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La Bonino, una vita in poltrona (i ritratti al vetriolo di Perna)

Lunedì, 15 Aprile 2013

Mentre gli altri papabili per il Quirinale stanno acquattati, la radicale Emma Bonino si agita da matti.

Va capìta. È dal lontano 1976 – trentasette anni fa! – che per la prima volta resta senza poltrona. Tutto a causa della batosta elettorale di Amnistia e libertà, la lista sua e di Pannella, che, inchiodata a una percentuale da trigliceridi (0,3), li ha tagliati fuori.

Se ora non trova subito uno strapuntino su cui sedere, Emma rischia una crisi di astinenza. Di qui, la foga che mette per salire al Colle.

Da tempo, batte la grancassa. Ogni giorno, dozzine di sondaggi la dichiarano favorita per le sue personali virtù e il suo essere donna. Pilota una squadra di ammiratori che ne sostengono la candidatura. Sono della compagnia di giro, la stilista Anna Fendi, l’astroscienziata Margherita Hack, Renzo Arbore, Lucrezia Lante della Rovere, Franca Valeri. Hanno mandato una lettera al Corsera per «Bonino presidente», Alessandro Gassman, Sergio Castellitto, Gianmarco Tognazzi, altri così.

Gira sulla Rete un video con diversi divi dello spettacolo che recitano, ammiccanti, slogan più o meno stupidotti, pro Bonino. Si va dal: «Ora al Quirinale c’è la possibilità di avere una donna, talmente straordinaria che andrebbe bene anche se fosse un uomo» di Rocco Papaleo (attore) a: «Il nuovo presidente della Repubblica? Me lo immagino durante il discorso di fine anno: senza cravatta!» di Valeria Solarino (attrice).

Al vociare si aggiunge Marco Pannella il quale, ogni volta che trova un microfono, ripete che la massa degli italiani null’altro vuole che Bonino al Quirinale. Se qualcuno ne dubita, com’è successo nella radiotrasmissione la Zanzara – dove il conduttore ha ricordato il recente 0,3 elettorale di Emma – Marco spacca a pugni lo studio, non tanto per difendere Bonino quanto per la rabbia di sentirsi rinfacciare il fiasco di cui è largamente corresponsabile. In diversi ambienti Emma ha buona stampa. Si ricordano le battaglie laiche e quelle pacifiste. Salì alla ribalta, nei primi anni Settanta, per gli aborti che procurava con una pompa di bicicletta, raccogliendo i feti in un vaso che contenne marmellata. Era il suo modo di combattere alla luce del sole gli aborti clandestini. Sull’onda di queste performance, fu eletta alla Camera nel 1976 con la prima pattuglia radicale entrata in Parlamento (lei, Pannella, Mauro Mellini, Adele Faccio).

Per lo spirito energico e l’alone che circonda i radicali, Bonino è considerata un’idealista che combatte buone battaglie. Senza entrare nel merito di questa impressione, va però aggiunto che ha fatto notevoli giravolte per continuare a godere ininterrottamente dei privilegi propri dei politici. Dal debutto parlamentare, a 28 anni, ai suoi attuali 65, Bonino – come il più logoro personaggio della casta – ha vissuto di poltrone e prebende. Quando Casini e Fini entrarono a Montecitorio (1983), lei era lì da sette anni; all’arrivo di D’Alema e Veltroni (1987), era già veterana da undici.

Emma ha fatto, tra Camera e Senato, sette legislature, toccando il massimo pensionistico. Vanno aggiunte le quattro stagioni al Parlamento di Strasburgo, quattro anni come commissario Ue e due da ministro di Prodi (2006-2008). La sua vita politica, come quella di Pannella, è distinta in tre periodi. Durante la prima Repubblica erano autonomi. Poi, con il bipolarismo, si sono schierati prima con il Cav, poi con la sinistra.

Nel 1994, Emma fu rieletta alla Camera sotto le insegne di Forza Italia e della Lega Nord. Il Berlusca la volle poi commissario Ue agli Aiuti umanitari. Finita l’esperienza, la ricandidò come parlamentare Ue. Dopo dieci anni abbondanti di centrodestra, Bonino e Pannella passarono a sinistra continuando a prosperare con i nuovi amici. Solo nelle elezioni di febbraio si sono messi in proprio, deragliando. Da commissario europeo (1995-1999), Bonino fu travolta dallo scandalo della collega Edith Cresson che aveva elevato il proprio dentista a un alto incarico.

Si scoprì che non era il solo abuso e che gli imbucati erano ovunque. Anche da Emma che amministrava il denaro per Paesi infelici come Bosnia e Ruanda. La commissione Santer, unica nella storia Ue, dovette dimettersi in anticipo. Emma rientrò in Italia e, orfana di poltrone, avviò all’istante una campagna per conquistare il trono del Quirinale basandola, da vera impunita, sui suoi meriti Ue. Prevalse però Ciampi. Era il maggio 1999. In giugno, con perfetto tempismo e i voti del centrodestra, tornò all’Ue come deputato.

Per i lunghi soggiorni esteri, le si accredita una visione globale. In verità, il suo mentore in materia è George Soros, noto speculatore internazionale (suo l’attacco alla lira del 1992), filantropo a tempo perso. George è iscritto al Pr ed Emma si abbevera ai suoi scritti mondialisti. La fama boninana di esperta internazionale poggia su tali letture. In questi ambiti scivolosi, Bonino ha trascinato anche Pannella, con cui – più in generale – ha rapporti nevrastenici. Passano giorni a ingiuriarsi, per poi ritrovare l’armonia in nome della ditta radicale di cui sono i padroni.

Emma ha una tecnica sperimentata quando nel Pr i dibattiti prendono una piega sgradita. Seduta al tavolo di discussione, raccoglie non vista la borsetta che ha ai piedi della sedia, se la stringe sottobraccio pronta a uscire di scena e finge un malore. Quando gli altri gridano allarmati: «Emma che hai?», si accascia da fare pena e si fa portare a casa, centrando l’obiettivo.

Nel 2006, Bonino passò al centrosinistra. Mesi prima, aveva detto di Prodi: «Ha il cervello piatto». Ma, cambiata casacca, gli si mise attorno e diventò ministro delle Politiche europee nel suo governo, con Di Pietro, un manettaro che ai radicali dovrebbe fare orrore, e con marxisti incalliti, tipo Paolino Ferrero, che a liberali come Pannella e soci dovrebbero dare l’orticaria. Emma invece si adattò perfettamente alla sinistra.

