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La destra è morta non per estremismo ma per mediocrità (by Veneziani)

Mercoledì, 12 Giugno 2013

La destra in Italia non è sparita perché ha fatto troppo la destra; non è caduta su progetti, imprese, idee connotate con i propri colori. È morta d’anemia, si è spenta perché si è resa neutra e incolore, perché si è uniformata per confondersi; perché non ha inciso, non ha lasciato segni distintivi del suo passaggio. Non è morta d’identità ma di nientità, non è morta di estremismo ma di mediocrità. Non è morta di saluti romani ma d’imitazioni maldestre.

La sua scomparsa non lascia tracce di sé. Nessuna delle critiche di gestione mosse alla destra si può attribuire alla sua storia, alla sua indole e ai suoi valori; anche gli aspetti peggiori, come quelli che hanno preso il nome e il faccione simbolico di Fiorito, non nascono dalla sua storia. Erano modi di adeguarsi all’andazzo, tentativi di mostrare che erano uomini di mondo, sapevano stare al potere e in società, sanno come si usa, non sono mica fessi.

A volte si sono adeguati alla caricatura del berlusconismo, uniformandosi al suo lato peggiore. A volte hanno cercato di compiacere la sinistra, i poteri che contano, i media ostili. Senza peraltro riuscirci. Hanno avuto paura di spingersi troppo, di osare. Temevano di perdere il posto, ma l’hanno perso lo stesso, perdipiù senza gloria e senza la gratitudine dei loro elettori di sempre.

Prendete il caso di Alemanno a Roma. Non è caduto sul fascio ma sulla neve. Non gli hanno rimproverato i vigili col manganello, semmai le cartelle di Equitalia e le solite accuse di sempre: il traffico, la sporcizia, le buche. Non gli hanno rinfacciato di voler rilanciare la romanità e i littoriali della cultura ma gli abusi nelle società controllate e alcune nomine aumm aumm.

Promettendo con le casse vuote ben 25 milioni di euro per fare il museo della Shoah a Villa Torlonia – quando esistono già a Roma il museo di via Tasso e delle Fosse Ardeatine, che riguardano direttamente la città – ha irritato la sua gente senza guadagnarsi il consenso altrui; anzi hanno esultato per la cacciata del «fascista» dal Campidoglio; proprio mentre i fascisti, sconsiderati, esultavano per la cacciata del traditore…

Certo, hanno attribuito ad Alemanno i mali storici di Roma, gli acciacchi di ogni metropoli e i malesseri del presente, che non ha creato certo lui o la destra. Lo hanno massacrato mediaticamente. Non sarebbe bello ora fare processi, dimenticando le difficoltà gigantesche di un momento nazionale drammatico e di un Comune lasciato dalla sinistra pieno di debiti.

A onor del vero, se si fosse votato a Milano o a Napoli, anche i sindaci di sinistra sarebbero stati bocciati perché il clima è anti-potere. E poi, con quell’elettorato votante così ristretto, la democrazia è falsata: la motivazione che spinge a votare contro era più forte di quella d’andare a votare a favore.

Ma il problema della destra sparita resta, la delusione del suo elettorato è sacrosanta. Dicendo che la destra non ha pagato per la sua identità, non intendevo sostenere l’inverso, cioè che se fosse stata coerente e cazzuta avrebbe vinto alla grande. Forse avrebbe perso con maggior dignità, avrebbe un punto da cui ripartire, avrebbe almeno la fiducia dei suoi cari. Ma con le identità non si governano gli Stati; si fanno partiti di nicchia o al più larghi movimenti d’opposizione come è il caso di Marine Le Pen, ma non si va al governo.

Però a questo punto mi chiedo: ma ha senso andarci se poi si va via in modo disonorevole senza lasciar traccia di sé né un buon ricordo tra la tua gente?

Non sto parlando di Alemanno, questo è un bilancio di vent’anni di destra al governo. Non mi va tornare ancora sulla loro inadeguatezza, ma si sa che quello è il problema numero uno.

Dovrebbe rinnovarsi, la destra, riaccorparsi, ripartire da quel che ha di risorse, giovanili, collaterali e patrimoniali. Azzerare, selezionare, riunire, rilanciare. (A proposito, avete visto il prototipo della donna tra 100mila anni diffuso ieri dai media? Occhi grandi e sporgenti, fronte spaziosa, corporatura minuta – impressionate, è identico a Giorgia Meloni. Si è portata avanti nella specie, sarà lei la donna del futuro?).

