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Argenti, gioielli, champagne – i regali a Tarantola di Fiorani

Lunedì, 11 Giugno 2012

Una settimana fa entrata con una giornalista in ascensore al quarto piano di palazzo San Macuto, dove hanno sede le commissioni parlamentari bicamerali, Anna Maria Tarantola, si è fermata al secondo piano. La porta si è aperta e nell’ascensore è entrato un imbarazzatissimo senatore dell’Idv, Elio Lannutti. Lui non ha spiaccicato parola, lei ha sfoderato un sorriso larghissimo: “Buongiorno caro senatore, come sta?”, facendo finta di nulla. Eppure non era un incontro qualsiasi: Lannutti è il nemico numero uno della Tarantola. Basta che sui giornali filtrasse una sua promozione, che lui sfoderava una interrogazione parlamentare velenosa per fermarla. In questa legislatura se ne contano già 22. Dense di notiziole filtrate dall’interno della Banca d’Italia, dove non tutti amavano questa manager in carriera. E talvolta con notizie costruite con sapienza mettendo insieme ritagli di giornale e perfino qualche documento giudiziario. Il più velenoso, quello che più scalfisce l’immagine aurea della superdirigente Bankitalia ora proiettata da Mario Monti alla presidenza Rai per farne una casa di vetro e di indipendenza modello via Nazionale, viene dalle carte dell’inchiesta sulla scalata all’Antonveneta. E’ l’elenco dei regali che l’allora numero uno della Banca popolare di Lodi, Gianpiero Fiorani, ogni Natale inviava ad alti dirigenti della banca centrale. E a scorrerlo sembra che la sua preferita fosse proprio la Tarantola. Che Fiorani ha inondato di regali un po’ imbarazzanti per un funzionario della banca centrale, senza mai scordarsi un Natale fra il 1985 e il 2003. Nell’elenco che fu sequestrato dagli inquirenti e che fu al centro di uno scandalizzato editoriale del Wall Street Journal nel 1995, c’è di tutto: servizi da tè, piatti, ciotole, vassoi e posate in argento che nemmeno in una lista di nozze se ne sarebbe raccolte tante. Negli ultimi anni, man mano che la Tarantola progrediva nella carriera, anche qualche monile più importante: un bracciale di Pomellato, uno di Tiffany, un prezioso ed elegante orologio nero di Cartier. Regali che crescevano di importanza pari agli scatti di carriera della Tarantola. Che Lannutti nelle sue interrogazioni ripercorre passo dopo passo infilandoci una malizia ad ogni salto di grado: dai primi passi mossi all’ombra di Alfio Noto nella mitica filiale di Milano della Banca d’Italia, al primo salto del 1993 quando diventa direttore della vigilanza nella piazza finanziaria, alla sua firma che accompagna le prime mosse e acquisizioni di un Fiorani con cui aveva radici comune (entrambi originari del lodigiano), al breve esilio di Varese, agli interessi bancari del signor Tarantola: Carlo Ronchi, legittimo consorte. Poi direttrice della filiale di Varese, ancora di Milano, di Brescia (altra piazza fondamentale per le banche), fino al gran salto a Roma dove divenne funzionario generale e grazie a Mario Draghi prima ragioniere generale e poi vicedirettore generale, carica che ancora oggi ha prima di sbarcare in viale Mazzini.Quell’elenco di regali di Natale- che accomuna la Tarantola ad altri alti funzionari della banca centrale- ha sollevato per la prima volta dubbi sulla reale indipendenza dei funzionari della banca centrale, anche se si è trattato solo di un problema etico-comportamentale e mai è stato ipotizzato alcun tipo di reato. La lista Fiorani è saltata fuori per l’inchiesta: il banchiere era esuberante, e con la Tarantola aveva un rapporto di comunanza territoriale se non proprio di amicizia. Possibile che abbia esagerato un po’ alle feste comandate. Anche possibile però che Fiorani non fosse l’unico così’ generoso, e che altri banchieri avessero l’abitudine di relazioni pubbliche con i loro vigilanti un po’ sopra le righe e molto al di sopra della sobrietà. Così proprio il caso Fiorani ha costretto la Banca d’Italia a varare un codice etico per vietare ai propri dirigenti e funzionari di accettare regali di qualsiasi natura dai banchieri vigilati. Piccola guerra che così anche Lannutti ha potuto vincere. Perderà uno degli altri suoi cavalli di battaglia: l’emolumento riservato alla Tarantola, secondo lui eccessivo: 441 mila euro. In Rai non verrà ridotto: il suo predecessore, Paolo Garimberti, prendeva infatti 448 mila euro, 7 mila in più. di Franco Bechis libero