Ogni tanto si concedeva un’impennata radicale, ma sotto sotto faceva capire ai nuovi sodali che si potevano fidare. Per fornirne la prova, nella scorsa legislatura, Emma e i radicali hanno addirittura autorizzato l’arresto preventivo di diversi parlamentari, calpestando la loro storia libertaria. Il caso peggiore fu quello di Alfonso Papa del Pdl, dato in pasto al solito Woodcock, con la scusa – spiegò Emma per tutti – che non c’era fumus persecutionis. Così, tradendo se stessi, mostrarono pure di essere ciechi. Oltre al fumo c’era infatti anche l’arrosto, come stabilì poi la Cassazione che dichiarò illegittimo l’arresto per «insussistenza dei presupposti».

Se vogliamo una donna al Quirinale perché cominciare da questa furbacchiona?Giancarlo Perna per “il Giornale

 

I radicali, la più diabolica setta politica italiana

Mercoledì, 20 Giugno 2012

Marco Pannella che si presenta alle riunioni «mano nella mano con l’ultimo dei suoi fidanzati», e poi lo impone «come futuro dirigente o futuro parlamentare». Pannella che si fa trovare nudo nella vasca da bagno quando Gaetano Quagliariello gli va ad annunciare la sua uscita dal partito. Pannella che fa lo sciopero della fame e della sete, sì, ma con una scorta di pipì già pronta da bere, bollita e sterilizzata, nel frigo.Pannella il grande seduttore, lo strabordante visionario, l’eterno padre padrone di quella singolare famiglia, allargata eppure claustrofobica, che è il partito radicale. Un partito «dove il denaro, tanto denaro, veniva dilapidato». E dove Emma Bonino, da sempre, sogna di diventare la prima donna presidente della Repubblica. A raccontare vita, soldi, amori e dolori della «più diabolica setta politica italiana» è un pamphlet online di ben 208 pagine, “Da servo di Pannella a figlio libero di Dio” (www.fedecultura.com ). Caso politico-editoriale assicurato: la prefazione è di monsignor Luigi Negri, vescovo di San Marino, vicinissimo a Cl; la casa editrice è l’ultra cattolica Fede&Cultura, vicina a riviste di apologetica come Radici cristiane; quanto all’autore, Danilo Quinto, collabora con l’agenzia Fides e con L’Osservatore Romano, con Scienza e Vita e La Voce di don Camillo.E in effetti è una storia che sarebbe piaciuta a Giovanni Guareschi. Prima di convertirsi al cattolicesimo, e per ben dieci anni, Quinto è stato infatti tesoriere radicale e custode degli affari societari del partito; nel 2005 ha rotto drammaticamente con Pannella, è stato denunciato e condannato per l’appropriazione indebita di 230 mila euro, e, a sua volta, ha fatto causa per 5 milioni di contributi mai pagati, tredicesime e ferie non retribuite, danni morali e materiali. E’ dunque un ex. Pentito. E dopo essere passato nelle file del nemico, ha scritto un’antropologia del mondo pannelliano che a Pannella e ai suoi non piacerà per niente. A cominciare dallo slogan sulla copertina: la «più formidabile macchina mangiasoldi della partitocrazia italiana». Aspettatevi il botto.Laura Maragnani per “Panorama.it

