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Perchè la Bibbia non è misogina e Eva era una teologa

Mercoledì, 15 Ottobre 2008

La Bibbia non è misogina, e i numeri lo dimostrano. La difesa delle sacre scritture questa volta arriva da oltremanica, dove l’anglicanissima (è presieduta da Sua maestà in persona) Bible Society ha pubblicato un accurato studio sulla terminologia usata per parlare delle donne. Nella descrizione di 60 personaggi femminili su 175 compaiono parole come "benedetta", "virtuosa" e "bella", mentre soltanto 13 donne si meritano attributi negativi. Virtù e conseguenti elogi non hanno sesso, anzi: la "saggezza" è donna in molte pagine. Le sante bibliche sono quattro volte tanto le peccatrici e tutte coloro che stanno nel mezzo sono figure "neutre", come sorelle o vicine di casa. Per non parlare poi dell’atteggiamento rivoluzionario di Gesù nei confronti di tutte le figure femminili. Eppure a qualcuno le cifre potrebbero non bastare. Ed ecco allora una femminista doc, Phyllis Tribble, ricercatrice ed esperta del testo sacro, dire al Times che alla fine è tutta colpa dell’interpretazione. O ancora peggio della traduzione: la parola ebraica "ezer" usata per Eva non indica la sua inferiorità rispetto ad Adamo, anzi. E persino il serpente le si rivolge usando il plurale, perché parla in nome della coppia. "Al contrario di quello che ci hanno sempre raccontato – dice – parlando con autorità e chiarezza, Eva è teologa, filosofa etica, ermeneutica e rabbino".

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La terza via verso Dio: la tradizione mistica

Martedì, 8 Aprile 2008

Siamo usciti da poco dal clima delle solenni liturgie della Settimana pasquale, che media e televisione in Italia non mancano di ricordarci con un puntiglio senz’altro eccessivo. Al centro di tutto, la Via Crucis con le «stazioni» che celebrano le tappe del cammino di Gesù al Calvario. Come nelle laudi medievali, la commozione dei fedeli suscitata attraverso una meditazione sulla lettera del testo evangelico, l’evocazione del dolore prodotto dalla corona di spine, il pianto di Maria accanto alla Croce «dum pendebat Filius». Ma dall’altro lato, nell’animo del credente, la difficoltà sempre più marcata di credere alla lettera della narrazione biblica, fino alle pagine che parlano della Resurrezione. Oggi sempre più spesso anche i filosofi cattolici – penso per tutti a Luigi Pareyson – parlano di «mito» biblico. La Bibbia, Antico e Nuovo Testamento, è mito anzitutto perché è racconto (il senso proprio della parola greca mythos), ma racconto che non si lascia tradurre in enunciati razionali come quelli delle argomentazioni filosofiche che suppongono sempre una «oggettivabilità» del divino.

Se è vero, come pare, che il disagio nei confronti della lettera del racconto biblico si è accentuato soprattutto nei secoli della modernità e con l’Illuminismo (a partire dal Tractatus theologico-politicus di Spinoza, 1670; una vicenda ricostruita in modo eccellente negli studi di Valerio Verra), non possiamo non pensare che esso abbia radice nell’ampliamento degli orizzonti del mondo. Quando l’Europa cristiana comincia a conoscere altre culture con altre mitologie fondanti, e soprattutto quando (storia dell’ultimo secolo) deve prendere atto che tali culture sono sistemi complessi di simboli e regole che non si lasciano ridurre a fantasie «primitive», sente il bisogno di una rilettura meno «scandalosa» della propria mitologia. L’Illuminismo di ispirazione spinoziana tende semplicemente a eliminare il mito biblico, ne accetta solo quello che la ragione guidata dalla sua logica di rigore matematico non trova ripugnante. I credenti che tuttavia parlano anch’essi di mito sostengono che delle verità ultime (Dio, le origini del mondo, il destino dell’anima) non c’è discorso razionale possibile, con principi e conseguenze logiche, ci può essere solo racconto irriducibile a strutture scientificamente dimostrabili. Del resto, un Dio che fosse oggetto della nostra conoscenza non ci parrebbe assolutamente Dio.

