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La cultura dei muri dritti (by Bruni)

Sabato, 9 Febbraio 2013

 

Di lavoro si discute molto, ma ci si sofferma troppo, se non esclusivamente, sui suoi aggettivi: precario, dipendente, autonomo, nero, eccetera. Mentre è elusa la domanda decisiva: che cosa è il lavoro? Eppure senza tentare di rispondere a questa domanda si resta solo sulla superficie del ‘fatto tutto umano’ del lavoro, terminando così il discorso proprio sull’uscio dei suoi luoghi più rilevanti.

Innanzitutto, dovremmo ricordarci che il lavoro è sempre attività spirituale, perché prima e dietro una qualsiasi attività lavorativa, da una lezione universitaria alla pulizia di un bagno, c’è un atto intenzionale di libertà, che è ciò che fa la differenza tra un lavoro ben fatto e un lavoro fatto male. Ed è quindi attività umana altissima in ogni contesto nel quale si compie.

Persino, e paradossalmente, in un lager, come ricordava Primo Levi in una sua memoria molto nota: «Ma ad Auschwitz ho notato spesso un fenomeno curioso: il bisogno del ‘lavoro ben fatto’ è talmente radicato da spingere a far bene anche il lavoro imposto, schiavistico. Il muratore italiano che mi ha salvato la vita, portandomi cibo di nascosto per sei mesi, detestava i nazisti, il loro cibo, la loro lingua, la loro guerra; ma quando lo mettevano a tirar su muri, li faceva dritti e solidi, non per obbedienza ma per dignità professionale».

Sono proprio la ‘dignità professionale’ e il ‘bisogno del lavoro ben fatto’ che si stanno progressivamente e inesorabilmente allontanando dall’orizzonte della nostra civiltà, che era stata invece fondata eminentemente su quei pilastri. L’etica delle virtù, che ha dato vita nei secoli anche all’etica delle professioni e dei mestieri, si basava su una regola aurea, una vera e propria pietra angolare dell’intera fabbrica civile: la prima motivazione del lavoro ben fatto si trova nella dignità professionale stessa.

La risposta alla ipotetica domanda: «Perché questo tavolo o questa visita medica vanno fatti bene?» era, in una tale cultura, tutta interna, intrinseca, a quel lavoro e a quella determinata comunità o pratica professionale. La necessaria e importante ricompensa, monetaria o di altro tipo, che si riceveva in contraccambio di quella opera, non era – e qui sta il punto – la motivazione del lavoro ben fatto, ma era solo una dimensione, certamente importante e co-essenziale, che si poneva su di un altro piano: era, in un certo senso, un premio o un riconoscimento che quel lavoro era stato fatto bene, non il suo ‘perché’.

La cultura economica capitalistica dominante, e la sua teoria economica, sta operando su questo fronte una rivoluzione silenziosa, ma di portata epocale: il denaro diventa il principale o unico ‘perché’, la motivazione dell’impegno nel lavoro, della sua qualità e quantità. Tutta la teoria economica del personale, che si basa esattamente su questa ipotesi antropologica, sta producendo lavoratori sempre più simili alla teoria.

È questa la cultura dell’incentivo, che si sta estendendo anche ad ambiti tradizionalmente non economici, come la sanità e la scuola, dove è divenuto normale pensare, e agire di conseguenza, che un maestro o un medico diventano buoni (eccellenti), solo se e solo in quanto adeguatamente remunerati e/o controllati. Peccato che una tale antropologia, parsimoniosa e quindi errata, sta producendo il triste risultato di riavvicinare sempre più il lavoro umano alla servitù se non alla schiavitù antica, perché chi paga non compra solo le prestazioni, ma anche le motivazioni delle persone e quindi la loro libertà. E dopo oltre un secolo e mezzo in cui abbiamo combattuto battaglie epocali di civiltà per la difesa dei diritti dei lavoratori dalla loro mercificazione e asservimento, oggi restiamo silenti e inermi di fronte al capitalismo contemporaneo che nel silenzio ideologico sta riducendo veramente il lavoro a merce, e non solo quello degli operai ma anche dei manager, sempre più proprietà delle imprese che li pagano, e li comprano.

Il disagio del mondo del lavoro è anche il frutto del dilagare incontrastato di questa anti-cultura del lavoro, che non vedendo il ‘bisogno del lavoro ben fatto’ come la vocazione più radicale presente nelle persone, tratta i lavoratori come moderni animali domabili con bastone (sanzione-controllo) e carota (incentivo).

