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Quando Bossi ce l’aveva duro

Mercoledì, 1 Dicembre 2010

La Lega Nord, l’obbedienza al capo, per cui, dichiarò Matteo Salvini nel 1999 redattore della Padania, si sarebbe anche buttato “di testa dal soffitto della mensa” se il Senatùr glielo avesse chiesto. “Umberto Magno”, di Leonardo Facco, già giornalista della Padania e militante della prima ora, disarticola dall’interno il potere di Umberto Bossi, raccontando le contraddizioni del Carroccio: dagli slogan sulla “Roma Ladrona”, alle lottizzazioni fatte in proprio, in famiglia, che siano quelle dei potenti governatori del Nord o quella più ristretta del Capo, che non ha solo “il Trota” da sistemare. Dallo scandalo della Credieuronord alle propaggini razziste del movimento, Facco racconta “la vera storia dell’imperatore della Padania”. Qui di seguito pubblichiamo (con alcuni tagli dovuti allo spazio in pagina) il capitolo più spinoso, quello dedicato al rapporto del Capo con le donne. BOSSI E LE DONNE “I figli e la famiglia tradizionale!”. Chi di voi ricorda i sermoni che – alla fine degli anni Novanta – Umberto Bossi dispensava per ore da Radio Padania Libera, in cui proponeva la Lega Nord come baluardo dei valori del cattolicesimo? (…) Facciamo un passo indietro e riprendiamo le parole pronunciate da Rosanna Sapori, che nell’intervista rilascia- formista a fine agosto del 2010, ha sottolineato il suo “rapporto bellissimo col capo (…). Una relazione che, a differenza di altre donne all’interno della Lega, non aveva alcuna implicazione sessuale”. (…) Rosanna Sapori: ma… questa affermazione, mi scusi, o è gratuita o la deve giustificare, no? “Ah bè, la giustifichiamo subito! La signora X venne beccata nelle stanze di via Bellerio ancor prima che finisse a ricoprire ruoli istituzionali di primissimo piano. Certo, se vuoi le foto non le ho” (…) “Guardi, a me Bossi era simpatico e tutto, ma fisicamente mi faceva schifo. Comunque, se io fossi stata con Bossi a quest’ora non avrei una tabaccheria, avrei una catena di tabaccherie e sarei presidente della Tim. Ha capito? Lui ci provò con me nel senso che lui ci provava con tutte. Io, fattami l’avance, gli dissi: a parte che non hai più l’età, io so che tu vai con questa tizia, che è veramente brutta, quindi mi sa che a te va bene chiunque..”. E lui? “Lui si girò e mi disse: brutta? Se gli metti il cuscino in faccia non la vedi più!”. (…) Bossi era uno che se le faceva tutte? Maddai… “Diciamo pure che Bossi era un bel dongiovanni e diciamo che le donne che giravano in via Bellerio erano… ehm ehm… diciamolo ehm ehm. Io non stavo con la telecamera per riprenderle ste cose. Allora: la signora Y lo sapevano tutti che era la sua amante e che lui poi iniziò a odiarla e lei cominciò a fare la spia con la moglie del capo.
Quella non sarebbe diventata manco presidente del suo condominio altrimenti. Io ero con Bossi, pre-sen-te (!), quella volta che la signora Y era al mare con la moglie e al telefono lei diceva: “Sono qui con la signora Y, ti saluta tanto!”. Era l’anno prima che Bossi venisse colpito dall’ictus. E Bossi, in tutta risposta: ‘Quella t… di merda’. Io ero lì mentre mi diceva quelle robe. Hai capito? Questa è gente che con i propri voti non sarebbe mai stata eletta”. Capito, si dava da fare insomma. “Attenzione, nondicochecontutteciandavaa letto, bastava anche un… hai capito cosa intendo. (…) Ecco. La signora Z, per esempio, è un’altra che grazie ai rapporti col capo è arrivata nelle stanze del potere. Prima ancora la signora Q, pure lei finita a Roma per incontri ravvicinati di quel tipo. Che andazzo, altro che famiglia tradizionale. “Di alcune altre, invece, potrei sicuramente dirle di no, che con Bossi non ci andavano. Ma perché andavano con altri, anch’essi ai vertici del partito ovviamente. (…) Rosanna Sapori non mi ha meravigliato eccessivamente, per due motivi: primo, io stesso – che nella palazzina attaccata