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Sul furto di informazione e pensiero unico (Ferrara e Freccero)

Lunedì, 30 Luglio 2012

C’è in Italia un “furto di informazione” sulla crisi economica, come denuncia un appello di intellettuali (tra cui Luciano Gallino e Guido Rossi) e come ha scritto Carlo Freccero sul Fatto Quotidiano? Giuliano Ferrara, direttore del Foglio, risponde di no, ma il tema del “pensiero unico” sulla crisi lo stuzzica.

Ferrara, hanno ragione Gallino e Freccero, c’è un “furto di informazione” sulla crisi?
Un conto è invocare il pluralismo delle fonti, ma l’appello alle autorità per un intervento di ripristino di una linea informativa ha qualcosa di orwelliano. Da Pci degli anni Cinquanta.

L’appello di Gallino e Rossi denuncia una resa intellettuale alle ragioni del mercato.
Ma non tengono conto del fatto che la Thatcher ha creato l’azionariato popolare, che Reagan ha inventato i fondi pensione. Che la gestione del risparmio e degli investimenti è diventata un carattere fondamentale dei mercati mondiali. Per loro esistono le forze del grande capitale finanziario in agguato. Non capiscono che nella composizione della finanza mondiale coesistono molte cose diverse, certo, le grandi banche e le multinazionali, ma anche il risparmio di società che si sono liberate dalla costrizione, scoprendo le libertà.

Siamo diventati tutti liberisti?
Il liberismo non è una connotazione ideologica, è la condizione effettiva del mondo contemporaneo. Il libero commercio ha trionfato sulla pianificazione, lo dice il principio di realtà. Loro sono fermi alla lotta di classe, sbagliano a pensare che sia dirimente.

Gallino ha scritto un best-seller sul fatto che la lotta di classe c’è ancora.
Non è che è stato eliminato il concetto, è stata eliminata la cosa in sé. Molti dei firmatari dell’appello ripropongono uno schema marxista-leninista (leninista lo metto solo per polemica), come fa Maurizio Landini con la Fiom. Ma non hanno un’esperienza di vero comunismo alle spalle. Fossero stati comunisti, leggerebbero Giuseppe Di Vittorio. Gli operai si sono sempre considerati parte del capitalismo. Per la cultura classista vera, il capitalismo è un rapporto sociale di produzione. Siamo tutti nella stessa barca.

Ma è d’accordo che c’è una certa uniformità nelle analisi sulla crisi economica?
Su questo, Gallino e gli altri dicono una cosa vera: è ridondante, ossessivo, l’appello valoriale sempre allo stesso quadro di idee. Anche noi al Foglio, dopo aver detto mille volte “viva Draghi, viva la Banca centrale europea, viva la finanza internazionale”, sentiamo il bisogno di sentire Guido Viale o Riccardo Realfonzo. La scomparsa delle idee e delle culture di opposizione sociale non è un bene per nessuno.

Come si spiega che un po’ tutti i giornali, dal Sole 24 Ore a Repubblica, abbiano le stesse analisi e gli stessi editoriali?
Se i figli di un dirigente comunista storico come Alfredo Reichlin hanno le idee che hanno, uno in sociologia politica, Pietro, e una in economia, Lucrezia, è perché tutte le persone che studiano veramente i problemi poi alla fine oggi si riconducono a una stessa cultura. Nessuno crede più alla possibilità di cambiare le cose in uno schema di pianificazione. Cito Reichlin in modo provocatorio, ma potrei indicare anche Giulio Napolitano, il giurista figlio del Capo dello Stato. La trasmissione generazionale è così: le persone si muovono dentro le coordinate del loro tempo.

