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Uccidere un neonato è eticamente lecito nei casi in cui lo è l’aborto

Domenica, 4 Marzo 2012

Anomalie gravi dei feti e rischi per la salute fisica e psicologica della donna sono spesso citati come ragioni valide per giustificare l’aborto. Spesso le due ragioni sono connesse, come quando la donna afferma che un figlio disabile rappresenta un rischio per la sua salute mentale. Ma c’è di più, avere un bambino può essere di per sé, a prescindere dalla salute del feto, un peso insopportabile per la psiche della donna o per i suoi figli già nati. Questo può accadere nel caso in cui la donna scopra di essere incinta dopo la perdita del partner e pertanto si senta incapace di prendersi cura da sola del bambino. Un serio problema filosofico emerge quando condizioni simili, che giustificano l’aborto, si presentano dopo la nascita del bambino. In questi casi, è necessario analizzare i fatti per valutare quando gli stessi motivi per cui si giustifica l’uccisione di un feto possono essere coerentemente usati per giustificare anche l’uccisione di un bambino già nato.Il problema potrebbe emergere, ad esempio, quando un’anomalia non è stata individuata durante la gravidanza oppure quando si verifica durante il parto. L’asfissia perinatale, per esempio, può causare seri danni al cervello a cui conseguono gravi disturbi fisici o mentali paragonabili a quelli per cui una donna potrebbe chiedere l’aborto. Soprattutto, l’anormalità non è, o non può essere, sempre diagnosticata dalle analisi prenatali anche quando la malattia è genetica. Questo caso si verifica più spesso quando la malattia non è ereditaria ma è il risultato di una mutazione genetica dei gameti di genitori sani. Un esempio è quello della sindrome di Treacher-Collins (Tcs), una condizione che si verifica una volta ogni 10 mila nascite e che causa deformità del viso connesse a problemi fisiologici, in particolare a potenziali problemi respiratori che mettono in pericolo la vita. Di solito chi è affetto dalla Tcs non ha problemi mentali, perciò è completamente cosciente della propria condizione, di essere diverso dagli altri e di tutti i problemi che la propria patologia comporta. Molti genitori sceglierebbero di abortire, se scoprissero con una diagnosi prenatale di tipo genetico, che il proprio feto è affetto dalla Tcs. Comunque, diagnosi prenatali per la Tcs di solito vengono fatte solamente se esiste una storia famigliare di questa malattia. A volte, però, la malattia è causata da una mutazione genetica di gameti di genitori sani. Soprattutto, il test per la Tcs, è piuttosto costoso e ci vogliono diverse settimane per conoscerne i risultati. Considerando la rarità della patologia, si capisce perché le donne non si sottopongono spesso alla diagnosi di questa malattia.Comunque, queste rare e gravi patologie non sono le uniche ad avere scarsa possibilità di essere diagnosticate prima del parto; anche le più comuni malattie congenite, di cui le donne normalmente verificano la presenza, potrebbero non essere rintracciate. L’esame di 18 registri europei rivela che tra il 2005 e il 2009 solo il 64 per cento dei nati con la sindrome di Down sono stati diagnosticati dai test prenatali. Questa percentuale indica che, considerando solo l’Europa, circa 1700 bambini sono nati con la sindrome di Down senza che i genitori lo sapessero prima della nascita. Una volta che questi bambini sono nati, non c’è possibilità di scelta per i genitori se non quella di tenere il bambino, che spesso è proprio la scelta che non avrebbero mai fatto se la malattia fosse stata diagnosticata prima della nascita.ABORTO E ABORTO POST-NATALEL’eutanasia infantile è stata proposta dai filosofi per i bambini con gravi anomalie e la cui vita potrebbe essere non degna di essere vissuta e che sperimenteranno sofferenze insopportabili. Anche i medici professionisti hanno riconosciuto il bisogno di linee guida che indichino i casi in cui la morte sembra essere nel migliore interesse del bambino. In Olanda, per esempio, il protocollo di Groningen (2002) permette l’eutanasia attiva sui «bambini con prognosi che lasciano scarsa speranza e che sperimentano ciò che i medici e i genitori ritengono sia una sofferenza insopportabile». Nonostante sia ragionevole prevedere che vivere in condizioni gravi sia contro il miglior interesse del bambino nato, è difficile trovare argomentazioni inequivocabili che dimostrino che la vita con certe patologie non è degna di essere vissuta, anche quando queste patologie siano considerate sufficienti per abortire. Si dovrebbe quindi dire che ammesse pure le diagnosi più ottimiste dei potenziali bambini con la sindrome di Down, questi potenziali non potranno mai essere considerati uguali a quelli di un bambino normale. Ma si riscontra che bambini con la sindrome di Down, allo stesso modo di quelli affetti da altre malattie gravi, sono felici.
Nonostante ciò, crescere questi bambini potrebbe essere una sofferenza insopportabile per la famiglia e per la società intera, qualora lo Stato provveda alle loro cure. Da questo punto di vista, il fatto che un feto sia potenzialmente una persona che avrà (per lo meno) una vita accettabile non è una ragione per proibire l’aborto. Perciò, sosteniamo che, quando dopo la nascita si verificano le stesse circostanze che giustificano l’aborto prima della nascita, quello che chiamiamo aborto post-natale debba essere permesso. A dispetto dell’ossimoro dell’espressione, proponiamo di chiamare questa pratica «aborto post-natale», anziché «infanticidio» per enfatizzare che lo stato morale della persona uccisa è paragonabile a quella di un feto (su cui l’aborto nel senso tradizionale del termine viene normalmente effettuato) più che a quella di un bambino. Perciò, chiediamo che uccidere un neonato sia eticamente accettabile in tutti i casi in cui lo è l’aborto. Questi casi includono quelli in cui i neonati siano potenzialmente in grado di vivere (per lo meno) una vita accettabile, ma il benessere della famiglia sia a repentaglio. Di conseguenza, la seconda precisazione terminologica è sulla scelta di chiamare la pratica «aborto post-natale», piuttosto che «eutanasia». Questa è legata al fatto che l’interesse di chi muore non è necessariamente il primo criterio di scelta, al contrario di come avviene nei casi di eutanasia.Sbagliare nel portare una persona all’esistenza non può essere paragonato con l’errore di procurare la morte a una persona in vita. La ragione è che, diversamente dall’omicidio di un essere vivente, non farlo nascere non preclude a nessuno di perseguire i propri obbiettivi futuri. Ma questa considerazione implica una ragione più convincente di quella secondo cui sui bambini gravemente handicappati debba essere praticata l’eutanasia. Se l’omicidio di un neonato non è sbagliato perché non gli preclude di perseguire obiettivi che non si è ancora prefissato, allora si dovrebbe accettare la pratica dell’aborto post-natale anche su un neonato sano, dato che anche lui non ha ancora prefissato alcun obiettivo.Ci sono due ragioni che, messe insieme, giustificano questa richiesta:
