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L’Anvur dà i numeri

Lunedì, 5 Agosto 2013

È recente l’uscita della prima classifica delle università italiane redatta da Anvur, l’agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca; l’ente pubblico, vigilato dal Ministero dell’istruzione, che ha il compito di valutare gli atenei statati e privati destinatari di finanziamenti pubblici. Peccato che quella classifica sia piena di buchi e priva di un fondamento scientifico degno di questo nome. Come ha scoperto e dimostrato la rivista Roars c’è più di qualcosa che non va, a cominciare appunto dalle cifre. Andiamo per ordine. I dati sulle pagelle degli atenei che Anvur ha diffuso alla stampa sono diversi da quelle desumibili dal rapporto finale.
La duplicazione delle classifiche sembra essere un tratto distintivo di questa prima graduatoria: infatti, anche le classifiche dei dipartimenti diffuse alla stampa non trovano riscontro nelle relazioni finali degli esperti della valutazione. Anomalie che trovano conferma in un comunicato dell’Anvur che annuncia aggiornamenti, motivati dalla necessità di sanare le incongruenze tra le diverse classifiche dei dipartimenti attualmente in circolazione. Un vero e proprio pasticcio accademico a cui il direttore dell’agenzia, Roberto Torrini, cerca di metterci una toppa: “In maniera erronea, si è creata confusione. Era di più facile comprensione per la stampa. Si tratta di una preassegnazione dei fondi ministeriali tra le 14 aree disciplinari che hanno partecipato alla valutazione della ricerca. Essere primo, secondo o terzo in queste classifiche non conta nulla a meno che il ministro decida di dare tutti i fondi ai primi cinque atenei” (forse non conterà nulla, ma allora perché spendere centinaia di milioni di euro – 300 secondo alcune stime – per uno studio se alla fine non conta nulla chi vince?)

Le contraddizioni
Sta di fatto che le due classiche, quella fornita ai giornalisti e quella ufficiale pubblicata sul sito, ha prodotto una confusione megagalattica. Alla stampa è stata consegnata una graduatoria con tanto di bollini verdi per gli atenei «virtuosi» e bollini rossi per quelli “non virtuosi”. Nel rapporto ufficiale invece emerge un altro scenario, dove dodici atenei si scambiano il posto. Per alcuni giorni si è creduto che atenei come quelli di Pisa, Modena e Reggio Emilia, Parma e Camerino fossero finiti dietro la lavagna, mentre in realtà meritano la sufficienza piena. Viceversa, Roma Tre e Tor Vergata, Macerata e Napoli Orientale, Bergamo, l’università per stranieri di Siena e quella di Castellanza che la stampa ha creduto “virtuose”, nella relazione finale sono da bollino rosso. Nella categoria piccoli atenei il sant’Anna di Pisa, diretto sino a poco tempo fa dall’attuale ministro Maria Chiara Carrozza ha ottenuto sui giornali la prima posizione per scienze agrarie e scienze politiche, seconda per ingegneria e per area economica e statistica. Nella relazione Anvur, quella pubblicata sul sito, però è solo quinta.

Cosa succede all’estero
L’agenzia di valutazione inglese, che può vantare una consolidata esperienza nel settore, si rifiuta categoricamente di fornire classifiche di atenei e di dipartimenti. Esistono, infatti, basilari ragioni tecniche che sconsigliano di avventurarsi su questo terreno, prima fra tutte la difficoltà, se non l’impossibilità di confrontare istituzioni di dimensioni diverse. Ed è proprio su questo punto che l’anvur è inciampata, dal momento in cui le classifiche in contraddizione tra loro nascono proprio dall’uso di diverse definizioni dei segmenti dimensionali che contraddistinguono atenei o dipartimenti piccoli-medi-grandi.
La produzione maldestra di classifiche che si smentiscono a vicenda mostra la fragilità di questo strumento, poco o per nulla scientifico, e mette a nudo le carenze scientifiche e culturali del consiglio direttivo dell’agenzia. Sarebbe sufficiente questo per mettere una pietra sopra la volontà di stilare classifiche. La cosa certà è che quelle elaborate da Anvur sono poco significative perché dipendono dalle dimensioni degli atenei e da molti fattori che misurano la capacità di attrarre risorse esterne o di istituire collegamenti internazionali ad esempio. Aldilà delle pagelle, dei promossi e dei bocciati chi davvero decide a chi distribuire le poco risorse disponibili è solo la politica. La stessa che ha creato l’Anvur e la stessa che ne ha nominato i componenti. a. koveos lanotizia.it