ESTRATTO DEL LIBRO DI DANILO QUINTO, “DA SERVO DI PANNELLA A FIGLIO LIBERO DI DIO”…

IL DIGIUNO COME ARMA DI SEDUZIONE E DI POTERE…
Quel che veramente interessa a Pannella – per avere successo con i suoi digiuni – è raggiungere l’obiettivo dell’audience: mostrare in televisione e nelle fotografie che compaiono sui giornali, il suo volto perennemente in lotta per i più deboli e gli indifesi, per coloro che soffrono e sono umiliati. «Stampiamo la fotografia del corpo emaciato di Giovanni Negri disteso sul divano, in digiuno da quaranta giorni» ripeteva sempre Pannella a chi realizzava i giornali radicali.Di quel corpo del giovanissimo Negri era ancora innamorato. Il digiuno, quindi, non solo come arma di ricatto, ma anche di seduzione. Gaetano Quagliariello mi raccontò una volta un aneddoto della sua vita. È il 1980 ed è uno dei tre vice-segretari di Pannella, che aveva assunto le redini del Partito Radicale; gli altri due erano Francesco Rutelli e la povera Maria Teresa Di Lascia. «Quando decisi di dimettermi, Pannella mi invitò a casa sua, per parlarmi » mi disse Quagliariello.«Salii le scale e la porta era aperta, ma non c’era nessuno. Udii, però, una voce. La seguii. Pannella era nella vasca da bagno, nudo. In quel momento era in digiuno, che si protraeva da molti giorni. “Vedi in che stato sono?” mi disse, quasi piangendo. “E tu vorresti dimetterti proprio ora e lasciarmi solo così? Non capisci il dolore che mi dai?”». «E tu che facesti, Gaetano?» chiesi a Quagliariello.«Non dissi nulla. Capii che dovevo solo sottrarmi e scappare» mi rispose. Ecco come Pannella cerca di sedurre e manipolare. I digiuni di Pannella servono innanzitutto ad azzerare il dibattito interno, perché di fronte a un digiuno nessuno si permette d’interloquire politicamente, di discutere, e l’unico elemento di riflessione riguarda la salute del capo, rispetto alla quale sono tutti molto partecipi. Si sentirebbero soli e abbandonati senza di lui, incapaci persino di pensare, tanto sono abituati a essere, tutti, dei meri esecutori.A un certo punto del digiuno può accadere che – naturalmente davanti a una telecamera – Pannella beva la sua orina, fatta bollire prima del digiuno e conservata in frigorifero, al fine di allungare i giorni dell’impresa nonviolenta. L’episodio mi fu raccontato dal suo medico di fiducia d’allora, anche lui radicale. Ho visto piangere persone che dal vivo osservavano questa scena, ignare di come tutto, anche i digiuni, possano essere programmati e preparati nei dettagli, a livello scientificoPuò anche capitare che, nel bel mezzo di un digiuno, il nutrito collegio dei medici che lo assiste – e che stila più volte al giorno bollettini sulla salute medica del digiunatore – premuroso, imponga il ricovero. Ecco che i grandi giornali ne parlano e all’ospedale corrono le telecamere. Vengono mandate in onda lunghe interviste o chiama in diretta televisiva il Presidente della Repubblica.Una volta, il 20 aprile 2002, lo fece Carlo Azeglio Ciampi, alla trasmissione di Canale 5 Buona Domenica. Conduceva Maurizio Costanzo e in studio c’erano Pannella e Roberto Giachetti, allora deputato della Margherita ed ex radicale, ora segretario del gruppo del Partito Democratico alla Camera dei Deputati, uno dei più fedeli ex ancora legati al leader radicale, trait d’union con un altro ex famoso, Francesco Rutelli. I due protestavano per la mancata elezione da lungo tempo, da parte del Parlamento, di due giudici della Corte Costituzionale.Giunse – preparata dai radicali, nei giorni precedenti, con lunghe e continue conversazioni con gli ambienti del Quirinale – la telefonata del Presidente della Repubblica, che così si espresse: “Vorrei dire, in relazione a quanto hanno detto ora l’onorevole Pannella e l’onorevole Giachetti, che le loro preoccupazioni per il vuoto creatosi in una istituzione fondamentale, quale è per il nostro Stato la Corte Costituzionale, sono da me pienamente condivise. E sono state da me espresse preoccupazioni più volte. Basta ricordare la lettera che inviai ai presidenti delle due Camere circa due mesi fa e che resi pubblica. Da martedì, il Parlamento passerà a votazioni continuative: mi auguro che ciò porti a un risultato positivo.Alcuni giornali oggi hanno fatto riferimento all’ipotesi di un mio messaggio. È una possibilità, a me ben presente, nel caso di deprecabili, ulteriori ritardi”. Poi Ciampi si rivolse direttamente a Pannella e Giachetti, dicendo: “Voglio ricordar loro che il principio fondamentale della nostra civiltà è il rispetto per la vita, anche per la propria. E di tutto cuore rivolgo un caldo appello: caro Pannella, caro Giachetti, sospendete subito questo sciopero della sete e della fame”.Nello studio televisivo c’era, giusto per un puro caso, un carrello, con sopra due bicchieri pieni d’acqua. Costanzo lo fece inquadrare: “Approfittatene subito” disse pronto e quasi trafelato il Presidente della Repubblica. Pannella rispose in maniera solenne, quasi aulica: “Grazie al suo umile e forte gesto passo dallo sciopero della sete allo sciopero della fame” e bevve, insieme a Giachetti, il bicchiere d’acqua.Pensai a questa divertente gag quando, il 6 marzo del 2005, durante una riunione della direzione di Radicali Italiani, sentii parlare così Pannella di Ciampi e incidentalmente di Silvio Berlusconi: “Da noi c’è anti-legalità, vissuta, assorbita dai Presidenti della Repubblica. Noi abbiamo questa testa di cazzo, ignorante di politica e di altro, ma anche furbo e abile, che ogni giorno distrugge… con un governo che non sa che cazzo sia, per tutte le sue componenti, stato di diritto e libertà, non fa parte del suo vissuto, che non ha mai ricordato ai Presidenti della Repubblica e a questo, tu parli di politica sotto la mia responsabilità, se no stai zitto (…) Noi abbiamo il più pulito dei Presidenti. Questa testa di cazzo ci è e ci gioca, ci fa”.Le posizioni mutano, si adeguano. Del resto, quella di Pannella – nei confronti dei potenti e del potere – è una strategia antica quanto micidiale. Nel 1998 mi capitò di partecipare a una riunione a Botteghe Oscure. Il segretario dell’allora Partito Democratico della Sinistra, Massimo D’Alema, riceveva Pannella per discutere dei problemi dell’informazione televisiva e degli spazi che venivano dedicati