel registro della normativa in vigore, che il Ministro della semplificazione legislativa si appresta a lanciare, costa 400 euro ad inserimento. Visti i vincoli di bilancio non si può andare troppo per il sottile.

 

Ma sulla base di quali criteri le leggi di Calderoli sono state ritenute inutili ed obsolete? L’interrogativo non trova una risposta nel testo del decreto né tantomeno in quello della legge di conversione. E risulta tanto più attuale se si pensa che ognuna di quelle 29.000 leggi può contenere decine di articoli e il giudizio dovrebbe essere stato reso con riferimento a ciascuno di essi.

Non voglio essere frainteso. L’opportunità di procedere ad una razionalizzazione di quella che, emblematicamente, viene definita “produzione legislativa” non è in discussione. Una presa di posizione da parte del legislatore circa le norme in vigore consente di evitare che il giudizio sulla loro validità sia rimessa all’interprete. Si riduce il contenzioso a vantaggio della certezza del diritto.

Il problema è che il taglio è stato definito con la stessa strumentazione concettuale impiegata per definire l’orizzonte della tecnica, che dai tempi di Platone si fonda sul primato dell’ “uso” (rispetto alla produzione). Da quando una legge va abrogata perché è caduta in dis-uso? L’art. 15 delle Preleggi prevede che una legge sia abrogata per dichiarazione espressa di una legge posteriore o perché incompatibile o perché la legge posteriore regola l’intera materia disciplinata dalla legge anteriore. L’unità di misura della legge è la “vigenza” e non di rado l’inapplicazione è sintomo di successo (si pensi alla legge penale).

Anche la scelta del decreto legge si iscrive nell’universo ideologico del primato della tecnica. Se l’uso è la ragion d’essere di una legge, non c’è bisogno del Parlamento per stabilire quando una legge è caduta in dis-uso o è diventata in-utile. Quella della utilità è una nozione oggettiva dinanzi alla quale cessa l’autonomia della politica che, nell’esercizio delle sue prerogative, deve limitarsi a recepirla per proiettarla nella sfera del diritto. Ecco perché il Governo (il potere esecutivo) può, senza scandalo, sostituirsi al Parlamento (il potere legislativo) ed ecco perché il decreto legge, con la sua capacità potestativa, diventa  nel consenso generale lo strumento più adeguato per “semplificare” l’ordinamento depurandolo delle norme che non servono più.

Oggi la ghigliottina legislativa di Calderoni viene considerata come un segno di modernità. Condivisa ed auspicata a destra e a sinistra. E deve proprio esserlo se si considera che ad Atene sull’introduzione di leggi nuove vigilavano i Nomoteti. Secondo Demostene, una legge soloniana affidava ai Nomoteti il compito di giudicare, confrontando le tesi di coloro che intendevano modificarla con quelle dei difensori della legge esistente, l’opportunità di procedere alla riforma. Altri tempi, quando la “giustezza” delle leggi era data (anche) dalla capacità di trovare un “equilibrio fra la tradizione e le esigenze del governo presente” (G. Zagrebelsky) e la “tecnica regia” era rappresentata dalla Politica, perché “capace di far trionfare ciò che è giusto attraverso il coordinamento e il governo di tutte le attività che si svolgono nella città” (Platone).

antonio m. leozappa formiche