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Bankitalia, che sprechi!

Lunedì, 17 Settembre 2012
Gli oltre 7mila dipendenti sono pagati mediamente 109mila euro l’anno. I dirigenti costano agli italiani  3,1 milioni di euro l’anno. Visco si mette in tasca 757mila euro.  Si continuano a chiedere sacrifici agli italiani, ma c’è chi spende e spande senza problemi. Un caso su tutti: la Banca d’Italia che disperde ogni anno cifre mostruose sotto gli occhi distratti del governo. Nonostante il suo ruolo sia sempre più ridotto in favore della Bce, il carrozzone di via Nazionale, mantiene un esercito di dipendenti, 7 mila, che costano 819 milioni, e spende per la sua amministrazione qualcosa come 420 milioni di euro.  Il Fatto quotidiano è andato a spulciare le voci del Bilancio di palazzo Koch e sul sito ha pubblicato le cifre degli sprechi, che gridanno davvero vendetta. Un plotone di giardinieri armati di semi, piante ornamentali e annaffiatoi pronti a sparare sul mercato una micidiale raffica di fiori. Fiori per sette milioni di euro. Tanto costa la manutenzione delle piante e dei giardini nelle sedi di rappresentanza e nel parco sportivo del Tuscolano a Frascati, quartier generale dell’istituto con campi da tennis, calcio e piscina. Non mancano progetti per l’orto didattico e la raccolta delle olive made in Bankitalia. Poi ci sono i videocitofoni e campanelli nuovi di zecca da 15 milioni di euro appena acquistati.  Senza contare le poltrone d’oro. A cominciare da quella su cui è seduto il direttorio di nomina governativa che controlla l’autorità bancaria che costa in organi collegiali e periferici 3,1 milioni di euro l’anno in compensi. Ma non si tratta di centinaia di persone ma poche decine: i 13 consiglieri superiori prendono 371mila euro, i cinque componenti del collegio sindacale 137mila. Ed ecco la punta: al governatore Ignazio Visco vanno 757.714 euro, al direttore generale Fabrizio Saccomanni vanno 593mila euro, i quattro vice-direttori (oggi tre, perché il 12 luglio Anna Maria Tarantola ha lasciato l’incarico per assumere la presidenza della Rai) hanno emolumenti da 441mila euro. Non stanno meno male i 7.315 dipendenti con 2mila tra funzionari e dirigenti che costa mediante agli italiani 109.300 euro ciascuno. Non solo. Prima che Draghi lasciasse via Nazionale per andare in Europa, racconta Thomas Mackinson sul sito del Fatto, ha preferito esser certo a Roma, capissero bene quando dall’Eurotower parla di spread e fiscal compact. Così la Banca d’Italia ha affidato a un’agenzia un programma di formazione di inglese da 620mila euro, che per dei corsi di lingua non sono noccioline, soprattutto perché i bandi di assunzione dell’ente richiedono espressamente una conoscenza avanzata dell’inglese. Prima dell’assunzione, non dopo. Senza contare che da anni sette consulenti-traduttori sono a libro paga dell’ente al costo di mezzo milione di euro. E qui si apre il capitolo consulenze, un dossier sempre corposo e soprattutto costoso visto che al 30 agosto i consulenti esterni a libro paga di Bankitalia sono già 112 e totalizzano incarichi per due milioni e mezzo di euro. Ma a gravare sui conti dell’istituto, fa notare il Fatto, sono anche i costi legati alla manutenzione di un patrimonio immobiliare sterminato che la Banca d’Italia ha collezionato dai tempi della sua nascita a oggi: il patrimonio per fini istituzionali ha raggiunto una consistenza pari 4,2 miliardi. Poi ci sono 20 filiali regionali e provinciali, 25 sportelli e 18 centri per la vigilanza, trattamento del contante, tesoreria dello Stato. Più tre sedi distaccate a New York, Londra e Tokyo. Il budget per la manutenzione di questo patrimonio, stando agli affidamenti in corso, ha un budget 30 milioni di euro. Gli edifici del centro storico della Capitale ne impegneranno altri 14,6. Solo per mettere telecamere e citofoni al complesso di via Nazionale 91, Tuscolana e del Centro Donato Menichella a Frascati si stanno per spendere in progettazione, installazione e mantenimento 15 milioni (oltre Iva). Poi c’è l’area di via Tuscolano 417, quartier generale dell’istituto, che ha in corso affidamenti per 21 milioni. Per gli edifici romani e per il “Centro Donato Menichella” di Frascati, che ospita buona parte delle strutture di elaborazione dati, è in arrivo una green revolution: è in corso di affidamento una gara per la manutenzione del verde e il noleggio di piante ornamentali, fioriere, composizioni di fiori recisi e aiuole per sette milioni di euro. Solo gli interventi di manutenzione dell’ex Cinema Quirinale, portone di rappresentanza della Banca, costano 3 milioni di euro. La settimana scorsa al Senato è passato un emendamento per avviare una spendin review anche in Bankitalia: si taglieranno le auto blu, le ferie, i buoni pasto e le consulenze. Ma a guardere le cifre pubblicate dal Fatto sembra veramente una goccia nell’oceano. Libero