a quella della Segreteria federale del Carroccio ho lavorato per quattro anni – ho ricevuto le stesse informazioni, oggi solamente aggiornate con qualche nuovo nome e confermate da interviste incrociate; secondo, durante la mia militanza nella Lega Nord a Bergamo, mi son sempre chiesto chi fossero quelle ragazze che dopo i comizi, o dopo le cene coi simpatizzanti, salivano in macchina col capo e, a tarda ora, filavano via a tutto gas. (…) Un autorevole giornalista, che di cose Lega se ne intende mi ha anche riferito dell’altro: “Una cosa che mi ha stupito è che, mezz’ora dopo il fattaccio che ha visto Bossi colpito da un ictus, una fonte che io considero seria mi ha detto dove era Bossi e con chi stava”. Un ex parlamentare medico, a proposito di questa enigmatica vicenda, mi ha detto: “Sa, la cosa che mi ha sorpreso è che nell’ospedale dove anch’io lavoro – che si trova a decine di chilometri di distanza da Cittiglio – tutti i dottori parlavano di questo, l’ho appreso da loro”. Di cosa stiamo parlando? Del motivo per cui l’ictus che ha colpito il leader leghista – la notte tra il 10 e l’11 marzo 2004 – avrebbe avuto pesanti conseguenze. Considerate le premesse di cui sopra, non mi ha meravigliato che centinaia di blogger, e non solo, attribuiscano le attuali condizioni di Umberto Bossi a un’avventura amorosa finita male. (…). La leggenda metropolitana la identifica nella nota e brava, artista Luisa Corna, come riportato già nel 2004 sul sito italiano di Indymedia. (…) La diretta interessata, però, ha smentito senza indugio alcuno su Novella 2000 già nel 2005, il cui servizio giornalistico è stato ripreso dall’autorevole Corriere della Sera: “La pupa del Bossi? Ma se neanche lo conosco!”. (…) Ora, quel “ma se neanche lo conosco” è un po’ una forzatura, considerato che nel 2003, la soubrette era madrina dell’elezione di Miss Padania, dove Bossi era non solo presente, ma ha spesso oscurato, in quanto a visibilità, le ragazze in gara. Visitando la pagina Wikipedia della cantante bresciana non c’è alcuna traccia di questa sua comparsata, ma appare la seguente, breve dicitura: “Sempre nel 2004 si avvicina al Carroccio (Lega Nord)”. Per fare chiarezza, ho chiesto un’intervista a Luisa Corna, ma la sua agente mi ha risposto di inviare una mail con le domande. Detto, fatto. (…) Il 19 ottobre, è arrivata la mail con le risposte. (…) “1. Non ho mai presentato Miss Padania; nel 2003 sono stata ospite della serata finale del concorso insieme a Renato Pozzetto. La mia partecipazione è stata canora, e finalizzata ad accrescere la popolarità in ambito musicale che mi aveva attribuito la partecipazione l’anno precedente al Festival di Sanremo. 2. Non sono mai stata ‘in quota’ a nessuna forza politica. 3. Non c’è nessun nesso in quanto non c’è mai stata alcuna frequentazione di nessun genere. 4. Si tratta di insinuazioni prive di alcun fondamento e non ritengo che nessuna persona attendibile (e dunque identificabile e non nascosta dietro un troppo facile anonimato o pseudonimo) possa confermare le circostanze fantasiose da lei riportate. Vorrei poter identificare i miei diffama-tori verso i quali poter iniziare azioni legali a tutela della mia dignità di persona e di donna, come pure della mia immagine professionale. 5. Purtroppo ripropone senza grande originalità uno “script” che per quanto infondato ha facile presa sul pubblico (“il politico e la donna di spettacolo”); più che per la mia carriera queste maldicenze fantasiose e offensive, circolate senza alcuna responsabilità da parte mia, feriscono la mia sensibilità, la mia serenità e reputazione. 6. Che si tratta del frutto della peggior fantasia. 7. Per quanto mi riguarda le idee politiche e le valutazioni dei protagonisti della vita politica appartengono alla sfera personale di ogni singolo individuo.
Cordialmente, Luisa Corna”.  Estratti dal libro di Leonardo Facco “Umberto Magno”, da “il Fatto Quotidiano” via dagospia

