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Finanza al servizio dell’economia, in Argentina è legge

Lunedì, 17 Dicembre 2012

Due o tre cosette sull’Argentina e sui media italiani.

Da qualche giorno circola in rete (e sulla stampa mainstream) una enorme eccitazione sull’Argentina e sul suo immediato destino economico. Andrà in default dinuovo? E’ vero che sta per saltare il sistema? Tutta questa improvvisa fibrillazione è relativa a un debito del governo argentino che si riferisce a eventi avvenuti nel 2003 dovuti alla denuncia di un fondo d’investimenti che non ha riconosciuto le modalità di restituzione argentine.

Nella foto: Una donna cammina in una strada di Buenos Aires. Questa foto è stata scattata il 18 maggio 2102 (Associated Press/Natacha Pisarenko)

Ma perché in Italia se la prendono tanto per un debito (minimo, davvero minimo, di cifra irrilevante) acceso da un lontano paese sudamericano, circadieci anni fa? Una nazione che non fa parte dell’euro, i cui problemi non possono avere nessun impatto né tecnico né economico con la nostra situazione? A questo bisogna aggiungere l’enorme diffusione in Italia, sia sulla stampa ufficiale di regime che sui siti on line, delle notizie sulle manifestazioni popolari contro il governo in carica, descrivendo l’Argentina come un paese che sta di nuovo sull’orlo del collasso economico..

Chi segue questo blog ricorderà il post nel quale raccontavo una storia, che allora avevo definito “la guerra tra le due Cristine”, annunciando lo scontro difine novembre che avrebbe raggiunto la sua punta massima a metàdicembre, visto che il Fondo Monetario Internazionale aveva dato al paese sudamericano la scadenza del 17 dicembre come ultima data per mettersi in linea con i parametri richiesti dai creditori istituzionali.
E, negli ultimi giorni, così, all’improvviso, dovunque si è parlato dell’Argentina e diverse persone si sono rivolte a me chiedendo la mia opinione.
Da cui il motivo di questo post.

“False flag”.

E’ un termine inglese che letteralmente vuol dire “falsa bandiera”, ma che nell’usuale linguaggio della comunicazione sta a indicare, piuttosto, quellache io chiamo “arma di distrazione di massa”. Tutto questa eccitazione sui problemi economici dell’Argentina sono, per l’appunto, a mio parere, una “falsa bandiera”.

E’ il risultato di questa bulimìa ossessiva, fortemente voluta dagli oligarchi bocconiani, nell’imporre alla gente l’obbligo di parlare continuamente e costantemente di economia e di monete e di teorie, cercando di sottrarre ildibattito (riuscendoci in pieno) alla Politica, al confronto/scontro tra due interpretazioni del mondo, del mercato, dell’economia e della società che sono opposte e antagoniste. In Argentina è accaduto qualcosa negli ultimi giorni. Sì, è vero. Ma non ha nulla a che vedere con ciò di cui tutti parlano. Sì,laggiù, qualcosa è accaduto. E anche di molto grosso. E sta accadendo proprio in queste ore. Ma non riguarda quel debituccio, non riguarda i soldinudi e crudi, non riguarda provvedimenti di ragioneria economica e dicontabilità fiscale.

Riguarda l’economia, questo sì. Ma viene dal mondo della Politica intesa nellasua forma più pura e migliore. E sta avendo un impatto poderoso non soltanto in tutto il Sudamerica, ma anche e soprattutto in Usa dove, non appena è arrivata la notizia, i repubblicani si sono subito scontrati con Obama e hanno interrotto la trattativa sulle manovre economiche rimandando il prossimo incontro di qualche giorno. Ma di tutto ciò, in Italia neppure una parola, neppure un rigo, neppure un accenno, che io sappia.

Non è certo casuale.

Di che si tratta, quindi?

Si tratta dell’approvazione di una Legge dello stato che il senato dellarepubblica argentina ha votato in maggioranza (voto trasversale) in data 28 novembre 2012 con 43 voti a favore e 19 contrari, diventando “immediatamente operativa con applicazione retroattiva al 1 settembre”. Hanno tecnicamente 30 giorni per renderla applicabile. E la Legge parla molto chiaro: definisce “illegale e immorale” qualunque forma di speculazione finanziaria sui mercati internazionali basata sui derivati; abolisce la possibilità tecnica delle speculazioni finanziarie in borsa perché sottrae a tutte le banche, a tutte le istituzioni finanziarie operanti nel territorio nazionale, lapropria autonomia sul mercato. Dal 30 novembre del 2012, il parlamento e il governo argentino si riappropriano della propria economia che individua “legalmente” nella finanza “il braccio operativo dell’economia di cui deve essere subalterna” e impone alla finanza di essere sottoposta al totale controllo dello stato centrale in ogni sua attività.

