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Parla Niccolini: io e la banda della Magliana

Venerdì, 2 Aprile 2010
Andreotti? “Sa che io sono stato la sua salvezza. Hanno fatto di tutto per convincermi ad accusarlo, a dire cose false contro di lui. E so che mi vuole bene. Lui era amico già di mio padre e quando stava a Palazzo Chigi mi aveva dato libero accesso: entravo da dietro e l’aspettavo in ufficio. Quando nel 1991 diventò senatore a vita però scelsi di schierarmi con Vittorio Sbardella, un vero amico, e lui non me lo perdonò. Mandava Franco Evangelisti a pregarmi: “Devi stare con noi, non ci mollare. Giulio non lo merita: sei nel suo cuore”. Mica je credevo. Io Andreotti lo conosco: ride ma non sorride, non dà il cuore a nessuno, manco alla moglie”.Enrico Nicoletti racconta un altro film. Non ‘Romanzo Criminale’, dove la figura del ‘Secco’ che ricicla miliardi è ricalcata sulle sue vicende giudiziarie, ma un nuovo capitolo de ‘Il Divo’ di Paolo Sorrentino. L’epopea di un palazzinaro venuto dal Frusinate, “che trovava sempre aperte tutte le porte della Dc e di qualunque politico: socialisti, comunisti. Perché sapevano che non li deludevo…”.Un costruttore che si prende Roma: “Negli anni ’80 ero il più importante. I Caltagirone? Non li guardavo nemmeno. Ho costruito milioni di metri cubi, ho fatto girare migliaia di miliardi di lire, ho pagato tasse a palate. Altro che nullatenente! Ho tirato su due università, ero il numero uno”.

Prendersi Roma, il sogno della Banda della Magliana. Lui c’era riuscito, prima di loro. Aveva mucchi di case, fiumi di soldi e 400 auto nella sua concessionaria: il triangolo magico che nella Capitale garantisce il successo. A 74 anni, sempre libero nonostante due condanne definitive, nel salotto della sua casa parla come un sovrano in esilio.

In vestaglia, con la metà destra del corpo semiparalizzata, ricorda quando era il re degli affari capitolini. La sua versione, ripetuta in tutte le aule e che non lo ha salvato dalle sentenze: “Io non sono mai stato il cassiere della banda della Magliana. Nelle condanne non c’è scritto e adesso persino il procuratore generale se l’è rimangiato. Non avevo bisogno di loro. Quando a Rebibbia ho conosciuto Renatino De Pedis lui si è messo a disposizione”.”Mi faceva il caffè, mi lavava i calzini: mi ascoltava come se fossi un oracolo. Ma tutti a Roma erano a mia disposizione, perché ero il più liquido: solo sul conto di mio figlio hanno sequestrato 69 miliardi di lire. Se c’era un affare, venivano da me: non li dovevo cercare. Quando si è trattato di costruire la seconda università è stato Evangelisti a chiamarmi, per conto di Andreotti: ‘C’hanno un problema, aiutali tu…’”.

Già, ma lei a uno incontrato in carcere come De Pedis, il ‘Dandi’, poi gli ha dato un sacco di milioni. “Gli ho prestato 250 milioni per comprare un ristorante a Trastevere, poi ha preso il mutuo e li ha restituiti al mio notaio. Per me quelle erano briciole”. Si sarà reso conto che stava facendo affari con il boss della Magliana: “E che ne sapevo? All’epoca mica si conoscevano queste cose”.Quando l’hanno arrestata assieme a Ciro Maresca però lei non poteva ignorare chi fosse: sua madre, Pupetta Maresca, era una sorta di eroina della camorra: “Quel Maresca me lo sono ritrovato nell’autosalone, manco lo conoscevo. Infatti mi hanno assolto”. Insistere in queste domande porta a scontrarsi con un muro di dichiarazioni consolidate in trent’anni di interrogatori.Invece Nicoletti ama ricordare quando dettava legge a Roma: elenca una lista sterminata di condomini che ha costruito, di immobili che ha venduto, di politici che ha sostenuto. “Perché ero io a decidere. Evangelisti mi chiese di inserire Giuseppe Ciarrapico nelle convenzioni dell’università. Io invece me ne fregai. Potevo comprarmi il ‘Messaggero’ quando i Perrone volevano liberarsene, ma lasciai stare: non c’avevo tempo per i giornali, davo lavoro a 1.500 persone”.