Tutte le bugie sulla Lega

Lunedì, 20 Settembre 2010

C’è una sorta di “spirale del silenzio” nei confronti della Lega Nord. Non che della Lega non si parli, tutt’altro. Ma se ne parla solo bene. Nessuno si azzarda a criticarla a muso duro. La “spirale del silenzio”, espressione coniata negli anni Sessanta dalla politologa tedesca Elisabeth Noelle-Neumann, indica quel timore reverenziale a esprimere critiche nei confronti di qualcuno o qualcosa che “va per la maggiore”. È la paura di apparire minoritari e fuori gioco a far scattare un atteggiamento di compiacenza-adeguamento nei confronti di ciò che si ritiene il parere dei più. In questo modo le opinioni dissenzienti ammutoliscono per non essere ostracizzate dal benpensare della maggioranza. Oggi la Lega gode di una situazione di questo tipo. Dopo i suoi ultimi successi elettorali si è scatenata una corsa ad esaltarne le doti, anche a sinistra: dal modello di partito forte e radicato alla nuova e capace classe dirigente, dalle grandi intuizioni politiche al legame con il territorio, e via di questo passo. Alla Lega si consente tutto perché a criticarla non solo si viene coperti di insulti (e di minacce) ma si viene anche irrisi come quelli che “non hanno capito come va il mondo”. Più o meno è lo stesso atteggiamento di sufficienza e di scherno che i post-sessantottini riservavano a chi non credeva nella rivoluzione imminente e nel salvifico libretto rosso di Mao. Di conseguenza ora un ministro della Repubblica come Umberto Bossi può impunemente esibirsi in gesti volgari senza che venga chiamato dall’opinione pubblica informata o dalla classe dirigente di questo paese a renderne conto e, come minimo, ad esprimere pubbliche scuse. Ve lo immaginate il ministro di un altro paese europeo immortalato in quel gesto? E se anche accadesse, per quanti nanosecondi potrebbe rimanere in carica? Anche questo, oltre alle ormai consuete buffonate internazionali del nostro premier, ci separa e allontana dall’Occidente (in fondo i nostri migliori amici non sono Putin e Gheddafi?…).  L’assordante fanfara sulle magnifiche sorti e progressive della Lega nasconde però un crescendo di stonature. Già è stato steso un velo misericordioso sui lutti finanziari prodotti dalla Credinord, la banca della Lega fallita miseramente e rilevata da quell’ineffabile personaggio dei “furbetti del quartierino” che risponde al nome di Gianpiero Fiorani (Popolare di Lodi e AntonVeneta). Eppure Bossi adesso vuole “entrare nelle banche”, cioè tornare alla vecchia lottizzazione. E nessuno fiata.  Persino la sicurezza, tema centrale dell’appeal leghista, mostra qualche crepa. La soluzione miracolista sostenuta a gran voce dal Carroccio era rappresentata dalle ronde. Dopo più di un anno sembra ne abbiano avvistata una a Varazze. Del resto, come era prevedibile, questo tema è scomparso dai telegiornali e dai quotidiani. Ovviamente non perché i reati siano crollati ma semplicemente perché sono occultati. Ilvo Diamanti ha più volte dimostrato il nesso strettissimo tra lo spazio dedicato dai mass media ai crimini e la percezione di insicurezza. Dopo essere stata al centro delle cronache per tutto il periodo del governo Prodi, ora di sicurezza non se ne parla più: Tg1 e Tg5 hanno più che dimezzato lo spazio a queste notizie. E l’opinione pubblica si mostra più tranquilla. Indipendentemente dal numero dei reati. Altro mito leghista, è la qualità della sua classe dirigente: giovane, onesta, capace, motivata. Sono passati pochi mesi dall’ingresso trionfale in tante amministrazioni locali che già affiorano scandali, malversazioni e corruzione, oltre a pericolosi inquinamenti della malavita organizzata, come svelato dal blitz contro la ‘ndrangheta nel luglio scorso. Quisquilie per i dirigenti leghisti, che badano al sodo e, soprattutto, si curano dei padani in erba. Non solo la scuola leghista di Bosina fondata dalla moglie di Bossi e presieduta dall’ex senatore leghista Dario Galli ha ricevuto quest’anno 800 mila euro di finanziamenti (mentre si tagliano fondi a quelle statali). Ma addirittura le scuole comunali diventano luoghi di indottrinamento politico: ad Adrio è stata inaugurata una scuola pubblica – di tutti – che sembra un campo di rieducazione politica, con simboli del partito impressi ovunque.  Orbene, di fronte alle volgarità, ai fallimenti e all’aggressività illiberale leghista sarebbe tempo di rompere la spirale del silenzio. p. ignazi espreso

