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Perchè l’opposizione è così disperata (by Armeni)

Mercoledì, 20 Aprile 2011

Se un marziano appassionato di politica (magari esistono anche tra di loro) arrivasse in Italia e volesse capire i rapporti di forza fra gli schieramenti, gli umori e le prospettive, credo rimarrebbe molto colpito dallo scetticismo, dalla disillusione, in alcuni casi dalla disperazione presente nella opposizione.Sguardi tristi, autocompatimento, dolorosa indignazione, pessimismo sul futuro. Il marziano scoprirebbe subito, dopo qualche ora di permanenza fra Roma e Milano, che la causa della preoccupazione e della sfiducia di cui è preda l’opposizione, e la sinistra in particolare, è la figura di Silvio Berlusconi.Informandosi – perché è molto curioso delle iniziative del presidente del Consiglio e dei suoi ministri – potrebbe convenire anche lui sul fatto che la situazione in Italia non è facile. Il Cavaliere appare aggressivo, baldanzoso, sorridente, pieno di iniziative, ricco di promesse. Deve essere proprio dura – penserebbe il nostro marziano che in onore di Flaiano chiamiamo Kunt – opporsi a tanta forza, ottimismo, convinzione di vincere se si hanno poche forze, se i consensi sono caduti, se l’opinione pubblica guarda favorevolmente verso il capo del governo.Allora Kunt si informa e fa le seguenti scoperte. Scopre che la maggioranza dell’elettorato è schierata con l’opposizione. Certo il parlamento non esprime questi rapporti di forza, ma gli spiegano (e lui che pure è intelligente fa una certa fatica a comprendere) che dipende dalla legge elettorale e dal fatto che alcuni deputati sono passati dall’altra parte. Berlusconi li ha comprati, gli dice qualcuno senza mezzi termini e con lo sguardo disperato. Ma Kunt è un realista e pensa che, se proprio si deve scegliere, meglio avere la maggioranza dell’elettorato che la maggioranza del parlamento. In fondo si può sempre pensare di cambiare la legge elettorale. Il nostro marziano ha l’ardire di esprimere questo pensiero in un bar di piazza Navona a due uomini che bevono un aperitivo e che hanno una mazzetta di giornali. «Certo – gli rispondono con l’aria compunta di chi la sa lunga – ma lei non tiene conto che viviamo nel mondo dell’informazione e che il nostro premier oltre a possedere tre reti televisive ha il controllo sulla Rai e sui giornali». Kunt non ci aveva pensato e da quel momento guarda avidamente la Tv e controlla i giornali. Non c’è dubbio, Mediaset è in mano al premier. Il Tg 5 e il Tg1 sono chiaramente orientati. Dopo il Tg1 c’è un giornalista molto appassionato che difende comunque il premier. Mai poi guarda i Talk Show: Santoro, Fazio, Gabanelli, Floris, Annunziata non gli sembrano così controllati dal premier, gli altri telegiornali gli appaiono abbastanza orientati all’opposizione. Scopre che c’è un’altra rete televisiva, La 7, i cui conduttori appaiono tutti di sinistra.E i giornali? A parte Libero e Il Giornale che sono dichiaratamente berlusconiani, gli altri, anche quelli moderati, non nascondono la loro antipatia per il governo.Kunt legge attentamente i quotidiani e proprio da loro viene a sapere che gli imprenditori italiani – proprio loro – vorrebbero mandare a casa il premier perché pensano che non sia stato capace di intervenire a favore delle imprese nella crisi. E sono gli stessi quotidiani, anche quelli filoberlusconiani, che lo informano delle critiche che anche importanti uomini della Chiesa esprimono sui comportamenti del premier. Al nostro marziano qualcuno ha spiegato che la Chiesa in Italia conta molto, anche in politica.Neanche a Kunt il presidente del Consiglio piace. Ha compreso, per quel po’ che ha visto in altri paesi del pianeta, che è arrogante, non conosce alcun limite né istituzionale, né comportamentale. Che odia tutti coloro che non sono d’accordo con lui, e che li taccia subito di comunismo. In questo periodo – nota il nostro marziano – ce l’ha in particolar modo con i giudici di Milano e con Gianfranco Fini. Ma constata che contro di lui sono davvero in molti. Incuriosito dai continui attacchi che il premier fa alla scuola, all’università, alla editoria, al cinema, insomma alla cultura, perché sono di sinistra, fa anche lui delle indagini. In qualche mese ha costruito una buona rete di informatori. È vero la cultura in Italia è prevalentemente di sinistra. Lui chiede sempre quando si parla di un regista o di un scrittore come è schierato. Ha l’impressione che di amici di Berlusconi ce ne siano ben pochi. Per non parlare delle case editrici. Persino quella della figlia del premier, la Mondadori, pubblica uno strabiliante numero di autori dell’opposizione. Il nostro Kunt è molto sconcertato. Non è che non veda – sia chiaro – che nel bel paese che sta imparando a conoscere i guai sono tanti. Anche lui ha imparato a leggere le statistiche sullo sviluppo, l’occupazione, il lavoro. Anche lui rimane esterrefatto quando la mattina il barista servendogli cappuccino tiepido e cornetto caldo (il nostro marziano per capire meglio si è trasferito a Roma) gli racconta di una certa Ruby e di una certa Nicole e di certe notti che il presidente del consiglio trascorre ad Arcore. Ma il vero mistero per lui è la disperazione, la triste indignazione, il senso di impotenza dei tanti a cui questo capo del governo non piace. Lui è abbastanza ingenuo, è vero, ma prima di arrivare in Italia è stato in altri paesi del pianeta, ha visto molti problemi e molti guai simili a quelli italiani. Ha visto schieramenti politici che si scontravano, partiti di governo che perdevano e opposizioni che vincevano e viceversa. Ma non ha mai visto un’opposizione con tante possibilità e con tanta disperazione. Lui non la capisce. Qualcuno può spiegargliela? r.armeni riformista