I suoi incontri erano sempre lontani dai riflettori. “Al ristorante, negli uffici, nei palazzi del governo. Quando abbiamo firmato i contratti per l’università di Tor Vergata ero a tavola con il rettore Geraci, ‘na brava persona, il sindaco Vetere e la responsabile amministrativa messa lì dal Pci. M’hanno dato molti più miliardi di quello che pensavo”.Niente mondanità: “Io sono uno di famiglia, sono sempre stato religioso. Anche adesso vado a messa”. Mostra un attestato di benedizione pontificia con la foto e il sigillo autografo di papa Ratzinger: ‘A Enrico Nicoletti per i cinquant’anni di matrimonio’: “Non è vero che avevo rapporti con il cardinale Poletti, frequentavo tanti altri monsignori. Wojtyla mi ha voluto bene: sono stato ricevuto in udienza più volte, ha cresimato mia figlia”.

Il Vaticano. Inevitabile chiedergli del mistero di Emanuela Orlandi. Risposta scontata: “E che ne sapevo io!”. E per Aldo Moro, ha fatto qualcosa? “Il professore? Era così affettuoso”. Anche Moro? “E certo! Quante volte l’ho incontrato il professore, pure a Palazzo Chigi”. E non ha fatto nulla per liberarlo? “Se m’avessero chiesto avrei tirato fuori qualunque somma. Quando m’hanno domandato aiuto per il riscatto di Cirillo (il presidente dc della Regione Campania rapito dalle Br) mi sono messo subito a disposizione”.La palazzina anonima in un comprensorio immerso nella periferia estrema di Roma non ha misure di sicurezza: non si notano vetri blindati, né allarmi. C’è solo un massiccio doberman. “Non ho paura. Negli anni Settanta, ai tempi dei sequestri, quando volevano rapire mia figlia ho comprato tre Mercedes blindate. La scorta me la facevano i carabinieri, venivano da me quando smontavano dal servizio”.

Non poteva assumere qualche uomo d’onore, come ha fatto Berlusconi? “E che so scemo! Se te li metti in casa, poi te se magnano: vogliono comandare loro. Io sono un ex carabiniere, non mi fidavo. Anche i banditi mi guardavano con sospetto e disprezzo: dicevano che ero ”na guardia’”.Nicoletti si dichiara vittima della magistratura, che ha arrestato più volte lui e i suoi figli. Un paradosso, perché buona parte del suo impero è stato costruito grazie alle aste giudiziarie dove riusciva ad assicurarsi gli immobili migliori. Per vent’anni i giudici lo hanno reso ricco, poi gli hanno confiscato beni e conti con centinaia di miliardi di lire. “Colpa dei pm comunisti!”, sbotta. Ma come, proprio lei che quando al Campidoglio c’era il Pci ha fatto affari d’oro… Si illumina: “Certo! Quelli però sono in lotta tra loro…”E la Roma del 2010? Chi conosce tra i nuovi immobiliaristi furbetti? Gli investigatori hanno documentato rapporti indiretti con Danilo Coppola, che ha una casa a pochi metri da qui. “E chi sono? Mai visti, né lui, né gli altri. M’hanno raccontato che Coppola era un morto di fame, che nella borgata Finocchio chiedeva le sigarette perché non aveva i soldi nemmeno per fumare”.Umberto Morzilli però aveva lavorato per lei: è stato assassinato due anni fa, l’ultimo delitto di stampo mafioso avvenuto nella capitale, l’ultimo legato alla Banda della Magliana. “Sempre ‘sta storia della Magliana! Morzilli era un meccanico che da giovane ogni tanto faceva delle cose nel mio autosalone. E allora? Vendevamo migliaia di macchine l’anno, hanno lavorato per noi centinaia di persone”.Oggi con la politica che rapporti ha? Nicoletti sorride sornione: “Bussano ancora alla mia porta, anche per queste elezioni. Ma io non li voglio più vedere, m’hanno rotto…”. Cosa cercano da Enrico Nicoletti i candidati alle regionali? “Quello che i politici vogliono sempre…”. E mima un gesto eloquente con la mano sinistra, come a mettere dei soldi sul tavolo: il segreto del suo potere.

Colloquio con Enrico Nicoletti
Gianluca di Feo e Gianni Perrelli per “l’Espresso

L’exploit di Berlusconi dimostra che il PDL non esiste in natura (by Facci)

Giovedì, 1 Aprile 2010

L’amore in realtà ha perso, o così mi sembra. E’ vero che il bicchiere mezzo pieno corrisponde a un Berlusconi vincente, ma quello mezzo vuoto è un Pdl inesistente o peggio ancora complementare a Di Pietro e a Grillo.

