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I governi tecnici chiamano le bombe (ieri Ciampi, oggi Monti)

Sabato, 19 Maggio 2012

Una scuola: Falcone e Morvillo. Una città: il porto verso la Grecia. Una regione: che non ha la mafia della Sicilia sulla quale indagava Falcone, che non ha fatto stragi tra i servitori dello Stato. Un tempo, avrebbero detto che questa bomba è stata progettata da “menti raffinatissime”. Evoca tutto e il contrario di tutto. L’alleanza mafia – anarchici sarebbe una prima assoluta. Non abbiamo indizi per commentare e fare ipotesi. Ma solo una constatazione: in Italia, i governi tecnici chiamano le bombe. Ieri  il governo Ciampi con le bombe a Roma e Firenze; oggi quello di Monti. Una strana coincidenza. Temis

“Sotto le bombe”

Lunedì, 20 Giugno 2011

Si tratta di un film trasmesso ieri notti sulla Rai. Da vedere, assolutamente. La tragedia dell’ultima guerra in Libano. Lo confessiamo: per la prima volta abbiamo compreso e “sentito” cosa sia una guerra. Temis

Bombe di Madrid: altri 4 assolti, tra cui la presunta “mente”

Sabato, 19 Luglio 2008

Il tribunale supremo spagnolo ha assolto in appello altri quattro dei 21 condannati per gli attentati «islamici» alla metropolitana di Madrid (11 marzo 2004, nell’imminenza delle elezioni: i morti furono 191). Già sette degli accusati erano stati assolti nel novembre 2007. Gli assolti sono Basel Galyum, Mohamed Almallah Dabal, e Abdelilah El Fadual El Akil, per i quali è caduta l’accusa di «appartenenza e collaborazione ad una organizzazione terrorista» (si noti, l’accusa non li incolpava nemmeno della diretta partecipazione all’attentato), nonchè uno spagnolo, Raul Gonzalez Pena, accusato di traffìco di ordigni esplosivi (1).

Fatto ancora più significativo: nonostante gli sforzi della procura, la corte ha confermato la estraneità di quello che tutti i media indicarono, e tuttora indicano, come «la mente dello spaventoso attentato islamico»: Rabei Ousman Sayed Ahmed, detto «Mohamed l’egiziano». Le prove della sua partecipazione diretta sono state giudicate inconsistenti dai giudici; quanto alla sua appartenenza ad una organizzazione terrorista, s’è ritenuto che Mohammed l’Egiziano non può essere condannato in Spagna, in quanto già giudicato e condannato ad otto anni in Italia, dove è infatti detenuto.

La schiacciante prova contro Mohamed l’Egiziano consiste, si ricorderà, in una telefonata intercettata dagli inquirenti italiani subito dopo l’attentato in Spagna. In cui  il sospetto, che viveva a Milano, si vantava: «Sono io il capo dell’affare di Madrid, le bombe di Madrid erano un progetto mio, e quelli che sono morti da martiri erano miei cari amici». I suoi difensori, in Spagna almeno, hanno dimostrato con successo che i nastri delle intercettazioni erano stati tradotti male, sicchè sono stati esclusi come prova (2).

Invece, il tribunale d’appello di Madrid ha deciso di ricondannare a quattro anni  uno spagnolo – Antonio Toro – che era stato assolto nell’ottobre scorso. Antonio Toro, chi era costui?

Un informatore della polizia iberica, più precisamente del «Tedax», la squadra esplosivi della Guardia Civil. Antonio è  fratello di Carmen Toro – anch’essa arrestata, poi rilasciata – la quale è moglie di Emilio Suarez Trashorras, il minatore asturiano, piccolo delinquente per fatti di droga, che vendette gli esplosivi ai terroristi islamici, esplosivi sottratti  da una miniera delle Asturie, cui aveva  accesso. In pagamento, ottenne un carico di hashish.

In fatto è che Trashorras era anche lui un informatore, dal 2001, dopo essere stato beccato in spaccio di droga.  E disponeva del numero telefonico privato  del super-poliziotto Juan Jesus Sanchez Manzano, il capo della Tedax, la squadra esplosivi della Guardia Civili: il numero fu trovato in un foglietto addosso alla Carmen Toro, moglie di Trashorras (3).