Qualcuno però obietterà: ma serve ancora una destra o qualcosa che ne continui il ruolo, con altro nome? E serve una destra a parte, con un suo distinto movimento? Io penso di sì, penso che serva un movimento con un corpo aerodinamico e un’anima tradizionale; penso che serva a chi la pensa così, ma anche ai suoi alleati, soprattutto se in futuro non ci sarà un leader che avrà la forza di sintetizzare, senza polverizzare, le varie componenti del centrodestra.

Intanto chi viene da destra abbia il coraggio di fare un bilancio impietoso di questi anni. È stata al potere ma cosa ha lasciato per la destra, per le città, per l’Italia? Un pugno di mosche più qualche zanzara. Riparta da zero, con volti nuovi, teste capaci e cuori intrepidi. Se ci sono. m. veneziani ilgiornale.it

Ale-danno, per Alemanno è sempre colpa degli altri

Lunedì, 6 Febbraio 2012

Sedicente scalatore provetto, Alemanno dovette arrendersi nella scalata allo Shishapangma, il quattordicesimo monte tibetano più alto della terra e il più basso tra gli “Ottomila”, per un raffreddore o, come dicono i tanti zelatori miracolati dal sindaco dal cuore nero, per una broncopolmonite. Stavolta non ai ghiacciai si è arreso, ma alle falde dei pochi metri del Gianicolo e dell’Aventino, sotto 30 centimetri di neve. Ma senza rinunciare a una puerile e improvvida polemica con il capo della Protezione Civile che, come non capita di frequente, stavolta sembra avere tutte le carte in regola negli avvisi lanciati per l’emergenza in arrivo con i venti gelidi del nord.Trentacinque millimetri? Se nevica, come tutti sanno, e non solo i campioni di arrampicate, fanno 35 centimetri di neve. Ma lo scalatore tibetano non lo sa, cade nell’equivoco, pensa di uscirne con la guerra dei millimetri e ci alluviona di interviste televisive. “Millimetri, come il suo cervello”, ne conclude un blogger più che incazzato nella tundra gelida. Il senso di Alemanno per la neve diciamo che più che alla “K2″ è un po’ alla “barisienne”, dalla città portuale pugliese dove nacque, o alla “pariola”, il quartiere capitolino dove il papà generale dell’esercito lo condusse giovanetto a esercitarsi, tra piazza Euclide e piazza Pitagora, nelle arti del picchiatore nero, nutrito tra le mura del Liceo scientifico Righi.Incedere affrettato, sguardo basso, tratto alquanto isterico, debolezza evidente e autorità alquanto scadente rispetto agli squaletti neri affamati che lo attorniano in nome dei vecchi tempi delle mazze e delle molotov, il sindaco di Roma capitale delle calamità è diventato lui stesso “la calamità” agli occhi di migliaia di romani che nella notte di venerdì lo ha maledetto sul raccordo in una scena che neanche Federico Fellini era riuscito a rendere così cupa e ansiogena.Nel felliniano “Roma” il raccordo allagato era l’inferno metropolitano, nella “Fascistopoli” capitolina il raccordo imbiancato è diventato la tomba della Roma della “destra sociale”, sotto cui si radunarono, conquistato il potere municipale, le antiche pattuglie romane di Terza posizione, Forze nuove, Naziskin, Avanguardia nazionale e ultrà fascisti e profittatori di ogni specie.Stavolta sono arrivati davvero quasi tutti al potere con Gianni lo scalatore. Da Mokbel, l’uomo della grande truffa a Finmeccanica, fino a Vattani, il figlio console dell’ambasciatore Umberto animatore di Casa Pound e a Fabrizio Mottironi, ex Nuclei armati rivoluzionari, messo a capo di Buonitalia Spa. E intorno decine e decine di vecchi camerati che spuntano dappertutto in ruoli istituzionali, comunali e economici, come per placare un appetito di potere che viene da lontano e che dopo interi lustri seguiti alla sdoganamento berlusconiano, non è ancora placato.E che l’ex piccolo camerata del Liceo Righi non riuscirà mai a placare. L’ufficio di collocamento di Roma capitale di “Fascistopoli” non dimentica nessuno degli antichi camerati, in un’orgia di inadeguatezza e incapacità, talvolta popolata di incredibili figuri muniti di doppiopetto e cravatta.Talvolta antropologicamente simili agli eredi della Banda della Magliana, che