Articolo taggato ‘avvocati’

Onorevoli e avvocati, ragioni di una incompatibilità

Venerdì, 14 Ottobre 2011

E’ preliminarmente da ricordare che, nel regno monarchico, lo Statuto albertino (4 marzo 1848) all’art. 50 così testualmente recitava: “Le funzioni di senatore e di deputato non danno luogo ad alcuna retribuzione o indennità”. Successivamente però con la riforma elettorale del 1912 (l. 30 giugno 1912, n. 365) fu riconosciuta ai deputati un’indennità configurata sotto forma di rimborso di spese per la corrispondenza e di compenso per altri titoli, con l’argomentazione che all’estensione del corpo elettorale non poteva non corrispondere una adeguata tutela della libertà degli eletti, soggetti al vincolo della soggezione economica senza la corresponsione appunto di un’indennità parlamentare. Nel vigente ordinamento repubblicano, l’art. 69 Cost. fissa il principio dell’indennità parlamentare, rinviandone la determinazione alla legge ordinaria, sicché al legislatore ordinario spetta ormai la più ampia libertà nella configurazione dell’indennità. Si osservi che, ai sensi dell’attuale normativa, la suddetta indennità non può formare oggetto di rinuncia o cessione, o essere sequestrata o pignorata. Dal punto di vista della sua natura, l’indennità parlamentare oggi è da qualificarsi come una vera e propria retribuzione (come specificato dalla Corte Costituzionale nel 1968).In sintesi, lo stipendio dei nostri parlamentari è composto da una parte utile per il calcolo dei contributi previdenziali e da molte altre voci che incrementano notevolmente la cifra finale (come la diaria di soggiorno, remunerazione giornaliera per provvedere alle spese di mantenimento che si aggiunge all’indennità per chi è fuori sede), né si devono trascurare i gettoni di presenza e i rimborsi per i collaboratori.Vi è poi il vitalizio, ciò la rendita cui ha diritto un parlamentare che ha completato almeno una legislatura effettiva e dopo aver raggiunto un determinato requisito di età (65 o 60 anni a seconda dei casi). A parte altri benefici connessi alla status di parlamentare (o di ex parlamentare) tanto basta per esprimere forti perplessità sulla possibilità, oggi concessa, di rivestire la funzione di parlamentare e contemporaneamente di esercitare la libera professione forense. Una volta acquisito che nell’attuale configurazione (che ha alterato l’originaria natura giuridica) l’indennità rappresenta il riconoscimento di una funzione pubblica costituzionale fondamentale e ha assunto altresì la caratteristica di una retribuzione fissa pecuniaria (fissata dalla legge) l’esercizio della professione di avvocato confligge, sul piano deontologico, con lo stato di parlamentare in un ordinamento democratico che, per di più, come il nostro, è fondato sulla centralità del parlamento (c.d. forma di governo democratico parlamentare).Non è ozioso ricordare che già nel 44 a.C. Marco Tullio Cicerone nel De Officiis chiamava praecpta officii (canoni deontologici) per la professione forense quei precetti che denotano l’insieme delle regole di condotta, aventi preminente valore etico, che devono essere rispettati da tutti coloro che esercitano la professione di avvocato: valore etico che, peraltro, nel contesto dell’ordinamento giuridico forense, acquista un’intrinseca giuridicità, in correlazione con la dignità della toga che implica, fra l’altro la “parità delle armi con l’avversario” (principio presente in vari scritti Ciceroniani) oggi solennemente consacrato nell’art. 111, comma 2 Cost. novellato ove, come è noto, è stabilito che “ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo ed imparziale”. Ora chi riveste la status di parlamentare con tutte le guarentigie ad esso connesse facendo parte di un potere costituzionale fondamentale ben difficilmente, allorché esercita contemporaneamente la libera professione forense, si può considerare in posizione di parità (e non invece di plusvalenza) con il difensore dell’altra parte e con lo stesso pubblico ministero.Si può anche sospettare che (attese le funzioni costituzionali del parlamento e dei suoi singoli membri) egli possa esercitare quantomeno a livello psicologico un certo potere di influenza sull’organo giudicante che invece deve sempre rimanere terzo e imparziale (e quindi equidistante fra le parti, i loro difensori e gli interessi versati in giudizio); se poi accada che il parlamentare – avvocato sia componente o addirittura Presidente (come attualmente avviene) della Commissione permanente giustizia (che rappresenta un filtro in cui sono vagliati tutti i provvedimenti comunque aventi ad oggetto il pianeta giustizia) si crea una situazione perniciosa e deleteria per la stessa credibilità delle istituzioni democratiche già oggi alquanto scosse. Il che, come è agevole osservare, oggi non ha giustificazione alcuna, anche in considerazione del fatto che la funzione di parlamentare, non è, come prevedeva invece il precitato Statuto albertino, gratuita. Non si mette in dubbio la probità delle singole persone ma, nel campo della giustizia, questo non basta perché quella che conta è anche l’immagine dell’avvocatura di fronte all’opinione pubblica del nostro Paese.Non è inutile ricordare che il celebre Piero Calamandrei, membro della Assemblea Costituente, insigne processualista, all’indomani della liberazione, da Presidente del Consiglio Nazionale Forense, (che riunisce, come è noto, tutti gli avvocati iscritti all’albo) ha costantemente sostenuto l’incompatibilità tra la funzione di parlamentare e l’esercizio della libera professione forense, come si può leggere nelle opere giuridiche di Calamandrei, curate dall’allievo M. Cappelletti (vol. II, Morano, Napoli, 1966) e come, fra l’altro in un suo bellissimo saggio sullo stesso Calamandrei, ci ricorda il costituzionalista Augusto Barbera. m. stipo l’occidentale

