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La femmilizzazione del mondo (by De Benoist)

Martedì, 22 Marzo 2011

Dice il pediatra Aldo Naouri: «La società ha adottato integralmente, senza limiti e contro-poteri, valori femminili». Lo testimoniano il primato dell’economia sulla politica, dei consumi sulla produzione, della discussione sulla decisione; il declino dell’autorità rispetto al «dialogo», ma anche l’ansia di proteggere il bambino (sopravvalutandone la parola); la pubblicità dell’intimità e le confessioni da tv-verità; la moda dell’umanitario e della carità mediatica; l’accento costante su problemi sessuali, riproduttivi e sanitari; l’ossessione di apparire e piacere e della cura di sé (ma anche il ridurre il corteggiamento maschile a manipolazione e molestie); la femminilizzazione di certe professioni (insegnanti, magistrati, psicologi, operatori sociali); l’importanza dei lavori nella comunicazione e nei servizi, la diffusione di forme tondeggianti nell’industria, la sacralizzazione del matrimonio d’amore (un ossimoro); la voga dell’ideologia vittimista; la moltiplicazione dei consulenti familiari; lo sviluppo del mercato delle emozioni e della pietà; la nuova concezione della giustizia che la rende non più mezzo per giudicare equamente, ma per risarcire il dolore delle vittime (onde «elaborino il lutto» e «si rifacciano una vita»); la moda ecologica e delle «medicine alternative»; la generalizzazione dei valori del mercato; la deificazione della coppia e dei suoi problemi; il gusto per la «trasparenza» e per il «mischiarsi», senza dimenticare i telefonini come surrogato del cordone ombelicale; infine la globalizzazione stessa, che tende a instaurare un mondo di flussi e riflussi, senza frontiere né punti di riferimento stabili, un mondo liquido e amniotico (la logica del Mare è anche quella della Madre).Certo, dopo la dolorosa «cultura rigida» stile anni Trenta, non tutta la femminilizzazione è stata negativa. Ma ormai essa provoca l’eccesso opposto. Oltre a significare perdita di virilità, porta a cancellare simbolicamente il ruolo del Padre e a rendere i ruoli sociali maschili indistinti da quelli femminili. La generalizzazione del salariato e l’evoluzione della società industriale fanno sì che oggi agli uomini manchi il tempo per i figli. A poco a poco, il padre s’è ridotto al ruolo economico e amministrativo. Trasformato in «papà», si muta in semplice sostegno affettivo e sentimentale, fornitore di beni di consumo ed esecutore di volontà materne, mezzo assistente sociale e mezzo attendente che aiuta in cucina, cambia i pannolini e spinge il carrello della spesa.Ma il padre simboleggia la Legge, referente oggettivo al di sopra delle soggettività familiari. Mentre la madre esprime innanzitutto il mondo di affetti e bisogni, il padre ha il compito di tagliare il legame fra madre e figlio. Figura terza, che sottrae il figlio all’onnipotenza infantile e narcisistica, permettendone l’innesto socio-storico, ponendolo in un mondo e in una durata, assicura «la trasmissione dell’origine, del nome, dell’identità, dell’eredità culturale e del compito da svolgere» (Philippe Forget). Ponte tra sfera familiare privata e sfera pubblica, limite del desiderio davanti alla Legge, si rivela indispensabile per costruire il Sé. Ma oggi i padri tendono a divenire «madri qualsiasi». «Anche loro vogliono essere latori dell’Amore e non solo della Legge» (Eric