Da questa constatazione partono diversi discorsi ugualmente religiosi ma profondamente lontani. La difesa del mito può ispirare una decisa accettazione del carattere «storico» della rivelazione biblica (è accaduta la creazione, è accaduta la redenzione, è accaduta la rivelazione che è giunta fino a noi, garantita da una speciale assistenza divina la quale si è giovata della tradizione prima ebraica e poi cristiana). Così, se ci si dice che i Vangeli sono stati composti molti anni dopo la morte di Gesù da autori che fissano semplicemente per iscritto i racconti vivi nella comunità dei credenti, non cessiamo per questo di pensare che ci dicano il vero. Tutto qui si fonda sul fatto che senza tradizione della Chiesa non potremmo neanche aver conosciuto Gesù. Qualunque critica agli eccessi del letteralismo dogmatico non può che fondarsi sulla Scrittura stessa, letta dalla Chiesa come comunità dei credenti in Cristo. Questa è la via di molta teologia contemporanea, attenta al mutare storico della sensibilità collettiva, fino a cercare i tratti di una nuova religiosità cristiana anche nella transizione al post-moderno, come fa il teologo romano Carmelo Dotolo.

Ma una religiosità cristiana può anche essere quella che prende radicalmente sul serio l’inaccessibilità di Dio al pensiero logico e razionale, e sceglie decisamente la via della mistica. La più lucida e convincente difesa di questa via è quella che si trova nei recenti scritti di Marco Vannini, il quale propone una «religione della ragione» che possiamo chiamare cristiana solo, o quasi, perché si muove tutta, oltre che nell’ambito della tradizione del pensiero classico greco e latino, sulle tracce dei grandi mistici cristiani come Meister Eckhart e San Giovanni della Croce. In Vannini il racconto biblico, come qualunque altro racconto di salvezza operata da Dio, è solo superstizione, e può al massimo fungere da propedeutica a una esperienza religiosa tutta puramente razionale e proprio per questo rigorosamente mistica.

Il modello di Vannini è la grande filosofia di tradizione platonica, nella quale l’uomo, sul piano della conoscenza come su quello della pratica di vita, si allontana progressivamente da tutto ciò che è contingente e mondano, fino a realizzare l’esperienza dell’unione con l’Uno-Tutto che è Dio stesso. In questo processo l’uomo fa esperienza della propria identità con l’Uno, e proprio così, scrive Vannini, «ri-conosce la divinità di Gesù», ma solo perché «l’umanità di Dio, ovvero la divinità dell’uomo, è un’idea greca, niente affatto biblica».

Si intende che mettendo così radicalmente da parte il mito-racconto come pura superstizione, la religiosità si libera di gran parte dei problemi che anche oggi fanno la sostanza dei dibattiti fra credenti e non credenti, a cominciare da quelli relativi al rapporto di Dio con l’universo e le sue leggi (dalla bioetica alla questione dell’evoluzionismo). La liquidazione di questi problemi di scontro tra differenti superstizioni si paga però, nella via mistica, con una quasi assoluta de-storicizzazione dell’esperienza religiosa. Anche a livello personale, che cos’è una religiosità così puramente mistica, quella che San Giovanni della Croce identifica con la notte oscura? (Uno «storicista» penserebbe che una religione non superstiziosa si riduca all’amore del prossimo, ma non è il caso di Vannini). Heidegger, che pure con la mistica aveva una certa dimestichezza, obiettava al Dio dei filosofi che dinanzi a lui non si può ballare né cantare canzoni, o dire preghiere. Davvero dovremmo, o siamo maturi per, rinunciare a Stabat Mater e commozioni «superstiziose» davanti alla grotta di Betlemme?