Il nepotismo del premier Monti – il caso Tarantola

Domenica, 10 Giugno 2012

La Tarantola di RAI non ne capisce nulla. E’ una banchiera. Fa parte del direttorio di BankItalia. Eppure il premier Monti la non ha esitato a nominarla presidente dalla RAI. Oggi, sul Corsera, Aldo Grasso critica la partitocrazia e il nepotismo, accusando i partiti per le nomine nelle varie Autorità dei giorni scorsi. Nemmeno una parola è dedicata alla nomina della Tarantola alla RAI. Perchè la nomina di non tecnico fatta da un partito è partitocrazia e quella fatta dal premier no? cosa è nepotismo? lobbysmo? conflitto di interessi? TEMIS

Bankitalia, quante responsabilità!

Lunedì, 24 Ottobre 2011

La nomina del nuovo Governatore è l’occasione per celebrare la Banca d’Italia ed i suoi esponenti. Eppure qualcosa ci sarebbe da dire. Poche istituzioni in Italia godono del prestigio di cui gode la Banca d’Italia o così almeno si dice.Poche istituzioni godono anche dell’autonomia di cui gode la Banca d’Italia: qualcuno potrebbe dire che poche istituzioni in Italia sono tanto autoreferenziali quanto la Banca d’Italia. Non solo non vi è modo di condizionarne l’azione ma è anche assai difficile comprenderne le dinamiche decisionali. Una comunicazione misurata avvolta in forme rituali, persino nel confezionamento grafico degli atti, gestisce e conserva l’immagine dell’Istituto. Si sa soltanto quel che viene fatto conoscere. Persino il diritto di accesso agli atti, così ampiamente utilizzato nella dialettica tra cittadino ed istituzioni, è mezzo spuntato quando si tratta della Banca d’Italia. I suoi dipendenti non riferiscono i reati di cui vengano a conoscenza al Pubblico Ministero come un qualsiasi altro pubblico ufficiale ma soltanto al Governatore. Per decenni il sindacato di merito sui provvedimenti sanzionatori è stato, anomalia assoluta, ridotto ad un unico grado davanti ad un unico giudice buono per tutta Italia. Il potere che la Banca d’Italia gestisce è in compenso immenso e connotato da una discrezionalità amplissima e per i vigilati è più simile a quello di un Dio che atterra e suscita che a quello di una normale amministrazione dello Stato. La dialettica può ritornare ordinaria quando un pubblico ministero si imbatta in intercettazioni che paiono rivelare abusi piuttosto che esercizio di discrezionalità: in quel caso paga il singolo anche se fino a quel momento il singolo era osannato non solo come Governatore ma anche come teologo e filosofo. Il sistema di regole rimane però identico e la critica estranea.Il grande merito che viene attribuito alla Banca d’Italia è di avere dagli anni Trenta ad oggi impedito di perdere un solo centesimo anche ad un solo depositante. E’ certamente vero anche però che dal Banco di Napoli, alla casse di risparmio meridionali, a qualche banca di credito cooperativo dei giorni nostri i soldi qualcuno ce li ha messi e non sempre volentieri. I prossimi mesi potrebbero essere gravidi di novità: ancorchè oggi si discetti di Tier 1 e di Tier 2, per il passato la garanzia per i depositanti è stata, il più delle volte, data dal valore dell’azienda bancaria. Se l’intermediario era in difficoltà un altro più forte ne raccoglieva le spoglie a ciò indotto dal valore dell’avviamento che così gli veniva trasferito. Oggi non vi è banca italiana delle maggiori che non quoti in borsa una frazione del patrimonio netto e a cui il mercato non attribuisca quindi un avviamento negativo. Il Monte dei Paschi che acquistò la Banca Antonveneta, quando le prime avvisaglie della crisi erano già chiare all’orizzonte, pagando per essa sola nove miliardi oggi ne capitalizza quattro dopo avere aumentato il capitale di due. In Spagna ancora ci ringraziano per quell’operazione che evidentemente non contrastava con la sana e prudente gestione e che è valsa anche all’avv.Mussari la presidenza dell’ABI a confermarne il valore ed il senso nel sistema. Il Banco Popolare, che ha salvato Banca Italease, capitalizza meno di due miliardi dopo che ha aumentato il proprio capitale solo pochi mesi fa di altrettanto. I titoli subordinati tier 1 del Banco rendono oggi più del 25%: un numero che da un’idea. La