Zemmour). Senza padre, però, il figlio stenta ad accedere al mondo simbolico. Cercando un benessere immediato che non si misuri con la Legge, trova con naturalezza un modo d’essere nella dipendenza dalla merce.Altra caratteristica della modernità tardiva è che la funzione maschile e quella femminile sono indistinte. I genitori sono soggetti fluttuanti, smarriti nella confusione dei ruoli e nell’interferenza dei punti di riferimento. I sessi sono complementar-antagonisti: s’attirano combattendosi. L’indifferenziazione sessuale, cercata nella speranza di pacificare i rapporti fra sessi, fa scomparire tali relazioni. Confondendo identità sessuali (ce ne sono due) e orientamenti sessuali (ce ne sono tanti), la rivendicazione d’eguaglianza fra genitori (che toglie al figlio i mezzi per dare un nome ai genitori e che nega importanza alla filiazione nella sua costruzione psichica) significa chiedere allo Stato di legiferare per convalidare i costumi, per legalizzare una pulsione o per garantire istituzionalmente il desiderio. Non è questo il suo ruolo.Paradossalmente, la privatizzazione della famiglia ha proceduto di pari passo con la sua invasione a opera dell’«apparato terapeutico» di tecnici ed esperti, consiglieri e psicologi. Col pretesto di razionalizzare la vita quotidiana, tale «colonizzazione del vissuto» ha rafforzato la medicalizzazione dell’esistenza, la deresponsabilizzazione dei genitori e le capacità di sorveglianza e controllo disciplinare dello Stato. In una società ritenuta sempre in debito verso gli individui, oscillante fra memoria e compassione, lo Stato-Provvidenza, dedito alla lacrimosa gestione delle miserie sociali tramite chierici sanitari e securitari, s’è mutato in Stato materno e maternalista, igienista, distributore di messaggi di «sostegno» a una società coltivata in serra.Ma tutto ciò è evidentemente l’esteriorità del fatto sociale, dietro il quale si dissimula la realtà di ineguaglianze salariali e donne picchiate. Radiata dal discorso pubblico, la durezza torna con tanta più forza dietro le quinte e la violenza sociale risalta sotto l’orizzonte dell’impero del Bene. La femminilizzazione delle élite e il posto preso dalla donna nel mondo del lavoro non l’hanno resa più affettuosa, tollerante, attenta all’altro, ma solo più ipocrita. La sfera del lavoro dipendente obbedisce più che mai alle sole leggi del mercato, il cui fine è il continuo lucro. Si sa, il capitalismo ha sempre incoraggiato le donne a lavorare: per ridurre i salari degli uomini.Ogni società tende a manifestare dinamiche psicologiche che s’osservano anche a livello personale. Alla fine del XIX secolo regnava spesso l’isteria, all’inizio del XX secolo la paranoia. Oggi, nei Paesi occidentali, la patologia più comune sembra essere un narcisismo diffuso, che si traduce nell’infantilizzare chi ne è colpito, in un’esistenza da immaturi, in un’ansia orientata alla depressione. Ogni individuo si crede oggetto e fine di tutto; la ricerca dello stesso prevale sul senso della differenza sessuale; il rapporto col tempo si limita all’immediato. Il narcisismo genera un fantasma d’auto-generazione, in un mondo senza ricordi né promesse, dove passato e futuro sono parimenti appiattiti su un perpetuo presente e dove ognuno si pensa come oggetto di desiderio e pretende di sfuggire alle conseguenze dei suoi atti. Società senza «padri», società senza «ripari»! a . de benoist centrostudilaruna.it