Così titolava La Naciòn, il più importante quotidiano argentino (moderato conservatore) nel dare la notizia che in Italia non mi pare sia stata né diffusa né diramata.

LA CAMARA DE SENADORES CONVIRTIO EN LEY LA REFORMA DE LAREGULACION DEL MERCADO DE CAPITALES

Estado con más poder para proteger el ahorro

Da oggi lo Stato si fa garante presso i cittadini, di cautelare i risparmi personali ma si fa soprattutto garante del fatto che le imprese, le società, le industrie, le finanziarie internazionali operanti in Argentina intervengano in borsa e sui mercati dei capitali “con l’unico ed esclusivo intento di trarre profitto da un’attività che però deve avere immediatamente, come riflesso economico, l’apertura di crediti agevolati alle medie e piccole imprese, l’allargamento degli investimenti in industrie nazionali e l’assunzione di nuovo personale per andare all’attacco della disoccupazione giovanile che il governo considera la priorità assoluta in campo politico, economico, sociale”.

Questo è avvenuto.

Per la prima volta in questo nuovo millennio, una nazione capitalista occidentale si assume la responsabilità politica (fotografate per bene questa parola) di imbavagliare la finanza, di metterle le briglia sul collo e di fondare il principio, basato sull’applicazione dello Stato di Diritto, che identifica nello stato centrale, nel governo e nel parlamento, l’arbitro e il garante dell’economia;  il vero padrone della finanza non è più il “mercato libero” (l’idea di Zingales, Giannino, Monti, Passera, Draghi, ecc.) bensì il governatore della banca centrale insieme al ministro dell’economia, dell’industria e dello sviluppo. “O la finanza capisce che i soldi servono per sviluppare l’economia allargando il mercato del lavoro, gli investimenti, dando credito alle imprese a interesse minimo e abbattendo la disoccupazione, oppure possono anche andare a investire in Europa, in Italia e in Spagna, se è questo che vogliono. Là li accoglieranno a braccia aperte”. Così hadichiarato la presidente Kirchner, nel commentare la più grande vittoria politica ottenuta da un governo sudamericano nel combattere il neo-colonialismo dei colossi della finanza al servizio dell’oligarchia planetaria del privilegio. Chi vuole investire nella finanza speculativa lo fa attraverso  “banche speciali” che dovranno esporre un avvertimento alla clientela, nel quale si specifica che non esiste nessuna garanzia internazionale su quell’investimento. Le banche correnti devono occuparsi di investire i soldi dei correntisti nell’economia reale, quella delle merci, e non quella della carta straccia; lo Stato garantisce ogni tipo di risparmio e ogni forma diinvestimento, purchè si riferisca all’economia reale.

La borsa di Buenos Aires (e questa è un’altra bella notizia) ha reagito molto bene; anche quella brasiliana (che si appresta in brevissimo tempo a varare identica legge) grazie alla quale vengono aboliti i principi basilari dell’idea liberista che sta strozzando il pianeta, ovverossia l’egemonia della finanza sul mercato.

Di tutto ciò, in Italia non si è parlato.

Ma non basta, c’è dell’altro.

Ieri, 30 novembre, per tutta la giornata, in Argentina si sono svolti convegni, manifestazioni e discussioni relativi a un’altra legge che va alla votazione allafine della prossima settimana e che riguarda il secondo pilastro dellademocrazia e della ripresa economica: la legge sul conflitto di interesse e una nuova legiferazione nel campo della libertà di stampa, dell’informazione e delle comunicazioni. Verranno prese misure specifiche per impedire che possano essere eletti in parlamento soggetti politici legati al mondo dell’informazione, e soprattutto viene impedito a società finanziarie, banche d’affari private e grossi colossi finanziari internazionali di poter aggirare l’ostacolo diventando editori. Chi si occupa di informazione lo fa costituendosi come “editore puro” attraverso il rischio di una impresa privata. Il tutto per impedire che la finanza, in maniera subdola (come avviene in Italia ad es.) usi il proprio gigantesco potere per esercitare pressioni sull’opinione pubblica al fine di salvaguardare interessi finanziari e non il diritto alla libertà dell’informazione.

Anche su questo punto, nessuna notizia in merito.

Sono entrambi due pericolosissimi precedenti.

E’ la dimostrazione che esistono strade diverse percorribili, opposte a quelle volute dalla BCE e dal governo italiano, dal PD dal PDL dall’Udc. A questo ci potete aggiungere la decisione ufficiale presa dal presidente dell’Ecuador, Rafael Correa, il quale ha bocciato la richiesta avanzata dalle compagnie petrolifere locali per nuove trivellazioni, destinando i 300 milioni di dollari (per loro una grossa cifra) del budget che le lobby del petrolio erano riusciti a garantirsi e spostando tale cifra per la salvaguardia del territorio idro-geologico dando vita a tre giganteschi parchi naturali, all’interno dei quali verranno fatti investimenti nel settore dell’agricoltura biologica a chilometro zero.