Previti fa sempre l’avvocato

Giovedì, 6 Gennaio 2011

“L’avvocato Cesare Previti? E’ fuori studio, può riprovare domattina”. Fa impressione sentire la voce cortese che risponde al telefono dello studio Previti fondato nel 1958 dall’allora esordiente Cesare insieme al padre Umberto e ora ereditato dai figli. Non tanto perché l’avvocato amico di Silvio Berlusconi sia in giro per Roma. Teoricamente sarebbe stato condannato a sette anni e mezzo di carcere ma si sa come vanno le cose in Italia: l’avvocato settantaseienne ha scontato pochi giorni di galera nel maggio del 2006 e poi un periodo di arresti domiciliari e di affidamento ai servizi sociali all’associazione di don Picchi. Grazie all’indulto e ai tanti sconti, alcuni introdotti dal Governo Berlusconi come la legge ex Cirielli, Previti è libero dal dicembre del 2009. Nel 2007, per evitare che la Camera dei deputati lo cacciasse in esecuzione della pena accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici, Previti si dimise. Per far abbandonare la poltrona al deputato pluripregiudicato ci vollero un anno e mezzo di cavilli, ricorsi e sedute della giunta per le elezioni. Nulla al confronto di quello che si sta verificando sul fronte professionale. L’avvocato Cesare Previti ha subito l’interdizione perpetua da parte dei giudici con sentenza definitiva e la radiazione da parte dell’Ordine degli avvocati ma resta iscritto regolarmente all’albo dei cassazionisti come risulta dal sito Internet dell’Ordine di Roma. Sono passati quindici anni da quando Stefania Ariosto raccontò le mazzette pagate negli anni ottanta ai giudici dall’avvocato per vincere le cause di Berlusconi e di altri clienti. Previti è stato condannato in via definitiva due volte e prescritto per una terza vicenda. Sono passati più di quattro anni e mezzo dalla prima condanna definitiva per corruzione in atti giudiziari per la vicenda Imi – Sir, una bazzecola da mille miliardi di allora. Sono passati 3 anni e cinque mesi dalla seconda condanna per la sentenza in favore di Silvio Berlusconi sul Lodo Mondadori, una robetta da 750 milioni di euro, eppure l’ex ministro della difesa è ancora iscritto all’albo degli avvocati. L’avvocato che aveva trasformato il foro romano in un suk è stato graziato dalla lentezza della giustizia della casta dell’Ordine professionale che si è dimostrata incredibilmente più lenta di quella della casta dei parlamentari. Non uno dei 25 mila avvocati di Roma ha trovato da ridire sulla sua iscrizione all’Ordine. Un silenzio che offre argomenti a chi invoca l’abolizione di un’istituzione che limita la concorrenza e che dovrebbe giustificare la sua stessa esistenza con la tutela dell’ etica e della deontologia. Il Fatto Quotidiano si era occupato dell’incredibile caso della mancata radiazione nell’ottobre del 2009. Allora ci spiegarono che Previti era stato radiato dall’Ordine di Roma nel 2008 ma la decisione era stata impugnata davanti al Consiglio Nazionale Forense. Il presidente nazionale, il professor Guido Alpa nell’ottobre scorso ha fatto il suo dovere: “Il consiglio su mia proposta ha disposto la radiazione dell’avvocato Previti ma esiste un terzo grado di giudizio”. Ovviamente Previti non si è fatto sfuggire l’occasione: “Abbiamo presentato ricorso in Cassazione”, spiega il difensore dell’ex ministro della difesa, Alessandro Sammarco “così la sanzione disciplinare dell’Ordine è sospesa fino alla decisione definitiva delle sezioni unite civili della Cassazione”. Ci vorrà almeno un altro anno. “Fino ad allora”, continua Sammarco, “Cesare Previti è un avvocato a tutti gli effetti e potrebbe difendere in giudizio i suoi clienti anche se, per sua scelta, preferisce non farlo”. Secondo l’Ordine di Roma le cose non stanno così: Previti non potrebbe operare comunque perché la sentenza di condanna prevede per lui l’interdizione perpetua che impedisce l’esercizio della professione a prescindere dalla radiazione dell’Ordine. “Quella pena accessoria però”, ribatte sicuro l’avvocato Alessandro Sammarco, “si è estinta a seguito dell’esito positivo dell’affidamento ai servizi sociali nel dicembre del 2009. L’articolo 47 comma 12 dell’Ordinamento penitenziario dice chiaramente che: ‘l’esito positivo del periodo di prova estingue la pena e ogni altro effetto penale’, quindi”, prosegue Sammarco, “anche le pene accessorie”. E qui arriva il colpo di scena: tutte le pene accessorie, anche l’interdizione perpetua dai pubblici uffici in sede politica. Ergo, come spiega l’avvocato Sammarco, “in linea teorica Cesare Previti potrebbe candidarsi alle prossime elezioni, anche se si tratta di un’ipotesi astratta come quella della sua difesa in un processo”. Altro che scandalo per la presenza del difensore Cesare Previti in un tribunale. Presto l’avvocato potrebbe tornare in Parlamento. E allo studio di via Cicerone, per parlare con il pluripregiudicato, bisognerà chiedere dell’“Onorevole avvocato Previti”. m. lillo da Il Fatto Quotidiano del 5 gennaio 2011

