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A chi giova la tesi della unicità del genocidio abraico (by Preve)

Venerdì, 9 Marzo 2012

1. Faccio riferimento a due pagine del Corriere della Sera del 31 agosto e del 1° settembre 2011, con interviste di Stefano Montefiori a Pierre Nora e Claude Lanzmann, e commento dell’intellettuale di regime Pierluigi Battista. Essi si indignano per il fatto che sui manuali francesi di storia la parola “Shoah” sia stata sostituita da termini come genocidio, sterminio ed annientamento, perché temono che dietro questa vaga terminologia ci sia una strategia non certo di “negazionismo”, ma anche soltanto di relativizzazione e di “banalizzazione” (termine usato in Francia) della cosiddetta “unicità” del genocidio ebraico.
    Il lettore intenda bene. Qui non si ha a che fare con una giusta, legittima e sacrosanta reazione alle tesi “negazioniste”. Qui si intende affermare la tesi mistico-religiosa della cosiddetta Unicità e Imparagonabilità del genocidio ebraico. Si è dunque all’interno di quella costellazione ideologica che a suo tempo Domenico Losurdo definì “giudeocentrismo”, che in quanto tale non ha nulla a che fare con la giudeofilia né con la giudeofobia (termine da preferire a quello di antisemitismo, visto che anche gli arabi musulmani sono semiti).
    A chi giova questa follia? Non certamente alla memoria storica per le vittime innocenti. Certamente non alla prevenzione di crimini di questo tipo, prevenzione che sarebbe molto più facilitata dalla comparabilità e dall’analogia storica piuttosto che da una mistica unicità. E allora a chi giova?
    2. Leggo che la parola “Shoah” in ebraico significa catastrofe, ed indica il genocidio degli ebrei ad opera dei nazisti. E’ preferito al termine “Olocausto” per le implicazioni religiose di quest’ultima parola. Nella lingua armena il termine corrispondente a Shoah, olocausto e genocidio è connotato come Metz Yeghern (Grande Male). Si può visitare il memoriale a Erevan, così come lo Yad Vashem in Israele. Nessun armeno si inquieterà se per caso il termine di genocidio non viene connotato come Metz Yeghern. Ciò che conta è che il genocidio armeno sia riconosciuto come tale, ma gli armeni non pretendono l’Unicità. Perché gli ebrei la pretendono?
    3. Una risposta cerca di darla la giornalista ebrea israeliana Amira Hass (Cfr. “Internazionale” n. 582, marzo 2005). Scrive la Hass: “Non ho guardato alla televisione la cerimonia per l’inaugurazione del nuovo museo dell’Olocausto a Gerusalemme. Per quanto potesse essere commovente ascoltare testimonianze così simili a quelle dei miei genitori, ho preferito vedere un film. Non volevo assistere al modo in cui lo stato di Israele ha sfruttato la storia della mia famiglia e del mio popolo per una grande campagna di pubbliche relazioni … la morte di sei milioni di ebrei è la più grande risorsa diplomatica di Israele”.
    Non si poteva dire meglio. Esattamente come Amira Hass, quando cominciano alla televisione le cerimonie sulla Memoria cambio immediatamente canale, e spero che questa onesta ammissione non venga presa per una manifestazione di antisemitismo latente, inconscio, eccetera. Riconosco totalmente il “fatto” del genocidio ebraico. Riconosco le tesi storiografiche sulla distruzione dell’ebraismo europeo. Come molti della mia generazione, mi sono formato moralmente su “Se questo è un uomo” di Primo Levi. E’ quasi umiliante dover ribadire queste ovvietà. Non sopporto, e ho il diritto di non sopportarlo, la cerimonializzazione religiosa della legittimazione del sionismo fatta passare per rispetto della memoria storica.