E Maroni leggera’… il suo elenco

Sabato, 20 Novembre 2010

Poveri noi, il ministro con la coppola (ricordate la foto di Panorama? vedi blog) finità in tv a leggere l’elenco dei successi del ministero/lega contro la mafia. per otttenere questo risultato si sono mossi politici e  alti burocrati della televisione, sono state minacciate cause e ricorsi alle autorità di vigilanza (regalando share a un progranna, quello di saviano e fazio, salvo qualche picco, alquanto mortaccino). leggere l’elenco serve, secondo maroni, a risarcire la dignità e l’immagine della legge pregiudicata dallo sproloquio di saviano. secondo maroni, le parole di saviano sono più forti dell’arresto dei 28 su 30 dei latitanti più pericolosi d’italia (incredibile la copertura mediatica dell’evento. Maroni, questa volta, dovrebbe ringraziare Saviano). mah! dopo fini e bersani, più di fini e bersani, maroni non si rende conto che, andando a leggere un elenco (un elencoooo!!!)  sta sopravvalutanto la televisione e umilando la politica. ma, d’altra, cosa ci si poteva attendere da un ministro che si è fatto fotografare con la coppola?!? temis

Fini e Bersani, i valori hanno la stessa matrice culturale

Venerdì, 19 Novembre 2010

Fini e Bersani, con i loro «elenchi di valori» di destra e sinistra rappresentano «solo delle elite», in realtà «hanno la stessa matrice» e incarnano il soggettivismo e lo statalismo. È il giudizio impietoso del professor Luca Diotallevi, vicepresidente delle Settimane Sociali, sociologo di fiducia della Cei.  Che cosa ne pensa degli «elenchi» di Bersani e Fini che sono stati letti nel corso del programma di Fabio Fazio?  «Hanno offerto immagini molto simili: un po’ di soggettivismo, molto statalismo; l’opposizione tra i due è solo formale, perché nei fatti militano nello stesso schieramento e dal punto di vista culturale hanno la stessa matrice giacobina e idealista». Entrambi, nei loro elenchi di valori, hanno omesso qualsiasi riferimento temporale…  «Sì, erano elenchi validi per ogni tempo e spazio. L’unica differenza tra i due è che Fini un concreto riferimento spaziale l’ha fatto, quello all’Italia. E se davvero fossero loro due i protagonisti di un’ipotetica finale, vincerebbe inevitabilmente Fini, che pur nella sua astrattezza, è stato meno astratto di Bersani». Qual è stata la sua reazione di fronte ai due interventi?  «Il confronto tra Fini e Bersani ci dice innanzitutto che il valore non è la forma della verità e tantomeno della verità cristiana, ma qualcosa di astratto e di lontano dalla vita. Non a caso da quella scena mancava l’80 per cento del Paese e il 95 per cento della storia del Paese…». Prego? A che cosa si riferisce esattamente?  «Mancavano il sangue e la carne degli uomini che hanno fatto la storia italiana a partire dal dopoguerra, e che erano ispirati dalla tradizione cattolica e da forme di realismo e di passione per la vita provenienti tanto dal mondo laico che dalla tradizione socialista. Se guardiamo alla trasmissione di Fazio, vediamo un polo composto da due radicalismi, due quasi indistinguibili forme di soggettivismo e statalismo, sia nella versione di Fini che in quella di Bersani. Mancava del tutto il polo opposto, caratterizzato dalla passione per la vita e dal coraggio di riformare, quello della grande tradizione del pensiero cattolico» Non le sembra esagerato parlare di «radicalismi»?  «Confermo il giudizio, Fini e Bersani sono radicali nel soggettivismo e nello statalismo. Sono soltanto piccole schegge di elite, che oppongono resistenza al formarsi di una società libera e aperta, “poliarchica”, come ama definirla Benedetto XVI». Che cosa ci dobbiamo dunque aspettare dalla crisi?  «Ci troviamo in una condizione simile alla transione verso la prima Repubblica (1943-1948), e alla fuoriuscita dalla prima Repubblica (1993). In entrambi i casi si rischiò ma poi si evitò di consegnare il Paese alle forze dello statalismo e del socialismo. Decisiva fu l’iniziativa imprevista del cattolicesimo politico e dei suoi alleati riformisti: nel primo caso la Dc di De Gasperi evitò il confronto tra nostalgici del regime e la sinistra telecomandata da Mosca. Nel secondo caso l’iniziativa referendaria di Segni, le giuste rivendicazioni della Lega Nord, la leadership di Berlusconi sul centrodestra, e quella di Prodi sul centrosinistra e poi il tentativo appena abbozzato di Partito Democratico, hanno mostrato la possibilità di un bipolarismo guidato dalle due ali mediane».  E oggi qual è la situazione?  «Oggi siamo ad un nuovo passaggio critico ed ad un riproporsi dello stesso rischio. Difficile fare previsioni, ma sarà importante l’iniziativa politica dei cattolici, che i vescovi invitano a impegnarsi. Sarà importante non solo per loro stessi, ma per difendere una democrazia di tanti e non di pochi». Sta pensando alla costituzione di un terzo polo? «Assolutamente no. L’iniziativa politica dei cattolici deve essere capace di un regime bipolare, coltivando le alleanze e difendendo il ruolo dell’elettore». Che dice del ruolo dell’Udc di Pierferdinando Casini, che sembra guardare con attenzione a quanto sta facendo Fini in vista di future alleanze?  «Resta difficile comprendere come l’eredità di De Gasperi e Sturzo possa essere composta con personaggi che esaltano il soggettivismo e lo statalismo». Lunedì scorso nella trasmissione di Fazio si è parlato molto in difesa dell’eutanasia…  «La perfetta affinità tra quel profilo di destra e quel profilo di sinistra è dimostrata proprio dall’apologia dell’eutanasia, che nulla ha a che vedere col divieto dell’accanimento terapeutico sempre insegnato dalla Chiesa. Il segno del soggettivismo, che non a caso ha accomunato negli ultimi anni Fini e Bersani, sta nella pretesa del soggetto di disporre pienamente della vita propria e altrui, quasi a rifarsi così dello spazio abnorme concesso allo “Stato”, dell’aver sostituito il rispetto del diritto con l’idolatria della legalità». a. tornielli ilgiornale.it