I filosofi greci? maestri di politica (by de Benoist)

Lunedì, 26 Ottobre 2009

Ogni epoca di transizione comporta il riappropriarsi di fonti antiche, specie greche. E così il disagio post-moderno, nato dal crollo dei punti di riferimento. Nietzsche diceva: «Ai greci non si torna». E aggiungeva che non sapremmo nemmeno imparare da loro, tanto la loro maniera ci è ormai estranea. Invece è proprio quest’«estraneità» che fa pensare, dando una formidabile lezione d’inattualità. A cogliere l’inattualità della filosofia greca è stato Giorgio Colli in Filosofi sovrumani (Adelphi, 2009).

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Che Dio ci conservi i conservatori

Lunedì, 19 Gennaio 2009

In Francia c’è un detto scurrile: «La parola conservatorismo comincia male» (per i francesi «con» è come «mona» per i veneti). Ciò non spiega tutto, ma resta che nessun politico, movimento, giornale o rivista del Paese s’è mai definito «conservatore». Invece in Germania, Inghilterra, Stati Uniti e Canada i conservatori sono una famiglia a parte intera e il termine è molto usato (non negativamente) per indicare un’area politico-culturale, dove coesistono varie tendenze; e poi questa corrente di pensiero ha una forte tradizione intellettuale (da Hume a Oakeshott, passando per Burke e Coleridge, nel caso dei Whigs inglesi), mentre «conservatore» e «conservatorismo» si fanno notare per l’assenza dal vocabolario politico francese.

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Onfray, un banale edonista

Sabato, 6 Settembre 2008

Quando Michel Onfray s’impose col Trattato di ateologia (Fazi), non era uno sconosciuto. Il libro offriva a chi ama «crudeli certezze da adulti», più che «consolanti finzioni da bambini», il «risanamento mentale» dell’ateismo. La sua critica dei monoteismi era radicale.

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Europa, patria del dubbio

Sabato, 28 Giugno 2008

«Ho sempre avuto una certa idea della Francia». Così de Gaulle apriva le Memorie di guerra. Su una certa idea dell’Europa ci si può intendere oggi? Al termine Europa, risalente alla mitologia greca e insolito prima del Rinascimento, è lecito dare un contenuto che dica agli europei che cosa li accomuna, delineandone il destino? Superando la prodigiosa diversità di uomini, culture, eventi, periodi storici, rapporti sociali, su che cosa si può fondare il sentimento europeo? A seconda dell’idea che se ne ha, si può parlare d’Europa in tanti modi. Ma fra loro si può almeno cercare un filo conduttore. Se l’Europa non ha inventato il pensiero, né la riflessione, ha inventato la filosofia; parliamone dunque filosoficamente.
Il 7 maggio 1935 Edmund Husserl teneva a Vienna la famosa conferenza sulla Crisi dell’umanità europea e la filosofia, per rappresentare concretamente il «mondo della vita» come «terra d’evidenza originaria», superando l’opposizione classica di scienze naturali e spirituali. Diceva che l’Europa ha innanzitutto un senso spirituale, di cui faceva un’idea regolatrice di portata universale. Per Husserl, l’identità europea è meno un fatto che un valore specifico, meno un dato geografico che un telos, un orizzonte di senso legato al suo emergere e alla sua costruzione.
Per cogliere l’essenza europea, Husserl la pensa fenomenologicamente, riflette sulla sua storicità, scoprendone il senso. L’Europa gli pare depositaria di un senso storico, da realizzare per rispondere al suo telos. L’Europa non è solo somma di uomini giustapposti, uniti da interessi economici; e non è un’idea a priori del genere umano: è un’entità generativa e comunitaria, tesa dalla ricerca di senso. Senso da afferrare non a priori, come nello storicismo progressista, né come metafora organicista («non c’è una zoologia dei popoli»), ma come filiazione di senso e ritorno autoriflessivo, eredità d’una tradizione sempre da riprendere e trasformare. La storia trasmette un’eredità in fieri, che resta aperta e viva, riattivandosi.
Come altri prima di lui, Husserl pone il «luogo di nascita spirituale» dell’Europa nella Grecia antica. Dallo stupore per il mondo a partire dalla libertà che diviene consapevole di sé, i greci svilupperanno un atteggiamento filosofico, cioè interrogativo; la sua risposta non è anticipata dalla religione, dagli usi o dalla tradizione. L’esito di tale approccio sarà dare senso costitutivo al mondo, con una dimensione politica.
Husserl esortava l’Europa a «rinascere dallo spirito della filosofia con l’eroismo della ragione». Ma distingueva anche la ragione greca dall’esigenza galileiana di razionalità: essa consiste essenzialmente nel matematizzare la fisica, che – con Cartesio, Galileo e Newton – diventa una semplice fisica delle quantità misurabili, mentre il cosmo smette di essere per l’uomo un telos esemplare, mentre la natura, ormai pura materia, res extensa, si trasforma in oggetto totalmente sfruttabile dal suo «padrone e possessore» umano, preoccupato solo «d’estendere il suo dominio a tutto l’essente» (Heidegger), aspettando che i fatti sociali si trasformino in cose (la «fisica sociale» di Comte).