E se trasformiamo così i lavoratori, non dobbiamo poi stupirci se le imprese si ritrovano persone pigre, opportuniste e (o perché?) infelici. Il capitalismo, a causa degli ‘occhiali antropologici’ sbagliati che ha purtroppo inforcato, non capisce che quell’animale simbolico che chiamiamo homo sapiens ha bisogno di molto di più del denaro per dare il meglio di sé al lavoro, ha pensato di poterlo ‘addestrare’ (parola oggi di nuovo troppo usata da manager e ministri) e controllare, senza ancora riuscirci del tutto.

Grazie a Dio. C’è, allora, un urgente bisogno di una nuova-antica cultura del lavoro, che, senza guardare nostalgicamente indietro guardi politicamente avanti, torni a scommettere sulle straordinarie risorse morali presenti in tutti i lavoratori, che si chiamano libertà e dignità, che non possono essere comprate, ma solo donate dal lavoratore. Risorse morali che bisogna valorizzare e alle quali bisogna saper educare, con la parola (anche quella che transita per le leggi) e con l’esempio.

Senza questa nuova-antica cultura del lavoro, continueremo a discutere di articolo 18 e dintorni, ma resteremo troppo distanti dalle officine, dalle fabbriche, dagli uffici, che ancora vanno avanti perché, in barba alla teoria economica, tanti continuano a lavorare e a tirar su ‘muri dritti’ prima di tutto per dignità professionale, anche quando non dovrebbero farlo sulla base degli incentivi monetari. Fino a quando resisteranno? l. bruni da Avvenire dell’1/4/2012  cia Il Centro culturale Gli scritti (8/4/2012)

Se non cresce il PIL, che cresca il ben-essere (by Leozappa)

Martedì, 3 Aprile 2012
Una medaglia è il premio per chi sale sul podio alle Olimpiadi. Una medaglia è il premio dei militari e delle Forze dell´ordine che si sono distinti nel loro servizio. Quelle degli sportivi, dei militari e dei poliziotti sono attività che richiedono un impegno personale che va ben oltre l´ordinario, tanto che si parla comunemente di sacrificio. Eppure per queste attività la ricompensa non è costituita dal denaro, ma da un oggetto che ha un valore solo simbolico. La medaglia è il segno dell´onore che la società tributa a chi si è distinto. È significativo che proprio le attività che impongono sacrifici, anche fisici, abbiano un sistema premiale del tutto estraneo alla sfera economica.Quello degli onori è un meccanismo motivazionale che mette in crisi il main-stream della società di mercato basato sull´homo oeconomicus, che agisce solo razionalmente alla ricerca dell´utile/profitto. La tradizione millenaria e l´emozione corale che caratterizza le premiazioni dimostra che l´onore è radicato nella psicologia sociale dell´essere umano. L´onore riesce ad incentivare comportamenti virtuosi che, spesso, vanno anche oltre il dovere statuito legalmente. Esso si alimenta nella considerazione sociale. La medaglia è il pubblico riconoscimento che una comunità riserva a chi l´ha meritoriamente servita. La gratifica economica non va oltre la sfera intersoggettiva: è un corrispettivo attribuito a una prestazione eccezionale da parte di chi ne ha tratto vantaggio.La medaglia, invece, viene conferita in cerimonie corali perché rappresenta l´omaggio che la collettività tributa a chi ha reso un servizio nell´interesse generale. La forza incentivante che continua ad avere, anche nella disincantata società del XXI secolo, il meccanismo degli onori meriterebbe la sua generale adozione nei settori che riconoscono il valore del merito e della condotta virtuosa. Penso, in primis, al settore della formazione, di ogni ordine e grado. Poco importa che il premio per il miglior studente porti alla memoria esperienze non edificanti della storia recente del nostro Paese. I giovani hanno bisogno di incentivi e, se si vuole una scuola di eccellenza, l´eccellenza deve essere pubblicamente riconosciuta. Serve a gratificare chi ha meritato e, aristotelicamente, a stimolare negli altri l´emulazione. Così nel mondo delle professioni. L´esercizio di una professione richiede comportamenti virtuosi. I codici deontologici non bastano. Occorre andare oltre la logica punitiva. Oggi solo l´anzianità viene formalmente riconosciuta dal sistema ordinistico. Si tratta di un omaggio doveroso, ma privo di ricadute virtuose. L´istituzione di premi per i professionisti che, nella loro attività, hanno reso benefici (anche) alla collettività consentirebbe di riscoprire le finalità sociali della professione, offrendo esempi comportamentali che frenino la deriva mercantile che un demagogico richiamo ai modelli europei sta imponendo anche nel nostro Paese. Economisti, come Luigino Bruni, hanno già indagato la validità del sistema premiale (L´Ethos del mercato). Peraltro, è un sistema che appartiene alla storia italiana. Fu teorizzato da Giacinto Dragonetti che, nel Settecento, diede alle stampe il libello Delle virtù e dei premi. Filosofi, come Kwame Anthony Appiah, hanno invece esplorato il ruolo dell´onore nella società occidentale e orientale, mostrandone i limiti ma anche la forza performante: può attivare comportamenti virtuosi, altrimenti non ottenibili legalmente (Il codice d´onore). Valga per tutti l´esempio dei militari, il cui eroismo spesso non ha altra motivazione che il senso dell´onore proprio e della patria. Mi rendo conto che potrebbero essere considerazioni in-attuali. Ma anche il mondo delle imprese ha riscoperto l´importanza della credibilità sociale. “Etica & impresa”, “Impresa e cultura”, “Bilancio sociale”: sono tutti premi che promuovono il ruolo sociale delle imprese onorandole. Non hanno equivalenti nel sistema delle professioni intellettuali e in quello della formazione, scolastica e universitaria. Si potrebbe partire da qui. Perché promuovere comportamenti virtuosi forse non aumenta il Pil, ma migliora sicuramente il ben-essere delle persone. a.m. leozappa formiche