Il Festival del buco

Lunedì, 20 Febbraio 2012

omunque sia andata ieri sera, il Festival di Sanremo è stato un insuccesso. Le cinque serate provocheranno alla Rai un buco economico di circa 4 milioni di euro, che come sempre dovrà essere pagato dalle tasche dei contribuenti italiani. Perché l’evento più celebrato della Rai, quello che viene messo come fiore all’occhiello perché fa impennare gli share, anche in questo 2012 è in perdita secca. Contrariamente a quel che molti pensano, non è per nulla un affare. Per un motivo molto semplice: costa troppo.La prima ipotesi portata in consiglio di amministrazione prevedeva spese da 20 milioni di euro circa. Con qualche sforbiciata il costo è stato ridotto a qualcosa più di 18 milioni di euro: ribassato il costo della convenzione con il Comune di Sanremo, ridotte le spese per la classica invasione in loco di dirigenti Rai e dei loro cari. Gli incassi totali lordi sono stati però di 16 milioni di euro, che diventano meno di 15 milioni al netto delle commissioni. Lo sbilancio sarebbe dunque superiore ai 3 milioni di euro. A questo si aggiunge l’incidente capitato la prima serata dominata dall’esibizione di Adriano Celentano: si è perso un treno di spot all’ora concordata, e secondo le prime stime si è provocato un danno da circa 700 mila euro. Il buco del Festival grazie a questo incidente ammonterebbe dunque a 4 milioni di euro. Ed è proprio tutta colpa delle spese faraoniche sostenute dall’azienda per i cachet pagati non a quelli che dovrebbero essere i protagonisti (i cantanti), ma a conduttori, assistenti ed ospiti della trasmissione. Celentano è apparso due serate e da contratto avrà 700 mila euro dalla Rai. Adriano ha assicurato che li darà in beneficenza un po’ ad Emergency un po’ ad indigenti suggeriti dai sindaci di 7 città italiane. Sono affari suoi. Il costo per l’azienda e quindi per i contribuenti poi chiamati a pagarne le perdite commerciali attraverso il canone, è immutato.Sul fronte delle entrate – incidente a parte – non si poteva invece fare molto di più: l’evento Festival (quest’anno preparato con grande ritardo), è uno dei pochi che non pone problemi agli agenti della Sipra, concessionaria di pubblicità della Rai. Ogni spot a disposizione viene venduto molto tempo prima. Quest’anno la crisi si è fatta sentire, e quindi i prezzi si sono dovuti ribassare (senza vendite sottocosto, ma non molto in più). L’affollamento massimo concesso dalla legge (12% orario) era garantito prima ancora che la trasmissione andasse in onda. Il tetto pubblicitario ha creato problemi proprio per quel treno di post non andati in onda: non si è potuto riassorbire in altro orario o nelle serate successive, perché era già tutto pieno. Alle aziende così beffate verranno ovviamente offerti altri spazi a compensazione, ma non ci sarà modo di mitigare il danno economico ormai patito dalla Rai. E dai contribuenti, in questa edizione già beffati dalla stangata sul televoto. Senza tanti complimenti Rai e compagnie telefoniche hanno infatti stangato di circa 1 milione di euro i telespettatori che hanno votato i loro cantanti preferiti, aumentando di un terzo il costo di telefonate e sms portati fino alla cifra record di 1,1 euro a televoto (con il risultato grottesco che costa di meno acquistare la singola canzone on line che votarla).Se l’evento più squisitamente commerciale della tv di Stato, quello che dovrebbe essere la gallina dalle uova d’oro, è in perdita, ben si capisce come sia amministrata la tv di Stato. Lorenza Lei come i top manager della Rai la risolvono nel modo più semplice possibile: il Festival di Sanremo può permettersi di perdere soldi perché è una trasmissione da servizio pubblico. Nell’allegato A del contratto di servizio che elenca gli obblighi della Rai a fronte del canone pagato dai cittadini c’è anche quello della promozione della musica classica e della musica leggera italiana. È evidente che se questo fosse il compito, a Sanremo dovremmo vedere solo canzonette e poco più. Non avrebbero senso i superospiti stranieri (che semmai fanno concorrenza alla musica leggera italiana), e tanto meno eventi super pagati che monopolizzano il Festival come il costosissimo e rovinoso Celentano show di questa edizione.Siccome la Rai deve presentare per legge due bilanci separati, uno per le attività da servizio pubblico e uno per le attività pagate dal canone, si è resa conto che il terreno dopo l’edizione 2012 del Festival rischia di essere quanto mai scivoloso. Così l’azienda in extremis è corsa ai ripari, riportando direzione artistica e organizzazione del Festival all’interno dell’azienda, e affidandole a un manager di comprovata esperienza e di particolare sensibilità per il servizio pubblico come Giancarlo Leone. La macchina organizzativa del Festival 2013 si è già messa in moto, e punta a presentare con largo anticipo la prossima edizione già per la convention Sipra del giugno prossimo. Con una scelta obbligata: abbattere i costi e dimenticare Celentano. f. bechis libero