    1.    Lo status di un neonato è equivalente a quello di un feto che non può essere considerato persona in un senso moralmente rilevante.
    2.    Non si reca danno a un neonato prevenendone il potenziale divenire persona in un senso moralmente rilevante. IL NEONATO E IL FETO SONO MORALMENTE EQUIVALENTI Lo status morale di un neonato è equivalente a quello di un feto nel senso che entrambi mancano di quei propositi che giustificano l’attribuzione del diritto alla vita di un individuo. Sia un feto sia un neonato sono certamente esseri umani e potenziali persone, ma nessuno dei due è persona nel senso di un «soggetto con un diritto morale alla vita». Noi chiamiamo persona un individuo che è capace di attribuire alla propria esistenza almeno alcuni valori di base come il ritenere una perdita l’essere privati della propria esistenza. Ciò significa che molti animali e persone ritardate sono persone, ma che tutti gli individui che non sono nelle condizioni di attribuire alcun valore alla propria esistenza non sono persone. L’essere semplicemente un essere umano non è una ragione di per sé sufficiente per attribuire a qualcuno il diritto alla vita: pensiamo agli embrioni in sovrannumero, laddove la ricerca sugli embrioni è permessa, ai feti, laddove l’aborto è permesso, ai criminali laddove la pena di morte è legale. Il punto qui è che, anche se è difficile determinare esattamente quando un soggetto inizia o smette di essere una persona, una condizione necessaria del soggetto per avere il diritto a qualcosa è che sia danneggiata dalla decisione di essere privata di quella cosa. Ci sono molti modi in cui un individuo può essere danneggiato, e non tutti richiedono che egli valuti o sia cosciente del fatto che sia privato di qualcosa. Una persona potrebbe essere danneggiata nel momento in cui gli sia sottratto un biglietto vincente della lotteria anche se non venisse mai a sapere che quel biglietto era vincente. Oppure potrebbe essere ferita se qualcosa fosse fatto a lei nello stadio in cui era un feto in modo che la qualità futura della sua vita sia peggiorata (per esempio se sua madre ha preso droghe durante la gravidanza), anche se essa non ne è consapevole. Comunque, in questi casi stiamo parlando di persone che sono in grado almeno di valutare le situazioni differenti in cui si sarebbero trovate se non fossero state danneggiate. Questa condizione dipende dal livello di sviluppo mentale, il quale determina se un individuo è una persona o meno. A coloro che sono capaci di provare solamente dolore e piacere (come forse i feti e certamente i neonati) spetta il diritto di non essere lesi. Se, oltre al provare dolore e piacere, un individuo è anche capace di fare qualsiasi progetto (come alcuni esseri umani e non) allora sarà danneggiato se gli fosse impedito di realizzarlo nel caso in cui venisse ucciso. Ora, è difficile sostenere che un neonato abbia dei propositi, dato che il futuro che pensiamo per lui è solo una proiezione della nostra mente sulla sua vita potenziale. Potrebbe iniziare ad avere aspettative e a sviluppare un minimo livello di consapevolezza di sé molto presto, ma non nei primi giorni o nelle prime settimane successive alla nascita. D’altra parte, non solo i propositi ma anche i piani bene ideati sono concetti che certamente vengono applicati a quelle persone (genitori, fratelli maggiori, società) che possono essere colpite negativamente o positivamente dalla nascita di un bambino. Perciò, i diritti e gli interessi delle persone coinvolte dovrebbero essere considerati prevalenti nelle decisioni relative all’aborto o all’aborto post-natale. È vero che uno status morale particolare può essere assegnato a una non persona in virtù del valore che una persona (come la madre) gli attribuisce. Comunque, questa considerazione “soggettiva” dello status morale di un neonato non diminuisce la validità delle argomentazioni sopra citate. Immaginiamo che una donna sia incinta di due gemelli omozigoti affetti da una malattia genetica. Per curare uno degli embrioni alla donna è data la possibilità di usare l’altro figlio per trovare una terapia. Se accettasse, attribuirebbe al primo embrione lo status di “figlio futuro” e all’altro lo status di mero strumento per curare il “figlio futuro”. Nonostante ciò, il differente status morale non è dato dal fatto che il primo sia una persona e l’altro no, il che non avrebbe senso dato che i due sono identici. Piuttosto, i differenti status morali dipendono solo dal valore particolare del progetto che la madre ha su di loro. Comunque, questo progetto è esattamente quello che manca quando un neonato diventa un peso per la sua famiglia.  IL FETO E I NEONATI SONO POTENZIALI PERSONE Anche se i feti e i neonati non sono persone, sono invece persone potenziali, perché possono sviluppare, grazie ai loro meccanismi biologici, quelle proprietà che li renderà persone nel senso di soggetti con un diritto morale alla vita: che è il punto in cui diverranno capaci di fare progetti e apprezzare la loro vita. Si potrebbe obiettare che qualcuno sia leso perché impedito dal divenire una persona capace di apprezzare il proprio essere al mondo. Così, per esempio, uno potrebbe dire che noi saremmo stati lesi se nostra madre avesse scelto di abortire mentre ci portava in grembo o se ci avessero ucciso appena nati. Comunque, mentre si può dare beneficio nel dare vita a qualcuno (se la sua vita è degna di essere vissuta), non ha senso dire che qualcuno può essere leso nel momento in cui gli sia impedito di diventare una persona. La ragione sta nel fatto che, in virtù della nostra definizione del concetto di “lesione” riportata nella sezione precedente, affinché una lesione avvenga, è necessario che qualcuno sia nella condizione di sperimentarla. Se una persona potenziale, come un feto o un neonato, non diventa effettivamente persona, come me e te, allora non esiste né un’attuale né una futura persona che possa essere