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Amato, adesso parlo io!

Mercoledì, 8 Maggio 2013

C’è un clima da Cina della banda dei Quattro. Allora arrivò Deng. Noi abbiamo Enrico Letta. Siamo passati dal governo dei professori al Parlamento dei fuoricorso. La loro unica lettura è Twitter». Giuliano Amato, in un colloquio con il Corriere, ammette di vivere «giorni di grande amarezza» poiché il suo curriculum è stato additato «come esempio di ciò che va distrutto; pare di stare in Cambogia quando sparavano a chiunque portasse gli occhiali».

Il giudizio sul Pd: «Ha dimenticato la lezione di Togliatti, è ridotto come il Psi prima dell’arrivo di Craxi». Nelle settimane in cui il suo nome è stato fatto – e bruciato – prima per il Quirinale poi per Palazzo Chigi, Giuliano Amato ha taciuto. Ora ha qualcosa da dire. «Sono giorni di grande amarezza per me e credo non solo per me. Ho visto il mio curriculum, lo specchio di una vita in cui io ho manifestato capacità, competenze e nulla altro, addotto a esempio di ciò che dobbiamo distruggere.

E l’amarezza è anche stata nel constatare quanto questo vento pesante abbia impaurito, in nome del consenso, anche coloro che avrebbero dovuto reagire e dire: “Ciò è inammissibile”. Purtroppo su questo pesa anche l’attuale condizione di un ceto politico le cui letture non vanno molto oltre Twitter, e se su Twitter legge 50 commenti negativi su di lei ne desume che il popolo la vede male».

Un simile clima, dice l’ex premier, «è un frutto avvelenato di stagione molto difficile, nella quale la dinamica essenziale di una società democratica, quella che chiamiamo scala sociale e deve permettere a chiunque di salire ai gradi più alti, si è in realtà fermata per molti.

Quando un quarantenne non ha un lavoro stabile, e forse non ha ancora un lavoro, allora ne viene fuori un bisogno di eguaglianza nel pauperismo: se a tanti di noi non è consentito salire la scala sociale, allora l’uguaglianza va realizzata sul gradino più basso. Ma questa è la rinuncia di una società a crescere. Accadde in Cina con la banda dei Quattro. È noto che Pol Pot aveva ordinato di sparare a chiunque, dagli occhiali che portava, si capisse che era un laureato. In Cina l”esplosione dei giovani più preparati davanti a questa costrizione coincise poi con l’arrivo del presidente Deng».

«Noi abbiamo Enrico Letta – sorride Amato, non con ironia ma con affetto -. Un giovane pieno di qualità. Che somigli o no al pediatra che viene a tranquillizzarti sui tuoi figli, io lo vedo di più come il papà che si tranquillizza all’arrivo del pediatra, è uno molto attento agli altri. Mi piacciono le persone che ascoltano tanto e poi si assumono le responsabilità. Io ho sempre fatto così, e vedo in lui la stessa attitudine.

Letta dispone di una qualità che l’Italia sta rovinando tra rabbia informatica e ostilità reciproca: ha la dote dell’equilibrio». Il problema, sostiene Amato, non riguarda le persone: «Dobbiamo aspettare un presidente Deng? O dobbiamo adoprarci perché si torni a dare credibilità alla scala sociale? Io l’ho vissuto con la mia esperienza. Ero entrato in quel collegio pisano in un tempo nel quale diversi di noi erano figli di famiglie modeste e tuttavia riuscimmo ad arrivare. Era l’Italia di oltre 50 anni fa.

Di recente l’abbiamo rievocata in un libro, in cui uno di noi, Alberto De Maio, racconta la sua amicizia con Tiziano Terzani, che diventò il suo angelo custode. Tiziano era figlio di un operaio di Firenze, abituato a dormire su un divano: l’unico letto l’avevano i genitori. Alberto era figlio di una famiglia calabrese altrettanto povera, che arrivò a Pisa con la classica valigia di carta, con mutandoni e cappottone addosso, a settembre, perché “là al Nord è freddo”.

Tiziano, sfottendolo come solo un fiorentino sa fare, gli prese la valigia e lo aiutò ad arrivare in collegio. In nome di questo ricordo, ho verificato che oggi ci sono molti più studenti figli di laureati di quanto il segmento di quelle famiglie pesi sulla struttura socio-demografica italiana; e ci sono troppo pochi studenti di famiglie meno abbienti. Mi chiedo: dobbiamo allargare a chi non riesce ad arrivare, o dobbiamo chiudere l’alta formazione?

La Costituzione scriveva allora e scrive ancora oggi che i capaci e i meritevoli devono accedere ai gradi più alti dell’istruzione. Io continuo a pensare che ci debba essere uno sventagliamento non inquinato da nepotismi, familismi o massonerie, e però tale da consentire al figlio del tassista che si sacrifica per far studiare il figlio di guadagnare più di suo padre, e di non essere trattato come un reprobo se riesce a farlo».

«Considero che quel che mi è accaduto abbia anche profili di immoralità. In particolare da parte dei diffamatori di professione, che hanno contribuito ad alimentare con ripetute falsità il clima che c’è stato in alcuni ambiti nei miei confronti. Siccome sono abituato a vedere le cose in termini che vanno al di là di me, mi rendo conto che se non viene ricostruita la prospettiva di un futuro sarà giocoforza che questa torva eguaglianza, che si deve consumare con gli occhi bassi su questo presente senza prospettive, sarà vincente.

Una democrazia vive se apre prospettive, non se le nega; e noi oggi abbiamo grosse difficoltà ad aprirle. Rischiamo di avvitarci in questa forma di purificazione attraverso lo zainetto sulle spalle, appagandoci di portare davvero la cuoca di Lenin in Parlamento: citazione troppo dotta per i tempi che corrono. Mettiamola così: siamo passati dal governo dei professori al Parlamento dei fuoricorso; troppa grazia. E affidiamo il governo del Paese a qualcuno che deve essere “uno di noi” allo stesso modo in cui potremmo pretendere che la guida dell’aereo sia affidata a “uno di noi”».

Chi sono i diffamatori? «Non voglio fare nomi, perché tanto ci pensa mia figlia, che fa l’avvocato di suo padre, a fare i nomi. L’unica ragione per cui sono contento della loro esistenza è che, in un periodo di magra professionale, il reddito di mia figlia già ha cominciato a trarre profitto da questi incorreggibili propalatori di falsi.