I conti in sospeso di Monti

Giovedì, 16 Febbraio 2012

È stato proprio lui, Mario Monti, a intestarsi la svolta trasparente nel rapporto fra governo e cittadini il 4 dicembre scorso: «Dichiareremo tutti i nostri redditi e patrimoni come mai era accaduto. Faremo molto più del dovuto, secondo le migliori pratiche internazionali». E proprio Monti al momento è la maglia nera del suo governo. Non avendo depositato a ieri sera nulla della sua dichiarazione patrimoniale, sul premier intanto c’è una certezza: ha fatto sicuramente meno di quel che la legge imponeva, senza bisogno di strombazzare trasparenza ai quattro venti.Martedì è scaduto il termine di tre mesi per l’obbligo di deposito delle proprie dichiarazioni patrimoniali da parte dei membri del governo. Un solo ministro l’ha rispettato: il titolare dell’Istruzione, Francesco Profumo, e con lui i suoi due sottosegretari Elena Ugolini e Marco Rossi Doria. Loro hanno rispettato i tempi, hanno ascoltato le richieste fatte da Monti e compilato il modulo che era stato dato a tutti i membri del governo. Hanno inserito le proprietà immobiliari, ed era imposto dalla legge.Hanno inserito gli incarichi pubblici ricoperti, ed era imposto dalla legge. Hanno inserito auto, aerei e barche eventualmente posseduti, ed era imposto dalla legge. Hanno inserito azioni e titoli posseduti, ed era imposto dalla legge. Hanno aggiunto anche quanto valeva un titolo di quel genere il 13 febbraio scorso: non era imposto, ma chiunque può leggerlo sui quotidiani del giorno, e non sembra grande novità.Mancava invece per tutti e tre la fotocopia dell’ultima dichiarazione dei redditi presentata: questa è imposta dalla legge. Al suo posto è stato indicato lo stipendio su base annua che sarà loro devoluto per l’incarico di ministro tecnico (199.778 euro) e per quello da sottosegretario tecnico (188.869 euro).Di questo passo tutte le dichiarazioni dei redditi del governo saranno uguali, e questo non rispecchia la verità. Il dato fornito per altro è un segreto di Pulcinella, perché è reso noto da una delibera su Internet della Ragioneria generale dello Stato, più volte pubblicata dalla stampa, e certo ben nota a tutti i cittadini, visto che sono loro a pagare lo stipendio di ministri e sottosegretari.Insomma, l’operazione trasparenza si è rivelata un gran bluff: solo in tre hanno rispettato i termini temporali di legge, ma tutti e tre hanno nascosto parte della documentazione che era obbligatorio presentare. Altro che rivoluzione: una stecca. Perché tutti i governi degli ultimi venti anni che hanno preceduto quello Monti sono stati più ligi alla legge e più trasparenti di quello attuale.Ieri sono state messe on line una decina di altre dichiarazioni patrimoniali. Quella del ministro della Funzione Pubblica, Filippo Patroni Griffi, di due sottosegretari di Palazzo Chigi come Paolo Peluffo e Antonio Catricalà, e di un bel gruppetto di sottosegretari fra cui i due della Difesa Gianluigi Magri e Filippo Milone e uno solo dell’Interno: l’ex procuratore capo a Roma, Giovanni Ferrara. Anche la nuova infornata di dichiarazioni ha lo stesso difetto generale: manca la copia dell’ultima dichiarazione dei redditi presentata.E soprattutto ognuno fa di testa sua. Il più trasparente è risultato Peluffo. Catricalà ha presentato ben quattro dichiarazioni diverse, rivelando di avere guadagnato nel 2010 740 mila euro lordi, ma senza fare vedere il suo modello Unico. In compenso ha spiegato di avere investito in Bot 20 mila euro (cerca l’applauso, ma è evidente che altro non poteva acquistare l’ex capo dell’anti-trust italiano), di avere un mutuo casa da 1.500 euro al mese, prevedendo di guadagnare quest’anno 200 mila euro lordi.Peluffo ha spiegato nel dettaglio il suo vecchio e il suo nuovo stipendio: preferisce tenersi quello della Corte dei Conti e aggiungere solo 53.639 euro da sottosegretario, rimettendoci un po’ rispetto a prima. Ha bruciato tutti inserendo anche l’informazione più coperta dalla privacy: sul suo conto corrente dice di avere un saldo da 7.397,69 euro. E’ il più trasparente di tutti.Patroni Griffi inserisce molti particolari nella sua dichiarazione. Si tiene lo stipendio di prima (205.915,54 euro), superiore a quello da ministro. Aggiunge anche 12.395 euro per fare il presidente del comitato di sorveglianza della Morteo spa in amministrazione straordinaria, incarico a cui non vuole rinunciare. Prende poi 2 mila euro mensili di affitto dalla sua celebre casa con vista Colosseo, Mette tutti i titoli in portafoglio: fra azioni, sicav e quote varie ha poco meno di 400 mila euro da parte. Sia lui che Peluffo però non mettono la copia della dichiarazione dei redditi presentata.Si recita a soggetto, e per altro di Monti non sappiamo ancora nulla: ieri ha chiesto a tutti gli altri ministri di aspettare fino a lunedì per non fargli fare una figuraccia. Perché non ha avuto il tempo di riordinare le carte e lo potrà fare solo nel week end. La figuraccia però è già assicurata: con la legge violata e ognuno che fa quel che gli pare, l’operazione trasparenza è già stata un flop.Il 740 integrale non è elemento da poco (si vede ad esempio quanto ciascuno paga di tasse, e di quale agevolazioni ci si avvale), così come non sarebbe male sapere – cosa che accade per molti deputati e senatori – quale è il reddito e patrimonio famigliare complessivo, che è assai più indicativo di quello del singolo. f.bechis libero

