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Il presidente Napolitano, massone?

Venerdì, 29 Novembre 2013

«Il presidente Napolitano è stato sempre garante dei poteri forti a livello nazionale e degli equilibri internazionali sull’asse inclinato dal peso degli Stati Uniti» scrivono i giornalisti di inchiesta Ferruccio Pinotti (del Corriere della sera) e Stefano Santachiara (Il Fatto) in I panni sporchi della sinistra (ed. Chiarelettere).

Il primo ritratto, di 60 pagine, è dedicato proprio al presidente della Repubblica («I segreti di Napolitano»), «l’ex ministro degli esteri del Pci» come lo definì Bettino Craxi interrogato dal pm Di Pietro nel processo Enimont. I rapporti con Mosca, quelli controversi con Berlusconi (il mensile della corrente migliorista del Pci, Il Moderno, finanziato da Fininvest, ma anche dai costruttori Ligresti e Gavio), e le relazioni oltreoceano, con Washington.

Una storia complessa, dalla diffidenza iniziale del Dipartimento di Stato Usa e dell’intelligence americana («nel 1975 a Napolitano gli fu negato il visto, come avveniva per tutti i dirigenti comunisti»), alle aperture dell’ambasciata Usa a Roma, al «misterioso viaggio» di Napolitano negli Stati uniti nel ’78, nei giorni del sequestro Moro, l’altro viaggio insieme a Occhetto nel 1989, fino «all’incontro festoso, molti anni dopo, nel 2001, a Cernobbio, con Henry Kissinger, ex braccio destro di Nixon, che lo saluta calorosamente: “My favourite communist”, il mio comunista preferito. Ma Napolitano lo corregge ridendo: “Il mio ex comunista preferito!”».

Il credito di Napolitano presso il mondo anglosassone si dipana nel libro-inchiesta anche su un fronte diverso, che Pinotti segue da anni, la massoneria, e che si intreccia con la storia più recente, in particolare con le dimissioni forzate di Berlusconi nel 2011, a colpi di spread e pressioni delle diplomazie internazionali. Su questo terreno gli autori fanno parlare diverse fonti, tra cui una, di cui non rivela il nome ma l’identikit: «Avvocato di altissimo livello, cassazionista, consulente delle più alte cariche istituzionali, massone con solidissimi agganci internazionali in Israele e negli Stati Uniti, figlio di un dirigente del Pci, massone, e lui stesso molto vicino al Pd».

Il quale racconta: «Già il padre di Giorgio Napolitano è stato un importante massone, una delle figure più in vista della massoneria partenopea» (proprio nei giorni successivi all’uscita del libro sarebbe spuntata, dagli archivi di un’associazione massonica di primo piano, la tessera numerata del padre di Napolitano, ndr). Tutta la storia familiare di Napolitano è riconducibile all’esperienza massonica partenopea, che ha radici antiche e si inquadra nell’alveo di quella francese…».

Avvocato liberale, poeta e saggista, Giovanni Napolitano avrebbe trasmesso al figlio Giorgio (legatissimo al padre) non solo l’amore per i codici «ma anche quello per la “fratellanza”» si legge. E poi: «Per quanto riguarda l’attuale presidente, negli ambienti massonici si sussurra da tempo di simpatie della massoneria internazionale nei confronti dell’unico dirigente comunista che a metà anni Settanta, all’epoca della Guerra fredda, sia stato invitato negli Stati Uniti a tenere un ciclo di lectures presso prestigiosi atenei. Napolitano sarebbe stato iniziato, in tempi lontani, direttamente alla «fratellanza» anglosassone (inglese o statunitense)».

Da lì il passo ad accreditare la tesi, molto battuta in ambienti complottisti, di un assist guidato a Mario Monti, è breve, e viene illustrata da un’altra fonte, l’ex Gran maestro Giuliano Di Bernardo («criteri massonici nella scelta di Mario Monti») e da uno 007 italiano.

L’asse di Berlusconi con Putin – specie sul dossier energia – poco gradito in certi ambienti, entra in questo quadro (fantapolitica?). Con un giallo finale nelle pagine del libro, raccontato dalla autorevole fonte (senza nome): Putin avrebbe dato a Berlusconi delle carte su Napolitano. Se queste carte esistono, riguardano più i rapporti americani di Napolitano che quelli con i russi». Materiale per una avvicente spy story su Berlusconi, Napolitano, Monti, Putin, la Cia, il Bilderberg… Paolo Bracalini per “Il Giornale

 

Di Tanno o di tonno?