Qui di seguito, in un post scriptum, in copia e incolla, c’è un articolo apparso sul settimanale Pagina ½, la pubblicazione più radicale e colta diffusa in Argentina. E’ un esempio di giornalismo che in Italia non esiste più. Dà lanotizia sulla legge della divisione tra banche d’affari e banche speculative, senza nessun commento, senza fornire nessuna opinione, raccontando in che cosa consiste la Legge, come funziona, come si è svolta la votazione, i nomi degli attori e delle fazioni in campo. L’articolo è quello originale ed è scritto dunque in spagnolo, ma è di facilissima comprensione anche per chi non conosce la lingua.

Sono modalità completamente diverse da quelle seguite in Italia dove ladisinformazione, il narcisismo e l’opinionismo lobbista si sono ormai sostituiti alla spiegazione dei fatti reali e oggettivi; e così i lettori, spaesati, confusi, finiscono per non essere mai messi al corrente su ciò che accade in verità, perché vengono spinti a seguire delle tesi già preconfezionate che finiscono tutte con lo stesso identico refrain: non c’è alternativa, non si può farediversamente.

Non è vero. Non è così.

Non esiste nessun campo dell’attività umana in cui non esistano alternative. E’ una diabolica idea quella di presentare soluzioni come se fossero le uniche a disposizione.

Per ritornare in Europa, mentre l’Italia è scivolata nel consueto imbuto popolato da pecore mediatiche al pascolo, seguendo le vicende delle cosiddette primarie, in Europa si scatenava un furibondo scontro (in Germania) relativo a Unicredit e MPS (la più antica banca italiana, Monte dei Paschi di Siena) anche perché il tutto era relativo alla stessa persona, Alessandro Profumo, già presidente di Unicredit e attualmente presidente diMPS. Accusato, denunciato e sentenziato di evasione fiscale in Europa per lacifra di 3,5 miliardi di euro, Unicredit e Profumo (in quanto mente operativa della questione) se la stanno vedendo con le banche europee per un gigantesco conflitto di interessi. Mentre all’Unicredit si chiedono i soldi da pagare e Profumo è stato identificato come un evasore che non rispetta laLegge, Mario Monti, a nome del governo italiano, si è presentato da Mario Draghi chiedendo il consenso a “sforare” dai dispositivi sanciti dal Fiscal Compact per far avere –sempre allo stesso Profumo- un nuovo gettito di 3 miliardi di euro provenienti dalle casse dello stato italiano, dopo i 24 che ha già ricevuto negli ultimi cinque anni. Essendo il titolo della banca considerato in borsa “spazzatura” (il titolo che tre anni fa valeva 2 euro in borsa, oggi vale 0,17 euro in borsa) non è ammissibile neppure per Draghi una cosa del genere. Rischiosissima. Infatti, i greci –giustamente dal loro punto di vista- hanno immediatamente protestato pretendendo una proroga del loro debito. E’ andata a finire come ben sappiamo. Non si sa se Unicredit pagherà o meno ciò che ha rubato e MPS avrà i suoi soldi da investire in nuovi derivati speculativi a rischio sempre più alto, l’unica possibilità rimasta di poter mettere un buco alla voragine di una banca tecnicamente già fallita da un pezzo. Tutta la gestione dei rapporti tra istituzioni e banche, tra governo e banche, tra BCE e banche, portata avanti da Mario Monti e dal PD dal PDL e dall’Udc finiranno per aumentare nel mese di dicembre il disavanzo pubblico portandolo a un ulteriore aumento e raggiungendo la cifra di 2000 miliardi dieuro.

Qui in Italia ci portano via i soldi per darli a banchieri evasori che gestiscono banche già fallite, mentre in Argentina c’è chi ha messo legalmente il bavaglio alle banche, le ha ammanettate e le ha sottoposte a una rigida, attenta regolamentazione sotto la custodia, tutela e attenzione della classe politica al governo in rappresentanza delle istituzioni collettive.

Una bella differenza.

La guerra, quindi, prosegue.

Ed è sempre la stessa, quella tra oligarchi della finanza e i loro oppositori.

Da noi, ci fanno credere che il problema sia se vince Renzi o se vince Bersani oppure se Berlusconi si candiderà oppure no.

Sapete che vi dico? (con il cuore in mano). Se a questo punto c’è qualcuno che pensa possa essere così, allora vuol dire che ce li meritiamo tutti. Questa è la loro forza.

C’è ancora qualcuno che dà loro credito.

Non lamentiamoci, dunque, se le banche non lo danno a noi, il credito. Perché mai dovrebbero?

Buona domenica a tutti.