Va da sé che in un ottica calcistica non ci sarebbe da discutere: si può vincere vince in vari modi (ai rigori, al novantesimo, per autogol altrui, con un solo bomber, per differenza reti) ma il punto è anche il campionato che si sta giocando, le reali prospettive al di là di un gagliardetto in più.

E comunque non si parla di tifosi, ma di cittadini. Il fatto che il Cavaliere sia riuscito a vincere con un colpo di reni e solo perpetuando l’eterno referendum su di sé (intento riuscito parzialmente per via dell’astensione) evidenzia anzitutto che il maggior partito del Paese ne ha avuto terribilmente bisogno.

Pur essendo al governo da anni, il Pdl non ha potuto rinunciare a che Berlusconi improvvisasse una manifestazione in extremis, rimediasse parzialmente a danni inenarrabili (le liste irregolari) e si affiancasse a qualche candidato attirando ogni luce su di sé: «Berlusconi vota Polverini», recitavano i manifesti romani. Nessuna novità, tantomeno positiva: anche perché il prezzo pagato all’ennesimo referendum è stata una personalizzazione della campagna elettorale che non solo ha rinfocolato lui per primo, ma ha contribuito sicuramente a distogliere dai famosi temi concreti.

Non è vero che Berlusconi si è limitato a rispondere ai colpi altrui: spesso ha rincarato, ha dipinto l’avversario con toni da anni Cinquanta, ha buttato lì anche delle sonore sciocchezze (la battuta sul cancro) ma nel farlo ha risposto più che altro alle procure e alla sinistra dipietresca, visto che il Pd si è sostanzialmente limitato a non esistere come ormai fa da molto tempo.

Senza contare che anche gli strali peggiori – legati all’abrogazione dei talk show Rai per tutto il mese – Berlusconi se li è decisamente cercati. Ora: si dice che tutto ciò gli sia stato necessario per rinsaldare lo zoccolo duro del partito e dunque per ridestare – scriveva Aldo Cazzullo sul Corriere di ieri – «gli italiani che non seguono la politica».

Benissimo, pare che Berlusconi ci sia riuscito: ma allora da chi è composto quel 36 per cento di astenuti che corrisponde al più basso afflusso dal Dopoguerra? Ormai è il primo partito italiano: chi ne fa parte? E’ composto dagli italiani che la politica, viceversa, la seguono o vorrebbero farlo? Da chi, anche a destra, i talk show li avrebbe voluti? O più semplicemente da chi, da ambo le parti, non ne poteva più proprio dell’eterno referendum su Berlusconi? Un referendum di cui sia Berlusconi che i suoi odiatori sembrano ormai essere dipendenti?

Sono quesiti retorici. Gli elettori, per usare un gergo caro al Cavaliere, non sono come i telespettatori, che essenzialmente si contano ma, per meglio indirizzare l’utenza pubblicitaria, si devono anche pesare: gli elettori sono tutti uguali, e il loro voto, diversamente dal potere d’acquisto, vale sempre uno.

Ergo, nel centrodestra – anche nel centrodestra – la gara è stata giocoforza al ribasso: Berlusconi è riuscito a far vincere il referendum su di sé, ma il numero di coloro che di questo referendum non ne possono più è cresciuto a destra come a sinistra. Sono rimasti in campo, protagonisti, il furor di popolo di Berlusconi e il furor di popolo di chi lo vorrebbe in galera: ha vinto la maggioranza, ma ha vinto anche quello lo stracitato clima da guerra civile che da quasi vent’anni ci portiamo dietro.

Si dice che la crescita dell’astensione sia fisiologica in tutti i paesi evoluti. Vero anche questo, ma a parte che il salto resta impressionante (quasi 15 punti rispetto alle politiche di due anni fa) allora è pure vero che in quegli stessi paesi l’astensione è spesso divenuta una scelta consapevole, deliberata, non una possibile distrazione di massa influenzabile dal bel tempo o dall’ora legale: ciò che rischia di diventare anche da noi. Un disamore per la politica fondato su un amore per la politica..

facci

libero.it

 f

Chi gode e chi rosica

Mercoledì, 31 Marzo 2010

Aveva deciso di ritirare la candidatura quando il suo nome, una settimana fa, era finito nel registro degli indagati per l’inchiesta sulle tangenti nella sanità pugliese. Ma durante l’ultimo comizio, un minuto appena nella piazza di Massafra, la folla gli aveva detto che lo avrebbe votato lo stesso. Così è stato, anche perché i tempi tecnici per fare marcia indietro non c’erano più. Michele Mazzarano, l’ex numero due del Pd in Puglia, entra in consiglio regionale con 6.340 preferenze. Non è l’unica sorpresa nel day after elettorale.