ai radicali. Durò due ore la pazienza di D’Alema nell’ascoltare Pannella. Ogni tanto lo interrompeva, ma ci riusciva solo per qualche istante. Spesso l’ex leader comunista mi guardava, come per dirmi ma questo, che cosa vuole? e io alzavo gli occhi al cielo.Dopo lo sproloquio di Pannella – il solito, contro l’informazione che a suo parere lo censurava – i due si salutarono. Si sarebbero rivisti molte volte negli anni seguenti, quando si trattava di comprendere quale incarico internazionale si sarebbe dovuto assegnare a Emma Bonino. Il rapporto tra loro è solido e di lunga data e non c’è molto da stupirsi, quindi, quando Pannella parla così di D’Alema: “Capisco perché Massimo D’Alema se ne vuole andare in yacht: perché il territorio, grazie a lui, è merda pura” (Radio Radicale, 5 giugno 2011). Pannella e il potere.Una vicenda ondivaga ed equivoca. Anche torbida. Come non ricordare l’elezione a Presidente della Repubblica di Oscar Luigi Scalfaro, di cui Pannella, che ne era stato l’artefice, si vantò? «Scalfaro?» disse il leader radicale a “Il Mattino” il 3 giugno 1992, «il presidente che sognavamo». Per poi affermare, il 26 gennaio 1996, a “Il Giornale”: «È prepotente come don Rodrigo. Per questo i cittadini lo puniranno» e il 28 gennaio dello stesso anno, in una dichiarazione: «Scalfaro ha sfidato il Paese e il Parlamento. È un eversore fuorilegge che, solo per questo, merita la messa in stato d’accusa… Qui c’è una sola persona che deve fare un passo indietro, fino al limite della galera: è Scalfaro».Scalfaro si ricordò di queste parole e il 29 aprile 2006, mentre presiedeva la prima seduta del Senato di quella legislatura, disse a Pannella che protestava a gran voce e inviperito dalla tribuna del pubblico per la mancata elezione: «Le auguro un miglior risultato la prossima volta». E ancora, si può dimenticare quel che Pannella diceva di Prodi il 29 agosto 1995? “Il professore Prodi se ne torni a casa” affermò “rendendo più tempo al solo sport nel quale ha raggiunto significativi successi: lo spiritismo. Anzi, a questo proposito, una domanda: ma perché mai di queste mie allusioni o piuttosto sarcastiche rievocazioni di un episodio saliente della vita di Prodi tutti fanno finta di non accorgersi? (…) Caro Prodi, davvero: se ne torni a Gradoli e dintorni” (“Il 3 aprile 1978, nel corso di una seduta spiritica a cui partecipa il futuro presidente dell’Iri, Romano Prodi – racconta Gianluca Neri ne Il caso Moro: Romano Prodi, Via Gradoli e la seduta spiritica – una ‘entità’, nella fattispecie, e come risulterà dal verbale, gli spiriti di don Sturzo e La Pira, avrebbe indicato ‘Gradoli’ come luogo in cui era tenuto prigioniero Aldo Moro.Sulla base della segnalazione dall’aldilà, il 6 aprile viene organizzata una perlustrazione a Gradoli, un paesino in provincia di Viterbo. Al ministero dell’Interno, che aveva in precedenza ricevuto la segnalazione su via Gradoli, nessuno mette in collegamento le due cose. È la moglie di Moro, Eleonora, a chiedere se non potrebbe trattarsi di una via di Roma. Cossiga in persona, secondo la testimonianza resa in commissione da Agnese Moro, risponde di no. In realtà via Gradoli esiste, e sta sulle pagine gialle”).Pannella continua a scagliarsi contro Prodi nel 2005 – “se questo centrosinistra prodiano andasse al potere io lascerei l’Italia”, “Corriere della Sera” del 18 aprile 2005, pag. 8 – ma poi le prospettive cambiano e nel 2006, incassata la promessa della presenza di Emma Bonino nel governo, afferma “saremo i suoi ultimi giapponesi” (“L’Unità”, 5 dicembre 2006). Che groviglio di posizioni e quale spessore di interessi! Chissà che cosa dirà Pannella, tra qualche mese o qualche anno, di Giorgio Napolitano. Per ora i due si coccolano e sembrano amarsi.Nell’estate del 2011, dopo l’ennesimo digiuno, il Presidente della Repubblica è autore di una lettera rivolta a Pannella, in sciopero della fame e della sete sulla questione delle carceri. Il 30 giugno, così scriveva Pannella a Napolitano: “La davvero straordinaria, quotidiana, pubblica, sapiente opera – e fatica – nella quale il suo ottantaseiesimo anniversario ha colto il Presidente della Repubblica trova il Paese sensibile e riconoscenteQuanto la sua forza morale consente a tutti di riconoscergli la sua continua eccezionale creazione di energia anche fisica e intellettuale, anziché il suo spendersi e consumarsi, come umanamente certo più consueto, più ‘normale’”. Al presidente Cossiga, che esternava quotidianamente il suo pensiero, perché si rendeva conto, con le sue cosiddette picconate, che solo così avrebbe potuto salvare quel che rimaneva della Prima Repubblica, Pannella, furibondo, rivolgeva accuse violentissime, come quella di attentato alla Costituzione. L’avrebbe voluto addirittura in carcere.Al presidente Napolitano, che molto più di quanto facesse il suo predecessore, interviene nel dibattito politico, talvolta orientandolo, spesse volte condizionandolo, il leader radicale rivolge il suo omaggio, definendolo “fortemente animato dalla sua capacità di dedizione anche personale alla funzione di massima magistratura dello Stato italiano, evoca – insomma e finalmente – la grande virtù repubblicana”(!).Per poi ricordare che “il Presidente ha voluto recentemente tornare ad altamente onorarmi di suoi pubblici elogi e riconoscimenti”. Quest’ultima affermazione è assolutamente vera. La lettera rivolta dal Presidente della Repubblica al leader radicale del 23 giugno 2011, mentre questi si era fatto ricoverare in clinica a seguito del suo sciopero della sete, esordiva amorevolmente così: “Credo che l’Italia ti debba il giusto riconoscimento per la determinazione con la quale hai intrapreso tante battaglie per sollecitare una piena affermazione e tutela delle libertà civili e dei diritti dei cittadini.”E continuava: “Alcuni temi che nei decenni passati hanno via via sensibilizzato e coinvolto la pubblica opinione del nostro Paese, come quelli del divorzio, della regolamentazione dell’aborto, del riconoscimento dell’obiezione di coscienza, del pluralismo dell’informazione, della tutela dell’ambiente, della necessità, invocata con indiscutibile lungimiranza, di combattere e debellare la fame nel mondo e di eliminare in tutti i Paesi la pena di morte, sono diventati patrimonio