Domenica, 17 Febbraio 2013

«Possiamo attestare, che sulla base dei controlli effettuati e delle informazioni ottenute, non sono state rilevate omissioni, fatti censurabili o irregolarità meritevoli di specifica segnalazione agli azionisti», firmato prof. Tommaso Di Tanno, presidente del Collegio dei sindaci di Banca Monte dei Paschi, ultimo bilancio. Anche i migliori possono fare cilecca ogni tanto, specie se, come il professor Di Tanno, siedono in dozzine di Collegi sindacali di aziende (enormi SpA) nel medesimo tempo. Recentemente si è intervenuto per limitare l’accumulo di cariche nei Cda, forse servirebbe lo stesso per i revisori interni alle società, i sindaci appunto, per non compromettere la concentrazione quando si tratta di verificare se tutto fila nei bilanci.

Il tributarista Di Tanno, uno dei più noti in Italia, mentre scriviamo non è soltanto il presidente dei sindaci (cioè dei controllori interni) di Mps, carica per cui riceve 142mila euro l’anno, ma ricopre lo stesso ruolo per due controllate del gruppo, Mps Immobiliare SpA (63mila euro di compenso) e Mps Leasing&Factoring Spa (altri 37mila euro di «gettone»). Basta qui? Macché. Ritroviamo sempre lo stesso Di Tanno come presidente del Collegio sindacale del fondo di investimento Anima SGR Spa, poi ancora nel collegio di Alitalia Spa, poi in quello della Fondazione Telethon, poi in quello di Atlantia Spa, poi presidente del collegio sindacale di Vodafone Spa, e poi revisore dei bilanci dei partiti presso la Camera dei deputati, quei bilanci, cioè, nei quali ai controllori sono sfuggiti, per dire così, diversi milioni di euro sottratti dai vari Lusi&Co. Tutti incarichi ricoperti in contemporanea.

Nel 2010 è arrivato a cumulare 17 nomine, sempre in consigli sindacali di aziende primarie. Per non parlare poi delle cattedre, una alla Bocconi di Milano e l’altra, ovviamente, nella Siena del Mps (a Siena è una star, ha difeso le contrade del Palio contro il Fisco che chiedeva tasse in più), e dei precedenti incarichi di revisore dei conti: dalla Caltagirone Spa a Autostrade Spa, da Sisal a Assicurazioni Roma, da British American Tobacco fino a Bnl. Sì, proprio la banca che i Ds volevano a tutti costi fondere al Monte dei Paschi. «In base a che criterio venite scelti dalla Camera per fare i revisori dei conti dei partiti?», gli fu chiesto. «Manuale Cencelli, puro e semplice», rispose Di Tanno, a cui non manca la schiettezza. Lui è in quota Pd, anche se molti lo catalogano in area Caltagirone-Udc, avendo fatto il revisore di società del gruppo Caltagirone, e poi nominato presidente dei controllori di Mps quando Caltagirone è diventato vicepresidente della banca senese (Di Tanno è anche editorialista economico del Messaggero, giornale del costruttore romano).

La sua storia politico-professionale è però più legata al Pd. Ai Ds, per essere precisi. A Visco e D’Alema, per esserlo ancora di più. Di Vincenzo Visco, ministro delle Finanze, Di Tanno è stato consigliere economico. E di recente il professore ha firmato insieme all’ex «Dracula» del governo Prodi una proposta di riforma choc della riscossione tributaria: «Abolire la Guardia di Finanza e trasferire tutti i poteri a Equitalia». Una linea di ferro che forse andava messa un po’ più sui conti di Mps. Un po’ Pd, un po’ Caltagirone, la casacca perfetta per rivestire il delicato ruolo di controllore dei bilanci di Mps. «I vertici della banca ci nascosero le carte sugli affari a rischio», si difende Di Tanno sul Corriere. Ma la domanda è inevitabile: se non li controlla il collegio dei controllori, gli affari a rischio, che sta lì a fare? Controllare gli amici, si capisce, è un lavoraccio. Soprattutto se hai altri 16 lavori. Paolo Bracalini per IlGiornale.it