Chi lavora per Monti tassato la metà degli Italiani

Sabato, 10 Dicembre 2011

Il vero affare in questo governo gli italiani lo hanno fatto prendendo Mario Monti. Fa due lavori in uno, quello da presidente del Consiglio e quello da ministro dell’Economia. E il prezzo è di assoluta affezione: 48.698 euro lordi all’anno. Monti prende in realtà di più, perché è anche senatore a vita, e ha diritto ai 12 mila euro lordi mensili di indennità più ai circa 10 mila euro netti mensili di rimborsi spese varie (diaria, telefoni, taxi, forfait di segreteria). Ma questi costi ci sarebbero stati anche senza il governo Monti, e quindi non vanno considerati. A parte lui, i 18 ministri e 28 viceministri e sottosegretari del nuovo governo sono l’esecutivo più caro della storia repubblicana.Una parte di loro ci rimette, ma lo stipendio da ministro e sottosegretario tecnico vale comunque 4,5 volte quello di ministro o sottosegretario parlamentare. E purtroppo non si sostituisce, ma si somma: i parlamentari che prima erano ministri continuano a prendere le loro indennità e rimborsi spese. Quindi se prima un ministro politico costava 48.698 euro lordi all’anno e un sottosegretario politico 40.456 euro lordi all’anno, dal primo novembre 2011 (parte dell’indennità è stata tagliata) un ministro tecnico prende 194.033 euro lordi (63.173 euro di stipendio e 130.860 euro di indennità integrativa), più 48.037 euro di diaria di missione per un totale di 242.070 euro lordi all’anno.  Un sottosegretario tecnico prende invece 187.814 euro lordi l’anno, più 48.037 euro di diaria di missione per un totale di 235.851 euro lordi anno. Monti ha detto che vuole equità e il rischio è che ora, dopo avere convinto la sua squadra ad entrare nel governo, debba partire proprio da lì. Perché c’è un privilegio che fra tutti i lavoratori ministri e sottosegretari tecnici hanno perfino in più dei parlamentari: la più bassa trattenuta fiscale e contributiva che esista in Italia. Quel lordo di 242.070 euro diventa per un ministro tecnico un netto di 205.870 euro all’anno, con un prelievo fiscale e contributivo del 14,90%  che è aliquota irrisoria. Il netto non è nemmeno basso, visto che ammonta a 15.836 euro al mese per 13 mensilità. Ed è certamente superiore allo stipendio di un professore universitario e di molti dirigenti pubblici. Anche per il sottosegretario non parlamentare il lordo di 235.851 euro diventa un netto di 201.101 euro, e la pressione fiscale e contributiva è del 14,39%. Lo stipendio netto mensile dei nuovi sottosegretari sarà di 15.469 euro al mese per 13 mensilità.Ci rimettono Passera, Grilli, Ciaccia e la Severino, che sicuramente avevano emolumenti assai più consistenti nella professione che svolgevano in precedenza. Guadagneranno meno anche Antonio Catricalà, Carlo Malinconico, Piero Gnudi ed Enzo Moavero Milanesi. Con queste debite e commendevoli eccezioni, gran parte dei membri di questo governo prenderà invece uno stipendio più alto di quello ricevuto in precedenza, e quindi sarebbe meglio abbandonare la retorica del gran sacrificio per il bene del Paese.Resta un problema di imbarazzante equità: il governo che metterà nuove tasse ne pagherà assai meno degli italiani a cui dovrà chiedere nuovi soldi. Visto che molti dei provvedimenti annunciati sono ritenuti accettabili dagli italiani solo se prima si inizia a tagliare i costi della politica, si potrebbe iniziare proprio dagli stipendi del governo: tassandoli come vengono tassati tutti gli italiani…f.bechis libero

E’ Draghi ad aver affossato Berlusconi

Giovedì, 17 Novembre 2011

Sorpresa: ad affondare il governo di Silvio Berlusconi è stata anche la Bce di Mario Draghi. Proprio al culmine delle tensioni sui titoli di Stato italiani quando il Cavaliere era indeciso se dimettersi o meno la Banca centrale europea non è intervenuta a difesa dei Btp. Lo si intuisce dal consueto rapporto settimanale Bce sulla “situazione contabile dell’eurosistema” diffuso ogni martedì. Quello del 15 novembre segnala che nella settimana chiusa l’11 novembre l’acquisto di titoli di Stato di paesi europei in difficoltà è ammontato a 3,8 miliardi di euro. E’ una delle cifre settimanali più basse impegnate dalla Bce dall’inizio dell’agosto scorso, quando scoppiarono le tensioni sul debito pubblico italiano e spagnolo. La settimana precedente, che si era chiusa al 4 novembre, aveva fatto registrare riacquisti Bce per 9,5 miliardi di euro, cifra quasi tripla della settimana più drammatica per il governo uscente. Quei 3,8 miliardi per altro sono stati impegnati in gran parte con interventi Bce nelle giornate del 10 e dell’11 novembre, dopo che Mario Monti era già stato nominato senatore a vita e ormai candidato premier. Eppure il grande attacco ai titoli di Stato italiani è avvenuto con Berlusconi ancora non dimissionario, nelle giornate del 7 e dell’ 8 novembre, quando lo spread è salito ben oltre quota 500. Draghi o meno, il mancato intervento dell’eurosistema è la prova di come il resto di Europa avesse già deciso il destino di Berlusconi. http://fbechis.blogspot.com/

Amato, da Craxi e da Monti?

Lunedì, 14 Novembre 2011

Ci vuole coraggio per definirlo un tecnico. Sono pochi i professionisti della politica ad avere un curriculum denso come quello di Giuliano Amato. Quattro legislature da deputato, una da senatore, in parlamento fino al 2008. Socialista, fedelissimo di Bettino Craxi che poi tradì. Commissario politico della federazione socialista di Torino, vicesegretario generale del partito.Candidato alla presidenza dei Democratici di sinistra nel 2001 (ma l’ipotesi poi tramontò), tifoso e sponsor dell’Ulivo qualche anno più tardi, nel 2007 membro del Comitato nazionale per il Partito Democratico. Un politico di parte, che talvolta ha cambiato parte. Due volte presidente del Consiglio, nella Prima Repubblica pugnalando il Craxi ferito e morente e nella Seconda Repubblica alla guida del governo dell’Ulivo dopo le dimissioni di Massimo D’Alema da palazzo Chigi.

Sottosegretario alla presidenza del Consiglio con Bettino Craxi, poi ministro del Tesoro sia con Giovanni Goria che con Ciriaco De Mita nella prima Repubblica e con Massimo D’Alema nella seconda Repubblica. Con D’Alema, fino alle dimissioni di Carlo Azeglio Ciampi eletto presidente della Repubblica, fu anche ministro delle Riforme Costituzionali. Ministro dell’Interno nell’ultimo governo di Romano Prodi, fino al 2008. La sola ipotesi che Amato venisse inserito nella squadra tecnica di Monti ieri ha suscitato ovunque, soprattutto in rete, polemiche e scongiuri nelle fila del centrodestra come in quelle del centrosinistra. Quasi tutti i giornali lo inserivano in squadra, sia pure in caselle diverse.