 

Come ogni volta va in scena un grande show nazionalpopolare fatto di trombati eccellenti e recordman di preferenze. Qualche scena in ordine sparso. Bocciato Angelo Gava, figlio del viceré di Napoli Antonio, e finora conosciuto soprattutto per il suo matrimonio con torta di panna da 200 chili. Promosso Ruggiero Mennea, pro-cugino di Pietro, che implorava di non toccare la pista di Barletta «teatro del record mondiale sui 200 al livello del mare», (indovinate ad opera di chi?).

 

Bocciata pure l’étoile Raffaele Paganini che di conseguenza già oggi sarà all’Europauditorium di Bologna con il suo spettacolo «Ho 50 anni e ballo il sirtaki». E brindisi in casa di Maruska Piredda, l’hostess precaria dell’Alitalia che, dopo la protesta in piazza, al confessionale del Grande fratello ha preferito il listino di Burlando in Liguria. A scorrere candidati e preferenze viene fuori passato, presente e (forse) futuro dell’Italia 2010. Mescolando con sapienza figli e intellettuali, nipoti e portaborse. Anche stavolta il capitolo più corposo è proprio quello dei parenti.

 

Non c’è solo Renzo Bossi, il figlio di Umberto che a Brescia ha preso una valanga di voti. Diventano consiglieri regionali anche Marco Scajola, nipote di Claudio, Ettore Zecchino, figlio dell’ex ministro Ortensio, Pietro Sbardella, figlio dello «squalo» Vittorio, Romano La Russa, fratello di Ignazio, ed Elisabetta Fatuzzo che a 42 anni rappresenta il Partito pensionati, fondato dal padre Carlo.

Resta consigliere Sandra Mastella con festa in tono minore davanti ad una villa di Ceppaloni vuota, causa divieto di dimora per l’inchiesta sulle assunzioni in Campania. Vittoria anche per Isabella Rauti, moglie del sindaco Alemanno e figlia di Pino. Ma alla voce parenti c’è anche chi ha lasciato lo spumante in frigo. Come Andrea Tremaglia, nipote dell’ex ministro Mirko che correva in Lombardia, oppure Piera Levi Montalcini, la nipote del premio Nobel Rita, bocciata in Piemonte. E come Mario Cito, discendente di Giancarlo. Il nome non vi dice niente? È stato il primo dei sindaci sceriffo, ed anche il più esagerato: a Taranto ricordano ancora bene la sua immagine con il mitra in mano. Conta il fatto che ebbe qualche guaio con la giustizia? Non è detto.

 

In Campania, nella lista Alleanza di Popolo, è stato eletto Roberto Conte, condannato in primo grado a due anni e otto mesi per concorso esterno in associazione mafiosa. In Puglia ha fatto centro Tato Greco, come Mazzarano indagato nell’inchiesta sulle tangenti della sanità pugliese. Nel Lazio il più votato è stato Claudio Fazzone che si è opposto ferocemente allo scioglimento del consiglio comunale di Fondi per infiltrazioni mafiose.

 

Mentre la prima seduta del parlamentino lombardo sarà guidata da Gian Carlo Abelli, il marito di Rosanna Gariboldi che solo due mesi fa, accusata di riciclaggio, ha patteggiato una condanna a due anni. Per rimanere al ramo giustizia in Puglia è stato eletto anche Lorenzo Nicastro, l’ex magistrato messo in lista da Di Pietro, con una scelta criticata pure dall’Associazione dei magistrati.

Nel day after nazionalpopolare anche lo sport ha sempre avuto la sua parte. Ma stavolta non è andata bene. Bocciato il ciclista Gianni Bugno (era nel listino di Penati in Lombardia), bisogna accontentarsi di Angelo Peruzzi tra i pali del consiglio comunale di Blera e di Giuseppe Bruscolotti, eletto nella sua Sassano. Altrimenti non resta che sedersi in panchina, vicino all’ex medico sociale della Roma Ernesto Alicicco (bocciato nel Lazio), oppure al suo successore Mario Brozzi, tra gli eletti nella lista Polverini.