Un altro informatore coinvolto nella vicenda è Rafah Zouhier, che «lavorava» con Trashorras nello spaccio di hashish marocchino (i «terroristi islamici» di Madrid  sono marocchini, e molti di loro trafficanti in hashish). È comprovato che i «terroristi islamici» furono riforniti degli esplosivi da Trashorras, e che Zouhier dovette insegnar loro come ricavarne una bomba innescata da un telefono cellulare: quegli incapaci non ci sarebbero arrivati da soli.

La polizia ha sostenuto che i quattro, benchè suoi informatori, non avevano mai riferito del traffico del’esplosivo, poi usato nell’attentato al metrò di Madrid. Zouhier invece ha detto il contrario. Lui aveva avvisato il suo poliziotto referente, noto con il nome in codice «Victor»: «Gliel’ho detto. Gli ho parlato di tutti i miei sospetti su quegli esplosivi; nel 2003 li avvisai, ‘quelli vogliono venderne 150 chili’. Gliel’ho detto mille volte».

Chiamato a testimoniare nel processo dell’ottobre-novembre 2007, il poliziotto «Victor» (che resta non identificato) ha dovuto ammettere  che Zouhier gli aveva riportato, nel marzo 2003, che Trashorras e suo cognato Antonio Toro trafficavano anche in esplosivi rubati e ne avevano 150 chili da vendere. Zouhier aveva anche riferito dell’uso di telefoni cellulari per innescare le bombe. Ma l’agente Victor, dice, «s’era dimenticato» di quelle soffiate.

Poco probabile, visto che nel giugno del 2003 la polizia fa un’ispezione a sorpresa nella miniera in cui lavorava Trashorras nelle Asturie, e da quel momento mette sotto controllo sia Trashorras sia i  fratelli Toro, suoi parenti. Tra l’altro, alcuni dei marocchini coinvolti nella vicenda sembrano essere anch’essi stati informatori di polizia (4). Nonostante questi controlli, quelli riescono a dare gli esplosivi ai terroristi islamici, fino al tragico epilogo.

Trashorras  sta scontando 40 mila anni di galera; Zouhier ne sta scontando dieci; Antonio Toro, se ne farà quattro. Fatto curioso: i principali colpevoli, che hanno ricevuto le pene più dure, sono tutti spagnoli, delinquenti comuni e informatori della polizia; mentre i musulmani catturati (parecchi si sono fatti saltare in aria  nell’appartamento di Madrid in cui erano asserragliati, circondati dalla polizia) vengono via via assolti, senza clamore. Strano per un attentato islamico.

Anzi: «attentato di Al Qaeda», come ci spiegarono allora tutti i media. Oggi, davanti al tribunale supremo di Madrid, l’accusatore pubblico non ha nemmeno tentato di portare qualche prova di un legame materiale tra gli attentatori di Madrid e la nebulosa di Al Qaeda, qualunque cosa possa essere chiamata così. S’è limitato ad evocare l’azione di «cellule di tipo jihadista».

Che cosa resta, alla fine? Che l’attentato «islamico» di Madri fu commesso nell’immineza delle elezioni: elezioni che secondo i sondaggi  avrebbero dovuto riconfermare Josè Maria Aznar, molto stimato dai neocon USA. Invece, l’opinione pubblica, proprio a seguito dell’attentato, votò per il PSOE e per Zapatero. L’ex premier Aznar, prima di lasciare gli uffici, fece cancellare tutte le memorie dei computer di stato usati da lui e dal suo staff.

Abbiamo visto cose simili anche in Italia: attentati indiscriminati con strage, esecutori materiali con curiosi contatti con la polizia o il ministero del’Interno, documenti cancellati o introvabili, o trafugati. Allora, si chiamava  «strategia della tensione».