Studio legale camorra

Mercoledì, 29 Settembre 2010

Corrompeva periti per far assolvere dei colpevoli di omicidio, faceva l’ambasciatore dei messaggi tra camorristi in galera e camorristi a piede libero, suggeriva la demolizione di un capannone per alterare la scena di un crimine e mandare in cavalleria le indagini accusatorie. E se necessario faceva un passo indietro e consigliava di farsi revocare il mandato, in favore di colleghi che a suo dire avevano feeling col presidente della Corte di turno. Benvenuti presso lo studio legale di Michele Santonastaso, del foro di Santa Maria Capua Vetere, arrestato dalla Dia di Napoli con le accuse di corruzione, falsa perizia, falsa testimonianza. Qualcosa di più di un avvocato per i Bidognetti, fazione criminale tra le più feroci nella galassia dei Casalesi. Il professionista, 49 anni, legale storico del clan, non si sarebbe limitato ad assistere i suoi clienti nelle sedi preposte. Ma avrebbe contribuito a rafforzare gli interessi della camorra casertana, con azioni che violavano la deontologia di un normale mandato difensivo. Nelle 169 pagine dell’ordinanza di custodia cautelare firmata dal Gip Pia Diani su richiesta dei pm di Napoli Antonello Ardituro, Francesco Curcio e Alessandro Milita, l’avvocato Santonastaso viene tratteggiato come “abile, arguto, capace di uno studio vero, effettivo delle carte processuali” e anche “dalla formidabile spregiudicatezza caratteriale”, che secondo numerosi pentiti si era ritagliato il ruolo di “anello di collegamento all’interno dello stesso sodalizio tra capiclan detenuti e affiliati liberi”. Secondo gli inquirenti, l’instancabile lavoro di Santonastaso sarebbe la risposta alla domanda riportata in una parte dell’ordinanza: “Come è stato possibile che capi di un’organizzazione camorristica quali Francesco Bidognetti e Domenico Bidognetti (attualmente collaboratore di giustizia) sono stati in grado, benché detenuti da lungo tempo ed in regime detentivo speciale, di dirigere il loro sodalizio impartendo direttive criminali”. Quelle direttive viaggiavano attraverso l’avvocato. In cambio di uno stipendio fisso erogato dal clan, la cui entità varia a seconda del dichiarante: 10.000 euro mensili secondo Anna Carrino, la ex compagna di Francesco Bidognetti, poi pentita; 5000 euro secondo altre fonti. Alcuni passaggi del provvedimento appaiono inquietanti. Come la testimonianza di Oreste Spagnuolo, relativa a un periodo tra fine 2007 e inizio 2008 “prima dell’inizio della mia latitanza per il mandato di cattura per me e Giovanni Letizia in relazione all’estorsione denunciata da Gaetano Vassallo. Letizia – dice Spagnuolo – organizzò con Santonastaso un incontro presso una pompa di benzina e gli chiese perché Francesco Bidognetti non aveva inteso fare “il trentennale” (ovvero sfuggire all’ergastolo attraverso un comportamento processuale diverso, ndr) e Santonastaso replicò che era difficile mettere la cosa ‘in testa’ a Bidognetti perché non voleva farsi chiamare ‘infame’ e si fece poi cenno alla collaborazione di Domenico Bidognetti. Parlando di ciò Santonastaso disse che ‘i suoi parenti ancora parlavano e giravano per Casale’ e che Francesco Bidognetti era amareggiato’”. Per i pm le parole dell’avvocato furono “un  messaggio obliquo dal deflagrante potere criminogeno, veicolando una precisa indicazione di Francesco Bidognetti sulle determinazioni che dovevano prendersi nei confronti di alcuni soggetti non più graditi. Siamo, ormai – si legge nell’ordinanza – oltre il limite che disegna il confine tra contiguità all’organizzazione mafiosa e la fattiva partecipazione alla strategia criminale del gruppo”. C’è inoltre da aggiungere che secondo il pentito Luigi Guida, detto ‘o Drink, Santonastaso era a tutti gli effetti “un affiliato”. Altrimenti non lo avrebbe utilizzato per riferire messaggi di una certa importanza a Francesco Bidognetti. Non solo. Santonastaso è accusato di aver manipolato le prove di alcuni processi. Avrebbe corrotto due periti fonici (anch’essi arrestati) su mandato di Anna Carrino per far attestare che le voci delle intercettazioni telefoniche ed ambientali relative all’omicidio di Enrico Ruffano e Giuseppe Consiglio, uccisi il 28 aprile 1999 su decisione del clan Bidognetti di Casal di Principe e del clan Cimmino del Vomero di Napoli non erano quelle di Aniello Bidognetti e Vincenzo Tammaro, imputati di quel delitto e assolti grazie alla falsa perizia. Lui, in qualità di avvocato avrebbe potuto avvicinare i periti senza destare sospetti. E se li sarebbe ‘comprati’ con 100.000 euro che la Carrino, sollecitata a far presto dal legale, dovette tirare fuori dal luogo dove li nascondeva in casa: uno scarpone da sci. Santonastaso avrebbe inoltre contribuito alla fabbricazione di un falso alibi per il capoclan Augusto La Torre ‘salvandolo’ da un’accusa di omicidio. E quando ci fu da affrontare il procedimento per l’omicidio Pagliuca, Santonastaso non avrebbe esitato a suggerire a Bidognetti di modificare la scena del crimine, abbattendo il capannone di proprietà dello zio di Domenico Bidognetti dal quale era partito il gruppo di fuoco alla direzione di Teverola. Così sarebbe stata impedita la ricognizione dei luoghi. “Vicenda – si legge – che svela la naturale tendenza a percorrere scorciatoie e ordire frodi processuali”. v. iurillo il fatto quotidiano