 

Magari con la supervisione di Giorgio Puricelli, il fisioterapista del Milan sbarcato direttamente nel listino vincente di Formigoni. Servirebbe una pagina intera, invece, per mettere in fila collaboratori e portaborse. Nel Lazio entrano Ernesto Irmici, portavoce di Cicchitto, e Carlo De Romanis, assistente di Tajani. In Piemonte diventano consiglieri Angelo Mastrullo, capo di gabinetto del sottosegretario Crosetto, e Cristiano Bussola, a capo dell’ufficio stampa del Pdl. In Umbria entra Oliviero Dottorini, a lungo portavoce di Pecoraro Scanio. E adesso sbarcato nel partito di Antonio Di Pietro.
Lorenzo Salvia per il Corriere della Sera
2 – LAZIO, IN CONSIGLIO ARMATA NEOFITI E POCHI NOTI: ELETTI HACK, E STORACE: FUORI SGARBI E ALCUNI E ASSESSORI MARRAZZO
(Diana A. Formaggio e Paola Lo Mele per l’ANSA) -
Un’armata di neofiti della politica che si prepara ad affrontare cinque anni di legislatura con un governo di centrodestra – che subentra a quello del centrosinistra – guidato da Renata Polverini. Cosi’ si presenta il nuovo Consiglio regionale del Lazio che aumenta anche nel numero dei consiglieri, passando da 71 a 73.

 

Presidente di Giunta esclusa. Un ‘parlamentino’ che c’e’ gia’ chi aspira, forte dei consensi da record ottenuti, a presiedere, come per esempio Claudio Fazzone, che pero’ sarebbe costretto a scegliere tra la Pisana e Palazzo Madama dove siede come senatore. Pochi i volti noti; l’astrofisica Margherita Hack, Francesco Storace che ritorna cosi’ in Regione, Mario Brozzi, l’ex medico della Roma.

 

Bocciato Vittorio Sgarbi. Entra il figlio di Vittorio Sbardella, Pietro. E molti dell’ex giunta Marrazzo. Ma i piu’ sono debuttanti: professionisti, ex vigili del fuoco, espressione della societa’ civile. Se nulla e’ ancora deciso sulla presidenza, appare piu’ scontato chi, per l’opposizione, potrebbe sedersi sulla scranno della vice presidenza. Il nome piu’ gettonato e’ quello del Presidente uscente Bruno Astorre, primo eletto del Pd e gia’ assessore ai Lavori pubblici della Giunta di centrosinistra. Una carica alla quale potrebbe pero’ aspirare anche Esterino Montino, secondo degli eletti e che ha retto le sorti della giunta regionale dopo la ‘caduta’ di Piero Marrazzo.

VERINI Il centrodestra ha conquistato la Regione, ma per le note ragioni di mancata ammissione della lista romana del Pdl, non ha potuto riportare nell’emiciclo della Pisana alcuni degli storici consiglieri che in questi anni hanno rappresentato i punti di forza dell’ opposizione all’esecutivo guidato da Marrazzo prima e, negli ultimi mesi, da Esterino Montino.
Molti di loro, alcuni dei quali con alle spalle anche una esperienza di assessori, come Donato Robilotta (oggi escluso) e Francesco Saponaro confermato tra gli eletti della Lista Polverini, saranno comunque protagonisti della nuova legislatura e non solo alla Pisana.
Tra i navigati della politica che tornano a sedere nel Consiglio regionale invece ci sono gli assessori uscenti ricandidati in blocco e quasi tutti riconfermati a queste elezioni.

I nuovi festini di Berlusconi

Venerdì, 26 Marzo 2010

berlusconi_bagatelleUna giornata iniziata male: l’inchiesta di Trani, le telefonate al commissario Agcom, le pressioni per chiudere Annozero. E una serata tra musiche e balli con le deputate nel salone dei ricevimenti di Palazzo Grazioli, protetto con discrezione dalla scorta e la porta sigillata a doppia mandata.

Per finire in bellezza, il nervoso venerdì 12 marzo, Sabina Began ha organizzato una festa a sorpresa per Silvio Berlusconi. Serata a tema (il Brasile), una ventina di ballerine scatenate con la samba e il can can, le canzoni neomelodiche di Mariano Apicella. E altre ragazze, ospiti abituali e pur sempre speciali.

Un gruppo di deputate del Pdl: Annagrazia Calabria, Gabriella Giammanco, Mariarosaria Rossi, Elvira Savino. Il presidente del Consiglio aveva salutato i collaboratori con un’intervista al Tg5 sulla campagna elettorale, appuntamento l’indomani all’aeroporto di Ciampino – la mattina del falso allarme bomba – per il trasferimento a Milano. Le danze cominciano all’ora di cena e, tra un’esibizione al microfono e una chiacchiera sul divano, fanno correre l’orologio sino a notte inoltrata.

Alle quattro del mattino. Unica accortezza, per evitare registrazioni e scandali (Patrizia D’Addario insegna), la Began ha pregato le ballerine, entrate dal retro (non su via del Plebiscito), di lasciare le borse all’ingresso. L’attrice Began non smentisce. A precisa domanda – sulla festa del 12 marzo – “l’ape regina” risponde sorpresa: “A lei chi gliel’ha detto?”.