Ecco l’articolo, a firma Sebastian Premici, celebre giornalista e intellettuale argentino (…)

sergiodicorimodiglianji.blogspot.it

Il capitalismo di Stato sostituirà quello del libero mercato (by Hobsbawm)

Sabato, 12 Maggio 2012

La notizia della morte del capitalismo è per lo meno prematura, il sistema economico sociale che da alcune centinaia di anni regge il mondo non è neanche malato, e basta guardare la Cina per convincersene e per leggere il futuro. In Oriente masse di contadini entrano nell’universo del lavoro salariato, lasciano il mondo rurale e diventano proletari. È nato un fenomeno nuovo, inedito nella storia: il capitalismo di Stato, dove alla vecchia borghesia illuminata, creativa, anche se rapace – come la descriveva Marx nel “Manifesto comunista” – sono subentrate istituzioni pubbliche. Insomma, non siamo all’apocalisse e nessuna rivoluzione è dietro la porta, semplicemente il capitalismo sta cambiando pelle. Eric Hobsbawm scende con una specie di montacarichi dalla ripida scala della sua casa di Highgate a Londra, non lontano dal luogo in cui riposa il suo grande maestro e ispiratore Karl Marx, appunto. Ha subito un’operazione per cui cammina male. Ha 95 anni, ma mentre il corpo mostra i segni dell’età, la testa di questo signore considerato il massimo storico contemporaneo, è quella di un giovane. Sta scrivendo un saggio su Tony Judt, un intellettuale britannico morto prematuramente, due anni fa. Parla alla Bbc, è attivo più che mai. E non ha mai smesso di essere marxista.E se per questa intervista con “l’Espresso”, una delle rarissime che rilascia, si è fatto mandare le domande via mail, e se comincia seguendo il canovaccio concordato, dopo pochi minuti passa a un serrato e spontaneo dialogo con l’interlocutore. “Mi ha chiesto se sia possibile il capitalismo senza le crisi”, inizia: “No. A partire da Marx sappiamo che il capitalismo opera attraverso crisi appunto, e ristrutturazioni. Il problema è che non possiamo sapere quanto sia grave quella attuale, perché ci siamo ancora in mezzo”.La crisi in corso è differente da quelle precedenti?
“Sì. Perché è legata a uno spostamento del centro di gravità del Pianeta: dai vecchi Paesi capitalisti verso nazioni emergenti. Dall’Atlantico verso l’Oceano Indiano e il Pacifico. Se negli anni Trenta tutto il mondo era in crisi, ad eccezione dell’Urss, oggi la situazione è diversa. L’impatto è differente in Europa rispetto ai Paesi del Bric: Brasile, Russia, Cina, India. Altra differenza, rispetto al passato: nonostante la gravità della crisi, l’economia mondiale continua a crescere. Però solo nelle aree fuori dall’Occidente”.Cambieranno i rapporti di forza, anche militari e politici?
“Intanto stanno cambiando quelli economici. Le grandi accumulazioni dei capitali da investire sono oggi quelle dello Stato e delle imprese pubbliche in Cina. E così mentre nei Paesi del vecchio capitalismo la sfida è mantenere gli standard del benessere esistenti – ma io credo che queste nazioni siano in un rapido declino – per i nuovi Paesi, quelli emergenti, il problema è come mantenere il ritmo di crescita senza creare problemi sociali giganteschi. È chiaro, ad esempio, che la Cina si è data a una specie di capitalismo in cui l’insistenza di stampo occidentale sul Welfare è completamente assente: sostituita invece dall’ingresso velocissimo di masse di contadini nel mondo del lavoro salariato. È un fenomeno che ha avuto effetti positivi. Rimane la questione, se questo sia un meccanismo che possa operare a lungo”.Quello che sta dicendo porta alla questione del capitalismo di Stato. Il capitalismo come l’abbiamo conosciuto significava scommessa personale, creatività, individualismo, capacità di invenzione da parte dei borghesi. Può lo Stato essere altrettanto creativo?
“L’”Economist” alcune settimane fa si è occupato del capitalismo di Stato. La loro tesi è che potrebbe essere ottimo nella creazione delle infrastrutture e per quanto riguarda gli investimenti massicci, ma meno buono nella sfera della creatività. Ma c’è dell’altro: non è scontato che il capitalismo possa funzionare senza istituzioni come il Welfare. E il Welfare è di regola gestito dallo Stato. Penso quindi che il capitalismo di Stato ha un grande futuro”.E l’innovazione?