Di Pietro sospeso dall’Ordine degli Avvocati

Giovedì, 5 Marzo 2009

Tre mesi di sospensione per l’avvocato Antonio Di Pietro. L’ex pm di Mani Pulite si è visto confermare dal Consiglio nazionale forense la «sanzione» del Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Bergamo che aveva già stigmatizzato il «doppio ruolo» ricoperto nei confronti di un amico di Montenero coinvolto in un omicidio: prima il neo avvocato ne prese le difese, poi passò tra le parti civili che sostenevano la tesi dell’accusa. Una cosa che non si fa: «La condotta del professionista – si legge nelle motivazioni della decisione – integra certamente la violazione dei doveri di lealtà, correttezza e di fedeltà (articolo 5, 6, 7 del codice deontologico forense) nei confronti della parte assistita e integra altresì l’illecito deontologico». A seguito degli accertamenti svolti, e della sussistenza degli illeciti contestati, «non può che conseguire la sanzione disciplinare». Calcolata in tre mesi di sospensione dell’esercizio della funzione di avvocato in quanto «adeguata alla gravità dell’illecito compiuto». La storia è alquanto intricata. Pasqualino Cianci, amico d’infanzia di Tonino, l’8 marzo 2002 viene trovato ferito nella sua casa di Montenero di Bisaccia accanto al corpo senza vita della moglie, Giuliana. Mentre era in ospedale, Di Pietro, accorso da Milano, ne assume la difesa. Dopodiché l’ex pm lo ospita personalmente a casa per alcuni giorni. Trascorsa una settimana il colpo di scena: Di Pietro rinuncia all’incarico non appena ha «sentore» che l’amico potrebbe finire indagato, come di lì a poco effettivamente avviene. E alla prima udienza in Corte d’assise Cianci, ormai imputato, si ritrova l’amico del cuore – quello con cui aveva diviso il seminario, le feste comandate e le ferie – dall’altra parte della barricata. A quel punto, incredulo e un po’ meno amico di prima, Cianci presenta un esposto all’Ordine di Bergamo per infedele patrocinio. Esposto che viene accolto, in gran parte, e tradotto nella sanzione disciplinare di tre mesi. Di Pietro si difende. Sostiene di non avere mai difeso Cianci in qualità di imputato. Nega qualsiasi conflitto di interesse. Afferma d’aver ricevuto una sorta di «mandato collettivo» dalle parti civili e di aver rinunciato alla difesa dell’amico quando era ancora parte lesa. L’appello, però, gli dà torto: per 90 giorni non può fare l’avvocato. Il Consiglio nazionale scagliona cronologicamente gli eventi che inchiodano l’«avvocato Di Pietro» a un comportamento non corretto. Una condotta «che integra certamente la violazione di doveri di lealtà, correttezza e fedeltà nei confronti della parte assistita – si legge nelle motivazioni della decisione – e integra altresì l’illecito previsto dall’articolo 51 del codice deontologico forense». Una norma che fa espresso divieto al legale di «assumere incarico contro un ex cliente, in particolare quando il nuovo incarico è inerente lo stesso procedimento nel quale è stato espletato l’incarico precedente». Il Consiglio arriva a sanzionare il Tonino nazionale ripercorrendo le sue stesse azioni: l’assunzione del mandato di difensore il giorno dell’omicidio, l’incarico di carattere medico legale conferito al consulente Armando Colagreco, l’interrogatorio – come indagini difensive – del testimone Antonio Sparvieri (consuocero di Pasqualino Cianci). Dopodiché, a sorpresa, «il 19 marzo 2002, l’avvocato Di Pietro, quale avvocato difensore dei familiari della signora D’Ascenzio, depositava agli atti del procedimento penale una memoria difensiva mediante la quale, dando atto della nomina di un nuovo difensore di Pasqualino Cianci a seguito di contestuale sua rinuncia di mandato (Cianci dice di non aver firmato alcuna revoca, ndr) dimetteva copia dell’atto di nomina del nuovo difensore e le dichiarazioni a lui rese dal testimone Sparvieri». Con lo stesso atto, osserva il Consiglio nazionale forense, Di Pietro «chiedeva che fossero acquisiti alcuni documenti specifici che si trovavano presso l’abitazione della defunta e del suo precedente assistito Pasqualino Cianci e che fossero svolte presso istituti di credito e nei confronti di privati, nuove indagini in relazione ai rapporti economici da questi intrattenuti con Pasqualino Cianci». Qualche tempo dopo – chiosa il documento disciplinare – Pasqualino Cianci «era iscritto nel registro degli indagati e il 16 aprile 2002 tratto in arresto». In primo grado Cianci (che urla la sua innocenza) è stato condannato a 21 anni per uxoricidio.

(continua…)

Gli affari segreti di Tremonti – inchiesta dell’Espresso sullo studio fondato dal ministro

Lunedì, 3 Novembre 2008

La pratica è arrivata sul tavolo degli ispettori anti evasione ormai da tempo. La Mondadori, casa editrice di proprietà di Silvio Berlusconi, è sospettata di aver evaso il fisco. Facendo i controlli sulle dichiarazioni del 2004, gli uomini dell’Agenzia delle Entrate di Milano si sono accorti che la Mondadori aveva escluso dal reddito imponibile una serie di guadagni, riducendo le tasse da pagare.

(continua…)

La cuccagna degli avvocati di Stato

Giovedì, 27 Marzo 2008

Si chiama ‘quadrimestre’ e nel 2006 ha fruttato complessivamente 42 milioni 405 mila euro. Un autentico tesoretto. Ma non come quello messo insieme dall’Agenzia delle entrate inseguendo i redditi occulti degli evasori fiscali. E finito nelle casse dello Stato con grande sollievo delle finanze pubbliche. No, di quest’altro piccolo tesoro il pubblico erario non vede neanche un centesimo. Accumulato dall’Avvocatura generale dello Stato mettendo insieme i proventi relativi al pagamento delle parcelle delle cause patrocinate, il bottino finisce nelle tasche di pochi eletti, gli avvocati dello Stato appunto che, in questo modo, rimpinguano le proprie entrate.

Oscar Fiumara è il numero uno della categoria. E come avvocato generale dello Stato incassa ogni anno 275 mila euro lordi di stipendio: niente male visto che la sua retribuzione è ancorata a quella del procuratore generale della Corte di Cassazione. Ma grazie all’appannaggio assicurato dal quadrimestre (chiamato così perché viene distribuito ogni quattro mesi), i suoi introiti complessivi registrano un balzo notevole finendo per umiliare l’esimio magistrato al quale è equiparato. A Fiumara nel 2006 il quadrimestre ha fruttato infatti oltre 109 mila euro.