Banca d’Italia ha consentito che si pagassero avviamenti elevatissimi da parte di banche italiane, Banca Italease è cresciuta per anni con numeri strepitosi senza che nessuno si chiedesse se più che prodigio non fosse inganno. Mai nella storia d’Italia il rapporto tra rischi e valore delle aziende è stato così basso.A fronte di una sistema che ha raggiunto una condizione di debolezza che quindi non è evidentemente conseguenza solo della crisi, vi è da ricordare che la pretesa forza delle banche italiane nella crisi del 2008 (in realtà soltanto una diversa incubazione della malattia) era conseguenza di utili ottenuti in forme alquanto discutibili e rivelatrici di una cultura del sistema in cui ciò che conta è la stabilità dell’intermediario e non la tutela del risparmio. In realtà era solo miopia: i danni reputazionali sono stati enormi, le cause infinite. I bond argentini sono stati venduti a piene mani come in nessun altro paese del mondo e spesso per effetto di redditizie negoziazioni fuori mercato. I derivati, accesi con caricamenti occulti di dimensioni davvero abnormi ed al di fuori di ogni ragione di copertura, hanno infestato non solo tutto il sistema delle piccole e medie imprese ma addirittura molta parte degli enti territoriali italiani. Polizze dai caricamenti e dai vincoli irragionevoli irrobustivano i conti economici delle banche che sono riuscite in tal modo a riempire i clienti perfino di bond islandesi. Una malattia del sistema indotta dal sistema competitivo che ha nella Vigilanza il primo responsabile. I conti economici basati su queste infestanti erano considerati per autorizzare l’apertura di nuovi sportelli e per valutare la congruità degli avviamenti pagati. Tra gli attivi delle banche ci sono quindi i costi sostenuti per sportelli che saranno chiusi e che non saranno pochi.Le fondazioni, apprezzate dalla Banca d’Italia quali fattori di stabilità ed un tempo anche di “italianità”, sono oggi azionisti squattrinati non in grado di ricapitalizzare adeguatamente le partecipate e sono esse stesse quindi una fonte ulteriore di preoccupazione e non certo di forza o di stabilità del sistema. Attraverso di esse personale passato dalla politica ed avendo questo come principale referenza, è giunto al vertice del sistema bancario. Se invece si guarda alla capacità del sistema di generare nuove figure di imprenditori il quadro è deprimente. Buona parte dei migliori gestori italiani sono all’estero e nel risparmio gestito la quota di mercato in Italia degli intermediari nazionali scende di anno in anno. Oltre al carico fiscale, pesa anche l’atteggiamento della Vigilanza verso chi è piccolo e nuovo e pesano i tempi lunghissimi dei procedimenti amministrativi gestiti dalla Banca d’Italia che con pochi intermediari da vigilare probabilmente correrà meno rischi di vederne andar male qualcuno ma certo non contribuirà né ad attrarre, né investimenti, né reddito imponibile, né opportunità di lavoro nel nostro paese. Anche perché non pare che altre ed assai più attrattive giurisdizioni abbiano intermediari con più problemi di quelli italiani. A ciò si aggiunga che il Mezzogiorno e le isole sono ormai prive da molti anni di gruppi bancari di dimensione importante e presssochè privo di qualsiasi attività di gestione.Mentre ascoltiamo i peana che giungono da ogni dove per il nuovo Governatore e per l’Istituzione, dunque, dovremmo chiederci come mai nessuno si chiami mai fuori dal coro. m. malvestio linkiesta

Verdini: e BankItalia?

Lunedì, 26 Luglio 2010

Conflitti di interesse e malaffare nella banca toscana amministrata da Verdini & C. Li ha denunciato oggi Repubblica e sempre oggi il coordinatore del PDL si è dimesso. Bene. Rimane una curiosità: ma la Banca d’Italia cosa faceva? può essere che quanto scoperto dai giornalisti di Repubblica fosse ignoto all’organismo di vigilanza delle banche italiane? c’è una costante nella storia d’Italia. Dinanzi alla instabilità delle banche per la crisi mondiale, allo scandalo Unipol, allo scandalo AntonVeneta, alla scandalo Banco di Napoli, allo scandalo Banco di Sicilia, allo scandalo Banco Ambrosiano, che cosa faceva la Banca d’Italia?