Lui non è restato nell’ombra: ha editorialeggiato sul Sole 24 Ore sparando contro le elezioni (facile, nessuno più le chiedeva) sotto il titolo “Con le urne si perdono euro ed onore”. Appena diffusasi l’indiscrezione di un ritorno di Amato nell’esecutivo il commento più blando è stato «corriamo in banca a ritirare i nostri soldi», a testimoniare come sia incancellabile nel ricordo comune quella notte del 1992 quando il socialista premier portò via dai conti correnti degli italiani il sei per mille.

Memoria per altro rinfrescata dalla assai più recente proposta di Amato quando più o meno un anno fa lanciò nel dibattito politico la patrimoniale. Mica una carezza: aveva in mente di portare via a ogni famiglia italiana 30 mila euro in due anni, roba da furto con scasso (per altro irrealizzabile perché la maggiore parte delle famiglie quei 30 mila euro non possiedono, manco volendo portare l’oro alla patria). Sul social network Twitter c’era chi ieri protestava verso chi sbarrava la strada a Gianni Letta nel governo e poi rifilava fra i ministri tecnici lo stesso Amato (#amatononeuntecnico era l’hashtag creato per l’occasione).

Altri ironizzavano sul tecnico che «ci vuole per tagliare le pensioni». In effetti Amato è una sorta di recordman nel cumulo previdenziale, che oggi gode di un assegno lordo mensile di oltre 31mila euro. Quando Lilli Gruber a settembre gli chiese se era vero che aveva una pensione così alta, Amato rispose da politico consumato: «Scusi, non capisco la domanda». Deve averla capita bene invece chi oggi grida implorando Monti: «No, lui al governo, no!».La bugia su Amato tecnico (chi la propala sostiene «da tempo non è più parlamentare », ma è solo dal 2008) irrita anche la parte della sinistra più giustizialista, che di Amato ricorda ancora il celebre “decreto salva-ladri” che provò a proporre nel 1993, dopo essersi pentito di avere pugnalato troppo alle spalle il povero Craxi. Nell’archivio della Camera e del Senato c’è ancora la sua lettera manoscritta a Bettino del 9 febbraio del 1993 per rassicurarlo che presto lo avrebbe tirato fuori dai guai giudiziari: «Vorrei chiederti di avere fiducia in quel che io sto cercando di fare», spiegando come «l’estensione dei patteggiamenti e delle sospensioni condizionali sia una strada percorribile».La lettera alla fine cercava di ingraziarsi Craxi con una buona notizia per l’ex leader ad Hammameth: stava per finire nei guai giudiziari l’altro traditore dell’epoca, Claudio Martelli: «Claudio mi pare ormai in pericolo», e si chiudeva con un «Io sono qua. E continuo ad esserti grato ed amico». Parole che non scatenano applausi ad esempio nelle fila dell’Idv, dove già una volta si è dovuta accettare a denti stretti la compagnia di Amato in un esecutivo. Gli archivi storici per altro sono zeppi di carteggi Craxi-Amato e difficilmente la lettura scatena entusiasmi a sinistra.Nemmeno quelli più banali, come la letterina del 24 febbraio 1984 scritta dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Amato al suo premier Bettino: «Il lavoro è molto, ma non abbastanza da fare dimenticare una bella ricorrenza come il tuo compleanno». Una storia politica densa, talvolta imbarazzante, sempre da uomo schierato. Deve avere ragione Monti che ieri al Quirinale ha definito «pura fantasia» la lista dei candidati ministri del suo governo. No, non può essere il nome di Amato ad essere inserito in un governo di tecnici. f.bechis libero.it