negli ultimi mesi con le sparatorie hanno messo a ferro e fuoco la capitale in un continuo romanzo criminale.Questa è la Roma “legge e ordine” che Alemanno aveva promesso. Per i posti apicali, come si dice, il grande consulente del sindaco è il solito Luigi Bisignani, che ha appena patteggiato per gli imbrogli della P4. È dell’ex piduista, poi passato allo stato maggiore di Gianni Letta, che il sindaco si fida per le nomine più importanti, come quella di Cremonesi alla Camera di Commercio e di Basile all’Atac. Come ormai tutti sanno, Bisignani è un cultore della prevalenza del cretino nei ruoli di potere, perché così quelli che colloca li controlla meglio, come ha rivelato in una ormai famosa intercettazione telefonica.Con il sindaco di Roma va giù morbido, come nel burro: ogni parente suo o di qualcuno dei suoi che Alemanno colloca, l’inesauribile Bisi gli impone il suo cretino di turno. Ora la neve. Ma con l’acqua, come sul raccordo anulare di Fellini, il sindaco aveva già avuto a che fare un sacco di volte. Purtroppo sembra che, nella sua arroganza, anche l’esperienza riesca a insegnargli poco. Nel dicembre 2008 ci fu la piena del TevereAnche allora il sindaco se la prese con la Protezione civile. Ma nessuno in municipio aveva pensato a controllare la pulizia dalle foglie delle caditoie, i tombini romani per la cui manutenzione erano lautamente pagate le imprese napoletane di Alfredo Romeo. Fino al 20 ottobre scorso, quando Roma andò di nuovo sott’acqua e, come al solito, lui, sorpreso e stupito come fosse un passante, frignò contro qualche altro presunto colpevole.Ora ci racconta che il piano-neve – guarda un po’ – è stato ostacolato dalla neve. E va in tivù trenta volte in poche ore a chiedere una commissione d’inchiesta. È uno scherzo? O chiede che qualcuno lo metta finalmente sotto inchiesta per liberare da lui stesso Roma Capitale? Non vi illudete, per lui la colpa è sempre di qualcun altro. E con i suoi spin doctor ha deciso di spezzare le reni al ghiaccio. Mediaticamente. Ma sapete chi sono gli ultimi suoi spin doctor, dopo l’assunzione di circa 25 addetti al suo ufficio stampa? Tenetevi forte: il più ascoltato è Luigi Crespi, quel tipo che si definisce sondaggista, che visse per un po’ alle spalle di Berlusconi e che poi finì in bancarotta.Poi c’è Iole Cisnetto, la consorte di quel Cisnetto che organizza, finanziato soprattutto dalle imprese più care a Bisignani, “Cortinaincontra”, una specie di passerella di amministratori delegati in cerca di una ripresa televisiva e di una marchetta giornalistica, in cambio di un modesto contributo pagato dai loro azionisti. Alemanno la frequenta insieme alla sorella Gabriella, direttrice dell’Agenzia del Territorio. Andate a spalare la neve, ha detto il sindaco ai romani quando ha visto che le cose si mettevano male.Ma a Roma non si può fare. Uno che a Trastevere lo ascoltava in televisione ha commentato: “Aho, questo è più paraculo de Schettino, se vò godè la scena di Roma che lui ha affondato dallo scojo! Ci vada e ci resti, così non si bagna”.  a. statera repubblica.it

Alemanno, dimettiti!!!!

Sabato, 4 Febbraio 2012

Temis

Alemanno rin-tronato

Venerdì, 28 Ottobre 2011

Apre un negozio Trony a Roma e i 25.000 clienti accorsi fanno andare in tilt il traffico. leggiamo che il sindaco di Roma Gianni Alemanno adesso vuole chiedere i danni per i disagi subiti dalla città. Alla costante ricerca di un capro espiatorio per liberarsi dalle responsabilità per la sua incapacità di amministrare, Alemanno adesso se la prende anche con i pochi esercizi commerciali che vendono e producono ricchezza. Per i danni della scorsa settimana, quanto un temporale ha causato anche un morto, la colpa era della Protezione civile (peccato, che i tombini sono intasati, le foglie non vengono raccolte e le strade sono dissestate); ora, tocca Trony, responsabile di aver aperto un negozio che vende (peccato che a roma la metro è piccola, gli autobus sono sempre in ritardo). Ma, forse, non dovremnmo prendercela con Alemanno, ma con il suo spin-doctor….temis