    E tuttavia, l’impostazione di Amira Hass non mi convince del tutto. Possibile che tutto questo ambaradan sia rivolto solo a legittimare la costruzione di numerose colonie sioniste in Cisgiordania, la cacciata di contadini palestinesi e la distruzione dei loro ulivi? Non si spara con un cannone contro una mosca. Ci deve essere dell’altro. Vediamo cosa, ma prima apriamo due parentesi.
    4. A fine Ottocento, la corrente filosofica chiamata “storicismo” stabilì la differenza fra discipline dette nomotetiche e discipline dette idiografiche. Le discipline nomotetiche (fisica, chimica, biologia, eccetera) stabiliscono “leggi” matematizzabili e sperimentabili, e quindi falsificabili, nei rapporti tra fenomeni. Le discipline idiografiche (storia, storiografia, eccetera) indagano il particolare storico irripetibile (in greco idion), per cui ogni avvenimento è unico e fa storia a sé.
    In questa sede non ci interessa discutere se e in che misura gli storicisti avessero ragione o torto contro i loro avversari positivisti e marxisti positivisti. Qui interessa solo ricordare che ogni fenomeno storico per principio è unico, e quindi idion. Anche il genocidio ebraico, come del resto quello armeno, è quindi unico, in quanto avvenuto con modalità uniche (ad esempio il carattere industriale delle deportazioni e l’accompagnamento ideologico razzista, eccetera). Ma non è questa l’unicità storiografica cui vanno in cerca Nora e Lanzmann, ed il loro schiavetto ideologico Battista. Per costoro Unico significa Superiore a qualunque altro, Imparagonabile, così come per i religiosi Mosè, Gesù e Maometto sono unici e imparagonabili. A chi giova?
    5. A suo tempo, mi sono occupato analiticamente del genocidio degli armeni, che ho studiato con cura (Cfr. “Eurasia”, 3, 2009). Non ho qui lo spazio per motivarlo, ma assicuro il lettore che si tratta di un genocidio al 100%, qualunque siano le categorie e i parametri concettuali usati per definire il fenomeno.
    Il testo principale di riferimento è quello di Vahakn N. Dadrian, Storia del genocidio armeno, Guerini e Associati, 2003. Anche molti storici turchi concordano con la tesi del genocidio, fino a poco tempo fa ancora punita per legge in Turchia. Ebbene, c’è anche un testo di un certo Guenter Lewy (Il massacro degli armeni. Un genocidio controverso) che con mille artifici sofistici estratti dalla storiografia turca (lingua che peraltro Lewy non conosce, come non conosce l’armeno – immaginiamoci uno storico americanista che non legge l’inglese!) nega in tutti i modi che ci sia stato un genocidio armeno, e parla solo di massacro o di serie di massacri. Che cosa succederebbe se uno storico europeo negasse il genocidio ebraico, e concedesse soltanto che ci sono stati una serie di massacri? Si griderebbe all’antisemitismo e si farebbe anche appello a leggi contro il negazionismo. Invece questo signore può scrivere quello che vuole ed essere pubblicato da Einaudi, semplicemente perché gli armeni non sono protetti dalla diffamazione.
    Si può andare avanti così? A mio avviso no. Vittime possono diventare a lungo termine gli ebrei stessi. La palese adozione di due pesi e due misure non può che ingenerare fastidio, irritazione, ed infine rivolta contro il Politicamente Corretto. Oggi il Politicamente Corretto dispone di un vantaggio basato sul silenziamento conformistico e totalitario di tutte le voci dissenzienti, ma questo non potrà durare per sempre. Ma arriviamo al cuore del problema.
    6. Ho ricordato poco sopra che secondo ebrei onesti ed illuminati come Amira Hass o l’americano Norman Finkelstein, il genocidio ebraico è ideologicamente utilizzato per legittimare non solo il sionismo in sé (fu anche una tesi di Roger Garaudy, ingiustamente accusato di antisemitismo), ma anche la continua violazione del diritto internazionale (insediamenti in Cisgiordania, eccetera). Questo mi sembra ovvio, e può essere negato soltanto dal cinismo, dalla malafede e dalla disinformazione. E tuttavia, non sta ancora qui il cuore della tesi religiosa della Unicità Imparagonabile.