Correnti finiane

Giovedì, 21 Ottobre 2010

Il partito non è ancora nato ufficialmente, ma ha già stabilito un record assoluto per la politica italiana: Futuro e Libertà per l’Italia può contare su un leader, Gianfranco Fini e già su sette correnti. Più di quelle che aveva la vecchia Democrazia cristiana, ma con una differenza non da poco: quelle sette correnti devono spartirsi un patrimonio di consensi che oggi vale circa un decimo di quelli della Balena bianca. C’è il correntino dell’entourage di Fini, l’unico staff di fedelissimi legati al leader a doppio mandato. Uno sparuto manipolo di corte, ognuno con il suo compito disegnato. Giulia Bongiorno pensa agli affari legali di Futuro e Libertà e anche a quelli personali di Fini. Donato La Morte pensa al business e ai conti della formazione politica. Alessandro Ruben cura le relazioni internazionali. Francesco Proietti Cosimi è lì, in staff perché questo ha sempre fatto anche se oggi ne capisce poco il motivo. Luca Barbareschi va un po’ per conto suo, ma è anche il portavoce ufficiale del partito. E lì sta. Nella corrente dell’entourage del leader c’è anche una sottocorrente, che va per conto suo. Quella di Giuseppe Consolo, cui sono affidati gli affari legali della compagna del leader. Anche lui starebbe nella cerchia dei fedelissimi. Ma guai a chiuderlo nella stessa stanza della Bongiorno. Sarebbe come mettere uno di fronte all’altro gli ultimi due Higlander rimasti sulla terra: ne resterebbe solo uno vivo. Il correntino dell’entourage sta nella cerchia più alta, quella vicina al leader. Ha potere. Ma non truppe: nemmeno un soldato a riporto. Non che siano tante, ma quelle spettano tutte ai correntoni. C’è quello di Generazione Italia, guidato da Italo Bocchino. Con lui i nomi più noti sono Fabio Granata, Carmelo Briguglio, Angela Napoli e Antonio Buonfiglio. Sembra un po’ il correntone di Antonio Gava della vecchia dc, ma scrivendo questo paragone il rischio è che Granata e Briguglio ci inviino cento pm in redazione. GRANDI E PICCOLI Altro correntone, quello che forse ha più truppe in giro, si è dato il nome di “Area Nazionale”. Alla guida si possono trovare Silvano Moffa, Pasquale Viespoli e Roberto Menia. Essendo i più lealisti con il governo di Silvio Berlusconi, ne sono soci di diritto anche Andrea Ronchi e Salvatore Valditara. Terza grande corrente, quella dei pensatori. Sparano idee a raffica, ma non sono dei Rambo nella realizzazione: è la corrente di Fare Futuro. La guida Adolfo Urso, e dentro c’è un po’di tutto: pensatori alla Alessandro Campi, giornalisti bohemien come Filippo Rossi, uomini più attenti alla cassa come Ferruccio Ferranti e Pierluigi Scibetta. Da qualche giorno è nata anche la corrente socialista, che non si capisce bene che c’entri lì. Comunque l’ha fondata l’unica appartenente, Chiara Moroni e l’ha chiamata “Socialismo e libertà”. Un po’ l’una e un po’ l’altra cosa, che nella storia hanno fatto un po’a cazzotti. Forse è più azzeccato quel titolo di quello da cui prende le mosse: “Socialismo è libertà”, movimento fondato da Rino Formica nel 2003. Il nome non se l’è ancora dato, ma in Futuro e Libertà è già pronta anche una correntina democristiana. La guiderebbero Giampiero Catone e Potito Salatto, e potrebbe farne parte anche Maria Grazia Siliquini. Sembra niente, però ha un suo peso quando si discute di giustizia. Conoscendo a fondo magistrati e tribunali, da queste parti del gruppo si è meno giustizialisti che altrove. Siamo arrivati a sei correnti. Ma c’è anche la settima, un po’ più trasversale. La chiamano “corrente dei secolari”, e il nome ha un doppio senso. Il primo richiama al Secolo d’Italia, perché da lì provengono i primi due aderenti, Enzo Raisi e Flavia Perina. Il secondo senso è più letterale: “secolari”come contrapposizione a “spirituali”. È il gruppo degli anticlericali e laicisti, che sposa in pieno questo primo antico passo della differenziazione di Fini dal resto della compagnia. Ne fa parte a pieno diritto Benedetto Della Vedova, e avrebbe potuto entrare anche la Moroni, che così però non si sentiva abbastanza importante e ha preferito fondare più che una corrente, uno spiffero tutto suo. Altro che colonnelli, con tanta abbondanza qui Fini rischia di essere circondato da capitani e sottotenenti convinti di comandare ognuno a casa sua. Se ne vedranno gli effetti già domani con la nomina dei coordinatori regionali, un altro modo di dare galloni all’esercito che così rischia di restare senza truppe. ASSENTEISTI Tanta divisione per il momento ha trovato piccolo specchio in Parlamento. Sulle questioni spinose – specie sulla giustizia – il gruppo di Futuro e Libertà marcia unito per colpire diviso. Lo fa quando da meno nell’occhio, ma lo fa. Qualcuno ha preso posizioni apertamente polemiche nei confronti del governo. Altri hanno scelto una tecnica più furba: al voto non vanno. È accaduto quando si è trattato di concedere o meno le autorizzazioni a procedere nei confronti di Berlusconi per le querele di Antonio Di Pietro (su 34 a marcare visita sono stati ben 12 finiani). Ma accade in tutte le occasioni. Da quando è nato il gruppo finiano ha pensato più alla tv che alle aule parlamentari: è il gruppo con più assenteismo alle votazioni parlamentari f. bechis libero.

Adesso i giornalisti attaccano le intercettazioni…!

Martedì, 12 Ottobre 2010

Tutti i giornali contro le intercettazioni. Ma solo se riguardano i giornalisti! pubblichiamo l’articolo di bechis che è un peana allo stato di diritto. peccato che poi libero e gli altri giornali, non solo della scuderia berlusconi, siano i primi a pubblicare le intercettazioni che riguardano politici, amministratori e comuni cittadini!