Quindi il “pensiero unico” esiste.
Sono d’accordo con i firmatari dell’appello, quando dicono ‘attenzione che così il pensiero diventa unico’. Ma mi pare che poi non ci sia una prospettiva o un costrutto reale nelle tesi di un Gallino o un Viale. Se mi propongono un impauperimento progressivo del sistema internazionale, allora preferisco gli articoli dell’Economist che mi ricordano come la globalizzazione ha permesso a milioni di persone di mangiare qualcosa di più di una ciotola di riso. Anche se poi mi guardo intorno e noto che ci sono più automobili che mosche…

Non subirà mica il fascino delle teorie sulla decrescita?
Io mi sono fatto l’orto. Un po’ tutti sentiamo che una pedagogia civile implica escogitare valori a chilometro zero. Ma non bisogna che diventino idoli. Sono d’accordo che non serve il Tav per trasportare le uova tra Italia e Francia, ed è più semplice che ognuno mangi le proprie. Ma non per questo mi auguro il crollo delle multinazionali dell’agroalimentare che danno lavoro a tanta gente e producono ricchezza.

Si prova a cambiare il mondo con comportamenti individuali, ma non ci sono più teorie per provarci.
Sono d’accordo. Ma il problema non è che le grandi idee alternative vengono nascoste dai giornali, come sostiene Gallino. Semplicemente non esistono più.

Stefano Feltri per il “Fatto quotidiano

2 – CONTRO IL PENSIERO UNICO VIA I BAVAGLI ALLE NOTIZIE…
Carlo Freccero per il “Fatto quotidiano”

L’interesse dell’appello “Furto di informazione” pubblicato sul manifesto non sta tanto, come dice il Corriere della Sera di ieri , nell’ennesima contrapposizione tra neokeynesiani e neoliberisti, quanto nell’aver affrontato per la prima volta il problema a priori, fuori dal puro contesto economico. L’appello è firmato da economisti ma pone piuttosto un problema filosofico. Tra qualche anno il neoliberismo di oggi rischia di venir letto dagli storici come il paradosso di un’epoca che impiega tutte le sue risorse a distruggere il benessere economico guadagnato nel tempo.

Da piccolo avevo un libro di favole intitolato “Il tulipano screziato”. La storia raccontava la bolla speculativa del mercato dei tulipani nell’Olanda del ‘600. Un unico bulbo di tulipano poteva avere un immenso valore. La storia ha fatto giustizia dei tulipani e la farà delle nostre attuali convinzioni. Il marxismo (come teme Giuliano Ferrara) non c’entra niente. C’entra il pensiero critico e la capacità di prendere distanza dalle cose.

Il salasso per tutti
Qualche anno fa il neoliberismo veniva chiamato “pensiero unico”, definizione che evocava la possibilità di altri pensieri possibili. Oggi il neo-liberismo si chiama semplicemente “economia” e non importa se esistono teorici come Paul Krugman o Joseph Stiglitz che vedono le cose da un altro punto di vista. Stiamo vivendo una crisi. Dobbiamo inchinarci alle leggi economiche e accettare i sacrifici che ci vengono imposti come dolorosi ma necessari. Il neoliberismo non è più una tesi economica discutibile e relativamente recente, ma un dato di natura.

La crisi del 1929 è stata affrontata con politiche keynesiane ed è stata superata. La crisi attuale viene curata con politiche neoliberiste e non fa che peggiorare. È come se a un paziente disidratato venissero praticati salassi anziché fleboclisi: morirà. Ma per secoli il salasso è stata l’unica pratica medica accreditata per curare ogni tipo di malattia con esiti disastrosi. Oggi noi applichiamo alla crisi un’unica forma di terapia: tagli e sacrifici, convinti come i medici di un tempo, di non avere altre alternative a disposizione.

Anticasta, l’unica critica lecita
Si dirà: questi sono temi da affrontare tecnicamente in campo economico. Non a caso il nostro è un governo di “tecnici”. Viviamo in uno stato di eccezione in cui le necessità economiche prevalgono sulle istanze politiche. L’uomo comune può solo affidarsi a chi è più competente di lui come si affiderebbe a un medico in caso di malattia. La sua critica deve essere circoscritta agli abusi e agli sprechi che impediscono al mercato di funzionare e produrre ricchezza e benessere per tutti. Ma questo è già pensiero unico, rinuncia a ogni alternativa possibile.