Dalle pene ai premi? (by Leozappa)

Martedì, 5 Luglio 2011
“Gli uomini hanno fatto milioni di leggi per punire i delitti, e non ne hanno stabilita una per premiare le virtù”. Così Giacinto Dragonetti nel libello Delle virtù e dei premi che diede alle stampe, a Napoli, nel 1766 poco dopo la pubblicazione Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria. Nel riconoscere che “un altro mezzo di prevenire i delitti è quello di ricompensare la virtù”, Beccaria osservava che: “Se i premi proposti dalle accademie ai scopritori delle utili verità hanno moltiplicato e le cognizioni e i buoni libri; perché i premi distribuiti dalla benefica mano del sovrano non moltiplicherebbero altresì le azioni virtuose? La moneta dell´onore è sempre inesausta e fruttifera nelle mani del saggio distributore”. Per Luigino Bruni, Dragonetti, però, intendeva andare oltre Beccaria “immaginando cioè una vera e propria legislazione dei premi alle virtù, in particolare alle virtù politiche”.Per lo studioso napoletano il sistema penale è fondamentale per prevenire i delitti, ma non è sufficiente a creare le condizioni necessarie per lo sviluppo civile. La riflessione di Dragonetti si colloca nella tradizione del repubblicanesimo romano. Nel Digesto si legge: “Bonos non solum metu poenarum, verum etiam praemiorum quoque exhortatione efficere capientes”, anche se scrive sempre Dragonetti “i Legislatori romani conobbero la necessità delle ricompense, le accennarono, ma non ebbero il coraggio di formarne il codice”. Un codice dei premi, quindi, che affianchi quello delle pene. L´intuizione di Dragonetti (e di Rudolph Von Jhering) è, oggi, approfondita da Bruni nel saggio L´ethos del mercato (da cui sono, anche, tratte le citazioni) che la ritiene “solo in parte” in linea con la teoria economica dell´incentivo e con l´attuale diritto premiale, incentrati sull´interesse privato che produce, solo in via indiretta, benefici comuni. Per Dragonetti, il codice premiale è piuttosto uno strumento per funzionalizzare l´azione individuale al bene comune. Bruni si prova a sviluppare l´intuizione di Dragonetti e prospetta diverse soluzioni per immaginare “il premio alla virtù come via allo sviluppo economico e civile”. Tra queste: “Si premiano le virtù ricompensando correttamente le virtù civili, creando o riformando istituzioni che favoriscano comportamenti cooperativi, e scoraggino quelli non cooperativi e opportunistici”, sia nell´ambito politico che nella società civile. Si istituiscono premi “all´azione civilmente virtuosa… che aumentano il benessere o la felicità di chi li riceve, e che hanno il principale scopo di far aumentare queste azioni rispetto a quelle incivili”. La riforma della giustizia e delle regole dei mercati sono due grandi temi del dibattito, culturale e politico, del nostro Paese. La riforma dei mercati è entrata anche nella agenda dei vertici internazionali. Le intuizioni della tradizione tutta italiana della economia civile, alla quale Bruni riconduce la riflessione di Dragonetti, sono, però, ignorate dalle proposte su cui si è incanalato il confronto tra tecnici e politici. Si tratta di proposte che non vanno oltre i presupposti ideologici dell´individualismo metodologico e dell´homo oeconomicus. Nessuno vuole disconoscere i meriti dell´ideologia della sovranità del mercato. Ma Ernst-Wolfgang ha mostrato come le radici della crisi siano nella stessa logica del sistema. “Il capitalismo soffre del suo punto di partenza, della sua idea-guida in quanto razionalità strumentale e della forza costruttiva del sistema. Pertanto la malattia non si può debellare con rimedi palliativi, ma solo attraverso il rovesciamento del suo punto di partenza. Al posto di un invadente individualismo proprietario (…) devono subentrare un ordinamento normativo e una strategia d´azione che prenda le mosse dall´idea che i beni della terra (…) non spettano ai primi che se ne impossessano e li sfruttano, ma sono riservati a tutti gli uomini, per soddisfare i loro bisogni vitali e ottenere il benessere. Questa è una idea-guida fondamentalmente diversa; ha quale punto di riferimento la solidarietà degli uomini nel loro vivere insieme (e anche in concorrenza)”. Perché allora non provare a ripartire con un codice dei premi? a.m. leozappa formiche