Lo sberleffo di Travaglio

Mercoledì, 17 Novembre 2010

Pubblichiamo la versione integrale delle liste dei valori di sinistra e di destra, peraltro intercambiabili, lette l’altra sera da Bersani e Fini a Vieni via con me e tagliate all’ultimo momento per motivi di tempo. PIER LUIGI BERSANI. La sinistra è l’idea che, se guardi il mondo con gli occhi dei più deboli, puoi fare davvero un mondo migliore per tutti (non vediamo l’ora di imbarcare Luca Cordero di Montezemolo e il banchiere Alessandro Profumo). Abbiamo la più bella Costituzione del mondo (infatti, con la Bicamerale del compagno Massimo, facemmo di tutto per riscriverne più di metà con Berlusconi). Ci sono beni che non si possono affidare al mercato: salute, istruzione e sicurezza (l’acqua invece no: quella si può tranquillamente privatizzare, e magari anche l’aria). Chiamare flessibilità una vita precaria è un insulto (non per nulla la legge Treu l’abbiamo fatta noi). Chi non paga le tasse mette le mani nella tasche di chi è più povero di lui (non a caso abbiamo approvato la riforma del diritto penale tributario, detta anche “carezze agli evasori”, che depenalizza l’evasione tramite la dichiarazione infedele fino a 100 mila euro e tramite la frode fiscale fino a 75 mila euro l’anno). Se 100 euro di un operaio, di un pensionato, di un artigiano pagano di più dei 100 euro di uno speculatore vuol dire che il mondo è capovolto (mica per niente abbiamo sponsorizzato speculatori come Chicco Gnutti e Giovanni Consorte). Indebolire la scuola pubblica vuol dire rubare il futuro ai più deboli (il primo ministro dell’Istruzione che ha regalato soldi pubblici alle scuole private è il nostro Luigi Berlinguer). Dobbiamo lasciare il pianeta meglio di come l’abbiamo trovato (tant’è che vogliamo riempire l’Italia di inceneritori e centrali a carbone). Se devo morire attaccato per mesi a mille tubi, non può deciderlo il Parlamento (del resto la legge sul testamento biologico mica l’abbiamo approvata). Per governare, che è un fatto pubblico, bisogna essere persone perbene, che è un fatto privato (ricordate il nostro ministro della Giustizia? Mastella). Chi si ritiene di sinistra e progressista deve tenere vivo il sogno di un mondo in pace e deve combattere contro la tortura (infatti abbiamo fatto guerra alla Serbia chiamandola missione di pace, poi abbiamo lasciato dov’erano le truppe di occupazione dell’Iraq e abbiamo pure messo il segreto di Stato per coprire le spie del Sismi imputate per aver sequestrato lo sceicco Abu Omar e averlo deportato in Egitto per farlo torturare per sette mesi). GIANFRANCO FINI. Essere di destra vuol dire innanzitutto amare l’Italia (è per amore che le abbiamo regalato per 16 anni uno come Berlusconi). Apprezziamo imprese e famiglie che danno lavoro agl’immigrati onesti, i cui figli domani saranno italiani (vedi legge Bossi-Fini). Destra vuol dire senso dello Stato, etica pubblica, cultura dei doveri (non faccio per vantarmi, ma le leggi sul falso in bilancio, Cirami, Cirielli, Schifani, Alfano ecc. le abbiamo votate tutte). Lo Stato deve spendere bene il denaro pubblico, senza alimentare clientele (salvo quando c’è da salvare il Secolo d’Italia). Lo Stato deve garantire che la legge è davvero uguale per tutti (esclusi, si capisce, i ministri e i parlamentari, che abbiamo sempre salvato dalla galera e dalle intercettazioni). Chi sbaglia paga e chi fa il proprio dovere viene premiato (non a caso abbiamo approvato tre scudi fiscali e una quindicina di condoni tributari, edilizi e ambientali).Senza una democrazia trasparente ed equilibrata nei suoi poteri non c’è libertà, ma anarchia (pure la Gasparri che consacra il monopolio Mediaset e la Frattini che santifica il conflitto d’interessi sono farina del nostro sacco). L’uguaglianza dei cittadini va garantita nel punto di partenza (soprattutto alle suocere per gli appalti Rai e ai cognati per le case a Montecarlo) Dalla vera uguaglianza delle opportunità, la destra vuole costruire una società in cui merito e capacità siano i soli criteri per selezionare una classe dirigente (avete presenti i ministri Ronchi e Urso? No? Ecco, appunto). travaglio fatto quotidiano).