lesa, il che significa che non c’è alcuna lesione. Così, se qualcuno ci chiedesse se ci saremmo sentiti lesi nel caso i nostri genitori avessero deciso di ucciderci quando eravamo ancora feti o neonati, risponderemmo “no”, perché loro avrebbero danneggiato qualcuno che non esiste (cioè, il “noi” a cui la domanda viene posta), che significa che non avrebbero leso nessuno. E se nessuno viene leso, la lesione non esiste. Una conseguenza di questa posizione è che l’interesse delle persone effettive supera quello delle persone potenzialmente atte a divenire persone effettive. Questo non significa che l’interesse delle persone effettive superi sempre qualsiasi diritto delle generazioni future, dal momento in cui consideriamo il benessere delle persone che abiteranno il pianeta nel futuro. La nostra attenzione è sul diritto a diventare una persona particolare, e non sul diritto ad avere una vita buona quando qualcuno sia diventato una persona. In altre parole, stiamo parlando di individui particolari che potranno o meno diventare persone a seconda della nostra scelta, e non a seconda di quella di chi certamente esisterà in futuro ma la cui identità non dipende da quello che scegliamo ora. Il presunto diritto dell’individuo (come il feto o il neonato) di sviluppare le sue potenzialità, che qualcuno difende, è superato dall’interesse delle persone effettive (parenti, famiglia, società) di perseguire il proprio benessere perché, come abbiamo appena argomentato, solamente le persone potenziali non possono essere lese dal fatto che gli sia impedito di esistere. Il benessere delle persone effettive potrebbe essere minacciato dai nuovi bambini (anche se sani) che richiedono energie, soldi e cure che potrebbero mancare ad una famiglia. A volte questa situazione si può prevenire con l’aborto, ma in altri casi questo non è possibile. In queste eventualità, dal momento in cui chi non è persona non ha diritto morale alla vita, non c’è ragione per proibire l’aborto post-natale. Possiamo ancora avere dei doveri morali verso le generazioni future nonostante queste persone future non esistano ancora. Ma siccome prendiamo per certo che queste persone esisteranno (chiunque esse siano), dobbiamo trattarle come se fossero persone effettive del futuro. Questo argomento, però, non può essere applicato ai feti o ai neonati, perché non abbiamo ragioni per ritenere con certezza che essi esisteranno come persone in futuro. Se esisteranno o meno dipende esattamente dalla nostra scelta. ADOZIONE COME ALTERNATIVA ALL’ABORTO POST-NATALE Una possibile obiezione alla nostra argomentazione è che l’aborto post-natale dovrebbe essere praticato solo sulle persone che non potrebbero mai avere una vita degna di essere vissuta. Di conseguenza, persone sane e potenzialmente felici dovrebbero essere date in adozione dalle famiglie che non possono crescerle. Perché dovremmo uccidere neonati sani quando darli in adozione non lederebbe il diritto di nessuno e semmai accrescerebbe la felicità delle persone coinvolte (coloro che adottano e gli adottati)? La nostra risposta è la seguente. Abbiamo prima discusso l’argomentazione dal punto di vista della potenzialità, dimostrando che non è sufficientemente forte per sostenere la considerazione dell’interesse delle persone effettive. Però, per quanto gli interessi di una persona effettiva possano essere deboli supereranno sempre l’interesse attuale di una persona potenzialmente atta a divenire effettiva, perché quest’ultimo interesse è pari a zero. In questa prospettiva, gli interessi delle persone effettive implicate è importante, e tra questi interessi dobbiamo considerare anche quello della madre che potrebbe soffrire per il fatto di dare il proprio figlio in adozione. Si è spesso dimostrato che le madri naturali sperimentano seri problemi per l’incapacità di elaborare la perdita e di convivere con il proprio dolore. È vero che il dolore e il senso di vuoto possono essere una conseguenza anche dell’aborto, così come l’adozione, ma non possiamo assumere che per la madre naturale l’adozione sia meno dolorosa. Per esempio, «coloro che subiscono un lutto devono accettare l’irreversibilità della perdita, le madri naturali invece spesso sognano che loro figlio possa tornare da loro». Questo rende difficile accettare l’irreversibilità della scelta perché non potranno mai essere sicure se sia reversibile o meno.
Non stiamo sostenendo che queste siano ragioni definitive contro l’adozione come valida alternativa all’aborto post-natale. Molto dipende dalle circostanze e dalle reazioni psicologiche. Quello che intendiamo è che, se l’interesse delle persone effettive deve prevalere, allora l’aborto post-natale dovrebbe essere valutato come una scelta accettabile per le donne che subirebbero un danno nel dare in adozione il proprio figlio. CONCLUSIONI Se il criterio come quello dei costi (sociale, psicologico, economico) per i genitori potenziali è una ragione sufficiente per abortire anche quando il feto è sano, se lo stato morale del neonato è lo stesso di quello nascituro e se nessuno di loro ha alcun valore morale in virtù del fatto di essere solo una persona potenziale, allora la stessa ragione dovrebbe giustificare l’omicidio di una persona potenziale quando è appena nata. Bisogna aggiungere due considerazioni. Primo, non avanziamo nessuna richiesta sul limite entro cui l’aborto post-natale non debba più essere permesso. Non pensiamo, infatti, che siano necessari ai medici più di alcuni giorni per diagnosticare qualsiasi anormalità del bambino. Nel caso in cui l’aborto post-natale sia richiesto per ragioni non cliniche, non suggeriamo di porre soglie, dal momento che molto dipende dallo sviluppo neurologico del neonato, che i neurologi e gli psicologi saranno in grado di stabilire.
Secondo, non asseriamo che l’aborto post-natale sia una valida alternativa all’aborto. Gli aborti nelle prime fasi di vita sono l’opzione migliore, per ragioni sia fisiche sia psicologiche. Ma, se una malattia non è stata scoperta durante la gravidanza, se qualcosa è andato male durante il parto, o se le circostanze economiche, psicologiche o sociali sono cambiate e il prendersi cura della prole diventa un peso insostenibile per qualcuno, allora alle persone dovrebbe essere data la possibilità di non essere costrette a fare qualcosa che non sono in grado di sopportare. Traduzione a cura di tempi.it dell’articolo di Alberto Giubilini e Francesca Minerva  “After-birth abortion: why should the baby live?” apparso sul «Journal of Medical Ethics».