800mila euro alla scuola della moglie di Bossi

Lunedì, 12 Luglio 2010

Trecentomila euro per il 2009 e 500mila euro per il 2010. Le ristrutturazioni costano, e se c’è un aiuto statale è meglio. Quello stabilito nel decreto del ministro del Tesoro lo scorso 9 giugno è stato particolarmente generoso con la Scuola Bosina di Varese. Un nome che forse dice poco ai più, ma che nella Lega Nord dice molto. La Scuola Bosina, o Libera Scuola dei Popoli Padani (una delle associazioni della galassia Lega nord), è stata infatti fondata nel 1998 dalla signora Manuela Marrone, «maestra di scuola elementare di lunga esperienza» (spiega il sito della scuola), ma soprattutto moglie di Umberto Bossi. La signora Marrone è tuttora tra i soci della cooperativa che dà vita a questa scuola materna, elementare e secondaria improntata alla cultura locale, alle radici e al territorio. Presidente della scuola è Dario Galli, che oltre a occuparsi di pedagogia padana è stato anche senatore della Lega. Proprio il Senato, con la commissione Bilancio (di cui la Lega ha la vicepresidenza), ha formalizzato l’elenco di enti beneficiari dei contributi stanziati nel «Fondo per la tutela dell’ambiente e la promozione dello sviluppo del territorio» creato nel 2008. Un elenco lunghissimo che comprende associazioni culturali, case di riposo, comuni, fondazioni, diocesi, parrocchie, università e appunto qualche scuola. L’impegno statale per l’istituto scolastico padano è complessivamente di 800mila euro per due anni, 2009 e 2010, rubricato alla voce «ampliamento e ristrutturazione». Il provvedimento della commissione bilancio ha anche un nome più popolare, «legge mancia», perché in quel modo senatori e deputati assegnano contributi e fondi a enti o amministrazioni che hanno particolarmente a cuore (per circa 200milioni di euro tra Senato e Camera), ovviamente anche a fini elettorali. Non è questo il caso della Lega e della Scuola Bosina, il cui finanziamento (certo, generoso) non serve alla Lega per accontentare il proprio elettorato ma per sostenere un progetto in cui il Carroccio crede molto. Basta leggere la mission dell’istituto sul sito della Lega Nord: «La Scuola Bosina si propone come obiettivo quello di coniugare l’insegnamento previsto dagli organismi competenti con le esigenze del tessuto sociale locale, di formare futuri cittadini integrati nella realtà storica, culturale, economica e industriale che li circonda, pronti a confrontarsi con altri modelli sociali». Il metodo educativo padano si incentra sulla «progressiva scoperta del territorio» che avviene fin dalla scuola dell’infanzia, presentando narrazioni popolari, leggende, fiabe e filastrocche strettamente legate alle tradizioni locali e «numerose visite guidate sul territorio, che consentono al bambino di riconoscere da diverse angolature la propria identità». Identità formata anche con lo studio del dialetto locale (tra cui appunto la lingua bosina, cioè il varesino), considerato fonte di cultura e tradizione da salvaguardare. «Abbiamo voluto questa scuola perché era fondamentale insegnare “dal basso” l’attaccamento alle tradizioni e all’identità del territorio» disse Bossi durante una parata di ministri e autorità, da Maroni alla Moratti, in onore dell’istituto padano. La società cooperativa, con sede legale a Varese, ha chiuso il bilancio 2008 con una perdita di 495.796 euro, anche se le iscrizioni non vanno affatto male. Due anni fa, raccontò Panorama, gli alunni erano cresciuti del 25% e per la prima volta la Scuola Bosina era stata costretta a creare le liste di attesa per i suoi studenti. Forse da lì l’esigenza di ampliarsi e ristrutturarsi, grazie agli 800mila euro gentilmente concessi dai senatori. Paolo Bracalini e Gian Marco Chiocci per “Il Giornale”