“L’innovazione è orientata verso il consumatore. Ma il capitalismo del Ventunesimo secolo non deve pensare necessariamente al consumatore. E poi: lo Stato funziona bene quando si tratta dell’innovazione nell’ambito militare. Infine: il capitalismo di Stato non è legato al dovere di una crescita senza limiti, e questo è un vantaggio. Detto questo, il capitalismo di Stato significa la fine dell’economia liberale come l’abbiamo conosciuta negli ultimi quattro decenni. Ma è la conseguenza della sconfitta storica di quello che io chiamo “la teologia del libero mercato”, la credenza, davvero religiosa, per cui il mercato appunto si regola da sé e non ha bisogno di alcun intervento esterno”.Per generazioni la parola capitalismo faceva rima con libertà, democrazia, con l’idea che le persone forgiano il proprio destino.
“Ne siamo sicuri? Secondo me non è affatto evidente associare i valori che lei ha menzionato con determinate politiche. Il capitalismo di mercato puro non è obbligatoriamente legato alla democrazia. Il mercato non funziona nel modo in cui lo teorizzavano i liberisti: da Hayek a Friedmann. Abbiamo semplificato troppo”.Cosa vuol dire?
“Ho scritto tempo fa che abbiamo vissuto con l’idea di due vie alternative: il capitalismo di qua il socialismo di là. Ma è un’idea stramba. Marx non l’ha mai avuta. Spiegava invece che questo sistema, il capitalismo, un giorno sarebbe stato superato. Se guardiamo la realtà: gli Usa, l’Olanda, la Gran Bretagna, la Svizzera, il Giappone, possiamo arrivare alla conclusione che non si tratta di un sistema unico e coerente. Ci sono tante varianti del capitalismo”.Intanto la finanza prevale. C’è chi dice che il capitalismo potrebbe fare a meno della borghesia. È un’intuizione giusta?
“È emersa con forza un’élite globale composta di persone che decidono tutto nel campo dell’economia, e che si conoscono tra di loro e lavorano insieme. Ma la borghesia non è scomparsa: esiste in Germania, forse in Italia, meno negli Usa e in Gran Bretagna. È cambiato invece il modo in cui si accede a farne parte”.Vale a dire?
“L’informazione è oggi un fattore di produzione”.Non è una novità. Già i Rothschild diventarono ricchi perché per primi seppero della sconfitta di Napoleone a Waterloo, cosa che ha permesso loro di sbancare la Borsa…
“Intendo una cosa diversa. Oggi fai soldi perché controlli l’informazione. E questo è un argomento forte nelle mani dei reazionari che dicono di combattere le élites colte. Sono le persone che leggono i libri e che hanno vari gradi di istruzone universitaria, a trovare gli impieghi redditizi. Gli istruiti sono identificati ormai con i ricchi, con gli sfruttatori, e questo è un problema politico vero”.Oggi si fanno soldi senza produrre beni materiali, con derivati, con speculazioni in Borsa.
“Però si continua a fare denaro anche, e soprattutto, producendo beni materiali. È cambiato solo il modo con cui viene prodotto quello che Marx chiamava il valore aggiunto (la parte del lavoro dell’operaio di cui si appropria il padrone, ndr.) Oggi lo producono non più gli operai ma i consumatori. Quando lei compra un biglietto aereo on line, lei con il suo lavoro gratuito paga per l’automazione del servizio. È quindi lei a creare il plusvalore che fa il profitto dei padroni. È uno sviluppo caratteristico della società digitalizzata”.Chi è oggi il padrone? Una volta c’era la lotta di classe.
“Il vecchio proletariato ha subito un processo di outsourcing; dagli antichi Paesi verso i nuovi. È là che dovrebbe esserci la lotta di classe. Però i cinesi non sanno cosa sia. Seriamente: forse invece ce l’hanno la lotta di classe, ma non la vediamo ancora. Aggiungo: la finanza è una condizione necessaria perché il capitalismo vada avanti, ma non è indispensabile. Non si può dire che il motore che muove la Cina sia solo la voglia di profitto”.È una tesi sorprendente, la può spiegare?