E sulla presenza delle deputate del Pdl – tra un sospiro e una lunga pausa – scoppia a ridere. E ripete con insistenza: “Capisco che lei sta facendo il suo lavoro, io faccio il mio, non posso dirle nulla”. Contattata attraverso il suo portavoce, la Calabria preferisce non commentare. E la Savino nega: “Ho altri problemi privati, vado a Roma per le sedute. Se potessi andare a Palazzo Grazioli, ci andrei volentieri”.

Le quattro deputate del Pdl, diverse per età e storie, hanno in comune l’investitura diretta del capo. La Giammanco è un’ex giornalista del Tg4 e – narrano i maligni – rappresenta la quota Emilio Fede alla Camera. Durante il voto di fiducia a Montecitorio, il presidente del Consiglio aveva scritto un bigliettino alla mora e alla bionda, sedute composte tra i banchi. La mora era Nunzia De Girolamo, avvocato di Benevento.

La bionda era la Giammanco: “Gabri, Nunzia, state molto bene insieme! Grazie per restare qui, ma non è necessario. Se avete qualche invito galante per colazione, Vi autorizzo (sottolineato) ad andarvene!”. E sul fondo: “Molti baci a tutte e due!!! Il ‘Vostro’ presidente”. Le due prendono carte e penna, e ricambiano: “Caro… (dolce presidente?, non si leggeva bene) gli inviti galanti li accettiamo solo da lei. E poi per noi è un piacere essere…”.

La Calabria è la più giovane deputata della XVI legislatura, Berlusconi l’aveva scelta per il discorso d’introduzione al congresso fondativo del Pdl. La carriera dell’imprenditrice Rossi ha un sapore fiabesco. Siamo nel dicembre del 2008. Berlusconi fa visita a un gazebo della libertà, per girare delle riprese con il Tg1, e resta colpito dal consigliere del X municipio.

E così la Rossi, nel giro di due anni, passa dal Quadraro a Montecitorio. Un salto in alto che ricorda l’ascesa della Savino, collaboratrice di Formiche, la rivista fondata da Paolo Messa. Al debutto romano, la deputata di Bari – sposata e con Berlusconi testimone di nozze – si fa notare per un vertiginoso tacco dodici. Che stuzzica la fantasia di Roberto D’Agostino: ecco a voi, la Topolona.

tecce fatto quotidino

Fi e An: un amore mai nato

Mercoledì, 24 Marzo 2010

fini-berlusconiIl prossimo fine settimana, mentre si eleggeranno i governatori, il Popolo della libertà compirà un anno. Il congresso fondativo si tenne fra il 27 e il 29 marzo 2009 e, se le elezioni verranno trasformate non soltanto in un referendum sul premier ma anche in un referendum sul nuovo partito, il risultato rischia d’essere tristarello. Perché ci si deve immaginare un partito nel quale i cofondatori, Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini, litigano alla frequenza e all’intensità che tutti sanno. Un partito nel quale – secondo l’ultimo consuntivo proposto dal Giornale – le correnti sono quattordici e non si calcolava l’ultima arrivata. Un partito nel quale la corrente ultima arrivata – Generazione Italia, voluta dal presidente della Camera e dai suoi appuntati – una settimana fa ha ricordato che in dodici mesi «non si sono mai riuniti il Consiglio di presidenza e la Direzione nazionale, se non per motivi statutari».

Il riassunto potrebbe occupare spazi infiniti: ci sono tre coordinatori che vanno d’amore e d’accordo, ma attorno a loro volano affamati gli avvoltoi; ci sono i Promotori di Michela Vittoria Brambilla e i club di Mario Valducci, che già si sfidano per chi alla resa dei conti rappresenterà il nuovo. Quello che conta sono gli effetti, e si sono visti in ogni regione col problema d’individuare il candidato buono, ma anche dove non hanno di queste urgenze. E infatti l’ultimo spettacolo è siciliano, dove l’eterna promessa Gianfranco Micciché rilancia il Partito del sud. Furono il presidente del Senato, Renato Schifani, e il Guardasigilli, Angelino Alfano, a brigare perché la Sicilia finisse nelle mani di Raffaele Lombardo anziché in quelle di Micciché. Poi il tempo è bizzarro, più che galantuomo, e oggi Micciché e Lombardo fanno a bacetti per questioni di orgoglio nazional-siciliano, mandando ai nervi i romani, nonostante il Partito del sud di Micciché nasca, e ti pareva, negli interessi del premier. Siccome la cosa sa di scissione, la scorsa settimana c’è stato un vertice Schifani-Alfano-Micciché che si è concluso così: «infruttoso» secondo il coordinatore regionale schifanian-alfaniano Giuseppe Castiglione, «fruttuoso» secondo il parlamentare miccicheiano Pippo Fallica.