Sono pochi, ma in rete una menzogna si propala facilmente grazie alla voglia di esprimere dissenso e ostilità nei confronti di chi viene visto come casta. E allora tante cose non vere appaiono verosimili, compreso il fatto che se io ho avuto tanti incarichi sono come minimo massone. Se lei va su Google e digita Giuliano Amato, tra i titoli della prima schermata compare “Amato massone”. Sono andato ad aprirlo: era un altro Amato; ma era sotto il mio nome. Mia figlia si lamenta, dice che sono diventato un lavoro pesante per lei, ma è soddisfatta, perché le vince tutte».

Proviamo a enumerare le cause di impopolarità che le sono state rinfacciate. La pensione da 31 mila euro. «Un falso clamoroso. È una cifra lorda comprensiva del vitalizio, che verso in beneficenza. Sono forse l’unico ex parlamentare che non lo incassa». Il prelievo forzoso dai conti bancari nel ’92. «Sembra che io una bella notte, per provare il gusto del potere, lo volli esercitare sottraendo agli italiani una parte dei loro risparmi. Io mi trovai nella necessità di raccogliere in 48 ore 30 mila miliardi di lire. Il governatore Ciampi mi avvertì che era essenziale, perché i titoli pubblici continuassero a essere comprati, ridurre la falla emorragica che c’era nei nostri conti.

Passai un’intera notte a cercare alternative, e tutto l’apparato dei ministeri non riusciva ad andare oltre la proposta di aumentare l’Irpef, naturalmente ai ceti meno abbienti, oppure l’Iva sui prodotti popolari. Ricordo che dissi: “Queste cose le potete chiedere alla Thatcher, non a me”. Fu a quel punto che Goria, allora ministro delle Finanze, mi fece quella proposta. Risposi: “Gianni, lavoraci e dimmi domattina cosa ne pensa Ciampi”.

Il mattino dopo ci fu un equivoco: capii che Goria con la testa mi dicesse di sì quando chiesi se Ciampi era d’accordo; in realtà Ciampi non l’aveva neanche sentito, e la misura passò. In ogni caso continuo a pensare che aveva un elemento molto sgradevole ma fu socialmente più giusta che non aumentare l’Irpef o l’Iva. E io non avevo alternative».

C’è poi il caso Craxi. «Io ero stato contro di lui. Lo accettai quando il Psi si ridusse nella condizione in cui è oggi il Pd: tot capita tot sententiae; su mille questioni si hanno opinioni divergenti tra premier, sottosegretario e magari vicesegretario del partito. Ritenni che, in quel discredito in cui era caduto il Psi, Craxi fosse ciò di cui avevamo bisogno per l’autorevolezza che sapeva esprimere. Ho sempre collaborato con lui in termini politici.

Il signor Grillo, che mi definisce sul suo blog “tesoriere di Craxi”, mente sapendo di mentire: usa il termine che possa farmi apparire il più spregevole possibile. Io non ho mai avuto a che fare con le finanze del Psi. Ho collaborato con una stagione di riformismo, caduta progressivamente in un’alleanza divenuta di pura sopravvivenza. Rimane il fatto che Craxi ha finito per rappresentare il male di una stagione politica che, come lui stesso disse, aveva infettato molto più largamente che non lui, ma non necessariamente il suo intero partito.

C’è infatti chi dice Craxi, c’è chi dice socialista. Ancora oggi, rievocando uomini e donne che hanno rappresentato qualcosa di positivo per l’Italia, si sente dire: “Era una persona di qualità, nonostante fosse socialista”. Non lo possiamo più fare, ma andrebbe chiesto a un uomo del rigore di Luciano Cafagna i prezzi che ha pagato negli ultimi anni della sua vita al suo essere e non aver mai cessato di definirsi socialista».

Sicuro che al Pd serva un Craxi? «Al Pd, come all’Italia, servirebbe moltissimo un presidente Deng. Lo dico per scherzo; ma se il Pd non riesce finalmente a identificare se stesso con la costruzione di un futuro credibile per l’Italia, è evidente che la sua ragione sociale ha cessato di essere perseguibile, e diventa preda di lotte intestine che lo distruggono. Le lotte intestine possono distruggere anche un partito che ha ancora una ragione sociale; figuriamoci un partito che la perde».

Il governo con il Pdl durerà? «Per necessità, non per amore. È reso necessario da un risultato elettorale non nitido. Colpisce la difficoltà a prendere atto di questo, la debolezza identitaria di coloro che, timorosi di perdere se stessi, sembrano non capire che possono determinarsi circostanze in cui l’interesse del Paese impone di sacrificare l’interesse di partito. Togliatti non avrebbe avuto difficoltà né a capirlo, né a farlo capire.

Un po’ più di togliattismo sarebbe stato bene rimanesse pure nei suoi eredi. Ma sono bisnipoti dimentichi della vera grande lezione del partito comunista: cercare di interpretare i bisogni della nazione. Il Pci era prigioniero di una ideologia sbagliata, ma si collocava all’altezza della nazione. Ora siamo collocati all’altezza di “dì qualcosa di sinistra” o “famolo strano perché così è più di sinistra”».

La bocciatura di Prodi? «Raccapricciante. Era in Mali come rappresentante Onu, torna in Italia abbandonando la sua missione perché lo stanno eleggendo capo dello Stato; e invece no». E se le offrissero di guidare la Convenzione per le riforme? «Mi auguro che nessuno me lo chieda, perché non vorrei condividere il titolo che all’argomento dedicò il Giornale: “Amato è infinito”». a. cazzullo corriere

Amato, il vice capo dei ladri

Mercoledì, 17 Aprile 2013

Parliamoci chiaro: se mio padre era un criminale lo era anche Giuliano Amato”, dice Bobo Craxi. “Papà a capo di un partito di ladri? E allora Giuliano era il vice ladrone”, rincara Stefania, intervistata separatamente dal fratello.

E se il primo continua a negare l’esistenza stessa dei reati (“Prendere soldi per il partito non fa di un uomo un ladro, i veri delinquenti sono quelli che infettano il sangue”), Stefania Craxi è più pragmatica: “Amato estraneo al finanziamento illegale al partito? Abitava forse sulla luna? Non poteva non essere coinvolto. Il punto è, semmai, che lo facevano tutti”.