“Il meccanismo che sta dietro all’economia cinese è il desiderio di restaurare l’importanza di una cultura e di una civiltà. È l’opposto di ciò che succede in Francia. Il più grande successo francese degli ultimi decenni è stato Asterix. E non è un caso. Asterix è il ritorno al villaggio celtico isolato che resiste all’urto del resto del mondo, un villaggio che perde ma sopravvive. I francesi stanno perdendo, e lo sanno”.Intanto in Occidente abbiamo i banchieri centrali che ci dicono cosa fare. Si parla di conti, numeri, ma non dei desideri degli umani e del loro futuro. Si può andare avanti così?
“A lungo termine, no. Ma sono convinto che il vero problema sia un altro: l’asimmetria della globalizzazione. Certe cose sono globalizzate, altre super-globalizzate, altre non sono state globalizzate. E una delle cose che non lo sono state è la politica. Le istituzioni che decidono di politica sono gli Stati territoriali. Rimane quindi aperta la questione come trattare problemi globali, senza uno Stato globale, senza un’unità globale. E questo riguarda non solo l’economia, ma anche la più grande sfida dell’esistente, quella ambientale. Uno degli aspetti della nostra vita che Marx non ha visto è l’esaurimento delle risorse naturali. E non intendo l’oro o il petrolio. Prendiamo l’acqua. Se i cinesi dovessero usare la metà dell’acqua pro capite utilizzata dagli americani non ce ne sarebbe abbastanza nel mondo. Sono sfide dove le soluzioni locali sono inutili, se non a livello simbolico”.C’è un rimedio?
“Sì, a patto che si capisca che l’economia non è fine a se stessa, ma riguarda gli esseri umani. Lo si vede osservando l’andamento della crisi in atto. Secondo le antiquate credenze della sinistra la crisi dovrebbe produrre rivoluzioni. Che non si vedono (se non qualche protesta degli indignati). E siccome non sappiamo neanche quali sono i problemi che stanno per sorgere, non possiamo nemmeno sapere quali saranno le soluzioni”.Può fare qualche previsione comunque?
“È estremamente poco probabile che la Cina diventi una democrazia parlamentare. È poco probabile che i militari perdano tutto il loro potere nella maggior parte degli Stati islamici”.Lei ha sostenuto la necessità di arrivare a una specie di economia mista, tra pubblico e privato.
“Guardi la storia. L’Urss ha tentato di eliminare il settore privato: ed è stata una sonora sconfitta. Dall’altro lato, il tentativo ultraliberista è pure miseramente fallito. La questione non è quindi come sarà il mix del pubblico con il privato, ma quale è l’oggetto di questo mix. O meglio qual è lo scopo di tutto ciò. E lo scopo non può essere la crescita dell’economia e basta. Non è vero che il benessere è legato all’aumento del prodotto totale mondiale”.Lo scopo dell’economia è la felicità?
“Certo”.Intanto crescono le diseguaglianze.
“E sono destinate ad aumentare ancora: sicuramente all’interno dei singoli Stati, probabilmente tra alcuni Paesi e altri. Noi abbiamo un obbligo morale nel cercare di costruire una società con più uguaglianza. Un Paese dove c’è più equità è probabilmente un Paese migliore, ma quale sia il grado di uguaglianza che una nazione può reggere non è affatto chiaro”.Cosa rimane di Marx? Lei, in tutta questa conversazione non ha mai parlato né di socialismo né di comunismo…
“Il fatto è che neanche Marx ha parlato molto né di socialismo né di comunismo, ma neanche di capitalismo. Scriveva della società borghese. Rimane la visione, la sua analisi della società. Resta la comprensione del fatto che il capitalismo opera generando le crisi. E poi, Marx ha fatto alcune previsioni giuste a medio termine. La principale: che i lavoratori devono organizzarsi in quanto partito di classe”.In Occidente si parla sempre meno di politica e sempre più di tecnica. Perché?
“Perché la sinistra non ha più niente da dire, non ha un programma da proporre. Quel che ne rimane rappresenta gli interessi della classe media istruita, e non sono certo centrali nella società”. colloquio con Eric Hobsbawm di Wlodek Goldkorn, da L’Espresso via micromega