Le letture
Valerio Verra. Mito, rivelazione, filosofia in Herder e nel suo tempo, Marzorati 1966, pp. 314, lire 5000
Luigi Pareyson. Ontologia della libertà, Einaudi 2000, pp. XVI- 478, e29
Carmelo Dotolo. Un cristianesimo possibile, Queriniana 2007, pp. 424, e24,50
Marco Vannini. La religione della ragione, con prefazione di Roberta De Monticelli, Bruno Mondadori 2007, pp. XIII-152, e12,50

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La Bibbia non è la voce di Dio

Lunedì, 17 Dicembre 2007

"La Bibbia non è la voce di Dio, ma quella dell’uomo che lo incontra" (N. Gomez Davila)

Il divorzio, un diritto scritto nella Bibbia

Venerdì, 9 Novembre 2007

Il divorzio è proibito dalla Bibbia? Non secondo i cristiani evangelici: anzi, il Libro dei libri lo permetterebbe esplicitamente, proprio con i due passi di Matteo che finora sono stati considerati alla base dell’inscindibilità del matrimonio.

A proporre l’inedita interpretazione è il reverendo David Instone-Brewer, autore di uno studio pubblicato nel numero scorso di Christianity Today, popolare mensile evangelico: Instone-Brewer si è concentrato in particolare sul passo in cui i farisei chiedono a Cristo se per un uomo non sia lecito divorziare dalla moglie in alcun caso e ha proposto un’interpretazione alternativa proprio di queste ultime parole. Ne deriva una traduzione in cui l’espressione potrebbe indicare non tanto che il divorzio non è permesso in nessuna circostanza, ma che non è legittimo il divorzio "per una causa qualsiasi": Cristo non avrebbe inteso negare il divorzio, quanto esprimersi contro l’abbandono del coniuge senza valide ragioni. Il teologo avrebbe anche individuato sia nel Vecchio, sia nel Nuovo Testamento almeno quattro casi in cui il divorzio è ammesso: commettere adulterio, trascurare il coniuge dal punto di vista emotivo e sessuale, abbandonarlo o sottoporlo a violenze fisiche e psicologiche danno al marito o alla moglie il diritto di chiedere l’annullamento del vincolo matrimoniale.

Le convinzioni millenarie dei cattolici, che almeno formalmente rifiutano il divorzio, si baserebbero quindi su un’errata interpretazione, ma le tesi di Instone-Brewer hanno catalizzato l’attenzione e fatto discutere anche per le possibili implicazioni politiche: tre dei più importanti candidati repubblicani alle presidenziali – Giuliani, Thompson e McCain – sono divorziati e i repubblicani negli ultimi decenni hanno spesso fatto affidamento sui voti della comunità evangelica.

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Un anno senza peccare – il diario di un uomo che ha scomesso di vivere secondo la Bibbia