TEMIS: ecco perchè la Chiesa parla di principi non negoziabili

 

 

L’aborto selettivo su base sessuale, indagine choc in GB

Lunedì, 27 Febbraio 2012

L’aborto selettivo su base sessuale è illegale nel Regno Unito. Eppure, secondo un’inchiesta pubblicata ieri dal Daily Telegraph, la pratica è presente e ben radicata. Un reporter in incognito, munito di microfono e microspia, accompagna una giovane donna incinta in nove cliniche della Gran Bretagna. I risultati sono inquietanti. In tre casi, i medici si sono detti disposti a far abortire la donna perché il figlio non era del sesso desiderato. Immediata la reazione del ministro della Sanità britannica Andrew Lansley: «La selezione del sesso è illegale e immorale».Il dottor Raj Mohan, della Calthorpe Clinic, si dimostra decisamente compiacente nei confronti della donna che, spiega, non vuole avere una bambina. «È un infanticidio femminile – spiega il medico–. Bisogna trovare un’altra ragione. Scrivo che lei è troppo giovane per tenere un bambino. E comunque l’infanticidio femminile è una pratica comune nel terzo mondo». Prabha Silvaraman, che lavora per alcune cliniche private e per il Pall Mall Medical Center, di fronte alla stessa richiesta fa spallucce: «Non faccio domande. Se lei vuole interrompere la gravidanza, la interrompiamo». Il centro, in seguito, ha dichiarato di aver interrotto i contatti con la ginecologa.«Non c’è da stupirsi – dice ad Avvenire Anthony Ozimic, della Società per la protezione del bambino non nato – l’indagine conferma che l’eugenetica è una realtà nella moderna medicina britannica e che alcuni innocenti esseri umani sono considerati sconvenienti. La selezione sessuale dei feti è l’inevitabile conseguenza di un accesso troppo facile all’aborto». La legge dull’aborto, in Gran Bretagna, lascia spazio ad ambiguità interpretabili a seconda della necessità. Il sesso del nascituro è selezionabile in caso di gravi malattie ereditarie. In Galles, Scozia ed Inghilterra si può abortire fino alla ventiquattresima settimana. Dalla venticinquesima in poi solo se il bambino mostra malformazioni evidenti. d. ciacci tempi.it