Già la Sicilia potrebbe essere il caso di scuola per spiegare come vanno le cose nel Pdl. Potrebbe esserlo pure la Lombardia, dove si finisce spesso alle mani, spessissimo agli insulti, talvolta in galera. Quando l’assessore regionale ex An, Gianni Stornaiuolo, e l’assessore regionale ex FI, Doriano Riparbelli, si sono presi a ceffoni, Riparbelli è filato ad Arcore per esporre la sua versione dei fatti, e il povero Berlusconi, per fare estrema sintesi, disse: fra tangenti e liste respinte qui siamo già una mezza barzelletta; non montiamo anche questa storia che diventiamo un cinema. E infatti (mentre Formigoni aspetta lunedì per regolare i famosi conti con i dilettanti che fecero il casino delle liste, e qui il leghista Matteo Salvini aveva già individuato il colpevole: «Riparbelli!») è tutto clamorosamente bipartisan: Gianni Prosperini, ex An, che in carcere confessa le tangenti e Mirko Pennisi, ex FI, che viene registrato dalle talecamere mentre intasca la mazzetta. Il caso di scuola, a maggior ragione, vien fuori in Campania: sul tafferuglio napoletano questo giornale ha scritto a ripetizione, e forse basta dire che il ras finiano Italo Bocchino è contro il coordinatore regionale Nicola Cosentino che è contro il candidato Stefano Caldoro e in mezzo, ad alimentare la zuffa, ci sono Mara Carfagna e Alessandra Mussolini, anche loro in cerca di un posto al sole del golfo.

Poi è chiaro che per il Pdl il grosso della partita si gioca nel Lazio. Soprattutto gli ex An, che già hanno il sindaco, vorrebbero il governatore per creare un bel centro di potere. E siccome si considera Renata Polverini in quota a Fini, lo spettacolare risultato è un altro tutti contro tutti. Con quelli di An che dicono: «In Forza Italia danno spesso l’idea di remare contro». E quelli di Forza Italia che ribattono: «L’impressione è di avere portato una bella donna all’opera, ma la bella donna non è mai andata oltre Jovanotti». E quelli di An e quelli di Forza Italia che in coro dicono: «I finiani? E chi li ha visti? Qui l’unico che si batte è Berlusconi». E però, in Puglia, ci si sono messi Raffaele Fitto e tutto il partito a convincere il premier che Rocco Palese è l’ideale, e lui che voleva Adriana Poli Bortone per fare l’intesa che l’Udc dovette prima cercare un nome che mettesse tutti d’accordo (Francesco Divella, Stefano Dambruoso) e infine cedere alle lagne dei suoi. Ma se lunedì dovesse vincere Nichi Vendola ci sarà da ridere.

E comunque non è che tutto si risolva nel derby ForzaItalia-An. Si sa, la fusione è funzionata senz’altro nel rimescolare carte e uomini, con ex missini ora superberlusconiani ed ex liberali ora devoti a Fini. La nascita del Pdl, per esempio, non ha cambiato di una virgola la millenaria sfida ligure fra Claudio Scajola e Sandro Biasotti, che però non sono fessi, e ora si fanno vedere assieme in biciclettata. Non per niente Scajola viene dalla Dc, il partito maestro nella faida continua, tranne che in campagna elettorale. Ma insomma, lo show è planetario: in Piemonte il Pdl è nervoso per l’imposizione romana di un leghista, per non parlare della depressione di Giancarlo Galan in Veneto; in Toscana, si è arrivati alla candidatura di Monica Faenzi passando da plateali dimissioni dei coordinatori locali. E così via, sino all’ombelico del mondo. Non è ancora successo niente: il bello comincia lunedì sera.
m. feltri lastampa

Corne all’Eliseo

Mercoledì, 10 Marzo 2010

All’Eliseo è un periodaccio: la crisi, quella economica, è sempre lì; domenica, primo turno delle Regionali, si preannuncia un disastro. E adesso si immischiano anche i siti; pettegoli, pronti a trasformare la chiacchiera in tempesta. Sono loro la versione tecnologicamente aggiornata del libello e della mormorazione da bistrot, che ha provocato da queste parti, non c’è da scherzare, la Rivoluzione francese.