    Ci può aiutare il corsivista del Corriere della Sera Pierluigi Battista. Non dimentichiamoci che il Corriere della Sera, in piena continuità tra Ferruccio De Bortoli e Paolo Mieli, è stato all’origine della santificazione dell’anti-islamismo di Oriana Fallaci, fenomeno simile (anche se ovviamente non eguale, idion) alle campagne anti-ebraiche di Giovanni Preziosi degli anni Trenta in cui si scrisse che, anche ammesso che i Protocolli dei Savi di Sion fossero un falso commissionato dalla polizia zarista, questo non conta nulla, perché il contenuto resta vero!
    Scrive Battista, nel contesto della sua approvazione dello sdegno di Nora e Lanzmann: “Il rimpicciolimento simbolico di Auschwitz è l’esito doloroso e paradossale di un’Europa che dimentica facilmente l’orrore da cui è venuta”. Riflettiamo su questa frase assiro-babilonese, basata sulla concezione assiro-babilonese (e nazista) di responsabilità collettiva, lontanissima dalla concezione greca di responsabilità individuale (ogni persona ha infatti un’anima propria, psychè).
    Di quale Europa va cianciando Battista? Personalmente ho 68 anni, essendo nato nel 1943, e non mi considero assolutamente responsabile per l’orrore hitleriano e per altri orrori consimili. Io non vengo da nessun “orrore”, per usare il linguaggio ieratico di Battista. Ognuno è responsabile solo per le proprie azioni. Gli ultimi nazisti vivi sono novantenni. Solo chi è condannato all’ergastolo ha scritto: “Fine Pena, Mai”. Quando finirà l’espiazione per l’Europa? Settant’anni non sono sufficienti? I mongoli a Baghdad ottocento anni fa hanno passato a fil di spada mezzo milione di persone. Forse che sbarcando a Ulan Bator devo ricordarlo al doganiere facendogli abbassare il capo?
Lo scopo di Battista è quello di inchiodare per sempre l’Europa al suo presunto “peccato originale”, in modo che venga punita in saecula saeculorum con le basi nucleari americane e con la perdita di ogni indipendenza politica e culturale. Fatto che con la memoria storica propriamente detta non ha nessun rapporto. c. preve
Torino, 2 settembre 2011 arianna editrice

Perchè l’opposizione è così disperata (by Armeni)

Mercoledì, 20 Aprile 2011

Se un marziano appassionato di politica (magari esistono anche tra di loro) arrivasse in Italia e volesse capire i rapporti di forza fra gli schieramenti, gli umori e le prospettive, credo rimarrebbe molto colpito dallo scetticismo, dalla disillusione, in alcuni casi dalla disperazione presente nella opposizione.Sguardi tristi, autocompatimento, dolorosa indignazione, pessimismo sul futuro. Il marziano scoprirebbe subito, dopo qualche ora di permanenza fra Roma e Milano, che la causa della preoccupazione e della sfiducia di cui è preda l’opposizione, e la sinistra in particolare, è la figura di Silvio Berlusconi.Informandosi – perché è molto curioso delle iniziative del presidente del Consiglio e dei suoi ministri – potrebbe convenire anche lui sul fatto che la situazione in Italia non è facile. Il Cavaliere appare aggressivo, baldanzoso, sorridente, pieno di iniziative, ricco di promesse. Deve essere proprio dura – penserebbe il nostro marziano che in onore di Flaiano chiamiamo Kunt – opporsi a tanta forza, ottimismo, convinzione di vincere se si hanno poche forze, se i consensi sono caduti, se l’opinione pubblica guarda favorevolmente verso il capo del governo.Allora Kunt si informa e fa le seguenti scoperte. Scopre che la maggioranza dell’elettorato è schierata con l’opposizione. Certo il parlamento non esprime questi rapporti di forza, ma gli spiegano (e lui che pure è intelligente fa una certa fatica a comprendere) che dipende dalla legge