Giuristi pro-life all’ONU: l’aborto non è un diritto

Martedì, 11 Ottobre 2011
Non esiste il diritto internazionale all’aborto. Nei trattati delel Nazioni Unite non c’è. C’è solo nelle parole del Segretario Generale dell’ONU Ban Ki-moon e nelle voglie della potente lobby neomalthusiana internazionale che sul punto gli dà corda. Per questo oggi, 6 ottobre, al Dag Hammarskjold Auditorium del Palazzo di Vetro, a New York, viene presentato un documento di capitale importanza che riafferma e proclama il diritto alla vita di ogni essere umano in qualsiasi parte del mondo sia destinato a nascere così come sancito proprio dall’organismo che li riunisce tutti.Sintetico, preciso, militante, il documento è stato ideato per rispondere pan per focaccia alla “cultura di morte” che oramai si è impossessata in maniera esplicita anche dei vertici degli organismi internazionali, anzitutto le Nazioni Unite. Si chiama San José Articles (perché a San José, in Costa Rica, è attiva l’Inter-American Commission on Human Rights che, con il gemello Inter-American Court of Human Rights, opera virtuosamente per il diritto alla vita) e senza esitazioni afferma l’umanità scientificamente attestata del concepito, sottolinea che pure i bambini non ancora nati sono già coperti dai trattati dell’ONU garanti dei diritti umani proprio perché esseri umani, sfida apertamente gli organismi che sostengono che l’aborto è un diritto internazionale a darne prova a norma di legge e invita altresì i governi a utilizzare positivamente i documenti dell’ONU per il fine esattamente contrario, vale a dire proteggere la vita umana nascente da chi cerca di adulterarli con l’aborto.Uno dei cavalli di battaglia strategici di tutto il mondo pro-life è infatti il potere (ancora) rispondere a chi sostiene quel che oggi sostiene apertamente Ban Ki-Moon che nessun documento delle Nazioni Unite presenta l’aborto come un diritto della persona da sostenere e da promuovere, una conquista sociale, una ricetta per il bene comune o un grimaldello per scardinare le legislazioni nazionali vigenti. Chi dà retta a queste sirene, sbaglia, dicono i firmatari dei San José Articles, e compie abusi enormi in nome delle (troppe) carte prodotte dall’ONU laddove dette carte, per farraginose e magari volutamente confuse che siano, non li autorizzano affatto a farlo. Talora ciò avviene per ignoranza (anche ai vertici delle istituzioni giuridiche e politiche di certi Paesi), talaltra per malizia di certe organizzazioni non-governative ispiratrici e complici, ma è così che alcuni governi finiscono per ribaltare le proprie legislazioni onde accogliere un “diritto all’aborto” che sarebbe intimato dall’ONU ma che in verità così proprio non è. Certo, l’assenza di tale esplicito “diritto” nei documenti dell’ONU non evita che l’aborto venga comunque smerciato sottobanco da troppi comprimari attraverso l’interpretazione inclusiva di linguaggi intenzionalmente ambigui (“salute riproduttiva”, “diritti sessuali”), ma se non altro l’assenza di quella provvisione permette di ritorcere palmo a palmo l’arma della neolingua di orwelliana memoria contro i suoi stessi fabbricatori.Nessun “colpo di Stato” interpretativo di alcun Segretario Generale – questo è ciò che sostengono oggi i pro-lifer proprio in casa di Ban Ki-Moon – può dunque manipolare i documenti pubblici internazionali voluti dal concerto delle nazioni del mondo.I San Jose Articles sono del resto il fior da fiore della filosofia, della giurisprudenza e della politica pro-life. Al loro testo ha messo mano in primis Robert P. George, docente di diritto nell’Università di Princeton, “padre” di quella Dichiarazione di Manhattan che oramai è un importantissimo movimento internazionale, “filosofo di riferimento” della galassia antiabortista e già consigliere per la bioetica di George W. Bush jr.. In Italia lo si conosce per il suo recente Il diritto naturale nell’età del pluralismo (trad. it., Lindau, Torino 2011). Nell’opera di stesura dei San José Articles lo hanno quindi coadiuvato l’ambasciatore Grover Joseph Rees III, nonché Paolo G. Carozza e O. Carter Snead, entrambi docenti alla Law School dell’Università Notre Dame di South Bend, nell’Indiana, il primo tra l’altro già presidente dell’Inter-American Commission on Human Rights di San José in Costa Rica. Quindi l’opera di cesellamento del documento è passata attraverso il rigore di una trentina di esperti tra diritto internazionale, sanità e amministrazione pubblica di tutto il mondo, fra i quali  David Alton della Camera dei Lord, Nicholas Windsor (il rampollo della famiglia reale britannica noto per essersi convertito al cattolicesimo e avere così messo costituzionalmente fine a qualsiasi sogno di salire al trono potesse mai accarezzare), il noto filosofo giusnaturalista John Finnis docente a Oxford, il Superiore Generale dei Knights of Columbus Carl Anderson e Giuseppe Banegiano, italiano, dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.Nelle prossime settimane i San Jose Articles verranno presentati ufficialmente in sedi politiche e istituzionali a Londra, Madrid, Santiago del Cile, Buenos Aires, San José di Costa Rica, Calgary in Canada, Washington, Manila, Strasburgo (una delle sedi di lavoro del Parlamento Europeo) e pure Roma.Probabilmente si tratta della mozione che più apertamente di ogni altro testo finora varato a livello internazionale dal mondo pro-life sfida sul loro stesso terreno e attraverso i loro stessi strumenti di azione (i documenti da esse prodotti) le organizzazioni internazionali statutariamente nate e impegnate nella difesa della pace nel mondo e nella tutela dei diritti umani per tutti. Ovvero: se l’ONU volesse confutarne i contenuti, si sconfesserebbe da sé. m. respinti labussolaquotidiana La traduzione italiana completa dei San José Articles

L’aborto aumenta le tendenze suicide

Martedì, 13 Settembre 2011

Forse non basterà nemmeno questo ennesimo studio a far aprire gli occhi a chi rivendica la bontà dell’aborto come atto di autodeterminazione della donna. Ma tant’è, la realtà va raccontata senza troppi accomodamenti, con buona pace di chi ancora si ostina a brandire il vessillo della liberazione femminile dalla schiavitù della procreazione.La notizia arriva dall’Inghilterra, quindi non da un Paese propriamente cattolico: l’autorevole rivista scientifica “British Journal of Psychiatry” nel suo ultimo numero uscito l’1 settembre ha pubblicato uno studio su “Aborto e salute mentale”, condotto dalla dottoressa Priscilla Coleman della Bowling Green State University dell’Ohio (Usa). Le conclusioni a cui è giunta la ricercatrice sono impressionanti: nelle donne che si sono sottoposte all’aborto la probabilità che si manifestino tendenze al suicidio aumenta del 155 per cento.Lo studio guidato dalla dottoressa Coleman – e di cui ha dato conto pure il giornale inglese “The Telegraph” – ha coinvolto una cosa come 877.000 donne, di cui 163.831 avevano abortito. Ebbene, l’analisi di questo “campione femminile” ha dimostrato ancora una volta (se ancora ce ne fosse il bisogno) la drammatica esistenza della cosiddetta “sindrome post aborto”, rivelando che le donne che si sottopongono all’interruzione di gravidanza volontaria hanno quasi il doppio di probabilità di soffrire di problemi psicologici se non addirittura psichiatrici rispetto a quelle che non hanno abortito.Non finisce qui: come detto, nella quota di donne che hanno deciso di porre fine alla loro “dolce attesa” aumenta vertiginosamente del 155 per cento il rischio di tendenze suicide (attenzione, non il suicidio, ma la possibilità che le donne ci pensino o la considerino un’ipotesi percorribile per porre fine alle loro sofferenze dettate dalla drammatica esperienza).Gli studiosi guidati dalla Coleman hanno poi constatato un aumento del 34 per cento del rischio di problemi legati all’ansia, del 37 per cento della concreta possibilità cadere in depressione e rispettivamente del 110 e del 220 per cento di affidarsi all’uso di alcol e droghe (in particolare, marijuana) per alleviare (apparentemente) la propria condizione di disagio. La stessa dottoressa Coleman, che insegna Sviluppo umano e della famiglia all’Università dell’Ohio, dichiara di aver scoperto “rischi associati all’aborto che devono essere condivisi con l’opinione pubblica e portati a conoscenza delle donne prima che si sottopongano a tale procedura”. g. bucchi labussolaquotidiana