Perchè l’Italia non difende la Bruni?

Giovedì, 2 Settembre 2010

carla-bruni-bikinicarla bruni è una cittadina italiana. Perchè il governo non la ha difesa, come ha fatto la Francia, dinanzi alle offese e minacce di morte iraniane? temis

La guerra delle donne alla corte di Sarkozy

Giovedì, 5 Novembre 2009

Attriti tra prime donne alla corte dell’"imperatore" Sarkozy. La più bersagliata? La  bellissima Rama Yade, segretario di Stato allo Sport, accusata dalle colleghe di governo di correre troppo da sola. Due i duelli in corso. Il primo con il suo ministro della Salute, Roselyne Bachelot. L’altro con la collega alla Famiglia, Nadine Morano. L’indomita e giovane Rama ha sfidato la Bachelot difendendo a spada tratta alcuni vantaggi fiscali per sportivi di alto livello che la ministra invece voleva abolire. Ne è nato uno scambio duro.

Per la ministra, queste esenzioni "non hanno impedito la fuga in massa all’estero dei giocatori della Première Ligue". Mentre per Rama Yade il DIC (diritto all’immagine collettiva) alla base dei vantaggi fiscali "ha dimostrato la sua efficacia poiché ha permesso di trattenere o di far tornare in Francia alcuni giocatori professionisti". Ma nel braccio di ferro vince il più forte: la ministra, sostenuta dal collega al Bilancio, Eric Woerth, ha ottenuto ieri il taglio dei contributi da parte dell’Assemblea nazionale con 88 voti a favore e 22 contro.

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Il MAUSS secondo Bruni

Venerdì, 23 Ottobre 2009

 

Una radicale critica all’Homo Oeconomicus,

l’uomo senza qualità*

 

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Bruni hard: rubate foto e video dal pc dell’ex compagno

Mercoledì, 29 Aprile 2009

Foto di famiglia, immagini private e alcune osè. Un computer contenente le immagini di Carla Bruni è stato rubato dall’appartamento parigino di Julien Enthoven, fratello minore dell’ex compagno dell’attuale Premiere Dame francese. Lo hanno reso noto fonti della polizia parigina.

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“Sesso e amore con Sarko (e tutti gli altri)” Carla Bruni si confessa

Giovedì, 12 Febbraio 2009

«Saremo meglio di Marilyn e di Kennedy». È solo una delle tante sorprendenti frasi che Nicolas Sarkozy avrebbe pronunciato la sera del primo incontro con Carla Bruni. Lo rivela Autobiographie non autorisée, libro scritto da Jacques Séguéla, noto pubblicitario parigino, amico sia della modella nata in Italia sia del presidente francese. Il 13 novembre 2007 Séguéla ha organizzato a casa sua una cena che permise ai due futuri sposi di conoscersi.