Martedì, 30 Ottobre 2007

Un anno. Un solo anno. Eppure il più lungo della tua vita e certo il più ricco di sorprese. Soprattutto se ti sei messo in testa di condurre un esperimento che due millenni fa avrebbe potuto avere un certo successo ma che al giorno d’oggi è qualcosa che rischia di far deragliare la tua intera esistenza: vivere alla lettera i precetti della Bibbia, senza mai transigere nemmeno su quelli più piccoli. Vedere se ce la fai. Se è possibile.
Da buon americano, A.J. Jacobs ha affrontato la sfida con determinazione, forse pensando ai diritti d’autore che negli Stati Uniti premiano di frequente coloro che si prestano in prima persona a «verificare sul campo» gli stili di vita più eccentrici. E alla fine dei dodici mesi ha consegnato al suo editore Simon & Schuster la cronistoria di come gli è andata: The Year of Living Biblically (Un anno vissuto secondo la Bibbia, pagg. 388, euro 20,98).
«Quando iniziai a rispettare tutte le prescrizioni bibliche, dai dieci comandamenti a quelle conosciute soltanto dagli studiosi» ha scritto l’autore, «mia moglie accettò il progetto con un sospiro sconsolato. Parenti e amici mi dissero sarei diventato un primitivo e che sarei finito in un monastero o da qualche parte nei dintorni di Gerusalemme». Senza contare il rischio, da lui stesso puntualmente riscontrato, di trasformarsi in un fanatico fondamentalista. Leggendo il suo minuzioso racconto, però, sembra che nel complesso Jacobs si sia divertito molto, sebbene non si possa affermare che l’esperimento abbia avuto esito positivo: troppi dettami del Libro sacro si sono mostrati inapplicabili o passabili di essere fraintesi fino all’impasse. In pratica, non c’è stato giorno senza un peccato o un’omissione.
«Non uccidere»? «Non desiderare la moglie del tuo prossimo»? «Crescete e moltiplicatevi»? Per Jacobs, che di professione fa il giornalista a Manhattan, lo scoglio iniziale è stato l’ottavo comandamento: non dire bugie. Cioè, nella versione più estesa, non pronunciare falsa testimonianza e non fare gossip. Il fatto che anni prima avesse tentato di vivere dicendo quello che gli passava per la mente senza mai censurarsi – il resoconto dell’impresa, dal titolo Penso che tu sia grassa , riuscì a venderlo alla rivista Esquire – non lo ha aiutato. Il numero di bugie in un anno è stato «impressionante» nel lavoro come nel privato (pure col figlio: «No, non possiamo vedere la televisione, è rotta»). Per quanto riguarda invece il «non commettere adulterio», lasciamo al lettore il piacere di scoprire come la cavia biblica se l’è cavata, ricordando che la città di New York – per citare Jay McInerney – sta alla monogamia come il telecomando sta alla lettura di un libro.
Ma altri, pur meno importanti, sono i precetti che hanno messo in crisi effettiva la quotidianità di Jacobs. «Le tue vesti siano bianche in ogni tempo» (Ecclesiaste 9:8) lo ha fatto camminare per Manhattan vestito d’estate come per una semifinale di Wimbledon e d’inverno come un batuffolo di cotone. La cosa, lungi dal metterlo a disagio, lo ha fatto sentire «leggero, felice, puro». Peggio gli è andata con «non taglierai ai lati la tua barba» (Levitico 19:27). Dopo poche settimane Jacobs si è ritrovato con una barba rabbinica di difficile gestione, oltre che iscritto senza consenso alla invisibile ma estesa Confraternita dei Barbuti, piena di tic particolari e occhiate d’intesa sui mezzi pubblici. La sua barba, sempre più lunga, prese a ricevere sempre più spesso carezze di accertamento da parte degli sconosciuti (poliziotti aeroportuali compresi), «un po’ come il muso di un Labrador o la pancia di una donna incinta».
Se piantare una tenda nel salotto di casa, seguire la dieta di Ezechiele (ringraziando Dio dopo ogni pasto), distribuire soldi a vedove e orfani, non indossare insieme lana e lino, avere scambi intellettuali coi creazionisti, sono state tutto sommato prove facili da superare – e «rispetta il Sabato» è arrivato come un dono dal Cielo per un tossicodipendente dal lavoro come Jacobs – altri dettami gli hanno tuttavia creato molta ansia e confusione.
Come è possibile, in una metropoli, evitare di «sedersi dove si è seduta una donna mestruata» (Levitico 15:20)? E come «lapidare chi commette blasfemia» (Levitico 20:27) o adulterio, senza incorrere in problemi penali? Contando poi che la Bibbia «non indica la dimensione delle pietre da usare»?

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Bibbia fuorilegge. La Cei denunciata per traduzione infedele e manipolazioni

Mercoledì, 17 Gennaio 2007


Un editore ha denunciato la Conferenza episcopale italiana perchè avrebbe dato l’imprimatur a una traduzione in italiano della Bibbia viziata da una serie di manipolazioni. L’editore si chiama Alfredo Alì, della Editing & Printing di napoli e sostiene che la traduzione, approvata dalla Cei, “contraddice troppo le stesse norme ufficiali per la traduzione dei libri sacri”. A giudicare sarà il tribunale di Roma.