Un gruzzolo discreto, ma poca cosa se confrontato alla cifra incassata da un suo sottoposto, Giancarlo Genovese. Chi è costui? Il capo dell’avvocatura distrettuale di Messina: con 40 anni di servizio, alla retribuzione annua lorda di 222 mila euro l’avvocato messinese ha sommato un quadrimestre di oltre 300 mila euro. Un vero record, ma non il solo. Stipendio e quadrimestre non sono che due delle entrate che allietano la carriera degli avvocati dello Stato. Quasi tutti sono titolari di incarichi extragiudiziari, ruoli istituzionali e di governo, docenze, consulenze e soprattutto arbitrati che, con le ricche prebende che si trascinano, finiscono in molti casi per far apparire lo stipendio dell’avvocatura quasi come argent de poche. Per rendersene conto basta scorrere la

Un caso su tutti, quello di Vincenzo Nunziata, il recordman della categoria. Oltre lo stipendio di 222 mila euro e il quadrimestre di 92 mila, sommando i compensi per gli incarichi collezionati, come capo dell’ufficio legislativo della Funzione pubblica, capo di gabinetto al ministero delle Comunicazioni, consulenze varie e soprattutto arbitrati, in quattro anni, dal 2004 al 2007, Nunziata ha incassato entrate extragiudiziarie per 1 milione 521 mila euro. Ma cosa fanno esattamente gli avvocati dello Stato? E come riescono a mettere insieme redditi così ragguardevoli?

IN NOME DELLA LEGGE
I legali dell’Avvocatura rappresentano e difendono l’amministrazione statale in tutte le sue articolazioni, governo e ministeri, regioni e comuni, enti e rappresentanze diplomatiche, senza contare i dipendenti patrocinati nelle cause di servizio. Dai tribunali civili a quelli penali, dalla Corte costituzionale (ammissibilità dei referendum, legittimità di leggi, impugnative, conflitti di attribuzione tra poteri dello Stato) alle commissioni tributarie (assistenza delle amministrazioni statali), dalla Corte dei conti al Consiglio di Stato agli organi di giustizia comunitari, non c’è procedimento che non veda comparire un avvocato dello Stato.

Chi non ricorda la causa sull’Irap (l’imposta regionale sulle attività produttive) svolta davanti alla Corte di giustizia europea alla fine del 2006? È stato l’avvocato dello Stato Gianni De Bellis a difendere il ministero dell’Economia nel giudizio promosso dalla Banca popolare di Cremona che sosteneva la tesi della sovvrapposizione tra Irap e Iva e per questo ne chiedeva l’abolizione. Una causa che se persa poteva costare allo Stato 100 miliardi di euro. Andò bene, con grande sollievo del presidente del Consiglio Romano Prodi.

E come dimenticare la volta in cui, era il novembre 2004, dopo essersi costituita parte civile, la presidenza del Consiglio chiese alla corte di Milano la condanna di Silvio Berlusconi nell’ambito del processo Sme? Anche in quell’occasione toccò a un avvocato dello Stato, Domenico Salvemini, il compito di chiedere al Cavaliere un risarcimento di oltre 1 milione di euro per i danni subiti dallo Stato a seguito del suo tentativo di corruzione in atti giudiziari. Normale? Non tanto se si considera che in quel frangente Berlusconi era insediato a Palazzo Chigi. Ma nessuna sorpresa: l’Avvocatura dello Stato ha sempre fatto dell’autonomia una delle sue bandiere.

Organizzata in sezioni (ciascuna specializzata a difendere branche omogenee della pubblica amministrazione) e articolata sul territorio in 25 distretti, l’Avvocatura ogni anno vede affluire nei suoi uffici circa 200 mila nuove cause (in gergo, ‘affari’) che, su decisione dell’avvocato generale (nominato dalla presidenza del Consiglio), dei suoi vice o dei responsabili dei vari distretti, vengono poi assegnate ai 370 avvocati in organico.

Tanto lavoro, dunque, molto delicato, ma anche ben retribuito. A cominciare dallo stipendio che, stratificato su quattro classi e rivalutato ogni triennio (per il 2004-2006 l’aumento è stato del 12,3 per cento), in base all’anzianità e a seconda degli scatti di carriera parte dai circa 88 mila euro annui lordi dell’avvocato di prima nomina sino ai 222 mila dei vice avvocati generali inquadrati nella quarta classe di stipendio.

In aggiunta c’è il ricco quadrimestre frutto delle ‘propine’, cioè le competenze che gli avvocati e i procuratori dello Stato si vedono riconoscere per sentenza in tutte le cause vinte (circa il 57 per cento del totale) nei diversi giudizi. Equando non si vince, cosa che accade quasi regolarmente in appello (73 per cento), davanti al giudice di pace (73) e di fronte al giudice del lavoro (90) e si compensano le spese (ciascuna parte paga il proprio legale), neanche in questi casi l’avvocato dello Stato resta a bocca asciutta: l’amministrazione patrocinata paga comunque all’avvocatura la metà delle spese che il giudice avrebbe presumibilmente liquidato se la causa fosse stata vinta. E vai a capire perché.

CARISSIMI AVVOCATI
È comunque grazie a queste parcelle che si alimenta il famoso ‘quadrimestre’. Soldi che potrebbero essere impiegati per risolvere i tanti problemi lamentati dall’Avvocatura, a cominciare dalla carenza di organico (piccolo dettaglio: questi legali hanno diritto a 50 giorni di ferie annue), e che finiscono invece nelle tasche degli avvocati in carica. Non senza sperequazioni. L’ammontare del quadrimestre è infatti ancorato agli introiti dei singoli distretti: l’80 per cento delle propine incamerate rimane in sede, il resto è distribuito tra le altre avvocature distrettuali. Può capitare così che i componenti delle piccole sedi possano arrivare a spartirsi i quadrimestri più ricchi.