L’Argentina è rinata bandendo il neoliberismo

Mercoledì, 4 Gennaio 2012

Il tempo vola. Sono passati ormai più di dieci anni da quando l’Argentina, per usare le grate parole di Fidel Castro, precipitò il modello economico neoliberista nelle più remote profondità del prospicente Oceano Atlantico. In due giorni, fra il 19 ed il 20 dicembre 2001, l’allora presidente Fernando De La Rua, “liberalsocialista” eletto due anni prima nelle fila dello storico Partito Radicale, se la dovette svignare dal tetto della Casa Rosada a bordo di un elicottero, dopo aver ordinato un’inutile repressione a suon di mitragliate contro la folla in piazza, con un bilancio di oltre quaranta vittime ed i cui effetti furono soprattutto quelli di gettare ulteriore benzina sul fuoco. Proprio come le sollevazioni di Caracas del 1992 contro le austerità indette dal presidente Carlos Andrés Pérez (Caracazo), di Piazza delle Tre Culture a Tlatelolco in Messico nel ’68 o di Bogotà alla fine degli Anni Quaranta (Bogotazo): tutti episodi che insanguinarono la storia latinoamericana della seconda metà del Novecento con migliaia di vittime.
A causare l’insurrezione di Buenos Aires erano stati i “consigli” del FMI, culminati in una vera e propria serrata (“corralito”) dei conti correnti e dei bancomat: cosa che impedì non solo al proletariato ed al sottoproletariato ma anche al fino ad allora benestante ceto medio urbano di mantenersi da vivere, provvedendo al pagamento delle più elementari spese quotidiane. Era l’epilogo di una storia cominciata quasi cinquant’anni prima, col golpe del 1955 che aveva destituito Peròn consegnando il paese all’arbitrio ed al saccheggio da parte del FMI e del grande capitale nordamericano, in combutta con una classe politica locale neoliberale e pronamente filostatunitense. In una drammatica, caotica e “mimetica” alternanza fra tre dittature militari (di cui l’ultima, la più fatale, quella del cosiddetto “Processo di Riorganizzazione Nazionale”, dal 1976 al 1983), che provocarono oltre 30.000 desaparecidos, e governi “democratici” (ma oltremodo complici, disponibili e tolleranti sia verso le altre dittature militari e reazionarie del Continente sia verso i gruppi fascisti, terroristi e paramilitari attivi nel paese, per non parlare poi dell’impunità concessa ai militari dalle mani lordate di sangue), l’Argentina cambiò completamente volto. Se sotto Peròn era una delle prime dieci economie al mondo, con una crescita robusta, piena occupazione ed enormi riserve valutarie, 46 anni più tardi l’Argentina era invece il paese dei record negativi con il 71% di bambini sottonutriti nelle province più povere, il tasso di disoccupazione al 42% ed il debito pubblico procapite più alto al mondo. A causa della parità fra peso e dollaro le attività manifatturiere erano state spazzate via dalla concorrenza dei prodotti nordamericani, mentre le massicce privatizzazioni avevano liquidato un immenso patrimonio pubblico (scandaloso, per esempio, fu il caso dell’industria petrolifera di Stato, letteralmente regalata e frammentata fra sciacalli stranieri: si veda il bellissimo documentario “Diario del saccheggio” di Fernando Solanas, del 2003). Sempre sotto il camaleontico Menem la televisione commerciale e spazzatura aveva assunto il monopolio nella vita culturale, ergendosi a formidabile arma di distrazione di massa con cui distrarre e disinteressare la popolazione dal costante peculato e dalla crescente corruzione portati avanti dall’intera classe politica. Alle classi più povere si vendevano i sogni ed i miraggi di un’irraggiungibile società dei consumi e della ricchezza, un vero e proprio stordimento culturale, mentre nelle classi medie si fomentavano le solite paure del “socialismo” così funzionali ad avvincerle e convincerle a votare perennemente le destre e le sinistre liberali e liberiste serve del FMI e del consenso di Washington. In questo modo uno dei paesi più progrediti dell’America Latina e del mondo, non solo tecnicamente ed economicamente ma anche culturalmente, era stato completamente razziato, deturpato e dilapidato.
La caduta di De La Rua e del suo superministro dell’economia Domingo Cavallo (presidente del Banco Centrale sotto la dittatura dal 1976 al 1983) consegnò dunque il paese ad una fase rivoluzionaria, che non tardò ad essere guidata da quei giovani della sinistra peronista verso cui le squadriglie neofasciste della AAA (Alianza Anticomunista Argentina) ed il Processo di Riorganizzazione Nazionale negli anni Settanta avevano dedicato molto del loro zelo omicida. Tra questi emersero rapidamente Nestor Kirchner e successivamente sua moglie Christina Fernandez, che attraverso una cauta ma ferma politica redistributiva ridussero i livelli di povertà sociale di tre quarti rispetto agli anni Novanta. Il 2 gennaio 2002 l’Argentina aveva dichiarato il default sulle sue obbligazioni internazionali, ammettendo ovvero la propria impossibilità nel far fronte a tutti gli impegni economici contratti presso gli altri Stati. Per mesi il paese si ritrovò economicamente bloccato, ma a partire dal 2003 riprese a crescere con ritmi pari al 7%, presto elevati al 10% (la più forte crescita economica al mondo dopo quella cinese).