La pillola del 5 giorno: un grande inganno culturale

Venerdì, 17 Giugno 2011
Il Consiglio superiore di sanità ha detto sì. L’organo consultivo del ministero della Salute ha espresso un parere favorevole per l’introduzione della “Pillola dei 5 giorni dopo” nel nostro Paese, specificando che non si tratta di un abortivo, ma di un contraccettivo d’emergenza. Se si fosse trattato di un abortivo il farmaco sarebbe dovuto risultare in linea con quanto stabilito dalla legge 194, che regola l’aborto.Già approvata dall’Ema, l’agenzia europea del farmaco, e in commercio in Germania, Francia, Gran Bretagna e Spagna, la pillola agisce dopo il concepimento impedendo l’annidamemento dell’embrione nell’utero.Ma in questo caso, possiamo parlare di contraccettivo? Lo abbiamo chiesto a Bruno Mozzanega, ginecologo alla clinica ostetrica universitaria di Padova e autore di “Da Vita a Vita- Viaggio alla scoperta della riproduzione umana” (Seu editore).«Certamente no,  per una ragione semplice. L’aborto impedisce ad un individuo concepito di venire alla luce, interrompe una gravidanza in atto. La contraccezione, al contrario, per essere tale deve deve impedire il concepimento e così prevenire la gravidanza. I rapporti che possono portare al concepimento  avvengono nel periodo fertile della donna, vale a dire i 4 o 5 giorni che precedono l’ovulazione. Se c’è un rapporto fertile in questi giorni, magari proprio a ridosso della ovulazione, e il farmaco può essere efficacemente assunto fino a cinque giorni dopo, è evidente che il suo effetto si palesa dopo il concepimento. In questo modo impedisce che un essere umano già concepito si annidi in utero e possa vivere».Dunque come è possibile che un organo ministeriale lo cataloghi come «contraccettivo»?
«Si tratta di un inganno culturale. Il mondo scientifico, tramite alcune delle sue associazioni più rappresentative, pretende di stabilire che la gravidanza inizi solamente dopo l’impianto, ma come è facile intuire la vita inizia prima. La legge 405 del 1975, che istituisce i consultori familiari e definisce i contorni della procreazione responsabile, la finalizza alla tutela della donna e del prodotto del concepimento, il concepito che emerge dall’incontro di uovo e spermatozoo e che in quel preciso istante inizia a vivere. Siamo in presenza di un tentativo di svalutare la vita dell’embrione prima del suo impianto e di consentirne l’eliminazione facendo rientrare il tutto nell’ambito della “contraccezione” ».In realtà, qualora il farmaco dovesse essere adottato, sarà somministrato soltanto dopo che la donna avrà effettuato un test di gravidanza. E il sottosegretario alla Salute, Eugenia Roccella, ha definito questa procedura «un paletto importante»…«Questo rende ancora più palese la contraddizione. Mi spiego. Innanzitutto dobbiamo chiarire che il test di gravidanza è in grado di rilevare una gestazione in atto grazie all’hCG ossia la gonatropina prodotta dall’embrione al fine di mantenere nell’utero le condizioni indispensabili al proprio sviluppo, ma essa si rileva solo 7-8 giorni dopo il concepimento, non certo nei 5 giorni successivi ad un rapporto potenzialmente fertile. Dunque non siamo in presenza di nessun paletto. Credo che il sottosegretario Roccella tema piuttosto il rischio che molte donne ricorrano a ellaOne come sostitutivo della RU486, con la quale condivide molte affinità di azione, e dunque a gravidanza già diagnosticata. Produrre il test dovrebbe scongiurare questo abuso, ma nulla vieta alla donna di attendere prima di assumerla, o di farsene una riserva da utilizzare al bisogno. D’altra parte,  questo non fa che confermare che siamo in presenza di un farmaco in grado di determinare l’aborto».Il presidente emerito del Pontificio Consiglio per la vita, mons. Elio Sgreccia, ha parlato di «aborto dalla raffinata malizia»…« E io lo ribadisco, si tratta di un grande inganno culturale. Mi preoccupa certamente che le ragazzine o le donne assumano questa pillola, ma ancora più grave è che le stesse vengano indotte ad usarla, tranquillizzate da una informazione artatamente falsa, senza sapere. E’ evidente che si tratta di un inganno perché il concepito è vivo. I morti non vanno da nessuna parte, e certo non si annidano in nessun utero». r.frullone labussolaquotidiana

Il feto non abortito è quello di Obama – video

Domenica, 25 Gennaio 2009

Ecco il video messo in rete da una associazione anti-aborto cattolica che dimostra come un feto non abortito di una madre sola, senza marito, sia diventato presidente degli stati uniti

(continua…)

La Ru486: ecco perchè bisogna fermarla

Lunedì, 29 Dicembre 2008

La Ru486 non è una medicina. Non cura alcuna malattia. Non aiuta la vita, la stronca sul nascere. La Ru486 non è amichevole nei confronti delle donne. Non realizza in alcun modo un aborto indolore, posto che sia possibile realizzarlo. E’ al contrario un sistema abortivo altamente controverso anche dal punto di vista della sua sicurezza ed efficienza clinica. Più importante ancora, la pillola abortiva tende a deresponsabilizzare il sistema medico, e a ridurlo a dispensario di veleni, e lascia sole le donne, inducendole a una sofferenza fisica e psichica prolungata e domestica, molto simile alle vecchie procedure dell’aborto clandestino. Per queste ragioni etiche siamo contrari alla pillola Ru486 e alla sua introduzione in Italia, anche perché la sua utilizzazione è incompatibile con le norme della legge 194/1978. E pensiamo che occorra fare di tutto, ciascuno nelle forme pertinenti il proprio ruolo, per impedirla.