Perchè Draghi alla cena di Vespa? (by Polito)

Martedì, 13 Luglio 2010

Un maligno potrebbe dire che ha provocato più sconquassi nel centrodestra un invito accettato da Casini che tanti rifiutati da Bersani. Ma quel maligno si fermerebbe alla superficie della tempesta scatenata nella maggioranza dalla cena chez Vespa. E che si concentra su due nomi: quello di un assente eccellente e quello di un ospite a sorpresa, ben più a sorpresa di Casini. Un maligno potrebbe dire che ha provocato più sconquassi nel centrodestra un invito accettato da Casini che tanti rifiutati da Bersani. Ma quel maligno si fermerebbe alla superficie della tempesta scatenata nella maggioranza dalla cena chez Vespa. E che si concentra su due nomi: quello di un assente eccellente e quello di un ospite a sorpresa, ben più a sorpresa di Casini. L’assente eccellente è, ovviamente, il ministro del Tesoro. Che sia stato invitato oppure no, di certo non c’era. Forse perché condivide con l’amico Calderoli il vanto di non aver mai cenato con un romano. E infatti l’ultima cena in cui è stato segnalato era con Brancher, per festeggiarne la nomina a ministro. In ogni caso, Tremonti si è sentito il convitato di pietra della serata. Al semplice apprenderne lo svolgimento, ha dato giù di matto. Con Letta e con Silvio: «Se entra l’Udc, esco io». Questo spiega perché Bossi e la Lega, nonostante Casini avesse subito negato e comunque declinato la proposta indecente di entrare nel governo, hanno imbracciato il fucile e sparato a palle incatenate. L’hanno fatto perché hanno annusato un trappolone anti-Giulio, con il premier intenzionato ad aprire un altro forno per non scottarsi a quello gestito dal suo super-ministro. E che pur di farlo, udite udite, se ne va a cena con Mario Draghi. Mario Draghi è infatti il vero invitato a sorpresa, più ancora del cardinal Bertone, della cui dimestichezza con il padrone di casa si può capire. Vedere il rivale attovagliato con cotanta compagnia ha mandato fuori dai gangheri il ministro. E qui, per una volta, bisogna condividerne lo stupore. Che ci faceva, infatti, il Governatore della Banca d’Italia, a una cena così? Si possono fare tre diverse ipotesi per spiegare la singolare presenza di Draghi. La prima è che abbia condiviso con Vespa un tale percorso personale (che so, corsi post-laurea allo Mit o frequentazioni in Goldman Sachs) da farlo accorrere alla celebrazione dei 50 anni di professione del Bruno nazionale. Ma non pare. La seconda ipotesi è che Draghi non abbia compreso che non di evento privato si trattava ma di incontro altamente pubblico, i cui retroscena erano stati accuratamente preparati per la stampa. E in questo caso ci troveremmo di fronte a un caso di ingenuità politica clamorosa, visto che a quella cena si è parlato anche di governi di larghe intese (quantomeno ne ha parlato Casini) e cioè dell’ipotesi politica per la quale viene regolarmente speso proprio il nome del Governatore della Banca d’Italia, e che dunque astenersi dal partecipare a un tale dibattito sarebbe stato doveroso.
La terza ipotesi è che invece Draghi avesse capito tutto – valore politico dell’incontro, scelta dei commensali, e persino il suo portato anti-Tremonti – e che ciò nonostante abbia deciso lo stesso di andare nella speranza di rendere così il premier più caloroso nei confronti della candidatura italiana alla presidenza della Bce. Ma è un’ ipotesi che non prendiamo nemmeno in considerazione. Stimiamo infatti Draghi, siamo da sempre suoi fan; e, come mezzo mondo, lo siamo proprio perché lui non è «quel genere» di banchiere centrale, e non è così «italiano» da prestarsi a quella che gli anglosassoni chiamano con disprezzo «economia di relazione» e noi «politica da salotto». Propendiamo dunque per la seconda ipotesi: un caso di ingenuità politica. Alquanto grave, in ogni modo. Perché nella migliore delle ipotesi il Governatore ha finito per fare da copertura e garanzia a una manovra politica tentata dal premier. Che sia riuscita o no, non conta molto. Fosse successo a un suo predecessore, non avremmo avuto pietà. Trattandosi di Draghi, ci limitiamo a un «tu quoque». (a. polito riformista)