I fregati da Di Pietro

Mercoledì, 23 Giugno 2010

Qualcuno ad un certo puntò pensò di costituire un’associazione: la FDP,i Fregati da Di Pietro. I numeri per fondare diversi circoli non mancherebbero. Perché se la storia di ogni partito è una storia di tradimenti, separazioni e liti, quella dell’Idv lo è particolarmente. Con una specifica: di mezzo ci sono sempre i soldi, che in politica prendono il più gentile nome di «fondi » o «rimborsi». La costante, in tutte le rotture – anche violente – che hanno costellato i circa dieci anni di vita dell’Idv di Tonino, è che i compagni di ventura (o sventura) a cui spettano i famosi «fondi» o «rimborsi», regolarmente non ne vedono nemmeno l’ombra. Per i soldi del rimborso pubblico Di Pietro ha rotto anche con amici di vecchissima data, fondatori del partito insieme a lui, compagni della prima ora. Per il rimborso della campagna elettorale delle Europee 2004, tanto per dirne una, Tonino ha tranquillamente mandato all’aria il rapporto con l’amico di sempre, Elio Veltri, che l’ha trascinato in tribunale insieme ad Achille Occhetto e Giulietto Chiesa.Quest’ultimo, una volta eletto a Strasburgo con la lista civica collegata all’Idv, ebbe l’ardire di chiedere la parte spettante di rimborsi. «Mi fece una scenata – raccontò al Giornale – , mi insultò, disse che non doveva niente a nessuno, che io ero in Europa grazie a lui». Chiesa rispose con un’intervista in cui disse «si tenga pure il malloppo», e Di Pietro querelò, naturalmente. Però perse la causa. Sempre per la mancata spartizione degli indennizzi agli alleati, Tonino ha fatto infuriare Giuseppe Pierino, promotore del listone di centrosinistra «Progetto Calabrie» che ha corso con l’Idv alle Regionali del 2005: aperte le urne, conteggiati i voti, al momento di incassare il rimborso (85mila euro) ogni riferimento a Pierino era sparito nell’autocertificazione presentata alla Camera. Al Sud come al Nord, sempre lo stesso copione. In Friuli l’ex militante Alessandra Battellino siglò nel 2003 un accordo col presidente Illy in base al quale ogni partito avrebbe poi ceduto una parte dei rimborsi al candidato-presidente: vinte le elezioni, tutti rispettarono l’impegno preso. Tranne uno: Antonio Di Pietro. Che fece il bis con la candidata alla Provincia di Genova, Anna Maria Pannarello, che dovette rimborsare di tasca sua il presidente Repetto. E che dire di Aldo Ferrara, ex coordinatore del partito in Toscana, «reo» d’aver criticato la gestione autocratica del partito con consueto strascico di conti da pagare. «Ero tra i candidati del 2001 – ha raccontato il professor Ferrara e come era prassi pagai una quota al partito per la mia candidatura: 50 milioni di fideiussione, lasciapassare per accedere in Parlamento, versamento intestato alla tesoreria dell’Idv. Uscii dal partito il 31 gennaio del 2001. I 50 milioni li ho rivisti solo dopo un braccio di ferro estenuante con la banca e con la signora Mura che non volevano restituirmi il denaro. Ci sono voluti sei mesi. I soldi che non vidi mai più invece furono i 40 milioni spesi da me per la gestione delle spese in Toscana». Nell’ipotetica associazione «Fregati da Di Pietro» spetta un posto di diritto anche al vicequestore della Dia Giovanni Aliquò, che ancora stenta a credere alla presa in giro post elettorale: «Dopo le elezioni del 2001 riportai alla corte d’Appello di Napoli le spese sostenute pari a 6 milioni di lire, spese documentate fattura per fattura. Non solo non ho visto la minima organizzazione per la ripartizione dei fondi, ma non ho più rivisto una lira. È una cosa che credo sia successa a tutti quelli che non fanno parte della cricca di Di Pietro». Salvatore Procacci, ex capo Idv in Umbria, iniziò invece a stare sulle scatole a Tonino non appena chiese gli venissero rimborsati almeno i 20mila euro spesi per mandare avanti il partito. E a proposito dell’intesa elettorale in Umbria nel 2005 (vantaggiosa per Di Pietro in danno dei Verdi di Pecoraro Scanio) Procacci ha confessato: «Di Pietro ha sempre avuto una fissazione per i rimborsi elettorali e in un modo o nell’altro riusciva sempre a ottenere quel che voleva. Con lui bisognava stare attentissimi a quello che ti faceva firmare, bisognava leggere tutto, dall’inizio alla fine, senza tralasciare nulla». Battono cassa da anni anche Wanda Montanelli, ex coordinatrice delle donne Idv, che si domanda dove siano finiti i 600mila euro iscritti negli ultimi bilanci del partito; Domenico Porfido, corregionale di Tonino, mai rientrato di nessuno degli 84 milioni di lire spesi in campagna elettorale; Lorenzo Lommano (25 milioni di lire) e Dante Merlonghi (55mila euro). Ai tantissimi che hanno chiesto lumi sul rimborso, la risposta è sempre stata chiarissima: un due di picche grosso così. Paolo Bracalini e Gian Marco Chiocci per “il Giornale