Il politico-spalla (by Polito)

Mercoledì, 17 Novembre 2010

Con le performance di Bersani e Fini da Fazio, la politica ha definitivamente accettato di sparire per farsi vedere. Da tempo – dalla discesa in campo di Berlusconi – i rapporti di forza tra politica e televisione erano mutati a vantaggio della tv. La televisione era già da tempo diventata più importante della politica. Ma se ne serviva ancora per fare audience. La sminuzzava e la polverizzava nei tg, e poi la ruminava rumorosamente nei talk show, riducendola a duello e a operetta. Da lunedì, invece, il processo di digestione è definitivamente compiuto: è la tv che dice ai politici che cosa fare.
I due leader invitati allo show non erano infatti più i protagonisti dell’evento, ma le spalle; non recitavano più a soggetto, ma interpretavano un ruolo assegnato dagli autori della trasmissione. Presentandoli, Fazio non ha detto «e ora ecco a voi Bersani e Fini»; ha detto «e ora ecco a voi l’elenco dei valori della sinistra, legge Bersani; e l’elenco dei valori della destra, legge Fini». Legge. Come fa un attore con un testo. Come un interprete a teatro. Non sto dando un giudizio di valore, la mia è una valutazione tecnica di assoluta neutralità: Bersani e Fini recitavano in uno show altrui, cosa che per un leader è il colmo. Vedrete che la prossima volta li convinceranno a usare il gobbo, invece di inforcare gli occhiali, e magari gli scriveranno dei testi migliori e – come dire? – più televisivi. La riprova della funzione ancillare accettata dalla politica, sta nel fatto che la grande polemica accesa dalla puntata di «Vieni via con me», con un ministro che si rivolge al Capo dello Stato, non nasce dai testi letti dai due leader-spalla, ma dal monologo del capo-comico, e cioè Saviano. È lui che fa politica e parla di politica, degli elenchi dei politici non frega niente a nessuno. Il rovesciamento dello schema da talk show è totale. Al punto da spiazzare pure Maroni, che chiede un diritto di replica e un contraddittorio con Saviano, come se fosse lui il politico, per sentirsi rispondere che no, lui è l’autore, e lo show lo fanno gli autori, mica i politici. Magari a Maroni proporranno come risarcimento di leggere un elenco di valori leghisti, se proprio insiste. L’innovazione è notevole. È un po’ come quando nel film “Quinto potere” il conduttore smette di condurre e comincia a predicare. L’audience va alle stelle. Come è successo ieri. Fossi in Berlusconi, me ne preoccuperei. Lui da stasera scende in campo, anzi in studio televisivo. Comincia la sua sesta campagna elettorale, e dio solo sa quanto la conosce bene la tv. Ma lo schema inaugurato sulla Rete Tre può rendere terribilmente obsoleta perfino la sua padronanza del mezzo. Oggi nove milioni di spettatori un politico che parla in tv se li sogna, pure se si mette una calza in testa. Rischia di essere la più clamorosa delle nemesi per l’impresario televisivo che si fece politico: la politica ha perso, la tv ha vinto. Se si ribella al suo creatore, può facogitare anche lui. a. polito riformista

Fini e Bersani, modesti…

Martedì, 16 Novembre 2010

che brutta fine ha fatto la politica. ieri nello studio di fazio, fini e bersani hanno dato il peggio di sè (in ogni caso meglio bersani di fini). impacciati, forse un pò emozionati, hanno letto la loro filastrocca come uno showmen qualsiasi. dimentichi dell’essere il primo presidente della camera e il secondo il segretario del principale partito di opposizione, si sono prestati allo spettacolo televisivo. i grandi filosofi del XX secolo avevano denunciato il rischio di asservimento della politica alla tecnica. oggi si assiste all’asservimento nei confronti della Tv, ma non per ragioni filosofiche, solo per la modestia dei protagonisti (cari fini e bersani, cui prodest il vs spettacolino? se non a fazio che sulle polemiche ci ha costruito la serie?). temis