“Nonostante le smentite di rito della procura di Napoli, è sempre più inquietante il fatto che fosse tenuto sotto controllo il telefono di servizio di Rinaldo Arpisella, portavoce di Emma Marcegaglia. La procura, che certo non sembra propensa a blindare le proprie inchieste, visto che ha consentito la pubblicazione in tempo reale delle telefonate intercettate, continua a lasciare avvolto nel mistero il motivo reale per cui era “attenzionato” dai pm il principale collaboratore del presidente degli industriali italiani. Il diretto interessato si è precipitato a comunicare di non essere sotto indagine. Ma quando lo si è, gli ultimi a saperlo sono proprio i diretti interessati. I vertici della procura hanno precisato che Arpisella non è iscritto nel registro degli indagati. Qualcosa di più però andrebbe chiarito. IL PERICOLO  Perché se si desse l’impressione che un magistrato cosi per divertimento possa mettere sotto controllo i telefoni di qualsiasi persona, lo stato di diritto andrebbe a farsi benedire e la legge proposta da Berlusconi sulle intercettazioni dovrebbe essere fatta in un minuto per decreto legge. Eppure il cuore del caso Confindustria è proprio in quel decreto di intercettazione. Con il portavoce del presidente della Confindustria intercettato in ogni colloquio professionale e privato, è evidente quale agitazione e inquietudine stia in queste ore dominando l’attività di viale dell’Astronomia. Nei brogliacci raccolti presso la procura di Napoli ci sono telefonate fra Arpisella e il direttore del Sole 24 Ore, Gianni Riotta. Ci sono colloqui con il direttore del Corriere della Sera, Ferruccio De Bortoli, e con numerosi giornalisti che guidano altre testate, da La Stampa a Repubblica. Non sono più private le telefonate con la stessa Marcegaglia, così come tutti i rapporti con il direttivo della Confindustria. È chiaro che in una situazione simile gli industriali italiani e non solo loro in queste ore si stanno sentendo scacco. Per evitare che proprio questa inchiesta provochi quel che con il filone che ha coinvolto il Giornale si voleva sminare, sarebbe necessaria la verità sui “gravi indizi di reato” che hanno reso obbligatorio, a norma di codice di procedura penale (cpp), il decreto di intercettazione delle utenze di Arpisella.  SERVONO GLI INDIZI  Il portavoce della Marcegaglia potrebbe anche essere persona non sottoposta ad indagini, ma perché vi siano i presupposti per quella intercettazione della sua linea telefonica secondo l’articolo 267 cpp, Arpisella dovrebbe essere coinvolto in una vicenda in cui emergano i “gravi indizi di reato”. Le persone non sottoposte ad indagini possono venire intercettate come semplici sospettati (ad esempio in caso di delitto: tutti i familiari di Sarà Scazzi hanno avuto in queste settimane i telefoni intercettati), o come probabili vittime di un reato (ad esempio perché vittime di un ricatto che non potevano denunciare, come capita spesso nelle inchieste sulla criminalità organizzata). Nel primo caso è possibile che la persona non indagata venga iscritta nel registro degli indagati successivamente, perché emergono nelle conversazioni indizi di colpevolezza. Nel secondo caso no. Ma vista la personalità dell’intercettato e l’ambiente delle indagini, questa ipotesi non sarebbe affatto rassicurante. Anzi, andrebbe a conferma di una Confindustria che in questo momento si troverebbe sotto ricatto almeno in figure apicali. Gli inquirenti forse per rassicurare o magari per sviare l’attenzione hanno fatto trapelare ufficiosamente che l’inchiesta madre da cui è poi derivato il filone delle telefonate al Giornale, riguarderebbe il vicepresidente di Confindustria, Cesare Trevisani e il gruppo di cui è amministratore delegato, il Trevi. Una mossa non particolarmente felice, perché si tratta di una società quotata, e dubbi e indiscrezioni ufficiose in questo caso più che agitare la politica, possono causare danni a incolpevoli piccoli azionisti. Il titolo ieri a piazza Affari ha perso quasi il due per cento, in una seduta molto nervosa. In un comunicato la società si è detta sorpresa della indiscrezioni, sostenendo di non avere mai operato nel settore dello smaltimento rifiuti (come ieri alcuni quotidiani -sbagliando- avevano scritto). f.bechis libero

Fini, la Procura non potrà scoprire nulla (by Bechis)

Giovedì, 9 Settembre 2010

Il manuale è uscito nella sua ultima edizione alla fine del 2004, presentato dal ministro degli Esteri dell’epoca, Gianfranco Fini. Porta il titolo “Guida alla notifica all’estero degli atti giudiziari ed extragiudiziari in materia civile e commerciale”. Poche pagine, per spiegare agli uffici giudiziari italiani come si fa una rogatoria paese per paese. Manuale utilissimo oggi per quella procura di Roma a cui Fini ha affidato – tempo qualche mese – l’accertamento della verità sulla reale proprietà della casa di Montecarlo lasciata in eredità ad Alleanza nazionale dalla contessa Anna Maria Colleoni e oggi abitata dal cognato del presidente della Camera, Giancarlo Tulliani. Basterebbe sfogliare quel manuale che probabilmente Fini conosce a memoria per avere una certezza: si può fare con successo una rogatoria alle Bahamas, in Belize, in Bostwana, in Kirghizistan, alle Seychelles, perfino a St Vincent e Grenadine. Ma non nell’isola di Santa Lucia: non ha alcuna convenzione bilaterale con l’Italia, non aderisce alle convenzioni internazionali dell’Unione europea, non ha messo la sua firma né sotto la convenzione de L’Aja del primo marzo 1954 né sotto il testo successivo che l’ha riformata il 15 novembre 1965. La rogatoria sulla casa a Montecarlo farebbe quindi un buco nell’acqua, perché nessuno sarebbe tenuto a rispondere o dare assistenza giudiziaria alla procura della Repubblica di Roma. Quella “fiducia” nei giudici manifestata da Fini davanti alle telecamere di Enrico Mentana è quindi un clamoroso bluff del presidente della Camera, che da ex ministro degli Esteri sa perfettamente come il segreto di quella casa sia stato blindato in uno dei pochi posti al mondo in cui la magistratura nulla può. Se proprio avesse voglia di perdere tempo e soldi la procura di Roma potrebbe inviare la rogatoria all’unica rappresentanza diplomatica ufficiale italiana che ha giurisdizione su Santa Lucia: l’ambasciata di Caracas, in Venezuela. Che al massimo ha il potere di inviare una raccomandata con ricevuta di ritorno al ministero della giustizia di Santa Lucia, nella città di Castries, che non ha alcun obbligo di risposta. Non sarà mai per via giudiziaria che si potrà conoscere la verità sulla vendita di quella casa a Montecarlo. E non potrà essere nemmeno per altre vie ufficiose ogni tanto utilizzate attraverso la cooperazione di fatto delle polizie finanziarie (ad esempio nella guerra internazionale contro il terrorismo). Perché le due società protagoniste della vendita della casa nei paradisi fiscali, la Printemps Ltd e la Timara ltd, hanno azioni intestate fiduciariamente al portatore. Sono quindi di chi ha in tasca, in mano o in un cassetto della scrivania in questo momento le azioni. Per cambiare azionista non c’è bisogno di grandi transazioni: basta vedersi in un bar e passare di mano quella intestazione fiduciaria e le azioni al portatore. Non esiste documentazione sulla costituzione della società, non esiste passaggio bancario che sia in grado di provare alcunché. Non si potrà mai provare ad esempio, se il nome Timara è sigla di “Tulliani immobiliare a responsabilità anonima” o di “Turturro immobiliare a rogito anonimo”,per seguire possibili acronimi in lingua italiana. L’intervista di Fini a Mentana dunque nasconde un consapevole bluff, indegno di un leader politico e ancora di più del rappresentante della terza carica istituzionale della Repubblica italiana. Ma se è possibile trasferire di mano le azioni al portatore a un cavaliere bianco pronto a presentarsi azioni in mano davanti alla stampa italiana, perché Fini non ha scelto subito questa strada? Per due ragioni ovvie. La prima è che deve essere d’accordo chi in questo momento ha in tasca quelle azioni al portatore. La seconda è invece una ragione squisitamente economica. Chi si presentasse alla stampa con le azioni in mano, è in quel momento l’unico reale proprietario della casa di Montecarlo. Ha tutti i poteri per vendere l’immobile. Le agenzie immobiliari valutano quella casa intorno ai 25-30 mila euro al metro quadrato. Un abitante dello stesso palazzo ha rivelato di avere offerto fino a 1,5 milioni di euro per comprare la casa che fu di An. Se la transazione avvenisse quel milione e mezzo finirebbe ovviamente nelle tasche del venditore. Se il venditore fosse solo un prestanome, quella cifra finirebbe nelle sue tasche beffando il proprietario reale. Senza cambio di portatore, è chiara però una cosa. Tutti possono nascondersi dietro la Timara ltd, meno la famiglia Tulliani. Perché è chiaro che non si può ricevere un bene a 300 mila euro e ottenere una plusvalenza da 1,2 milioni di euro destinati alla famiglia del primo venditore. Una ipotesi per la sua rilevanza penale più che politica talmente grave da dovere essere esclusa senza ombra di dubbio. (f.bechis. libero)