Le Tod’s indossano Alemanno e il Colosseo

Lunedì, 4 Aprile 2011

Il principe Antonio De Curtis ci aveva provato con la Fontana di Trevi nel celebre Tototruffa.Cinquanta anni dopo, il Governo Berlusconi è riuscito nell’opera con il Colosseo. Il monumento italiano più famoso al mondo è stato ceduto alla Tod’s, nel senso che l’Anfiteatro Flavio e la sua immagine non sono più liberamente utilizzabili dal ministero dei Beni Culturali. Se, per esempio, lo Stato volesse affittare il Colosseo a una società cinematografica o a una casa automobilistica per usarlo come location di uno spot o come sfondo per una campagna dovrebbe chiedere il permesso alla Tod’s e a un’associazione ancora da costituire da parte della società calzaturiera che rivestirà in essa un ruolo predominante.L’accordo stipulato il 27 gennaio scorso dal Commissario straordinario all’area archeologica di Roma, l’architetto Roberto Cecchi, e da Diego Della Valle prevede l’impegno da parte della società di pagare i lavori di restauro del Colosseo per complessivi 25 milioni di euro e in cambio riserva alla Tod’s il diritto esclusivo sull’utilizzazione commerciale dell’immagine del Colosseo e permette allo sponsor dei lavori di costruire un centro servizi nell’area archeologica più vincolata del mondo.Oltre a una serie di diritti correlati come quello di apporre il marchio Tod’s sui cantieri del Colosseo e sui biglietti acquistati dai visitatori.L’accordo, descritto dall stampa come un atto di puro mecenatismo del valore di 25 milioni di euro “presenta molti lati oscuri”, secondo il segretario generale della Uil Beni Culturali, Gianfranco Cerasoli. Il sindacalista ha presentato un esposto alla Procura di Roma e alla Procura della Corte dei Conti, per chiedere di accertare eventuali profili di illegittimità. Nell’esposto Cerasoli cita un primo effetto dell’accordo: la richiesta presentata al Ministero (e sospesa a causa dell’accordo con la Tod’s) della Volkswagen di usare il Colosseo per il lancio di un nuovo modello. “Il problema sta”, scrive Cerasoli nell’esposto, “nella errata è grave sottovalutazione fatta dal Commissario nella valutazione economica di un accordo che qualsiasi economista valuta superiore ad oltre 200 milioni di euro considerando l’esclusività concessa e la durata superiore ai 15 anni con un piano di comunicazione e di commercializzazione spendibile in tutto il mondo”.Nell’articolo 4 dell’accordo si prevede che i “diritti concessi all’Associazione e allo Sponsor sono concessi senza limitazione territoriali e, pertanto sono esercitabili sia in Italia che all’estero”. La durata dei diritti in capo all’associazione è di 15 anni eventualmente prorogabili mentre i diritti dello sponsor Tod’s decorrono “dalla data di sottoscrizione dell’accordo e si protraggono per tutta la durata degli interventi di restauro e per i successivi due anni”. Il permesso per il lancio del nuovo modello della Volkswagen, insomma, potrebbe essere solo il primo di una lunga serie, come lo stesso Mario Resca, direttore generale per la valorizzazione del patrimonio culturale del ministero, ha confermato nell’intervista che pubblichiamo sotto. Il Fatto ha contattato il Commissario straordinario Roberto Cecchi ma non ha avuto alcuna risposta.Fonti vicine alla Tod’s, invece, spiegano: “Ci stupiamo dello stupore. Una società quotata in borsa che investe 25 milioni di euro nel restauro di un monumento deve motivare agli azionisti il suo comportamento. Sarebbe assurdo non prevedere un’esclusiva in favore di Tod’s nel periodo dei lavori”. Secondo le fonti vicine alla Tod’s “l’accordo è un esempio da seguire perché porta un vantaggio al paese, che restaura il suo patromonio senza spendere un euro, e alla società sponsor. Ma non si può pretendere di realizzare una simile operazione senza concedere l’esclusiva”. La posizione di Tod’s è legittima.Quello che lascia perplessi sono le modalità della stipula dell’accordo e la sua comunicazione. Il Commissario straordinario Roberto Cecchi aveva indetto una gara con scadenza il 30 ottobre del 2010 che effettivamente è andata deserta. Subito dopo però ha avviato le trattative solo con Tod’s, chiuse velocemente senza coinvolgere l’ufficio legislativo e il gabinetto del ministro né l’avvocatura. Anche la comunicazione dei contenuti dell’accordo è stata poco trasparente. L’allora ministro Sandro Bondi aveva parlato di “accordo storico”. Il sindaco di Roma Gianni Alemanno aveva detto: “Della Valle fa un grande regalo all’Italia”. Mentre per il sottosegretario alla presidenza Gianni Letta “Della Valle non è uno sponsor, ma un mecenate moderno”.Tutto vero. L’accordo sottoscritto dal patron della Tod’s prevede effettivamente un onere importante per la sua azienda. Ma accanto al do esiste un importante des rimasto finora sotto traccia. di Marco Lillo e Vito Laudadio il fatto quotidiano

