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Amici e complici: Allan Bloom e Saul Bellow

Mercoledì, 5 Dicembre 2012

La loro era un’amicizia vera, nel senso nobile che Platone e Aristotele davano al termine, per distinguere una comunità di uomini in cerca della verità dall’accidentale intimità tra individui mossi solo dall’utile o dal piacere. S’erano conosciuti a Chicago nel 1979, dove entrambi erano finiti a insegnare all’Università. Saul Bellow aveva all’epoca 64 anni. Allan Bloom, 49. Ma la differenza d’età funzionava al contrario: il vero mentore era il più giovane, mentre il più vecchio se ne considerava il discepolo. Avevano preso a frequentarsi intensamente sin da subito, legati dalla comune origine ebraica – figlio di ebrei russi fuggiti da San Pietroburgo Bellow, ebreo americano di Daytona, nell’ Ohio, Bloom – e accomunati dalla spiritosaggine: due battutisti crudeli, con il gusto della conversazione e un vorace appetito per la vita. Bellow aveva già scritto i romanzi che lo resero famoso (Le Avventure di Augie March, Herzog, Il Dono di Humboldt) e aveva già vinto il Premio Nobel per la letteratura. Bloom aveva tradotto l’Emile di Rousseau, la Repubblica di Platone, aveva studiato la politica nei drammi di Shakespeare, aveva già insegnato a Yale, Cornell e Toronto, ma nel mondo accademico era considerato un paria, un eccentrico, uno snob, addirittura un conservatore. Era odiato da liberal e radicali, perché cresciuto alla scuola di Leo Strauss, l’ultimo filosofo classico dei tempi moderni che in nome del diritto naturale combatteva il relativismo, lo storicismo e il nihilismo contemporanei.

Bellow e Bloom abitavano a pochi isolati l’uno dall’altro, nel quartiere di Hyde Park, l’enclave sulle rive del lago Michigan che separava l’Università dal ghetto nero, i Nobel dell’economia dai sassofonisti jazz del Cheker’s Board. Passavano interi pomeriggi a chiacchierare, dopo pranzo, nei salottini del Quadrangle Club, edificio neogotico e tovagliette a quadri bianchi e rossi. Per chi veniva dall’Europa costituivano un’attrattiva irresistibile nella desolazione del Midwest, fra inverni gelati a 40 gradi sottozero ed estati torride. Un centro d’irradiazione di idee profonde e alta cultura, un seminario spontaneo e permanente sulla grandezza e le miserie dell’umanità; la psiche dell’americano medio messa a nudo, le bizzarre distorsioni del culto dell’eguaglianza e della libertà, e l’Eros, che per Socrate era il centro dell’anima, il daimon offerto dagli dei per compensare la perduta pienezza dell’umanità, come insegnava Platone nel Simposio. François Furet che da Parigi traversava ogni anno l’Atlantico per ritrovarsi a Hyde Park come uno studente ricco, alternando le lunghe soste alla Regenstein Library ai seminari dell’Olin Center, teneva corsi su Stendhal e il mito di Julien Sorel che venivano seguiti da Saul Bellow e seguiva a sua volta quelli di Allan Bloom che gli diceva scherzando: “Il mio Alcibiade sei tu”.

La sera si ritrovavano insieme per un aperitivo ai Cloisters, in Dorchester Avenue, dove Bloom viveva in un appartemento al 12° piano, inondato di luce e musica di Verdi e di Rossini, con le foto di Kissinger, Reagan e la Thatcher che aureolavano la porta d’ingresso, il gigantesco frigo della cucina sullo sfondo, il dispensatore di ghiaccio tritato, il divano in pelle nera con accanto la postazione telefonica degna di un dirigente del Pentagono, da cui tesseva le infinite sue trame di informazioni, pettegolezzi, notizie più o meno riservate, con gli ex allievi e buoni amici sparsi per il mondo a trattare la grande politica: da Francis Fukuyama ad Alain Besançon, da Pierre Manent a Harvey Mansfield, da Thomas Pangle a Pierre Hassner. Sullo sfondo, la dottrina hegeliana della fine della storia, la teoria repubblicana di Machiavelli nei Discorsi sulla prima Deca di Tito Livio e la virtù secondo Montesquieu, scopritore della libertà inglese. Verso le sette raggiungevano a piedi il Flamingo, sul Lake Shore Drive, piccanti salsine francesi, poderose carni di manzo cotte rigorosamente al sangue e Château Laffitte del ’72. Bellow passava in rassegna vizi e virtù, sogni e illusioni, drammi e pochezze della sua ultima moglie. E raccontava gli eccessi del “politically correct” di cui era preda l’Università: porta aperta quando si riceveva una studentessa, necessità di passare dal notaio prima di portarsi a cena una ragazza, feroci sanzioni morali agli europei in visita che volevano andare a sentire la messa cantata dei neri, come se il gospel fosse uno zoo. Bloom stava a sentire e cantava la curiosità di quella studentessa di Heidelberg che stava traducendo l’Emile, ma che era visibilmente ancora ignara di come Sophie nel V libro fosse riuscita, con femminile arte pudica, a farsi impalmare dal giovane allievo di tanto illustre precettore, dandogli l’illusione di essere libero e di seguire la propria natura.