Guardiamo la situazione italiana degli ultimi decenni. Avevamo un governo sedicente liberista in cui il liberismo era mitigato e spesso stravolto dal populismo. Un’opposizione che si dichiarava più liberista del governo ed evocava maggior rigore. Abbiamo oggi un governo tecnico sostenuto da entrambi gli schieramenti. E l’unica alternativa è costituita da una reazione contro la politica, che viene accusata (a ragione) di sperperi, nepotismo, privilegi.

Mentre per il governo la causa della crisi è il debito pubblico e l’azione dissennata dei governi precedenti, per i gruppi anticasta, la causa della crisi sta nella corruzione della politica che impedisce al mercato di funzionare. Formalmente contrapposte le due tesi aderiscono nella sostanza a un’unica tesi: questo è l’unico mondo possibile, possiamo migliorarlo ma non cambiarlo.

Gli italiani sembrano in preda a una forma di depressione che li porta a non reagire, mentre il loro mondo affonda e il benessere costruito dal dopoguerra viene sacrificato sull’altare della necessità economica. Cos’è che ha cambiato le nostre capacità di reazione, ha annullato il nostro spirito critico? La censura, la mancanza di informazione, i tagli alla scuola e alla ricerca.

Ci è stata instillata in questi anni la convinzione che la cultura non conta nulla, che il pensiero è inutile, che l’unico valore è il benessere economico. E la morte del pensiero critico non ha prodotto benessere, ma disastro e miseria. Per questo l’appello pubblicato dal manifesto sul “furto di informazione” riguarda, prima ancora delle politiche economiche il tema dell’informazione.

Una politica economica non è “naturale”, presuppone una scelta tra più alternative. E la scelta politica presuppone informazione. Per questo mi sono battuto per la sopravvivenza del servizio pubblico. Una pluralità di emittenti private non garantisce pluralismo informativo. La stessa cosa vale per le testate giornalistiche. Fino a oggi l’editoria ha richiesto ingenti capitali. E i magnati dell’editoria che possono sostenere certi costi, difficilmente saranno dalla parte dei ceti meno abbienti.

Il presente come sola possibilità
Ai tempi de “Il Capitale” di Karl Marx il proletariato aveva valore per il suo lavoro. Ai tempi de “La società dello spettacolo” di Guy Debord per la sua capacità di consumo. Oggi non ci resta che il voto, per questo l’economia globalizzata limita l’autonomia degli Stati. E per questo la politica vuole controllare l’informazione. Dobbiamo ricreare una libertà di informazione, studiare nuovi canali e possibili veicoli di informazione perché si rompa l’incantesimo che ci porta a considerare il presente come l’unica possibilità. Siamo realisti, chiediamo l’impossibile. via dagospia