Violentata? Alemanno illumina il Colosseo! (by Temis)

Venerdì, 18 Febbraio 2011

alemanno non deve illuminare il colosseo, ma fare in modo che le violenze, come quella dell’altro, non avvengano. il gesto di “solidarietà” del sindaco di roma è un modo come un altro per distogliere l’attenzione dalle sue responsabilità. testimoniando solidarietà si dichiara sostanzialmente estraneo al fatto. ma l’ordine e i vigili sono di competenza comunale. strano destino quello di roma. con veltroni girava questo sms: sei bloccato nel traffico? nessun problema: veltroni ti organizza un concerto. ora con alemanno possiamo aggiornarlo: temi una violenza? nessun problema, alemanno ti illumina il colosseo- temis

Pulisce Roma per vivere – facciamolo fare agli zingari!

Giovedì, 10 Febbraio 2011

Mario è un napoletano che ogni giorno pulisce sponte sua le strade di Roma. Non si può rubare, ha detto, Roma é sporca e io voglio pulirla. Il suo lavoro è apprezzato e Mario riceve monete da commercianti e cittadini: quanto basta per consentirgli di vivere e sentirsi utile. Ieri il Corriere della sera ha dedicato a Mario un bell’articolo. Il suo è un esempio che potrebbe risultare molto utile al sindaco di Roma che potrebbe promuovere organizzazioni di volontariato tra Rom, zingari e altri emarginati per reinserirli nella vita civile. E’ quanto prevede l’art. 118 Cost. che affida (anche) ai comuni la funzione di promuvere le iniziative di interesse generale dei cittadini. Basta con la beneficenza per Rom ed emarginati. Non serve a niente. Stimoliamoli a trovare un impegno che venga apprezzato da cittadini. Pulire i fanali delle auto è una presa in giro. Pulire le strade di Roma, una necessità. Temis

Alemanno, l’inadatto (by Caldarola)