m.blondet effedieffe.com


1) «Attentats du 11-mars à Madrid: 4 accusés acquittés en appel», Le Monde, 17 luglio 2008.
2) Victoria Burnett, «7 acquitted in Madrid bombings», New York Times, 1 novembre 2007.
3) Edward Owen, «Bomb squad link in Spanish blasts», Times, 19 giugno 2004.
4) Per esempio Said Berraj, che lavorava come servitore di Serhane Abdelmajid Fakhet, uno dei sicuri colpevoli (ucciso un mese dopo l’attentato). Già arrestato in Turchia nel 2000, Berraj ricompare in Spagna nel 2003, dove ha incontri regolari, secondo El Mundo, con agenti dell’intelligence iberica.  Berraj aveva trovato lavoro presso un’agenzia di sicurezza privata gestita da un ex poliziotto madrileno. Berraj ha lasciato la Spagna due giorni prima delle bombe di Madrid, ed è irreperibile.  Anche  Mohamed Afalah, autista di Allekema Lamari, uno degli attentatori principali (e morti), è irreperibile; anche lui è ritenuto un informatore. Nel giugno 2005, il Guardian di Londra riporta la notizia che Afalah si sarebbe fatto saltare come attentatore suicida in Irak, nel maggio 2005: inutile dunque ricercarlo ancora…Invece è vivo e vegeto Mohamed Haddad, altro presunto informatore:  abita in Marocco alla luce del giorno, anche se sotto  strane condizioni (gli è vietato parlare coi giornalisti); le prove contro di lui sono numerose, ma le autorità spagnole non ne chiedono l’estradizione. El Mundo ha calcolato nel 2006 che, dei 40 personaggi coinvolti negli attentati di Madrid, 34 erano sottoposti a controlli di polizia, pedinamenti e intercettazioni, oppure informatori.  Si veda al proposito il sito «History Commons», che ha ricostruito le «timelines» di tutti i presunti attentati terroristici post-11 settembre. Una fonte preziosa di informazioni apparse sui media, e subito sepolte e dimenticate.

Eco-bombe: uccidono senza inquinare

Mercoledì, 4 Giugno 2008

Continueranno a uccidere, ma senza turbare l’ambiente naturale. Sono le "Eco-friendly bomb", armi esplosive dotate di sensibilità ecologica. La definizione, cinica e contraddittoria (gli esseri umani non sono parte integrante dell’ambiente?), pubblicizza una ricerca condotta dall’Università di Monaco di Baviera con fondi europei e americani per la produzione di sostanze alternative al Tnt (il tritolo) e al Rdx (la ciclonite).

Composti che, come è noto, presentano un tragico ventaglio di effetti collaterali: sviluppano emissioni cancerogene, inquinano terreni e falde acquifere e, laddove non dovessero detonare (in ambito industriale) o esplodere completamente, rappresentano minacce vaganti pronte a ripetere l’infausta missione.

Ecco dunque le "bombe verdi"; gli scienziati tedeschi sostengono che, se riempite con una forma recentemente scoperta di tetrazolio – composto già usato in campo farmaceutico – e fatte esplodere con l’azoto in luogo del carbonio, rilasciano una quantità minore di sostanze tossiche. Meno piogge acide, ma certo non aria pulita.

"In laboratorio – ha spiegato il ricercatore chimico Thomas Klapötke – abbiamo registrato tracce di cianuro di idrogeno. Ma siamo convinti che, mescolando questi composti con un ossidante, eviteremo la produzione di gas letali e miglioreremo le performance. Soprattutto – ha aggiunto Klapötke – per quanto riguarda gli armamenti pesanti di carri e navi".

L’unico dato effettivamente incoraggiante è che i due ordigni, battezzati con le sigle Hbt e G2zt, avrebbero dimostrato, a differenza dei loro cugini politicamente scorretti, una minore attitudine a saltare in aria accidentalmente. Evento diffuso non solo sul fronte militare, ma anche su quello civile: basti pensare agli esplosivi utilizzati per le demolizioni edili o per l’industria mineraria.

Le "eco-bombe" ricordano – per la loro capacità di discernimento – le bombe al neutrone, progettate per uccidere senza onda d’urto, graziando così palazzi e altre strutture architettoniche, o le smart bomb (dette anche "intelligenti"), in grado di selezionare tra tanti la loro preda.