elettorale e dal fatto che alcuni deputati sono passati dall’altra parte. Berlusconi li ha comprati, gli dice qualcuno senza mezzi termini e con lo sguardo disperato. Ma Kunt è un realista e pensa che, se proprio si deve scegliere, meglio avere la maggioranza dell’elettorato che la maggioranza del parlamento. In fondo si può sempre pensare di cambiare la legge elettorale. Il nostro marziano ha l’ardire di esprimere questo pensiero in un bar di piazza Navona a due uomini che bevono un aperitivo e che hanno una mazzetta di giornali. «Certo – gli rispondono con l’aria compunta di chi la sa lunga – ma lei non tiene conto che viviamo nel mondo dell’informazione e che il nostro premier oltre a possedere tre reti televisive ha il controllo sulla Rai e sui giornali». Kunt non ci aveva pensato e da quel momento guarda avidamente la Tv e controlla i giornali. Non c’è dubbio, Mediaset è in mano al premier. Il Tg 5 e il Tg1 sono chiaramente orientati. Dopo il Tg1 c’è un giornalista molto appassionato che difende comunque il premier. Mai poi guarda i Talk Show: Santoro, Fazio, Gabanelli, Floris, Annunziata non gli sembrano così controllati dal premier, gli altri telegiornali gli appaiono abbastanza orientati all’opposizione. Scopre che c’è un’altra rete televisiva, La 7, i cui conduttori appaiono tutti di sinistra.E i giornali? A parte Libero e Il Giornale che sono dichiaratamente berlusconiani, gli altri, anche quelli moderati, non nascondono la loro antipatia per il governo.Kunt legge attentamente i quotidiani e proprio da loro viene a sapere che gli imprenditori italiani – proprio loro – vorrebbero mandare a casa il premier perché pensano che non sia stato capace di intervenire a favore delle imprese nella crisi. E sono gli stessi quotidiani, anche quelli filoberlusconiani, che lo informano delle critiche che anche importanti uomini della Chiesa esprimono sui comportamenti del premier. Al nostro marziano qualcuno ha spiegato che la Chiesa in Italia conta molto, anche in politica.Neanche a Kunt il presidente del Consiglio piace. Ha compreso, per quel po’ che ha visto in altri paesi del pianeta, che è arrogante, non conosce alcun limite né istituzionale, né comportamentale. Che odia tutti coloro che non sono d’accordo con lui, e che li taccia subito di comunismo. In questo periodo – nota il nostro marziano – ce l’ha in particolar modo con i giudici di Milano e con Gianfranco Fini. Ma constata che contro di lui sono davvero in molti. Incuriosito dai continui attacchi che il premier fa alla scuola, all’università, alla editoria, al cinema, insomma alla cultura, perché sono di sinistra, fa anche lui delle indagini. In qualche mese ha costruito una buona rete di informatori. È vero la cultura in Italia è prevalentemente di sinistra. Lui chiede sempre quando si parla di un regista o di un scrittore come è schierato. Ha l’impressione che di amici di Berlusconi ce ne siano ben pochi. Per non parlare delle case editrici. Persino quella della figlia del premier, la Mondadori, pubblica uno strabiliante numero di autori dell’opposizione. Il nostro Kunt è molto sconcertato. Non è che non veda – sia chiaro – che nel bel paese che sta imparando a conoscere i guai sono tanti. Anche lui ha imparato a leggere le statistiche sullo sviluppo, l’occupazione, il lavoro. Anche lui rimane esterrefatto quando la mattina il barista servendogli cappuccino tiepido e cornetto caldo (il nostro marziano per capire meglio si è trasferito a Roma) gli racconta di una certa Ruby e di una certa Nicole e di certe notti che il presidente del consiglio trascorre ad Arcore. Ma il vero mistero per lui è la disperazione, la triste indignazione, il senso di impotenza dei tanti a cui questo capo del governo non piace. Lui è abbastanza ingenuo, è vero, ma prima di arrivare in Italia è stato in altri paesi del pianeta, ha visto molti problemi e molti guai simili a quelli italiani. Ha visto schieramenti politici che si scontravano, partiti di governo che perdevano e opposizioni che vincevano e viceversa. Ma non ha mai visto un’opposizione con tante possibilità e con tanta disperazione. Lui non la capisce. Qualcuno può spiegargliela? r.armeni riformista