Il sogno federalista si allontana (by Ricolfi)

Lunedì, 5 Luglio 2010

Ghe pensi mi, ci penso io, ha detto Berlusconi pensando alla settimana di fuoco che inizia oggi. E in effetti nelle prossime settimane si deciderà la sorte di due provvedimenti fondamentali, il disegno di legge sulle intercettazioni e la manovra economica, con i suoi possibili assaggi di federalismo (minori tagli alle Regioni virtuose). Il momento è dei più rischiosi per il governo, perché su entrambi i testi di legge potrebbero esserci defezioni e proteste da parte di importanti settori della maggioranza. Il decreto sulle intercettazioni, specie dopo le osservazioni critiche del procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, è osteggiato apertamente dai cosiddetti finiani (seguaci di Fini), che vedono in esso un pericolo per la legalità e per la lotta al crimine. Quanto alla manovra, le parole di Tremonti sulla «cialtroneria» della classe politica meridionale hanno scaldato ulteriormente gli animi dei governatori del Sud, già molto preoccupati per l’entità dei tagli che la manovra prevede per le Regioni. Quel che potrebbe accadere, in altre parole, è che nei prossimi giorni i due tipi di protesta – finiani e politici del Mezzogiorno – si saldino, magari in nome di qualche più o meno astratto principio di coesione nazionale. E che tale saldatura, anziché risolversi in un voto parlamentare di sfiducia al governo, si concretizzi invece – molto italianamente – in qualche scambio e concessione reciproca. Fra tutti gli scambi possibili, il più perverso – a mio parere – sarebbe quello fra intercettazioni e federalismo. E cioè che i finiani accettassero un cattivo compromesso sulle intercettazioni, in cambio di un gesto di clemenza nei confronti delle Regioni meridionali in dissesto. In parole povere: noi diamo soddisfazione a Berlusconi sul terreno della giustizia (intercettazioni), lui mette un freno a Tremonti sul terreno dell’economia (manovra e federalismo fiscale). Una scena, del resto, già vista ai tempi del secondo governo Berlusconi, quando – nel giro di una notte – Tremonti fu costretto alle dimissioni da Fini. Perché dico che questo scambio sarebbe perverso? Per le conseguenze che produrrebbe su tutti noi. Se sulle intercettazioni dovesse prevalere la linea dei falchi governativi, e soccombere quella dei seguaci di Fini, avremmo sicuramente più privacy, ma anche più intralci alla magistratura, meno strumenti di lotta alla criminalità, in definitiva meno legalità e meno sicurezza. Da questo punto di vista considero un grave errore politico dell’opposizione (e della stampa) aver chiamato legge-bavaglio la legge sulle intercettazioni, come se l’informazione ne fosse la prima vittima. No, dovevano chiamarla legge-mordacchia, perché la prima vittima della legge sarebbe la capacità di mordere della magistratura, e con essa la sicurezza dei cittadini. Quanto alla manovra, se dovesse prevalere ancora una volta la linea dello sconto alle Regioni in dissesto, patrocinata innanzitutto dai governatori di tali Regioni, ne sarebbe gravemente compromesso il cammino verso il federalismo. Anziché iniziare un percorso di risanamento e di responsabilizzazione, verrebbe reiterato e ripetuto il classico segnale che negli ultimi decenni ha distrutto i conti pubblici: chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato. È questo, in ultima analisi, che invocano gli amministratori degli enti in dissesto, quando si proclamano «non colpevoli» dei dissesti che hanno ereditato, e disquisiscono sulla distinzione fra amministrazioni viziose e comportamenti viziosi, come se un governatore che eredita un dissesto non fosse chiamato a farsene carico. Su questo punto, invece, hanno sostanzialmente ragione Tremonti e il governo quando stabiliscono che un’amministrazione che dissipa risorse pubbliche ha solo due alternative, eliminare gli sprechi o alzare le tasse, e che l’alternativa di far pagare i territori-formica anche per gli sperperi dei territori-cicala non esiste. E questo per almeno tre buoni motivi. Primo: gli sprechi di un territorio sono anche privilegi, sotto forma di posti di lavoro superflui, commesse e acquisti generosi con i fornitori, favori di ogni tipo agli amici degli amici; dunque gli aumenti di tasse imposti ai territori in dissesto compensano anni e anni di privilegi indebitamente goduti. Secondo: là dove ci sono meno sprechi, ci sono meno margini per fare tagli, là dove ci sono più sprechi ci sono più margini per riorganizzare, e semmai il punto è che chi è chiamato a farlo dovrebbe disporre di maggiori poteri. Terzo: quando Marchionne si è assunto il compito di rimettere in sesto la Fiat, si è ben guardato dal trincerarsi dietro la «pesante eredità» lasciatagli dai suoi predecessori; sarebbe bello che i governatori delle Regioni in dissesto affrontassero il loro mandato con il medesimo spirito, visto che è anche per rimettere i conti in sesto che hanno chiesto il voto. Ma l’eventualità di una saldatura tra finiani e meridionalisti non è solo rischiosa per il governo (perché lo indebolirebbe), e pericolosa per il Paese (perché potrebbe finire in un compromesso perverso). È anche una mina vagante per l’opposizione, e in particolare per il Pd. La tentazione di allearsi con i finiani per scacciare il tiranno è molto forte, e si è già manifestata esplicitamente con la promessa di Franceschini di votare tutti gli emendamenti dei finiani al disegno di legge sulle intercettazioni. Il suo prezzo, però, potrebbe essere l’ennesimo rinvio del federalismo, che i finiani, il partito di Casini e una parte dello stesso Pd vedono come una minaccia alla coesione sociale, se non come un attentato all’unità nazionale. Così il rebus di luglio è completo. Qualsiasi cosa facciano i finiani, il federalismo è in pericolo. Se cedono a Berlusconi sulle intercettazioni, è difficile non pretendano una contropartita, sotto forma di una robusta frenata al federalismo, con conseguente ridimensionamento di Tremonti e ampie concessioni ai governatori del Centro-Sud. Se accettano i voti dell’opposizione per cambiare la legge sulle intercettazioni, è difficile che il nuovo asse politico tra finiani, Pd e Udc non operi nella medesima direzione, quella di un freno al rigore antimeridionalista di Tremonti. Alla fine, chi rischia veramente è la Lega, cui il sogno federalista potrebbe sfuggire ancora una volta proprio sul filo di lana. (l.ricolfi lastampa.it)