Fatto sta che vostro padre è morto latitante, mentre Giuliano Amato è tra i papabili per il Quirinale.

Bobo: Che devo dire? Il destino è beffardo. Ma nessuno, tantomeno mio padre, si aspettava che Giuliano si buttasse nel fuoco per lui. E infatti non lo fece. Ma non si stupì affatto: lo conosceva troppo bene.

Stefania: Certo, mio padre decise di assumersi le proprie responsabilità. Amato no.

Sul piano umano cosa pensate di lui?

Bobo: Amato, come politico, ha sempre avuto manchevolezze. E per natura non è mai stato interamente partecipe della vita politica del partito, tanto meno della sua fine. Non voleva certo andare a sbattere contro un muro.

Stefania: Stiamo parlando di un uomo estremamente intelligente. Come presidente della Repubblica dovrebbe però trovare quella franchezza che gli è mancata in passato. Perché al Quirinale serve un uomo risoluto: e infatti avrei preferito D’Alema.

Bettino Craxi non fu così diplomatico quando Amato prese le distanze dalla stagione di Tangentopoli. Lo ribattezzò “il becchino del Psi”.

Bobo: Quella fu una fase molto dura per mio padre. Io, vent’anni dopo, non ho la stessa animosità. Anche perché non fu Amato a scavargli la fossa: poi, è evidente, le sue fortune cominciarono proprio quando papà ci finì dentro. Stefania: Abbiamo avuto vari scontri, anche pubblici. Ed ero sempre io a incalzarlo, non certo lui. Ma so distinguere tra il passato – che non posso modificare – e il futuro di questo Paese.

Stefania: Abbiamo avuto vari scontri, anche pubblici. Ed ero sempre io ad incalzarlo, non certo lui. Ma so distinguere tra il passato – che non posso modificare – e il futuro di questo Paese

Quando vi siete conosciuti?

Bobo: All’inizio degli anni Ottanta. Amato era già a Palazzo Chigi, veniva dalla corrente giolittiana del partito. Era l’ala più accademica. Intellettuali rispettati, ma senza potere. Poi mio padre gli prospettò la possibilità di entrare nella stanza dei bottoni, e lui accettò di buon grado. Da quel momento la sua carriera decollò: divenne sottosegretario, poi andò al Tesoro. E ora che ha vissuto la sua seconda Repubblica, si prepara per la terza. Gode di longevità.

Come prenderebbero i socialisti la sua elezione a capo dello Stato?
Bobo: Non sarebbe una tragedia. Certo, non isseremmo le bandiere, ma non metteremmo nemmeno il lutto al braccio. Amato alla fine è come il grigio: va bene per tutte le stagioni.

Stefania: Sarebbe il terzo socialista che sale al Quirinale, dopo Saragat e Pertini. Ne sarei lieta. All’epoca non ebbe la forza di risollevare il Psi, se oggi diventasse capo dello Stato non potrebbe più…

Defilarsi?

Stefania: L’ha detto lei, comunque sì.

E i vostri rapporti come sono?
Stefania: Io sono cresciuta con una signora che sedeva a tavola con noi ogni sera: la politica. So apprezzare l’intelligenza di chi lavorava con mio padre. E poi Amato ha lasciato il testimone a mio marito: la presidenza del tennis club di Orbetello.

Bobo: L’ultima volta che ci siamo incontrati è stata al Viminale quando era ministro dell’Interno. Anche se non ci vedevamo da quindici anni, mi trattava come si ci fossimo parlati mezz’ora prima. Segno che, tra persone intelligenti, i rapporti umani – nonostante tutto – restano buoni.

Umani?

Bobo: Diciamo politici. Beatrice Borromeo per “Il Fatto Quotidiano”

La Cattolica, il giuramento “con riserva interiore”