Il pensiero unico uccide la democrazia – Appello

Venerdì, 27 Luglio 2012

La politica è scontro d’interessi, e la gestione di questa crisi economica e sociale non fa eccezione. Ma una particolarità c’è, e configura, a nostro avviso, una grave lesione della democrazia. Il modo in cui si parla della crisi costituisce una sistematica deformazione della realtà e una intollerabile sottrazione di informazioni a danno dell’opinione pubblica.  Le scelte delle autorità comunitarie e dei governi europei, all’origine di un attacco alle condizioni di vita e di lavoro e ai diritti sociali delle popolazioni che non ha precedenti nel secondo dopoguerra, vengono rappresentate, non soltanto dalle forze politiche che le condividono (e ciò è comprensibile), ma anche dai maggiori mezzi d’informazione (ivi compreso il servizio pubblico), come comportamenti obbligati («non-scelte»), immediatamente determinati da una crisi a sua volta raffigurata come conseguenza dell’eccessiva generosità dei livelli retributivi e dei sistemi pubblici di welfare».  Viene nascosto all’opinione pubblica che, lungi dall’essere un’evidenza, tale rappresentazione riflette un punto di vista ben definito (quello della teoria economica neoliberale), oggetto di severe critiche da parte di economisti non meno autorevoli dei suoi sostenitori. Così, una teoria controversa, da molti ritenuta corresponsabile della crisi (perché concausa degli eccessi speculativi e degli squilibri strutturali nella divisione internazionale del lavoro e nella distribuzione della ricchezza sociale), è assunta e presentata come auto-evidente, sottraendo a milioni di cittadini la nozione della sua opinabilità e impedendo la formazione di un consenso informato, presupposto della sovranità democratica. Non possiamo sottacere che a rendere, a nostro giudizio, particolarmente grave tale stato di cose è il fatto che la sottrazione di informazione che riteniamo necessario denunciare coinvolge l’operato delle stesse più alte cariche dello Stato, alle quali la Costituzione attribuisce precise funzioni di garanzia e vincoli d’imparzialità.
Tutto ciò costituisce ai nostri occhi un attacco alla democrazia repubblicana di inaudita gravità, che ai pesantissimi effetti materiali della crisi e di una sua gestione politica volta a determinare una redistribuzione del potere e della ricchezza a beneficio della speculazione finanziaria e dei ceti più abbienti assomma un furto di informazione e di conoscenza gravido di devastanti conseguenze per la democrazia.

Alberto Burgio, Mario Dogliani, Gianni Ferrara, Luciano Gallino, Giorgio Lunghini, Alfio Mastropaolo, Guido Rossi e Valentino Parlato – via micromega

Salviamo Sakineh dalla lapidazione

Lunedì, 5 Luglio 2010

4188bd2bd3d2a_bigSakineh sta per essere lapidata in Iran. E’ accusata di essere una adultera. Aderite, con TEMIS, alla mobilitazione internazionale per tentare di salvare Sakineh

fannulloni a Palazzo di Giustizia

Lunedì, 3 Novembre 2008

Ma quanto lavorano questi giudici che il ministro Renato Brunetta vuole affliggere addirittura con i tornelli? L’Anm si scaglia contro la «falsa idea» delle toghe fannullone, accusa il ministro della Pubblica amministrazione di non sapere di che cosa parla e afferma che «la produttività media dei magistrati italiani è particolarmente significativa anche nel raffronto con le altre realtà europee».