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Aborto come regalo di Natale – offerta choc

Giovedì, 4 Dicembre 2008

A Natale ti pago un aborto: negli Stati Uniti arrivano i buoni regalo da 25 dollari per le interruzioni di gravidanza. S’indigna il popolo pro-life americano, le organizzazioni cristiane sono scandalizzate. E si tratta per giunta di un’iniziativa natalizia, dicono increduli gli attivisti pro-vita. «È contro lo spirito cristiano della festività, contro il miracolo della vita, è un regalo di morte». I voucher sono in vendita sul sito di una della maggiori associazioni pro-choice americane, Planned Parenthood, che offre consulenza sul controllo delle nascite. La filiale dell’organizzazione nello Stato dell’Indiana propone infatti buoni per ogni servizio che mette a disposizione: dai check-up medici femminili – pap test e mammografia costano 35dollari – ai contraccettivi ma anche interruzioni di gravidanza. «Un regalo insolito ma anche pratico per queste festività», è scritto sul sito. A Planned Parenthood parlano di «possibilità delle donne di controllare la misura delle proprie famiglie». Cristiani e pro-vita rispondono usando invece termini come «distruzione» e «omicidio» di migliaia di neonati che avrebbero potuto vedere il loro primo Natale ma che non possono farlo a causa delle politiche in favore dell’aborto. Il dibattito è partito dall’Indiana ma è rimbalzato a livello nazionale sui siti cristiani, sui blog pro-life fino ad arrivare sulle pagine del conservatore Washington Times, che ha reagito con un editoriale indignato, e il Los Angeles Times. Appena il tempo di mettere sul sito la proposta, legata alle festività natalizie, che è scoppiata la guerra su uno dei temi politici più caldi negli Stati Uniti, capace di spostare elettori e voti. Per chi è contrario non soltanto all’aborto, ma alla contraccezione in generale, i controversi buoni regalo dell’associazione sono un oltraggio alla vita e uno schiaffo allo spirito natalizio. Molti attivisti pro-life e organizzazioni cristiane dell’Indiana e del resto del Paese hanno ricordato che Planned Parenthood in un anno ha aiutato 5.000 donne ad abortire e poco importa che i portavoce difendano l’iniziativa sui mass media nazionali spiegando che i voucher servono soprattutto a spingere chi ha meno possibilità economiche a farsi visitare dai medici, a incentivare all’utilizzo di anticoncezionali, quindi a evitare nuove interruzioni volontarie di gravidanza. Jim Sedlak, vice presidente dell’organizzazione pro-vita American Life League, ha detto al Giornale che «Planned Parenthood porta avanti una simile iniziativa proprio mentre i cristiani celebrano la vita. È premeditato».

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Imputato: il diritto alla vita

Lunedì, 17 Novembre 2008

Una potente lobby internazionale ha scelto come strategia le iniziative giudiziarie per imporre ai singoli Paesi la legalizzazione di aborto, eutanasia ed unioni omosessuali. Dall’America Latina all’Europa sempre più spesso i giudici scavalcano governi e parlamenti su questo tema. Un orizzonte da tenere presente nel dibattito italiano sul "fine vita".
«Alla legge, alla legge», è il grido che si è alzato dopo la sentenza della Corte di Cassazione dell’ottobre 2007 e della Corte di Appello di Milano del luglio 2008 sul caso Eluana Englaro che, di fatto, aprono la porta all’eutanasia. La Cassazione, chiamata a pronunciarsi sul caso della giovane lecchese in coma dal 1992 in seguito a incidente stradale e alimentata con un sondino, ha detto che questo si può staccare a due condizioni: se lo stato vegetativo è irreversibile, cioè se la scienza medica stabilisce che Eluana non potrà mai tornare indietro, e se si accerta che lei non avrebbe mai accettato sostegni vitali per vivere in condizioni simili, preferendo piuttosto morire. La Corte di Appello di Milano ha poi decretato che nel caso di Eluana le condizioni ci sono. Da qui la scelta, anche della Conferenza episcopale italiana, di invocare un intervento legislativo in modo da evitare la deriva dell’eutanasia.

La scelta non è stata indolore e numerose sono state le polemiche e i dibattiti al proposito tra chi difende il diritto alla vita, cattolici e non.
Non vogliamo qui entrare nel cuore della discussione sui contenuti di una eventuale legge sul "fine vita" (come la chiamano il presidente delta Conferenza episcopale italiana, card. Angelo Bagnasco e il sottosegretario al Welfare Eugenia Roccella) o sul "testamento biologico", come la chiamano un po’ quasi tutti gli altri.
Vogliamo invece affrontare la questione da un’angolazione diversa, iniziando dall’atto che ha dato il via al dibattito, ovvero la sentenza della Cassazione, sono stati in molti a stigmatizzare questa invasione di campo del giudici che – con il pretesto dell’interpretazione – di fatto ridisegnano la legge a modo toro saltando il Parlamento, espressione della volontà popolare e unico organo legittimato a decidere le leggi.

La domanda che dobbiamo porci allora è: possiamo ritenere questa "invasione di campo" un semplice incidente? O è parte di una strategia più ampia per forzare le leggi e imporre in questo modo princìpi e norme che attraverso la volontà popolare non passerebbero così facilmente?

Sicuramente in Italia dai tempi di Tangentopoli assistiamo a un continuo tentativo del potere giudiziario sostituirsi al potere politico, e questo ha senza dubbio creato un’abitudine, un’inclinazione. In questo caso, il discorso sarebbe più o meno questo: "Visto che di testamento biologico ed eutanasia si parla tempo ma in Parlamento non si arriva a nulla, ci pensiamo noi con una bella sentenza, che diventa un precedente per tutti i casi analoghi". In fondo si tratterebbe di un incidente dovuto a una anomalia tutta italiana.