culturale comune di larga parte della società italiana”.L’investitura che il Presidente della Repubblica fa del leader radicale è un atto politicamente sconcertante. Rappresenta anche la testimonianza di quale sorta di legami ambigui e ricattatori Marco Pannella possa godere nei confronti del potere e di quante lusinghe – consapevolmente – per accattivarselo e tenerselo buono, il potere usi nei suoi confronti. Inquietante è la capacità di Pannella di avere rapporti complessi – e qualche volta misteriosi, anche se spesso è egli stesso, nella sua megalomania a darne notizia – con le varie forme di potere segreto, parallelo a quello istituzionale.Il 30 agosto 2011, su “La Bussola Quotidiana”, Riccardo Cascioli faceva notare la curiosa coincidenza tra le dichiarazioni di Gustavo Raffi, Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia che riguardavano la Chiesa Cattolica, a cui “va tolta” diceva Raffi “l’esenzione dall’Ici per i beni immobili non destinati al culto” e “va congelato l’8 per mille per tre anni fino al raggiungimento del pareggio di bilancio” e l’iniziativa dei radicali, che lo stesso giorno, il 19 agosto, annunciavano un emendamento alla manovra finanziaria per “escludere qualsiasi esenzione sull’Ici per gli immobili che svolgono attività commerciali, indipendentemente da eventuali finalità di culto”.”In pratica – scriveva Cascioli – la stessa proposta di Raffi, detta in altro modo. E dietro ci va gran parte del Partito Democratico”. Su questo tema, i radicali sono stati pervicaci, capziosi e pericolosi. L’esenzione dall’Ici, infatti, è materia estranea agli accordi concordatari. Deriva dalla legislazione ordinaria, si applica alle sole attività religiose e di rilevanza sociale ed è del tutto uguale a quella di cui si giovano gli altri enti non commerciali, in particolare il terzo settore.Tanto pervicaci i radicali, quanto insipida e timida la Conferenza Episcopale Italiana, che li ha affrontati in maniera blanda, a volte stucchevole. La posizione radicale è stata sovente giustificata dall’esistenza di un dossier che sulla questione aveva aperto nel 2007 l’Unione europea. In quel periodo, al governo c’era Romano Prodi e uno dei suoi ministri era guarda caso Emma Bonino che, quando si diffuse la notizia dell’iniziativa europea, dichiarò: “Il governo esaminerà le ulteriori richieste quando arriveranno”.Era stato proprio uno dei deputati radicali, Maurizio Turco, a segnalare alla Commissione europea il particolare trattamento Ici riservato, a suo dire, agli immobili della Chiesa. Era tutto, quindi, consequenziale, preordinato e scritto. La decisione del governo Monti – definita rivoluzionaria, storica, da coloro che come gli opinionisti di “Repubblica”, costituiscono, con le loro campagne denigratorie e infamanti, la quintessenza dell’anti-cristianesimo in questo Paese – ha solo ratificato un’atmosfera che ha individuato un nemico e lo vuole abbattere.Ora, c’è chi festeggia e si prepara ancora a tramare e a sferrare altri attacchi, come quello che mira all’abrogazione del Concordato. Io, se fossi Gelli, mi presenterei nelle liste del Partito Radicale, cantava Giorgio Gaber, con preveggenza, in un album del 1985. Il 27 settembre 1987 “La Repubblica” a pagina 8 scriveva: “Alle ultime elezioni politiche Licio Gelli fu sul punto di candidarsi nelle liste del Partito Radicale. “L’Espresso” in edicola domani riferisce alcuni particolari della trattativa: il capo della P2, allora latitante all’estero (si è consegnato alle autorità svizzere solo lunedì scorso), affidò la proposta di candidatura al suo amministratore in Italia, che garantì di averla fatta pervenire a Marco Pannella.Per definire meglio l’operazione entrò in scena il figlio di Gelli, Maurizio, che ebbe una serie di incontri con un gruppo ristrettissimo di esponenti radicali”. Nella stessa data, Pannella, sul “Giornale d’Italia” precisava: “Troppo occupati da Cicciolina, scagliata contro il Pr per cercare di occultarne discorsi, obiettivi e altri candidati, settimanali e quotidiani italiani – a eccezione del ‘Corriere della sera’ nell’unica intervista che mi fu consentita – ritennero di dover occultare l’informazione del tentativo da me fatto di far tornare in Italia Licio Gelli, libero di parlare senza temere conseguenze giudiziarie, e impegnato personalmente a farlo, con precise garanzie in proposito.Non è che tale informazione la ignorassero. Ma in campagna elettorale, mentre potevamo rispondere a eventuali speculazioni alla Tv, nei comizi, nelle piazze e nelle radio, si ritiene evidentemente troppo rischioso e a noi troppo favorevole aprire una polemica sull’argomento”. Dopo le elezioni – scriveva ancora Pannella – anche in discorsi parlamentari e in interviste radiofoniche e televisive, ho cercato di provocare un dibattito sull’argomento, dichiarando che il solo partito che avesse lottato anche in Parlamento contro le mene della P2, quando era in auge e gli editori dell’Espresso, ad esempio, stilavano con Tassan Din e la Rizzoli piduista vergognosi e criminali patti di spartizione della stampa, era anche il solo impegnato e interessato – oggi – a far tornare e se possibile parlare l’ex capo della P2. Come ebbi a dichiarare durante la campagna elettorale, anche al ‘Corriere della Sera’, il tentativo non andò in porto, e non certo per i motivi – inesistenti – evocati dal settimanale di Caracciolo e Scalfari”.E Pannella, in conclusione, avvertiva, non sappiamo chi, ma avvertiva: “Ora Gelli è tornato in circolazione. Ha fatto bene. Deve però stare attento ai caffè alla Pisciotta o alla Sindona, e ci pare assolutamente improbabile che voglia rischiare simili ingestioni o anche semplicemente suicide esposizioni a denunce per calunnia da parte di potenti e potentissimi. Anche per questo abbiamo già approntato la richiesta di una commissione d’inchiesta parlamentare che, nell’arco di cento giorni al massimo, svolga un supplemento di indagine e di attività di accertamento giudiziale della verità, interrogando, se vorrà, Licio Gelli.Stiamo a vedere se la richiesta sarà votata e con tutta l’urgenza che merita e da quali forze parlamentari. Ci auguriamo che non accada di nuovo quel che accadde nella legislatura cruciale, quella 1976-79, quando i quattro deputati radicali furono i soli