Golpisti mancati di un governissimo che non si farà mai

Venerdì, 9 Luglio 2010

Il golpe previsto in questi giorni è rimandato per indisposizione dei Generali. Ci scusiamo con i cospiratori e assicuriamo le tifoserie che riceveranno un bonus spendibile al prossimo tentativo. Non è un’intercettazione intercorsa tra i Palazzi del Potere, ma è l’ipertesto che si legge negli occhi e nelle parole paludate di protagonisti e osservatori. Fino alla settimana scorsa si sentiva rumore di sciabolette e tintinnìo di braccialetti. Si era creata una promettente filiera per inneggiare al golpe: il voto sulle intercettazioni con le sue lacerazioni, la tempesta sul caso Brancher, e prima su Scajola, la sentenza su Dell’Utri, le spaccature nella maggioranza, il conflitto tra Berlusconi e Tremonti e perfino dentro la monolitica Lega, le fiocinate di Fini, l’insorgenza delle Regioni, le sofferenze della manovra. Non mancava, a speziare il tutto, il sapore di qualche gnocca da asporto. Il clima era precipitato e tanti parlavano di un’imminente caduta del governo, con eventuale richiamo alle urne o con la nascita di un governo istituzionale di transizione ispirato dal Presidente. Si facevano bilanci e si vedeva qualcuno uscire allo scoperto. Qualche cospiratore faceva capolino, bruti e brutelli lucidavano coltelli e si lanciavano occhiate di complicità, c’era baruffa nell’aria. Poi la tempestiva retromarcia su Brancher, le dimissioni sue come quelle di Scajola, la trattativa per modificare la legge sull’intercettazione, la scelta del ricorso alla fiducia e il conteggio dei numeri in Parlamento, la ricucitura delle divergenze e la circoscrizione a una frangia modesta della corrente finiana. E ancora, la paura di buttarsi nella mischia degli outsider che hanno preferito rinviare la loro discesa, l’evidente incompatibilità di leadership terzista tra Fini e Casini, che non vede con piacere le immersioni subpolitiche del suo successore alla Camera e alla Fronda. Da qui il contrordine: il golpe viene rimandato a data da destinarsi, ci scusiamo con le maestranze, le cospirazioni riprenderanno il più presto possibile. Insomma, per dirla nel gergo del Sommozzatore di Stato, un buco nell’acqua. Naturalmente la trama è solo rimandata. Ma è tipica del golpista la sindrome del cane: se scappi ti insegue, abbaia e cerca pure di morderti. Ma appena ti fermi, lo guardi negli occhi, mostri vigore e magari accenni ad andargli incontro, il cane arretra e poi fugge. Così è stato anche questa volta. Di tutto questo resta la leggenda ricorrente del Governissimo. Torna questo fantasma o spauracchio a ogni accenno di crisi; o a volte, all’inverso, si provoca un accenno di crisi per evocare lo spettro del governissimo. Cambia il nome d’arte: si è chiamato governo di larghe intese o istituzionale, e in passato compromesso storico, patti conciliari, ammucchiata, inciucio, convergenze, consociativismo, concertazione, connubio. Varietà di nomi, monotonia di esiti: l’aborto, il fallimento prenatale. Rieccolo, il governissimo. Ha la funzione del baubau, serve a invocare l’azzeramento della politica per ripartire daccapo. Ma poi la sua unica funzione è delegittimare i governi in carica, o rovesciare, con finto garantismo istituzionale, l’esito di libere elezioni. Non siamo abituati ad avere governi di legislatura, che durano cioè un intero mandato, e anche quando ci sono le condizioni normali per continuare, invochiamo una bella crisi per tornare alla Prima Repubblica quando i governi cadevano ogni nove mesi. Nella Seconda Repubblica abbiamo cambiato vizio: dopo mezzo secolo di democrazia ingessata, con un partito fisso al governo, alleati inclusi, ora non riusciamo mai a confermare nessun governo uscente; da diciott’anni vince sempre chi sta all’opposizione.  In realtà l’invocazione del governissimo regge su un intreccio di follie. Si ritiene che mettendo insieme tante debolezze possa nascere una forza. Si pensa che assemblando tante incapacità possa sorgere un governo capace. Ma soprattutto si crede che gli stessi leader e gli stessi partiti che si odiano e si accusano dei peggiori crimini, messi insieme, possano d’incanto produrre Amore di Gruppo e Governo Armonioso. Se è un governo istituzionale dovrebbero vararlo insieme Napolitano e Letta, Schifani e Fini, Bossi e Casini, Tremonti e Bersani, Di Pietro e Berlusconi. Più la partecipazione straordinaria di Draghi, Montezemoli ecc. Vi pare possibile? Che razza di governo verrebbe fuori, con che linea? E poi, l’unica ragione valida per varare un governissimo, sarebbe fare scelte che nessuno potrebbe fare da solo. Mi riferisco da un verso a scelte impopolari, come tagli, riduzioni, lacrime e sangue, che nessun governo può fare per non perdere consenso. E dall’altro a scelte popolarissime ma impolitiche perché impedite dalla propria nomenklatura come abbattere i costi della politica, dimezzando parlamentari e personale annesso, autoblu, consiglieri, Comuni e consigli di amministrazione, abolendo le Province. Un governo di tutti in teoria si potrebbe fare, ma basta che uno si chiami fuori, per incassare il dissenso, e l’impianto crolla: io a occhio già ne vedrei almeno due che si chiamano fuori già da subito, sui due versanti della politica. Infine un governissimo dovrebbe servire, come si dice, a stabilire insieme le regole e dunque a modificare la Costituzione e poi tornare a dividersi. Ma quali nuove regole sarebbero davvero condivise? Se c’è una parte che non vuol nemmeno sentir parlare di modifiche alla Costituzione, di che stiamo parlando? Allora torniamo seri: incalzate Berlusconi e il suo governo, criticatelo e opponetevi com’è vostro diritto e dovere, ma lasciatelo governare per i restanti tre anni, senza velleitari golpettini. Poi dopo i tre anni si va alle urne: se c’è qualcuno che prende ampia maggioranza governa; in caso contrario, come è accaduto in Germania e in Inghilterra, si tenti pure la carta della grande coalizione, dando la guida a chi ha preso più voti degli altri. Allora deciderete con l’interessato, se mandare Berlusconi alle Bahamas, al Quirinale o sotto i giudici, finito l’ombrello Alfano. Ma adesso, per favore, finitela con questi golpettini di tosse; costringete il governo a governare e non ad andarsene. (m. veneziani ilgiornale.it)

La cravatta allentata di Bersani (by Pansa)

Martedì, 18 Maggio 2010

Mai portare la cravatta allentata. Lascia scoperta l’attaccatura del colletto, non sempre pulita, e quell’orrendo bottone che spesso sembra lì lì per staccarsi. Portare la cravatta così è indice di trascuratezza e di sfiducia nell’importanza del proprio aspetto. Lo sosteneva mia madre Giovanna che odiava i dettagli stonati. Lei era una signora precisa, sempre in ordine, elegante. Anche perché di mestiere faceva la modista e la sarta.