Di Pietro, tutti gli scheletri del supermoralista

Martedì, 22 Giugno 2010

E adesso, che fine farà la campagna per il «Parlamento pulito», adesso che tra i non puliti, gli onorevoli inquisiti da tenere a debita distanza, c’è pure lui, il campione dei valori, il Mastrolindo della politica italiana, l’eroe della legalità, Antonio Di Pietro? Azzardiamo un pronostico: non cambierà assolutamente niente, tutto come se nulla fosse. In fondo è la specialità di Tonino, capace come pochi altri di ficcarsi sempre in tremendi pastrocchi ma di uscirne sempre con la stessa olimpica nonchalance. Anche perché, diversamente da molti suoi nemici, il più delle volte peones o moralisti improvvisati (mentre lui ha il master in quella materia), non sono minimamente all’altezza del suo talento comunicativo e della sua micidiale capacità – ereditata dai vecchi mestieri di poliziotto e magistrato – di archiviare, raccogliere e ritrovare all’occorrenza carte giudiziarie e documenti per controbattere, «carte alla mano», alla accuse. Usando tra l’altro tutte le risorse tecnologiche disponibili, come un vero smanettone: Twitter, YouTube, Facebook, le pagine web del suo blog, quelle del sito Idv. Quando non funziona, passa alle querele, di cui è indiscusso leader in Parlamento. Anche quando si parla di vicende che diventano poi oggetto di indagini giudiziarie, come appunto la questione dei rimborsi elettorali per l’associazione Idv. Nel dubbio, Di Pietro cita in giudizio, chiedendo solitamente un bel patrimonio di risarcimento. È capitato quando il Giornale ha scritto della strana ambiguità tra partito e associazione di famiglia. Tonino si è sentito diffamato e ci ha portati in tribunale. Ora però un altro tribunale, quello di Roma, vuol veder chiaro, proprio su quella storia.
La carriera da supermoralista è dura, non ammette macchie, e se ogni tanto ne spuntano, Di Pietro ha pronto un suo speciale smacchiatore istantaneo: negare qualsiasi evidenza. Spuntano le foto di lui e Bruno Contrada pochi giorni prima dell’arresto del questore per collusioni mafiose? Era solo una cena con dei servitori dello Stato. Affiorano foto di Di Pietro con mafiosi bulgari? Sì ma lui non sapeva che fossero criminali. Ci sono foto di Tonino con un esponente della ’ndrangheta di Varese? Sì, ma non lo sapeva. La tesoriera del suo partito abita in una casa di Propaganda Fide, presa all’epoca Balducci? È un altro caso. Il giornale dell’Idv prese la sede in un appartamento di proprietà di Propaganda Fide, epoca Balducci? Ma che volete, ancora un caso. Di Pietro aveva rapporti con quel Saladino al centro dell’inchiesta «Why not»? Ma suvvia, lo conosceva appena. Tonino ebbe Balducci come presidente del Consiglio dei lavori pubblici al ministero? Sì ma lo conosceva appena, e lo spostò subito. Anche Mario Mautone, il provveditore alle Opere pubbliche della Campania e del Molise, indagato a Napoli, era con lui al ministero? Un altro che conosceva appena, e poi lo spostò subito. Ha fatto ristrutturare a spese del partito un appartamento a Roma che risulta sua proprietà privata e non sede di partito? Ma no, in quei mesi era adibita temporaneamente a sede di partito. Acquistò in svendita una Mercedes da Giancarlo Gorrini, imprenditore poi accusato di bancarotta fraudolenta, e vari favori da Antonio D’Adamo, costruttore inquisito? Macché, tutte malignità, tutto in regola. Nel partito riciclati, inquisiti e impresentabili? Sì vabbè, ma le mele marce ci sono anche nei cesti più pregiati, se ci sono non se n’era accorto, e prossimamente metterà le cose a posto. Il supermoralista lo ripete spesso: appena c’è un sospetto, bisogna correre dai magistrati e raccontare tutto per aiutare le indagini. Ecco, il fatto curioso è che ultimamente a Di Pietro tocca correre spesso dal magistrato. È successo due anni fa, quando corse alla Procura di Napoli e parlò per tre ore con i pm che indagavano il figlio Cristiano nella vicenda degli appalti e raccomandazioni a Napoli e in Molise. È risuccesso recentemente, con la Procura di Perugia, dove Tonino si è precipitato per raccontare due o tre cose sul conto della cricca, che lo aveva tirato in ballo per gli appartamenti a Roma e altre faccende come l’Auditorium di Isernia (ma Di Pietro è totalmente estraneo, come sempre). È ri-risuccesso adesso, con la Procura di Roma, a cui Tonino dovrà fornire carte e informazioni per dimostrare, come dice lui, che è tutto in regola nell’amministrazione delle casse del partito. Fuori e dentro dalle aule giudiziarie, ma sempre per sbaglio, perché lui non c’entra mai. È come Jessica Rabbit: non è che sia ambiguo, sono gli altri a dipingerlo così. p. bracalini ilgiornale

Di Pietro, quante ombre!