Lunedì, 17 Settembre 2012

Ottantuno anni fa, per l’esattezza il 28 agosto 1931, veniva promulgato il Regio Decreto n. 1227, recante «Disposizioni urgenti sull’Istruzione superiore». Si tratta proprio di quel provvedimento normativo che conteneva il famigerato articolo 18, ovvero l’obbligo per i docenti universitari di prestare giuramento al potere politico, quale conditio sine qua non per poter accedere alla cattedra o per poterla mantenere. Un odioso ricatto perpetrato attraverso la seguente formula: «Giuro di essere fedele al Re, ai suoi reali successori e al Regime Fascista, di osservare lealmente lo Statuto e le altre leggi dello Stato, di osservare l’ufficio di insegnante e adempiere tutti i doveri accademici col proposito di formare cittadini operosi, probi e devoti alla Patria e al Regime Fascista. Giuro che non appartengo né apparterrò ad associazioni o partiti, la cui attività non si concili coi doveri del mio ufficio». Pare che in tutta Italia furono solo una quindicina, su oltre milleduecento, i docenti che ebbero il coraggio di rifiutare il giuramento di fedeltà al fascismo, perdendo così la cattedra universitaria. 
Chi ritenga che tale episodio possa essere riferibile solo ad un triste e lontano passato, è subito servito. Le ideologie mutano i contenuti, ma non i metodi. Imperando nell’Italia 2012 la dittatura del relativismo, i docenti universitari sono ora sottoposti ad altre formule di giuramento, onde garantirsi o mantenersi la relativa cattedra. Accade ad un giovane docente dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, al quale viene draconianamente imposta la sottoscrizione del Codice Etico del medesimo Ateneo, per poter accedere alla possibilità d’insegnamento. Senza adesione ai principi del Codice, nessuna lettera d’incarico.
Essendo il giovane aspirante docente di fede cattolica, apostolica, romana (capita che ve ne siano anche presso l’Università Cattolica di Milano), egli nutre forti dubbi circa il contenuto del documento che è tenuto obbligatoriamente a sottoscrivere. La propria coscienza impedisce un’adesione acritica per le seguenti ragioni.
1) Non condivide il fatto che in tutte le trenta pagine che costituiscono tale Codice Etico, non si faccia, neppure una sola volta, un benché minimo riferimento alla Fede Cattolica, che connota fin dalla sua denominazione l’Ateneo milanese.
2) Non condivide il fatto che nel Preambolo del Codice, ove si precisano natura e finalità dell’Università, si faccia un generico riferimento al “cristianesimo”, senza mai citare una sola volta un benché minimo richiamo ai valori, agli ideali, ai principi della Fede Cattolica, ad onta della saggia regola secondo cui un’Istituzione che non riconosce le proprie radici non ha futuro.
3) Non condivide che nell’articolare le finalità dell’Università Cattolica si sia omesso ogni riferimento alla Costituzione Apostolica Ex Corde Ecclesiae, al Magistero ed alla dottrina sociale della Chiesa Cattolica.
4) Non accetta l’adesione acritica al Trattato dell’Unione Europea che viene incomprensibilmente imposta, atteso il pesante giudizio negativo espresso da Sua Eccellenza Mons. Dominique Marie Jean Rey, Vescovo di Frejus-Toulon, secondo cui tale documento «rappresenta in molti punti una rottura intellettuale e morale con le altre grandi formulazioni giuridiche internazionali, presentando una visione relativistica ed evolutiva dei diritti dell’uomo che mette in causa i principi del diritto naturale». Non dimentica neppure, tra l’altro, che gli estensori del Trattato che l’Università impone di far firmare, si siano ostinatamente rifiutati di richiamare, nel suo preambolo, le radici cristiane della cultura europea, nonostante i ripetuti ed accorati appelli del Beato Giovanni Paolo II, rimasti inascoltati. Valendo anche in questo caso, il principio per cui un’Istituzione che non riconosce le proprie radici non ha futuro, il giovane aspirante docente non comprende per quale ragionevole motivo debba essere costretto a riconoscere un simile Trattato “menomato”.
5) Non accetta il concetto di una discriminazione fondata sul cosiddetto «orientamento sessuale», in quanto tale criterio non è condiviso dal Magistero della Chiesa Cattolica, né tantomeno condivide le espressioni previste nel Codice Etico quali «genere» e «scelte familiari», frutti avvelenati dell’odierna cultura relativista coraggiosamente combattuta da Sua Santità Benedetto XVI.
6) Non accetta l’obbligo di sottoscrivere l’adesione a generici «valori fondamentali dell’integrità, dell’onestà, della legalità, della solidarietà, della sussidiarietà, dell’accoglienza, del dialogo, dell’eccellenza, del decoro, della valorizzazione del merito, delle capacità e delle competenze individuali, dell’uguaglianza, nonché della prevenzione e del rifiuto di ogni ingiusta discriminazione, violenza, abuso e attenzione impropria». Ritiene, infatti, che nel Codice Etico di un’Università Cattolica si dovrebbe aderire a valori meno generici, buoni forse per chi non ha la grazia di essere illuminato dalla Fede.
7) Non accetta l’eccessiva enfasi e la stessa collocazione all’art. 2 del Codice Etico, di una disposizione composta di ben quattro commi, intitolata «Abusi sessuali e morali», che pare figlia di una posizione culturale “sessocentrica”, tipica della società contemporanea.
8) Nutre, infine, fortissimi dubbi che il Codice Etico approvato – certamente configurabile quale «atto ufficiale dell’Università» – sia pienamente conforme alle disposizioni delle Norme Generali emanate nella citata Costituzione Apostolica Ex Corde Ecclesiae, con particolare riguardo all’art.2, § 4, delle stesse Norme («ogni atto ufficiale dell’Università deve essere in accordo con la sua identità cattolica»).
Eppure, non gli è consentita alcuna alternativa. L’adesione ai principi contenuti nel Codice Etico, rappresenta un requisito essenziale ed imprescindibile per poter insegnare presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Non so se il giovane aspirante docente entrerà a far parte della categoria dei coraggiosi quindici che rifiutarono il ricatto del famigerato articolo 18, o degli altri milleduecento codardi conformisti che si adeguarono alla violenza psicologica del potere. Questo riguarda la sua vita personale e la sua coscienza. Quello che si può constatare è quanto tutto ciò appaia penosamente triste. 

Un ultimo inciso di carattere storico. Pare che sia stato proprio Padre Agostino Gemelli a suggerire a Sua Santità Pio XI, l’idea del giuramento «con riserva interiore», un escamotage per consentire ai docenti cattolici di continuare ad insegnare nelle università italiane. Chissà cosa avrebbe pensato il fondatore della Cattolica, se qualcuno gli avesse detto che ottantuno anni dopo, quell’escamotage sarebbe potuto servire anche per la sua università. Forse nella Cripta della Cappella dell’Università Cattolica potrebbero notarsi anomali sommovimenti. E’ lì che è sepolto Padre Agostino Gemelli. g. amato culturacattolica.it