Scandalosa Banca d’Italia

Venerdì, 9 Luglio 2010

O il governo riuscirà a dimostrare l’effetto del gran caldo sul senatore dell’Idv, Elio Lannutti, oppure i dati clamorosi su Bankitalia contenuti nell’interpellanza, che ha appena depositato in Senato, avranno un effetto deflagrante in un clima di sacrifici per tutti ma evidentemente non per palazzo Koch. Sì, perché, Lannutti insieme a tanti conflittini di interesse e regalini di banchieri a funzionari di via Nazionale, sostiene che «taluni semplici ispettori nel 2008 hanno guadagnato ben 580.881 euro». Un’enormità se si considera che il governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, guadagna 450mila euro all’anno e che il suo predecessore, ossia l’uomo di Alvito, Antonio Fazio, al culmine del suo potere nel 2005 dichiarava al Fisco 711mila euro. Non solo. Secondo il senatore dipietrista a via Nazionale «risulterebbe uno stipendio di 527mila euro di un funzionario di prima nel 2006, che è stato promosso anche direttore». E se non bastasse che «si stia attuando un’altra ristrutturazione delle filiali di Banca d’Italia in seguito alla quale, per incentivare l’esodo dei dipendenti, si daranno ai dirigenti per buona uscita oltre 400mila euro, corrispondenti a oltre 6 anni di pensione anticipata». Tutto ciò, senza contare il conflitto di interessi che si sarebbe generato con «la brusca rimozione» di Giuseppe Boccuzzi dalla titolarità del Servizio rapporti esterni e affari generali di vigilanza «che ha comportato l’inspiegabile nomina del dottor Luigi Donato». Il punto, secondo l’interpellanza, è che la consorte di Donato, Olina Capolino, «sostituisce di fatto (e da tempo) il Capo del servizio di consulenza legale» occupandosi di delicatissime questioni di vigilanza e tra queste «delle questioni relative al servizio di cui il marito è titolare e responsabile ».Un fiume in piena, Lannutti, che scende nei particolari degli stipendi di 653 dirigenti e i 1.450 funzionari che beneficiano di altre voci che creano una «enorme differenza salariale» con le altre categorie della pubblica amministrazione. Infine, taluni sindacalisti interni che «sarebbe passati all’incasso»: 150mila euro per promozione con trasferimento e ritorno (altri 150mila euro). Franco Adriano per “Italia Oggi

la supercarriera di giuffrida, perto Bankitalia

Venerdì, 4 Dicembre 2009

La leggenda narra che nella Valle del Belice si fermarono i pastori Cinzio e Corinzia, consumarono i riti sacri e tornarono nella loro grotta con la speranza dell’immortalità. Si fermarono presso la sorgente delle Terme Acqua Pia, una fonte di acqua calda che scorre ancora oggi e che a Montevago in provincia di Agrigento è stata trasformata in una vera e propria industria. Una società, la Terme Acqua Pia srl di Francesco Giuffrida che, ironia della sorte, non sembra navigare in buone acque: secondo l’ultimo bilancio depositato, quello del 2007, l’anno prima della crisi economica, la società ha registrato ricavi per 5,9 milioni, è finita in rosso per oltre 300mila euro dopo aver sfiorato nei due esercizi precedenti il pareggio e, soprattutto, si è esposta con debiti per 7,8 milioni di euro. Di questi, 2,5 milioni sono debiti verso fornitori, altri 4,9 verso il sistema bancario.

Una situazione che dovrebbe far suonare il campanello d’allarme alle banche creditrici, se non sedesse dall’altra parte della barricata un azionista di un certo peso, l’ex vicedirettore della sede di Palermo della Banca d’Italia, ora diventato uno dei massimi dirigenti dell’Uif, l’unità di informazione finanziaria, deputata alla lotta contro il riciclaggio. Stando agli atti depositati presso la Camera di commercio, il titolare del 95% del capitale delle Terme Acqua Pia è Francesco Paolo Giuffrida, la restante quota è in mano alla moglie Vincenza Abate che risulta essere anche l’amministratore unico della società.

L’articolo tre del codice etico di Banca d’Italia, che si applica ai membri del Direttorio, ma che per consuetudine si estende anche a tutti gli alti dirigenti dell’istituzione, è intitolato "Indipendenza e imparzialità" e recita chiaramente che non devono essere intrattenuti "con soggetti coinvolti o interessati dall’attività della Banca rapporti tali da poter compromettere la loro indipendenza di giudizio o comunque tali da vulnerare la loro imparzialità".

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