Giovedì, 3 Giugno 2010

Di Pietro_ il duce di piazza farneseQUEL CHE L’EX PM DICE (E NON DICE) SULL’APPARTAMENTO DI PROPAGANDA FIDE-ANEMONE
Paolo Bracalini 
e Gian Marco Chiocci per il Giornale «Via 4 Fontane Prete». Nella famosa lista Anemone c’è questo criptico appunto, rubricato nei lavori eseguiti nel 2006, precisamente il 29 giugno del 2006. Ma cosa c’è in via delle Quattro Fontane? E cosa c’entrerebbe un prete? Chissà. L’unica certezza è che proprio in quella via, la centralissima via delle Quattro Fontane, la Congregazione di Propaganda Fide possiede due appartamenti rispettivamente al civico 27 e 28, e ben tre piani al numero 29. E che al primo piano del civico 29, interno 2, abita (proprio da quel 2006) l’onorevole Silvana Mura, custode dei conti Idv, insieme al compagno ed ex marito Claudio Belotti, intestatario del contratto di locazione da 21.600 euro annui. È quello uno dei due appartamenti (l’altro si trova in via della Vite) di cui ha parlato l’architetto Zampolini ai Pm di Perugia. «Zampo», come lo chiamava la cricca, sostiene che fu Balducci a procurare quell’abitazione a Di Pietro, per sua figlia Anna, e che Anemone fece «dei lavori di ristrutturazione per il ministro» in quella casa. È a questi lavori che si riferisce lo scarno appunto nell’agenda dell’imprenditore della cricca? Difficile dirlo. I vicini di casa, però, raccontano di una ristrutturazione avvenuta qualche anno fa, probabilmente nel 2006, esattamente in quell’abitazione.
Il leader Idv è sicuro che si tratti soltanto di calunnie: «Non ho mai preso in affitto appartamenti da Propaganda Fide né per me o mia figlia né per la sede dell’Idv» tuona sul suo blog, allegando copia del contratto d’affitto di via delle Quattro fontane 29 e altri documenti per far capire che «né io, né Mura e – men che meno – mia figlia abbiamo mai avuto a che fare con il sig. Anemone, persona che nessuno di noi conosce… Non è proprio vero quanto affermato da Zampolini al quale evidentemente qualcuno ha propinato false informazioni, per mettere tutti nello stesso calderone». Di Pietro smentisce, Zampolini accusa, restano le date di una intricata matassa. Il 29 giugno 2006, dunque, giorno in cui Anemone annota un intervento in via delle Quattro Fontane, segnando accanto la parola «Prete». A quel tempo Angelo Balducci è ancora consultore di Propaganda Fide ed è ancora presidente del Consiglio dei Lavori pubblici (ci rimarrà fino al 31 agosto) presso il ministero delle Infrastrutture. Ministero in cui siede, da circa due mesi, Antonio Di Pietro.Dopo qualche settimana Di Pietro non rinnoverà l’incarico a Balducci, che verrà nominato dal Cdm – su sua proposta – capo del dipartimento per le infrastrutture statali. «Balducci l’ho spostato due volte, volevo una rotazione continua tra le cariche, non avevo nulla contro di lui, ma la legge non mi avrebbe comunque permesso di chiederne le dimissioni» ha spiegato qualche tempo fa Di Pietro. Spiegazione, anche questa, abbastanza sibillina. Se non aveva nulla contro di lui, perché lo spostò? Se invece sapeva qualcosa, perché gli diede un altro incarico, facendo peraltro «ruotare» soltanto lui? A dar invece credito a Zampolini, sarebbe stato Balducci a «dimettersi», stanco delle pressioni di Tonino «che voleva essere introdotto in Vaticano». Ma è una versione tutta da confermare.
Un altro elemento che riguarda l’appartamento di via delle Quattro Fontane 29 è la presenza di Claudio Belotti. Oltre ad essere compagno della deputata Idv, Belotti è stato anche nel Cda della Antocri, società immobiliare di Di Pietro. E sempre Belotti è stato il prestanome per l’acquisto di una casa ex Inail a Bergamo, che altrimenti Di Pietro non avrebbe potuto comprare. Gli immobili, tra Di Pietro, Mura&Belotti: una vera passione.
L’altra casa citata da Zampolini, quella di via della Vite 3, sempre di proprietà di Propaganda Fide, ha ospitato dal 2006 al 2007 la redazione di Italia dei Valori, il quotidiano del partito. Antonio Lavitola, amministratore dell’Editrice Mediterranea, smentisce però seccamente (come anche fa Di Pietro) la ricostruzione dell’architetto.«Non ho mai conosciuto il signor Zampolini, il signor Anemone o lo stesso Balducci o persone che li rappresentavano – spiega al Giornale l’ex editore del quotidiano Idv – l’immobile fu da me personalmente affittato con regolare contratto ancora prima della nascita della società Cooperativa che in seguito avrebbe editato il quotidiano. Tutti i canoni di affitto sono stati pagati dalla società che rappresento ed escludo categoricamente che il prezzo di tali canoni sia stato un prezzo di favore (euro 3.500 mensili)». Dunque, solo una sfortunata coincidenza.