Popper, senza speranza per l’Università italiana

Domenica, 26 Febbraio 2012

Del mercato dovrebbe dirsi ciò che si dice della democrazia: che è il peggior modo di assegnare premi e castighi, ad eccezione di tutti quanti gli altri. In una società seria ed operosa, sono i cittadini-consumatori a stabilire quali prodotti scegliere e quali evitare, per quali marche d’auto    sborsare migliaia di euro e da quali,invece, tenersi alla larga, anche se i prezzi sono inferiori.E’ un discorso che vale anche per la fornitura di servizi sociali particolarmente pregiati come un’elevata istruzione universitaria. Le Facoltà d’eccellenza costano di più giacché, reclutando i migliori cervelli, affrontano spese di gestione di gran lunga maggiori rispetto alle facoltà meno attrezzate e meno esigenti.Una caratteristica tipica dei paesi, in cui la ‘malapianta’ del liberalismo non è mai attecchita, invece, è quella di affidare la valutazione delle merci, materiali e culturali,non agli uomini della strada, titolari in astratto della sovranità sia politica che economica, ma a commissioni di esperti, nominate dall’alto, insediate in ministeri, sepolte nei bunker di pratiche infinite, che richiedono sempre più spazi, più impiegati, più ruoli.E il bello è che queste esplosioni di metastasi burocratiche vengono presentate come una grande conquista, un progresso di cui essere orgogliosi. Così lo presenta Simonetta Fiori su ‘Repubblica’,con toni trionfalistici che ricordano le veline di tanti anni fa: “Una rivoluzione silenziosa sta per scuotere l’accade­mia italiana, minacciando di intac­care feudi consolidati, blasoni fa­sulli e inutili diplomifici. Per la pri­ma volta i sessantamila docenti ita­liani – dai ricercatori agli ordinari -di novantacinque università pub­bliche e private dovranno sottopor­re a un giudizio esterno l’attività di ricerca svolta nell’arco di sei anni (dal 2004 al 2010). Sulla base dei lo­ro lavori sarà stilata una classifica degli atenei e dei dipartimenti, che indicherà per ciascuna disciplinale eccellenze e le vergogne. Una map­patura da cui dipenderanno la di­stribuzione di 832 milioni di euro e soprattutto il futuro della ricerca italiana – meno isolata rispetto al contesto internazionale – e anche degli studenti, che disporranno di uno strumento certo per orientare le proprie scelte”.Verranno, in tal modo, valutati 200 mila ‘prodotti’(avete letto bene: 200 mila!) “sia con metodi bibliometrici sia con la peer review” dove il criterio bibliometrico misura l’interesse suscitato nella comunità scientifica da un lavoro – articolo, libro etc. -mentre la peer review si riferisce alla  valutazione che studiosi di pari grado danno di quel lavoro. Come si vede, è in via di allestimento un enorme e costosissimo apparato centralizzato a ulteriore dimostrazione del fatto che la retorica delle autonomie, se sotto non c’è il mercato, serve solo a smantellare quel che resta dello Stato risorgimentale e a creare nuovi poteri e nuove istituzioni illiberali, al di fuori di qualsiasi controllo democratico. Al fondo, c’è la grande illusione di rimediare alle insufficienze a alle inaffidabilità degli uomini con criteri chiari, razionali, oggettivi. Le Commissioni della bibliometria e della peer review come i cardinali riuniti in Conclave, si presume ispirate dallo Spirito Santo della Scienza: niente più favoritismi, niente più nepotismi, nessuno spazio riservato alla ‘discrezionalità’. Nella fattispecie, i Pari, competenti per le facoltà umanistiche,  possono stabilire che la produzione scientifica di un collega è superiore a quella di un altro, in considerazione del numero di pagine di uno scritto, della rivista o della casa editrice che lo ha accolto.E non sono, questi, parametri oggettivi, si dirà? In realtà, non lo sono: non lo erano nell’Italia di autentici ‘luminari’ come Norberto Bobbio e Guido Calogero, quando, per pubblicare La società aperta e i suoi nemici di Karl Popper ci si dovette rivolgere a una piccola casa editrice di pubblicazioni pedagogiche (Armando); non lo sono oggi che quei ‘luminari’ sono scomparsi ed editori che pubblicarono Kant e Croce, Hegel e Gentile sono monopolizzati da avventurieri delle patrie lettere, abilissimi venditori di fumisterie ideologiche.Nello spirito della ‘società aperta’ sono le singole Facoltà, i singoli Atenei, che debbono assumersi il compito gravoso di reclutare docenti e ricercatori, un compito che comporta la libertà di dare una cattedra  anche all’autore di un saggio di venti pagine che, a loro avviso, abbia  segnato una svolta epocale in un settore scientifico. Sarà il prestigio che ne deriverà all’istituzione non la ‘classifica nazionale delle Università’ a dire se la loro scelta sarà stata saggia e lungimirante.Per questo si dovrebbe (finalmente) accogliere la proposta di Luigi Einaudi di rendere obbligatoria accanto al titolo dottorale l’Università che l’ha conferito:sarebbe la vecchia maniera liberale di  rispettare l’autonomia degli individui e delle istituzioni e di sottoporre le loro opere non al giudizio dei super-esperti, riuniti nella capitale, ma a quello dell’opinione pubblica e del tempo che raramente si sbagliano. d. cofrancesco, loccidentale