Figli incestuosi, perchè vogliono riconoscerli

Giovedì, 19 Luglio 2012

Occorre sgombrare qualche dubbio sulla questione del riconoscimento dei figli incestuosi.Cominciamo illustrando quale sia il vero background culturale dell’iniziativa, e con qualche dato parlamentare a pochi noto. Paladini della legalizzazione dell’incesto sono da sempre i radicali. Questi non sono per nulla sprovveduti e le loro battaglie ubbidiscono sempre ad una ferrea logica, secondo una strategia che nasce da un’intelligenza luciferina. Perciò hanno compreso subito che il cavallo di Troia per eliminare il tabù dell’incesto avrebbe dovuto necessariamente passare per il riconoscimento dei figli incestuosi, sulla base del ragionamento capzioso per cui «le colpe dei genitori non devono ricadere sui figli». Così il 24 ottobre 2008 la Senatrice radicale Donatella Poretti ha presentato il Disegno di Legge S.1154, avente per oggetto, appunto, il riconoscimento dei figli incestuosi, attualmente assegnato alla 2° Commissione permanente (Giustizia) del Senato. La prova di questa fine strategia appare evidente dalla lettura del successivo Disegno di Legge della stessa senatrice radicale, S.1155, quello relativo alla «depenalizzazione dei delitti contro la morale della famiglia», con cui si chiede, tra l’altro, anche l’abrogazione del reato di incesto, e quindi la sua legalizzazione di fatto.Alcuni passaggi della relazione introduttiva a quel Disegno di Legge appaiono emblematici:
«I due articoli che si intende abrogare, articolo 564 (Incesto) e articolo 565 (Attentati alla morale familiare commessi col mezzo della stampa periodica), marchiano il nostro codice penale di un reato contro la morale di cui non si capisce l’utilità, se non per creare confusione tra peccato e reato, tipica di leggi di Stati confessionali e non laici come il nostro. (…) Il rigetto sociale di un comportamento come quello in esame, e la sua previsione di reato contro la morale, ha comportato come altra terribile conseguenza il fatto che le colpe dei genitori ricadessero sui figli. (…) La conferma che più che un reato deve intendersi come un peccato per alcune confessioni religiose, è nelle parole del presidente della Cei, monsignor Angelo Bagnasco, quando nell’ambito di un dibattito su una legge per le coppie di fatto (i cosiddetti Pacs in Francia), ebbe a mettere sullo stesso piano le richieste di legalizzazione delle forme di convivenza, delle relazioni incestuose e della pedofilia: “Oggi ci scandalizziamo, ma se viene a cadere il criterio dell’etica che riguarda la natura umana, che è anzitutto un dato di natura e non di cultura, è difficile dire no. Se il criterio sommo del bene e del male è la libertà di ciascuno, come autodeterminazione, come scelta, allora se uno, due o più sono consenzienti, fanno quello che vogliono perché non esiste più un criterio oggettivo sul piano morale e questo criterio riguarda non più l’uomo nella sua libertà di scelta, ma nel suo dato di natura”. Per i credenti cattolici siamo certi che queste parole saranno da guida per i loro comportamenti personali, ma come cittadini di uno Stato laico vorremmo porre alla base di ogni legge il principio che “la mia libertà finisce dove inizia quella degli altri” (Martin Luther King)».Anche il Disegno di Legge n.1155 giace dal 2008 presso la 2° Commissione permanente (Giustizia) del Senato, in attesa di essere, un giorno, discusso e votato. 
Nel frattempo, il riconoscimento dei figli incestuosi è riuscito a passare il 30 maggio 2011 alla Camera e lo scorso 16 maggio al Senato, trovando ospitalità nel Disegno di Legge in materia di riconoscimento di figli naturali d’iniziativa dei deputati Mussolini, Carlucci, Bindi, Ferranti ed altri, con cui si intendono parificare i figli legittimi a quelli naturali (compresi gli incestuosi). Una parificazione assai pericolosa sotto il profilo antropologico, culturale e sociale. Ora, per opporsi al tentativo surrettizio di sdoganare il tabù dell’incesto attraverso il riconoscimento dei figli incestuosi, soprattutto alla luce dell’insidiosa questione delle colpe dei genitori che ricadrebbero sui figli innocenti, occorre fare tre considerazioni.
1) Il divieto di riconoscimento dei figli illegittimi non opera in due casi, relativi a situazioni ed eventi che riguardano i rapporti tra genitori, sui quali comunque il figlio nulla può: l’ignoranza in cui gli stessi genitori, al momento del concepimento, versassero circa il vincolo esistente tra loro (nel caso in cui uno solo dei genitori fosse in buona fede, solo questi può effettuare il riconoscimento; ipotesi cui è assimilato il caso di chi ha subito violenza sessuale) e, ovviamente, la dichiarata nullità del matrimonio da cui il rapporto di affinità sarebbe derivato.
2) I figli incestuosi non riconoscibili oggi godono di una certa tutela, essendo loro riconosciuta l’azione nei confronti dei genitori naturali per ottenere il mantenimento, l’istruzione e l’educazione o, se maggiorenni in stato di bisogno, per ottenere gli alimenti, e alla morte dei genitori hanno diritto ad un assegno vitalizio pari alla rendita della quota che sarebbe spettata loro se fossero stati riconosciuti. A causa del divieto di riconoscimento, però, questi figli non possono assumere il cognome del genitore, non possono essere sottoposti alla potestà di tale genitore, e non hanno i diritti successori spettanti ai figli naturali, ma, come abbiamo visto, un assegno vitalizio. Attribuire questi ultimi diritti (cognome, potestà genitoriale, e successione), infatti, significherebbe riconoscere indirettamente un contesto familiare illegittimo per il nostro ordinamento giuridico e in contrasto con i principi costituzionali. Una famiglia incestuosa di fatto. 
Secondo la dottrina giuridica «l’ampliamento dei diritti di figli di genitori incestuosi rischia di comportare una lettura diversa della famiglia che elimini del tutto il rilievo atavico dell’incesto», ed il «desiderio di offrire a tutti i figli, senza esclusione alcuna, la tutela massima prevista dall’ordinamento presta il fianco ad una possibile interpretazione estensiva, così da considerare “famiglia” anche quella nascente dal rapporto incestuoso, perché ciò che notoriamente e comunemente è considerato diritto fondamentale del fanciullo è il crescere in una famiglia» (PAOLO CENDON, RITA ROSSI, Famiglia e Persone, UTET 2008, volume I, p.371) 
3) Come ha giustamente evidenziato il Forum delle Associazioni Familiari, non può considerasi un interesse dei figli il fatto di vedere certificata e pubblicamente conclamata la propria origine incestuosa. A meno che – e qui sta il punto – non si voglia far considerare “normale” tale condizione, una normalità riconosciuta e tutelata dallo Stato, attraverso una totale parificazione coi figli legittimi. Sempre secondo la dottrina, «l’ordinamento giustamente presuppone che il mantenimento di significativi rapporti affettivi con i genitori incestuosi costituisca un pregiudizio per i minori» (ALESSIO ANCESCHI, Rapporti tra genitori e figli – profili di responsabilità, GIUFFRE’ 2007, p.15). E ancora la dottrina pone l’accento sugli «effetti di natura psicologica e di integrazione sociale» che possono derivare al riconoscimento pubblico di «figli che, ufficialmente e nei confronti della collettività, saranno figli del fratello o della sorella o del nonno”, evidenziando che “tale realtà potrebbe avere conseguenze devastanti» (PAOLO CENDON, RITA ROSSI, Famiglia e Persone, UTET 2008, volume I, p. 371). Ricordiamo, poi, che se passasse alla Camera il riconoscimento dei figli incestuosi, questo potrebbe comportare anche la possibilità, seppure filtrata dal vaglio del giudice, dell’inserimento di tali figli nella famiglia dell’uno o dell’altro genitore, con tutte le implicazioni ben immaginabili.