Rammento i suoi consigli a proposito di cravatte perché qualche giorno fa ho avuto modo di vedere con la cravatta molliccia Pier Luigi Bersani, il segretario del Partito democratico. L’ho osservato da vicino e a lungo. Lui stava dentro il televisore, sempre in primo piano, e io lo guardavo da casa. Bersani veniva interrogato, con furba cautela, da Lilli Gruber, la regina di Otto e mezzo sulla 7. E rispondeva con il solito stile. Senza fare il ganassa, lo spaccone. Ma purtroppo con l’aria smonata di chi si trova alle prese con un compito impossibile.

Mi ha ricordato un vigile del fuoco che sia di fronte a un incendio senza avere l’acqua per spegnerlo. Bersani l’incendio ce l’ha in casa, nel suo Pd. E neppure lui sa come quella faccenda disgraziata andrà a finire. Sui giornali leggo cronache rovinose. Mi rammentano la Balena bianca degli ultimi anni prima di Tangentopoli. Dopo essere convissuti per decenni, mantenendo il potere in Italia, i democristiani avevano cominciato a odiarsi e a combattersi. E fu la loro fine.

La stessa guerra civile sta divorando il Pd. Qui le vecchie mummie post-comuniste si danno la caccia, si sputano in faccia, meditano ritorni velenosi, preparano vendette. Mi ha molto colpito il rientro sulla scena del Perdente di Successo, Walter Veltroni. E tremo all’idea che, tra un romanzo e l’altro, voglia riprendersi il partito. Per sfasciarlo una seconda volta.

Che cosa potrebbe mai fare il povero Bersani? Un proverbio delle mie parti recita: mai spiegare ai gatti come ci si arrampica sui muri. Tuttavia qualche consiglio vorrei darlo al segretario del Pd, a parte quello ovvio di prestare attenzione alla propria cravatta. Prima di tutto dovrebbe essere più cazzuto e mostrare i denti quando è il momento di farlo. Volete un esempio? Madama Gruber gli ha chiesto che cosa replicava all’editore di Repubblica, l’ingegner Carlo De Benedetti, che in un’intervista aveva detto di lui: «Bersani è stato un eccellente ministro. Ma come leader del Partito democratico è totalmente inadeguato». Pier Luigi ha risposto da signore: è un giudizio legittimo, sul quale non concordo, si vede che non mi ha scelto lui, e bla bla bla…

Avrei voluto gridare a Bersani: un leader politico non replica così, deve dare un cazzotto, metaforico s’intende, all’Ingegnere! E anche al suo giornale-partito che insieme a lui pretende di governare la sinistra, senza pagare il dazio di farsi eleggere. I cervelloni di Repubblica si scatenano ogni giorno contro i poteri forti, fingendo di non essere anche loro un potere, per di più anomalo, fanatizzato al punto di ridursi alla caricatura del grande quotidiano liberal che è stato per anni. Bersani aveva l’occasione per dirlo, facendo schizzare in alto l’indice d’ascolto della Gruber. Invece niente. Si è limitato a scuotere la testa, rassegnato.

Mi è apparso così anche quando ha spiegato la complessa procedura per stendere il programma del Pd. E quella ancora più macchinosa delle primarie di coalizione per scegliere il leader del centro-sinistra. Ho immaginato Bersani alle prese con Tonino Di Pietro, con Nichi Vendola, con qualche signor o signora X. E ho provato pena per lui.

La stessa compassione mi ha preso quando ha detto: se ci sarà un voto anticipato, noi siamo pronti. Mentre poco prima, da tutti i telegiornali, Di Pietro aveva strillato: non siamo pronti per niente, non sappiamo come sarà la coalizione, quale sarà il programma, chi sarà il leader.

Bersani è davvero l’emblema di un paradosso tutto italiano: la sinistra è in mutande, eppure pretende ancora di comandare. Per carità, Pier Luigi è il meno colpevole di tutti. Ma se ci guardiamo attorno, ci scopriamo circondati da maestroni rossi che vogliono decidere per tutti: quale film vedere, quale libro scrivere, quale riforma fare, quale giornale scegliere. Siamo all’arroganza di chi ha il sedere per terra. E il bello è che la destra politica non sa replicare. Di solito fa la parte dell’asino sui banchi di scuola, mentre l’asino vero siede sempre in cattedra.