a prendere iniziative parlamentari per denunciare il pericolo quando era rischioso e difficile farlo, anziché collaborare con gli esponenti della P2 ai più alti livelli militari e del quarto potere”.Il 31 dicembre ‘87, sempre “La Repubblica” a pagina 7 raccontava: “La candidatura di Licio Gelli nelle liste del Partito Radicale alle elezioni politiche dello scorso giugno non si concretizzò a causa del poco tempo a disposizione, che non avrebbe permesso l’organizzazione di una campagna elettorale destinata al successo. È quanto afferma Maurizio Gelli, figlio del maestro della P2, in una lunga intervista all’Espresso. ‘Ho incontrato varie volte Marco Pannella in un albergo romano di via Veneto’ dice Maurizio Gelli. ‘C’erano anche Rutelli e Negri. Loro erano interessati al progetto, anche se ci sono stati momenti di perplessità’.Secondo il figlio del venerabile, alcuni esponenti del Pr temevano che il partito potesse essere addirittura disintegrato dalle polemiche che avrebbero accompagnato una simile candidatura. ‘Ma il progetto era pronto, tutto era stato stabilito puntualmente: mio padre avrebbe dovuto costituirsi poco prima delle elezioni’ racconta Maurizio Gelli ‘ottenere prevedibilmente gli arresti domiciliari, tenere conferenze stampa per spiegare la sua decisione di candidarsi, essere eletto, parlare alle Camere per chiarire ogni accusa e, infine, rinunciare all’immunità parlamentare’”.Durante il Congresso del Partito Radicale, che si svolgeva a Rimini, il 17 maggio 1989, “La Repubblica” a pagina 4 riportava: “(…) Applaude in prima fila anche il biondo figlio minore di Licio Gelli, quel trentenne Maurizio che dice di essere amico da due anni di Pannella e d’essere stato invitato al congresso radicale. È in compagnia della moglie, è arrivato assieme al democristiano Egidio Carenini, il cui nome stava nelle liste della P2.Rolex d’oro massiccio al polso, giacca blu mare e pantaloni grigi, Gelli junior dice di condividere molte delle idee sostenute da Pannella. Non è ancora iscritto, aggiunge (…)”. Il 18 febbraio ‘98, nel corso dell’audizione presso la Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi, Pannella chiariva: “Per quanto riguarda la domanda su Licio Gelli e la sua candidatura nel 1987, devo dire che Gelli è stato potente, la sua organizzazione della politica è stata quanto meno rispettata dalle grandi forze politiche e dai poteri italiani”.Pannella, aggiungeva: “Quell’anno – Gelli era da almeno un anno in una giungla, irrintracciabile – nella nostra sete di verità io pensai e dissi pubblicamente che eravamo disposti ad andare al disastro elettorale – perché non avremmo avuto modo di spiegarci agli Italiani, grazie all’assenza di democrazia e di rispetto dei diritti in Italia per quello che ci riguarda – pur di offrire a Gelli l’immunità parlamentare dietro la garanzia che lui avrebbe raccontato la verità. C’era stato un precedente e vi ho già fatto cenno: il generale De Lorenzo, che era stato attaccato soprattutto da “L’Espresso” e dai radicali, a un certo punto chiese a Franco De Cataldo di difenderlo.Dopo averne parlato con me personalmente, Franco De Cataldo gli rispose che l’avrebbe difeso se egli avesse raccontato quello che sapeva, cambiando linea difensiva; e le cose che si seppero in quel moento emersero proprio in base a questo impegno di De Lorenzo. Quindi la nostra idea – lo dicemmo pubblicamente – era di offrire l’immunità al fuggiasco, a colui che poteva essere ammazzato da un momento all’altro. Ormai Gelli non faceva più comodo a parecchie persone e infatti scappava perché pensava che qualcuno avrebbe potuto ucciderlo.Abbiamo tentato di avere la garanzia che, in cambio dell’immunità parlamentare, ancorché relativa, Gelli si impegnava con noi a raccontare la sua verità; ma avemmo la sensazione che non poteva o non voleva dare questa garanzia e quindi non se ne fece nulla. Voglio sottolineare ancora che questa notizia la demmo noi”. Il 30 dicembre 1998, l’agenzia Ansa batteva questa notizia: “Un appello a Licio Gelli di Marco Pannella sarà pubblicato oggi – annuncia un comunicato della Lista Pannella – dai quotidiani ‘La Nazione’, ‘Il Resto del Carlino’ e ‘Il Giorno’: ‘Non diventi complice del suo proprio assassinio di Stato. Cerchi di vivere’.Pannella ricorda che Gelli, ‘80 anni, in gravissime condizioni secondo tutte le perizie mediche, ridotto a una larva’, si vede negare gli arresti domiciliari, malgrado il fatto che fra 8 mesi dovrà essere scarcerato, ‘se ancora vive’”. Da Gelli a Raffi, passando per l’enfasi con la quale Pannella ha proposto ed evocato ripetutamente, nel corso degli anni, la figura di Ernesto Nathan, sindaco di Roma agli inizi del secolo scorso e più volte Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia. Corsi e ricorsi storici per i radicali o solo pura casualità? Per Pannella e Bonino, parafrasare lo slogan di Kennedy, siamo tutti berlinesi, sostituendo l’ultima parola con radicali, non è una boutade. È la realtà. Chi non è stato radicale?Con spregiudicata disinvoltura, nell’arco di decenni, sono state raccolte le simpatie, le adesioni e le iscrizioni – spesso anche le candidature e gli eletti – tra i personaggi più disparati. Attori e registi, cantautori e scrittori, giornalisti e politici. Anche uomini – e donne – di Chiesa. Ieri, tra i sacerdoti, era don Gianni Baget Bozzo a dire: “Marco Pannella in realtà è una figura interna alla cristianità italiana. Non è un politico. È un profeta. Pannella è un impolitico, non guarda al governo: vuole, attraverso la politica, riformare l’orizzonte spirituale degli uomini. La visione di Pannella non è solo politica. È una visione religiosa.È stato lui a introdurre il digiuno, la nonviolenza e tutto l’universo di Gandhi in Italia. Pannella trascende la politica: castiga il corpo per elevare l’anima”. Oggi don Andrea Gallo sostiene che “Pannella è l’unico profeta laico disarmato che testimonia in difesa dei diritti civili”. Gli fa eco don Antonio Mazzi – autore, nel mese di settembre del 2011, della trovata sull’abolizione dei seminari – che fa il presidente dei comitati pro-amnistia promossi dai radicali e apre, al fianco di Pannella, le sue marce. Una suora, Marisa Galli, nel 1979 venne eletta deputata con i voti del Partito Radicale. vi dagospia