  2- BUCHI NERI, SCANDALI, REGALIE, CATTIVE FREQUENTAZIONI, FOTO IMBARAZZANTI. TUTTO QUEL CHE C’E’ DA SAPERE SULL’EX PM SFIORATO DAI SOSPETTI DI ESSERE UN AGENTE SEGRETO, UN POLITICO IMMOBILIARISTA, UNO CHE SI FREGA I SOLDI DEL PARTITO. SOSPETTI, SOLO SOSPETTI. PERCHE’ IN TRIBUNALE VINCE SEMPRE LUI (Ci sa­rà un motivo se è il secondo leader di partito, dopo Berlusconi, a di­chiarare di più al fisco)
Paolo Bracalini e Gian Marco Chiocci
Pur se con le ossa rotte e l’immagine devastata, fra bu­chi neri e cattive frequentazio­ni, alla fine Antonio Di Pietro riesce sempre a uscire dai guai. I suoi detrattori da anni denunciano un atteggiamen­to assolutamente benevolo da parte degli ex colleghi in to­ga, che l’ex Pm molisano di­fende sempre, comunque, do­vunque. Lui, Tonino, rivendi­ca onestà e trasparenza anche se poi ad ogni problema che lo riguarda risponde con quelle «citazioni civili» che fanno cassa ed evitano – per dirla con gli amici del Fatto Quoti­diano incavolati con le citazio­ni civili di Schifani­un dibatti­mento pubblico impedendo «al Pm di svolgere autonoma­m­ente indagini sui fatti conte­nuti negli articoli in maniera più ampia rispetto a quanto si può fare in sede civile».
L’uni­ca «condanna» riguarda la so­spensione di tre mesi da parte del Consiglio nazionale foren­se che lo ha riconosciuto «col­pevole » di illecito deontologi­co «per aver violato i doveri di lealtà, correttezza e fedeltà nei confronti della parte assi­stita »: che poi era il suo mi­glior amico di sempre, Pa­squalino Cianci, accusato del­l’omicidio della moglie. Non più magistrato, neo avvocato, Di Pietro prese le difese del­l’uomo a cui voleva tanto be­ne, ma che «tradì» passando con le parti civili che sostene­vano l’accusa. L’immagine del leader dell’Idv di recente ha rischiato di offuscarsi per quel che si è detto e scritto sui suoi presunti rapporti coi ser­vizi segreti (dalle foto insieme a funzionari della Cia al tavolo con l’indagato per mafia Bru­no Contrada fino alle irrituali indagini alle Seychelles per dare la caccia al faccendiere Francesco Pazienza). S’è incri­nata a proposito delle polemi­che sui «viaggi americani» nel boom di Tangentopoli a fian­co di personaggi (Leeden e Luttwak) considerati dalla si­nistra italiana vicini all’intelli­gence a stelle e strisce.
E che dire degli incidenti e dei passi falsi sul fronte «mafia»: accu­sò­il generale Mori per la scom­parsa dell’agenda rossa di Pa­olo Borsellino, e fu costretto a ritrattare: giurò di non aver mai visto Ciancimino, e il co­lonnello De Donno lo smentì ricordandogli un suo interro­gatorio a don Vito a Rebibbia; ammise di aver ricevuto dal Ros, prima della strage di via d’Amelio,un sos che lo mette­va fra gli obiettivi della mafia insieme a Borsellino (e solo lui fu allontanato dall’Italia con un passaporto falso, il giu­dice no e morì) smentendo quanto lui stesso aveva rac­contato nel 1999 ai giudici del Borsellino ter («Ho saputo del­­l’Sos dopo la strage di via d’Amelio»). Prima, dopo, per­ché non avvertì lui Borselli­no? Boh. Contrada a parte, Di Pietro ha la sfortuna di finire spesso immortalato con per­sone poco raccomandabili: at­tovagliato sul Mar Nero, da eu­roparlamentare Idv, assieme al boss bulgaro Ilija Pavlov, uc­ciso da un cecchino; eppoi è in piedi, abbracciato a vari commensali di un pranzo elet­­torale, fra cui il presunto boss della ‘ndrangheta Vincenzo Rispoli. Personaggi scomodi. Come quell’Antonio Saladi­no che frequentò in più occa­sioni, considerato il deus ex machina dell’inchiesta Why Not del collega Luigi De Magi­stris. Come il provveditore Mario Mautone, condannato a due anni nell’inchiesta Ro­meo, noto per le telefonate di raccomandazioni col figlio di Tonino, Cristiano, e per le tan­te versioni date sul suo conto dall’ex Pm in merito anche al­la conoscenza dell’indagine quand’era ancora coperta dal segreto.
Il politico di Montene­ro di Bisaccia s’è imbattuto spesso in collaboratori ingua­iati con la legge (dal fidatissi­mo Roberto Stornelli, appun­­tato arrestato nel ‘ 96, a Giusep­pe Di Rosa, maresciallo, arre­stato per concussione) e in in­dagati eccellenti da cui ha rice­vuto favori particolari: tipo l’imprenditore della Maa Assi­curazioni, Giancarlo Gorrini, poi sott’inchiesta per banca­rotta fraudolenta, da cui prese in svendita la Mercedes, che per due volte gli assunse il fi­glio, che passò pacchi di prati­che legali alla moglie, la storia dei famosi cento milioni sen­za interessi, altri milioni per coprire i debiti di carte dell’al­tro amico Rea, capi d’abbiglia­mento, viaggi aerei; tipo il co­struttore Antonio D’Adamo, quello della Lancia Dedra, l’uso di un appartamento die­tro il Duomo, la stanza pagata all’esclusivo Mayfair di Ro­ma, altre consulenze per la moglie e per l’avvocato amico Lucibello e via discorrendo. Ma di vicende che fanno anco­ra di­scutere è piena la sua bio­grafia: la laurea presa lavoran­do notte e giorno, dando 21 esami in 31 mesi; il giallo del­l’esame da magistrato (con i sospetti di un rocambolesco ripescaggio dopo l’insufficien­za ricevuta).
Fra gli amici sco­modi al contrario, c’è l’ex fon­datore dell’Idv Mario Di Do­menico che l’ha trascinato in tribunale (senza fortuna) de­nunciando ruberie nel parti­to. C’è l’imprenditore di Ter­moli, Sandro Giorgetta, che ha registrato un finanziere che parlava di un piano di Di Pietro per incastrare Mastella (c’è un’inchiesta a Bari). C’è Elio Veltri, altro vecchio ami­co ed ex alleato politico con Occhetto, che reclama il dovu­to economico del voto del 2004 e che ha costretto la pro­cura di Milano ha indagare sullo statuto dell’Idv e e sul­l’omonimia «Associazione (di famiglia, ndr) Idv» e «Parti­to Idv » ipotizzando un mecca­nismo diabolico di «sostituzio­ne » dell’una rispetto all’altro per incamerare i rimborsi elet­torali. Nel partito è cresciuta l’insofferenza per la gestione dei soldi, per alcuni candidati dai precedenti penali imba­razzanti. Qualcuno ha alzato la testa, altri se ne sono andati, molti sono arrivati.
Si è detto di tutto e di più del patrimo­nio immobiliare di Tonino e della società immobiliare «An­tocri » (acronimo con le inizia­li dei suoi figli) con apparta­menti persino affittati all’Idv, o privati ma ristrutturati con fatture intestate al partito (co­me quello di Via Merulana 99 a Roma), ma alla fine giudizia­riamente l’ex Pm ne è uscito sempre intonso. La realtà è sotto gli occhi di tutti: checché se ne dica, Antonio Di Pietro in tribunale non perde (qua­si) mai. E non dite che gode di protezioni particolari sennò vi beccate una querela. Anzi, una citazione per danni. Ci sa­rà un motivo se il capo del gab­biano è il secondo leader di partito, dopo Berlusconi, a di­chiarare di più al fisco.