Se lo Stato arrivasse a riconoscere e tutelare il frutto dell’unione di due adulti consanguinei, prima o poi finirebbe inevitabilmente per riconoscere la legittimità di tale unione. I figli incestuosi, come abbiamo visto, godono già di tutele e di diritti sotto il profilo economico, ma non possono essere riconosciuti, perché questo significherebbe inserirli anche idealmente in un contesto familiare fatto di due genitori biologici consanguinei. I figli incestuosi non possono far parte, neppure idealmente, di un quadro e di un progetto familiare, per questo si può e si deve negare loro, ad esempio, il diritto ad ottenere il cognome, il diritto ad una successione piena e la possibilità che i genitori incestuosi esercitino su di loro la potestà genitoriale. Non si tratta di una cattiveria nei confronti di soggetti innocenti, ma di salvaguardare il concetto di famiglia ed arrestare il processo culturale che tende alla liberalizzazione dell’incesto, ovvero alla regressione dei rapporti familiari allo stato animale.Di ciò ne erano pienamente consci, peraltro, gli stessi Padri Costituenti. Il 16 gennaio 1947, infatti, la Commissione per la Costituzione in seduta plenaria discusse sulla condizione dei figli nati fuori del matrimonio, e in quella sede, proprio a proposito dei figli incestuosi, il costituente Senatore Umberto Merlin fu estremamente lucido: «Dire che non è logico far ricadere sui figli innocenti la colpa dei padri, è tesi bellissima, da romanzo, ma non è argomento persuasivo per il legislatore e soprattutto per il legislatore costituente, il quale deve formulare gli articoli con il cuore, sì, ma soprattutto con la ragione». Il cuore può arrivare a comprendere il desiderio di un figlio di entrare a far parte della comunione familiare con i genitori incestuosi che lo hanno generato, ma la ragione ha bene chiari i motivi per cui quel desiderio non si può realizzare, nell’interesse dello stesso figlio e della comunità sociale. Quelle parole pronunciate nel 1947 sono ancora più vere oggi che è in atto un’evidente operazione culturale finalizzata a sovvertire la visione antropologica dell’uomo ereditata in Occidente dalla civiltà greco-romana e da quella giudaico-cristiana. I disegni di legge radicali ne sono una conferma. E, del resto, la stessa cosa è avvenuta in passato, ad esempio, con i transessuali. Un lento e ponderato processo che, passo dopo passo e attraverso una sapiente propaganda massmediatica, ha portato a rendere normale e accettabile, nell’opinione pubblica, la figura dei transessuali. Gli ingegneri insegnano che le grandi dighe non crollano all’improvviso e di colpo, ma collassano per l’azione di piccole crepe. Il riconoscimento dei figli incestuosi, in questo senso, rappresenta una pericolosissima ed insidiosa crepa. g. amato riscossa cristiana

Amato, scelto da Monti per il Quirinale

Mercoledì, 2 Maggio 2012

Monti a che titolo ha scelto Amato per studiare i tagli a partiti e sindacati? è un politico, è stato vice segretario di un partito, il PSI, e di un segretario, Craxi, che sono stati travolti da Tangentopoli; è stato professore universitario ma la sua stella ha brillato in politica e non negli studi. Per TEMIS Monti ha scelto Amato non solo e non tanto per rendere più digeribili a politici e sindacati i tagli ma per aprire la corsa al Quirinale. Con questo incarico, Amato acquista visibilità, si pone fuori dalla Casta ed acquista un potere di condizionamento nei confronti dei grandi elettori. Andreotti diceva che a pensare male si fa peccato, ma spesso ci si azzeccha. TEMIS

UE, chi ha sbagliato adessi paghi

Giovedì, 24 Novembre 2011

Chi ha fatto male l’Europa, deve subirne le conseguenze. La chiamata a responsabilità vale per tutti. La crisi sta dimostrando che il vero problema è la struttura dell’Eurozona e il ruolo della BCE. I padri nobili dell’UE si stanno rivelando dei patrigni incapaciti.  Da Prodi, Amato, Ciampi, Fini a Monti. Nessuno di loro fa il mea culpa. Nessuno li chiama a responsabilità…. temis

Amato, da Craxi e da Monti?

Lunedì, 14 Novembre 2011

Ci vuole coraggio per definirlo un tecnico. Sono pochi i professionisti della politica ad avere un curriculum denso come quello di Giuliano Amato. Quattro legislature da deputato, una da senatore, in parlamento fino al 2008. Socialista, fedelissimo di Bettino Craxi che poi tradì. Commissario politico della federazione socialista di Torino, vicesegretario generale del partito.Candidato alla presidenza dei Democratici di sinistra nel 2001 (ma l’ipotesi poi tramontò), tifoso e sponsor dell’Ulivo qualche anno più tardi, nel 2007 membro del Comitato nazionale per il Partito Democratico. Un politico di parte, che talvolta ha cambiato parte. Due volte presidente del Consiglio, nella Prima Repubblica pugnalando il Craxi ferito e morente e nella Seconda Repubblica alla guida del governo dell’Ulivo dopo le dimissioni di Massimo D’Alema da palazzo Chigi.

Sottosegretario alla presidenza del Consiglio con Bettino Craxi, poi ministro del Tesoro sia con Giovanni Goria che con Ciriaco De Mita nella prima Repubblica e con Massimo D’Alema nella seconda Repubblica. Con D’Alema, fino alle dimissioni di Carlo Azeglio Ciampi eletto presidente della Repubblica, fu anche ministro delle Riforme Costituzionali. Ministro dell’Interno nell’ultimo governo di Romano Prodi, fino al 2008. La sola ipotesi che Amato venisse inserito nella squadra tecnica di Monti ieri ha suscitato ovunque, soprattutto in rete, polemiche e scongiuri nelle fila del centrodestra come in quelle del centrosinistra. Quasi tutti i giornali lo inserivano in squadra, sia pure in caselle diverse.

Lui non è restato nell’ombra: ha editorialeggiato sul Sole 24 Ore sparando contro le elezioni (facile, nessuno più le chiedeva) sotto il titolo “Con le urne si perdono euro ed onore”. Appena diffusasi l’indiscrezione di un ritorno di Amato nell’esecutivo il commento più blando è stato «corriamo in banca a ritirare i nostri soldi», a testimoniare come sia incancellabile nel ricordo comune quella notte del 1992 quando il socialista premier portò via dai conti correnti degli italiani il sei per mille.