 

 

I finti poveri della impresa Radicale

Mercoledì, 27 Luglio 2011

Le vite cambiano. Nel 1999, Paolo Vigevano – storico editore di Radio Radicale e, insieme a Sergio Stanzani, costruttore principe dell’«impresa radicale» per conto di Pannella – vince più di un terno al lotto. Gli viene presentato un mecenate, il cui intervento, in termini di apporti economici, può evitare di rendere fallimentare la situazione debitoria in cui versano i radicali: sono circa 30 i miliardi di vecchie lire da pagare ai fornitori delle iniziative dell’ultimo anno volute da Pannella.Il mecenate si chiama Marco Podini, membro della famiglia proprietaria della catena di supermercati «A&O», il quale prima acquista per 15 miliardi il provider «Agorà Telematica», di proprietà di una delle società dei radicali, e poi diviene socio di minoranza della centro di produzione SPA, comprando, al prezzo di 25 miliardi, il 25% delle azioni di Radio radicale, il cui valore totale quindi è stimato in almeno cento miliardi.  Vigevano, detentore della restante parte delle azioni, trova il coraggio – chi lo conosce bene sa che non è mai stato un cuor di leone – di farsi prezzare le sue azioni e intasca una formidabile liquidazione. Pannella è stato molto generoso con me, dirà, riconoscente.La nuova vita, porta l’editore di Radio Radicale – ormai ex, ma quanti ex rimangono in ottimi rapporti con gli amici di un tempo – ad essere prima capo della segreteria tecnica del Ministro per l’Innovazione e le Tecnologie, Lucio Stanca, colui che avrebbe dovuto rivoluzionare l’Italia con la banda larga, per poi divenire presidente di “Innovazione Italia SpA”, società creata per l’attuazione appunto del piano per la banda larga nel Mezzogiorno, vice Presidente del Comitato ICCP (Information Communications Computer Policies) all’OCSE, consigliere di amministrazione di Sogei S.p.a. e componente del Consiglio Superiore delle Comunicazioni, membro del cda di Finmeccanica, direttore delle relazioni istituzionali del gruppo ALMAVIVA (Cos-Finsiel); amministratore delegato di “Acquirente Unico”.Solo due anni prima del ’99, Vigevano eseguiva – naturalmente, convintissimo – per conto di Pannella, una delle più demagogiche e strumentali operazioni messe in campo dai radicali: la distribuzione, nelle piazze di San Giovanni e del Campidoglio a Roma, a migliaia di persone, che si mettevano in fila sin dall’alba, per ricevere ciascuna una banconota di 50mila lire timbrata proveniente dalla quota del finanziamento pubblico spettante ai radicali.Per l’«impresa radicale» – ha ragione da vendere Pannella a definirla tale, una vera e propria «impresa politico-imprenditoriale» – quella distribuzione di denaro pubblico aveva il connotato della propaganda. Equivaleva ad un investimento pubblicitario, nel tentativo di far credere all’opinione pubblica che c’era chi, tra i partiti, nulla aveva a che spartire con i cosiddetti «costi della politica», con i finanziamenti di carattere pubblico che il “sistema” metteva a disposizione di tutti.D’altra parte, i radicali non hanno mai rinunciato alla loro quota di finanziamento pubblico, sin dalla legge che ha istituito in Italia questa possibilità. Per lunghi anni, quei soldi pubblici sono stati utilizzati per pagare le spese di Radio Radicale – «li restituiamo ai cittadini, attraverso il servizio pubblico di Radio Radicale», dicevano i radicali, convincendo anche i Governi che si trattasse di «impresa di interesse generale» – poi, anche dopo il referendum promosso nel 1993 contro la legge che istituiva il finanziamento pubblico a favore dei partiti, sono stati utilizzati o per le campagne politiche (le cui spese, in preventivo, venivano persino pensate in ragione dei risultati che si sarebbero ottenuti e con il conseguente denaro che si sarebbe incassato) o per coprire i costi degli apparati e delle strutture. «Se rinunciassimo a quello che la legge prevede ci spetti, la nostra quota se la dividerebbero gli altri», sostenevano con lungimiranza.Il Centro di Produzione SPA – proprietario di un immobile di 644 mq. vicino alla Stazione Termini, che gode della convenzione con lo Stato e le provvidenze derivanti dalla legge sull’editoria a favore di Radio Radicale, organo della “Lista Marco Pannella”, alle quali non si è mai pensato di rinunciare – è solo un’articolazione dell’impresa che fa capo ai radicali.C’è poi la società Torre Argentina Servizi, fondata nel 1987, proprietaria dell’immobile di 685 mq, che si sviluppa su due piani di Via Torre Argentina 76, a Roma, dove hanno sede i soggetti politici dell’area radicale. All’interno di questa società, esiste una divisione, chiamata Centro d’Ascolto dell’Informazione Radiotelevisiva: tra i suoi committenti, ha annoverato, negli anni, la Camera dei Deputati, il Garante per la radiodiffusione e l’editoria, poi sostituito dall’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (Agcom), la Radio Televisione Italiana, oltre a Mediaset, la Fieg, la Scuola Superiore di Studi Avanzati di Trieste; i Gruppi Parlamentari dei Verdi; il Partito dei Democratici di Sinistra (2005), il Gruppo Regionale Margherita – Piemonte; il “Robert Schuman Centre – European Univeristy Institute”, testate giornalistiche (Epoca, Panorama, L’Espresso, L’Europeo, la Repubblica), il Censis, le università (Torino, Perugia, Roma).Tra i soggetti politici della galassia radicale – così la definisce Pannella – spiccano Non c’è pace senza giustizia, che si occupa del tribunale penale internazionale e delle mutilazioni genitali femminili e Nessuno tocchi Caino, che si occupa di pena di morte.«Le attività dei programmi di Non c’é pace senza giustizia – si legge nel sito internet – vengono attuate attraverso progetti multi-regionali sostenuti da diversi donatori, coinvolgendo altre ONG, attori della società civile, decisori politici e istituzioni di alto livello, parlamentari, esponenti di governo e istituzioni intergovernative».Tra i partner e i donatori: The Commonwealth Secretariat, The Forum for the Future, The Special Court for Sierra Leone, The United Nations Democracy Fund (UNDEF), The United Nations Children’s Fund (UNICEF), the United Nations Development Program (UNDP), The United Nations Office for Project Services (UNOPS), The United Nations Population Fund (UNFPA), The World Bank; European Union; the Governments of : Belgium, Burkina Faso, Cambodia, Canada, Czech Republic, Djibouti, East Timor, France, Finland, Germany, Ghana, Greece, Ireland, Italy (MOFA), Kenya, Lesotho, Mali, Mexico, Morocco, Netherlands, New Zealand, Senegal, Sierra Leone, Spain, Sweden, Switzerland, Trinidad and Tobago, Turkey, Uganda, United Kingdom (British Foreign and Commonwealth office), USA (USAID and MEPI), Yemen; the Iraqi Council of Representatives, the Kurdistan National Assembly–Iraq and the Kurdistan Regional Government; the Afghan Independent Human Rights Commission (AIHRC), the Egyptian National Council for Childhood and Motherhood (NCCM), the Kenya National Commission on Human Rights (KNCHR).Dal canto suo, Nessuno tocchi Caino, nel corso degli anni, ha ricevuto il sostegno non solo morale, ma anche economico per la sua attività, di  15 Regioni italiane, 40 Province e 120 Comuni, oltre ad accedere – com’è accaduto per l’altra associazione – ai finanziamenti derivanti dalle risorse provenienti dall’Unione europea per progetti legati alle attività da svolgere.
Siamo di fronte, insomma, ad una holding molto articolata e ben costruita, che non si è mai privata ed ha perseguito un rapporto molto stretto e sinergico con il “pubblico”, con il potere, perché da questo trae le risorse economiche che gli consentono di vivere.E’ proprio il rapporto con il pubblico che consente ai radicali di essere così ben voluti, stimati e apprezzati da chi conta e da chi ha potere. Questi ultimi, s’inchinano di fronte ai moralizzatori della vita pubblica italiana (e, naturalmente, europea e mondiale) e consentono che il potere radicale si accresca e diventi sempre più seduttivo, manipolativo e pericoloso, perché non si alimenta della verità, ma dell’ipocrisia e dell’ambiguità. d.quinto labussolaquotidiana

Manipolato il video su Zaccheo di Striscia

Giovedì, 3 Giugno 2010

CARACCIOLO, GREGGIO E NARGIVincenzo Zaccheo, tre volte deputato di An (nel ’94, nel ’96, nel 2001), sindaco di Latina una prima (2002) e una seconda volta (dal 2007 alla mattina del 15 aprile scorso), è stato politicamente annichilito sei settimane fa dal sonoro di una conversazione pubblica “rubata” e messa in onda da una delle televisioni del Presidente del Consiglio. Ma, ora, una perizia fonica giurata documenta che la trascrizione di quella conversazione venne manipolata per fargli dire ciò che non aveva mai detto.