Produttività nei 1.592 uffici giudiziari vuol dire molte cose e non c’è dubbio che in tanti lavorino ben oltre un normale orario d’ufficio. Eppure, lasciando da parte le 166 procure dove il controllo della presenza è ben più difficile da rilevare ed esaminando i dati  sui 166 tribunali (con 220 sezioni distaccate), le 26 Corti d’Appello e quella Suprema di Cassazione, si hanno delle sorprese. Sono dati molto riservati e difficili da reperire, e il numero delle udienze bisogna incrociarlo con il numero di magistrati giudicanti. Si scopre, così, che si affaticano molto soprattutto nelle Corti d’appello per il settore civile e del lavoro, dove spicca la media di poco più di un’udienza al mese (circa 60 procedimenti per ognuna). Come si arriva a questo dato? Sono circa 661 i magistrati impegnati in questi uffici  e nel 2007 hanno tenuto 10.899 udienze, per una media di 16 udienze all’anno. Togliendo 7 settimane di attività, visto che le toghe hanno 47 giorni di ferie (la pausa estiva con la «sezione feriale» è dal 20 luglio al 15 settembre) più 4 di festività, il gioco è fatto. Di un soffio migliora la situazione nelle Corti d’appello penali, dove si raggiungono le 2 udienze mensili (circa 40 procedimenti ognuna). Stesso calcolo, considerando 350 magistrati per 9.890 udienze, cioè una media all’anno uguale a 28. Le cose vanno appena un po’ meglio nel primo grado di giudizio, ma sempre rimanendo su livelli sorprendentemente bassi. Nei tribunali che si occupano di civile e lavoro circa 2.900 magistrati hanno celebrato nel 2007 359.038 udienze. La media per ognuno è di 124 l’anno, ovvero 3 udienze a settimana. In un mese, 12. Vediamo i tribunali penali, con circa 1.650 magistrati che hanno tenuto 145.553 udienze. In media 88 udienze per ciascuno l’anno, cioè 2 a settimana e 8 al mese. Mancano i dati dei tribunali dei minorenni e di sorveglianza, dove sembra che l’informatizzazione sia così scarsa da rendere inattendibili quei pochi che circolano. Un’occhiata anche ai giudici di pace, che hanno 845 uffici e 4 sezioni distaccate: sono 1.790 e hanno tenuto l’anno scorso 217.057 udienze, per ognuna delle quali vengono pagati. A cottimo, si direbbe. Ma non per questo si ammazzano di lavoro, o forse più di tanto non possono fare: ognuno 121 udienze l’anno, circa 3 a settimana e 12 al mese. Per quanto riguarda la Corte di Cassazione, pare che non sia mai stata monitorata nelle statistiche delle udienze. Chi ci lavora, però, dice per esperienza che normalmente ogni magistrato fa circa 4 udienze al mese, una a settimana. In questa situazione, non ci si può sorprendere se nelle Corti d’appello, che sembrano il vero nodo del lavoro giudiziario con numeri davvero eclatanti, si rinviino le udienze, a Bologna come a Venezia, al 2014. Il che vuol dire che in tutti questi casi e in molti altri ancora scatta subito la possibilità di un ricorso secondo la legge Pinto, quella sui tempi «ragionevoli» del processo. E infatti piovono le richieste di risarcimento danni contro lo Stato italiano, che puntualmente perde le cause con i suoi cittadini estenuati dai lunghi tempi dei dibattimenti, ben lontani dall’obiettivo dei 5 anni massimi o almeno dei 6 pretesi a livello comunitario per tutti i gradi di giudizio.

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Ci sono 2 italiani rapiti in Somalia: non dimentichiamoli!

Giovedì, 10 Luglio 2008

Sono rapiti da mesi. Ma in Campidoglio non c’è la loro bandiera, nè qualcuno organizza marce. Nemmeno Temis sa il loro nome e – a dire il vero – non vuole saperlo. Perchè ciò che conta non è la loro identità, ma il fatto che siano stati rapiti. Non dimentichiamoli! purtroppo dobbiamo prendere atto che anche la solidarietà e l’impegno civile sono diventati una moda. e quando si viene rapiti non in iraq (in), ma in somalia (out) per ragioni che non hanno a che fare con il petrolio e bush (in), è proprio difficile ipotizzare che qualcuno possa scendere in piazza!

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Vogliamo la Brambilla vice ministro! – appello

Venerdì, 9 Maggio 2008

Le sue autoreggenti hanno allietato migliaia di visitatori del ns blog. La sua biancheria intima ha tenuto incollati al televisore molto più dei comizi elettoriali del Berlusca. la notizia che dopo essere stata fatta fuori dal governo, oggi rischia di non entrare nella squadra dei v.ministri e dei sottosegretari ci addolora a tal punto da voler promuovere un appello: la Brambilla al governo!

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Appello per Pannella: Vetroni non cedere al ricatto e fallo pure morire di sete!