Eppure anche il baraccone rosso mostra crepe profonde, ormai impossibili da nascondere. Presto quel cireneo di Bersani dovrà risolvere il rebus di Bologna. Una volta era la capitale comunista d’Italia. Oggi si scopre che gli eredi dello strapotente Pci bolognese adorano il commissario prefettizio Anna Maria Cancellieri, una signora che di certo non ha votato la falce e martello. E come se non bastasse, i compagni bolognesi sono tentati di presentare alle comunali l’ex sindaco Giorgio Guazzaloca, un moderato che ha già sconfitto una volta i post-comunisti delle Due Torri.

Insomma, Bersani si tiri su le braghe. Altrimenti, nel caso di un’altra battaglia perduta, i suoi compagni lo processeranno per alto tradimento. Anche lui, come l’Italia, non ha più molto tempo. Il centro-destra di Silvio Berlusconi sta svaporando. Idem il centro-sinistra. La corruzione è diventata una virtù. Forse bisogna scovare un altro Prodi. Il Professore ha vinto due volte perché era un democristiano di quelli tosti. Ma esiste uno come lui? Questo è il problema.

g. pansa il riformista

Attacco a Bersani

Venerdì, 14 Maggio 2010

Carlo De Benedetti spiega a Paolo Guzzanti che, “grazie” alla guida editoriale del Gruppo L’Espressso, «mi sono attirato un ulteriore numero di nemici rispetto a quelli che avevo già prima». L’Ingegnere osserva poi che «fare un giornale indipendente vuol dire che io e D’Alema non ci parliamo più». Oppure che «Bersani si lamenta con me dicendo che Ezio Mauro sta più al telefono con Franceschini che con lui». Conclusione: «Si immagini cosa me ne frega a me di quanto sta al telefono Mauro», scandisce l’editore di Repubblica.
Ecco a voi Guzzanti vs De Benedetti, editore Aliberti. Pagina 247.

Che Carlo De Benedetti avesse deciso ormai da tempo di rinunciare alla sua ideale tessera numero uno di questo Pd era cosa nota. Ma il “duello” con Paolo Guzzanti, che il deputato-giornalista ha raccolto nel gustoso libro che sarà presentato oggi al Salone di Torino, dimostra che per l’Ingegnere lo stato maggiore che governa i Democratici deve arrivare quanto prima al canto del cigno.

Pier Luigi Bersani? «Come leader è totalmente inadeguato», sostiene De Benedetti. «Lui è D’Alema stanno ammazzando il Pd». Già, D’Alema. Secondo l’editore di Repubblica, il presidente di ItalianiEuropei ha fatto «tantissimi errori» e «non capisce più la sua gente» (questo brano del libro, insieme a una divertente cronistoria del suo rapporto con Berlusconi, è stato anticipato ieri dal Fatto quotidiano). Basta prendere il caso pugliese, aggiunge, «la storia dell’alleanza con Casini, poi fallita perché Vendola ha vinto sia le primarie che le elezioni regionali».

Nel pensiero che De Benedetti affida a Guzzanti c’è anche la storia dell’«odio» (testuale) che l’attuale stato maggiore nutrirebbe nei confronti di Repubblica, del suo editore, del suo direttore. «Nel Partito democratico», dice l’Ingegnere, «s’è diffusa la voce secondo cui Ezio Mauro punterebbe alla leadership del partito e a oscurarne i dirigenti attuali. È una cosa assolutamente falsa. Ma intanto i rapporti fra Mauro, me e alcuni di loro, fra cui Massimo D’Alema, si erano deteriorati al punto che ormai ci ignoriamo».
Per la replica ufficiale di Bersani alle argomentazioni di De Benedetti probabilmente bisognerà aspettare stasera, quando il segretario del Pd sarà ospite di Otto e mezzo. Ma chi gli ha parlato ieri giura che il leader dei Democratici abbia reagito all’anticipazione del libro di Guzzanti con un moto di stizza: «Io non sono certo il tipo che passa il tempo al telefono coi direttori di giornale o che si lamenta con gli editori, io…».

Oltre i puntini di sospensione potrebbe esserci un riferimento a Franceschini? Oppure, salendo pe’ li rami, qualche sospetto sulla coincidenza temporale tra il j’accuse dell’Ingegnere e il ritorno sulla scena di Walter Veltroni? Una cosa è certa. Secondo Bersani, «l’eccessivo protagonismo di alcuni rischia di fare un danno a tutto il centrosinistra». Non a caso, a chi nelle ultime quarantott’ore gli ha chiesto un giudizio sul ritrovato «protagonismo» dell’ex segretario, il leader del Pd ha risposto: «Non si può abbandonare la nave nel momento in cui sta naufragando e poi pretendere di tornare al comando nel momento in cui le acque si sono placate».

È vero, la sconfitta all’ultima tornata elettorale è ormai alle spalle. E, tsunami politici a parte, all’appuntamento elettorale che conta mancano tre anni. Ma è difficile sostenere che il Pd navighi in acque tranquille. Il partito non è attrezzato per l’eventuale crollo della baracca berlusconiana, non ha un alternativa da proporre in caso di elezioni anticipate. E, soprattutto, le fibrillazioni nate con l’uscita veltronian-franceschiniana di Cortona hanno contagiato anche la maggioranza.