Mercoledì, 9 Febbraio 2011

È ancora in edicola il numero di Panorama in cui Gianni Alemanno, verso la fine dell’intervista, indica fra le cose più riuscite della sua amministrazione la soluzione dei problemi dei rom. Dopo la terribile morte dei quattro ragazzini nel Campo di Tor Fiscale ha dichiarato lo stato d’emergenza indicando fra i responsabili della sciagura le amministrazioni precedenti e la burocrazia.
Ad agosto dello scorso anno un bimbo rom di tre anni era morto fra le fiamme della sua baracca alla Muratella. Dal dicembre 2008 al settembre 2010 i micro-campi abusivi della capitale sono passati da 60 a 209. Il prefetto è già commissario straordinario per l’emergenza rom. Alemanno ha avuto a disposizione 30 milioni di euro per affrontare la condizione dei nomadi. C’è un rapporto della polizia municipale del novembre del 2010 che indica «pericoli di igiene, salute e sicurezza per le persone e le cose» nel campo di Tor Fiscale. Fra il 2000 e il 2007 sono stati creati 7 villaggi attrezzati per circa 4500 persone. Dal 2008 ad oggi non si è fatto niente. Tuttavia Alemanno, dopo le commosse parole di partecipazione al dolore dei familiari dei bimbi bruciati, si è immediatamente preoccupato di polemizzare con chi ha chiesto case per i rom perché «se noi diffondiamo l’idea che basta arrivare a Roma per avere una casa popolare o tutta l’assistenza possibile – ha detto su Rai1 – rischieremmo di attrarre non qualche migliaio di nomadi ma centinaia di migliaia da tutta Europa». Quindi, par di capire, è meglio lasciarli così come sono, oppure nelle tendopoli, per dare il buon esempio. Vi abbiamo presentato il sindaco di Roma. Gianni Alemanno tre anni fa vinse inaspettatamente la gara con Rutelli. Il suo successo, che precedette di poco quello di Renata Polverini, segnò il definitivo ingresso nei centri di comando di una generazione che era stata fascista. Non ci interessa il loro passato. Vissuto nelle caserme al seguito del padre militare, non era difficile immaginare per il giovane pugliese, nato a Bari da genitori salentini e infine trapiantato a Roma, un percorso nella destra fatto di tanti episodi oscuri, di qualche arresto, dell’ascesa nell’organigramma a fianco di Gianfranco Fini e spesso in sintonia con il suocero Pino Rauti. Aderì alla svolta di Fiuggi con qualche mal di pancia e ben presto dette vita, accompagnandosi per un lungo tratto con Francesco Storace, che oggi lo contesta vivacemente, alla corrente della Destra sociale impregnata di cultura corporativa. Non guadagnò immediatamente né i galloni né la prima scena. C’erano Fini ad occupare tutti gli spazi e l’ingombrante presenza di un neo-moderato come Pinuccio Tatarella. Dietro di loro fremevano La Russa e Gasparri che, dopo un breve passaggio agli Interni, si guadagnò alla Comunicazione la gratitudine di Berlusconi per una legge scritta sotto dettatura. Alemanno aspettò il 2001 per diventare ministro e gli toccò l’Agricoltura e l’Ambiente. Qualche critico occhiuto scoprì dopo che aveva mantenuto rapporti strani con Callisto Tanzi ma fece il ministro con grande energia e abilità di comunicazione guadagnandosi gli elogi della sinistra. Il nuovo Alemanno sembrava un giocatore solitario, fuori dalla squadra dei colonnelli. Alpinista, linguaggio prefettizio, abiti scuri e passo militare, Alemanno varcò la soglia dei salotti del campo avverso. Amicizia con Carlin Petrini di Slow food, interviste con Fabio Fazio, Sabelli Fioretti e con la perfida Daria Bignardi che nelle Invasioni barbariche gli fece tirar fuori la collanina con la croce celtica che porta al collo in ricordo di un amico-camerata