I fatti. La sera del 14 aprile, “Striscia la notizia” racconta una storia che fa il giro del Paese. Un video e un sonoro incisi la sera del 29 marzo mostrano i festeggiamenti per l’elezione di Renata Polverini a governatore del Lazio. Le immagini sono nitide. Le accompagna un banner che trascrive il contenuto di ciò che si ascolta, sia pure tra il rumore di fondo. Siamo a Latina. Zaccheo abbraccia e bacia con affetto la Polverini, le ricorda l’impegno personale che ha profuso nella sua campagna elettorale per recuperare i voti della provincia e delle isole pontine (“Sono andato a nuoto per te. Sò andato a Ponza… Sò andato a Ventotene a prendere 57 voti”). Quindi, il passaggio chiave. Zaccheo: “Il sindaco di Ventotene ti aspetta… Poi, ho fatto: non ti dimenticare delle mie figlie!” E la Polverini: “No, no. Stai a scherzà? Poi, io domani mi faccio il calendario. Mi faccio un giro…”. Zaccheo: “E soprattutto, ti prego, non appaltare più a Fazzone”.

“Non ti dimenticare le mie figlie”. Lo scambio che propone il sindaco tra il suo impegno e il futuro delle figlie è insostenibile. Così come l’inimicizia politica dichiarata con il senatore Claudio Fazzone, coordinatore provinciale del Pdl, uomo di Berlusconi, ma soprattutto padrone assoluto di quel comune di Fondi che nell’autunno 2009 è riuscito a non far commissariare dal Governo nonostante una conclamata infiltrazione mafiosa. Il giorno successivo il servizio di “Striscia”, il consiglio comunale, con le dimissioni dei consiglieri di maggioranza (centro-destra) e di opposizione, sfiducia di fatto Zaccheo. Che si chiude in un silenzio impenetrabile. Il suo avversario, il senatore Claudio Fazzone, chiosa: “Provo pena e vergogna per lui”. Sembra debba finire qui, ma qui non finisce.
In quel video e intorno a quel video c’è qualcosa che non torna.

È indubbiamente curioso che siano passate quasi tre settimane tra il momento in cui è stato girato e quello in cui viene mandato in onda da “Striscia”. È altrettanto curioso che, la settimana prima del 14 aprile, alcuni consiglieri comunali di maggioranza siano stati invitati da Fazzone a depositare riservatamente da un notaio le loro dimissioni “preventive”, nell’ipotesi che Zaccheo (allora ancora sindaco) non avesse accettato le sue indicazioni sull’architettura del bilancio comunale. È singolare che, il 15 aprile, “Striscia” torni sul video trasmesso il giorno precedente per sostenere che Zaccheo potrebbe anche non aver detto la frase incriminata, ma qualcosa del tipo “Ricordati di vedé Fini”. Appare, soprattutto, incongrua la risposta che la Polverini dà a Zaccheo dopo aver ascoltato l’asserita raccomandazione per le figlie (“Mi faccio il calendario… Mi faccio un giro”).

Una delle due figlie dell’ex sindaco, Valentina Zaccheo, è un avvocato (l’altra è una studentessa). Chiede a “Striscia” copia del girato del 29 marzo, anche se ottiene soltanto il dvd con la puntata che è stata trasmessa il 14 aprile. Quindi, dispone una perizia giurata sulle immagini e il sonoro. L’esame fonico stabilisce che Zaccheo non ha pronunciato la frase “non ti dimenticare le mie figlie”. Zaccheo ha detto: “Non ti dimenticare degli impegni”. La trascrizione andata in onda è dunque una manipolazione. Dice oggi l’ex sindaco: “Io non so chi ha voluto farmi fuori in questo modo. Ma sono abbastanza certo del perché. Perché ho sempre combattuto chi fa politica con metodi mafiosi. Aggiungo una cosa: prima di quel video ho saputo di essere stato pedinato per mesi. E a farlo non sono state né le forze dell’ordine, né la polizia giudiziaria. È la dimostrazione che questa operazione rispondeva a un disegno politico”.

c.bonino repubblica.it

Bonino: è ok la burocrazia se contro la Polverini

Lunedì, 1 Marzo 2010

Quanto è bugiarda e contraddittoria Emma. Fa lo sciopero della fame contro la burocrazia per i limiti dall raccolta delle firme per presentare le liste. Quando poi la burocrazia blocca la lista del PDL, allora si erge a paladina della legalità. Emma, Emma….

Temis su Dagospia per la Bonino

Giovedì, 7 Gennaio 2010

la notizia sulla Bonino componente del CFR è stata messa nel sito di Dagospia, speriamo che qualcuno adesso ci dia una risposta

(continua…)

La Bonino rappresenta i poteri forti USA. Il PD lo sa?

Giovedì, 7 Gennaio 2010

Ma bersani sa che la Bonino è componente del board europeo de ECFR – European Council on Foreign relations, uno degli organismi ai quali i complottisti attribuiscono la regia del governo mondiale? Basta andare sul sito: http://www.ecfr.eu/content/council/ della sezione europea del ECFR e il nome della Bonino spicca in bella vista. non ci si prenda in giro con la storia della radicale pura e dura. chi entra nel cfr rappresenta gli interessi dell’amaerica e dei poteri forti, nulla di male, per carità, ma sarebbe giusto che la bonino e il PD rendessero pubblica questa adesione.  

Emma Bonino nel complotto mondialista

Martedì, 3 Novembre 2009

Chi lo avrebbe mai detto che la Bonino è componente del board europeo de ECFR – European Council on Foreign relations, uno degli organismi ai quali i complottisti attribuiscono la regia del governo mondiale (vedi http://novoordo.blogspot.com/2007/01/il-cfr-da-dietro-il-sipario-della.html).

(continua…)

Moratoria pena di morte: complimenti a Bonino e D’Alema

Martedì, 18 Dicembre 2007

I ns complimenti al governo per il risultato, umano e politico, raggiunto!