Per verificare la correttezza di questa ipotesi è necessario confrontare ciò che sta avvenendo nel nostro Paese con ciò che avviene altrove. Ed è allora che scopriamo che a livello internazionale già da anni opera una potente ed efficace lobby contro la vita che ha scelto la via giudiziaria per scardinare le legislazioni nazionali che ancora resistono alla cultura della morte. Il massimo dello sforzo si concentra sull’aborto, che si vuole "promuovere" a diritto umano universale, ma per l’eutanasia la strada non è diversa. Senza contare che se davvero l’aborto venisse riconosciuto quale diritto fondamentale, lo stesso principio dell’autodeterminazione si applicherebbe tale a quale all’eutanasia.

Ad esempio, negli Stati Uniti ha sede una organizzazione, The Center for Reproductive Rights (CRR), che può contare sull’apporto di decine e decine di avvocati che studiano sia la singole legislazioni nazionali sia le convenzioni internazionali al solo scopo di trovare i cavilli che permettano di forzare le leggi e di fornire le interpretazioni "corrette" ai documenti firmati dai governi sotto l’egida dell’ONU. Il CRR è collegato a numerose organizzazioni non governative nazionali che si avvalgono della sua consulenza: obiettivo principale sono le legislazioni dell’America Latina – che ancora sono le più favorevoli alla vita – ma il CRR ha avuto una parte importante anche nella prima stesura delta Costituzione del neonato stato del Kosovo, dove si cercava di introdurre in modo subdolo sia l’aborto sia il matrimonio omosessuale. Solo pochi mesi fa, in marzo, il CAR ha pubblicato un documento ("Bringing Rights to Bear", fare dei diritti una realtà) in cui intende dimostrare che, in base a una sane di raccomandazioni fatte dalle Commissioni ONU, i singoli Paesi sarebbero obbligati a legalizzare l’aborto in quanto parte degli impegni giuridici internazionali sottoscritti.

Il CRR, creato nel 1992, è da sempre in prima linea nel condurre una strategia "mascherata" per ridefinire il diritto alla vita, ma è soprattutto dopo la metà degli anni ‘90 che la sua azione ha moltiplicato la propria efficacia. Il motivo e soprattutto nel fatto che l’azione del CRR diventava strategica per un gruppo di agenzie dell’ONU che, dopo le Conferenze internazionali del Cairo (sulla popolazione, 1994) e di Pechino (sulla donna, 1995), aveva deciso una strategia per integrare l’ideologia radicale nel diritto internazionale in materia di diritti umani (della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani ai trattati più recenti). Tale strategia è il risultato di una conferenza tenutasi nel dicembre 1996 a Glen Cove, New York, organizzata da Fondo Onu per la Popolazione (UNFPA), Alto Commissariato per i Diritti umani e Divisione Onu per la Promozione della Donna (DAW). Tutti i dettagli di questo incontro e della strategia messa in atto si possono leggere in un interessante libro bianco pubblicato dal Catholic Family and Human Rights Institute (scaricabile dal sito dell’istituto www.c-fam.org) dal titolo "Rights by Stealth". Ciò che è comunque importante sapere è che in questa strategia è fondamentale il ruolo delle organizzazioni non governative che in ogni Paese si incaricano poi di pressare governi e parlamenti, anche attraverso iniziative giudiziarie. L’America Latina è piena di esempi al proposito e non solo per quel che riguarda l’aborto: basti ricordare che in Colombia l’eutanasia è stata introdotta da una sentenza della Corte Costituzionale undici anni fa malgrado la forte opposizione sociale. Tanto che soltanto in questi mesi il Parlamento sta dando seguito a quella sentenza con una legge che, al momento in cui scriviamo, attende l’approvazione definitiva in Parlamento.

La stessa strategia viene seguita nell’ambito dell’Unione Europea, come ad esempio nel tentativo di eliminare la possibilità dell’obiezione di coscienza del personale sanitario in materia di aborto (cfr. Il Timone, n. 51, pp. 18-19) o di imporre la legalizzazione dei matrimoni omosessuali.

Se questo è l’orizzonte in cui ci si muove, appare evidente che se ne debba tenere ben conto in Italia nel momento in cui si propone una legge sul fine vita. Non c’è dubbio che qualsiasi minimo cedimento nella direzione voluta dalla succitata lobby non potrà che incoraggiare altre iniziative giudiziarie e rafforzare il "partito della morte".

 di Riccardo Cascioli

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Così Obama azzera la politica sull’aborto di Bush

Mercoledì, 12 Novembre 2008

John Podesta, capo della squadra di Barack Obama che prepara il passaggio dei poteri, conferma la rivelazione del Washington Post: Obama vuole subito abolire 200 decreti di George W. Bush. Si comincia con l’aborto e la ricerca sulle cellule staminali embrionali, capitoli fondamentali del programma di "giustizia riproduttiva" di Obama. Stanno uscendo i primi dettagli sui provvedimenti. Avrà vita breve il bando posto da Bush a una legge del Congresso che consente l’uso di fondi pubblici per la ricerca sugli embrioni. Ma è il Freedom of choice act il provvedimento a cui ambisce Obama.

Questa "codificazione della Roe vs. Wade" è diventata così centrale per la sua presidenza che in un discorso al Planned Parenthood Action Fund Obama ha detto: "La prima cosa che farò come presidente è firmare il Freedom of Choice Act". La proposta di legge è presentata dalla senatrice Barbara Boxer assieme a Obama: attribuisce alle donne il diritto di scegliere di abortire in ogni momento, in ogni Stato, compreso Porto Rico, e a ogni età, anche al di sotto dei 18 anni. Negli Stati Uniti non esiste una legge sull’aborto né a favore né contro. L’aborto è libero dal 1973, da quando la Corte Suprema riconobbe come costituzionale il diritto a interrompere la gravidanza. La "dottrina Roe" prevede l’aborto "per qualsiasi ragione" nei primi cinque mesi e mezzo e, per non meglio specificate ragioni di "salute", negli ultimi tre mesi. Obama vuole andare oltre. L’unica resistenza può venire dai "pro life democrats".

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