Come è capitato nel 2006 a Messina dove sono piovuti onorari per 1 milione e mezzo di euro: essendo solo cinque gli avvocati del distretto, a ciascuno di loro sono andati in media 296 mila euro. Al secondo posto in graduatoria c’è Venezia con quasi 262 mila euro per avvocato; seguono Potenza con 247 mila, Bari con 244 mila e Lecce con 237 mila euro. Ultima la sede di Ancona, dove i legali hanno incassato circa 35 mila euro, mentre a Roma, la sede più importante, avvocati e procuratori dello Stato hanno ricevuto mediamente 91 mila euro che, ripartiti per progressione di carriera e anzianità di servizio, hanno comportato entrate di 103 mila euro per Claudio Linda; 92 mila per Vincenzo Nunziata e Ettore Figliolia; 90 mila per Pierluigi Umberto Di Palma, mentre poco meno, 89 mila euro, sono andati a Maurizio Greco e Massimo Massella Ducci Teri.

GOVERNO OMBRA
Stipendi e quadrimestre sono però solo le voci fisse delle entrate degli avvocati: professionisti pignoli che di recente hanno persino avviato una vertenza per vedersi riconoscere il buono pasto di 7 euro elargito ai comuni dipendenti pubblici. Il vero pozzo senza fondo dei loro guadagni sono gli incarichi extragiudiziari, a cominciare da quelli ministeriali. Scandagliando gli organici del governo Prodi si scopre che l’Avvocatura dello Stato è diventata ormai una sorta di governo ombra. I suoi legali sono dappertutto. E con compensi di assoluto riguardo che vanno a sommarsi naturalmente a stipendi e quadrimestri.

La delegazione più folta è a Palazzo Chigi: Carlo Sica, come vice segretario generale, riceve un compenso annuo di 110 mila euro; Ettore Figliolia, capo di gabinetto del vicepremier Francesco Rutelli, incassa 96 mila euro. Poi c’è la lista dei consulenti giuridici a cui vanno 16 mila euro: Maria Letizia Guida, Angelo Venturini, Paola Palmieri, Giulio Bacosi. Giacomo Aiello, consulente del dipartimento della Protezione civile e del commissario delegato all’emergenza rifiuti in Campania riceve invece un cachet di 80 mila euro.

Al ministero degli Esteri spiccano Ivo Maria Braguglia capo del servizio contenzioso diplomatico (52 mila euro) e Diana Ranucci, consulente giuridico per "le esigenze dell’Unità di crisi"(30 mila); allo Sviluppo economico i consulenti Antonio Palatiello, Vincenzo Russo e Maurizio Greco (tutti per 20 mila euro); alle Comunicazioni compaiono invece il solito Nunziata come capo di gabinetto (115 mila) e il capo dell’ufficio legislativo Mario Antonio Scino (78 mila).

Ancora: al ministero delle Politiche agricole Antonio Tallarida è capo ufficio legislativo (80 mila euro) e Attilio Barbieri consulente giuridico (30 mila); alle Infrastrutture, sempre come consulenti, ci sono Claudio Linda, Sergio Sabelli e Vittorio Cesaroni (tutti a 20 mila euro); alla Salute, Raffaele Tamiozzo (29 mila) è capo ufficio legislativo, mentre ai Beni culturali Gabriela Palmieri capo di gabinetto (105 mila euro), Francesca Quadri capo ufficio legislativo (70 mila) e Maurizio Fiorilli consulente (25 mila euro).

Ma gli orizzonti extragiudiziari degli avvocati non si limitano ai ministeri. Straripano negli organi di garanzia, agenzie, enti pubblici, commissariati, ospedali e università. Qualche caso tra i tanti. All’Autorità garante della concorrenza, presieduta dall’ex avvocato dello Stato Antonio Catricalà, Filippo Arena è consulente giuridico (26 mila euro); a quella per l’Energia elettrica e il gas Francesco Sclafani è responsabile della direzione legale (150 mila euro); all’Autorità portuale di Genova Giuseppe Novaresi (15 mila euro) è consulente giuridico ed è finito per questo indagato a causa di un parere sospetto fornito in una vicenda che, per turbativa d’asta, truffa e concussione, ha portato in carcere il presidente Giovanni Novi.

Ma la lista dei consulenti è ancora lunga: alla Camera c’è Ruggero Di Martino (50 mila), al Senato Federica Varrone (23 mila); all’agenzia delle Dogane Giuseppe Albenzio (25 mila); all’Agea Fabio Tortora, Giuseppe Cimino, e Paolo Marchini (tutti per 32 mila euro); alla Sace Alessandra Bruni (24 mila). Poi ci sono le Università, dove molti avvocati hanno incarichi di docenza anche se per poche migliaia di euro. Come consulenti giuridici, invece, incassano molto di più come capita a Messina (Giovanna Cuccia, 14 mila euro), Verona (Stefano Cerillo 27 mila), Lecce (Fernando Musio 25 mila) e Catanzaro (Giampiero Scaramuzzino, 20 mila). Neanche la lirica (Alessandro Bruni, 2.500 euro al Teatro dell’Opera di Roma) si salva nella corsa agli incarichi degli avvocati dello Stato. E nemmeno la Croce Rossa, dove Fabrizio Fedeli per prestare i suoi consigli riscuote 8 mila euro l’anno.