Ieri, un gruppo di deputati bersaniani riuniti da Enrico Letta e Rosy Bindi (il segretario era fuori Roma) hanno processato in contumacia il capogruppo. Uno di loro, il toscano Luca Sani, ha accusato Franceschini di essere «un irresponsabile. Come il dottor Jekyll e mister Hyde: nelle assemblee del gruppo dice delle cose, poi va a Cortona e fa esattamente l’opposto». Tra i parlamentari c’è chi ha polemicamente citato la bocciatura di De Benedetti invitando il segretario «a considerare come un vanto» le accuse dell’editore di Repubblica. Ma anche i bersaniani sono pronti a chiedere un cambio di passo al segretario che, così recita la vulgata, «pochi mesi fa ha compiuto l’errore clamoroso di affidare al suo sfidante la presidenza del gruppo parlamentare». Adesso, è l’adagio, «bisogna recuperare sul piano dell’iniziativa politica». E, possibilmente, «farlo prima che la minoranza lanci l’opa ostile».

Iniziativa o non iniziativa, opa o non opa, la rottura tra quel mondo rappresentato da De Benedetti e la maggioranza bersanian-dalemiana s’è consumata. Definitivamente. Fin qui quello che l’Ingegnere ha detto a Paolo Guzzanti. Ma il «non detto», forse, è ancora più curioso. Nelle 355 pagine di Guzzanti vs De Benedetti, Walter Veltroni non è mai citato. Infatti, al pari di Francesco Rutelli (l’altro possibile leader che l’Ingegnere aveva benedetto ai tempi della «tessera numero uno»), non figura nell’indice dei nomi. Passi per Rutelli, che ormai ha preso casa in una piccola formazione politica fuori dai confini del Pd. Ma l’ex segretario appena rientrato in pista? Neanche un accenno.

t. labate riformista

Fini si allea con il PD – la versione del Giornale

Martedì, 27 Aprile 2010

gianfranco-fini-scetticoUn governo a maggioranza finian-bersaniana? I diretti interessati, segretario del Pd e presidente della Camera, smentiscono seccamente ogni chiacchiera sul tema. Ma intanto, lontano dal continente, i loro colonnelli provano a tessere la tela di un mini-ribaltone.

Dove? In Sicilia, naturalmente, terra d’elezione di ogni barocchismo e negli anni laboratorio di innumerevoli contaminazioni politiche e di esperimenti da trasferire in terraferma. D’altronde, a chi gli chiedeva se volesse diventare il Silvio Milazzo del Terzo Millennio, il democristiano a capo di un governo siciliano appoggiato da Msi e Pci, il governatore Raffaele Lombardo ha risposto: «Perché? Cosa c’era che non andasse in Milazzo? Aveva capito già da allora che destra e sinistra sono finzioni».

Ecco dunque che qualche giorno fa il finiano di ferro Fabio Granata, siciliano e gran supporter di Lombardo (che come è noto ha ottime relazioni con Fini, e lo ha incontrato solo un paio di settimane fa a Montecitorio), ha concesso un’intervista a Repubblica, pagine locali, nella quale ha annunciato che il governo dell’Isola deve andare avanti ad ogni costo e «senza tentennamenti», anche con un cambio di maggioranza. E di fronte all’ipotesi che, da Roma, il «diktat» di Berlusconi richiami all’ordine Gianfranco Miccichè e gli altri ribelli del Pdl-Sicilia, togliendo di fatto la maggioranza a Lombardo, Granata spiega: «Noi continueremmo a sostenere il governo Lombardo».

E con quali numeri quel governo potrà andare avanti? «A quel punto l’opposizione dovrebbe trarre le conclusioni e agire di conseguenza. Parlo del Partito democratico: finora sono rimasti fuori dall’esecutivo perché non potevano governare assieme agli uomini di Berlusconi. Bene, se dovesse consumarsi lo strappo, se il Pdl-Sicilia ritornasse con i lealisti, per il Pd cadrebbe la pregiudiziale dell’ingresso in giunta». Andrà così? Per ora i sette ex An aderenti al Pdl Sicilia si sono tutti schierati con Fini: «Siamo e resteremo sulle posizioni di Fini a appoggeremo il governo Lombardo», giurano. Con quale maggioranza poi, non è dato sapere.

Via gli ex Forza Italia e dentro il Pd: «I numeri ci sarebbero», spiegano dal partito di Pierluigi Bersani. Che negli ultimi mesi, sulla questione del rapporto con Lombardo e la sua giunta, si è lacerato drammaticamente: una corrente (Beppe Lumia, il capogruppo all’Ars Cracolici, l’ex ministro Cardinale) pronta a sostenere a tutto tondo il governo regionale; un’altra (Enzo Bianco, Rita Borsellino) duramente contraria. In mezzo, la segreteria nazionale costretta ad una prudente mediazione. Bersani ha spedito più volte nell’Isola il suo luogotenente Migliavacca, e alla fine dalla Direzione regionale di qualche giorno fa è uscito un compromesso: voto favorevole sul Bilancio della Regione, se Lombardo introdurrà alcuni provvedimenti cari al Pd; e a giugno grande «consultazione democratica della base» sull’atteggiamento da tenere nei confronti del governo Lombardo.

Se poi il governatore dovesse essere rinviato a giudizio nell’inchiesta per mafia avviata dalla Procura di Catania, il Pd si impegna a votargli la sfiducia. «Grazie anche a Bersani», si congratula Bianco.
Di certo però diversi nel Pd non nascondono di pensare che la Sicilia possa effettivamente essere un laboratorio per diversi equilibri nazionali: «Davanti al netto spostamento di equilibri verso la Lega e il Nord, nel governo, c’è la necessità che il Sud si muova, come ha avvertito anche Fini», ragiona l’ex dc Sergio D’Antoni.

l. cesaretti ilgiornale.it