Onorevoli senza casa

Martedì, 18 Maggio 2010

Nel governo c’è anche qualcuno che non segue le indicazioni della casa madre. Qualcuno che non ha investito sul mattone per seguire l’esempio del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. A ribellarsi (o almeno a celare diabolicamente la proprietà dei propri investimenti) anche un pezzo da novanta come il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi.

Nessuna casa è ufficialmente intestata a lui in alcuna parte di Italia, e altrettanto dicasi della gentile graziosa consorte, che fa il direttore generale di Confindustria. Insomma, o il ministro preferisce stare in affitto o ha gabbato noi e le banche dati del catasto con qualche trucco. Come lui pochi altri nel governo: non ci sono immobili intestati al ministro Andrea Ronchi, ma la spiegazione qui l’ha offerta il diretto interessato: la casa c’era, da poco però è stata donata alla figliola che ne aveva più bisogno di papà, pronto ad arrangiarsi in affitto.

 

Nessuna casa riconducibile a un vecchio professionista della politica, come Enzo Scotti, che oggi è ancora sottosegretario agli Esteri, e nessuna riportabile direttamente al sottosegretario al Tesoro, Luigi Casero. Due buchi perfino ai Trasporti, dove risultano senza casa di proprietà i sottosegretari Bartolomeo Giachino, detto Mino e il suo collega Giuseppe Maria Reina.

Se un gruppetto di ministri e vice dichiara zero mattoni, c’è in compenso chi nelle fila del governo ha pensato non solo a casa, ma a qualche affare immobiliare alternativo. Lo ha fatto da pochissimo il viceministro alle Comunicazioni, Paolo Romani, che oggi è in pole position per sostituire alle attività Produttive Claudio Scajola, che proprio la casa si è portato via.

 

Romani si è comprato una palestra privata a Cusano Milanino: 67 metri quadrati e un po’ di terreno intorno, un bell’affare. Che però non deve essere piaciuto molto al fisco italiano. Nel gennaio scorso come un avvoltoio è zompata lì sopra Equitalia Esatri (concessionaria di Milano) iscrivendo ipoteca legale per un contenzioso con il viceministro da 26.292,52 euro. Lui appena se ne è accorto ha messo mano al portafoglio e saldato da gran signore il debito. Così l’ipoteca è stata cancellata del tutto lo scorso 4 marzo.


Franco Bechis
per “Libero

Adolfo Urso, viceministro del Commercio estero e segretario della Fondazione fare futuro, ha stabilito nel 2009 un primato assoluto. E’ il parlamentare sulle cui spalle grava il mutuo casa più alto della storia. Ne ha due: uno per sé e un altro per uno dei due figli. Entrambi accesi con il Banco di Napoli di Montecitorio per l’80 per cento del valore dell’immobile acquistato. Due alloggi centralissimi, uno il doppio dell’altro, a Prati, due passi dal Palazzaccio. Il primo mutuo trentennale è da 1,6 milioni di euro.

 Quello per il figlio nella stessa casa è da 800 mila euro. In tutto fanno 2,4 milioni di euro. Il prezzo ufficiale per l’acquisto dei due appartamenti è stato di 3 milioni di euro. Una bella somma. Chiedendo alle principali banche italiane ieri (attraverso mutui on line) di farci una proposta di finanziamento per quell’acquisto, abbiamo trovato molte porte sbarrate