“Non tifo Italia” parla Renzo Bossi

Mercoledì, 21 Aprile 2010

55459_tnIl padre è Umberto Bossi e lui, Renzo, 22 anni, è il primogenito della maestra elementare Manuela Marrone e del leader della Lega (che aveva già Riccardo, dal primo matrimonio). È uscito vincitore, anche morale, dalle ultime Regionali: dopo tutte le polemiche che la sua candidatura aveva suscitato – anche all’interno del partito – ha preso 13 mila preferenze nella provincia di Brescia, ed è il più giovane consigliere regionale mai eletto in Lombardia. Questa intervista a Vanity Fair, in edicola dal 21 aprile è la prima in cui parla davvero di sé.

Anche lei, come suo padre ai tempi d’oro, fa le ore piccole e dorme poco?

«Uguale. Mi bastano pochissime ore di sonno. E, come lui, bevo litri di Coca-Cola».

Vi assomigliate molto anche fisicamente.

«È sempre stato il mio modello. Quando lo vedevi passare a Gemonio, dietro c’ero sempre io, con le mani in tasca come lui».

La sua candidatura ha fatto discutere: si è parlato di una concezione nepotistica della politica.

«È come dire che il figlio di un artigiano, dopo aver sempre visto suo padre fare sacrifici e metterci l’anima, non può fare lo stesso mestiere. Ho deciso io di candidarmi, e so che dovrò dimostrare il doppio proprio per il cognome che porto. Ma volevo finalmente mostrare chi sono davvero. In questi anni sono stati costruiti miti negativi sul mio conto: è passato il messaggio, falso, che fossi un ignorante pluribocciato con 12 mila euro al mese di stipendio».