Lo sputtanamento della prostituzione (by Armeni)

Sabato, 22 Gennaio 2011

Per favore non definiamole vittime, povere ragazze costrette per bisogno, per mancanza di lavoro a vendere il proprio corpo al Sultano. Non piangiamo perché, usando il loro corpo, il re di Arcore mortifica e mostra segnali di disprezzo a tutte le donne. Le cose non stanno così. Sono se mai più gravi e preoccupanti. Anche la prostituzione ha una storia, anche il mestiere più antico del mondo ha subito delle modifiche e le donne che lo fanno sono cambiate. Le prostitute prima della legge Merlin esercitavano nei bordelli di Stato, nel senso che lo Stato percepiva una rendita dalle loro prestazioni. Erano ragazze povere, sfruttate e protette. La protezione era necessaria non solo per loro (anzi della loro salute ce se ne poteva tranquillamente fregare) ma per la salute degli uomini che, senza quel controllo, rischiavano alcune, all’epoca, diffuse malattie. Erano puttane certo, ma già allora indispensabili per la conferma della virilità. I padri portavano i figli nei bordelli di Stato. I ragazzi che andavano al fronte sperimentavano insieme alla guerra il sesso con la prostituta. Sfruttamento e mito del corpo femminile si incrociavano negli squallidi lupanari di provincia, nelle pensioni degli angiporti. I romanzi del Novecento sono pieni di racconti di quelle esperienze. Ultimo Antonio Pennacchi in Canale Mussolini racconta della loro miseria e della loro importanza . La legge Merlin le ha liberate, quelle povere ragazze, ed è stata una legge meritoria. Le ha messe per strada, certo, le ha costrette ad affidarsi o a subire i protettori, i “magnaccia”. Ma ha fatto intravedere uno spicchio di libertà. Accanto a chi esercita per strada ed è sottoposta ad ogni vessazione c’è anche chi faticosamente si è liberata e ha continuato a vendere il proprio corpo autonomamente. Anche il linguaggio è cambiato negli anni Sessanta e Settanta. Non sono più prostitute o puttane, ma ragazze squillo. Si possono chiamare al telefono e chiede un appuntamento. Non sono solo per strada, ma ricevono in appartamento. E possono persino suscitare l’invidia di qualche moglie. Luchino Visconti in Boccaccio 70 racconta di una donna della ricca borghesia (Romy Schneider) che decide di farsi pagare dal marito dopo aver scoperto che frequenta delle squillo. Luis Bunuel in Bella di giorno racconta di un’altra moglie borghese (Catherine Deneuve) che sceglie la prostituzione per uscire dai suoi problemi. Le ragazze squillo sono le precorritrici delle escort. Donne queste ultime che non a caso usano un altro nome. Fanno le prostitute, ma in modo autonomo, disincantato. Frequentano gli aeroporti i grandi alberghi e i potenti. Che con loro vanno a letto, ma anche a teatro. Seguono i clienti nei viaggi e nelle feste. Accanto a loro nel mercato del sesso c’è molto altro. Il mondo globalizzato porta migliaia di giovani donne straniere, dominate dai racket, loro sì vere e proprie schiave, perseguitate dagli sfruttatori, dalle leggi sempre punitive, e dalla polizia. Ma le escort sono già un’altra cosa. Il mondo del privilegio le accoglie se pure