Lo sforzo di limitare gli effetti collaterali della guerra – o di renderla mediaticamente meno insopportabile – ha prodotto in passato notizie al limite del grottesco. Come riportò qualche anno fa il sito della Bbc, nel 1994 il Dipartimento della difesa americano investì circa 8 milioni di dollari per sviluppare armi non letali. La "gay bomb", per esempio: avrebbe dovuto rilasciare un gas afrodisiaco tra le fila nemiche, invogliandole a festini in tuta mimetica. O le "sting me/attack me" (pungimi/attaccami): un po’ di chimica e i militari sarebbero diventati cibo irresistibile per api e ratti affamati. O ancora, le "who? me?" (chi? Io?): bombe che avrebbero dovuto simulare flatulenza tra le truppe, demoralizzandole. Poi si scoprì che in molti paesi quel cattivo odore non è offensivo, e l’idea fu ritirata.
Progetti sperimentati fino al 2000. Poi arrivò l’11 settembre, e le bombe furono liberate da ogni velleità.

(continua…)

Un militare confessa: “bombe italiane all’uranio impoverito in Kossovo”

Domenica, 9 Dicembre 2007

Anche il nostro esercito usò proiettili radioattivi. Il ministro Parisi: finora 77 morti Un militare confessa: «Uranio italiano in Kosovo» «Dall’alto lo sapevano, chi dà gli ordini è indubbio che sapeva, un pilota vede gli effetti che dà un’arma all’uranio impoverito rispetto a un’arma classica» C.L. Roma
Anche i bombardieri italiani avrebbero utilizzato in Kosovo bombe all’uranio impoverito. Ad affermarlo è proprio un nostro soldato che in passato ha partecipato a una missione nei Balcani e che esclude la possibilità che durante i bombardamenti del 1999 i piloti non sapessero che tipo di armi stessero usando. «Chi dà l’ordine, chi dà la direttive è indubbio che sapeva, un pilota lo vede gli effetti che dà un’arma all’uranio impoverito rispetto a un’arma in dotazione classica».
La testimonianza, la prima di questo genere, verrà trasmessa stasera nel corso di Controcorrente reportage, la trasmissione condotta su Sky da Corrado Formigli. Fino a oggi il ministero della Difesa ha sempre negato che i nostri soldati abbiano impiegato armi all’uranio impoverito, e così fa anche il ministro Arturo Parisi in un’intervista in onda nel corso del programma. Le parole del soldato, raccontano invece un’altra storia, e rappresentano dunque una prima ammissione proveniente dall’interno delle Forze armate.
Chi parla, come detto, è stato anche lui in Kosovo nel 2003, missione dalla quale è ritornato ammalato di tumore, come molti suoi compagni. Ripreso di spalle per garantirne l’anonimato (è infatti ancora in servizio), le sue parole non rappresentano una testimonianza diretta, nel senso che lui personalmente non avrebbe mai sparato proiettili all’uranio impoverito, ma ha raccolto i racconti dei piloti che nel 1999 parteciparono alle missioni di guerra compiute nel 1999 sui cieli del Kosovo. Ed è proprio parlando con loro che ha appreso come anche l’Italia, e non solo gli Stati uniti, non si sarebbe fatta scrupoli nell’utilizzare bombe all’uranio impoverito. «Si sa che anche dai mezzi italiani sono avvenuti questi bombardamenti, non solo dai mezzi americani della basi Nato in Italia», racconta il soldato a Controcorrente.
Ma non è tutto. Nel corso della trasmissione vengono mostrate anche tre fotografie e un filmato che dimostrano come i nostri soldati siano stati inviati in Kosovo privi dell’equipaggiamento indispensabile per chi viene in contatto con l’uranio impoverito. Le prime due immagini mostrano infatti due soldati del genio impegnati nell’opera di bonifica dell’aeroporto di Djakovica dopo un bombardamento Nato. Sono privi di qualsiasi protezione, lavorano a mani nude e senza neanche una mascherina. La terza fotografia mostra invece alcuni soldati americani impegnati nella stessa operazione sempre nel ’99 in Kosovo. La scena è completamente diversa, i due lavorano con indosso tute protettive, guanti e mascherine, chiaramente consapevoli dei rischi che avrebbero potuto correre toccando oggetti contaminati dalle radiazioni. Nel video, infine, si vede come già rima del 1990 il Pentagono conoscesse bene i pericoli derivanti dall’uranio impoverito, al punto da spiegare quali fossero le precauzioni da prendere.
Prosegue intanto il balletto sul numero di soldati italiani che si sono ammalati o sono morti. Dopo le cifre fatte all’inizio di ottobre parlando di forte alla commissione d’inchiesta sull’uranio impoverito (255 malati e 37 morti), ieri il ministro Parisi è tornato in commissione e ha corretto il tiro fornendo nuove cifre. Negli ultimi undici anni, dal 1996 al 2006, i militari italiani che si sono ammalati di tumore maligno nei Balcani, in Iraq, Afghanistan e Libano sono 312, di questi 77 sono morti. In tutto, ha proseguito il ministro, il numero complessivo dei soldati malati di tumore inviati in missione e non è invece di 1.703 (nel corso della prima missione aveva parlato di 1.682 soldati). La differenza con i numeri fatti in precedenza, per Parisi sarebbe «dovuta soprattutto al fatto che alcune dicine di malati o morti per tumore allora indicati nell’elenco dei militari che non avevano perso arte alle missioni invece vi avevano partecipato». Il ministro ha poi spiegato che il rincrescimento della causa di servizio per chi si è ammalato è possibile fin da subito, «senza che vi sia la dimostrazione scientifica del nesso di casualità». Infine Parisi se l’è presa con quanti, a suo dire, nelle scorse settimane hanno fornito cifre differenti, creando, a suo dire, «allarmismo» tra i soldati.
Al ministro della Difesa risponde Domenico Leggiero, responsabile del comparto Difesa dell’Osservatorio militare. «Allarmismo? Diciamo piuttosto che piano piano il ministro si sta avvicinando alla verità. Di questo passo serviranno ancora due o tre audizioni perché arrivi finalmente a dire quanti sono i soldati morti, cioè 160. Ricordiamo a Parisi – prosegue Leggiero – che il ministero della Difesa è l’unico in cui i ministri che si sono succeduti non hanno mai disposto ispezioni sull’operato dei verici responsabili, in questo caso, di una strage che continua a perpetrarsi».

