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Così Sanguinetti cambiò il clima della poesia (by Berardinelli)

Mercoledì, 19 Maggio 2010

Bisogna ammettere che il suo arrivo sulla scena letteraria italiana ha cambiato il clima, tra la fine degli anni Cinquanta e gli anni Sessanta. Sembrava che sapesse tutto, che avesse letto tutto, che fosse in grado di avere l’idea giusta – la sua – su tutto. Ideologo e poeta marxista, come del resto Pier Paolo Pasolini. Ma più marxista di Pasolini, e in più sembrava ‘senza cuore’, un distruttore della continuità letteraria e della tradizione. Le sue poesie erano come schegge aliene, meteoritiche. Sembravano scritte per non essere capite o per essere studiate. Spaventava la sua capacità di mescolare e combinare le parole in una forma mai vista. Era l’avanguardia in laboratorio. Ma in lui c’era anche l’accademico, il lettore interprete di Dante, l’erudito e soprattutto il dialettico, capace di dimostrare che era vera anche una cosa, se non falsa, comunque quasi insostenibile.

E sembrava anche che Sanguineti avesse in mano la formula per risolvere una volta per tutte il problema del rapporto giusto fra marxismo rivoluzionario e avanguardie irrazionaliste, fra materialismo dialettico e psicanalisi. Il suo momento sono stati gli anni Sessanta, quando i suoi competitori e avversari, dotati degli stessi strumenti ma con animo diverso, erano gli altri due poeti ideologi: Pasolini, appunto, e Franco Fortini, a loro volta in polemica ma con un maggiore rispetto reciproco. Sanguineti invece ha sempre voluto essere e restare solo con la sua idea dell’avanguardia come unico tipo di letteratura novecentesca che avesse prodotto qualcosa di buono.

Come critico ai suoi esordi sembrò un grande, imbattibile critico. Una delle punte della neoavanguardia italiana, con caratteristiche analoghe, come tipo di intellettuale, ad Arbasino e a Eco, straordinari divoratori di cultura. I loro articoli, i loro libri, rispetto a quelli dei letterati precedenti, sembravano usciti direttamente da un seminario universitario, da esplorazioni sconfinate di tutto il sapere e dell’attualità contemporanea. Critico apprezzatissimo, dunque. Ma anche, cosa che lo ha danneggiato, prigioniero delle sue formule dialettiche alle quali è rimasto sempre molto affezionato. E se in lui una revisione dei presupposti marxisti e avanguardisti avrebbe potuto esserci, con il passare degli anni, quella è un’operazione che non ha voluto fare. Ha mantenuto una quasi incredibile, avara coerenza, che in un certo senso lo ha fatto rimanere (come forse lui voleva, perché si sentiva uomo d’avanguardia) per sempre giovane.

Non è mai cambiato. In ogni dibattito, anche fino a poco tempo fa, era difficile sentirgli dire qualcosa di diverso da quello che aveva detto nel corso dei decenni precedenti. Questo da un lato ha ipnotizzato certe ondate generazionali di seguaci assoluti, dall’altro lo ha molto isolato, perché nel frattempo sono cambiati tutti i fondamenti del ragionamento sulla letteratura. Credo che negli ultimi anni si sentisse piuttosto fuori. Con soddisfazione, probabilmente, perché era bravissimo a giustificare con le sue categorie di letterato rivoluzionario qualsiasi cosa gli capitasse o capitasse nel mondo”. (testo raccolto dalla redazione)

© – FOGLIO QUOTIDIANO

di Alfonso Berardinelli

Il pensiero santo della Weil (by Berardinelli)

Sabato, 12 Dicembre 2009

Qualche mese fa un giovane critico letterario, piuttosto polemico con le mie opinioni sia politiche che culturali (secondo lui indecifrabili, se non aberranti), mi ha chiesto in conclusione qual è, secondo me, il maggiore filosofo del Novecento. Non ho dovuto riflettere molto per rispondere: Simone Weil. Questa risposta, pur essendo accolta come un’ulteriore provocazione, sembrava anche offrire finalmente un chiarimento: perché certo Simone Weil la si sente nominare, ma non si sa mai come prenderla, non rimanda alle culture dominanti nel Novecento o le respinge, tiene insieme, non per moderatismo, ma per radicalismo, politica e religione, etica e gnoseologia: e quindi, soprattutto, non viene letta, esige molto dal lettore e disturba in particolare gli intellettuali e la loro categoria oggi prevalente, quella degli universitari. La Weil non ha confezionato trattati sistematici usufruendo di fondi di ricerca, e per questo dai filosofi di professione, abituati a rimasticare qualunque autore, spesso senza ragioni sufficienti, viene ritenuta a torto un pensatore non sistematico, teoreticamente inadeguato perché frammentario. Niente di meno vero. Simone Weil non ha costruito sistemi, edifici concettuali dentro cui ripararsi. La sua produzione è occasionale, profondamente motivata dagli eventi della sua vita e da quelli politici degli anni in cui è vissuta (il ventennio fra le due guerre mondiali). Ma i suoi articoli e saggi, i suoi diari e aforismi configurano un pensiero straordinariamente coeso e coerente, originale (parola a lei non gradita!) nella sua cartesiana lucidità e in una eroica onestà esistenziale.

Stranamente, faziosamente, accusano la Weil di non professionalità filosofica coloro che non battono ciglio davanti a Nietzsche, conformisticamente lo ritengono, in questi anni, un filosofo "epocale" (esagerando), salvo mettere fra parentesi il punto centrale e la punta contundente di tutto il pensiero di Nietzsche: il suo proposito di pensare filosoficamente fuori della filosofia tradizionale, delle sue problematiche e del suo linguaggio

(continua…)