Correva voce che fosse una gerontofila convinta, ma infelice per via dello stesso “Doktorvater”, sciupafemmine accanito. Il suo caso umano però restava indecifrabile, sebbene offrisse più d’uno spunto per riflettere sul tortuoso cammino dell’Eros, la fine delle grandi passioni e il tormento che patisce l’animo umano quando l’emancipazione democratica trionfa e detta l’eguaglianza tra i sessi. Forse era stato proprio in una sera come quella, al lume di candela del Flamingo, che Bellow diede a Bloom l’idea che l’avrebbe fatto diventare ricco e famoso. “Perché non scrivi un libro per denunciare le carenze di un’educazione progressista che oggi ai giovani dà solo l’illusione di conoscere le cosiddette scienze umane, senza minimamente prepararli alla vita?” Bloom alzò il capo, segnato da calvizie geologica, fissò Bellow dal fondo dei suoi occhi scuri, infossati sotto i sopraccigli ad arco, portò la sigaretta alla bocca, la succhiò com’era sua abitudine, stringendo le labbra intrise di saliva, inalò con soddisfazione tutto il veleno possibile racchiuso in una Marlboro, liberò il fumo dalle narici pelose, poi con mano tremante, perché carica di energia, spense la sigaretta a metà nel portacenere e disse: “It’s a great idea”. Il libro lo scrisse in pochi mesi e fu un best seller. “The Closing of the American Mind” ovvero “Il tramondo dello spirito americano” uscì nell’aprile dell’87 e vendette un milione di copie. Tradotto in tutto il mondo, anche in Italia (da Frassinelli), era un pamphlet denso e divertito, implacabile e dolente contro l’imperversare del “nihilismo debole”, versione americana della filosofia di Friederich Nietzsche e Martin Heidegger, una messa in guardia contro il culto di Michael Jackson fra le giovani generazioni e una certa tristezza degli animi seguita alla liberazione dei corpi. Bellow aveva scritto una prefazione nel suo solito stile sottotono, sobrio ma partecipe: “Professor Bloom is a front-line fighter in the mental wars of our times”, insomma lo lodava come combattente di prima fila delle guerre intellettuali del tempo. Bloom lo ringraziò durante uno dei suoi viaggi a Parigi con una cena luculliana al Lucas Carton in Place de la Madeleine in onore suo e della sua ex allieva Janis Freedman, divenuta nel frattempo la quinta moglie dello scrittore e ora anche la madre della sua ultima figlia.

Oltre che complici ideologici, Bellow e Bloom erano veri amici. Parlavano di tutto, si scambiavano tutto. Non era stato Bloom a far capire a Bellow l’assurdità del suo precedente matrimonio, con quella famosa signora sempre impegnata in convegni, congressi, conferenze e così assorta nei suoi pensieri da non aver mai tempo per mettere a posto la spesa? Non era stato lui a sbattergli davanti la verità delle due solitudini sotto lo stesso tetto durante un fine settimana fra i boschi del Vermont? Gli citò il Fedro di Platone e il famoso detto di Socrate secondo il quale un albero per quanto bello a vedersi, non riusciva a dire una parola, perché la conversazione era possibile solo in città, fra esseri umani. E Bellow si convinse che era vero, Bloom aveva proprio ragione. E divorziò. Passarono insieme, parlando, ridendo, scherzando gli ultimi anni della vita di Bloom, che finalmente ricco e famoso, poteva vivere all’altezza dei suoi mezzi e abbandonarsi al piacere del lusso e delle spese inutili e sontuose. Era afflitto da uno strano disturbo neurovegetativo, ma continuava a irradiare intorno a sé intelligenza e allegria e s’era addirittura messo a dettare il suo testamento spirituale, un libro sull’amore e l’amicizia (Love and Friendship, Simon and Shuster, 1993) mai tradotto in italiano, sebbene offrisse una summa ragionata dell’amore romantico attraverso le opere di Jean-Jacques Rousseau e i grandi romanzieri dell’800, Stendhal, Jane Austen, Flaubert e Tolstoj. “Ti servirà a emanciparti da me”.

Prima di morire nel ’92, Bloom chiese a Bellow di scrivere la sua biografia: “Più che una richiesta è un obbligo. Ti servirà a emanciparti da me”. Bellow però fece passare qualche anno, lui stesso aspettò la propria morte, la vide arrivare alla sprovvista dentro un pesce velenoso dei Caraibi, la evitò per un pelo grazie alla medicina e all’amore della giovane moglie, e solo allora decise di mettersi a scrivere la vita dell’amico, facendone un romanzo. Ravelstein, la storia di un amico vero, ebreo, filosofo della politica, intriso di Tucidide e Platone, di Mosé e Maimonide, autore di bestseller, malato di Aids e ancora innamorato della vita e fino allo stremo delle forze incline all’Eros e alle sue leggi imperiose. Il critico Giovanni Raboni e gli scrittori Giorgio Montefoschi e Mario Fortunato, forse convinti che si trattasse di pura fiction, hanno tralasciato l’aspetto documentario del romanzo. Questa però è la storia di un’amicizia che ebbe vita effettiva e dettagliata, ma anche romanzesca, al punto che Martin Amis la sta già raccontando in un libro che si chiamerà “Experience”. Saul Bellow si è pentito dell’outing sull’omosessualità e l’Aids di Bloom, incertezze esistenziali in un romanzo che è l’ultimo vero tributo a un complice straordinario che non si vuole lasciare andare via. © – FOGLIO QUOTIDIANO di Marina Valensise