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In Italia ci sono 90 bombe atomiche, anche se la legge lo vieta

Sabato, 15 Settembre 2007

"Lo vieta la legge e in più occasioni in passato lo ha dichiarato anche il governo, ma l’Italia è un paese nucleare. A rivelarlo è uno studio americano, secondo il quale sul territorio italiano ci sono 90 bombe atomiche statunitensi. Una presenza della quale si parla molto poco, ma che ha un peso strategico importante negli equilibri internazionali.

A rigor di legge, la presenza di questi ordigni non sarebbe consentita: la legislazione la vieta espressamente dal 1990. Il nostro Paese ha inoltre sottoscritto i trattati internazionali di non proliferazione nucleare e ha dichiarato di non far parte del club atomico, con tutti gli obblighi internazionali che ne derivano.

Secondo il rapporto "Us nuclear weapons in Europe" dell’analista statunitense Hans Kristensen del Natural Resources Defence Council di Washington, invece, l’Italia ospita 90 delle 481 bombe nucleari americane presenti nel Vecchio continente. Cinquanta sono nella base di Aviano, in Friuli, e altre 40 si trovano a Ghedi, nel Bresciano.

Tra Italia e Stati Uniti esisterebbe anche un accordo segreto per la difesa nucleare, rinnovato dopo il 2001. William Arkin, un esperto dell’associazione degli scienziati nucleari, ne ha rivelato recentemente il nome in codice: "Stone Ax" (Ascia di Pietra). Le bombe atomiche in Italia sono di tre modelli: B 61-3, B 61-4 e B61-10. Il primo ha una potenza massima di 107 kiloton, dieci volte superiore all’atomica di Hiroshima; il secondo modello ha una potenza massima di 45 kiloton e il terzo di 80 kiloton.

Il governo di George Bush ha ribadito molte volte di non escludere l’opzione nucleare per rispondere ad attacchi con armi biologiche o chimiche ed ha avviato la produzione di bombe atomiche tattiche di potenza limitata, non escludendo di servirsene contro i Paesi considerati terroristi. Almeno due di questi, Siria e Iran, si trovano nel raggio dei bombardieri di stanza in Italia."

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