Non è vero che è un pluribocciato?

«Mi hanno bocciato due volte. La prima avevo 15 anni, ed era il periodo della malattia di mio padre. Ero confuso, stordito. La seconda è stata alla maturità nel 2008. Il mio esame era viziato: la prova di matematica era diversa da quella degli altri. Infatti ho fatto ricorso al Tar e l’ho vinto. La scuola mi ha consentito di ridare l’esame orale da privatista, ma era ovvio a quel punto che volevano bocciarmi: sono andato demotivato».

Ora ha smesso di studiare?

«No, sono iscritto all’università, a Economia. Non in Italia, perché non voglio trovarmi i giornalisti in aula quando faccio gli esami».

La storia dei 12 mila euro, e del posto di lavoro collegato all’Expo di Milano?

«Inventata. Neanche ho mai ricevuto alcuno stipendio».

Quando ha deciso di candidarsi, suo padre ha cercato di dissuaderla?

«Aveva paura, visto il clima politico, che mi facessero a pezzi. Ma gli ho detto che sarei andato in mezzo alla gente e mi ha risposto: “Ok, prova”».

Veniva ai comizi con lei?

«Voleva. Mi chiamava tutti i giorni, per sapere come era andata, ma io gli ho chiesto di farne solo uno, come per gli altri candidati. Ed è stato il momento più bello di questa avventura, perché dopo che io avevo parlato, è venuto da me e mi ha abbracciato».

Ha fama di attaccabrighe?

«Tanti anni di arti marziali mi hanno insegnato che ci si difende, non si attacca. Se però sono aggredito o, peggio, attaccano mio fratello Roberto (20 anni, poi c’è Sirio di 14, ndr), non ci vedo più».

Ha fatto spesso a botte?

«Dai 17 anni in poi, per motivi politici. Capita ancora adesso».

La fidanzata ce l’ha?

«Da poco. Una studentessa bresciana di 20 anni che ho conosciuto a un incontro di campagna elettorale. Il giorno dopo mi ha chiesto l’amicizia su Facebook».

Leghista?

«Vota Lega, ma non è una militante».

Pensa già al matrimonio?

«Anche a un figlio: senza troppa differenza d’età ci si capisce di più. Io poi vado pazzo per i bambini».

Si sposerebbe con rito celtico?

«No, in chiesa».

Mai provato droghe?

«Nella vita penso si debba provare tutto tranne due cose: i culattoni e la droga».

Come è cambiato, suo padre, dopo la malattia?

«Sta più a casa. E io, da quando è tornato, mi sono rimesso a suonare il pianoforte».

Prima era stato un padre assente?

«Ci ha sempre seguito, a suo modo. Per esempio, ci ha spinto a fare sport».

Seguirà gli azzurri al Mondiale di Sudafrica?

«No, non tifo Italia».

Non si sente italiano?

«Bisogna intendersi su che cosa significa essere italiano. Il tricolore, per me, identifica un sentimento di cinquant’anni fa».

Conosce l’Italia meridionale?

«Mai sceso a Sud di Roma».

L’hanno accusata di razzismo per «Rimbalza il clandestino», un videogame che avrebbe creato e lanciato sulla pagina Facebook della Lega.

«Non l’ho pensato né creato io. Come tutti, però, sono andato a vedere di che cosa si trattava, e onestamente non ci ho trovato nulla di razzista. C’è la cartina dell’Italia e, quando arriva una barca di clandestini, cliccando sulla costa puoi mettere una rete che la rimbalzi. Non spari mica».

Le piace la Moratti come sindaco di Milano?

«Sì, secondo me è brava».

E Formigoni alla Regione?

«Ci si lavora».

Nella Lega con chi si trova meglio, umanamente?

«Con Marco Reguzzoni».

Pensavo dicesse Maroni, vista la comune passione per la musica.

«E non escludo che prima o poi faremo un concerto insieme. A me la musica piace tutta».

Compreso Apicella?

«Fatico a capire quello che dice: il napoletano non lo capisco».

 Da trota, come l’ha soprannominata suo padre, sogna di trasformarsi in delfino?

«Trota va benissimo, mi piace. Mi sono fatto fare persino la maglietta».

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