ai margini. Il rapporto con i clienti diventa paritario. Il mercato, ideologia dominante dell’ultimo trentennio, detta legge anche nella prostituzione. Io donna ho un bene, bellezza e giovinezza, tu uomo hai denaro e potere. È possibile lo scambio. Certo, a lungo termine è favorevole all’uomo, ma a breve la partita è aperta. Ho fatto questa premessa per dire che le ragazze di Arcore rappresentano ancora altro, anche rispetto alle escort. La prostituzione non è una condizione esterna che subiscono e nella quale – come molte donne importanti e intelligenti si ostinano a dire – subiscono un’offesa. Non è così. Loro chiedono, sono assolutamente consapevoli di consentire il gioco erotico di vecchi potenti per potere avere denaro e altri benefci, contrattano il massimo possibile. E poi fanno shopping, magari scherzando o ironizzando sullo squallore e sull’inseguimento della potenza e dell’onnipotenza da parte di quei vecchi. Ma nello stesso tempo quei vecchi li vogliono, li apprezzano perché sono loro che hanno in mano ciò che quelle giovani donne desiderano. Con quei vecchi condividono le stesse priorità, gli stessi costumi di vita, gli stessi desideri. Per raggiungerli entrambi devono dare qualcosa. E se i primi danno il denaro o le giuste entrature, loro danno il corpo in una condivisione completa della visione del mondo, di quel conta e di quello per cui vale la pena vivere. Chi si sente vittima e sfruttata non condivide il mondo del proprio sfruttatore, lo subisce e insieme ne è emarginata. Queste erano le prostitute che lavoravano nei bordelli, negli angoli delle strade e negli appartamenti. Loro – le giovani donne che sono apparse in questi giorni sui giornali – lo condividono. E con loro le loro famiglie contente se le figlie si prostituiscono, tifose nella gara per attirare il benvolere del vecchio, del maschio, del premier nelle ultime vicende, e quindi affermarsi in quel luccicante mondo a cui tutti ambiscono.
Viviamo in un paese che non è solo berlusconiano nella politica economica e istituzionale, lo è nella cultura, nel rapporto fra i sessi e anche nella prostituzione, che del rapporto fra i sessi è da millenni un aspetto importante. Un paese in cui fra i tanti danni fatti in questi diciassette anni c’è anche un affievolimento non indifferente della distinzione fra bene e male. Le nuove prostitute sono interne a questo cambiamento. E questo per le donne è ben più grave e preoccupante del lamentato degrado dell’immagine femminile. Il mondo dei valori si è capovolto. Negli uomini sicuramente, ma anche nelle donne. r. armeni riformista

Lunardi e l’etica. Se il “favore” diventa legge (by Armeni)

Mercoledì, 16 Giugno 2010

«Io ho solo ricevuto dei favori, che male c’è?». Così ha affermato in un’intervista a Repubblica Pietro Lunardi, ex ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti. I favori sono molti e l’ex ministro li elenca con la precisione di chi crede di non aver nulla da nascondere. Lui – ammette – ha aiutato e raccomandato. Lo ha fatto, tranquillamente e serenamente, fra le mille altre cose cui il suo ruolo di responsabile di quattro dicasteri lo impegnava. In cambio dei favori elargiti, ne ha ricevuti: la ristrutturazione di una dépendance di 220 metri quadri, l’acquisto a prezzi stracciati di un palazzetto a Roma in Via dei Prefetti, l’affitto gratis per quattordici mesi. Ora non ha alcun ripensamento, alcun rimorso, non ha sensi di colpa e non crede di poter essere penalmente perseguito. L’ex ministro appare perfino sconcertato di fronte alle domande del giornalista «I favori – dice – li ho fatti come persona non come ministro. Io sono una persona corretta”.