morto, Alemanno segue un suo personale cursus honorum. Frequenta i salotti buoni, la famiglia Cisnetto lo invita a Cortina-incontra, sfida Veltroni rimediando una provvidenziale sconfitta che lo segnala come uomo generoso in grado di far battaglie difficili, si guadagna la seconda nomination per la sfida con Rutelli che, dopo una campagna elettorale giocata interamente sul tema della sicurezza, vince fra le urla di gioia dei camerati che festeggiano con il braccio teso e dei tassisti ribelli alle regole che lo incoronano come re di Roma. Dopo più niente. La cronaca di questi primi tre anni dell’amministrazione romana è un libro bianco. Alemanno partecipa a tutte le cene del “generone”, non si perde una sfilata di moda, ma lascia andare la città al suo destino. Un mese fa il Sole 24 ore ha pubblicato la classifica dei sindaci più amati e quello di Roma si classifica al settantatreesimo posto. Appena pochi giorni prima Alemanno aveva subito una dura sconfitta sull’unica idea che aveva avuto, dopo quella di insediare a Roma un Casinò, quella cioè del circuito di Formula 1 che avrebbe dovuto svolgersi all’Eur, quartiere che i suoi critici dicono sia troppo nelle attenzioni del primo cittadino. Alemanno la stessa sera della ferale notizia del giornale con industriale sciolse la giunta, si riunì con Gasparri e Cicchitto consegnandosi allo stato maggiore berlusconiano e fece fuori l’unico assessore decente, il finiano Croppi che forse lo sfiderà da destra al prossimo turno. La classifica del Sole non è uno scherzo crudele di un’opinione pubblica volubile ma viene dopo una serie di scandali che hanno travolto l’amministrazione. La “parentopoli” romana porta alla luce centinaia di assunzioni discrezionali che premiano gli ambienti vicini al sindaco fino allo scandalo della guida dell’Ama-Ambiente assegnata a un personaggio della destra più radicale, ex nazista dicono lo cronache e la scoperta che un consigliere comunale a lui vicino, tale Orsi, è impigliato in faccende oscure e notti arcoriane. Intanto molte aree della città sembrano percorse da aggressive bande giovanili al punto che il figlio di Alemanno viene malmenato da una di queste e si fa sentire la presa della malavita. In risposta il sindaco propone la chiusura della serie tv Romanzo criminale, tratta dal libro di Giancarlo De Cataldo, perché la storia banda della Magliana può creare effetti imitativi. Correndo a vuoto ad Alemanno ormai manca il fiato. Un alpinista come lui sa che è un problema grave quando si è di fronte all’ultima scalata. Pensava di essere pronto per fare il vice-premier con Berlusconi o addirittura per prenderne il posto, ora viene considerato dai suoi stessi amici di partito un personaggio imbarazzante. La sua rapida ascesa e la sua odierna caduta non sono solo il simbolo di un fallimento personale. C’è qualcosa che riguarda una intera generazione. Non c’è nessuno dei personaggi che hanno fatto parte della generazione dei colonnelli che si sta salvando. Gasparri non l’hanno più voluto al governo, La Russa è diventato più silenzioso dopo aver delegittimato i comandi delle Forze Armate con l’intemerata afgana, Matteoli corre da una procura ad un’altra. Perduti gli ideali di una volta, si sono messi, spesso controvoglia, sulla scia di Fini fino all’approdo berlusconiano diventandone i laudatores più sfrenati fra l’irritazione dei vecchi di Forza Italia. La debacle del sindaco è la biografia di una classe dirigente che sa stare al seguito dei leader ma che lasciata sola non sa dove andare. A Roma toccano altri due anni e più di cura Alemanno. Sopravviverà? p.caldarola il riformista