Memoria per altro rinfrescata dalla assai più recente proposta di Amato quando più o meno un anno fa lanciò nel dibattito politico la patrimoniale. Mica una carezza: aveva in mente di portare via a ogni famiglia italiana 30 mila euro in due anni, roba da furto con scasso (per altro irrealizzabile perché la maggiore parte delle famiglie quei 30 mila euro non possiedono, manco volendo portare l’oro alla patria). Sul social network Twitter c’era chi ieri protestava verso chi sbarrava la strada a Gianni Letta nel governo e poi rifilava fra i ministri tecnici lo stesso Amato (#amatononeuntecnico era l’hashtag creato per l’occasione).

Altri ironizzavano sul tecnico che «ci vuole per tagliare le pensioni». In effetti Amato è una sorta di recordman nel cumulo previdenziale, che oggi gode di un assegno lordo mensile di oltre 31mila euro. Quando Lilli Gruber a settembre gli chiese se era vero che aveva una pensione così alta, Amato rispose da politico consumato: «Scusi, non capisco la domanda». Deve averla capita bene invece chi oggi grida implorando Monti: «No, lui al governo, no!».La bugia su Amato tecnico (chi la propala sostiene «da tempo non è più parlamentare », ma è solo dal 2008) irrita anche la parte della sinistra più giustizialista, che di Amato ricorda ancora il celebre “decreto salva-ladri” che provò a proporre nel 1993, dopo essersi pentito di avere pugnalato troppo alle spalle il povero Craxi. Nell’archivio della Camera e del Senato c’è ancora la sua lettera manoscritta a Bettino del 9 febbraio del 1993 per rassicurarlo che presto lo avrebbe tirato fuori dai guai giudiziari: «Vorrei chiederti di avere fiducia in quel che io sto cercando di fare», spiegando come «l’estensione dei patteggiamenti e delle sospensioni condizionali sia una strada percorribile».La lettera alla fine cercava di ingraziarsi Craxi con una buona notizia per l’ex leader ad Hammameth: stava per finire nei guai giudiziari l’altro traditore dell’epoca, Claudio Martelli: «Claudio mi pare ormai in pericolo», e si chiudeva con un «Io sono qua. E continuo ad esserti grato ed amico». Parole che non scatenano applausi ad esempio nelle fila dell’Idv, dove già una volta si è dovuta accettare a denti stretti la compagnia di Amato in un esecutivo. Gli archivi storici per altro sono zeppi di carteggi Craxi-Amato e difficilmente la lettura scatena entusiasmi a sinistra.Nemmeno quelli più banali, come la letterina del 24 febbraio 1984 scritta dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Amato al suo premier Bettino: «Il lavoro è molto, ma non abbastanza da fare dimenticare una bella ricorrenza come il tuo compleanno». Una storia politica densa, talvolta imbarazzante, sempre da uomo schierato. Deve avere ragione Monti che ieri al Quirinale ha definito «pura fantasia» la lista dei candidati ministri del suo governo. No, non può essere il nome di Amato ad essere inserito in un governo di tecnici. f.bechis libero.it

Monti, come ti costruisco il premier che seppellirà l’Italia

Venerdì, 11 Novembre 2011

da un mesetto andava alle trasmissioni televisive, come quella di gad lener. da un mesetto, scriveva di politica e ai politici, come nel caso di berlusconi. iniziative singolari per un uomo riservato come monti, ma necessarie per renderlo noto al grande pubblico. nel suo attivismo mediativo aveva un solo concorrente tra le riserve della repubblica: giuliano amato e non è un caso che quello di amato sia il solo nome che gli ha fatto concorrenza per la successione a berlusconi (a dimostrazione che il piatto servito al cavaliere era stato cucinato da tempo e per temnpo). poi, la nomina senatore a vita per spazzare ogni rivalità e incertezza. monti, una carriera costituita a tavolino. viene alla mente il libro di n. klein: shock economy: le crisi “economiche” sono utilizzate per imporre misure “politiche”. la crisi è stata creata. il decisore sta per essere varato. la valanga è pronta a cadere a valle sommergendo gli italioti (come sempre consenzienti. ben gli sta, allora!). cari lettori, le misure di monti formalmente “saneranno l’economia italiana” (tutti dicono che non siamo la grecia e che non siamo terminali, ma allora cosa c’è da sanare?), ma nei fatti “trasformeranno la struttura socio-economica del Paese”. sono aperte le scommesse…  temis

