Parla Niccolini: io e la banda della Magliana
Venerdì, 2 Aprile 2010Prendersi Roma, il sogno della Banda della Magliana. Lui c’era riuscito, prima di loro. Aveva mucchi di case, fiumi di soldi e 400 auto nella sua concessionaria: il triangolo magico che nella Capitale garantisce il successo. A 74 anni, sempre libero nonostante due condanne definitive, nel salotto della sua casa parla come un sovrano in esilio.
In vestaglia, con la metà destra del corpo semiparalizzata, ricorda quando era il re degli affari capitolini. La sua versione, ripetuta in tutte le aule e che non lo ha salvato dalle sentenze: “Io non sono mai stato il cassiere della banda della Magliana. Nelle condanne non c’è scritto e adesso persino il procuratore generale se l’è rimangiato. Non avevo bisogno di loro. Quando a Rebibbia ho conosciuto Renatino De Pedis lui si è messo a disposizione”.”Mi faceva il caffè, mi lavava i calzini: mi ascoltava come se fossi un oracolo. Ma tutti a Roma erano a mia disposizione, perché ero il più liquido: solo sul conto di mio figlio hanno sequestrato 69 miliardi di lire. Se c’era un affare, venivano da me: non li dovevo cercare. Quando si è trattato di costruire la seconda università è stato Evangelisti a chiamarmi, per conto di Andreotti: ‘C’hanno un problema, aiutali tu…’”.
Già, ma lei a uno incontrato in carcere come De Pedis, il ‘Dandi’, poi gli ha dato un sacco di milioni. “Gli ho prestato 250 milioni per comprare un ristorante a Trastevere, poi ha preso il mutuo e li ha restituiti al mio notaio. Per me quelle erano briciole”. Si sarà reso conto che stava facendo affari con il boss della Magliana: “E che ne sapevo? All’epoca mica si conoscevano queste cose”.Quando l’hanno arrestata assieme a Ciro Maresca però lei non poteva ignorare chi fosse: sua madre, Pupetta Maresca, era una sorta di eroina della camorra: “Quel Maresca me lo sono ritrovato nell’autosalone, manco lo conoscevo. Infatti mi hanno assolto”. Insistere in queste domande porta a scontrarsi con un muro di dichiarazioni consolidate in trent’anni di interrogatori.Invece Nicoletti ama ricordare quando dettava legge a Roma: elenca una lista sterminata di condomini che ha costruito, di immobili che ha venduto, di politici che ha sostenuto. “Perché ero io a decidere. Evangelisti mi chiese di inserire Giuseppe Ciarrapico nelle convenzioni dell’università. Io invece me ne fregai. Potevo comprarmi il ‘Messaggero’ quando i Perrone volevano liberarsene, ma lasciai stare: non c’avevo tempo per i giornali, davo lavoro a 1.500 persone”.
I suoi incontri erano sempre lontani dai riflettori. “Al ristorante, negli uffici, nei palazzi del governo. Quando abbiamo firmato i contratti per l’università di Tor Vergata ero a tavola con il rettore Geraci, ‘na brava persona, il sindaco Vetere e la responsabile amministrativa messa lì dal Pci. M’hanno dato molti più miliardi di quello che pensavo”.Niente mondanità: “Io sono uno di famiglia, sono sempre stato religioso. Anche adesso vado a messa”. Mostra un attestato di benedizione pontificia con la foto e il sigillo autografo di papa Ratzinger: ‘A Enrico Nicoletti per i cinquant’anni di matrimonio’: “Non è vero che avevo rapporti con il cardinale Poletti, frequentavo tanti altri monsignori. Wojtyla mi ha voluto bene: sono stato ricevuto in udienza più volte, ha cresimato mia figlia”.
Il Vaticano. Inevitabile chiedergli del mistero di Emanuela Orlandi. Risposta scontata: “E che ne sapevo io!”. E per Aldo Moro, ha fatto qualcosa? “Il professore? Era così affettuoso”. Anche Moro? “E certo! Quante volte l’ho incontrato il professore, pure a Palazzo Chigi”. E non ha fatto nulla per liberarlo? “Se m’avessero chiesto avrei tirato fuori qualunque somma. Quando m’hanno domandato aiuto per il riscatto di Cirillo (il presidente dc della Regione Campania rapito dalle Br) mi sono messo subito a disposizione”.La palazzina anonima in un comprensorio immerso nella periferia estrema di Roma non ha misure di sicurezza: non si notano vetri blindati, né allarmi. C’è solo un massiccio doberman. “Non ho paura. Negli anni Settanta, ai tempi dei sequestri, quando volevano rapire mia figlia ho comprato tre Mercedes blindate. La scorta me la facevano i carabinieri, venivano da me quando smontavano dal servizio”.