Università, condannata alla quantità

Mercoledì, 22 Febbraio 2012
Anche all’università italiana è in arrivo La Corazzata Potemkin, cioè una “boiata pazzesca”, per dirla col ragioniere Ugo Fantozzi. Si tratta dell’ANVUR (Agenzia nazionale per la valutazione dell’università e della ricerca) prevista nella legge di riforma di un anno e mezzo fa ed ora autocollocatasi nel cuore di ogni preesistente libertà di ricerca.Sessantamila docenti italiani, nonché tutti i loro dipartimenti ed atenei, dovranno essere quanto prima valutati e classificati in base ai criteri fissati dalla nuova Agenzia. Tutto si svolgerà secondo una raggelante tecnica quantitativa (numero di pagine di uno scritto, rimbalzi in altri scritti tramite citazioni, riviste e case editrici che lo pubblicano e via dicendo). Tecnica ipocrita ed ingannevole che, tanto nell’abito cosiddetto scientifico quanto nell’ambito cosiddetto umanistico, ha sempre ispirato una abdicazione dalle responsabilità individuali e prodotto vere e proprie forme di corruzione della probità scientifica.
Si pensi alla vicenda del matematico italiano Ennio De Giorgi, colui che fece meglio di John Nash, il memorabile protagonista del film Beautiful mind. Il lavoro di De Giorgi, pubblicato in italiano nel 1957 dall’Accademia della Scienze di Torino, in base alla dittatura dei parametri bibliometrici, non consentirebbe all’autore di essere preso in considerazione neanche come professore di seconda fascia nelle nostre università.E si ricordi pure il caso “filosofico” di Karl Popper in Italia. Su di lui e sulle sue opere pesava fin dall’immediato dopoguerra il veto dell’editorone Einaudi e del professorone Norberto Bobbio; sarebbero stati poi alla metà degli anni settanta una piccola casa editrice (Armando) ed un allora giovanissimo professorino (Dario Antiseri) a non farsi condizionare da quel veto.
Al fianco dei nuovi sacerdoti della bibliometria, ispirati, quasi come i cardinali in conclave, dallo Spirito Santo del sapere, operano in questi giorni in Italia le imprese che questi meccanismi di finta obbiettività hanno inventato e producono. Si mira ad una sorta di mercato ad hoc, esclusivo ed autoreferenziale di editoria accademica lontano da ogni effettiva garanzia di competizione e di libertà. Con l’ANVUR nella parte di un enorme costosissimo apparato centrale irresponsabile e introvabile, capace di far valere comunque un rapporto fra libertà di ricerca e organizzazione accademica degno dei peggiori modelli di democrazia popolare.Se fossimo al cinema, sarebbe La Corazzata Potemkin contro Beautiful mind. Bruttissimo spettacolo: neanche immaginabile quando, prima dell’estate scorsa, il CUN (Consiglio universitario nazionale) aveva deliberato che “in ogni caso nessun parametro quantitativo potrà impedire un positivo giudizio di merito a fronte di risultati di assoluto valore”. Come a suo tempo per De Giorgi e Antiseri, come mai più l’ANVUR vorrebbe accadesse: in omaggio a parametri di vil meccanica! Luigi Compagna (Il Tempo, 17 febbraio 2012)