Allora: dopo aver macinato senza voglia da due anni su toni da fotoromanzo a lietissimo fine sulla coppia innamoratissima e perennemente tubante, costretti a fiorettare al massimo sull’assenza di un reggipetto presidenziale, ora sono scatenati.

Chantal Jouanno Sottosegetario nel Governo Sarkozy e campionessa di Karate
Rilanciando o lanciando, difficile sempre capire come nasce il primo venticello, una «notizia» voluttuosa: gli innamoratissimi sarebbero in crisi grave. Ma come, di già? Ma non era tutto rimandato alla scadenza del mandato, all’inevitabile apocalisse amorosa del ritorno dello Statista alle pantofole?

Niente affatto, dicono i siti francesi “LePost” e “Suchablog”: le due tortore dell’Eliseo avrebbero già trovato nuovi approdi lontani dal marmoreo fortilizio casalingo. Il planetario sentimentale di lei sarebbe magnetizzato da un cantante, Benjamin Biolay, che sabato ha vinto l’Oscar della musica francese. Galeotta sarebbe stata la preparazione dell’ultimo disco della presidentessa.

sarko, carla e il di lei figlio aurilien
Il capitolo di lui, Nicolas, secondo “LePost” e “Suchablog”, appare invece più imprevedibile e lavorato: la nuova corrispondenza di amorosi sensi del presidente sarebbe una karateka, addirittura la campionessa di Francia. Titolo conquistato dopo aspre lotte domenica a Parigi. E’ una bruna, chioma corta, con muscoli elastici come fionde, addottorata anche in lettere visto che scriveva i discorsi di Sarkozy durante la campagna elettorale.

Il frenetico borsino delle fortune alla Corte sarkosista da tempo la indicava in forte crescita di fortuna. Dal che le chiacchiere dei siti traggono elementi a suffragio delle voci. Nome e cognome, dunque: Chantal Jouanno, che l’anagrafe politica descrive peraltro felicemente sposata e madre di tre figlioletti. Ma la Jouanno non prevale solo sul tatami; è anche sottosegretario all’Ecologia e attivamente impegnata nella (catastrofica) campagna per le regionali in Île de France.

Nicolas Sarkozy e Carla Bruni
02 nicolas sarkozy carla bruni rep
In serata, un primo ripensamento (nel timore di querele): il sito web del Journal du Dimanche, che ospitava un blog nel quale erano riportate le voci su Sarkozy e Carla, hasoppresso il «post» con le presunte rivelazioni, spiegando di averlo fatto «a causa della grave violazione della vita privata» di cui si era macchiato il post.
d. quirico stampa

Dell’Utri mafioso rimane, Di Girolamo sospetto no?

Sabato, 27 Febbraio 2010

Per Schifani, Di Girolamo deve andar via dal Senato perchè le intercettazioni sono talmente gravi che la sua permanenza macchia l’onore delle istituzioni. tutti d’accordo. Ma allora con Dell’Utri che per concorso esterno in associazione di stampo mafioso è già stato condannato (seppur non con sentenza passato in giudicato) come la mettiamo?

Sono ignorante – vignetta di Altan

Giovedì, 2 Ottobre 2008

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La Carfagna è l’amante di Berlusconi – gossip dal Palazzo

Giovedì, 15 Maggio 2008

E’ il gossip dell’anno o della legislatura. Mara carfagna, il ministro più bello del mondo, ha una relazione con il premier. A Roma, non esiste corridoio della politica nella quale la notizia non venga sussurrata a mezza bocca. Ovviamente nessuno ha le prove, ma tutti sono pronti a rilanciare il gustoso gossip. E’ il prezzo che il berlusca deve pagare per aver voluto puntare su una fanciulla i cui meriti sono ignoti ai più. L’ascesa della Carfagna da ballerina a ministro ha sconvolto anche i reduci della prima repubblica. Ai tempi di Craxi si parlava di "nani e ballerine", ma solo per i congressi di partito e anche se qualcuno/a è poi riuscito/a ad entrare nella stanze dei bottoni non si era mai vista una legislatura che riservasse tanti posti alle belle "con un futuro dietro le spalle" (come diceva Staiano).  

Vogliamo la Brambilla vice ministro! – appello

Venerdì, 9 Maggio 2008

Le sue autoreggenti hanno allietato migliaia di visitatori del ns blog. La sua biancheria intima ha tenuto incollati al televisore molto più dei comizi elettoriali del Berlusca. la notizia che dopo essere stata fatta fuori dal governo, oggi rischia di non entrare nella squadra dei v.ministri e dei sottosegretari ci addolora a tal punto da voler promuovere un appello: la Brambilla al governo!

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