ARBITRI D’ORO
Ma la voce più ricca, e anche la più discussa, tra quelle che fanno lievitare i compensi extra degli avvocati è sicuramente costituita dagli arbitrati, controversie nelle quali i membri del collegio giudicante vengono retribuiti in proporzione (solitamente dal 3 al 5 per cento) al valore della lite. Al pari dei consiglieri di Stato i membri dell’Avvocatura fanno la parte del leone nell’assegnazione di questi lodi. Con grande disappunto del ministro Antonio Di Pietro. La ragione? Vero che gli arbitrati evitano alle parti, generalmente amministrazioni statali e aziende private titolari di appalti pubblici,le lungaggini della giustizia civile, ma è altrettanto vero che nel 95 per cento dei casi lo Stato finisce per soccombere. E proprio di questo il leader dell’Italia dei valori si lamenta.

MA CHE SI VINCA O SI PERDA GLI AVVOCATI COMUNQUE CI GUADAGNANO.
E bene. Come nel caso di Ivo Maria Braguglia, vice avvocato generale. Nei quattro anni (2004-2007) presi in considerazione da ‘L’espresso’ , proprio a lui spetta il record per un singolo arbitrato: 289 mila euro per una controversia tra il vecchio ministero dell’Industria e l’Icla costruzioni. Poco di più della parcella riconosciuta a Vincenzo Nunziata per l’arbitrato tra la società Calabria Ambiente e la presidenza del Consiglio: 252 mila euro. Solo che Nunziata finisce poi per surclassare Braguglia nell’intero periodo: grazie ad altre quattro parcelle arriva a compensi per almeno 800 mila euro. E siamo solo alla punta dell’iceberg. Nella classica degli arbitrati d’oro infatti se la cava benissimo Aldo Linguiti (altro vice avvocato generale) con i suoi 250 mila euro relativi al lodo Todini costruzioni-Anas, mentre a colpi di 120 mila euro a controversia seguono Ettore Figliolia (Marinelli-spa-Infrastrutture) e Francesca Quadri (Impresa Itinera-Anas).

(continua…)

USA: la grande depressione dei professionisti

Mercoledì, 9 Gennaio 2008

NEW YORK – L’avvocato? Il dottore? Professioni vecchie, polverose, per nulla seducenti, decisamente malviste dai giovani. Almeno negli Stati Uniti. Tempi duri soprattutto per gli avvocati. Ben pagati, stimati, coccolati e contesi (da studi legale e aspiranti mogli). Ma anche terribilmente depressi – una piaga che affligge almeno un professionista su cinque – e perciò profondamente infelici. Ecco perché, negli Stati Uniti, nessuno vuole più fare intraprendere la carriera.

CRISI DI VOCAZIONE – Gli aspiranti uomini di legge, si legge in un lungo articolo del New York Times, sono sempre più una rarità: nelle scuole americane di specializzazione gli iscritti nel 2006 sono scesi a 83.500 dai quasi centomila del 2004 (con un calo del 6,7% tra 2006 e 2005 e del 5,2% l’anno precedente). E anche negli istituti di medicina il calo di iscrizioni è palese, appena meno evidente.

(continua…)

Gli accordi segreti tra monsignori e avvocati per far annullare i matrimoni religiosi

Mercoledì, 31 Ottobre 2007

Oscilla da quindicimila a quarantacinquemila euro con una media ormai attestata intorno ai trentamila euro, sessanta milioni delle vecchie lire. E’ il costo delle circa 8000 nullità di matrimonio richieste ogni anno, con un processo non particolarmente complesso, davanti ad uno dei diciannove Tribunali ecclesiastici, uno per regione della Chiesa italiana, abilitati alla tratta-zione delle cause matrimoniali.

Una collaudata macchina mangiasoldi che, grazie al boom di richiesta di nullità che si verifica da anni (le richieste sono raddoppiate nell’ultimo decennio e continuano a crescere, al ritmo del 20% all’anno) sta allarmando le curie di tutta Italia le cui lamentele, e segnalazioni, intasano da anni l’ufficio del decano della Rota Romana, il tribunale che forma ed abilita gli avvocati del foro ecclesiastico, ora retto dall’arcivescovo polacco Antoni Stankiewicz.

Retaggio di un passato lontano, quando in Italia le nullità ecclesiastiche erano l’unica possibilità di risolvere un matrimonio finito male, la rete di informazioni e di assistenza alla quale si rivolgono i richiedenti di oggi, continua ad essere molto ingarbugliata.

E chiama in causa un fitto intreccio di complicità tra monsignori più o meno importanti, avvocati civilisti e colleghi rotali dove, ad ogni passaggio, il fedele cattolico perde più di qualche penna. La prima truffata dal non rispetto delle vantaggiose tariffe economiche stabilite dalla Conferenza Episcopale è proprio la Chiesa che, dal 1998, sostiene il funzionamento dei Tribunali ecclesiastici con 8,5 milioni di euro all’anno, proprio per permettere, coprendo le spese del personale e quelle cosiddette «vive», di facilitare l’accesso alle cause di nullità anche ai meno abbienti.

Dallo stesso anno, in ogni Tribunale, la Cei stipendia un numero di «avvocati stabili», così come si vedono nei telefilm americani, i quali assistono i fedeli come patroni di fiducia. In questo caso, le tariffe diventano ancora meno importanti poiché, con la sentenza, l’attore nella causa riceve anche il rendiconto delle spese affrontate dal Tribunale ed un bollettino di conto corrente postale da usare, se vuole, per contribuire solo con quanto ritiene alla portata delle sue tasche. Inoltre, è ancora possibile chiedere il gratuito patrocinio: è sufficiente in questo caso certificare il reddito con una segnalazione da parte del proprio parroco.

Al momento di incardinare la causa presso un Tribunale Ecclesiastico, il battezzato cattolico in vena di nullità firma, insieme al «libello» (l’atto di denuncia del sospetto vizio giuridico del proprio vincolo) ed alla procura per il proprio avvocato una «dichiarazione della parte attrice» con la quale si impegna a «saldare il dovuto al Tribunale ed all’Avvocato nella seguente misura».