Pietro Lunardi è sicuramente sincero quando proclama la propria correttezza. Il suo modo di fare appare inscritto e strutturato in un sistema descritto con precisione. Ma è proprio la sincerità e la sicurezza di essere nel giusto che colpiscono e perfino sconvolgono. Esse mostrano pienamente – più di qualunque accusa penalmente rilevante, più di qualunque magistrato o tribunale – l’entità del disastro etico sotteso agli scandali della cosiddetta Seconda Repubblica.
Questo non sta, come nel passato, nella corruzione, nella concussione, nelle tangenti. E neppure in un “cricca” che governa fuori da ogni controllo e regola parte consistente del sistema economico, ma è contenuto nella sincera e certa convinzione, espressa da Pietro Lunardi, che “così si fa”, che quello da lui adottato è un comportamento normale e giusto. Nella convinzione che un uomo pubblico non abbia il dovere di adottare alcuna condotta che lo distingua dal privato cittadino e che la sfera pubblica non imponga alcun obbligo superiore, non conferisca alcun ruolo diverso rispetto ai favori fatti o ricevuti, al denaro, alle relazioni intrattenute.
Può apparire paradossale ma se, per ipotesi di scuola, Pietro Lunardi di fronte all’accusa di un illecito penale, avesse negato di aver commesso un fatto di cui tuttavia riconosceva la gravità, se avesse mentito e avesse affermato di non aver fatto o ricevuto in quanto ministro della Repubblica alcun favore avrebbe confermato un’etica secondo cui l’uomo pubblico non deve approfittare del suo incarico e della delega a lui data per arricchirsi impropriamente, o per agevolare propri affari privati. Avrebbe riconosciuto cioè un sistema di valori che si può anche – per interesse o per debolezza – trasgredire, ma che tale rimane per tutti.
La sua sincerità, la sua sicurezza, la sua affermazione di correttezza, comune peraltro a molti protagonisti degli scandali di questi mesi, di fronte a favori che il comune cittadino percepisce come non accettabili, dimostrano invece la fuoriuscita da quel sistema di valori, da quel sentire, cancellato e sostituito dalla commistione di interesse pubblico e interesse privato.
C’è da chiedersi come sia potuto avvenire in pochi anni in Italia un tale sovvertimento di valori e comportamenti. Come sia potuto avvenire che la barra dell’etica pubblica si sia abbassata al punto che un uomo pubblico non riesca a percepire che suo compito e suo dovere è quello di mantenere rigorosamente distinti gli interessi pubblici da quelli privati e che ogni senso di colpa sia scomparso lasciando spazio a una affermazione di innocenza tanto sincera quanto priva di qualunque consapevolezza. (Mentre chi invoca questa separazione rischia di venire tacciato di moralismo o di vivere fuori dal mondo.) È una domanda che oggi in pochi si fanno. Si preferisce all’analisi, magari spietata delle responsabilità di ciascuno, la ricerca della colpa del proprio avversario politico. Ma le responsabilità di uno scombussolamento etico di tale entità non possono stare in una parte sola anche se sicuramente c’è chi di responsabilità ne ha di più di altri. Chi ha distrutto ogni idea alta della politica in nome del suo adeguamento ai voleri e ai vizi del popolo, ad esempio. Ma anche chi ha ridotto la politica alla semplice amministrazione dell’esistente. I risultati sono le parole di Pietro Lunardi e di tanti che la pensano come lui.
P.S. Accanto all’intervista a Lunardi la Repubblica mette il solito post-it “Con la legge bavaglio non leggerete più questo articolo.” Vorremmo tranquillizzare i lettori di Repubblica e anche degli altri giornali. La legge sulle intercettazioni non è una buona legge, ma non impedisce interviste, indagini e – se se ne è capaci – buon giornalismo. (r. armeni riformista)