Consorzi dei Trombati: 4 milioni per fare nulla e 112 poltrone inutili

Martedì, 11 Novembre 2008

Provate a chiedere a un amico, un parente, un collega, se sanno cosa sono i Consorzi per l’industrializzazione. Vi guarderanno come un marziano. Se invece lo chiedete a un consigliere comunale saprà perfettamente di cosa state parlando. Perché per molti di loro, per i politici di professione, quei Consorzi sono un formidabile arrotondamento mensile. Sicuro e poco impegnativo per chi ha già una carica altrove, sorta di pensione di lusso per chi invece l’ha persa. In ogni caso poltroncine comode nei Cda che regalano una rendita minima di qualche migliaio di euro. Benvenuti nel magico mondo delle Asi, i consorzi per le Aree di sviluppo industriale. Finalità (anzi «mission») nobilissime, utilità dubbia. In Italia ce ne sono 59, tutti concentrati nel Centro-Sud. Solo in Sardegna, fino a 4 mesi fa, ce n’erano 16, poi la giunta si è accorta dell’anomalia e ne ha tagliati 8. In Sicilia (che li sta riformando) altri 11, in Abruzzo 7, nel minuscolo Molise 3. In Lombardia, Piemonte, Liguria, Trentino-Alto-Adige, Valle D’Aosta, Emilia-Romagna: zero.

(continua…)