Mercoledì, 5 Marzo 2008

Pannella fa lo sciopero della sete perchè il PD non ha regalato ai radicali i seggi "sicuri" promessi. capiamno la sua disperazione, ma non abbiamo dubbi: che muoia pure di sete! basta con queste strumentalizzazioni. sono anni che pannella utilizza lo sciopero della fama e della sete come arma di ricatto per lotte di potere (vedi i seggi nella scorsa legislatura). se il pd non ha mantenuto gli impegni, i radicali possono presentarsi da soli. pannella non può minacciare il suicidio per quella che, a tutti gli effetti, costituisce una lotta di potere. fame e sete sono argomenti troppo nobili e troppo drammatici per milioni di uomini e donne per essere strumentalizzati da pannella. il quale ha diritto a lottare per i suoi seggi sicuri ma con gli strumenti politici propri della democrazia!

Farina è “una cozza del giornalismo” by Mulassano firmataria appello contro Calabresi

Lunedì, 30 Luglio 2007

"Caro Roberto,di me ti ricorderai senz’altro come io mi ricordo di te. Hai fatto un bellissimo lavoro con Dagospia, ma certe cose non te le perdono. Una per tutte, pubblicare
gli articoli di Farina. Chissenefrega se è uno del Sismi, cazzi suoi, ma che sia un essere spregevole lo sanno tutti ma proprio tutti. Basta guardarlo in faccia, sentirlo parlare e leggere ciò che scrive con bile e male. E’ una cozza del giornalismo beccato con le manine nella merda ed assolutamente non disposto a darsi alla coltivazione di asparagi che farebbe sicuramente meglio della professione che fa.

Che schifo andare a rivangare le 800 firme dell’Espresso e che inutilità: chi lo ha fatto, come me, lo ha fatto perché tutt’ora pensa che sia giusto averlo fatto: le scuse a me danno il voltastomaco a meno che qualcuno abbia firmato credendo di guadagnarsi un angolino di paradiso. Per me, ma nemmeno per Letizia Gonzales la firma di allora ha dato frutti. Siamo due signore pensionate con alle spalle una carriera adamantina e le nostre idee politiche di allora e di oggi non ci hanno mai fatto guadagnare.

E tanto basta per non sputarci in faccia ma soprattutto per non farci sputare in faccia da Renato Farina, giustamente radiato dall’Ordine dei giornalisti. Con immutata stima e simpatia.
Adriana Mulassano"

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Foto dei marines rapiti in Campidoglio – Appello

Mercoledì, 16 Maggio 2007

Tre marines sono stati rapiti da Al Qaida in Iraq. Sono tre soldati di un esercito che opera insieme a quello italiano in una terra difficile come l’Iraq, un esercito che ha pagato un altissimo prezzo in vite umane e che si è impegnato a liberare i nostri rapiti ( “mercenari”). Sarebbe bello che il sindaco di Roma, Valter Veltroni, esponesse in Campidoglio anche la loro fotografia. L’idea è di Giuliano Ferrara. TEMIS la riprende e lancia un appello al quale invita tutti i sodali ad aderire.

Appello per la liberazione di Daniele Mastrogiacomo

Giovedì, 8 Marzo 2007


TEMIS aderisce e rilancia l’appello del quotidiano “La Repubblica” per la liberazione del giornalista Daniele Mastrogiacomo, rapito in Afghanistan:

“Una foto del nostro inviato Daniele Mastrogiacomo e un brevissimo appello in inglese e in arabo affinché tutti sappiano che il giornalista italiano deve essere lasciato libero. Poche parole: “Liberatelo, è un giornalista”. Perché Daniele è andato in Afghanistan a svolgere il suo lavoro di giornalista, di reporter che cerca le notizie e racconta.
Per questo vi chiediamo una firma per la liberazione di Mastrogiacomo. Ma vi chiediamo anche, se volete, di diffondere questo semplice messaggio. Potete farlo inviando la sua foto e l’appello in inglese o in arabo a vostri amici o conoscenti in qualunque parte del mondo, ai governi, ai giornalisti, alle televisioni dei paesi arabi. Oppure potete scaricarlo, farne un poster, un manifesto, uno screen saver da utilizzare finché Daniele non tornerà a casa”