Non poteva assumere qualche uomo d’onore, come ha fatto Berlusconi? “E che so scemo! Se te li metti in casa, poi te se magnano: vogliono comandare loro. Io sono un ex carabiniere, non mi fidavo. Anche i banditi mi guardavano con sospetto e disprezzo: dicevano che ero ”na guardia’”.Nicoletti si dichiara vittima della magistratura, che ha arrestato più volte lui e i suoi figli. Un paradosso, perché buona parte del suo impero è stato costruito grazie alle aste giudiziarie dove riusciva ad assicurarsi gli immobili migliori. Per vent’anni i giudici lo hanno reso ricco, poi gli hanno confiscato beni e conti con centinaia di miliardi di lire. “Colpa dei pm comunisti!”, sbotta. Ma come, proprio lei che quando al Campidoglio c’era il Pci ha fatto affari d’oro… Si illumina: “Certo! Quelli però sono in lotta tra loro…”E la Roma del 2010? Chi conosce tra i nuovi immobiliaristi furbetti? Gli investigatori hanno documentato rapporti indiretti con Danilo Coppola, che ha una casa a pochi metri da qui. “E chi sono? Mai visti, né lui, né gli altri. M’hanno raccontato che Coppola era un morto di fame, che nella borgata Finocchio chiedeva le sigarette perché non aveva i soldi nemmeno per fumare”.Umberto Morzilli però aveva lavorato per lei: è stato assassinato due anni fa, l’ultimo delitto di stampo mafioso avvenuto nella capitale, l’ultimo legato alla Banda della Magliana. “Sempre ‘sta storia della Magliana! Morzilli era un meccanico che da giovane ogni tanto faceva delle cose nel mio autosalone. E allora? Vendevamo migliaia di macchine l’anno, hanno lavorato per noi centinaia di persone”.Oggi con la politica che rapporti ha? Nicoletti sorride sornione: “Bussano ancora alla mia porta, anche per queste elezioni. Ma io non li voglio più vedere, m’hanno rotto…”. Cosa cercano da Enrico Nicoletti i candidati alle regionali? “Quello che i politici vogliono sempre…”. E mima un gesto eloquente con la mano sinistra, come a mettere dei soldi sul tavolo: il segreto del suo potere.
Colloquio con Enrico Nicoletti
Gianluca di Feo e Gianni Perrelli per “l’Espresso“

Una giornata iniziata male: l’inchiesta di Trani, le telefonate al commissario Agcom, le pressioni per chiudere Annozero. E una serata tra musiche e balli con le deputate nel salone dei ricevimenti di Palazzo Grazioli, protetto con discrezione dalla scorta e la porta sigillata a doppia mandata.
Il prossimo fine settimana, mentre si eleggeranno i governatori, il Popolo della libertà compirà un anno. Il congresso fondativo si tenne fra il 27 e il 29 marzo 2009 e, se le elezioni verranno trasformate non soltanto in un referendum sul premier ma anche in un referendum sul nuovo partito, il risultato rischia d’essere tristarello. Perché ci si deve immaginare un partito nel quale i cofondatori, Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini, litigano alla frequenza e all’intensità che tutti sanno. Un partito nel quale – secondo l’ultimo consuntivo proposto dal Giornale – le correnti sono quattordici e non si calcolava l’ultima arrivata. Un partito nel quale la corrente ultima arrivata – Generazione Italia, voluta dal presidente della Camera e dai suoi appuntati – una settimana fa ha ricordato che in dodici mesi «non si sono mai riuniti il Consiglio di presidenza e la Direzione nazionale, se non per motivi statutari».
Le sue autoreggenti hanno allietato migliaia di visitatori del ns blog. La sua biancheria intima ha tenuto incollati al televisore molto più dei comizi elettoriali del Berlusca. la notizia che dopo essere stata fatta fuori dal governo, oggi rischia di non entrare nella squadra dei v.ministri e dei sottosegretari ci addolora a tal punto da voler promuovere un appello: la Brambilla al governo!