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Caso Battisti: il bel mondo di Carla che fa girotondo con gli assassini

Venerdì, 16 Gennaio 2009

Nella vicenda relativa allo squallido caso Battisti, squallido per il soggetto in sé e per l’escamotage con cui si cerca di nobilitarlo (un perseguitato per le sue idee, ma dai…), emerge il velleitarismo di un demi-monde che della vita ignora tutto, perso com’è nell’inseguire il proprio narcisismo. Non ci sorprende, però, che dietro la mancata estradizione di un assassino cialtrone ci sia un pressing, come dire, matrimonial-istituzionale transalpino, ovvero la manina della prima signora di Francia, quella Carla Bruni a cui il cambio di nazionalità non ha intellettualmente giovato.
Per spiegare come Oltralpe si stia correndo a briglia sciolta verso il ridicolo, basterà un aneddoto. Ha raccontato il regista inglese dello special televisivo sulla Bruni trasmesso in Francia a Capodanno che, mentre stavano sistemando le luci per le riprese nel salotto di lei al Bois de Boulogne, è entrato lui, ovvero il presidente della Repubblica. «Hi, I’m Nick, nice to meet you», ha salutato. Poi si è chinato per baciare sul collo la dolce mogliettina. «Puzzi di sigaretta» ha replicato lei, non si sa se in francese, in italiano, o in inglese, poi ha imbracciato la chitarra e ha interpretato L’amoureuse, con il suo solito broncio e la sua vocina da gattina. Il consorte è rimasto ad ascoltare appoggiato alla porta-finestra della sala, mani in tasca, sorriso a 58 denti… Dopo mezz’ora, infine, ha tolto il disturbo: «Ho un appuntamento con Barack Obama» ha fatto sapere.
Raramente in un breve scambio è condensata una così perfetta immagine di imbecillità domestica, fatta di giovanilismo fuori luogo e fuori tempo, punzecchiature da innamorati, piccoli deliri da prime donne, maschili e femminili, va da sé. L’idea che i francesi si ritrovino Carla Bruni come presidentessa ci ripaga in fondo della loro spocchia. Da noi il suo target sarebbe potuto essere Flavio Briatore, ci vogliamo rovinare, Oliviero Toscani… Da loro è l’Eliseo. Si sentono l’ombelico del mondo e sono costretti tutti i giorni a sorbirsi uno con i Ray-Ban da motociclista della Polstrada e i tacchi da tappetto che arranca a fianco di una fasciata nei fuseaux, le sneakers ai piedi, la rucola anche nelle orecchie…
Erano abituati ai rossori della signora de Gaulle, al mandrillismo elegante di François Mitterrand e sono costretti a sopportare il rampantismo fanatico e volgare del primo cittadino, il rampantismo nudo e fintamente intellettuale della sua consorte. Maestri di stile, sono lì ogni due per tre a fare i conti con aerei privati, motoscafi, gite a Eurodisney, gite alle Piramidi, gite sui dromedari, cene da Fouquet’s, dichiarazioni estemporanee di suocere, cognate, generi… Un’apoteosi.
E che dire poi degli intellos, quella fauna variopinta e mal vestita che «piscia» – ci si perdoni l’espressione – un saggio o un romanzo ogni sei mesi, pontifica su tutto e non sa niente, si innamora di ogni idea che sia vendibile e alla moda? Ritrovarsi sorpassati a sinistra dal campione della destra economica, è già imbarazzante. Sapere che il tutto è dovuto al birignao e al ronron della sua sposina è ancora più farsesco. E del resto il loro mondo è quello lì, l’ex terrorista, il finto scrittore, il vero assassino, l’ex modella, la finta cantante, il gauchiste convertito al liberismo, il liberista con il complesso di inferiorità, il caviale come companatico, il pubblicitario come paraninfo, la ministressa con il fratello mariuolo… In tutta la vicenda Battisti non c’è purtroppo un briciolo di umanità, di reale sofferenza, di difesa anche sbagliata dei diritti di una persona. C’è, più semplicemente, un mezzocalzettismo ideologico-politico, catafratto e autoreferenziale. Ah, la France…

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I mutandoni di Carla Bruni dinanzi al Papa

Domenica, 14 Settembre 2008

Carla Bruni dal Papa: dal perizoma in pelliccia (vedi blog) ai mutandoni della donna. cosa non si fa per essere una first lady (ma nessuno gli e lo ha chiesto!)

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