La crociera sul Britannia prima del governo tecnico

Mercoledì, 9 Novembre 2011

Il 2 giugno del 1992 il direttore del Tesoro, Mario Draghi, sale sulla passerella del Royal Yacht “Britannia”, il panfilo della Regina Elisabetta ormeggiato nel porto di Civitavecchia. Draghi ha con sé l’invito ricevuto dai British Invisibles, che non sono i protagonisti di un romanzo complottista bensì i rappresentanti di un influente gruppo di pressione della City londinese, “invisibles” nel senso che si occupano di transazioni che non riguardano merci ma servizi finanziari.I Warburg, i Barings, i Barclays, ma anche i rappresentanti di Goldman Sachs, finanzieri e banchieri del capitalismo che funziona, o funzionava, sono venuti a spiegare a un gruppo di imprenditori e boiardi di Stato italiani come fare le privatizzazioni.Per il nostro Paese ci sono il già citato Draghi, il presidente di Bankitalia Ciampi, Beniamino Andreatta, Mario Baldassarri, i vertici di Iri, Eni, Ina, Comit, delle grandi partecipate che di lì a poco sarebbero state “svendute”, così si dice, senza grande acume proprio da coloro che nell’ultimo scorcio della Prima Repubblica le avevano trasformate nei “gioielli di famiglia”. Allora come oggi l’Europa tuonava contro l’Italia incapace di far fronte al debito pubblico, gli imponeva regole draconiane per entrare nell’euro, gli speculatori s’interessavano al nostro Paese, ed una classe politica in fase calante stava per essere travolta dal sol della magistratura.Per gli invitati saliti sul Britannia fu un bagno di realismo: il capitalismo transnazionale, la tecno-finanza, i corsari della “deregulation” gettavano nel grande gioco la nostra piccola economia chiusa in se stessa, che durante la Guerra Fredda era prosperata all’ombra di Mamma Stato in modo neanche troppo miserabile viste le imprese di Mattei. Dopo aver assistito alle esercitazioni militari di una fregata inglese, con tanto di lancio di paracadutisti, Mario Draghi tenne una breve relazione sottocoperta spiegando agli astanti onori ed oneri delle privatizzazioni, con un certo malcelato scetticismo – lui che di quella elite sovrastatuale è sempre stato l’alfiere – sulle reali capacità dell’Italia di svecchiare il suo sistema industriale.Probabilmente Draghi aveva già intuito che la cura sarebbe stata peggiore del male, che privatizzare senza un chiaro quadro di cosa significasse la parola liberalizzazione nella patria del consociativismo avrebbe provocato conseguenze drammatiche sui nostri conti pubblici, con le riserve della Banca d’Italia prosciugate e il prelievo forzoso nei conti correnti degli italiani ordinato di lì a qualche mese dal governo Amato. Quello sul Britannia fu un incontro relativamente breve, una gita fino all’Argentario con chef d’altobordo, gamberetti e costolette d’agnello, come racconta uno dei giornalisti del Corriere invitato al seminario. Gli “Invisibles” strinsero relazioni e offrirono delle testimonianze sulla rivoluzione liberista operata da Reagan e dalla Thatcher nel mondo anglosassone, trasferita successivamente nel nostro Paese con il “miracolo economico” alla Telecom. Lo stato in cui oggi versano Poste Ferrovie e Autostrade fa capire che razza padrina abbia prosperato in Italia sulle ceneri del vecchio capitalismo familiare e ministeriale. Così, quando sentite parlare di governi tecnici o delle larghe intese non fidatevi, non si tratta di Ragion di Stato. C’è puzza di bruciato. La democrazia italiana sotto tutela. r.santoro l’occidentale

Quel pasticcio brutto della Treccani

Venerdì, 18 Marzo 2011

F orse sarà stata la fretta, c’era da arrivare puntuali al 17 marzo, festa dell’unità nazionale, con un’iniziativa da scodellare sul piatto delle celebrazioni. Forse sarà stato l’improvviso amore per internet e le infinite democratiche possibilità che offre. Forse sarà stato un ragionamento più terra terra: se non possiamo battere il nemico, alleiamoci con lui. Ma da qualsiasi punto di vista la si voglia vedere, l’idea di surrogare le voci mancanti dell’Enciclopedia Treccani on line con le corrispondenti di Wikipedia è un autogol. È stata proprio quest’ultima, gratuita e a portata di clic, ad affondare i colossi cartacei di un tempo. Invitare i propri lettori a frequentare la concorrenza non sembra un’idea irresistibile. Ma questa non è neanche la cosa peggiore. Il dolore vero è vedere l’Enciclopedia adottare, per ora implicitamente, speriamo non esplicitamente, il modello Wikipedia. I presupposti da cui parte l’Enciclopedia sono infatti inconciliabili con quelli di Wikipedia, e vogliamo sperare che non cambieranno. La Treccani affida le sue voci a specialisti, studiosi di chiara fama, il meglio della cultura italiana. È questa la garanzia della sua attendibilità, da cui dipende l’intero valore del suo stesso marchio. Wikipedia è invece un’opera collettiva, alla quale chiunque può partecipare con suggerimenti, correzioni e proposte. L’ideologia che sorregge l’iniziativa è questa: il sapere collettivo è superiore a quello individuale perché la quantità di informazioni, superata una certa soglia numerica, si trasforma automaticamente in qualità. Al Giornale abbiamo documentato più volte la fallacia di questa impostazione. La cultura non si decide ad alzata di mano. Gli errori ci sono, eccome. E l’oggettività di alcune voci non è certo degna di una enciclopedia. Se volete una controprova, senza tirare in ballo fatti storici molto sensibili, fatevi un giro fra le voci dedicate a liberali, liberalismo et similia. Chiare quindi le conseguenze della commistione fra Treccani e Wikipedia. La prima imprime il suo autorevole marchio alla seconda, facendole un insperato regalo. E così facendo butta a mare il suo principale capitale. Certo, era auspicabile che l’Istituto si aprisse alla tecnologia. La Treccani da anni affronta una sfida difficilissima. Le cifre parlano chiaro: l’Enciclopedia vendeva 50mila copie nel 2003, 26mila nel 2009, 15mila fino ad agosto nel 2010. Il Dizionario Biografico degli Italiani, un’altra opera fondamentale iniziata nel 1960, è perennamente nelle secche (a dire dell’amministratore delegato Franco Tatò, perde 630mila euro ogni anno) e ci vorrà minimo un decennio per arrivare alla fine. I colossi cartacei non possono competere con i rivali sul web ma, entrando nella rete in questo modo, la Treccani rischia di depauperare il suo patrimonio, investendo pure due milioni di euro, quelli necessari per il nuovo portale. Un conto è «ringiovanire» un’esperienza che risale al 1925, un altro mascherare l’assenza di progetti dietro a una digitalizzazione incompleta e autolesionista. Nel 1985, la Treccani è diventata una Società per azioni. Le quote sono soprattutto di banche e Fondazioni più Telecom. Lo Stato non interviene con aiuti economici, ma ne sceglie il presidente, come l’attuale, Giuliano Amato. Non è che la politica stia proprio fuori dalla porta. È noto, perché lo ha rivelato proprio il Giornale, che esiste una sovrapposizione quasi perfetta fra l’organigramma della Treccani e quello della Fondazione Italianieuropei di Massimo D’Alema. Che cosa non ha funzionato? Una gestione da ente pubblico: personale pletorico e opere dai tempi biblici di realizzazione con redazioni costose. C’è poi l’affondamento di alcune imprese che si potevano valorizzare: che fine hanno fatto i volumi di storia letteraria della Ricciardi? Fu davvero una bella trovata interromperne la produzione e venderli come fossero un’enciclopedia? E infine: va bene la tradizione della rete vendita Treccani, ma perché non puntare con maggior decisione sul canale delle librerie? a. gnocchi giornale