E cioè: «al tribunale, per spese processuali, stampa degli atti, eventuali perizie, rogatorie, 500 euro». Gli avvocati, invece, si devono contenere entro «un minimo di 1500 euro ed un massimo di 2850». Questo per i due gradi di giudizio necessari, così che con la cosiddetta «doppia conforme», la vertenza ecclesiastica possa ritenersi passata in giudicato. Precisa infatti la «dichiarazione»: «tale onorario copre l’attività di consulenza preliminare, le eventuali perizie, l’assistenza durante l’istruttoria e la redazione della memoria difensiva». Se poi l’avvocato delega questo ruolo ad un suo procuratore, la «dichiarazione» precisa: «300 euro».

Tutto ciò in teoria, quanto alla pratica le statistiche parlano chiaro: l’80% delle cause trattate dai Tribunali Ecclesiastici sono fuori tariffa. Spesso, anche in modo fraudolento. E’ di questi giorni la notizia che un religioso in servizio presso il Tribunale Ecclesiastico Marchigiano, con sede a Fermo, è stato allontanato dal suo incarico perché vendeva le cause.

A smascherarlo, dopo innumerevoli ed inutili segnalazioni, un gruppo di fedeli incappati nella rete. Per ottenere giustizia, hanno dovuto fornire anche prove raccolte con l’aiuto di un investigatore privato sostenendo così spese aggiuntive.
Ai tanti spennati dunque, per il momento, non resta che la fiduciosa attesa. Oltretutto, come può un poveraccio combattere contro un avvocato, spesso attivo anche nel foro civile, al quale ha avuto il torto di rivolgersi spesso solo per questioni di coscienza?

(continua…)

Tribunale di Milano: vibratori nelle borse di due avvocatesse

Lunedì, 27 Agosto 2007

"Sarà che i tempi della giustizia sono quelli che sono, e il tempo – quando c’è da aspettare – bisogna pur impiegarlo in qualche maniera. Sarà il gusto del proibito, del divieto da infrangere nel santuario di leggi e codici. O forse è il luogo, quel labirinto di corridoi, angoli ciechi e anfratti, che moltiplica le occasioni per l’anarchia ormonale.

Quale che sia la causa, finisce che in tribunale a Milano – austero palazzo di marmi, burocrazia e sentenze – ci scappino spesso scene da quartiere proibito, lanterne rosse e sexy shop. L’ultima, quella di due avvocatesse «hard». A distanza di una manciata di giorni l’una dall’altra, «fotografate» dagli scanner della vigilanza con un inconsueto corredo forense chiuso in borsa: fascicoli, ricorsi, agende. E due vibratori.

Qualcosa di personale, stavolta, ma a Palazzo ne raccontano di ogni. C’è chi tra quegli uffici ha trovato moglie e marito, chi s’è fatto l’amante, chi – nelle lunghe giornate – trova il tempo per una scappatella in qualche recesso nascosto dell’edificio (e l’edificio ne è pieno). Magistrati che finiscono per sposare magistrati distanti due uffici, cancellieri con cancellieri, polizia giudiziaria con polizia giudiziaria, avvocati, personale amministrativo e umanità varia. Tutti rinchiusi nello stesso groviglio di scale bagni ascensori e stanzini, tutto il giorno e tutti i giorni. Sempre le stesse facce che tornano, sempre quelle. E il Palazzo che fornisce l’occasione. Il resto è un libero scambio di estasi e pecoreccio.

Ed è così che poteva esistere una «stanza del sesso», bugigattolo spoglio con vista su Milano ricavato in fondo a una scala al settimo piano del tribunale, lontano da occhi e orecchie indiscrete, dove gli amanti andavano a consumare prima che un giudice ne scoprisse gli intrighi – scatenando le ire del presidente dei gip – e una mano abbondante di vernice cancellasse dalle pareti le memorie scritte dagli habitué dell’alcova. Da allora, niente più stanza e niente più sesso. Almeno, in fondo alla scala del settimo piano.

Tra realtà e leggende metropolitane, quella delle due avvocatesse a luci rosse è solo l’ultima della vicende poco ortodosse per il palazzo di giustizia. Niente di grave, e tutto molto umano. Lì, davanti allo scanner, hanno sorriso i vigilantes e sono arrossite le due donne. Imbarazzata visione a raggi x, la sagoma inequivocabile che consegna alla guardia giurata un memorabile imprevisto.

(continua…)

Intercettazioni: D’Alema chieda scusa agli avvocati

Mercoledì, 27 Giugno 2007


La dura presa di posizione di D’Alema contro gli avvocati che assistono gli imputati del processo UNIPOL – sarcasticamente accusati a Ballarò di scrivere il contenuto delle intercettazioni sui polsini della camicia per diffonderlo ai giornali – non può passare sotto silenzio. TEMIS ha spesso stigmatizzato il comportamento dei professionisti e la politica degli Ordini, troppo corporativi e sempre meno proiettati in quella che è la loro missione: la salvaguardia degli interessi della collettività connessi con l’esercizio della professione. Quanto accaduto a Ballarò richiede però una pubblica ammenda da parte di D’Alema. La sua accusa è stata infatti smentita della Procura di Milano che ha accertato la pubblicazione delle intercettazioni prima della loro conoscenza da parte dei legali. Il sarcasmo con cui il Vice-Presidente del Consiglio e Ministro degli esteri ha ritratto gli avvocati che scrivono sui polsini le intercettazioni mostra la virulenza del pregiudizio che vizia il rapporto tra diversi esponenti del governo e le categorie professionali e rende difficile la riforma del settore. Capiamo l’amarezza del vice-premier dinanzi alla pubblicazione di intercettazioni che lo vedono coinvolto sul piano personale e senza profili di rilevenza penale, ma proprio perchè ha vissuto una tale esperienza che D’Alema dovrebbe capire e rimediare all’errore che ha compiuto screditando la credibilità della categoria alla quale è affidato l’importantissimo compito di tutelare i cittadini.