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Il sessantotto: cosa c’è a salvare per Alain de Benoist

Martedì, 29 Aprile 2008

Ogni decennio si commemora il maggio ’68 fra maree di libri e articoli. Siamo al quarto episodio e i barricadieri del joli mai hanno l’età dei nonni. Quarant’anni dopo si discute ancora su che cosa davvero sia accaduto allora e perfino se qualcosa sia accaduto. Maggio ’68 è stato catalizzatore, causa o conseguenza? Ha inaugurato o solo accelerato un’evoluzione della società che sarebbe comunque avvenuta? Psicodramma o «mutazione»?

La Francia ha il segreto delle rivoluzioni brevi. Maggio ’68 non sfugge alla regola. La prima «notte delle barricate» fu il 10 maggio. Lo sciopero generale fu il 13. Il 30, il generale de Gaulle annunciava lo scioglimento del Parlamento, mentre un milione di suoi fautori sfilava sugli Champs-Elysées. Il 5 giugno, il lavoro riprendeva e poche settimane dopo, nelle elezioni legislative, i partiti di destra ottenevano una vittoria-sollievo.

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Ma non sprechiamo il passato

Martedì, 4 Dicembre 2007

Le società antiche capivano che non c’è vita sociale possibile senza considerare l’ambiente naturale. Citando Catone («Piantar l’albero per chi seguirà»), Cicerone scrive nel De senectute: «Alla domanda "Perché lo pianti?", risponde senza esitare: "Gli Dei immortali vogliono che ereditare dagli ascendenti non mi basti, ma che anche trasmetta ai discendenti" (7, 24). La riproduzione durevole è stata infatti regola d’ogni cultura fino al XVIII secolo. Ogni contadino di una volta era un inconsapevole esperto in «sostenibilità». Ma anche i poteri pubblici spesso lo erano: Colbert regolava il taglio dei boschi per la ricostituzione delle foreste, facendo piantare querce che dessero legno alle navi trecento anni dopo.
I moderni hanno agito all’inverso, comportandosi come se le «riserve» naturali fossero moltiplicabili all’infinito – come se il pianeta, in ogni sua dimensione, non fosse uno spazio finito. In ogni attimo del presente hanno impoverito l’avvenire, consumando a oltranza il passato.
Il XX secolo è stato definito in vari modi: come secolo dell’ingresso nell’era atomica, della decolonizzazione, della liberazione sessuale, degli «estremi» (Eric Hobsbawm), della «passione del reale» (Alain Badiou), del trionfo della «metafisica della soggettività» (Heidegger), della tecnoscienza, della globalizzazione, ecc. Il XX secolo è stato certo tutto questo. Ma è anche il secolo dell’apogeo del consumismo, della devastazione del pianeta e, per contraccolpo, della preoccupazione ecologica. Per Peter Sloterdijk, che caratterizza la modernità col «principio sovrabbondanza», il XX secolo è stato innanzitutto il secolo dello spreco. Scrive: «Mentre, per la tradizione, lo spreco era il peccato per antonomasia contro lo spirito di sussistenza, mettendo in gioco la riserva sempre insufficiente di mezzi di sopravvivenza, un profondo cambio di senso è avvenuto attorno allo spreco dell’era delle energie fossili: si può dire che oggi lo spreco sia il primo dovere civico. Il divieto di frugalità, che ha sostituito il divieto di spreco, s’esprime nei costanti appelli per sostenere la domanda interna».

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