Il fallimento della destra riformista (by Campi)

Mercoledì, 12 Gennaio 2011

Come giudicare la decisione di Gianni Alemanno di azzerare la giunta romana? Chi gli vuole bene e lo apprezza, magari in ragione della comune e pregressa militanza nella destra missina, l’ha considerata coraggiosa e responsabile, degna di un vero capo. Chi lo detesta e ne diffida, magari proprio in ragione dei suoi trascorsi politici, l’ha invece ritenuta avventata e dettata dalla disperazione, un puro escamotage. Per evitare di schierarci in modo troppo netto e pregiudiziale, diciamo che si è trattato di una scelta azzardata ma inevitabile, di un gesto che denota al tempo stesso lucidità (dunque la consapevolezza di aver toccato il fondo del discredito agli occhi dei cittadini) e preoccupazione (per uno scontro elettorale, nel 2013, che sondaggi alla mano potrebbe vedere il centrodestra soccombente dopo appena cinque anni alla guida della Capitale) . Di un cambio di passo nella gestione della città, assai carente soprattutto sul piano dell’ordinaria amministrazione, si parlava in effetti da tempo. Ma lo scandalo detto di Parentopoli, i feroci contrasti interni al centrodestra (sempre più diviso sul territorio in correnti e potentati) e, infine, la perdita crescente di consenso del primo cittadino, certificata dall’annuale rilevazione del Sole 24 Ore, hanno fatto precipitare la situazione, rendendo inutili i piccoli aggiustamenti di poltrone ai quali si stava pensando. Al maquillage estetico s’è dunque preferito, almeno sulla carta, un intervento radicale. Resta da capire se alle buone intenzione seguiranno i fatti. Un’idea, da alcuni ventilata in queste ore, potrebbe essere quella di allargare l’attuale maggioranza al Campidoglio, modificandone gli equilibri interni: ma l’Udc si è già chiamata fuori, mentre l’eventuale ingresso in giunta della Destra di Storace, pur con tutta la buona volontà, difficilmente potrebbe essere considerato un fattore politicamente qualificante o innovativo. Molto rumore ha fatto la notizia – lanciata da Repubblica – di un probabile ingresso in giunta, con l’incarico di vicesindaco, di Guido Bertolaso. Alemanno l’ha ampiamente smentita, considerandola una pura fantasia giornalistica. L’arrivo dell’uomo della Protezione civile, specialista in calamità e situazioni d’emergenza, sarebbe in effetti la certificazione, simbolica prima ancora che politica, di un colossale fallimento. Più che un’operazione d’affiancamento all’insegna della berlusconiana “cultura del fare”, che potrebbe peraltro preludere a un cambio di staffetta alla guida del Campidoglio quando i romani andranno nuovamente alle urne, si tratterebbe, nella percezione dell’opinione pubblica, di un commissariamento vero e proprio: imposto dai vertici nazionali del Pdl con la promessa per Alemanno di un suo ritorno da protagonista nel grande gioco della politica nazionale. Ed è proprio questo il problema: quali sono le reali intenzioni e ambizioni dell’attuale sindaco? Vuole davvero continuare nel suo prestigioso ma difficile incarico o ha la segreta intenzione di gettare la spugna alla prima occasione utile? Alcuni sostengono che la vittoria del 2008 lo abbia colto quasi di sorpresa: cercava una vetrina che ne accrescesse la popolarità e il prestigio agli occhi degli italiani, si è ritrovato suo malgrado a fare l’amministratore della città più difficile e cinica al mondo. Non aveva un programma per Roma o un’idea di governo da realizzare, salvo le parole d’ordine sulla sicurezza utilizzate durante la campagna elettorale, tantomeno avevano uomini d’esperienza e di qualità che potessero affiancarlo in un’impresa tanto complicata. E i risultati si sono visti in questi tre anni, nel corso dei quali – va detto per onestà – si è trovato ad affrontare una situazione finanziaria in effetti assai difficile, che ha negativamente condizionato molte delle sue scelte. Il suo timore – vera questa ipotesi – è di restare escluso da incarichi di governo e ruoli politici nazionali nel caso, quest’anno o il prossimo, si dovesse andare al voto anticipato. Inoltre, dopo la traumatica fuoriuscita di Fini dal Pdl chi se non Alemanno può ambire a rappresentare, con una qualche solidità culturale e una qualche capacità progettuale, la destra del centrodestra, sino a proporsi come vice o addirittura successore di Berlusconi? Ma come si possono coltivare sogni da leader politico o da capo del governo se tutti i giorni ci si deve occupare del traffico, delle periferie e delle buche per terra? In realtà, se non fosse impaziente o mal consigliato, Alemanno dovrebbe convincersi che il suo futuro politico è legato non agli accordi sottobanco firmati con qualche maggiorente del Pdl o alle lusinghe e promesse che Berlusconi privatamente gli ha fatto (a lui come a decine di altri aspiranti capi del centrodestra), bensì proprio al buongoverno – se ne sarà capace – della Capitale: che non è una prigione politica dorata, come forse egli teme, ma un trampolino di lancio per lui unica nonché un’occasione storica imperdibile per la componente politica che egli rappresenta. A oggi, come sostengono tutti gli osservatori, i risultati ottenuti alla guida della città non sono granché incoraggianti. Ma la risolutezza con cui ha aperto la crisi gli offre l’occasione per una reale inversione di rotta: per liberarsi dai troppi condizionamenti che ha dovuto sin qui subire dai suoi stessi alleati, per ritrovare un’intesa e un dialogo con i cittadini romani delusi dalle troppe promesse mancate, per scegliersi – non solo tra gli assessori, ma anche tra i dirigenti e gli amministratori alla guida delle municipalizzate – uomini migliori di quelli ai quali sin qui si è affidato, per imporre nuove regole di condotta nel governo della cosa pubblica e per stroncare così il malcostume, per elaborare infine un progetto organico di governo che sia all’altezza di una città come Roma e che vada oltre trovate ad effetto come l’abbattimento di Tor Bella Monaca o del muro di Meyer all’Ara Pacis. Saprà e vorrà farlo, puntando così a governare Roma per due mandati, o tirerà a campare per un paio di anni ancora dopo essersi messo d’accordo alla meglio con tutti i maggiorenti, nazionali e locali, del Pdl? Giovedì verrà presentata la nuova giunta capitolina e verrà anche illustrato il “cronoprogramma” (che orribile termine!) al quale essa si atterrà per l’immediato futuro. E sarà facile capire, già in quest’occasione, se sta per iniziare una nuova fase, finalmente all’altezza delle aspettative che l’elezione di Alemanno aveva suscitato anche al di là della sua area politica di provenienza, o se si sta soltanto consumando la fine di un’avventura nata per caso. a. campi il riformista

Niente pubblicità in centro – consigli ad Alemanno

Mercoledì, 5 Gennaio 2011

Londra è la capitale del consumismo. Eppure nessuna pubblicità deturpa le vie del centro. niente cartelloni sui muri, niente cartelloni sui marcepiadi. se la volete, la trovate negli appositi spazi nella metropolitana. non ci sembra che il commercio subisca alcun pregiudizio. anzi. Perchè, illustre sindaco Alemanno, non trascorre un w.e. di studio a Londra?