La riscossa e la rinascita dell’Argentina (parlare solo di “ripresa” sarebbe oggettivamente riduttivo) sono indubbiamente frutto di una serie di circostanze difficilmente ripetibili, almeno in termini geopolitici e congiunturali. Pensiamo ad esempio al fortissimo aumento del costo delle materie prime, che ha permesso al paese di rilanciare il settore agricolo in tempi molto rapidi, facendone una delle principali locomotive della propria economia. Ma vi sono anche altri fattori, come l’affacciarsi della Cina quale nuovo partner di riferimento strategico in sostituzione degli Stati Uniti e la partecipazione insieme al Brasile di Lula e al Venezuela di Chavez al processo d’integrazione latinoamericana. La chiave di volta, da questo punto di vista, è stata sicuramente l’incontro di Mar del Plata del 2005, che ha visto l’asse Argentina-Brasile rifiutare sdegnosamente il Trattato di Libero Commercio fra Stati Uniti e paesi latinoamericani (ALCA). Con questo progetto, caldamente sostenuto dall’amministrazione Bush, gli Stati Uniti puntavano a trasformare l’intera America Latina nella loro manifattura a basso costo (esattamente come già avviene col Messico attraverso il NAFTA), l’ideale per arginare la competitività cinese con un secolo di nuove ingiustizie per tutti i cittadini sud e centro americani. L’anno dopo, col sostegno politico ed economico venezuelano, insieme al Brasile l’Argentina chiuse definitivamente i propri conti col FMI con la storica frase “non abbiamo più bisogno dei vostri consigli interessati”. La crescente cooperazione con i nuovi governi progressisti latinoamericani (Bolivia, Nicaragua, Paraguay, Ecuador e via dicendo) e la reazione ferma contro i golpe in Honduras ed Ecuador (quest’ultimo fortunatamente fallito) hanno infine ulteriormente cementato il processo d’integrazione del Continente, restituendo all’Argentina quella statura internazionale persa ormai da decenni.
Lo Stato, smembrato, spogliato e privatizzato negli anni delle dittature e di Menem, ha recuperato il proprio ruolo nella società e soprattutto le sue responsabilità dinanzi ai cittadini. L’acqua, le poste, le linee aeree e i servizi scolastici e sociosanitari sono stati rinazionalizzati, mentre hanno visto la luce nuovi progetti in campo sociale e culturale finalzzati ad elevare il livello di vita della popolazione, anche in sinergia con gli altri paesi latinoamericani. Importanti, inoltre, i provvedimenti assunti a tutela dell’ambiente, della parità di genere e delle diversità, cosa quanto mai importante in uno dei paesi probabilmente più eterogenei e sfaccettati (culturalmente, religiosamente e socialmente) del mondo.
Il “rinascimento” argentino è passato anche attraverso una rivalorizzazione della cultura, tanto necessaria quanto irrinunciabile visto il degrado a cui i media erano giunti sotto Menem: le trasmissioni commerciali, un tempo il 100% dell’offerta “culturale” televisiva di tutto il paese, sono state ridotte ad un terzo. Per due terzi i media debbono occuparsi, com’è giusto che sia, d’argomenti sociali e culturali. Anche l’istruzione pubblica ha ricevuto un forte impulso, con gli stanziamenti più che triplicati (dal 2% al 6,5% del PIL: altro che Maria Stella Gelmini o Francesco Profumo!). Tutto ciò ha determinato un forte miglioramento del grado di senso civico, d’alfabetizzazione e di responsabilità politica e culturale di tutta la popolazione.
Questa è dunque l’Argentina di oggi: un paese che, ad onta delle tante perplessità dei media e degli intellettuali nostrani (disinformati ed in malafede, marci e malati fin nel midollo di quella cultura razzista che è l’eurocentrismo), ha saputo rialzare la testa. Un anno fa, dopo l’improvvisa morte di Nestor Kircher a seguito di un infarto, in tanti in Europa e Nord America predissero, probabilmente augurandoselo, un precoce ed incontrollabile crollo del “sogno neoperonista”. Sognavano il cedimento del mattone argentino augurandosi il crollo di tutto l’edificio latinoamericano, quindi brasiliano, boliviano, venezuelano, ecuadoriano e cubano; ed intanto, paghi della loro ignoranza che non li stimolava ad aggiornarsi e a guardare al di là delle loro strette barricate eurocentriche, continuavano a sguzzare nel cliché dell’Argentina da sfottersi in quanto stracciona. Sono rimasti, questi media, politici ed intellettuali “de noantri”, con un palmo di naso. L’Argentina ha continuato a crescere, in barba alle recrudescenze della crisi finanziaria globale che ha invece continuato a tormentare soprattutto quell’Occidente settentrionale da cui aveva avuto origine, e la “presidenta” Christina Fernandez da Kirchner è riuscita non soltanto a completare il suo mandato ma lo scorso 23 ottobre 2011 è stata persino rieletta dai suoi concittadini col 54% dei voti. Chissà se Obama, Cameron o Sarkozy potranno mai vantare una tale popolarità al prossimo giro…f.bovo statopotenza.eu

Crisi della famiglia? non in politica: vedi l’Argentina, Bush, Clinton, la Polonia ….

Domenica, 28 Ottobre 2007

Sarà pure in crisi tra i comuni mortali, ma la famiglia e i legami di sangue spopolano tra i potenti. Mai come in questo periodo, le case reali riscuotono successo e i legami di parentela scandiscono il passaggio del potere negli Stati più avanzati. Negli USA, a Bush padre è succeduto, dopo l’interregno di Clinton, Geroge W. Bush. La candidatura di Hillary dovrebbe però mettere le cose a posto e anche per i democratici si potrà parlare, dopo gli anni verdi dei Kennedy, di dinastia familiare. L’Argentina segue a ruota. Se i pronostici saranno rispettati, la presidenza passa dal marito alla moglie. Nella vecchia Europa, il tandem è stato riproposto nella versione polacca con i due fratelli gemelli alla presidenza della repubblica e del governo. Per non parlare dell’Italia, terra dei figli e parenti d’arte: D’Alema, Veltroni, Berlinguer, Craxi, Cossiga, Forlani, Mussolini …. Evviva la Famiglia!